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Quattro mete, trentuno punti segnati e una straordinaria vittoria: l’Italia femminile riscrive un importante pezzo di storia a Padova, battendo la ben più quotata Francia e chiudendo al secondo posto il Sei Nazioni 2019. Al 70’ sul 26-12, profumo già intenso di vittoria ma col retrogusto amaro dell’agganciare in classifica le bleus rimanendo però terze, le azzurre hanno pensato che no, non potevano accontentarsi e hanno deciso di mettere la freccia per il sorpasso.

Dopo la meta segnata da Rigoni serviva la quarta, del bonus, del punto in più per toccare quota 17 e non restare a 16 come le francesi dotate però di una differenza punti enorme. Allora la capitana Manuela Furlan, come un capitan Giovanelli d’annata ai suoi affamati azzurri anni 90, ha pronunciato le stesse parole: «Ragazze, adesso ne facciamo un’altra». La triestina sorride con gli occhi e ripete «Le ho guardate e ho detto “vogliamo il bonus”».

Son bastati trenta secondi. In quel momento entrava in campo Sara Tounesi a sostituire la guerriera Valentina Ruzza, quando le è arrivata la palla dal calcio di invio, l’ha arpionata ed ha tirato dritto sfondando la difesa bleus al centro e, visto che nessuna la fermava, ha proseguito per trenta metri. Placcata alla fine, Tounesi è riuscita in un riciclo plastico dell’ovale verso la Furlan che davanti aveva solo campo libero da correre. L’estremo ha debordato al largo, per evitare ritorni di difensori e si è poi seduta in meta fra il ruggito dei tifosi consapevoli dell’impresa appena nata.

Passa un minuto e il centro Rigoni, dopo essersi informata dei secondi residui, s’è fatta passare l’ovale per spedirlo in tribuna e chiudere la battaglia. 31-12 finale, quattro mete e il secondo posto storico per qualsiasi formazione italiana nel 6 Nazioni. Dietro le marziane inglesi e davanti alle altre, dopo tre vittorie e un pareggio. Un solo bonus, quello decisivo. In 12 edizioni, dopo due cucchiai di legno all’esordio, l’Italia è sempre cresciuta arrivando all’ultimo gradino del podio nel 2015 con tre vittorie. Ora seconde in mezzo a due nazionali già qualificate per la Coppa del Mondo, stracciando le bleus ricordiamo campionesse in carica e alle quali, pur senza due seconde e un numero 8 titolari, sarebbe bastato un bonus difensivo per star sopra. Ma l’intensità del ritmo 6 Nazioni in sette settimane è così: si arriva all’ultimo con la benzina in riserva e la truppa malconcia. Vince chi ne ha di più e la fame azzurra era troppa. Il gruppo in un anno ha perso solo la sfida contro le inglesi che ora alzano la coppa chiudendo un slam imponente con l’80-0 sulla Scozia.

«Al di la di ogni considerazione tecnica – dice il ct aquilano Di Giandomenicoquesto 6 Nazioni è tutto delle ragazze». E queste azzurre sono partite di slancio, imponendo ritmo e pressione dal primo minuto con un’azione di 13 fasi stoppata dalle francesi sotto i pali. Al 20’ il primo acuto dell’ala Sofia Stefan, nato sugli sviluppi di un buco della Barattin sostenuto dalla Giacomoli che dopo una serie di ruck ha dilatato la difesa francese al largo. Tre azzurre contro una e Stefan che si tuffa evitando un placcaggio e segnando di schiena. La difesa azzurra è incredibile fra gli avanti e dietro (Muzzo in evidenza), le blues cercano di sfondare a centro ma non riescono mai a passare la metà campo. Servono i calci della Bourdon per lanciare le ali come la Boujard che accorcia al 38’. Nella ripresa arriva il giallo a Diallo che nel clou del match lascia la Francia in 14, ed arriva la meta della Bettoni vistata dal Tmo (apertura da touche per Ruzza a sfondare, dalla ruck l’ovale vincente) poi trasformata dalla Sillari. Poi il ritorno bleus all’ala con la meta di Jason. Ma il morale ospite va in pezzi, quando la Rigoni scappa solo di sprint fra l’apertura Bourdon e il centro Vernier. A quel punto la Furlan dice: ora ne facciamo un’altra.

