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Verso la fine degli anni Settanta, quando ormai a fine carriera rimandava il ritiro dal calcio giocando nei Cosmos di New York, Pelé si lanciò andare in una profezia (una delle tante, a dire il vero):

Entro il 2000 una nazionale africana vincerà il Mondiale

Siamo nel 2018, sono passate diverse manifestazioni iridate e il pronostico di O’ Rey è da slittare ancora una volta, anzi l’edizione in Russia ha segnato un andamento negativo per l’Africa: per la prima volta dal 1982 nessuna squadra ha raggiunto la fase a eliminazione diretta.

Ma mentre la delusione è stata difficile da reggere per i tifosi di Egitto, Marocco, Nigeria, Senegal e Tunisia, le semifinali totalmente europee (Francia – Belgio e Croazia – Inghilterra) sono la prova o se volete, l’umana testimonianza, dell’enorme influenza che i figli degli immigrati africani hanno nel calcio europeo e, di riflesso, nell’apice del gioco globale.

Samuel Umtiti, il difensore francese che staccando di testa ha segnato la rete che ha permesso alla Francia di vincere 1-0 sul Belgio e di accedere alla finale 20 anni dopo la prima magica volta, non ha mai avuto dubbi su quale maglia volesse vestire, talmente convinto da non aver neppure vacillato di fronte al mitico Roger Milla che tentava di convincerlo a scegliere il paese dei suoi genitori. Il Camerun. Come il fantasmagorico Kylian Mbappé – figlio di un padre camerunese e madre algerina – e come i suoi compagni cosmopoliti che hanno veicolato un’enfatica risposta al bigottismo che ora sorniona ora esplode in forme di razzismo in casa e in Europa.

In totale 23 giocatori – esattamente il 50% – nelle squadre di Didier Deschamps e Roberto Martínez – hanno antenati nati e cresciuti in Africa. Si stima che il 6,8% e il 12,1% rispettivamente della popolazione francese e belga sia composta da migranti, una statistica che indica quanto sia stata importante una prima fase dell’integrazione. Ma se alcuni critici della Francia sono stati messi a tacere da prestazioni superbe, in Belgio le cose sono andate diversamente fino a poco tempo fa. Romelu Lukaku, attaccante del Manchester United sul tabloid Players’ Tribune aveva detto:

Quando le cose andavano bene, stavo leggendo articoli di giornale e mi chiamavano Romelu Lukaku, l’attaccante belga, ma quando le cose non andavano bene, mi chiamavano Romelu Lukaku, l’attaccante belga di origine congolese

Nella squadra in cui sette giocatori possono risalire a radici nell’ex colonia belga, Lukaku e Vincent Kompany – il cui padre, Pierre, è un diplomatico congolese e lui si definisce “100% belga e 100% congolese” sono emersi come alfieri di una nazione che ha storicamente sofferto di una terribile eredità.
Nel 1958, poco dopo la Svezia e il mondo intero scoprirono il talento dell’adolescente Pelé, a Bruxelles si tenne l’Esposizione universale. Per 200 giorni, la capitale belga fu sede di una fiera che voleva celebrare i progressi tecnologici compiuti dopo la seconda guerra mondiale. Proprio il Belgio, però, aveva ancora in mostra quello che venne considerato l’ultimo “zoo umano”: uomini, donne e bambini congolesi replicavano le loro condizioni native in una scena fabbricata e artificiale di quotidianità all’interno di un villaggio.

Alla fine del secondo conflitto bellico, il Belgio contava 10 uomini congolesi all’interno dei suoi confini, oggi si superano i 40mila abitanti. E il calcio ha aiutato notevolmente: dopo l’introduzione di un programma nazionale per utilizzare il pallone come risorse per facilitate l’integrazione, i risultati sono sotto gli occhi di tutti. La generazione d’oro del Belgio è emersa.

E poi c’è Danijel Subasic , portiere di quasi 34 anni della Croazia, colui che, impassibile, nei due scontri terminati ai calci di rigore ne ha parati quattro, raggiungendo il record del tedesco Schumacher e dell’argentino Goycochea ai Mondiali di Italia ’90. Nato a Zara nel 1984, figlio di un padre serbo e ortodosso e di una madre croata e cattolica, la sua infanzia è stata tribolata: a sette anni vede dalla finestra la folla che spacca le vetrine dei negozi dei serbi di Zara, mentre a scuola gli insegnano che è colpa sua se stanno cadendo granate sulla città.

Ma chi ha avuto la forza di lasciare tutto questo alle spalle, ora può respirare una Croazia diversa. La nazionale balcanica è quella che ha il maggior numero di giocatori nati fuori dal paese che rappresentano, con il 15,4%. Fare appello ai figli di migranti, come il svizzero Ivan Rakitic e Mateo Kovacic, cresciuto in Austria, è vitale per un paese con una popolazione di poco più di 4 milioni per competere contro alcune delle più grandi nazioni del pianeta.

Ma estendendo lo sguardo su questi Mondiali cosmopoliti, il 10% dei giocatori della Coppa del Mondo sono nati al di fuori del paese che portano sulla maglia e il Marocco, con il 61%, è stata la capofila. E l’Inghilterra? Della squadra di Gareth Southgate, solo Raheem Sterling, nato a Kingston in Giamaica, è nato fuori dai confini britannici, ma il 47,8% sono figli di migranti. Questo rende la squadra etnicamente più eterogenea nella storia mondiale british. Il che carica di impegno e responsabilità i ragazzi e il ct:

Sarò prima di tutto giudicato per i risultati sul campo, ma abbiamo la possibilità di influenzare altre cose che sono ancora più grandi del calcio

 

Fonte: The Guardian

It’s coming home, it’s coming home, football it’s coming home. Il calcio sta tornando a casa: è la colonna sonora simbolo della spedizione inglese a Russia 2018, mai così vicina a quella finale mondiale che dalle parti di Sua Maestà manca dal 1966. Gareth Southgate lavora sotto traccia e, per il momento, fissa l’obiettivo alla semifinale contro la Croazia, 28 anni dopo l’ultima in una competizione iridata.

