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Sochi 2014

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Le Olimpiadi Invernali di Pyeongchang, cominciate da qualche giorno, oltre a regalare delle grandi performances sono anche teatro di storie commoventi e piene di significato, dove la vittoria non è data solo dalla medaglia ma anche dalla grinta e dalla forza di volontà con cui si centra un obiettivo.

Tutto è possibile!

Così su Twitter viene raccontata l’incredibile storia di Mark McNorris, atleta di snowboard che a Pyeongchang ha appena vinto la medaglia di bronzo nello slopestyle.

Ma cosa rende la sua presenza sul podio così diversa dalle altre? La cosa sorprendente è che appena un anno fa il giovanissimo campione olimpico era su un letto di ospedale a combattere per la vita dopo un gravissimo incidente.

Durante un allenamento a Whistler, nel marzo del 2017, una fitta nebbia fece perdere il controllo a McNorris che si schiantò rovinosamente contro un albero. Le sue condizioni apparvero subito gravi: frattura della mascella, la rottura del braccio sinistro, della milza, varie fratture al costato, il collassamento del polmone sinistro e la frattura del bacino.

Ma non fu la fine della sua carriera: Mark McNorris è riuscito a rialzarsi e dare un nuovo inizio a quello che non è per lui solo uno sport ma una grande passione.

Il mio primo pensiero è stato che non avrei mai più potuto usare lo snowboard. Adoro questo sport più di ogni altra cosa

Una riabilitazione incredibile e un duro allenamento lo hanno rimesso in piedi contro ogni aspettativa e gli hanno permesso di essere oggi a Pyeongchang a festeggiare il suo bronzo olimpico.

Ma lo snowboarder canadese non è solito arrendersi, lo aveva già dimostrato in più di un’occasione. Prima della sua partecipazione a Sochi 2014 ha dovuto fare i conti con la rottura di una costola. Mancavano appena dieci giorni all’inizio dell’evento ma McNorris, nonostante il dolore e le evidenti difficoltà, ancora una volta ha dimostrato che tutto è possibile. Non solo è salito sullo snowboard ma ha anche vinto la medaglia di bronzo.

Due anni dopo fu la volta del femore e, anche se in quel caso la riabilitazione fu più lunga, niente gli impedì di tornare in pista la stagione successiva per dimostrare di essere il campione di sempre.

Che dire? Risorgere dalla ceneri è davvero il suo forte e per il suo paese e anche per tutti gli altri è una sorta di modello da seguire per non mollare mai. Possiamo chiamarlo Unbroken o supereroe, ma in fin dei conti è un uomo anche lui che, nonostante le difficoltà, non si piega agli eventi ma li combatte per inseguire un obiettivo.

Proseguono le corse per la medaglia a Pyeongchang 2018 e l’Italia aveva molte aspettative per Carolina Kostner e la squadra azzurra nel Team Event. Purtroppo, però, il quarto posto regala il bis del risultato di Sochi 2014 e un po’ di amarezza per essere arrivati nuovamente così vicini al podio ma senza raggiungerlo.

Nessuna medaglia azzurra, dunque, in questa gara che assegna l’oro al Canada, l’argento all’OAR (atleti olimpici della Russia) e il bronzo agli Stati Uniti. Subito dopo si qualifica l’Italia, ad appena 6 punti di distanza.

Ma la determinazione degli azzurri è stata evidente e anche le loro esibizioni hanno raggiunto dei risultati notevoli. Anna Cappellini e Luca Lanotte (Fiamme Azzurre) si sono classificati al quarto posto ma hanno incantato il pubblico.

Valentina Marchei ed Ondrej Hotarek (Aeronautica Militare/Fiamme Azzurre), hanno registrato il nuovo record italiano con 138.44 nel secondo segmento di gara.

Matteo Rizzo (Fiamme Azzurre) è la grande rivelazione di questa competizione: pulizia e qualità di movimento hanno dato una marcia in più alle sue esibizioni, portandolo a superare anche il punteggio del giapponese Tanaka.

E poi c’è lei, la stella del pattinaggio artistico italiano, Carolina Kostner, che desiderava davvero portare la sua squadra sul podio ma non è riuscita a centrare l’obiettivo.

