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Difficile scindere l’immagine che si crea nella nostra mente se pensiamo alla Nazionale del Messico e alla sua istrionica maglia verde che, a cavallo degli anni ’90, ha visto contornarsi di splendidi rilievi della cultura azteca. Non a caso il Messico deve il suo soprannome El Tricolor (spesso abbreviato El Tri) proprio perché la sua divisa tipica si è sempre contraddistinta coi colori verde per la maglia, bianco per i pantaloncini e rosso per i calzettoni, un richiamo alla bandiera nazionale.

Eppure il verde sgargiante entra nella timeline della camiseta messicana solo verso la fine degli anni ’50: dalla prima partita del 1923, passando per il 1929 – anno di affiliazione alla Fifa – e oltre il 1930, quando i messicani parteciparono alla prima Coppa del Mondo in Uruguay, i colori dominanti erano il granata per la maglia e il blu per i pantaloncini.
Questa trentennale monocromia fu interrotta curiosamente nel 1950, per un solo giorno, per una sola partita. E il Messico indossò il bianco e blu.

Mondiali in Brasile, 2 luglio 1950. Allo Estádio dos Eucaliptos di Porto Alegre,  si disputò l’incontro tra Messico – Svizzera. Un match che non contava più nulla perché nel gruppo A il Brasile aveva ormai superato il turno classificandosi per primo. La partita, però, venne ritardata di venticinque minuti: l’arbitro, lo svedese Ivan Eklind, infatti si accorse che le due compagini vestivano maglie di tonalità pressoché simili. Granata i centroamericani, rossa gli elvetici.
La soluzione? Chiedere in prestito le casacche della squadra locale del Cruzeiro, appunto con strisce orizzontali bianche e blu. La scelta venne stabilita tramite sorteggio: in realtà vinsero i messicani che, per galanteria, decisero comunque di indossare la nuova uniforme. Uniforme amara perché a vincere fu la Svizzera per 2-1.

 

In realtà non è stato il primo e unico episodio nella storia del Mondiali di calcio. Riavvolgendo le lancette arriviamo alla Coppa Jules Rimet del 1934, quella disputata in Italia e che vide proprio gli azzurri alzare il trofeo dopo aver battuto per 2-1 la Cecoslovacchia in finale.
La “finalina”, appellativo grezzo per indicare la finale che decide il terzo e quarto posto, venne disputata dall’Austria e dalla Germania, entrambe solite giocare con maglietta bianca. Anche qui fu necessario un sorteggio per decidere quali uniformi indossare, l’Austria perse, ma non aveva portato con se la seconda maglia. Il calcio popolare, quello cittadino, corse nuovamente in aiuto: il match si giocava a Napoli così per quel giorno, gli austriaci vestirono di blu, mantenendo però il nero dei pantaloncini e dei calzini, regalando un accoppiamento alquanto bizzarro per la storia dell’Austria.

Nel Mondiale del 1958 in Svezia, invece, si assistette a una controtendenza: rispetto ai due casi citati, le strisce furono sostituite da un unico colore. L’Argentina, dopo 24 anni dall’ultima apparizione, tornò in una fase finale dei Mondiali. L’esordio fu a Malmö contro la Germania Ovest e non andò bene: i sudamericani persero 3-1 e furono costretti a giocare con altri colori, il giallo dell’Ifk  Malmö, una delle squadre più storiche del calcio svedese.

Messico, Austria e Argentina. Tutte e tre con divise di club locali, tutte e tre sconfitte. A segnare un passaggio “storico” fu la Francia, nel 1978. In quegli anni, ancora buona parte delle famiglie non aveva una tv a colori: il bianco e nero rendeva difficile riconoscere le squadra guardando la partita comodamente dalla poltrona. Così quando il blu della Francia incontrò il rosso dell’Ungheria nel Mondiale in Argentina (stesso girone dell’Italia che passò per prima alle spalle dei padroni di casa), qualcuno doveva cambiare. Quel qualcuno fu la Francia, e il tutto fu stabilito, da protocollo, prima dell’arrivo delle due squadre allo stadio. Ma per un assurdo errore dei responsabili delle due squadre, entrambe si presentarono con casacche bianche. L’incontro, ovviamente, fu ritardato di 40 minuti per permettere l’arrivo del kit di sostituzione, le maglie della squadra locale del Kimberley, con strisce bianche e verdi. Con la vittoria per 3-1, la Francia fu la prima squadra a trionfare con addosso una maglia non sua.