 

Le Notti Magiche inglesi

Il sogno di Italia e Inghilterra durante il Mondiale del 1990 si infrange in due calde serate di luglio sui guantoni di Sergio Goycochea e Bodo Illgner. La Nazionale di Bobby Robson arriva in Italia dopo l’eliminazione quattro anni prima per mano (e piedi) di Maradona ai quarti di finale e dopo un disastroso Europeo in Germania nel 1988, terminato a 0 punti nel girone con Urss, Olanda e Irlanda.

La squadra inglese non parte, dunque, tra le favorite e viene confinata a Cagliari per evitare i che suoi temuti hooligans possano creare scompiglio sulla penisola, venendo più facilmente a contatto con altre tifoserie. Le tragedie dell’Heysel e di Hillsborough sono, d’altra parte, ancora troppo vicine. I Tre Leoni partono bene, vincono il gruppo F contro Irlanda, Olanda ed Egitto e approdano agli ottavi in cui evitano la lotteria dei rigori con un gol al 119’ di David Platt ai danni del Belgio. Il centrocampista inizierà un anno dopo la sua esperienza italiana a Bari, poi vestirà anche le maglie di Juventus e Sampdoria.

Copione che si ripete anche ai quarti contro la sorpresa Camerun: a Napoli ci vuole una doppietta del solito Gary Lineker (capocannoniere con 6 reti a Messico ’86, qui finirà il torneo a quota 4 gol) per eliminare gli africani solo ai supplementari dopo il vantaggio iniziale ancora di Platt (3-2 al 120’). Si vola in semifinale allo stadio Delle Alpi di Torino, il giorno dopo la sfida del San Paolo tra Italia e Argentina.

Tedeschi avanti con una fortunata punizione di Brehme deviata dalla barriera, a 10 minuti dalla fine ci pensa sempre Lineker a salvare gli inglesi. Si va ai rigori e qui inizia il tabù dal dischetto, rotto solo pochi giorni fa dai guantoni di Jordan Pickford: sbagliano Stuart Pearce e Chris Waddle, i Tre Leoni abbandonano il sogno della finale e giocano a Bari la finalina (poi persa ) per il terzo posto contro l’altra delusa di lusso, gli Azzurri di Vicini.

It’s coming come…since 1966

Continua la guerra in Vietnam, nasce Cindy Crawford, muore Walt Disney, i Beatles pubblicano Revolver. E’ il mondo nel 1966, quello che vide trionfare per la prima (e unica finora) volta l’Inghilterra nel Mondiale di casa: vittoria in finale contro gli acerrimi rivali tedeschi col famoso gol/non gol di Geoff Hurst. Trent’anni dopo si torna a casa con il campionato Europeo: per l’occasione la band inglese The Lightning Seeds con David Baddiel e Annie Skinner pubblica il singolo Three Lions (Football’s coming home), appositamente dedicata alla Nazionale di Terry Venables e Alan Shearer, Paul Gascoigne e Gareth Southgate, attuale ct.

L’Inghilterra finirà per buttare tutto via, per spazzare tutto via. Ma io so che loro possono giocare, perché lo ricordo…
Tre leoni sulla maglia, Jules Rimet ancora è scintillante. Trenta anni di dolore non mi hanno mai impedito di sognare…

Il motivetto non portò bene vista l’eliminazione ancora ai rigori in semifinale a opera della Germania, poi Campione d’Europa, ma è entrata nel repertorio pop britannico degli stadi e non solo. Pochi giorni fa persino a Buckingham Palace il cambio della guardia è stato sostituito per qualche minuto dalle note di It’s coming home:

Meno british, più latina è stata l’invasione dei supporter inglesi al centro commerciale Ikea alla periferia di Londra, sulle note del tormentone del 1996 subito dopo la vittoria ai quarti di finale contro la Svezia:

Il calcio torna in volo

Se il calcio tornerà a casa, lo farà sicuramente in volo con British Airways. Contro ogni scaramanzia, la compagnia inglese ha realizzato un piccolo capolavoro: un biglietto da viaggio ad hoc per il rientro in patria dei futuri campioni inglesi.
Il tagliando è datato 15 luglio alle 18, subito dopo la finale Mondiale. Il passeggero è il football, l’aeroporto di partenza, Mosca, of course. La destinazione non può che essere home.
Ma non finisce qui. Il punto di partenza, anzi il gate, è quello south, chiaro riferimento al commissario tecnico, Gareth Southgate. Il posto è il 52, ovvero gli anni che separano l’Inghilterra dall’ultima Coppa alzata al cielo nel 1966.

 

 

God save Premier League

Francia, Belgio, Croazia e Inghilterra giocano nella Premier League. Normale se si pensa che i Tre Leoni sono in semifinale a scapito, ad esempio, di Spagna, Germania e Italia e dei loro campionati, i principali sulla scena internazionale. Ma c’è, in ogni caso, la concorrenza della Ligue 1 con la Francia, abbondantemente sovrastata dai numeri di quello che si conferma come il campionato più bello e competitivo del mondo.

Sono ben 41 i calciatori semifinalisti che giocano nella Premier: tutti i 23 della England Football Team, un rappresentante croato (Lovren del Liverpool), 5 francesi (Kantè, Giroud, Lloris, Mendy e Pogba), addirittura 12 nel Belgio (Courtois, Mignolet, Alderweireld, Kompany, Vertonghen, Chadli, De Bruyne, Dembele, Fellaini, Batshuayi,  Hazard, Lukaku).

La Liga spagnola si ferma a 12 (Umtiti, Varane, Lucas Hernandez, Nzonzi, Griezmann, Dembelé, Vrsaljko, Modric, Rakitic, Kovavic, Vermaelen, Januzaj), stessi numeri per il campionato francese (Mandanda, Areola, Sidibé, Kimpembe, Rami, Mbappé, Thauvin, Fekir, Lemar, Meunier, Tielemans, Subasic).

La nostra serie A è a quota 9 (Strinic, Brozovic, Badelj, Mandzukic, Perisic, Kalinic, Pjaca, Mertens, Matuidi), la Bundesliga fanalino di cosa tra i principali tornei con 6 rappresentanti (Jedvaj, Rebic, Kramaric, Pavard, Tolisso, Casteels).

Soffermandoci sui club, in testa il Tottenham con 9 giocatori, poi Chelsea, Manchester City e United. Solo 4 per il Barcellona, uno in più di Real Madrid e Juventus. Il francese Tolisso è l’unico a sventolare la bandiera del Bayern Monaco.

