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Negli ultimi 10 anni Tom Brady, con i New England Patriors, ha vinto tre Super Bowl in un campionato che rende quasi impossibile rimanere un contendente al titolo per più di qualche anno. Usain Bolt e Michael Phelps hanno vinto rispettivamente sei e nove medaglie d’oro olimpiche. Messi è stato sei volte campione della Liga, due volte vincitore della Champions League e cinque volte vincitore del Pallone d’Oro.

Nessuno dei quattro, tuttavia, ha avuto un impatto sul loro sport come LeBron James. Almeno secondo giudizio dall’agenzia di stampa internazionale Associated Press che l’ha incoronato come atleta maschile del decennio. Accanto a lui, come atleta femminile degli anni Dieci, c’è Serena Williams che ha vinto 22 Slam dal 2000 a oggi e soprattutto è stata per moltissime stagioni la numero uno incontrastata. Una supremazia eccezionale quella della tennista americana, che in questa speciale classifica ha battuto grandissime campionesse come la nuotatrice Katie Ledecky e le sciatrici Lindsay Vonn e Mikaela Shiffrin.

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LeBron James, che il 30 dicembre 2019 ha compiuto 35 anni e che nella vittoria dei Los Angeles Lakers sui Dallas Mavericks, è diventato il nono giocatore di sempre a raggiungere quota 9.000 assist in NBA, ha aperto il decennio firmando con i Miami Heat. La mossa non solo ha aiutato a inaugurare un’era di superteam, ma ha anche accelerato la frequenza dei movimenti offseason per le top star dell’NBA.

 

A partire dal 2010, LeBron ha raggiunto le finali NBA per otto volte consecutivamente, vincendo tre titoli (e altrettanti MVP delle finali). Il suo più grande successo è probabilmente il titolo 2016, quando ha portato ai Cleveland Cavaliers il loro primo anello, battendo i Golden State Warriors, autori della miglior regular season di sempre con 73 vittorie, sotto 3-1 nella serie (nessuno prima di Cleveland aveva mai rimontato un 3-1 nelle finali NBA).

Ho avuto il tumore, l’ho sconfitto e oggi vivo di felicità

Francesca Schiavone l’affida ai social la sua intima confessione, un gesto di liberazione e di vittoria: 55 secondi per rendere pubblico il male, perché dopo mesi di assenza l’ex campionessa del tennis azzurro riappare e senza nascondere un briciolo di emozione, col viso provato, ma sereno, racconta la battaglia contro il male, ma soprattutto la vittoria. La sua più bella, lei che sui campi in terra o in cemento di tutto il mondo ha fatto grande l’Italia rosa della racchetta, lei capace di arrivare ai piedi del podio della classifica mondiale (4/a, solo Adriano Panatta era arrivato a tanto), lei che ha conosciuto nel trionfo al Roland Garros 2010 il punto più alto della sua carriera. Poi il ritiro, l’attività da allenatrice: adesso la parentesi buia rivelata a partita vinta.

 

Francesca Schiavone si era ritirata a settembre 2018, agli Us Open: congedandosi dal tennis giocato aveva detto col sorriso «ho realizzato i miei sogni». Sulla scena internazionale che conta e prima azzurra a vincere un torneo dello Slam battendo in finale a Parigi l’australiana Samanta Stosur (la seguirà nel 2015 Flavia Pennetta conquistando l’Open americano, e proprio la pugliese inonda di cuori il post dell’ex compagna), Francesca Schiavone si è conquistata sul campo il soprannome di Leonessa. E con la grinta di sempre deve aver combattuto, così come i tanti campioni che per una vita hanno giocato, perso, vinto e all’improvviso hanno dovuto fare i conti con la malattia. Senza mai arrendersi, con 8 tornei WTA in singolare e 7 in doppio in bacheca, il nuovo ruolo di allenatrice, alla soglia dei 40 anni ha sconfitto il rivale più temibile. Ma è già ripartita:

 Ci rivedremo presto, felice di quello che sono oggi

Matteo Berrettini chiude il suo 2019 nel circus nel migliore dei modi, diventando il 1° tennista italiano a vincere un match in singolare alle ATP Finals. Non vi erano riusciti in precedenza né Adriano Panatta nel 1975 né Corrado Barazzutti nel 1978. Berrettini ha battuto 7-6, 6-3 Dominic Thiem nell’ultimo match del girone Borg, in un incontro che non aveva valore per la classifica, con l’austriaco già matematicamente primo e l’azzurro eliminato. Dopo aver perso con Djokovic e Federer, Matteo dimostra la costante crescita già intravista nelle uscite londinesi, battendo per la seconda volta in carriera quel Thiem che si era preso nel giro di 48 ore lo scalpo proprio dei due fenomeni. Una bella iniezione di fiducia in vista della Coppa Davis in programma la prossima settimana a Madrid e in vista del 2020, quando tutti gli occhi saranno puntati su di lui. Dopo la prima semifinale Slam, quella in un 1000 e in un 500, ecco un’altra prima volta di rilievo, al termine di una stagione da incorniciare.

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Resta l’impresa, intanto perché il Masters premia i primi otto del mondo e arrivarci testimonia l’appartenenza al gotha delle racchette: ma è giusto sottolineare come Thiem abbia affrontato il match già da primo del girone e con addosso le fatiche, soprattutto mentali, di due grandi vittorie su Federer e Djokovic. In ogni caso, le partite bisogna vincerle e Berrettini ha meritato perché ha concesso pochissimo al servizio tranne il passaggio a vuoto quando ha servito per il primo set sul 5-4 ed è stato più propositivo, pungendo con il dritto, che gli ha garantito 17 dei 30 vincenti. Da conservare e mettere in vetrina il game, il nono del primo set, con cui Matteo ha strappato la prima volta il servizio a Thiem, corredato da un fantastico passante in controbalzo di rovescio a una mano e da un passante di dritto, da dimenticare il game successivo in cui ha regalato il controbreak all’austriaco con almeno tre sciocchezze, forse dettate dall’emozione. Nel tie break, però, Berrettini non ha regalato nulla all’avversario e quando, nel secondo set, sulla palla break per il 4-2 ha giocato un dritto vincente poderoso, si è involato verso il successo.

Applausi per una stagione mirabolante (a marzo era numero 57 del mondo), per le emozioni che ci ha regalato dagli Us Open in poi, per la lucidità e l’umiltà con cui ha affrontato le vittorie e soprattutto le sconfitte. Chiude l’anno nella top ten e se ne va da Londra con 370.000 euro e 200 punti in classifica in più.

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La stagione tennistica 2019 resterà negli annali della storia del movimento italiano. E a irrobustire questa convinzione convergono più storie, più notizie: l’ultima è che, dopo la storica qualificazione alle Atp Finals di Londra, Matteo Berrettini si gode il suo nuovo best ranking, salendo all’ottavo posto della classifica mondiale. Il 23enne romano, il terzo italiano per record in classifica dietro Panatta (numero 4) e Barazzutti (numero 7), è già sicuro di chiudere il 2019 tra i primi dieci, il primo italiano a riuscirci 41 anni dopo Barazzutti.

Il merito è anche e soprattutto per l’accesso alle Atp Finals in programma a Londra dal 10 novembre. E‘ il terzo italiano della storia, dopo Adriano Panatta (1975 a Stoccolma) e Corrado Barazzutti (1978 a New York) e, per il 23enne romano, è il culmine di un finale di stagione spettacolare iniziato con la semifinale Slam agli US Open e proseguito con l’ingresso nei Top Ten della classifica mondiale. Berrettini dunque si divertirà con gli altri ‘Maestri’ come Nadal, Djokovic, Federer, Medvedev, Thiem, Tsitsipas e Zverev. Non male per l’intero movimento azzurro, che ha potuto registrare l’ingresso di otto italiani nei primi 100 del mondo, la vittoria di Fabio Fognini al Master 1000 di Montecarlo e ora anche la partecipazione di Jannik Sinner al Next Gen di Milano, e il 18enne della val Pusteria è l’ultimo campione annunciato.

 

In testa alla classifica mondiale torna a distanza di un anno e per l’ottava volta in carriera Rafa Nadal. Secondo numero 1 più vecchio di sempre a 33 anni (meglio ha fatto solo Federer, a 36 nel 2018), il maiorchino cercherà di difendere il primato fino a fine anno da Novak Djokovic, scalzato sì ma in grande forma come dimostra il successo di Parigi-Bercy. Sale di una posizione anche Tsitsipas (6°) che scavalca Zverev, l’uscita di Khachanov dalla Top Ten permette il ritorno fra i primi dieci al mondo di Gael Monfils dopo quasi due anni. Stabile Fabio Fognini al 12esimo posto, l’Italia si gode altri sei tennisti fra i primi cento al mondo: Lorenzo Sonego (53°, +1), Marco Cecchinato (72°, -1), Andreas Seppi (74°), Stefano Travaglia (86°, +2), Jannik Sinner (95°, -2) e Salvatore Caruso (97°, -1).

