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Shaqiri

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Con il Bayern Monaco ha trascorso due stagioni e mezzo in cui ha avuto modo di alzare due Meisterschale, due Coppe di Germania, una Champions League e un Mondiale per club e, pertanto, Xherdan Shaqiri conserva un bellissimo ricordo del tempo trascorso in Baviera.

Questa sera nell’ottavo di finale di Champions League tra Liverpool – Bayern, lo svizzero di origine balcanica all’Anfield affronta per la prima volta i tedeschi da ex di lusso. Nonostante l’addio nel gennaio del 2015 per scarsità di utilizzo, a causa della presenza di Robben e Ribery, l’esterno offensivo è rimasto legato alla squadra, ai tifosi e alla città.

Durante la conferenza stampa della vigilia ha ribadito questo pensiero palesando anche un po’ di nostalgia e lasciando aperte soluzioni per un suo futuro ritorno.

Tornare al Bayern? Perché no! Porto sempre il Bayern nel mio cuore, sarebbe interessante ed emozionante.

Parole al miele per la squadra che gli ha permesso di fare il salto di qualità dopo le bellissime e vincenti annate al Basilea, in Svizzera. In bacheca ha avuto modo di aggiungere tanti trofei, soprattutto nella stagione 2012/13. In quell’annata i tedeschi sono stati gli assoluti protagonisti in Germania, in Europa e nel Mondo.

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Shaqiri che abbraccia l’allenatore tedesco Heynckes nella storica annata 2012/13

Dopo l’esperienza in Baviera, c’è stata la parentesi poco felice all’Inter e poi le buonissime stagioni in Premier League con lo Stoke City. Lo scorso luglio è arrivata la chiamata da Jurgen Klopp, ex allenatore avversario del Dortmund ai tempi del Bayern. Piano piano è riuscito a ritagliarsi il suo spazio nella formazione dei Reds e questa sera potrebbe essere un’arma in più da poter sfruttare nei novanta minuti in casa.
Perché per stasera e per la gara di ritorno, Shaqiri ne avrà solo per il Liverpool.

In seguito alla partita tra Serbia e Svizzera, non è soltanto il risultato a creare agitazione e confusione tra le due squadre, ma soprattutto quel gesto di esultanza che due calciatori svizzeri hanno sfoggiato in maniera eclatante dopo i due rispettivi gol.

Si tratta di Xhaka e Shaqiri, entrambi originari del Kosovo, che dopo le loro reti hanno mimato le aquile, simbolo della bandiera albanese.

Ed è proprio quel particolare modo di festeggiare che non è piaciuto affatto ai serbi e che ora è al centro di accese polemiche che coinvolgono anche la Fifa, chiamata in causa per valutare se sanzionare o meno i giocatori.

Ma per capire bene le motivazioni che hanno spinto i due giocatori ad entrare nell’occhio del ciclone bisogna guardare indietro alle loro storie personali, che sono inevitabilmente influenzate dalla repressione serba subita durante la guerra jugoslava.

Xhaka, il cui padre rimase in carcere per ben tre anni per aver partecipato a dimostrazioni contro il governo jugoslavo, conserva nel cuore le sue radici kosoviane nonostante poi sia nato effettivamente in Svizzera.

Shaqiri, invece, è nato proprio in Kosovo, ma durante il conflitto fu costretto a emigrare con la sua famiglia nel territorio svizzero.

Entrambi sentono ancora forte l’attaccamento con la patria e, in occasione del match contro la Serbia, questo sentimento si è fatto ancora più vivo e ha portato a quell’esplosione di gioia con tanto di riferimenti politici in campo.

Politica e sport si intrecciano in modo clamoroso, dando luogo a polemiche e accuse che di certo avranno delle ripercussioni sui due giocatori.

Il motivo a livello politico è evidente: il Kosovo è un paese ormai indipendente dal 2008, ma né la Serbia né la Russia lo riconoscono come tale. I nazionalisti albanesi mimano con l’uso delle mani l’aquila bicipite, simbolo della propria nazione, ed è proprio questo gesto che Xhaka e Shaqiri devono spiegare adesso alla Fifa e alla Serbia, che li contesta aspramente per la provocazione.

Da una parte, si schiera a difesa dei due giocatori il loro capitano Stefan Lichtsteiner che afferma:

Xhaka e Shaqiri hanno fatto bene. I serbi ci stavano provocando da giorni e poi credo che le botte si danno e si prendono, e loro non sono angeli. Per me va bene. C’è stata una guerra durissima per molti genitori dei nostri giocatori. C’erano pressioni e provocazioni, quindi per me va tutto bene

Dall’altra, però, arrivano le risposte di chi non ha apprezzato il gesto, come il ct Petković  che dice:

È chiaro che nel momento del gol un calciatore senta emozioni particolari. Però credo che tutti noi dobbiamo lasciare fuori la politica dal calcio

E le parole di Mitrović , attaccante della nazionale serba, che chiede a gran voce:

Se sono tanto patrioti perché non giocano per i loro paesi invece che per la Svizzera?

Insomma, era chiaro che la partita tra Serbia e Svizzera avrebbe scatenato non poche rivalità e non solo in campo, ma adesso tocca alla Fifa stabilire se il comportamento dei due giocatori sia da considerare sanzionabile ai fini di una sportività che non deve in alcun modo avere riferimenti politici.

E i due calciatori come giustificano il loro gesto? Nessuno dei due sembra volere esprimere apertamente la propria opinione e finora si sono limitati a dire che la loro esultanza è stata causata dall’emozione e dalla gioia.

Ma nel frattempo si continua a discutere sul loro comportamento e anche sulle scarpe indossate in campo da Shaqiri che, sfoggiando da una parte la bandiera svizzera e dall’altra quella del Kosovo, sembrano avere più significato di molte parole.