9 Tottenham (Alderweireld, Vertonghen, Dembélé BELGIO; Rose, Trippier, Dier, Alli, Kane, INGHILTERRA; Lloris FRANCIA)

7 Chelsea (Courtois, Eden Hazard, Batshuayi BELGIO; Cahill, Loftus-Cheek INGHILTERRA; Kanté, Giroud FRANCIA)

7 Manchester City (Kompany, De Bruyne BELGIO; Walker, Stones, Sterling, Delph INGHILTERRA; Mendy FRANCIA)

7 Manchester United (Fellaini, Lukaku BELGIO; Jones, Lingard, Young, Rashford INGHILTERRA; Pogba FRANCIA)

4 Barcellona (Dembélé, Vermaelen BELGIO, Rakitić CROAZIA, Umtiti FRANCIA)

4 Liverpool (Lovren CROAZIA; Alexander-Arnold, Henderson INGHILTERRA; Mignolet BELGIO)

4 Monaco (Tielemans BELGIO; Subašić CROAZIA, Sidibé, Lemar FRANCIA)

4 Paris Saint Germain (Meunier BELGIO; Areola, Kimpembe, Mbappé FRANCIA)

3 Atlético Madrid (Vrsaljko CROAZIA; Lucas Hernández, Griezmann FRANCIA)

3 Juventus (Mandžukić, Pjaca CROAZIA; Matuidi FRANCIA)

3 Olympique Marsiglia (Mandanda Rami, Thauvin FRANCIA)

3 Real Madrid (Kovačić, Modrić CROAZIA; Varane FRANCIA)

(fonte: Uefa.com)

Nel 1998, nel Mondiale che parlava francese, fu il difensore Thuram, con una storica quanto irripetibile doppietta, a mandare la Francia in finale superando un’arcigna Croazia per 2-1. La prima finale nella storia Bleus, quella poi portata a casa (poca distanza a dire il vero da Saint-Denis alla sede della Federazione francese) schiantando per 3-0 il Brasile. Al tempo Didier Deschamps ringraziò Thuram, da compagno di squadra, e ringraziò anche Blanc, squalificato, per aver potuto ascoltare la Marsigliese e giocare la partita di una vita con la fascia di capitano al braccio.

Vent’anni dopo, esattamene due giri di decennio e una finale, la seconda, persa ai rigore contro l’Italia del 2006, c’è ancora Deschamps, questa volta da commissario tecnico, ma i ringraziamenti in semifinale vanno anche a questo giro a un difensore, Umtiti,  che di nome fa Samuel , come il profeta. “Il suo nome è Dio”, in ebraico.

 

La Francia batte 1-0 il Belgio nella prima semifinale in programma e accede così alla finale di Mosca del 15 luglio. Al 51’, con il suo stacco perentorio, sugli sviluppi del corner, sovrasta Fellaini ed è un messaggio di forza, di rabbia, di compattezza e completezza. Giroud, l’attaccante riferimento transalpino, può permettersi di segnare solo un gol tra questo Mondiale russo e il precedente brasiliano, perché la Francia è tutto questo. E’ soprattutto consapevolezza di non essere mai stata tanto brillante lungo questo mese, eccezion fatta per alcuni istanti durante il match contro l’Argentina.

Con Mbappè imbrigliato, che spolvera colpi di tacco e tocchi di genio mixate a sceneggiate del compagno di squadra al Psg, Neymar, e Griezmann non molto in palla, è stato il difensore del Barcellona e di origine camerunese a sbloccare la partita. Proprio lui in un derby cosmopolita e multietnico, con 23 giocatori, tra Francia e Belgio, figli d’Africa. Lui che non ha mai avuto dubbi su quale maglia nazionale volesse vestire, talmente convinto di poter essere importante per la Francia da non aver neppure vacillato di fronte al mitico Roger Milla che tentava di convincerlo a scegliere il paese dei genitori.

E’ il derby di cuore e di sangue di Thierry Henry, vice allenatore di Martinez, attento e motivatore, che durante gli inni non si scompone, ma interiormente esplode di orgoglio per sfidare i suoi connazionali. E con lo stesso orgoglio e rispetto al termine del triplice fischio, saluta i nuovi probabili eroi francesi, così come aveva fatto con gli altri avversari mentre il suo Belgio passava gironi, ottavi e quarti di finale.

Il fiammeggiante Belgio ha tenuto in scacco i Bleus per tutto un tempo con un inedito 3-2-4-1 e Dembélé in campo al posto dell’annunciato Carrasco per dare equilibrio alla squadra e costringere la Francia a stare rintanata. Ma il sogno del Belgio è durato appunto un tempo, con Hazard ispirato, De Bruyne praticissimo e Lukaku poco lucido. Poi Courtois nella ripresa tiene la partita ancora aperta, mentre il subentrato Mertens non riesce a spaccare il ritmo. Il Belgio esce in semifinale come nel 1986, quando si piegò all’Argentina di Maradona.

Mentre la Francia, al bivio, impegna la curva per la finale, i ragazzi del mago Martinez hanno ancora un’ultima partita, la finale del terzo e quarto posto. Sarà solo utile alle statistiche per molti, ma questo Belgio non può tornare in patria a mani vuote. Magra consolazione.

Francia (4-2-3-1): Lloris, Hernández, Pavard, Varane, Umtiti, Mbappé, Pogba, Griezmann, Kanté, Matuidi (41′ st Tolisso), Giroud (40′ st N’Zonzi). (23 Areola, 19 Sidibe, 17 Rami, 3 Kimpembe, 22 Mendy, 8 Lemar, 20 Thauvin, 11 Dembélé, 18 Fekir, 16 Mandanda). All.: Deschamps.

Belgio (3-1-4-2): Courtois, Alderweireld, Chadli (46′ st Batshuayi), Vertonghen, Kompany, Witsel, Dembélé (15′ st Mertens), Fellaini (35′ st Carrasco), E. Hazard, De Bruyne, Lukaku. (20 Boyata, 3 Vermaelen, 18 Januzaj, 17 Tielemans, 16 T. Hazard, 23 Dendoncker, 12 Mignolet, 13 Casteels). All.: Martinez.

Arbitro: Cunha (Uruguay).

Reti: 6′ st Umtiti.