Leggiadra e incantevole come sempre, ha però pagato a caro prezzo alcune imprecisioni che l’hanno poi condotta fino al quarto posto con 134 punti.

Sul podio al suo posto sono salite la russa Zagitova (158.08), la statunitense Nagasu (137.53) e la canadese Daleman (137.14).

 

Colpa della giovane età delle avversarie? La Kostner la pensa diversamente perché ha già avuto modo di ribadire che questo fattore non la spaventa affatto:

Baby avversarie? Quel che nessuno sa è che sono ancora una bambina anch’io 

I problemi sono stati altri e i commenti della pattinatrice esprimono una grande umiltà ed una grande fiducia nella sua squadra: 

Non sono Wonder Woman, sono umana e posso sbagliare. Ho scontato due mini errori che non dipendono dal non essere in forma. Ma ho sentito energia positiva, pattinare per la squadra è sempre una bella emozione. Una volta ero sola, oggi c’è un bel movimento

Ma Carolina va oltre ed esprime anche una sua versione dei fatti circa la quarta posizione della squadra azzurra nel Team Event, che va al di là della preparazione e delle abilità dei suoi esponenti:

Cosa manca per competere alla pari con le migliori nazioni al mondo? Un migliaio di piste in più nel nostro Paese. Siamo una mini, mini nazione rispetto alle altre quattro. Vi invito ad essere orgogliosi di quanto fatto. Io per prima lo sono

Parole per fare polemica o per esaltare i risultati azzurri nonostante tutto? In realtà poco importa a questo punto delle Olimpiadi, ma possono dare lo spunto per migliorare e ampliare le piste di pattinaggio e permettere agli atleti di esprimere il massimo nel pattinaggio artistico italiano anche a livello internazionale.

Tra i partecipanti alle Olimpiadi di Pyeongchang 2018 c’è anche un atleta di nome German Madrazo, la cui storia ha appassionato media e curiosi perchè mostra come la forza di volontà possa cambiare un’intera vita. L’atleta messicano ha dato una svolta alla sua esistenza entrando quasi in sordina nell’evento in scena da oggi in Corea del Sud.

Chi è German Madrazo? Fino ad un anno fa la risposta sarebbe stata vaga, perché il suo nome non era affatto conosciuto. Ciò che si sa di lui e del suo passato racconta di una vita normale, fatta di trasferimenti repentini per sfuggire alla malavita di quartiere e di una famiglia con la quale decide di aprire un negozio di articoli sportivi per andare avanti.

Oggi, invece, è un atleta di Pyeongchang: gareggerà nello sci di fondo e sarà anche portabandiera del suo paese, il Messico.

Una svolta radicale avvenuta quasi per caso, partendo da una grande passione per lo sport, soprattutto nuoto e triathlon, e da un nome: Roberto Carcelen, il peruviano che è riuscito a partecipare a 15 km di sci di fondo ai Giochi di Vancouver 2010 e Sochi 2014.

Un giorno, un amico mi ha inviato un comunicato stampa con un articolo su Roberto Carcelén, che era nei Giochi del 2010 e 2014. L’ho cercato su Facebook e mi ha dato le informazioni del suo allenatore, che mi ha aiutato a iniziare. Ho chiesto al coach quanto mi sarebbe costato insegnarmi a sciare e allenarmi. Mi disse che non aveva tempo e che doveva viaggiare dal Michigan allo Utah, che è quasi 3.000 km. Suggerì che se avessi guidato e pagato le spese, sarebbe stato felice di insegnarmelo. Così ho viaggiato nel Michigan. E quando stavamo guidando attraverso gli Stati Uniti, ci siamo fermati nei villaggi per imparare a sciare. Ed è così che è iniziato il sogno

E da quel momento è iniziata la sua avventura verso le Olimpiadi, in cui hanno avuto un ruolo fondamentale due compagni che condividevano lo stesso obiettivo. Si tratta del cileno Yonathan Fernandez, il primo fondista del suo Paese ai Giochi invernali e Pita Taufatofua, polinesiano di Tonga che è passato dal taekwondo allo sci di fondo.