C’è un rugby azzurro che vince, ed è quello della Nazionale femminile allenata da Andrea Di Giandomenico e trascinata da una superba Giada Franco. Anzi da una “Fantastic Franco” come ha titolato il sito ufficiale del Sei Nazioni femminile. Sì perché l’inarrestabile numero 7 azzurra ha trascinato le compagne a uno storico successo sull’Irlanda, un 29-27 che vale il temporaneo primo posto in classifica.

In cima, più in alto di tutte con due vittorie e un pari, l’Italia è imbattuta e poco importa se i prossimi due impegni contro Inghilterra e Francia appaiono sin da subito proibitivi, ma contro l’Irlanda, nello stadio di Parma, si è vista una squadra compatta e bella da vedere: Giada Franco ha segnato due mete ed è stata premiata come miglior giocatrice dell’incontro anche perché decisiva è stata la marcatura nel secondo tempo che ha permesso alle azzurre di prendere il largo e resistere al ritorno delle ospiti.

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Subito in vantaggio con una punizione di Sillari e poi una meta di Muzzo trasformata, l’Italia ha subìto la marcatura di Considine per poi allungare con Franco. Un intercetto dell’ala irlandese ha riportato sotto le Verdi che hanno poi ribaltato il risultato con Caplice e il piede di Fowley, ma Stefan ha permesso di chiudere in parità (22-22) il primo tempo. Nella ripresa una bella iniziativa di Muzzo è stata finalizzata ancora dalla terza linea: fondamentale la trasformazione di Sillari. Punto di bonus offensivo per le azzurre, però ancora meta di Miller per le avversarie: Fowley falliva la trasformazione, nel finale l’Italia gestiva il vantaggio e festeggiava il primo, storico successo sull’Irlanda.

Italia-Irlanda 29-27 (22-22)

Marcatori: p.t. 3′ c.p. Sillari (3-0); 7′ m. Muzzo tr. Sillari (10-0); 12′ m. Considine (10-5); 14′ m. Franco tr. Sillari (17-5); 18′ m. Considine tr.Fowley (17-12); 31′ c.p. Fowley (17-15); 36′ M. Caplice tr. Fowley (17-22); 39′ m. Stefan (22-22).  s.t. 50′ m. Franco tr. Sillari (29-22); 69′ m. Miller (29-27)

Italia: Furlan (cap.); Muzzo, Sillari, Rigoni, Stefan; Madia, Barattin; Giordano, Franco, Arrighetti (77′ Cammarano); Duca, Fedrighi (41′ Ruzza); Gai, Bettoni, Giacomoli (66′ Turani). A disposizione non entrate: Tounesi, Sberna, Sgorbini, Busato, Sarasso. All. Andrea Di Giandomenico

Irlanda: Delany; Considine, Naoupu, Claffey (38′ Sheehan), Miller; Fowley, Dane; Griffin (cap.), Molloy, Caplice (66′ Boles); Fryday, McDermott; Lyons (51′ Reidi), Hooban (51′ Nic A Bhaird), Feely (51′ Peat). A disposizione non entrate: McLaughlin, Hughes, Murphy. All. Adam Griggs.

Calciatrici: Sillari (Italia) 4/5; Fowley (Irlanda) 3/5

Player of the match: Giada Franco (Italia)

Punti conquistati in classifica: Italia 5; Irlanda 2

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Il lungo digiuno inizia ad avere gli aspetti di carestia. L’Italrugby, in questo Sei Nazioni continua sulla scia delle precedenti edizioni e, a vedere il bicchiere mezzo pieno, si può solo dire che nella sconfitta per 26-15 contro il Galles sul prato dell’Olimpico ha portato solo una una buona dose dell’orgoglio. Ma non la vittoria che va agli avversari che intanto piazzano l’undicesimo successo consecutivo, record assoluto nella secolare storia dei Dragoni, e vede l’Italia allungare la striscia nera, nerissima, con 19 sconfitte consecutive.