Ammoniti: E. Hazard, Alderweireld, Kantè, Mbappé e Vertonghen

Angoli: 5-3 per il Belgio. Recupero: 1′ e 6′. Var: 0.

Con le due gare odierne si è finalmente concluso il programma dei quarti di finale e martedì inizieranno le semifinali con la sfida tra Francia e Belgio. Oggi, invece, hanno staccato il pass per entrare tra le migliori quattro selezioni al mondo l’Inghilterra e la Croazia. La squadra allenata da Southgate ha superato la Svezia con il punteggio di 2-0, mentre agli uomini di Dalic sono serviti ancora una volta i calci di rigore.

In semifinale ci sarà l’Inghilterra: i Tre Leoni hanno avuto la meglio sulla Svezia ed il risultato finale di 2-0 rappresenta al meglio quanto visto in campo, con gli uomini di Southgate a dominare il gioco e non concedere nulla agli scandinavi. La squadra in maglia rossa ha aperto le marcature poco prima dell’intervallo: sugli sviluppi di un calcio piazzato battuto da Ashley Young, Maguire è stato il più veloce a fiondarsi sul pallone ed impattarlo. Sempre su colpo di testa è arrivato il raddoppio: Lingard ha disegnato una traiettoria pulitissima sulla quale Dele Alli non ha dovuto far altro che appoggiare in rete la sfera. Tra i grandi favoriti di questa competizione ci sono anche gli inglesi che con questa ulteriore iniezione di fiducia possono veramente sognare.

Non bastano né i novanta minuti regolamentari, né i due supplementari a decretare la quarta ed ultima semifinalista di questo mondiale: la Croazia passa ai calci di rigore. La Russia passa in vantaggio nella prima frazione con un meraviglioso tiro a giro di Cheryshev ma i croati riescono a pareggiare in avvio di ripresa con Kramaric. Nei primi quindici minuti dell’extra time è la formazione allenata da Dalic a portarsi in avanti con il gol di Vida ma quando le speranze sembravano ormai perse Fernandes riesce ad inserirsi al meglio nell’area slava e trascina la partita ai calci di rigore, dove è decisivo l’errore di Fernandes che nel giro di 10 minuti passa dall’essere eroe nazionale a capro espiatorio.

Il calcio ha un grande merito: fa giri storicamente lunghi, si perde nelle partite e nelle sfide, ma alla fine riequilibra le sorti, anche inaspettatamente. L’Inghilterra espugna la battaglia contro la Colombia nell’ultimo ottavo di Russia 2018 che si è protratto fino ai rigori. E i tiri dal dischetto questa volta hanno detto bene ai Tre Leoni: l’ultima volta, ai quarti nel 2006 in Germania, uscirono contro il Portogallo per gli errori di Lampard, Gerrard e Carragher.

L’Inghilterra è l’ultimo tassello che definisce così i quarti di finale in programma il 6 e il 7 luglio:

 

 

Cosa è successo nel pomeriggio: Svezia – Svizzera 1-0 | Forsberg 21’ st.

La squadra che ha eliminato l’Italia negli spareggi di qualificazione procede, non senza sorprese, nella sua avventura mondiale. Senza Ibrahimovic, i ragazzi di Andersson, che hanno chiuso al primo posto il girone F dove la Germania è uscita e il Messico è arrivato secondo, se la vedono contro la Svizzera che, nel girone E, si è piazzata al secondo posto alle spalle del Brasile con cui avevano pareggiato 1-1 all’esordio.

Il primo acuto della partita si registra all’8’ con Berg che riceve palla davanti alla porta, ma la sua conclusione è sbilenca, quindi la sfera termina a lato. Un minuto più tardi ci prova Ekdal, ma il suo tiro è alto. Dopo due grandi azioni della Svezia, si riprende la Svizzera che al 24’ prova a far male con il colpo di testa di Zuber su cross di Shaqiri: palla alta sopra la traversa. Al 28’ miracolo di Sommer che salva i suoi sul tiro potente e a botta sicura di Berg. Dzemaili al 38’ sfiora il gol con un destro potentissimo: palla che sfiora la traversa. L’ultima emozione del primo tempo la regala Ekdal: cross al bacio di Lustig che pesca il centrocampista dell’Amburgo, il cui tentativo al volo è goffo.

Il secondo tempo si apre con la geniale giocata di Forsberg che fa fuori due avversari creando superiorità in mezzo al campo, la palla arriva a Toivonen in area che, ostacolato, calcia alto. Svezia che continua a spingere e che trova il vantaggio al 66’ con Forsberg: il dieci riceve palla al limite dell’area e calcia, il suo tiro viene deviato da Akanji e Sommer è beffato. Al 73’ esce il centrocampista del Bologna, Dzemaili: al suo posto Seferovic. La Svizzera prova ad attaccare a testa bassa, alla ricerca del gol del pareggio, che potrebbe arrivare all’80’ quando il colpo di testa di Embolo (entrato al posto di Zuber) viene salvato da Granqvist. La Svizzera ci prova fino alla fine e per poco non trova il pari al 91’ con il colpo di testa di Seferovic ben parato da Olsen. Alla fine è 1-0 per gli uomini di Andersson.

 

Cosa è successo in serata: Colombia – Inghilterra 1-2 (dopo rigori) |12′ st rig. Kane (I); 45’+3 st Mina (C)

Gareth Southgate continua ad affermare che l’obiettivo è provare a vincere i Mondiale del 2022 perché la squadra è ancora giovane, ma sarà la spensieratezza e Harry Kane davanti (sesto gol), fatto sta che l’Inghilterra segna un passaggio storico a questo Mondiale: i rigori sono favorevoli alla squadra della Regina.

La partita è a lungo bloccata, primo tempo avaro di emozioni. Solo Kane da un lato e Cuadardo dall’altro vanno vicini, di testa il primo, con un tirocross il secondo al gol del vantaggio. Per spezzare gli equilibri ci vuole quindi l’episodio e una nuova disattenzione di Carlos Sanchez che ingenuamente, sugli sviluppi di un corner, si aggrappa a Kane, lo strattona e poi lo affossa. Rigore ineccepibile che Kane trasforma al 58’. Sei gol al primo Mondiale, tanti quanti segnati da Messi in quattro edizioni.