La Francia nel 1978 non è stata l’ultima nazionale a indossare la maglia di un club. Fu il Costa Rica, per un motivo nobile e apprezzabile. Ritorniamo in Italia, nel 1990. I costaricensi nel match d’esordio contro la Scozia, indossarono la loro classica “mise” rossa, ma nei successivi due incontri del girone scelsero di stravolgere il loro look scegliendo una maglia a strisce bianconere. Un omaggio al club più antico del paese, La Libertad, che aveva dichiarato bancarotta nei mesi precedenti.
Con la nuova casacca, coincidenza, giocarono la seconda gara a Torino, casa della Juventus, perdendo 4-1 contro il Brasile, ma si riscattarono vincendo 2-1 sulla Svezia e passando così il girone. Il Costa Rica, alla sua prima storica partecipazione, si fermò agli ottavi perdendo 4-1 contro la Cecoslovacchia.
Per inciso, il club La Libertad, fondato a San José nel 1905, giocò il suo primo incontro ufficiale nel luglio dell’anno dopo contro il club La Juventud.

In realtà, diversi anni dopo, nel 2014 in un’intervista rilasciata alla Gazzetta dello Sport, il ct di quell’avventura, Bora Milutinovic (allenatore giramondo dei record “mondiali”), ha ammesso un’altra verità:

Allenavo il Costa Rica. Io sono tifoso del Partizan di Belgrado e volevo giocare il Mondiale con le maglie bianconere, ma non sapevo come fare. Così chiamai Montezemolo che mi diede il numero di Boniperti: lui mi fece arrivare 44 maglie. Quando entrammo in campo contro il Brasile tutto lo stadio era con noi. Prendemmo solo un gol e con la Svezia vincemmo

 

Era dal 1982, dalla partita persa 2-1 contro l’Algeria, che la Germania non cannava il match d’esordio dei Mondiali. E se a questo ci aggiungiamo che sono gli attuali detentori della Coppa nata dalla mani e dalla mente di Silvio Gazzaniga, ecco che il tonfo contro il Messico (1-0 gol di Lozano al 35’), nel gruppo F, fa ancora più eco.
E’ la notizia di domenica 17 giugno e del quarto giorno dei Mondiali russi, ma se la squadra di Löw è il primo mostro sacro a cadere, non sorride di certo il Brasile che nella partita serale delle 20.00 del gruppo E non va oltre il pareggio per 1-1 contro una Svizzera coriacea e fastidiosa. Così a condurre il gruppo E, dopo la prima giornata, è la Serbia che ha aperto la giornata vincendo 1-0 contro il Costa Rica.

🇨🇷 Costa Rica 0-1 Serbia 🇷🇸 | Gruppo E

E partiamo proprio dal positivo esordio della nazionale balcanica che conquista i primi tre punti del mondiale grazie a una pennellata su punizione, verrebbe da dire, del solito Aleksandar Kolarov. Il terzino della Roma, vedendo il tanto gioco poco concretizzato dei suoi compagni, decide di fare tutto da solo e di scavalcare barriera e trafiggere Keylor Navas al 56’. Nel bene e nel male sono gli “italiani” a farsi notare: Adem Ljajic è nel suo giorno in cui scende in campo con le pantofole; Sergej Milinkovic-Savic è raggiante ed è il vero faro della Serbia. Una rovesciata, tante giocate: la sua classe esplode alla Samara Arena e gli occhi estasiati del globo piombano su di lui. Costa Rica si fa vedere solo all’inizio, poi sono i ragazzi del ct Mladen Krstajić a sciupare in due occasioni nette la rete del raddoppio.

 

🇩🇪 Germania 0-1 Messico 🇲🇽 | Gruppo F

La vittoria del Messico contro la Germania provoca il primo terremoto in Russia…e anche a Città del Messico. Al gol di Hirving Lozano, infatti, si è registrata una scossa provocata dall’euforia incontenibile dei tifosi. Se tutti gli occhi erano puntati verso la porta teutonica per capire se Neuer avesse recuperato, la Germania si scopre con le polveri bagnate in attacco. La Nazionale dell’America settentrionale sfrutta alla perfezione un contropiede letale, Hummels esce scellerato a centrocampo sperando nell’anticipo, Lozano è lucido a controllare palla, a superare Özil e a battere Neuer. Ochoa, come consuetudine, si trasforma e respinge i tiri di Kroos, Özil e compagni. Julian Brandt prova il tiro impossibile e disperato al minuto 89, ma non cambia il risultato.