Ed è allarmante perché l’astinenza si fa sentire sugli spalti, quelle tribune riempite di tifosi festanti, molte volte delusi, ma mai domi. Lo stadio inizia a soffrire la mancanza di risultati e, contro il Galles nel match di sabato 9 febbraio soleggiato, all’Olimpico c’erano 38.500 spettatori, record negativo di presenze da quando l’Italia traslocò dal Flaminio, nel 2012, perché diventato troppo piccolo per le emozioni del Torneo. O almeno così si pensava vista la spinta positiva. Sabato sembrava di stare a Cardiff quando la banda intona «Lands of my father», le terre dei nostri padri, e i bardi gallesi sugli spalti moltiplicano i decibel del canto.

italia rugby spettatori olimpico
fonte: Calcio&Finanza

E i gallesi erano in 7mila. Per la prima volta si scende sotto i 40mila spettatori all’Olimpico, battuto il precedente primato negativo, realizzato sempre in una sfida contro il Galles, 40.986 spettatori per la gara del 2017, che aveva visto i gallesi vincere, stravincere per 33-7. Nel 2013, invece, una giornata memorabile per il rugby azzurro con 74.000 spettatori che assistettero al trionfo per 22-15 sull’Irlanda.

Già proprio una vittoria, quella che manca dal 28 febbraio 2015 quando gli azzurri batterono la Scozia a Murrayfield. E’ un problema generazionale, come dice il presidente della Fir, Alfredo Gavazzi? La storia, il ranking mondiale, gli spalti colorati di rosso, l’Italia del rugby ha vissuto per anni pomeriggi del genere, chiamandole “onorevoli sconfitte”. Quelle su cui ha costruito la sua storia di eterna aspirante grande.

Con la prima partita in Italia tra gli azzuri e il Galles allo stadio Olimpico di Roma, prende il via la seconda giornata del Sei Nazioni 2019.
Gli uomini guidati dal ct O’Shea hanno esordito con una sconfitta contro la Scozia e oggi ospitano i dragoni.

Come ogni anno si spera che l’Italrugby non ottenga il tanto odiato “cucchiaio di legno”.
Per l’Italia non uno score grandioso nel Sei Nazioni: dal 2000, anno in cui c’è stata la prima partecipazione al torneo di rugby a cui hanno preso parte le nazionali di Inghilterra, Scozia, Galles, Irlanda, Francia e, appunto, Italia, sono state ben 13 le volte in cui gli azzurri sono arrivati ultimi. Non è un’effige d’onore, ma è una tradizione ormai imprescindibile per la palla ovale.
Il “cucchiaio di legno” è il simbolico trofeo che si assegna alla Nazione peggiore del torneo. Sopra gli azzurri ci sono altre nazioni che però hanno decenni di gettoni alle spalle (pensate che il torneo esiste dal 1883): guida la classifica l’Irlanda con 36 cucchiai, mentre la Francia è a 18.

Risultati immagini per italia rugby cucchiaio di legno 2018
Lo sfottò tra le tifoserie di rugby

Ma come nasce questa singolare tradizione? Probabilmente bisogna partire dall’università di Cambridge all’inizio dell’Ottocento, quando il cucchiaio veniva assegnato allo studente che, pur riuscendo a superare la prova, otteneva il risultato più basso alla prova finale del corso di matematica (erano i “Cambridge Mathematical Tripos”, il più antico dell’università). Nel corso degli anni, verso i primi del Novecento, il cucchiaio raggiungeva addirittura il metro e mezzo di altezza: era molto carnevalesco, con cerimonie e decorazioni varie.
Dalla matematica allo sport, il merito sembra avercelo il canottaggio: sempre in ambito universitario, agli equipaggi britannici classificati per ultimo si donava l’ormai celebre feticcio. Dal canottaggio al rugby, il passo è breve: ormai entrato nel gergo quotidiano, lo scettro dell’ultimo classificato è approdato anche nel torneo del Sei Nazioni verso la fine dell’Ottocento, rimanendo, però, sempre “virtuale”.