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La Colombia fatica a reagire e soltanto l’ingresso di Bacca scuote i Cafeteros. L’attaccante del Milan dà profondità, e serve sui piedi di Cuadrado una nitida palla gol che l’esterno della Juventus manda alle stelle. Ma è un segnale e allo scadere la beffa si concretizza. Pickford vola e neutralizza un tiro all’incrocio di Uribe, ma sugli sviluppi del corner allo scadere, al 930, Yerri Mina svetta su Maguire e segna il pareggio.

Nei supplementari le squadre si allungano, ma le occasioni non aumentano. Vardy va vicino al 2-1 ma in fuorigioco e anche Bacca non riesce a concretizzare uno dei pochi affondi colombiani. E allora è da un’incursione improvvisa di Rose che arriva l’occasione più clamorosa con il sinistro ad incrociare da dentro l’area che supera Ospina ma si spegne a lato di un soffio. Nulla da fare, a decidere la gara sono i rigori con l’errore di Carlos Bacca che condanna i Cafeteros e manda i Tre Leoni ai quarti di finale.

Dall’album digitale a quello. La Panini ha accompagnato l’edizione 2018 dei Mondiali in Russia, con il suo immancabile album di figurine. Un cimelio da collezionare, la prima volta per molti giocatori, addirittura per due nazionali, Panama  e Islanda. Da scambiarli da bambini a ritrovare il proprio viso stampato con l’orgoglio di una famiglia, di una comunità, di una città: vedere  il proprio figlio indossare la maglia della nazione.

E poi c’è Pedro, un bambino di otto anni brasiliano, che queste figurine se l’è disegnate. Ben 126 sul totale di 682 presenti nell’album in commercio. Pedro ha il calcio nelle vene, vive nella città di Bauru e qui sanno cos’è il futebol: nel 1952 per quattro anni, Pelé ha iniziato a riscrivere il gioco del calcio prima di andare al Santos.

E Pedro, ha dedicato una sezione proprio alle leggende brasiliane: c’è O’ Rei, ma anche Ronaldinho, oltre all’attuale Neymar, Messi o Cristiano Ronaldo con tanto di pomo d’Adamo in rilievo. A lui di vedere i suoi amici incollare, aprire le bustine e barattarle proprio non andava giù, lui che è figlio della cassiera Gleice il cui stipendio “obbliga” a fare delle scelte e delle priorità.

Così lui il suo album se l’è creato con pastelli e matite: figurine che ricalcano i modelli originali con dati, altezza, peso e stemmi delle nazionali. Racchiuse in un quaderno stropicciato, ma su cui emerge il logo di Russia 2018.

L’opera di Pedro è uscita dai confini di Bauru, ed è arrivata fino alla sede messicana della Panini, che su Twitter ha promesso al piccolo disegnatore una sorpresa.

 

Diceva di avere più presenze di Cafù nella Seleçao. Sì, perché se il pendolino di Roma e Milan ha collezionato 142 gettoni con la maglia verdeoro, c’era chi, seppur non in campo, ha seguito ovunque il Brasile. La sua vita in quasi 160 partite viste negli stadi di tutto il mondo. E se i Pentacampeão si chiamano così per aver vinto cinque Mondiali, lui Clovis Acosta Fernandez, di Coppe del Mondo ne ha viste dal vivo ben sette.

Aggiungete pure altrettante edizioni della Copa America, quattro Confederation Cup ed una Olimpiade. Da Italia ‘90 a Brasile 2014, un percorso che gli ha permesso di respirare l’aria di 66 stati diversi: globetrotter di quel tifo puro e incontaminato, empatico a vederlo solo in viso.

Voi, noi tutti Clovis ce lo ricordiamo: i suoi occhi romantici e innamorati, i suoi baffoni grigio setola e il suo cappello gaucho pieno zeppo di spille racimolate in giro per il globo, da vero mandriano del Sudamerica. E le sue lacrime la notte del Mineirazo, la notte della tragedia di una nazione che alleva bambini che sanno prima controllare un pallone che parlare. Nella disfatta del 7-1 contro la Germania, noi Clovis l’abbiamo visto per l’ultima volta abbracciare teneramente la riproduzione del trofeo mondiale che coccolava da lustri lungo le sue avventure e consegnarla a una piccola tifosa tedesca dicendo, con gli occhi luminosi e umidi: «Non è semplice cedervela, ma ve la meritate. Portatela in finale». Il gesto più dolce nella notte più amara.

E’ nel solco generazionale che si cuce la storia, è il pallone che continua a girare, è il calcio che tenacemente fa venire i brividi e la pelle d’oca. Aveva cominciato nel 1970, a quindici anni, quando era rimasto incantato da quelle stesse casacche giallo-oro che dominarono ai Mondiali del Messico, quello delle prime volte, delle prime partita in tv a colori. Lì decise che avrebbe seguito il Brasile per tutta la vita, ma ci riuscì solo nell’edizione del 1990, in Italia. Ha venduto la sua macchina, una trebbiatrice, la moto e poi l’orologio, per accumulare un gruzzolo onesto per essere lì con la sua squadra a Usa ‘94, Francia ’98, Corea e Giappone 2002, Germania 2006 e Sudafrica 2010.

E quando la telecamera inquadrava Clovis il mondo sembrava più mite, era come se la nostra vita per 90 minuti venisse appagata da quelle scorie di ingiustizia che ci trasciniamo nell’ordinario. Clovis era la nostra coperta di Linus, la nostra sicurezza.
Ma i tempi verbali di questo racconto sono al passato perché il “Gaucho de Copa” se n’è andato nel settembre 2015, a 60 anni, per un cancro che l’ha tartassato per nove lunghi anni. In un ospedale di Porto Alegre che da tre anni sorride un po’ di meno. Fino all’ultimo con il suo cappello da cowboy del sud, carta d’identità per ricordare le sue origini.

Ma quel cappello vive ancora e il racconto cambia declinazione verbale e guarda al presente e al futuro. In Russia il cappello c’è e che anche una nuova Coppa del Mondo e dei nuovi baffi, più leggeri e più neri. Frank e Gostavo, i figli del tifoso leggendario, hanno deciso di intraprendere un nuovo viaggio che è un po’ un percorso di vita, un passaggio di consegne nella famiglia Fernandes.
Il posto sull’aereo rimane vuoto e quando gioca il Brasile, inconsciamente, speriamo di rivedere quei baffi paternali in tribuna. Le lacrime del suo ultimo Mondiale che scendevano lungo i profondi solchi delle sue guance rugose e un tempo paffute, sono un’ingiustizia di questa vita terrena.  E’ quella punta di malinconia, essenza stessa della bossa nova. E di tutto il Brasile.

