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L’ostacolo per i quarti di finale si chiama Russia. L’Italia rosa del basket scende in campo questa sera a Belgrado (ore 20.30, diretta Sky Sport Arena) per entrare nelle migliori otto del continente. Un impegno molto ostico sulla strada degli Europei femminili di basket in corso in Serbia e Lettonia. In palio c’è la sfida a eliminazione diretta contro la Spagna già qualificata. Gli altri quarti sono Serbia Svezia, Francia contro la vincente di Belgio Slovenia e Ungheria Gran Bretagna.

La vigilia dell’Italia

Le azzurre di coach Marco Crespi arrivano a questo appuntamento dopo aver concluso al secondo posto il girone eliminatorio, dietro le ungheresi. Decisiva per il passaggio del turno è stata la vittoria contro la Slovenia, in cui finalmente l’attacco ha scacciato via quelle polveri bagnate che avevano caratterizzato i primi due match. 57 punti nel match vittoriosi contro la Turchia, soli 51 nel ko contro l’Ungheria. Poi i 75 punti contro le slovene, di cui ben 39 nel secondo tempo (Dotto 18, Crippa 15). Crespi attende le migliori condizioni di Giorgia Sottana, out precauzionalmente contro la Slovenia dopo l’intervallo lungo e una migliore performance realizzativa di Cecilia Zandalasini, finora al di sotto delle sue potenzialità.

La vigilia della Russia

Nella notte di Belgrado il pericolo russo può farci paura. Le ragazze allenate dal tedesco Olaf Lange, tra le favorite degli Europei, hanno finora deluso le attese. Nel girone D hanno evitato l’ultimo posto qualificandosi come terza: dopo le sconfitte contro Belgio e Serbia, solo la vittoria contro la Bielorussia ha permesso l’accesso allo spareggio contro l’Italia. I maggiori timori per le azzurre derivano dalla forza fisica della Russia, con ben 5 giocatrici sopra i 190 cm. Lo spauracchio numero 1 è Maria Vadeeva, miglior marcatrice della squadra con 16,3 media di punti a partita. La giusta attenzione dovrà essere anche dedicata alla mano educata di Elena Beglova e alla presenza sotto le plance di Natalia Vieru.

Il calcio, si sa, è uno sport magico. Per il calcio si gioisce e ci si dispera, si esulta e si soffre. Basta un gol del proprio beniamino o una parata decisiva del portiere della squadra avversaria perché le emozioni degli appassionati esplodano in un senso o nell’altro, sempre all’estremo, come forse non accade in nessun altra manifestazione sportiva. Ma, a volte, nel calcio accadono tragedie assurde ed incomprensibili, che restano impresse nell’anima dei tifosi come un ospite indesiderato che non ci pensa neanche a togliere il disturbo.

È il caso di questa storia: la storia di un calciatore, un ottimo calciatore, uno di cui avremmo sicuramente sentito parlare parecchio, che avrebbe avuto una carriera di sicuro successo e che, almeno in parte, l’ha avuta, prima che venisse stroncata definitivamente nel modo più assurdo che si possa immaginare. Sì perché la vita – e la carriera – di questo giocatore è terminata a soli 27 anni fuori da una discoteca di Medellin il 2 luglio 1994 spezzata dai colpi esplosi da una mitraglietta. Stiamo parlando di Andrès Escobar, che oggi avrebbe compiuto 50 anni.

UN POTENZIALE CAMPIONE

Andrés Escobar Saldarriaga nasce il 13/03/1967 a Calasanz, quartiere nord-occidentale della città di Medellín, nel cuore della Colombia andina.

Realtà non facile quella in cui Escobar cresce: il narcotraffico fra gli anni 70 e 80 è una realtà radicata con cui convivere e finirci invischiato è più di un rischio per un giovane di quegli anni.
Ma Andrès è diverso, si diploma e persegue quello che è il suo vero sogno: diventare un calciatore professionista. Sin da ragazzino si distingue come ottimo difensore grazie all’eleganza e l’efficacia degli interventi e queste doti gli permettono, appena ventenne, di diventare titolare inamovibile e simbolo della squadra principe della sua città: l’Atletico Nacional di Medellin.
Ma Escobar non è solo un giovane terzino, roccioso ed affidabile. E’ un giocatore ed uomo onesto, che gioca pulito senza eccedere con l’aggressività degli interventi. Ed è questa prerogativa che gli farà guadagnare il soprannome di El Caballero del Futbol (Il cavaliere del calcio).