All’inizio di dicembre 2017 abbiamo capito che per farcela in uno sport individuale devi avere una squadra. Ci siamo allenati insieme, abbiamo viaggiato insieme, abbiamo cucinato uno per l’altro. È stata un’esperienza emozionante

Sono state le parole di Pita che hanno aiutato Madrazo a non arrendersi nonostante le difficoltà anche economiche affrontate fino ad oggi. Era lui che gli diceva:

Combatti ancora un giorno fratello, fino alla fine

Uno slogan che è diventato il punto fermo della sua vita per la realizzazione di un sogno che oggi è diventato realtà. Forse non sarà in grado di portare a casa una medaglia, ma avrà vinto comunque.

Nel giro di un anno ha cambiato la sua vita, concretizzato un sogno quasi impossibile e oggi avrà anche l’onore di rappresentare il suo paese come portabandiera. Cosa chiedere di più? Nulla, se non che il suo percorso sia un modello per chi non crede nelle proprie possibilità:

Questa storia può aiutare molte persone a raggiungere cose impossibili. Le battaglie possono essere vinte solo se non ti arrendi

Madrazo si aggiunge alla lista di atleti che sono partiti dal nulla e hanno fatto di tutto per essere presenti a Pyeongchang e che, comunque vada, sono già parte integrante della storia olimpica.

È noto che il paese ospitante delle prossime Olimpiadi Invernali di Pyeongchang 2018 partecipa con 15 sport su 15, ma quello che forse non tutti sanno è che fra di essi è lo short track quello su cui la Corea del Sud punta di più.

La storia del paese sudcoreano racconta di 53 medaglie vinte ai Giochi Olimpici: 26 d’oro, 17 d’argento e 10 di bronzo. E di queste ben 42 arrivano proprio dallo short track.

Ecco perché viene da chiedersi: come mai lo short track è così importante per la Corea del Sud?

Questa disciplina invernale viene praticata dagli abitanti del luogo sin da quando sono bambini. Pare che anche per andare a scuola alcuni usano proprio i pattini!

Ma, nonostante lo short track sia quasi un culto da queste parti, non tutti hanno l’onore di entrare nella cerchia di quei pochi eletti che possono continuare gli allenamenti. La rigida istruzione e i severissimi esercizi di allenamento sono un’ottima palestra per diventare dei big nel settore, ma operano una sorta di selezione naturale.

Non tutti riescono a farcela, ma chi va avanti è destinato a fare grandi cose, come le stelle dello short track sudcoreano che si sono distinte nelle storia olimpica.

Il più conosciuto e più osannato per essere stato capace di vincere più medaglie alle Olimpiadi è Chun Lee-Kyung, con quattro ori e un bronzo tra Albertville 1992 e Nagano 1998.

Jin Sun-Yu, oltre ad avare vinto 14 medaglie ai campionati mondiali, si è anche aggiudicata 3 ori alle Olimpiadi di Torino del 2006, nei 1000 metri, nei 1500 metri e nei 3000 metri a squadre.

Anche Kim Ki-Hoon ha conquistato ben 3 ori olimpici, ma in anni diversi: ad Albertville nel 1992 (1000 metri e 5000 metri) e a Lillehammer nel 1994 (1000 metri).

E che dire di Ahn Hyun-Soo? L’atleta di origini coreane che oggi si fa chiamare Viktor Ahn dopo aver preso la cittadinanza russa, ha vinto tre ori e un bronzo tra Salt Lake City 2002 e Torino 2006. Da cittadino russo, poi, si è qualificato a Sochi 2014 e ha vinto anche altri due ori e un altro bronzo.

Proprio la sua presenza a Pyeongchang era attesissima, ma per decisione del CIO, in seguito all’indagine antidoping che ha coinvolto gli atleti russi, non potrà essere presente. Viktor Ahn fa parte di quei 32 russi che hanno presentato richiesta per essere riammessi alle Olimpiadi all’ultimo minuto, dopo essere stati scagionati dalle accuse.

Tutto il paese adesso, sulle orme dei grandi big di short track che li hanno preceduti, è pronto a sostenere i rappresentanti della delegazione sudcoreana di questa competizione olimpica imminente.

E si contano già moltissimi biglietti venduti solo per lo short track. L’appuntamento è sabato 10 febbraio quando prenderanno il via le gare di questa disciplina sul ghiaccio che in Corea del Sud, più che come sport, è osannato e seguito come un culto.