E’ stata una vera e propria disfatta per un’intera nazione che, prima del Campionato del Mondo, ha veramente creduto che si potesse fare bene e invece i sogni si sono infranti prima sotto i colpi del Senegal e poi contro la Colombia.

Ecco appunto, la Polonia torna subito a casa dal Mondiale di Russia 2018 e tra la gente polacca c’e’ molta delusione.

A Bystrzyca Kłodzka a sudovest del della Polonia a confine con la Repubblica Ceca, il day after e’ molto silenzioso: la gente non vuole parlare molto e la sola parola che erge nell’aria e’ “Katastrofa!”. Intanto c’e’ chi ha gia’ tolto la bandiera dall’esterno dei palazzi.

I giornali di oggi si chiedono il perche’ di questo “disastro” sportivo di Lewandowski e compagni.

Uno dei capri espriatori del flop mondiale e’ proprio il capitano dei biancorossi, Robert Lewandowski. Il centravanti del Bayern Monaco ha inciso in maniera negativa nei due match contro Senegal e Colombia e certo i suoi gol sono mancati tantissimo alla causa polacca. Proprio colui che detiene il record di marcature con la Polonia (ben 55 reti) ha dato forfait in questo appuntamento mondiale e il popolo polacco gli attribuisce qualche colpa.

Per i gli abitanti di Bystrzyca Kłodzka colpevole e’ anche il commissario tecnico Adam Nawałka, reo di non aver trasmesso la giusta adrenalina nello spogliatoio, soprattutto nel primo match contro gli africani. Arrivare contro la Colombia con zero punti e con l’obbligo della vittoria e’ stato un vero e proprio handicap che, col senno di poi, si e’ rilevato come un suicidio.

Su Wyborcza, il giornale piu’ importante di Polonia il titolone:

Da dove viene la sconfitta della squadra nazionale polacca alla Coppa del Mondo?

Ovviamente tutti cercano di dare delle risposte a questo, cosi’ come le cerchera’ il prima possibile anche il presidente della PZPN (Federazione calcistica polacca), Zbigniew Boniek, il quale molto probabilmente prendera’ la decisione sul futuro riguardo il ct Nawałka.

Sicuramente sul capitano Lewandowski pesa come un macigno questa beffa sportiva e lui stesso crede che al centro ci sia il fatto che la Polonia sia arrivata in Russia con una debolezza fisica e mentale.

In effetti a Kazan altro neo importante della formazione e’ stata la difesa che ha ballato un po’ troppo. Lo stesso portiere juventino Szczesny non e’ stato proprio impeccabile, soprattutto nel primo match ontro il Senegal. La retroguardia, priva anche dell’ex Torino Kamil Glik ha subito la velocita’ dei colombiani, in particolare di Juan Cuadrado.

Ora non resta che chiudere nel migliore dei modi questa parentesi russa, che per la Polonia e’ stata una vera delusione.  

Con il cappotto della Colombia sulla Polonia (3-0 e polacchi a casa), si completa la seconda giornata dei Mondiali 2018 in Russia. Da lunedì 25, infatti, inizia il terzo giro di match con gli incontri di ciascun girone che si giocano in contemporanea. Nella giornata di domenica, il Mondiale ci dà due conferme, una squadra ritrovata e un verdetto tremendo e definitivo: l’Inghilterra c’è con un Harry Kane straripante; Senegal e Giappone, a loro modo, sanno entusiasmare; la Colombia trascinata da Cuadrado, James Rodriguez e Falcao torna a ruggire; la Polonia saluta la Coppa del Mondo in modo scialbo e deludente. E’ altresì la giornata più spettacolare fino ad ora: 14 gol nelle tre sfide.

Cosa è successo domenica 24 giugno

Gruppo G | Inghilterra – Panama 6-1 |8′ e 40′ Stones (I), 22′ rig., 46′ rig., 17′ st Kane  (I), 36′ Lingard (I), 33′ st Baloy (P)

A leggere il risultato, con un pizzico di ovvietà, si può dire che non è stata una partita di calcio, ma un match di tennis: al Nizhny Novgorod, l’Inghilterra passeggia 6-1 contro il Panama e qualifica i Tre Leoni agli ottavi, assieme al Belgio. Nell’ultimo match del girone si deciderà il primo e il secondo posto. Altra ovvietà, Harry Kane, l’uragano: con la tripletta (due rigore e un gollonzo) sale a quota 5 in classifica cannonieri e regala il risultato più pesante di sempre nella fase finale dei mondiali. Primo tempo da ko per la squadra di Panama: si inizia al minuto 8 con la capocciata di Stones, poi rigore di Kane al 22’, mentre al 36’ uno strabiliante gol di Lingard con tiro a giro da fuori area. Poi quattro minuti dopo altra zuccata nuovamente di Stones su ottimo schema da punizione e allo scadere della prima frazione ancora una legnata su rigore di Kane. Con l’attaccante del Tottenham si apre il secondo tempo: al 62’, in modo casusale, tiro di Loftus-Cheek, deviazione fortuita di Kane, tripletta in scioltezza.

Ma la gloria è tutta per Panama e per Baloy, al 78’: sulla punizione calciata da Avila, tocco in scivolata del difensore del Club Social y Deportivo Municipal, squadra guatemalteca. Baloy ha 37 anni: una soddisfazione colossale per lui, entrato appena nove minuti prima. In tribuna i tifosi di Panama festeggiano come se avessero vinto. È solo il primo gol de Los Canaleros, è la prima rete nella storia dei Mondiali.