 

🇧🇷 Brasile 1-1 Svizzera🇨🇭 | Gruppo E

E se la Germania non segna, a trafiggere la Seleçao e gli animi dei tifosi carioca è Steven Zuber, centrale offensivo dell’Hoffenheim che inzucca, al 50’, l’1-1 che intontisce Tite e il Brasile. Il “joga bonito” è durato poco, la pennellata di Coutinho al 20’ è un boato che si sciupa in una partita vissuta tra fiammate, tra Neymar che si becca dieci falli e della resistenza svizzera. E’ un Brasile abbastanza anarchico, dove ognuno ha provato a salvare la patria da solo; un giro a vuoto che lascia la squadra in un mezza agonia in un girone, quello E, che vede la Serbia in testa.

Lunedì 18 giugno si conclude il gruppo F con Svezia – Corea del Sud (ore 14.00, Italia 1). La Corea del Sud non ha un buon ricordo della Svezia, quel 12-0 subito alle Olimpiadi del 1948 rappresenta una delle sconfitte più dolorose nella propria storia e, al contempo, la vittoria più larga di sempre degli scandinavi. Sono quattro in tutto i precedenti tra le due Nazionali, ma nessuno in Coppa del Mondo, dove Svezia e Corea del Sud non si sono mai sfidate. Lo faranno al Novgorod Stadium, chiudendo di fatto la prima giornata del gruppo F inizia con il match tra Germania e Messico.

Alle 17.00 (sempre su Italia 1) è il turno di Belgio e Panama ad aprire il Gruppo G. Una sfida inedita, è il primo incrocio tra la formazione di Martinez e quella di Dario Gomez, che punta a limitare i danni al cospetto di una selezione imbattuta nelle ultime nove partite della fase a gironi dei Mondiali. Per Panama, assieme all’Islanda, è debutto assoluto. Chiude il Girone G, l’altro match in programma Tunisia – Inghilterra (ore 20.00, Italia 1): le due Nazionali tornano a sfidarsi vent’anni dopo l’ultima volta, scendendo in campo alla Volgograd Arena. Un 2-0 a favore degli inglesi arrivato durante il Mondiale di Francia ’98, dopodiché mai più un incrocio.

Le probabili formazioni

Svezia: Olsen; Krafth, Lindelof, Granqvist, Augustinsson; Claesson, Ekdal, Larsson, Forsberg; Berg, Toivonen.

Corea del Sud: Seung-Gyu; Young-Sun, Ban-Suk, Min-Woo; Lee-Yong, Jung, Sung-Yeung, Jo-Hoo; Jae-Sung; Heung-Min, Hwang.

 

Belgio: Courtois; Vertonghen, Alderweireld, Kompany; Meunier, Witsel, De Bruyne, Carrasco; Hazard, Mertens; Lukaku.

Panama: Penedo; Murillo, Baloy, R. Torres, Ovalle; Gomez, Godoy; Barcenas, Cooper, J. Rodriguez; Perez.

 

Tunisia: Mathlouthi; Nagguez, Meriah, Ben Youssef, Maaloul; Sassi, Ben Amor; Badri, Khaoui, Sliti; Khazri.

Inghilterra: Pickford; Walker, Stones, Cahill; Trippier, Henderson, Dier, Young; Alli, Sterling; Kane.

Nella piazzetta antistante alla mastodontica e moderna Allianz Arena, a Monaco di Baviera, c’è una targa con il volto di un uomo in bassorilievo e sull’epigrafe bronzea si legge: “Kurt Landauer – Der Präsident des Bayern München”. In verità, la scritta in tedesco è accompagnata da una frase tradotta anche in ebraico e la stessa piazzetta (come la via che sbuca dinanzi allo stadio), nel dicembre 2015 è stata intitolata all’ex-presidente bavarese che ha rivestito la carica, in tre periodi differenti, dal 1913 al 1951, ottenendo il mandato più lungo, ben 19 anni, non ancora eguagliato. Sotto la sua guida il club ha vinto, nel 1932, il suo primo titolo nazionale e gettato le basi dei suoi futuri e attuali successi sportivi.

Presentazione della targa commemorativa alla presenza di Franz Beckenbauer, presidente onorario del Bayern
Nato il 28 luglio 1884 a Planegg, paesino non lontano da Monaco, da una famiglia ebrea che gestiva un negozio di abbigliamento femminile, Kurt si avvicinò al club bavarese, nel 1901, inizialmente come calciatore, ricoprendo il ruolo di secondo portiereGià nel 1913 assunse il titolo di presidente, incarico, però, interrotto dopo solo un anno, perché con l’esplodere della prima guerra mondiale, fu chiamato al fronte per difendere la patria. Ottenuta la Croce di Ferro al valore e terminata l’esperienza bellica, tornò a rivestire il ruolo di “numero 1” della squadra bavarese fino al 1933: nel suo secondo mandato, Kurt si focalizzò principalmente sull’edificazione di una società capace di vincere, partendo da un’organizzazione solida e controllata.