 

Col successo alle Wta Finals, Ashleigh Barty consolida il suo primo posto nella classifica mondiale. L’australiana prende il largo, con quasi duemila punti di vantaggio su Karolina Pliskova, mentre Naomi Osaka deve guardarsi dal ritorno di Simona Halep: appena 34 i punti che le separano. La rumena ha approfittato del ritiro a Shenzhen della Andreescu, mentre risale di due posti Elina Svitolina, da ottava a sesta grazie alla finale raggiunta nell’appuntamento cinese. Dietro l’ucraina ci sono Kvitova e Bencic, mentre Kiki Bertens si appropria della nona posizione a scapito di Serena Williams. La migliore delle azzurre resta Camila Giorgi che, però, scivola indietro di altre quattro posizioni ed è 98^. In leggero calo anche Jasmine Paolini (da 115^ a 117^), bel salto in avanti per Sara Errani ed Elisabetta Conciaretto, finaliste ad Asuncion: la romagnola risale 39 posti (200^), per la giovane marchigiana scalata di 60 posizioni per diventare numero 215 del mondo.

Inizio di stagione 2004. Federer è reduce dal successo di Wimbledon, conquistato nel 2003, e Nadal era un ancora ragazzino, ma in rampa di lancio pronto a esplodere. In quel momento la differenza di Slam vinti tra i due futuri campionissimi era pari a uno, ovviamente.

Eppure quel momento lì, agli esordi di quello che poi sarebbe consacrato come il duello del nuovo secolo nel tennis, è stato l’unico e il primo con il minimo scarto di Slam vinti. Prima di oggi. Con il successo agli US Open contro il russo Daniil Medvedev, il maiorchino ha infatti quasi completato la sua rimonta: è tornato vicinissimo a Re Roger anche se le bacheche dei due sportivi sono leggermente più piene.

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Roger Federer 20 titoli dello Slam, Rafael Nadal 19 e mettiamoci anche Novak Djokovic che di successi ne ha 16. In totale, 55 Majors conquistati da tre soli giocatori in un lasso di tempo di 66 tornei: gli altri stanno a guardare mentre i tre scrivono ancora livelli che nessuno poteva immaginarsi a inizio degli anni 2000. Prima dell’avvento di Roger Federer, infatti, resistevano i 14 titoli della Slam di Pete Sampras e già quello sembrava un limite impossibile.

Ma al contrario di quanto successe anni fa, quando Roger era già affermato (nel 2004 vinse tre Slam), adesso è Rafa a viaggiare alla velocità maggiore. «Quando aggancerà Federer?», è stata una delle domande più gettonate del post sfida a Medvedev. Pochi hanno trovato una risposta convincente, anche se l’evento potrebbe verificarsi già la prossima primavera, con il nuovo Roland Garros. Sedici anni sono passati, dalle prime acerbe sfide…vorremmo rivivere tutto per almeno altrettanti 16 anni.

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Diventerai un campione

A dirlo è Rafa Nadal dopo due ore e 40 minuti di gara in cui un Matteo Berrettini da applausi a tenuto botta al tennista spagnolo nella semifinale degli US Open, ma poi è costretto ad arrendersi di fronte al maiorchino che lo batte in tre set: 7-6 (6), 6-4, 6-1. Partita solidissima del romano, che gioca a lungo alla pari con il temutissimo avversario, si porta sul 4-0 nel tie-break del primo set e annulla nove palle break. Poi il crollo sul 3-3 del secondo set, ma Nadal lo promuove.