 

Gruppo H | Giappone-Senegal 2-2  | 12′ Mané (S), 34′ Inui (G), 26′ st Wagué (S), 32′ st Honda (G)

Giappone e Senegal si spartiscono lo posta in palio con un 2-2 che tiene pienamente in gioco entrambe le nazionali e che conferma il carattere spumeggiante e imprevisto di entrambe le squadre. Sono loro le belle sorprese di questa prima fase dei Mondiali, giocano buon calcio, voglioso e offensivo. Con annessi errori che incrementano lo “spettacolo” come il gole del vantaggio del Senegal che sblocca il match al 12’ con Mané che involontariamente segna la rete dell’1-0 grazie a un errore del portiere veterano nipponico, Kawashima, che respinge la palla sul ginocchio dell’africano. Non ci sono grandi calcoli difensivi e poco dopo la mezz’ora, al 34’, il Giappone pareggia con un prodezza di Inui, un tiro a giro che conclude un’azione avviata dall’ex interista Nagatomo.

Nella ripresa, nuovo guizzo di Inui con un’altra conclusione a giro che scheggia la traversa. Il Senegal rimette la freccia al 19’ con un’azione partita dalla sinistra e conclusa con un tiro secco da distanza ravvicinata del terzino destro Wagué al 26’. In mezzo il colpo di suola decisivo di Niang. Da un italiano a un ex italiano: Keisuke Honda entra per scrivere un pezzo di storia del Giappone. Al 32’ sotto porta non sbaglia di piatto sinistro la rete del definitivo 2-2. Honda, che oggi gioca in Messico, al Pachuca, è il primo del suo paese ha segnare in tre edizioni della Coppa del Mondo.

 

Gruppo H | Polonia – Colombia 0-3 | 40’ Mina, 70’ Falcao, 75’ Cuadrado

Inaspettatamente a zero punti dopo la prima giornata, per Polonia e Colombia era una partita chiave da dentro o fuori. E il verdetto è stato tremendamente chiaro: 3-0 per i Cafeteros di Pekerman e si giocherà la qualificazione agli ottavi da favorita contro il Senegal, mentre la nazionale di un Lewandowski molto deludente torna a casa dopo due partite senza punti. La Polonia, infatti, stecca sul piano del collettivo, perché la manovra non è mai convincente e la difesa appare perforabile. Ancora male Zielinski e poco brillante anche l’intero Mondiale di Szczesny.

Al contrario il suo compagno di squadra juventino, Cuadrado, ha giocato una partita pazzesca, in cui il gol del 3-0 al 75’ è stato la cosa forse meno rilevante. Sempre in movimento, ha spesso creato da solo la superiorità numerica a destra. James Rodriguez ha lucidato bene il suo sinistro, invitando Mina al gol di potenza in chiusura di primo tempo (40’) che ha sbloccato la partita, con Szczesny apparso non proprio impeccabile. Tra le linee si è ben vista anche la classe di Quintero, trequartista che col sinistro vede cose davvero notevoli. Suo l’assist per il raddoppio griffato Radamel Falcao (70’), implacabile.

Cosa aspettarci lunedì 25 giugno

Gruppo A | Arabia Saudita – Egitto | Lunedì 25 aprile ore 16 (canale 20)

Sarà la partita dell’orgoglio, ormai resta solo quello. Perché Arabia Saudita ed Egitto sono entrambe fuori dal Mondiale. I primi hanno preso 6 gol in due partite, 5 dalla Russia e uno dall’Uruguay di Tabarez, mentre i “Faraoni” hanno un po’ deluso, perdendo entrambe le gare segnando una sola rete su rigore. Magari se Momo Salah fosse stato al 100% della condizione il risultato sarebbe stato diverso, ma è andata così. L’esterno del Liverpool – reduce dalla sua miglior stagione in termini di gol – ha saltato la prima gara per infortunio, giocando solamente contro la Russia. Gara sottotono, ha segnato soltanto su rigore. Ora torneranno a casa insieme all’Arabia Saudita, ma nessuna delle due vuole restare a zero punti.

Probabili formazioni:

Arabia Saudita: Al-Owais; Al-Breik, Hawsawi, Al-Bulaihi, Al-Shahrani; Bahebri, Al-Faraj, Otayf, Al-Jassim, Al-Dawsari; Al-Muwallad. Ct. Pizzi
Egitto: El Shenawy; Fathy, Gabr, Hegazy, Abdel-Shafi; Hamed, Elneny; Salah, Elsaid, Trezeguet; Marwan. Ct. Cuper

 

Gruppo A | Uruguay – Russia | Lunedì 25 aprile ore 16 (Italia 1)

Russia e Uruguay si giocano il primo posto del girone A. Sei punti a testa, chi vince si prende la vetta e sfiderà (probabilmente) una tra Spagna e Portogallo. Ci siamo. Russia “on fire” dopo gli otto gol segnati nelle ultime due gare, con Cheryshev capocannoniere inaspettato con 3 reti. Se Dzagoev non si fosse infortunato, probabilmente non avrebbe mai giocato dall’inizio. E invece no, il caso gli ha dato un’altra occasione. Titolarissimo anche in vista della sfida contro l’Uruguay alla Samara Arena, in programma lunedì alle 16.

Probabili formazioni:

Uruguay: Muslera; Varela, Gimenez, Godin, Caceres; Sanchez, Vecino, Bentancur, Rodriguez; Luis Suarez, Cavani. Ct. Tabarez
Russia: Akinfeev; Mario Fernandes, Ignashevich, Kutepov, Zhirkov; Gazinsky, Zobnin; Samedov, Golovin, Cheryshev; Smolov. Ct. Cherchesov

 

Gruppo B | Iran – Portogallo | Lunedì 26 aprile ore 20 (canale 20)

Tutti danno per scontato che Spagna e Portogallo siano le prime due squadre del girone. Ok, in fondo ci sta. Ma se l’Iran giocasse uno scherzetto a CR7? Mai dire mai. I ragazzi di Quieroz hanno dimostrato di essere una squadra solida e compatta, hanno vinto 1-0 contro il Marocco grazie a un’autorete e hanno fatto tremare la Spagna con gol annullato dal Var. Ora non hanno nulla da perdere e andranno a giocarsela a viso aperto contro il Portogallo. Cristiano Ronaldo aspetta e guarda tutti dall’alto, in formissima. Quattro gol in due partite per lui, dalla tripletta alla Spagna fino alla rete che ha steso il Marocco. Ha segnato solo lui.