Nel torneo, inoltre, ci sono altri riconoscimenti “non ufficiali”. Il cucchiaio di legno, infatti, non deve essere confuso con il whitewash (cappotto), che si assegna quando una squadra finisce il torneo senza vincere neppure una partita e finendo ultima in classifica con zero punti (e, ahinoi, è successo nella scorsa edizione per l’Italrugby).
Per le nazioni d’oltremanica, inoltre, Inghilterra, Scozia, Irlanda e Galles c’è in palio un altro trofeo: la Triple Crown (Tripla Corona), che va alla nazionale che riesce a battere tutte le altre.

Qui, un divertente spot di Sky girato qualche anno fa che ironizza, appunto, sul cucchiaio:

Si può dire che il Sei Nazioni, prestigioso torneo internazionale di rugby a 15, sia tra i più importanti in questa disciplina. Senza dubbio per l’Italia è il più importante anche perché a lungo inseguito. Nato nel 1883 e disputato solo tra i paesi britannici (Inghilterra, Irlanda, Galles e Scozia), ha cambiato nome e forma altre due volte: nel 1910 con l’ingresso della Francia e poi nel 2000 con la felice ammissione dell’Italia.
Un salto tra i grandi, tra gli adulti. Come raccontato in precedenza, il percorso dell’Italia fu lungo e tortuoso e la soddisfazione di partecipare in una competizione tosta, privilegiata e entusiasmante non sempre ha fatto seguito a buone prove degli azzurri.
In 11 edizioni, il XV azzurro ha chiuso il torneo all’ultimo posto vincendo (si fa per dire) il temuto cucchiaio di legno. Ma tra fango, delusioni, ferite e botte, l’Italia ha saputo anche ruggire, mettendo la testa al di là della barricata e portando a casa delle storiche vittorie. Letteralmente storiche.

5 febbraio 2000: Italia – Scozia 34-20

Sin dall’inizio. Prima partita in assoluto nel Sei Nazioni, allo stadio Flaminio di Roma, l’Italia affronta la Scozia. E’ il 5 febbraio 2000, l’epifania più bella: guidati dall’ex All Black, Brad Johnstone, gli Azzurri battono la Scozia 34-20. Diego Dominguez è il solito trascinatore segnando 3 drop e 7 punizioni, per un totale di 30 punti. La ciliegina sulla torta è la meta di De Carli al 78’.
E’ euforia: l’Italia evita così il “cappotto”(whitewash) cosa che invece subì la Francia all’esordio nel 1910. Dall’altare alle polveri, però, il passo è breve: dopo quella vittoria, tuttavia, seguiranno ben 14 sconfitte consecutive: le successive quattro partite del 2000 più le edizioni 2001 e 2002 chiuse tutte in bianco.

Sei Nazioni 2014

 

15 febbraio 2003: Italia – Galles 30-22

Bisogna andare veloce nel tempo e arrivare nel 2003. Dopo due anni bui, ancora al Flaminio, ancora all’esordio, arriva la seconda vittoria dell’Italia nel Sei Nazioni. Galles per la prima volta piegato: è 30-22 il punteggio finale, tre mete a due, De Carli, Festuccia e Phillips per i colori azzurri e con il solito sontuoso Diego Dominguez a fare la differenza, ben 15 punti.

24 febbraio 2007: Scozia – Italia 17-37

E’ tempo di mostrare maturità e di conquistare qualche avamposto estero. Ci sono voluti otto anni, ma finalmente il 24 febbraio 2007 arriva la prima vittoria dell’Italia lontano da casa: a Murrayfield, l’Italia piazza e issa la sua bandiera tricolore. Un secco 37-17 alla Scozia, attonita, demolita.
L’aurea della leggenda con seimila tifosi a seguito in un esodo magico. Tre mete in appena sette minuti: già dopo 20 secondi Mauro Bergamasco si tuffa in meta, poi segue Scanavacca e poi ancora Robertson. Guardando il tabellone è 21-0 dopo 360 secondi. E’ la prima vittoria lontano dalle mura amiche, ma che vittoria…