 

Nadal affronterà Daniil Medvedev in finale, per Matteo Berrettini il sogno della grande impresa, quella di poter essere il primo italiano a giocarsi il torneo newyorkese fino all’ultimo atto, svanisce. Il primo set è da spellarsi le mani dagli applausi per quanto il romano lo gioca bene. Il primo game va agevolmente a Nadal, Berrettini si prende solo un punto e appare molto nervoso. Si tratta però solo di un’impressione, dato che il romano apre il suo turno di servizio con un ace. Rafa tenta di azzannarlo e vuole accelerare la pratica, ma Matteo rintuzza tutto e gli annulla subito due palle break. Il set è stupendo anche perché giocato assolutamente alla pari, Berrettini è perfetto nella strategia di giocare colpo su colpo sul suo temibilissimo avversario che a un certo punto sembra anche perdere la flemma: infila infatti un doppio fallo, vanifica altre tre palle break sul 4-3 e perfino la palla del set point sul 5-4. Si va al tie-break, con Berrettini che sembra in vantaggio dal punto di vista mentale: Nadal perde infatti due volte il servizio e il doppio minibreak dell’azzurro vale un impensabile 4-0. La rimonta di Nadal è però tanto lenta quanto inesorabile: 5-2, poi 6-4, quindi 6-6 (su un azzardo di Matteo, una palla corta). Fino al 6-8, che regala al maiorchino un set che probabilmente mai avrebbe pensato potesse sfondare il muro dell’ora e un quarto di durata.

 

Lo schema rimane sostanzialmente inalterato anche nel secondo set: Nadal attacca, Berrettini rintuzza. E sembra funzionare, se è vero che Matteo mantiene un altro turno di servizio dopo dieci punti, annullando anche le palle break numero sette e otto della partita di Nadal (che ancora non se n’è portata a casa nemmeno una). Arriverà anche la nona, ancora una volta annullata dall’italiano in un terzo game un po’ meno teso, ma l’impressione che il pendolo del match stia iniziando a pendere verso re Rafa è palpabile: il 3-3 del sesto game matura dopo che Berrettini è riuscito a prendersi un solo punticino nei tre turni con Nadal alla battuta. E alla fine il fortino romano cade al settimo game, che lo spagnolo si prende con un break point quasi immediato mentre Berrettini è appena a 15. Reagire a questo punto diventa una missione quasi impossibile, serve un ulteriore cambio di passo che Matteo non ha più nelle braccia e nelle gambe (anche se probabilmente nella testa e nel cuore sì). Il set finisce senza ulteriori scossoni: ognuno conserva il turno di battuta.

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Berrettini ci prova, in un terzo set che si apre con un game eterno e massacrante: dieci punti, esattamente come il set precedente, ma stavolta le pile stanno finendo e al primo break point Nadal si prende tutto. Si tratta solo del punto dell’1-0, ma vale molto di più. Di fatto è il lasciapassare per la finale, anche se farlo capire a Berrettini è dura: Matteo si prende il terzo game senza lasciare punti a Nadal, quindi si toglie lo sfizio di annullargli altri tre break point sul 3-1. Il maiorchino però stavolta non lascia feriti lungo il cammino, e la quarta palla break è quella giusta: secondo servizio perso per Berrettini, che non tornerà più in partita e dovrà accontentarsi di un 6-1 finale, ingeneroso per quanto mostrato durante l’intero match.

 

Teniamo a bada le euforiche esaltazioni sportive, però a Matteo Berrettini possiamo dirgli che il suo nome sulla storia del tennis l’ha messo: è il primo azzurro ad approdare ai quarti di finale agli US Open da quando si giocano sul cemento di Flushing Meadows. Prima di lui, infatti, c’era riuscito solo Corrado Barazzutti, nel 1977, ma sulla terra verde di Forest Hills.

Il tennista romano, testa di serie n. 24, ha superato il russo Andrey Rublev, n. 43,  con il punteggio di 6-1, 6-4, 7-6 (8/6). Berrettini, dopo aver condotto un match perfetto, ha avuto un solo passaggio a vuoto, sul finire del terzo set quando ha perso per la prima volta la battuta sul 6-5. Ma nel tie-break ha mantenuto i nervi saldi, anche dopo essere stato rimontato da 5-2 a 5-5 e dopo essersi visto annullare un match-point, e alla seconda occasione ha chiuso con una volèe di dritto incrociato. Tra Berrettini e la semifinale c’è il francese Gael Monfils, numero 13 del mondo, che ha regolato in scioltezza lo spagnolo Pablo Andujar con il punteggio di 6-1, 6-2, 6-2. L’incontro è in programma mercoledì 4 settembre.