Riformò il settore giovanile, un’idea al tempo unica e, con un’attenta pianificazione, fece diventare il Bayern una squadra economicamente potente. Fu considerato antisportivo e contro i principi etici tedeschi quando propose di stipendiare i calciatori per il loro tempo speso in campo: un incentivo, pensava, per portare anche giocatori talentuosi nel club.
Lui, inoltre, apprezzava le squadre straniere dalle quali poteva apprendere e imparare: il Bayern giocò regolarmente amichevoli contro avversari svizzeri, ma anche contro i più forti del tempo che venivamo dall’Ungheria e dall’Austria. Un atteggiamento, ancora una volta, osteggiato dalla Federazione calcistica tedesca che voleva un calcio nazionale puro e libero da contaminazioni.

Dopo anni magri, finalmente, nel 1932, il Bayern vinse il suo primo titolo nazionale: il 24 aprile, con le reti di Oskar Rohr e Franz Krumm e guidati dall’allenatore Richard Kohn, il gruppo sconfisse l’Eintracht Francoforte a Norimberga, vincendo il primo campionato che fu festeggiato per le strade di Monaco su una carrozza, mentre tifosi e cittadini accoglievano trionfanti i calciatori.

Un idillio che si ruppe sul più bello: qualche mese più tardi, i nazisti salirono al potere e l’incantesimo si spezzòAdolf Hitler, nella sua perversa visione del mondo, vedeva il calcio professionistico di matrice ebraica, quindi fece in tutti i modi per riportare il calcio tedesco a livello amatoriale. Il Bayern Monaco, in aggiunta, avendo il presidente e qualche altro elemento dello staff di origina ebraica, fu sin da subito etichettato come “Judenklub” (club ebreo) e fu costretto a seppellire i pochi trofei vinti perché i nazisti erano alla continua ricerca di materiale ferroso per produrre le armi: una situazione spinosa che portò l’allenatore Kohn a fuggire in Spagna e alle dimissioni di Landauer.
Dopo la Kristallnacht, la Notte dei cristalli tra il 9 e il 10 novembre 1938, circa 30mila ebrei furono deportati nei campi di concentramento di Dachau, Sachsenhausen e Buchenwald: tra i deportati a Dachau, sempre nel land della Baviera, c’era anche Kurt Landauer, ma, grazie al suo passato di soldato durante il primo conflitto mondiale, fu rilasciato dopo 33 giorni di prigionia. Mentre tutti i suoi fratelli, tranne uno, furono assassinati dai nazisti, lui riuscì a emigrare in Svizzera.

Seppur in esilio, Landauer non fu dimenticato: al paese svizzero è legato, forse uno dei momenti più romantici della storia del club bavarese. Il Bayern Monaco era a Ginevra per un’amichevole e, durante la gara, i calciatori notarono seduto in tribuna il loro ex-presidente. Non curandosi delle possibili sanzioni e dei rischi di quel gesto provocatorio, sotto gli occhi vigili dei generali della Gestapo, i ragazzi si avvicinarono a bordo campo per salutare e applaudire Landauer.
Si dice che nel 1947, una volta terminata la guerra, come molti altri perseguitati, Kurt avesse già in tasca il biglietto per rifarsi una vita a New York, ma passato da Monaco, preso dai ripensamenti e dall’affetto verso la città,  decise di fermarsi e  di trascorrere gli anni successivi. Uno dei pochi ebrei che decise di tornare in Germania, Landauer ottenne, per la terza volta, il mandato di presidente del club bavarese che ha onorato fino al 1951, prima di morire 10 anni più tardi, il 21 dicembre 1961 nell’ospedale Schwabing.

Il saluto dei giocatori al loro ex-presidente. Scena tratta dal film "Landauer – Der Präsident"
La storia di Kurt Landauer è stata per molti decenni dimenticata, ma sono stati soprattutto i tifosi (che all’Allianz Arena hanno più volte dedicato una coreografia) a riportare in vita la memoria di un brillante personaggio della storia del club: nel 2005, sulla spinta del Club Nr. 12, associazione di supporter bavaresi, il consiglio comunale ha approvato la proposta di intitolare la strada, vicino all’Allianz-Arena, “Kurt-Landauer-Weg”. Alcuni sostenitori pensarono anche di rinominare lo stadio “Stadion am Kurt-Landauer-Weg”, ma non ebbe grande riscontro.
Dal 2006, però, promossa dal gruppo ultras Schickeria, si disputa ogni anno la Kurt-Landauer-Pokal, una manifestazione sportiva contro il razzismo. Nel 2009, invece, in occasione dei 125 anni dalla nascita di Landauer, si svolse una commemorazione vicino la Baracca 8 di quello che rimane del campo di concentramento di Dachau. Alla cerimonia erano presenti anche i rappresentanti del TVS Maccabi München, squadra locale ebrea che, nel 2005, ha intitolato il suo campo di gioco a Kurt Landauer. Nel luglio 2014, in Germania è, invece, uscita una fiction televisiva dal titolo “Landauer – Der Präsident”.
Coreografia dei sostenitori bavaresi all'Allianz Arena

Dalla Svizzera a Pyeongchang, in Corea del Sud, con la bici: succede anche questo per amore del figlio e delle sue passioni.