 

12 marzo 2011: Italia – Francia 22-21

Vi ricordate Grenoble 1997? L’ultima volta che l’Italia è riuscita a sconfiggere la Francia. Una rivalità antipatica, genuina che ha visto fin troppe volte i francesi spuntarla. Sono passati quattordici anni dal trionfo di Grenoble: il 12 marzo 2011 la Francia cade nuovamente sotto i colpi di un’Italia come quel giorno commovente, indomita e feroce.
Sotto con il punteggio, il XV azzurro è stato capace di un parziale di 16-3 negli ultimi 21 minuti. La meta di Masi e i 17 punti di Mirco Bergamasco riscrivono la storia con un finale di 22-21. I cugini tornano a casa in silenzio. L’Equipe il giorno dopo, per criticare la troppa mancanza di concentrazione dei transalpini, titola: “Vacanze romane”. Au revoir.

 

Si avvicina a grandi passi l’appuntamento con il Sei Nazioni di rugby. L’esordio degli azzurri nel torneo più antico del mondo chiuderà la prima giornata dell’edizione 2017, domenica 5 febbraio alle 15.00 allo Stadio Olimpico di Roma contro il Galles.
La nostra nazionale è reduce da un 2016 tutt’altro che indimenticabile a livello continentale, ma è uscita senza dubbio rinvigorita dalla prima storica affermazione sul Sudafrica nei test match autunnali. Dal canto loro, i gallesi, quinta forza del ranking internazionale, non vincono il torneo dal 2013 e sono reduci dal secondo posto dello scorso anno.

Inevitabile, anche visti i precedenti, che i ragazzi di O’Shea abbiano, almeno sulla carta, le stimmate di vittima sacrificale. Schiacciante, infatti la supremazia dei Dragoni nei 23 precedenti a livello di test, con 20 affermazioni, a fronte dei soli 3 exploit azzurri, l’ultimo dei quali esattamente 10 anni fa nel corso del Sei Nazioni 2007 al Flaminio di Roma (23-20 finale).

A cosa appigliarsi quindi per il nostro appuntamento con la gloria?

Probabilmente all’ultimo scontro diretto di settembre 2015 dove, nella bolgia di Cardiff, i nostri portacolori avevano dato prova di grande forza e animus pugnandi per un, più che dignitoso, 23-19 finale.
Incoraggianti anche le parole del capitano e condottiero degli Azzurri, Sergio Parisse – 121 presenze e 13 Sei Nazioni alle spalle – che, alla presentazione del Torneo, descriveva positivamente l’approccio richiesto da O’Shea:

Il Galles sarà subito una sfida impegnativa: la affrontiamo con un gruppo che è lo stesso di novembre, che sente la fiducia dei tecnici. C’è qualche innesto nuovo quello che mi auguro è che sia la volontà, la voglia da parte di tutti noi di esprimerci sempre al meglio. Una partita alla volta, per cinque partite. Ho, abbiamo tutti grande fiducia nello staff tecnico: pianificheranno il lavoro per portarci all’Irlanda freschi, con tante energie, specialmente dal punto di vista mentale. Iniziamo con due partite in casa (dopo il Galles a Roma arriverà l’Irlanda, sabato 11 febbraio) e questo è un aspetto importante: ogni volta che giochiamo all’Olimpico, davanti al nostro pubblico, è una carica in più. Vogliamo essere all’altezza, vogliamo toglierci soddisfazioni insieme ai nostri fans. E poi il bello del 6 Nazioni è che, ogni anno, regala sorprese.

 

E allora, perché non crederci?

 

Si avvicina a grandi passi l’appuntamento con il Sei Nazioni di rugby. L’esordio degli azzurri nel torneo più antico del mondo chiuderà la prima giornata dell’edizione 2017, domenica 5 febbraio alle 15.00 allo Stadio Olimpico di Roma contro il Galles.
La nostra nazionale è reduce da un 2016 tutt’altro che indimenticabile a livello continentale, ma è uscita senza dubbio rinvigorita dalla prima storica affermazione sul Sudafrica nei test match autunnali. Dal canto loro, i gallesi, quinta forza del ranking internazionale, non vincono il torneo dal 2013 e sono reduci dal secondo posto dello scorso anno.