 

Sono orgoglioso di quello che sto facendo e del mio team . Mi sto togliendo delle grandi soddisfazioni, ma non voglio fermarmi qua: credo che sia una frase abbastanza normale da dire, ma non sempre è così scontata. Sono felicissimo per me, per la mia famiglia, per l’Italia e per tutti gli appassionati che mi seguono

Non vuole fermarsi Berrettini, certo, e continua a scalare il ranking mondiale. La vittoria contro Andrey Rublev gli ha dato la certezza di entrare tra i primi venti della classifica ATP. Da lunedì per il tennista azzurro ci sarà sicuramente il best ranking, anche se c’è ancora la possibilità di migliorarsi. Sì perché in caso di vittoria contro Monfils, ci sarebbe un ulteriore passo in avanti per il tennista azzurro con altri 360 punti guadagnati (sono 720 per chi arriva in semifinale), inserendosi in tredicesima posizione proprio alle spalle del transalpino.

 

 

Una partita che entra di diritto nella storia e nella leggenda del tennis, la prima conclusa a Wimbledon con la nuova formula del tie-break sul 12-12.  E la più lunga finale nella storia del torneo londinese, giocata ad un livello a tratti straordinario, ha decretato Novak Djokovic ancora una volta vincitore.

Il tennista serbo ha battuto in finale lo svizzero Roger Federer in cinque set con il punteggio di 7-6,1-6,7-6,4-6,13-12. È stata una finale molto combattuta e avvincente, in uno dei tornei più importanti al mondo, il più prestigioso giocato sull’erba: è durata quasi cinque ore e tre dei cinque set sono stati decisi al tie-break, compreso il quinto.  La partita era particolarmente attesa, perché Federer (37 anni) e Djokovic (32 anni) sono considerati tra i più forti tennisti degli ultimi 10 anni e tra i più forti di sempre. Entrambi, poi, hanno sempre ottenuto ottimi risultati a Wimbledon: Djokovic prima di oggi aveva vinto quattro volte (l’ultima nel 2018), Federer ha invece vinto 8 volte, come nessun altro (la prima volta nel 2003, l’ultima nel 2017).

Per il 32enne Djokovic, già campione lo scorso anno, è la 16esima prova del Grande Slam e vista l’età ora può puntare deciso a raggiungere i suoi grandi rivali Federer e Rafa Nadal. Per Federer resta l’amarezza per i due match-point falliti sul 9-7 a suo favore nel quinto set, con il servizio a disposizione. A quasi 38 anni, il fuoriclasse svizzero fallisce l’assalto alla nona corona a Wimbledon e al 21esimo torneo del Grande Slam. Con questa vittoria Djokovic consolida ovviamente il primato nel ranking ATP.

Federer, numero 3 al mondo secondo la classifica ATP, era arrivato in finale dopo aver eliminato in un’altra bellissima partita Rafael Nadal, altro suo storico rivale degli ultimi anni insieme a Djokovic. Quest’ultimo, numero 1 al mondo, aveva invece eliminato Roberto Bautista Agut. Il torneo femminile, finito sabato, è stato invece vinto da Simona Halep, che ha battuto in finale Serena Williams.

Roger Federer:

Finale da ricordare? Io cercherò di dimenticarla. E’ stata una grande partita, è stata lunga, ma devo essere soddisfatto della mia performance. Devo farmi le congratulazioni. Spero di avere dato ad altri la possibilità di credere che a 37 anni non è tutto finito. Adesso devo recuperare, però sono ancora in piedi. La mia famiglia è orgogliosa? Non saranno contenti magari del piatto

Novak Djokovic:

Se non la più eccitante, questa è stata una delle migliori finali che io abbia mai giocato, contro uno dei più grandi di tutti i tempi, per il quale ho molto rispetto. Purtroppo in questo genere di partite uno dei due alla fine deve perdere. Ognuno di noi ha avuto le proprie chance, io ho recuperato due suoi match point, ed è stato strano giocare il, tie-break sul 12 pari. Roger ha detto di dare ad altri 37enni le speranze, ma di sicuro lui ispira anche me. So di averlo già detto, ma quando ero un bimbo di cinque anni sognavo di diventare un tennista e questo è sempre stato il ‘traguardo’, volevo giocare e vincere qui, perché è una cosa superspeciale. E ora voglio dividere questo trofeo con mio figlio e miei genitori, che hanno sofferto in tribuna. E’ un sogno diventato realtà anche l’aver vinto davanti a loro

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L’ultima volta era successo oltre 40 anni fa, nel 1976, con Panatta e Barazzutti quando la qualità video della tv non era il massimo. Ora le tv sono ultrasottili, ad altissima definizione 4K e finalmente un altro italiano, Fabio Fognini, è nella top ten del tennis mondiale.