Non è la trama di un film ma quello che è realmente successo ad una coppia di genitori svizzeri che hanno percorso ben 17.000 km per raggiungere il figlio alle Olimpiadi Invernali e tifare per lui.

Complice un grande sogno, quello di girare il mondo sulle due ruote, hanno deciso di sfruttare l’occasione delle gare olimpiche per realizzare questa impresa che li ha resi celebri in tutto il mondo.

Si tratta di Guido Huwier e Rita Ruttimann, genitori orgogliosi di Mischa Gasser che sabato parteciperà alla gara aerial freestyle a Pyeongchang.

L’idea è venuta al padre del ragazzo che ha coinvolto la sua compagna in questo folle viaggio verso la Corea del Sud. Per poter assistere dal vivo alle performances del figlio sono partiti nel mese di marzo dell’anno scorso e, dopo qualche difficoltà incontrata nel tragitto, eccoli finalmente giunti a destinazione per riabbracciare il loro freestyler, che commenta così la loro esperienza:

Il loro viaggio non è normale, ma loro sono così. Ero più sicuro che ce l’avrebbero fatta più di quanto sono sicuro per le Olimpiadi

Ben 17.000 km percorsi e 20 paesi superati non sono certo numeri di poca importanza: il viaggio dei coniugi partiti da Olten in Svizzera ha dell’incredibile.

Nessuna difficoltà però li ha spaventati o fatti tornare sui loro passi. Determinati più che mai a giungere in tempo dal figlio hanno affrontato problemi di confine e freddo ma senza mai perdere di vista l’obiettivo:

Dal Kazakistan non siamo riusciti ad entrare in Cina, quindi abbiamo preso un aereo per andare nel sudest asiatico. Poi abbiamo preso un altro aereo verso Seul. Qui sono saliti in bicicletta verso la città di PyeongChang, nel sud-est del Paese e sede dei Giochi olimpici, un luogo noto per i venti forti e le basse temperature

E soprattutto la differenza di temperature ha pesato sulla coppia nel loro percorso:

Qui fa veramente freddo. Eravamo nel sud-est asiatico dove c’erano 30 gradi, ma qui ce ne sono -10 e -15, è davvero difficile

E alla domanda “qual è stato il momento più difficile” non esitano nemmeno un momento e rispondono all’unisono: l’autostrada del Palmir, in Asia Centrale:

L’autostrada ci ha portato a circa 4.750 metri sopra il livello del mare. L’aria sottile e la mancanza di buon cibo hanno reso estenuante la situazione

Hanno dormito ovunque, anche in tenda, ma ora che sono arrivati non possono fare a meno di esprimere la loro gioia in attesa di assistere alle prove del figlio:

Sono felice di aver visto mio figlio e ce l’abbiamo fatta. E’ stato fantastico

Il loro viaggio può quindi considerarsi concluso? Niente affatto! Dopo Pyeongchang si sposteranno in Giappone per continuare a vivere il loro sogno in bicicletta, perché solo così potranno “sperimentare quanto il mondo sia fatto da montagne e vallate“.

Negli Europei di curling, in corso di svolgimento fino al 25 novembre a San Gallo, in Svizzera la squadra maschile fa fatica a guadagnarsi il pass per accedere ai Mondiali di Las Vegas 2018. Le ultime sfide non sono state condotte in modo brillante e adesso gli azzurri dovranno dare il massimo per superare gli spareggi, unico ostacolo per la qualificazione.

Joel Retornaz (skip, Sporting Club Pinerolo), Amos Mosaner (third, Aeronautica Militare), Andrea Pilzer (second, Curling Cembra), Daniele Ferrazza (lead, Curling Cembra) e Simone Gonin (alternate, Sporting Club Pinerolo) sono i giovani rappresentanti del curling italiano maschile che si classificano all’ottavo posto, l’unico che deve giocarsi la sua partecipazione al mondiale con lo spareggio. Bastava solo un punto in più e avrebbero ottenuto l’accesso diretto, ma la squadra non è riuscita nella sfida contro l’Olanda.