Le sue prestazioni gli fanno ben presto ricevere le attenzioni del selezionatore della Nazionale colombiana, Francisco Maturana, che già nel 1988 lo convoca in Nazionale, venendo immediatamente ripagato della fiducia con l’unica rete internazionale di Escobar, peraltro in un palcoscenico di lusso: lo stadio di Wembley, dove la Colombia affronta l’Inghilterra in una partita valida per la Stanley Rous Cup.
Anche a livello di club, Escobar si toglie grosse soddisfazioni, con il suo Nacional che è protagonista di una cavalcata trionfale nella Copa Libertadores del 1989 fino alla vittoria ai calci di rigore contro l’Olimpia di Asunción.
Ed è proprio grazie a questa vittoria che il Nacional contenderà la Coppa Intercontinentale all’imbattibile Milan degli olandesi, venendo sconfitto solo grazie ad una perla di Chicco Evani su punizione all’ultimo minuto dei supplementari, dopo una partita ostica e gagliarda. Escobar è il più fiero alfiere di quella squadra e le sue indubbie doti lo portano addirittura, secondo parte della stampa, nel radar dello stesso Milan, salvo poi accasarsi allo Young Boys.
Ma il difensore colombiano probabilmente non digerisce con facilità il freddo clima bernese. Nel giro di pochi mesi, torna nella natia Medellín, consacrandosi definitivamente come eroe dei tifosi. Con la squadra della sua città, dove concluderà la breve carriera, riesce ad aggiudicarsi anche il campionato nazionale nel 1991.
In quegli anni Escobar fa parte della selezione colombiana forse più forte di tutti i tempi, una squadra che annoverava tra le sue fila fenomeni, ingestibili, del calibro di Valderrama, Higuita e Tino Asprilla, e un mix di giocatori di assoluto valore quali “El Tren” Valencia e Leonel Alvarez e giovani di ottima prospettiva quali Harold Lozano, Ivan Valenciano e Faryd Mondragon.
Addirittura, nelle qualificazioni ad USA ‘94, l’undici di Maturana riesce nell’impresa di imporsi per 5-0 a Buenos Aires, rifilando così uno schiaffo storico alla più quotata Selección argentina.

IL DISASTRO DI USA ’94

Ed è anche per questo che c’è grande attesa attorno alla Colombia ai blocchi di partenza di USA ’94. La Colombia sembra essere pronta per un mondiale storico e anche l’urna sforna delle avversarie più che abbordabili per Los Cafeteros: Romania, Svizzera e USA.
Ma l’avversario più ostico per quella Colombia è…la Colombia. I sudamericani sembrano in vacanza, non giocano con convinzione e vengono presi a pallate prima dalla Romania di Raducioiu e Hagi e poi dai padroni di casa, prima di vincere inutilmente con la Svizzera. Tutti a casa.
Ed è proprio contro gli USA che va in scena il dramma di Andrès: al minuto 35 il difensore, nel tentativo di ribattere un cross filtrante, colpisce male in scivolata e deposita il pallone alle spalle di Oscar Cordoba. E’ forse il fotogramma più famoso di quei Mondiali.

Gli esiti della disastrosa campagna a stelle e strisce non tardano ad arrivare: la stampa è furiosa e il rientro in patria di Maturana e soci non è certo leggero. Fin qui tutto normale.
Ma nessuno, nemmeno in quella Colombia fuori controllo ed in costante guerra civile, poteva pensare che una “catastrofe” calcistica potesse tramutarsi in una tragedia umana come quella che fu.