Il ligure, dal prossimo lunedì, salirà in decima posizione del ranking Atp riportando così l’Italia maschile protagonista nel mondo delle racchette.

Era un tennis sì diverso, ma sottolinea quanto l’Italia abbia sofferto nel presentare tennisti di rilevanza internazionale. Da qualche anno Fabio Fognini è lì e ora se la gioca con i migliori al mondo.

Il migliore degli azzurri è stato Adriano Panatta, giunto al numero 4 nel 1976, l’anno della conquista degli Internazionali d’Italia e del Roland Garros. Dietro di lui c’è Corrado Barazzutti, salito fino al numero 7 nel 1978.

Raggiungere la top 10 è un po’ il compimento di un sogno

Per il sanremese è un 2019 da incorniciare, in primis per il magnifico traguardo raggiunto oltre a non dimenticarci della vittoria nel Masters 1000 di Montecarlo, a Pasqua.

In questi anni abbiamo imparato a conoscere bene Fognini: un grande talento ma con un carattere spesso sopra le righe. Ne ha distrutte di racchette per la rabbia e crediamo che ne distruggerà ancora ma, a 32 anni ora Fabio riconosce i propri mezzi ed è pronto sempre a mettersi in gioco.

Il merito di questo traguardo è sicuramente suo ma è anche da condividere con il suo coach e con la sua famiglia. Ovvio che sua moglie Flavia Pennetta e suo figlio Federico abbiano trasmesso quella tranquillità che soltanto il calore famigliare può offrirti.

Una cosa è certa quello raggiunto da Fognini è un traguardo che resta nella storia del tennis italiano maschile che da anni sognava un gradito ritorno nel circuito mondiale.

Attualmente ottavo nella Race e in lotta per un posto per le prossime Atp Finals di Londra, Fognini arriva in top 10 dopo nove titoli in singolo e dieci finali perse.

Ora non resta che godersi la grande gioia ma al tempo stesso cercare di continuare a migliorarsi, soprattutto sull’erba dove Fabio deve ancora dimostrare tanto.

Fabio Fognini entra nella storia del tennis azzurro. Il 31enne di Arma di Taggia è diventato il primo italiano a vincere un torneo Masters 1000. Fognini, numero 18 del mondo e testa di serie numero 13, si è imposto sulla terra rossa di Montecarlo battendo in finale il serbo Dusan Lajovic, numero 48 Atp, in due set con il punteggio di 6-3 6-4 in un’ora e 38 minuti di gioco. Nel secondo set Fognini – che in semifinale aveva battuto il numero due del mondo e campione uscente Rafael Nadal – ha fatto ricorso al fisioterapista per un problema alla coscia destra. Oltre 5 milioni di euro di montepremi, ma un momento storico per l’Italia: l’ultimo azzurro, infatti, a vincere a Montecarlo era stato Nicola Pietrangeli nel 1968, mentre l’ultimo ad arrivare in finale è stato Corrado Barazzutti nel 1977.

 

Il tennista ligure, però, dopo aver alzato il trofeo nel cielo monegasco, può festeggiare un altro importante traguardo della sua carriera: è diventato, infatti, il numero 12 del mondo, sua miglior classifica ed è inevitabile che i suoi pensieri stiano navigando verso la Top10. Anche se Fognini dichiara di non pensarci e di giocare partita per partita, la vittoria nel Principato può alimentare obiettivi ambiziosi.

 

Partiamo già dal prossimo Atp di Barcellona: il torneo catalano nel quale sarà anche Nadal, mette in palio 500 punti in caso di vittoria, 300 per la finale, 180 per le semifinali e 90 per i quarti. Qualora Fabio riuscisse ad arrivare fino in fondo potrebbe mettere nel mirino il decimo posto di John Isner che ha un vantaggio su di lui di 245 punti. L’americano, reduce dalla finale persa a Miami contro Roger Federer, è fermo per un problema al piede. Una frattura da stress che lo costringerà ad uno stop dalle 4 alle 6 settimane, dovendo saltare buona parte della stagione sulla terra, compreso l’appuntamento di Roma. Il suo ritorno potrebbe esserci in vista del Roland Garros ma non certo al meglio della condizione. E questo potrebbe favorire Fabio.