Il match inizialmente non ha portato al vantaggio netto di una delle due squadre, ma proprio alla fine arriva il grande sorpasso degli olandesi che chiudono in vincita per un solo punto. Grande amarezza per gli azzurri, che però non perdono la concentrazione in vista della prossima sfida contro la Slovacchia, in un match non determinante ma positivo per tenersi in allenamento, e soprattutto nella partita decisiva dello spareggio.

Non si sa ancora il nome della sua sfidante, che sarà la prima classificata del gruppo B e in uno scontro al meglio delle tre partite si deciderà le sorti della formazione azzurra nel prossimo mondiale. La partita sarà disputata sabato 25 novembre.

La classifica del curling nella categoria maschile vede al momento Svizzera e Svezia in semifinale e Germania, Norvegia e Scozia in lotta per gli ultimi due posti. Nulla di fatto per Austria e Slovacchia, già retrocesse.

Ricardo Rodriguez, nato a Zurigo nel 1992 da padre spagnolo e madre cilena, quando ha scelto di rappresentare la nazione in cui è nato, ovvero la Svizzera, mai avrebbe immaginato che un giorno sarebbe diventato eroe nazionale. Senza troppa enfasi, se i rossocrociati possono staccare il pass per andare in Russia a disputare il Mondiale (il quarto consecutivo), il grande merito è del terzino milanista. Decisivo dal dischetto nel match d’andata contro l’Irlanda del Nord (e vinto 1-0), fondamentale nella sfida di ritorno a Basilea con un salvataggio sulla linea al 91′ su incornata di Evans e sul risultato di 0-0, che ha evitato alla Svizzera di andare ai supplementari.

 

L’Irlanda del Nord può solo mangiarsi le mani per aver metto sotto pressione gli elvetici solo nella gara di ritorno. Inconcludente a Belfast, i ragazzi di O’Neill sembrano le belle copie di quelli visti solo qualche giorno fa. Sponda Svizzera, Seferovic continua a divorarsi gol sul gol:  l’ex fiorentino in due occasioni non trova lo specchio della porta e Mc Govern è attento sui tentativi di Shaqiri e Zuber. Il St. Jakob-Park, complice la pioggia, diventa un pantano e la Green and White Army fiuta il clima giusto e moltiplica i propri sforzi. Dopo un diagonale di poco a lato di Rodriguez, sono proprio gli ospiti a prendere in mano l’incontro. Washington colpisce di testa il centro di Ward, mettendo di poco sopra la traversa e Saville indirizza un tiro fin troppo telefonato a Sommer.

Seferovic continua a sprecare a viene rimpiazzato da Embolo che, in soli otto minuti, si dimostra il giocatore elvetico più pericoloso dell’intera partita. Poi, nel primo minuto di recupero, l’immagine di copertina di questa qualificazione svizzera con Rodriguez che, capendo l’uscita a vuoto pericolosa di Sommer, fa due passi indietro e si erge a salvatore della patria spazzando il pallone sulla linea.

Petkovic ce l’ha fatta: dopo Germania, Sudafrica e Brasile, la Svizzera piazza il poker di qualificazioni mondiali. Termina la favola dell’Irlanda del Nord che può solo rimpiangere l’approccio troppo remissivo davanti al proprio pubblico.

La vittoria di rigore potrebbe ingannare quello che il campo ha, invece, detto. Il racconto dell’andata dei play-off tra Irlanda del Nord e Svizzera non si esaurisce, infatti, sul penalty trasformato dal milanista Ricardo Rodriguez al 58′.  Gli ospiti si attendevano un inferno nello stadio Windsor Park di Belfast, ma il divario tra gli elvetici e l’Irlanda del Nord è stato sotto gli occhi di tutti.
Di fatto, considerando le tante occasioni sciupate dalla Svizzera, verrebbe da dire che l’unica sorpresa è che il match sia finito con una sola rete di scarto, tra l’altro, con più di un dubbio se il rigore fosse netto o no. L’arbitro romeno Hategan ha infatti punito l’intervento di Corry Evans che, però, sul tiro al volo di Shaqiri si è girato toccando il pallone forse con la spalla o con il braccio comunque attaccato al resto del corpo.
La Svizzera ha, così, legittimato le diverse occasioni da rete costruite fino a quel momento: nel primo tempo sono Dzemaili e Xhaka a essere i più pericolosi fuori area, mentre Seferovic sfiora un gran gol di testa, ma McGovern è abile a bloccare in due tempi.
Il Windsor Park, gremito e caloroso, ha provato a scuotere i ragazzi di O’Neill, ma non è servito a nulla. In avvio di ripresa, Shaqiri prova il golazo con un tiro a giro che finisce di un nulla sopra la traversa. Poi la rete svizzera con la freddezza di Rodriguez e la Green Army che prova ad affacciarsi dalle parti di Sommer. Ci provano Magennis e Brunt, ma la loro mira è da rivedere.
Finisce, dunque, 1-0 per la Svizzera: l’undici di O’Neill, domenica alle 18 a Basilea, è chiamato a un’autentica impresa. Non sarà facile.