FINE DELLA STORIA

Il 2 luglio 1994, Andrés sta cercando di dimenticare le delusioni sportive e si gode la frizzante serata di Medellìn con la sua ragazza. Una normale serata estiva, almeno così sembra.
Si, perché c’è chi non ha dimenticato l’autogol di una settimana prima, qualcuno che aveva scommesso sul passaggio del turno dei Cafeteros: l’ex guardia giurata Humberto Muñoz Castro che, all’uscita di una discoteca, si avvicina al giocatore ed esplode sei (o dodici secondo alcuni) colpi di mitraglietta verso di lui. Fine della storia.
La fidanzata di Escobar sosterrà in seguito che l’omicida abbia urlato “Goooool!”, come nello stile delle telecronache calcistiche sudamericane. Secondo altri testimoni, il killer urla invece “Grazie per l’autogol!” mentre fa fuoco.
Dopo la tragedia, i compagni di squadra di Escobar, per paura di ulteriori ritorsioni, vengono sottoposti ad un regime di massima sicurezza. Il racconto dell’assurdo.

Ma in questa assurda storia c’è una speranza, una nota lieta. Ed è la consapevolezza che la fama del Caballero ha saputo resistere al tempo e che il suo ricordo è ancora vivo nel cuore dei tifosi colombiani, che ancora oggi intonano cori in onore del loro idolo. Ma questo non è sufficiente per accettare che si possa morire per un autogol.

 

Dopo tanti sacrifici Daniel Hackett ce l’ha fatta: è campione d’Eurolega.

Il cestista azzurro, alla sua prima stagione in terra russa al Cska di Mosca, ha vinto la competizione più importante del continente, rendendosi anche protagonista.

I russi hanno battuto l’Efes Istanbul, vera sorpresa della lega, in una finale caldissima fino all’ultimo quarto.

 

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🏆 let’s gooo!!! @cskabasket

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Il 31enne play italiano ha offerto il suo contributo con 7 punti e 5 assist per quello che è il quarto successo del Cska in Eurolega, il primo dal 2016. Mvp delle Finale Four è stato eletto Will Clyburn.

Daniel Hackett è uno dei cestisti più talentuosi del basket azzurro. Da quattro anni ha lasciato l’Italia partendo prima da Atene nell’Olympiacos arrivando quest’anno nella capitale russa.

Non sono stati certo anni semplici per l’ex Olimpia Milano che è arrivato in Grecia sotto l’ombra dei giganti e fenomeni del Pireo,  capaci di fare la voce grossa a livello nazionale ed europeo. Nonostante lo scetticismo iniziale Hackett è riuscito a ritagliarsi il suo spazio mettendo in mostra la sua bravura e quindi vivendo due ottime stagioni (la seconda un po’ più sfortunata a causa di un lungo infortunio).

I tifosi ellenici gli hanno voluto bene sin da subito tanto che il suo valore è stato riconosciuto anche da colossi come Spanoulis e Printezis. Dopodiché è arrivato un anno da leader tecnico con alta produzione di punti in Germania al Bamberg e, infine, il grande salto di qualità in un club prestigioso come il Cska, con il chiaro obiettivo di tornare a vincere l’Eurolega.

Anche in questa occasione aleggiava un bel po’ di dubbi intorno al play romagnolo. L’inizio è stato tutto in salita perché doveva ben capire le sue qualità e ciò che avrebbe potuto dare alla squadra. Nel giro di qualche mese ha capito come funzionava l’ambiente russo ed è poi diventato perno importante della squadra.

Con questa danza su tacchetti, Johan Cruijff ha ammaliato il titano Crono, governatore del Tempo, colui che ha regnato nell’Età dell’Oro, narrata da Esiodo e che ha accolto Cruijff non nella stirpe umana mortale, ma più su, tra gli dei immortali. Con questa giocata di poco meno di due secondi, l’olandese è volato fin lassù, nel mondo dell’eterno: nella vita che sfugge e corre, che dimentica ciò che abbiamo fatto ieri, questo frame è riuscito a rimanere bello, cristallizzato e atemporale per generazioni e generazioni.

Con lo scorrere degli anni via via è sfumato il contorno: che partita è? In quale stadio siamo? Com’è finita l’azione?