Probabili formazioni:

Iran: Beiranvand; Safi, Ezatolahi, Pouraliganji, Ramin; Karim, Amiri, Mehdi, Hosseini , Sardar; Omid. Ct. Quieroz
Portogallo: Rui Patricio; Cedric, Pepe, Fonte, Guerreiro; William Carvalho; Bernardo Silva, Moutinho, Bruno Fernandes; André Silva, Cristiano Ronaldo. Ct. Fernando Santos

 

Gruppo B | Spagna – Marocco | Lunedì 26 aprile ore 20 (Italia 1)

Alla Spagna basta una vittoria per centrare gli ottavi di finale. E contro un Marocco già eliminato non dovrebbe essere un’impresa difficile. Nell’ultimo turno, gli spagnoli hanno battuto l’Iran per 1-0 grazie a una rete del solito Diego Costa, in formissima: l’attaccante ha segnato 9 reti nelle ultime 9 gare con la Nazionale (3 in questo Mondiale tra l’altro). Capocanniniere e bomber ritrovato, ora nel mirino c’è il Marocco di Renard, una squadra che ormai non ha più nulla da chiedere (eliminata dopo aver perso con Iran e Portogallo).

Probabili formazioni:

Spagna: De Gea; Carvajal, Piqué, Sergio Ramos, Jordi Alba; Busquets, Iniesta; Vazquez, Isco, David Silva; Diego Costa. Ct. Hierro
Marocco: El Kajoui; Hakimi, Benatia, Saiss, Harit; El Ahmadi, Belhanda; Boussoufa, Ziyech, N. Amrabat; El Kaabi. Ct. Renard

Sospeso tra un capitolo del libro “Cuore” e la modalità “Il viaggio” di Fifa 18 in cui si personifica Alex Hunter, promettente stella inglese sulla rampa di lancio del successo. Sogna la casacca dei Tre Leoni e, proprio come un videogioco capace di catapultare la finzione in uno stato reale, quello che sta vivendo in questi istanti Trent Alexander-Arnold lo sa solo lui.

A 19 anni, scorrendo la lista dei 23 convocati scelti dal ct. Southgate per rappresentare l’Inghilterra al Mondiale in Russia, lui ha trovato il suo nome. Lui che in prima squadra non c’era ancora arrivato. La prima convocazione da adulto, da zero a cento, direttamente alla Coppa del Mondo. E le gambe che vacillano.
Nel Liverpool, di Liverpool, il ragazzo “scouser” terzino destro, classe ’98, si è pian piano conquistato la fiducia di Klopp ed è diventato un titolare del Liverpool, specialmente in Champions League, dove ha saltato appena nove minuti nelle doppie sfide contro Manchester City e Roma.

La città di Liverpool sa essere incantevole quando dal suo freddo Albert Dock sputa storie di ragazzi tenaci. Trent è nato nel quartiere West Derby, qui ha frequentato la scuola elementare cattolica di St. Matthews e, quando aveva sei anni, i Reds ospitano un camp estivo in cui viene invitato il suo istituto. Per una storia magica ci vuole un cilindro da mago, ma questa volta dal cappello non esce un coniglio, bensì il suo nome: Alexander-Arnold viene sorteggiato per frequentare il camp dov’è presente il coach dell’accademia, Ian Barrigan, che vedendolo giocare gli offre la possibilità di entrare nell’accademy del club.

Nella favola di Trent, tra sacrifici e sudore, non ci sono al momento antagonisti o falsi-eroi. Il ragazzo ha la stoffa e si mette in mostra nell’Under 16 e poi nell’Under 18. Ma le sue guance devono far davvero male per i tanti pizzicotti che da allora continua a tirarsi: il suo secondo sussulto della vita, tra un pizzino estratto dal cappello al nome pronunciato dal ct inglese, arriva quando gli dicono:

Ehi Trent, Steven Gerrard ha parlato di te. Nel suo libro autobiografico

A pagina 353 di “My Story”, appare il suo nome. Sul libro di Stevie G., colonna leggendaria del Liverpool rosso. Nella sua testa ronza la voce dell’ex capitano, sentito chissà quante volte nelle interviste. Trent plasma la voce di Gerrard mentre pronuncia il suo nome. Lo storico numero 8 lo vede all’accademia, sa che viene da West Derby, lo paragona a John Barnes, è cresciuto con il suo mito tra i parchi e le case a schiera con gli inconfondibili bricks rossi del Merseyside. Nel suo libro, l’ex capitano dei Liverpool arriva a dire:

Trent ha una terrificante possibilità di diventare un professionista

Ecco la benedizione. Ecco l’incoronamento con tanto di rituale tra idolo e pupillo. E quasi un’investitura per Stevie che è stato il capitano dell’Inghilterra in un’era del football dal forte sapore amarognolo, dal grande potenziale smarrito per strada.

Alexander-Arnold non vuole smarrirsi, sa quello che deve fare. La corsia di destra lo facilita: deve sempre andare dritto, a testa alta. Con il numero 66 sulle spalle, lo “scouse Lahm”, quest’anno ha segnato contro Hoffenheim, Maribor e Swansea: più avversari internazionali che inglese. Un biglietto da visita non male per il Mondiale se poi si aggiungono giocate e chiusure come queste:

Nel 2015 era con la Nazionale Under 17 durante la spedizione in Bulgaria per l’Europeo. Estromessi agli ottavi di finale dalla Russia, il torneo assegnava sei posti per la Coppa del Mondo Under 17 che si sarebbe svolta lo stesso anno in Cile, ma per l’Inghilterra il biglietto passava dallo spareggio contro la Spagna. Alla vigilia del match, esattamente tre anni fa, Trent fu intervistato dalla Federazione inglese e disse:

Non riesco davvero a rendermi conto quanto sia grande questa opportunità al momento. Vengo dal West Derby di Liverpool e non conosco nessun altro della mia zona che abbia giocato in una Coppa del Mondo. Semplicemente non succede a ragazzi come me. Ci proverò così tanto per arrivarci, sarebbe un’esperienza indimenticabile. La prima Coppa del Mondo che ricordo è quella del 2006, vinta dall’Italia. Giocare in un torneo come quello a livello giovanile sarebbe fantastico

Ai rigori, l’Inghilterra sconfisse la Spagna e volò al Mondiale. Ecco, Trent “semplicemente” può succedere anche a ragazzi come te. Sognare un torneo giovanile e trovarsi al centro del mondo, profumando di sogno.