Inevitabile, anche visti i precedenti, che i ragazzi di O’Shea abbiano, almeno sulla carta, le stimmate di vittima sacrificale. Schiacciante, infatti la supremazia dei Dragoni nei 23 precedenti a livello di test, con 20 affermazioni, a fronte dei soli 3 exploit azzurri, l’ultimo dei quali esattamente 10 anni fa nel corso del Sei Nazioni 2007 al Flaminio di Roma (23-20 finale).

A cosa appigliarsi quindi per il nostro appuntamento con la gloria?

Probabilmente all’ultimo scontro diretto di settembre 2015 dove, nella bolgia di Cardiff, i nostri portacolori avevano dato prova di grande forza e animus pugnandi per un, più che dignitoso, 23-19 finale.
Incoraggianti anche le parole del capitano e condottiero degli Azzurri, Sergio Parisse – 121 presenze e 13 Sei Nazioni alle spalle – che, alla presentazione del Torneo, descriveva positivamente l’approccio richiesto da O’Shea:

Il Galles sarà subito una sfida impegnativa: la affrontiamo con un gruppo che è lo stesso di novembre, che sente la fiducia dei tecnici. C’è qualche innesto nuovo quello che mi auguro è che sia la volontà, la voglia da parte di tutti noi di esprimerci sempre al meglio. Una partita alla volta, per cinque partite. Ho, abbiamo tutti grande fiducia nello staff tecnico: pianificheranno il lavoro per portarci all’Irlanda freschi, con tante energie, specialmente dal punto di vista mentale. Iniziamo con due partite in casa (dopo il Galles a Roma arriverà l’Irlanda, sabato 11 febbraio) e questo è un aspetto importante: ogni volta che giochiamo all’Olimpico, davanti al nostro pubblico, è una carica in più. Vogliamo essere all’altezza, vogliamo toglierci soddisfazioni insieme ai nostri fans. E poi il bello del 6 Nazioni è che, ogni anno, regala sorprese.

 

E allora, perché non crederci?

 

16 gennaio 1998. Per molti questa data gelida di inizio anno, forse, può non ricordare molto, ma per la Nazionale italiana di rugby, senza giri di parole, ha rappresentato una seconda nascita. O meglio, il passaggio dall’adolescenza, all’età adulta. Tra i grandi.
Quel giorno, infatti, a Parigi, il comitato del Cinque Nazioni, uno dei tornei più prestigiosi attorno alla palla ovale, decise di ammettere l’Italia al torneo a partire dal 2000. Cambio di nome con “Sei Nazioni” che, con l’entrata nel nuovo millennio, verrà apprezzato anche nella nostra penisola.

Il cammino dell’Italia nell’élite è stato lungo e tortuoso: ci sono state batoste, sconfitte, settori giovanili da organizzare, sport da promuovere assieme allo spirito fatto di lealtà e sudore. La Federugby ha seminato tanto nei decenni precedenti e, forse, è il 1997 l’anno in cui inizia a raccogliere i frutti. Tanti bei frutti.
Nel primo test-match di stagione, il 4 gennaio, gli Azzurri giocarono un brutto scherzo all’Irlanda. In casa loro, al Lansdowne Road di Dublino, gli irlandesi vennero piegati 37-29: l’Italia andò in meta per ben quattro volte, contro solo una degli avversari. Solo i calci piazzati, ridussero, il gap altrimenti notevole. Quel match, quel primo pezzo di impresa, come spesso capitava in quegli anni aveva un nome tutto esotico: Diego Domínguez, autore di 22 punti (una meta, quattro trasformazioni e tre piazzati) che trascinò i 15 azzurri dove brillarono anche Paolo Vaccari, con due mete, e Massimo Cuttitta, con una.