Da un lato i “favori” dei pronostici, dall’altro il feroce desiderio di partecipare a un Mondiale dopo più di 30 anni. Oggi, ore 20.45 (diretta su SkyCalcio 2), è in scena l’andata dello spareggio tra Svizzera e Irlanda del Nord. Gli elvetici, anche in virtù del girone di qualifcazione, sembrano partire un gradino sopra, ma i nord-irlandesi, soprattutto nel primo match giocato nella bolgia del Windsor Park di Belfast, proveranno a riscrivere la storia.

Due tridenti contro: Davis-Lafferty-Magennis contro Shaqiri, Zuber e Seferovic. Ma è a centrocampo che gli svizzeri possono fare la differenza, con Dzemaili, Xhaka e l’atalantino Freuler. Da capire, inoltre, “l’affaire Behrami”: il centrocampista, nonostante la lesione del bicipite femorale della coscia sinistra subita a inizio mese nella partita di Serie A contro l’Atalanta, è nella lista dei convocati di Pektovic, ma l’Udinese – titoalre del cartellino – lo vorrebbe in squadra, appellandosi a un ritardo: la convocazione, infatti, è stata formalizzata il 27 ottobre, con ben cinque giorni di ritardo rispetto ai tempi.

IL CAMMINO NEI GRUPPI DI QUALIFICAZIONE

Ma la situazione di Valon Behrami non disturba la concentrazione della Svizzera che, come detto, ha sfiorato la qualificazione diretta. Nel Gruppo B, infatti, i rossocrociati hanno chiuso alle spalle del Portogallo dopo aver disputato un percorso a braccetto, deciso proprio all’ultimo turno. Entrambe a 27 punti, con nove vittorie e una sola sconfitta, per la Svizzera bastava un pareggio in terra lusitana per avere il primo posto, ma il 2-0 di ottobre a favore del Portogallo, ha premiato questi ultimi con il pass diretto in Russia grazie alla differenza reti (la Svizzera aveva vinto con lo stesso risultato la sfida d’andata).

Più complicato, ma altrettanto emozionante il percorso dell’Irlanda del Nord nel Gruppo C. Le insidie, qui, erano tante: oltre alla Germania, di un altro pianeta, questo gruppo aveva tante pretendenti per il secondo posto, come Norvegia e Repubblica Ceca. Alla fine, l’hanno spuntata i ragazzi di O’Neill, nonostante le ultime due sconfitte: 30 punti per la Germania, 19 per l’Irlanda del Nord e 15 per la Repubblica Ceca.

Probabili formazioni

I padroni di casa, fra le mura amiche, hanno dimostrato negli ultimi quattro anni di saper vendere cara la pelle, dato che hanno perso soltanto in una circostanza e oltre tutto contro i campioni in carica della Germania. L’Irlanda del Nord, dopo aver centrato l’accesso alla fase finale degli Europei 2016, ha la grande opportunità di disputare una rassegna iridata a 32 anni di distanza dall’ultima partecipazione, in Messico nel 1986. Davanti ai propri tifosi, il tecnico O’Neill dovrebbe schierare nel reparto arretrato McGovern, McLaughlin, McAuley, Jonny Evans e Brunt, con Norwood, Corry Evans e Dallas a supporto di Davis, Lafferty e Magennis.

Il commissario svizzero Pektovic, invece, dovrebbe puntare su Sommer tra i pali, mentre la linea difensiva dovrebbe essere composta da Lichtsteiner, Schär, Rodriguez e uno fra Akanji ed Elvedi, con quest’ultimo favorito. A metà campo Freuler, Xhaka e Dzemaili giostreranno alle spalle del tridente formato da Shaqiri, Seferovic e Zuber.

 

Ci siamo: l’ultimo atto dell’operazione Russia 2018 è ufficialmente scattato martedì 7 novembre alle 16.40, quando la Nazionale svizzera ha lasciato Basilea alla volta di Belfast dove giovedì disputerà la sfida d’andata dello spareggio contro l’Irlanda del Nord, al Windsor Park. La selezione di Valdimir Petkovic parte con i favori del pronostico, ma le trappole predisposte dal tecnico irlandese Michael O’Neill non saranno poche.