L’immortalità è qui, in una giocata semplice, di quelle che si imparano sin da bambino per fregare l’amichetto. Immortale sarà lui, il 14 arancione e il nostro dilemma sulla corretta pronuncia dell’olandese: sarà Cruiff, Craiff o Cröiff?! Fermatevi e riflettere: quali due secondi della vostra vita scegliereste per essere eterni?

Ora è lui che regna nell’Età dell’Oro del calcio. Hendrik Johannes “Johan” Cruijff

(La “Cruyff turn” si è vista per la prima volta nel Mondiale del 1974, il 19 giugno nel match tra Olanda e Svezia)

E’ l’uomo che sfida se stesso, portando il corpo oltre l’estremo, nell’imponderato. Sfida anche la natura, quella matrigna, a volte benevola a volte mortale. L’ha guardata imbacuccato dietro una spessa visiera, non abbastanza per tenersi al sicuro dai -52 gradi. No, non è un refuso, ma è l’impresa di Paolo Venturini che ha portato l’essere umano oltre un confine mai raggiunto da altri uomini: domenica 20 gennaio ha vinto la sua sfida, quella di percorrere i 39,120 chilometri che separano Tomtor e Oymyakon, nella Jacuzia, in Russia, riconosciuto come il luogo abitato più freddo al mondo.

L’impresa

Il sovrintendente della Polizia di Stato e atleta del Gruppo Sportivo Fiamme Oro ha corso l’intera distanza a una temperatura di -52 gradi (con picchi anche di -52,6°), impiegando meno di quattro ore (3h 54′ e 10″), in un contesto nel quale anche respirare, la cosa più naturale e involontaria, è un’impresa: vista l’umidità oltre l’85 percento, infatti, l’aria diventa come cristalli di ghiaccio e si rischia il congelamento delle vie respiratorie. Per tener botta a quelle temperature, Venturini ha abbinato più capi d’abbigliamento da running visto che nessun tessuto in commercio è in grado di garantire da solo la giusta protezione. Così Paolo è ricorso a tutta la preparazione e alla sua energia estrema, seguito da due medici del dipartimento di Medicina dello Sport dell’Università di Padova, un traduttore e un accompagnatore, oltre al coinvolgimento di esperti in medicina del freddo dell’Università di Yakuts.

Nel 2017 la sfida nel luogo più caldo sulla terra

Nato a Padova il 13 marzo 1968, Paolo Venturini non è nuovo a queste folle imprese: nel 2017 aveva stabilito un nuovo primato mondiale, attraversando il luogo più caldo del pianeta terra, il deserto del Dasht-e Lut, in Iran, dove la pelle percepisce 76 gradi, nel mese più caldo dell’anno, metà luglio. Già nel 1992, però, le sue prime avventure: dopo alcuni precedenti viaggi in Africa, effettua la sua prima impresa in mountain bike, il giro del lago Vittoria attraverso Kenya, Tanzania ed Uganda, 2.400 Km di savana africana. Poi, quattro anni dopo, taglia il continente nero all’altezza del Tropico del Capricorno per 3.300 Km attraverso Mozambico, Sud Africa, Botswana e Namibia, attraversando i deserti del Kalahari e del Namib. All’alba del 2000 va in Nuova Zelanda e attraversa l’isola in pieno inverno australe e nel 2002, in Australia, compie l’impresa in mountain bike fino a oggi più lunga della sua carriera: 5.100 Km da Darwin a Perth, sempre in solitaria ed autonomia in 34 giorni.

Dopo 4 mesi dall’operazione, di nuovo in corsa

Il 2003 è l’anno dei record per Paolo. Sono 108,750 Km i chilometri coperti sopra a un tapis roulant in 12 ore per svolgere un test di allenamento estremo ed allo stesso tempo per dare la possibilità ad un team di medici specializzati, di monitorizzare il suo corpo. A venti giorni dalla migliore prestazione mondiale sul tappeto, Paolo si reca in Cile e partendo dall’Oceano Pacifico, corre e cammina per otto giorni, percorrendo 470 chilometri e raggiungendo i 5.150 metri d’altitudine del monte Guane Guane. L’impresa viene svolta senza fare uso di medicinali, d’ossigeno e senza avere effettuato alcun adattamento alla quota.