Il 22 marzo 1997, andò in scena la finale della Coppa Fira. Il Campionato europeo per Nazioni, nato nel 1936, per molti decenni ha rappresentato il più ambizioso e alto evento rugbystico nel Vecchio continente. Con l’esplosione del 6 Nazioni e l’uscita di Francia e Italia (che assieme a Galles, Inghilterra, Irlanda e Scozia, disputano appunto il torneo) la Coppa Fira è scesa di un gradino, trovando nella Georgia, l’attuale dominatrice.
Nel corso delle edizioni, la Francia, che ha il record di vittorie con 25 trofei su 30 partecipazioni, ha per lungo tempo inviato la rappresentativa “B”. Ma il 22 marzo 1997, nella finale tra Italia e Francia, i transalpini scesero con la squadra migliore, in quello che era a tutti gli effetti un test ufficiale.
Si giocò a Grenoble, allo stadio Lesdiguières, non a Parigi, al Parco dei Principi. E forse questa fu l’unica macchia, l’unico peccato di un giorno scolpito nella storia del rugby italiano.

L’Italia, andando contro pronostico, si impose con un 40-32 che a sei minuti dalla fine era ancora un 40-20, frutto di quattro mete di quattro marcatori diversi: Ivan Francescato, Paolo Vaccari, Julian Gardner e Giambattista Croci. Il piede di Diego Domínguez fece il resto, trasformando tra i pali tutte le mete e mettendo a segno anche quattro calci piazzati.
La meta di Croci, che di professione faceva il funzionario in banca, in particolare, frutto di un lavoro di squadra che coinvolse numerosi giocatori, è rimasta nella storia recente del rugby italiano come il momento di svolta di tutto il movimento. Quella fu la prima Coppa Fira alzata dall’Italia.

Sempre quell’anno, prima di Natale, a Bologna, l’Italia fece doppietta, sconfiggendo nuovamente l’Irlanda per 37-22. A gennaio 1998, invece, fu la Scozia a piegarsi per 25-22.
Il suggello perfetto per celebrare la decisione più importante per il rugby azzurro: il 16 gennaio 1998, l’Italia è tra i grandi.

Non ci sono stati giri di parole o mezzi termini: quella di sabato contro il Sudafrica è una vittoria storica, il trionfo più bello della Nazionale italiana di rugby. Placcati, con il risultato di 20-18, gli Springboks, due volte campioni del mondo e tra le squadre più forti nel panorama mondiali e storico della palla ovale. Fino a oggi, la piccola Italia non era mai riuscita a battere le tre grandi dell’emisfero sud (Nuova Zelanda, Australia e, appunto, Sudafrica) e, allo stadio Franchi di Firenze, la squadra allenata da O’Shea ha celebrato il trionfo grazie alle mete di van Schalkwyk e Venditti.

Nel valzer delle “prime volte”, il ricordo, però, va alla prima celebre vittoria del rugby italiano nel Sei Nazioni, il più importante torneo internazionale di rugby a 15 dell’Emisfero Nord, che prima dell’annessione degli azzurri, era denominato Cinque Nazioni e che, di fatto, ha spalancato agli azzurri le porte dell’élite europeo di questa disciplina. Cenerentola della manifestazione, l’Italrugby esordì il 5 febbraio 2000, allo stadio Flaminio di Roma quasi tutto esaurito, contro la Scozia, nazione detentrice dell’ultimo Cinque Nazioni, vinto nel 1999.

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Sembra un’era fa, l’Italia etichettata come “senza speranza” riuscì nell’impresa di sconfiggere gli scozzesi per 34-20. Una partita intensa, dominata da uno splendido Diego Dominguez, autore di 29 punti (una trasformazione, tre drop e sei calci piazzati – fino ad allora record di punti personali realizzati in una partita nel torneo) e suggellata al 78′ da una meta di Giampiero “Ciccio” De Carli, pilone romano.
E’ il tappeto rosso che si srotola sotto i piedi degli azzurri che, per trovare un nuovo successo nel prestigioso torneo, devono attendere tre anni, quando nel 2003, riuscirono a battere il Galles per 30-22.