Subito dopo il sorteggio, infatti, il selezionatore si era detto soddisfatto dello spareggio, sottolineando l’importanza del match d’andata: l’Iranda del Nord, spinta dal proprio pubblico, ha perso solo una volta negli ultimi quattro anni.

Non subire gol, sarà quindi fondamentale come confermato dallo stesso O’Neill:

«Sarà una sfida difficile. La Svizzera si è comportata molto bene nella fase di qualificazione, ma noi abbiamo una grande occasione per andare in Russia. Non voglio mancare di rispetto ma penso che gli elvetici, Portogallo a parte, avevano il girone di qualificazione più debole. Sappiamo di dover dare il massimo, ma pensiamo di essere abbastanza forti per potercela fare. Un fattore decisivo sarà senza dubbio non concedere reti nella partita di andata in quel di Belfast»

Non si sbottona, invece, l’allenatore della Svizzera, Vladimir Petkovic che piazza al centro l’ago della bilancia sottolineando la loro bravura difensiva: Ecco le sue parole:

«Le chance di qualificazione ai Mondiali sono 50 e 50. L’Irlanda del Nord è un avversario forte, durante le dieci partite delle qualificazioni, in sette occasioni sono riusciti a non subire reti. Per noi sarà senz’altro positivo giocare il ritorno in casa»

Ecco il pensiero di alcuni calciatori rossocrociati:

Granit Xhaka: «È un ottimo sorteggio. Un buon avversario con tifosi molto appassionati. Cosa si può avere di più? Per noi è comunque un avversario battibile»;

Fabian Schär: «Ci attende una sfida tutt’altro che facile, soprattutto nella gara di andata. A Belfast giocheremo in un catino bollente, per noi sarà decisamente dura. Tuttavia non vedo l’ora di giocare»;

Admir Mehmedi: «Si tratta di un avversario ostico, soprattutto quando lo affronti a casa sua. Ma se si vogliono i Mondiali contro l’Irlanda del Nord bisogna vincere, punto».

Il match di andata si giocherà giovedì 9 novembre alle 20.45. Qui potete leggere la lista dei convocati con le ultime sugli infortunati.

E’ il forte dubbio di questa vigilia importantissima per la storia della Svizzera: Valon Behrami, centrocampista dell’Udinese, figura nella lista dei 24 convocati da Vladimir Petkovic per il fondamentale spareggio contro l’Irlanda del Nord che si disputerà tra il 9 ed il 12 novembre.
Nonostante la lesione del bicipite femorale della coscia sinistra subita a inizio mese nella partita di Serie A contro l’Atalanta, lo svizzero ha deciso di voler esserci a tutti i costi. Quasi sicuro il suo forfait nella sfida d’andata, il ticinese proverà a esserci per lo scontro di ritorno.

Oltre a Behrami, l’ex allenatore della Lazio ha convocato altri tre rossocrociati che militano nel campionato italiano: lo juventino Lichtsteiner, il milanista Rodriguez e l’atalantino Freuler. In rosa anche Dzemaili, da questa stagione in Canada. Questa la lista completa dei 24:

Portieri: Burki, Hitz, Sommer;
Difensori: Akanji, Elvedi, Lacroix, Lang, Lichtsteine, Rodriguez, Schär;
Centrocampisti attaccanti: Behram, Dzemaili, Embolo, Fernandes Edimilson, Fernandes Gelson, Frei, Freuler, Gavranovic, Mehmed, Seferovic, Shaqir, Xhaka, Zakaria, Zuber.

Sul versante nordirlandese, i dubbi della vigilia ruotano attorno ad Aaron Hughes. Il 37enne centrale degli Hearts è stato comunque convocato da Micheal O’Neill, il quale ha allargato a 27 il numero dei giocatori scelti per il plat-off. L’ex difensore del Newcastle ha saltato le sfide contro Germania e Norvegia e non ha partecipato nemmeno all’ultimo turno del campionato scozzese. Ecco qui di seguito la lista completa dei convocati:

Portieri: Carroll, McGovern, Mannus;
Difensori: Hughes, McAuley, J. Evans, Brunt, McLaughlin, Hodson,  McNair, D. Lafferty, McArdle, Flanagan;
Centrocampisti: Davis, McGinn, Norwood, C. Evans, Ferguson, Dallas, Paton, Lund, Saville, Jones;
Attaccanti: K. Lafferty, Magennis, Ward, Washington.

Ricordiamo che l’andata si giocherà il 9 novembre al Windsor Park di Belfast mentre il ritorno è previsto per il 12 novembre a Basilea. Due sfide dall’esito incerto, ma accomunate da un fattore comune: entrambi gli incontri si giocheranno con il tutto esaurito.