Nel 2008, dopo solo quattro mesi di stop dopo essersi operato a entrambi i talloni, Paolo Venturini corre la Maratona di Fussen in 3 ore e 18 minuti e nel dicembre 2014, in Ecuador, sfida ancora una volta la natura con la “Maximum Quota”: partito dal livello del mare dalla città di Guayaquil, in quattro giorni di corsa estrema, coprendo 231 chilometri in condizioni climatiche limite, Paolo raggiunge i 5.500 metri di quota del vulcano Chimborazo, il punto più distante dal centro del pianeta.

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Arriva un punto della vita in cui i genitori si mettono l’anima in pace lasciando ai propri figli la libertà di tappezzare i muri della stanzetta con poster, immagini, scritte e quant’altro. Nella cameretta di ogni adolescente c’era, c’è e ci sarà il volto di un personaggio di un fumetto, di un cartone animato, del proprio idolo sportivo. E di certo, le riviste con gli inserti speciali e i calciatori a grandezza naturale non aiutavano.

Kylian Mbappé lo scorso 20 dicembre 2018 ha compiuto 20 anni, è ancora un ragazzino anche se per lui l’anno appena concluso l’ha consacrato come il talento più cristallino non solo in prospettiva, ma letale e decisivo anche declinando il tempo al presente. Veloce, tecnico, rapido nello stretto, funambolico e letale sottoporta, l’ex ragazzotto cresciuto nel Monaco, si è affermato al Paris Saint-Germain e con la Nazionale francese vincendo da protagonista il Mondiale in Russia.

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Negli ultimi due-tre anni la vita dell’esterno/punta nato a Bondy è letteralmente andata di corsa, spedita  come quando sul campo accelera e lascia le fiamme dietro di sé: era solo un bambino, un adolescente con i propri idoli appiccicati sulla parete della cameretta. Anzi l’idolo era solo uno: Cristiano Ronaldo. Nel 2013 il giornale France Football ha scattato una foto di Mbappé, quando aveva soltanto 14 anni, nella sua stanza, con felpa e sguardo sognante e alle spalle decine di immagini del portoghese, idolo della sua infanzia.

Ora, però, sul suo profilo Instagram, per augurare a se stesso e a tutti un 2019 quanto meno positivo come l’anno appena compiuto, ha pubblicato una foto nel quale ha “cancellato” dal muro le foto di CR7 piazzando gli istanti più iconici del suo anno incredibile che, oltre ad averlo visto sollevare la Coppa del Mondo, si è arricchito di una Ligue1, Coppa di Lega, Coppa di Francia, Supercoppa, riconoscimento come miglior giovane del Mondiale, nell’All Star team di Russia 2018 e vincitore del Trofeo Kopa come miglior under-21 al mondo. E una copertina del Time.

 

 

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• 2018 🏆🎉✅ • 2019…..❓❓❓ 🥳HAPPY NEW YEAR🥳

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Un fotomontaggio, ovviamente nulla contro Cristiano Ronaldo, solo un messaggio chiaro: è cresciuto, ha realizzato in un batter ciglio i suoi sogni, raggiungendo traguardi che altri calciatori non raggiungerebbero nemmeno in una carriera intera. Ora il mito del giovane Kylian è Mbappé stesso.

Ma CR7 rimane l’idolo del giovane francese e il calcio, nell’ultimo anno, ci ha nuovamente sorpreso con il passaggio del portoghese alla Juventus. Mbappé sogna in grande, sogna da ragazzo di 20 anni e chissà cosa gli regalerà questo 2019…

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Lo scorso 17 agosto è l’ultimo giorno di calciomercato. Claudio Marchisio è (ancora) un giocatore della Juventus. Una vita in bianconero, sin dalle giovanili, con la sola parentesi di una stagione a Empoli. Sette scudetti, quattro Coppe Italia, tre Supercoppe italiane. Uno degli ultimi senatori juventini con Chiellini e Barzagli. Buffon è andato a Parigi, Bonucci è appena tornato e deve riconquistarsi l’affetto perduto. Ma quella mattina, una nota della società mette la parola fine alla lunga storia d’amore col Principino.

A 32 anni Marchisio deve ricominciare daccapo. Si prende due settimane di tempo per capire bene cosa ne sarà del suo futuro. Le offerte non mancano, si parla anche di un interessamento del Milan. Ma Claudio ha i colori bianconeri tatuati addosso, non potrebbe sposarne altri. Il 3 settembre comunica il suo approdo in Russia, nello Zenit San Pietroburgo. Un cambiamento professionale e umano. Prende la numero 10, l’obiettivo del club è riprendersi il titolo nazionale che manca dal 2015. Ha voglie di rivincite. Forse alla Juve lo consideravano già bollito, forse Allegri l’ha precocemente accantonato. Gli ultimi infortuni, specie quello grave contro il Palermo nel 2016, hanno condizionato questa sua fase di carriera. Eppure a Torino avrebbe fatto comodo. Con gli infortuni d Khedira ed Emre Can, Max da Livorno si ritrova con i soli Pjanic, Matuidi e Bentancur in mezzo al campo.

In Russia Marchisio esordisce il 16 settembre ad Orenburg, entrando al 71’ al posto dell’ex romanista Paredes. Per il primo gol bisogna aspettare due settimane. Il 30 settembre segna nel match perso contro l’Anzhi. Il secondo centro arriva agli inizi di novembre. Rigore decisivo per l’1-0 contro l’Akhmat Grozny. Dopo 15 partite lo Zenit è saldamente in testa al campionato con 34 punti, a +5 sul Krasnodar. CSKA e Lokomotiv Mosca sono distanti otto e nove punti. In Europa League la squadra di Semak conduce il girone C con 8 punti, davanti a Slavia Praga (7) e Copenaghen (5). Proprio questa sera è in programma la sfida decisiva interna contro i danesi per il passaggio del turno. Marchisio sarà in mezzo al campo, il cuore batte ancora per la Juve ma il presente è altrove.

 

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Jumping on the Wave crest 🌊 #zenit #davai #MC10

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Invertendo l’ordine degli addendi, la somma non cambia. Nelle qualifiche del sabato del GP di Russia, Valtteri Bottas ha beffato il compagno di team Hamilton, centrando la pole. Rimane il dominio di una Mercedes che indirizza ancor di più verso casa l’esito positivo di questo Mondiale. Il finlandese ha chiuso con un super 1’31”387, un decimo e mezzo più veloce del leader della classifica, mentre per le Ferrari è stato un sabato pomeriggio, per così dire, complicato: Vettel e Raikkonen partono dalla seconda fila dopo aver accusato distacchi pesanti e domenica in gara saranno costretti all’impresa anche per tener vivo il mondiale

Le Mercedes hanno confermato lo straordinario feeling con il tracciato di Sochi dominando le qualifiche e monopolizzando una prima fila che costituisce, di fatto, un altro piccolo mattone verso la conquista del titolo iridato. Per la Ferrari un’altra qualifica complicata, dopo quella di Singapore: entrambe le SF71H sono infatti sembrate alle prese con problemi di stabilità al posteriore e mentre le Frecce d’Argento volavano con le hypersoft, Seb e Kimi faticavano specialmente nel terzo settore, accusando alla fine ritardi pesanti: + 0”556 il tedesco, + 0”850 il finlandese.

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Seb è praticamente chiamato a vincere per tener ancora viva la fiammella della speranza. Sarà necessaria una super partenza e una strategia impeccabile:

Si decide tutto domenica: la partenza sarà decisiva, vi ricordate cos’è successo l’anno scorso, quando Bottas vinse partendo terzo? La qualifica non è andata come volevo, ma la macchina va bene. Nel Q3 mi sarei potuto avvicinare ancora un po’ e ridurre il gap dalle Mercedes. Sapevo di avere un piccolo margine di miglioramento, ma allo stesso tempo non volevo fare errori come altre volte. Ci ho provato. Non è andata come volevo, ma sono abbastanza felice

Una vittoria per la svolta. È questo l’obiettivo che si è posto Sebastian Vettel in vista del prossimo Gran Premio di Russia il prossimo weekend.

Il tedesco, dopo le ultime delusioni, vuole puntare al massimo a Sochi cercando di ridurre i 40 punti di distacco dal leader del Mondiale, Lewis Hamilton.

Un vittoria infatti darebbe sicuramente fiducia e morale alla Ferrari e al pilota, viste le ultime apparizioni non proprio all’altezza della scuderia di Maranello e del tedesco.

Hamilton dice di sentirsi al top come mai successo prima d’ora e ha tutte le carte in regola per aggiudicarsi anche questo titolo iridato, che sarebbe il suo quinto personale (Vettel è fermo a 4 tutti in Red Bull).

Per Sebastian c’è fiducia e c’è ancora voglia di stupire perché fino a quando la matematica non si opporrà ai sogni del tedesco, lui ci proverà con caparbietà. Ridurre il gap non sarà facile proprio perché Hamilton negli ultimi Gp ha trovato un grande feeling con la sua monoposto soprattutto dal punto di vista dell’affidabilità.

Ma il tedesco non intende arrendersi:

Abbiamo ancora una chiara opportunità di ribaltare le sorti di questo Mondiale, ma io guardo a un obiettivo per volta: cominciamo a vincere qui e poi pensiamo alla gara successiva. La macchina c’è, ed è competitiva.

Ci vorrà un grande lavoro di squadra sia nei box che in pista. Fare una buona qualifica aiuterebbe a capire quali possono essere gli obiettivi in gara domenica.

A supportare la prima guida della Rossa ci sarà Kimi Raikkonen. Il finlandese, in ombra a Singapore, deve cercare di aiutare il tedesco. Sicuramente un grande risultato sarebbe piazzarsi primo e secondo così da recuperare punti in classifica costruttori e allontanare Hamilton dalla prima piazza.

Lo stress non fa paura a Vettel il quale ribadisce di non sentire il bisogno di ricevere assistenza da un mental coach:

Ti serve equilibrio, ho sviluppato certe cose che funzionano su di me e ho sufficiente autodisciplina

Si torna a ben sperare nel tennis azzurro. Dopo la delusione dell’uscita prematura degli italiani all’Atp 250 di San Pietroburgo nel singolare, Fabio Fognini e Matteo Berrettini trionfano nel doppio maschile.

Una vittoria meritata per i due italiani che in finale hanno battuto, grazie a due tie-break, la coppia composta dal ceco Jebavy e dall’olandese Middelkoop 7-6 (6); 7-6 (4).

Una vittoria un po’ a sorpresa per gli azzurri dato che il torneo di San Pietroburgo è stato il primo in coppia. Feeling che però è cresciuto subito ed è migliorato nel corso dei match, sino alla finale vinta.

 

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Spasiba St. Petersburg 🇷🇺 @formula_tx

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Sotto di un break in entrambi i parziali (1-3 nel primo, 1-4 e 3-5 nel secondo), Fognini e Berrettini sono riusciti a portare a casa il risultato grazie a un mix di soluzioni vincenti e di recuperi al limite, con i servizi di del romano a dare sicurezza e la difesa del ligure a scoraggiare gli avversari.

Con questa vittoria Fognini vola a giocare il torneo Atp 250 di Chengdu in Cina come testa di serie numero 1. Il tennista sanremese, attualmente 13esimo nella classifica Atp, giocherà il settimo torneo come primo del seeding. L’obiettivo in questo Open sarà quello di arrivare più in fondo possibile per provare ad avvicinarsi in classifica al giapponese Nishikori, distante 400 punti.

In Cina ci sarà anche Berrettini che, nei sedicesimi di finale, sfiderà l’indiano Gunneswaran. Magari il romano in coppia con Fognini proverà a ripetere quanto di buono fatto in Russia.

Grazie alla vittoria, infatti, Matteo è balzato alla posizione numero 126 nel ranking del doppio (suo miglior personale), mentre per Fabio un salto di 16 posizioni, ora è 63esimo.

Oltre al torneo di Chengdu, si sta disputando un altro Open sempre in Cina, a Shenzhen. Tra gli italiani c’è Andreas Seppi che affronta lo spagnolo Albert Ramos-Viñolas.