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Quattro mete, trentuno punti segnati e una straordinaria vittoria: l’Italia femminile riscrive un importante pezzo di storia a Padova, battendo la ben più quotata Francia e chiudendo al secondo posto il Sei Nazioni 2019. Al 70’ sul 26-12, profumo già intenso di vittoria ma col retrogusto amaro dell’agganciare in classifica le bleus rimanendo però terze, le azzurre hanno pensato che no, non potevano accontentarsi e hanno deciso di mettere la freccia per il sorpasso.

Dopo la meta segnata da Rigoni serviva la quarta, del bonus, del punto in più per toccare quota 17 e non restare a 16 come le francesi dotate però di una differenza punti enorme. Allora la capitana Manuela Furlan, come un capitan Giovanelli d’annata ai suoi affamati azzurri anni 90, ha pronunciato le stesse parole: «Ragazze, adesso ne facciamo un’altra». La triestina sorride con gli occhi e ripete «Le ho guardate e ho detto “vogliamo il bonus”».

Son bastati trenta secondi. In quel momento entrava in campo Sara Tounesi a sostituire la guerriera Valentina Ruzza, quando le è arrivata la palla dal calcio di invio, l’ha arpionata ed ha tirato dritto sfondando la difesa bleus al centro e, visto che nessuna la fermava, ha proseguito per trenta metri. Placcata alla fine, Tounesi è riuscita in un riciclo plastico dell’ovale verso la Furlan che davanti aveva solo campo libero da correre. L’estremo ha debordato al largo, per evitare ritorni di difensori e si è poi seduta in meta fra il ruggito dei tifosi consapevoli dell’impresa appena nata.

Passa un minuto e il centro Rigoni, dopo essersi informata dei secondi residui, s’è fatta passare l’ovale per spedirlo in tribuna e chiudere la battaglia. 31-12 finale, quattro mete e il secondo posto storico per qualsiasi formazione italiana nel 6 Nazioni. Dietro le marziane inglesi e davanti alle altre, dopo tre vittorie e un pareggio. Un solo bonus, quello decisivo. In 12 edizioni, dopo due cucchiai di legno all’esordio, l’Italia è sempre cresciuta arrivando all’ultimo gradino del podio nel 2015 con tre vittorie. Ora seconde in mezzo a due nazionali già qualificate per la Coppa del Mondo, stracciando le bleus ricordiamo campionesse in carica e alle quali, pur senza due seconde e un numero 8 titolari, sarebbe bastato un bonus difensivo per star sopra. Ma l’intensità del ritmo 6 Nazioni in sette settimane è così: si arriva all’ultimo con la benzina in riserva e la truppa malconcia. Vince chi ne ha di più e la fame azzurra era troppa. Il gruppo in un anno ha perso solo la sfida contro le inglesi che ora alzano la coppa chiudendo un slam imponente con l’80-0 sulla Scozia.

«Al di la di ogni considerazione tecnica – dice il ct aquilano Di Giandomenicoquesto 6 Nazioni è tutto delle ragazze». E queste azzurre sono partite di slancio, imponendo ritmo e pressione dal primo minuto con un’azione di 13 fasi stoppata dalle francesi sotto i pali. Al 20’ il primo acuto dell’ala Sofia Stefan, nato sugli sviluppi di un buco della Barattin sostenuto dalla Giacomoli che dopo una serie di ruck ha dilatato la difesa francese al largo. Tre azzurre contro una e Stefan che si tuffa evitando un placcaggio e segnando di schiena. La difesa azzurra è incredibile fra gli avanti e dietro (Muzzo in evidenza), le blues cercano di sfondare a centro ma non riescono mai a passare la metà campo. Servono i calci della Bourdon per lanciare le ali come la Boujard che accorcia al 38’. Nella ripresa arriva il giallo a Diallo che nel clou del match lascia la Francia in 14, ed arriva la meta della Bettoni vistata dal Tmo (apertura da touche per Ruzza a sfondare, dalla ruck l’ovale vincente) poi trasformata dalla Sillari. Poi il ritorno bleus all’ala con la meta di Jason. Ma il morale ospite va in pezzi, quando la Rigoni scappa solo di sprint fra l’apertura Bourdon e il centro Vernier. A quel punto la Furlan dice: ora ne facciamo un’altra.

Il lungo digiuno inizia ad avere gli aspetti di carestia. L’Italrugby, in questo Sei Nazioni continua sulla scia delle precedenti edizioni e, a vedere il bicchiere mezzo pieno, si può solo dire che nella sconfitta per 26-15 contro il Galles sul prato dell’Olimpico ha portato solo una una buona dose dell’orgoglio. Ma non la vittoria che va agli avversari che intanto piazzano l’undicesimo successo consecutivo, record assoluto nella secolare storia dei Dragoni, e vede l’Italia allungare la striscia nera, nerissima, con 19 sconfitte consecutive.

Ed è allarmante perché l’astinenza si fa sentire sugli spalti, quelle tribune riempite di tifosi festanti, molte volte delusi, ma mai domi. Lo stadio inizia a soffrire la mancanza di risultati e, contro il Galles nel match di sabato 9 febbraio soleggiato, all’Olimpico c’erano 38.500 spettatori, record negativo di presenze da quando l’Italia traslocò dal Flaminio, nel 2012, perché diventato troppo piccolo per le emozioni del Torneo. O almeno così si pensava vista la spinta positiva. Sabato sembrava di stare a Cardiff quando la banda intona «Lands of my father», le terre dei nostri padri, e i bardi gallesi sugli spalti moltiplicano i decibel del canto.

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fonte: Calcio&Finanza

E i gallesi erano in 7mila. Per la prima volta si scende sotto i 40mila spettatori all’Olimpico, battuto il precedente primato negativo, realizzato sempre in una sfida contro il Galles, 40.986 spettatori per la gara del 2017, che aveva visto i gallesi vincere, stravincere per 33-7. Nel 2013, invece, una giornata memorabile per il rugby azzurro con 74.000 spettatori che assistettero al trionfo per 22-15 sull’Irlanda.

Già proprio una vittoria, quella che manca dal 28 febbraio 2015 quando gli azzurri batterono la Scozia a Murrayfield. E’ un problema generazionale, come dice il presidente della Fir, Alfredo Gavazzi? La storia, il ranking mondiale, gli spalti colorati di rosso, l’Italia del rugby ha vissuto per anni pomeriggi del genere, chiamandole “onorevoli sconfitte”. Quelle su cui ha costruito la sua storia di eterna aspirante grande.

Con la prima partita in Italia tra gli azzuri e il Galles allo stadio Olimpico di Roma, prende il via la seconda giornata del Sei Nazioni 2019.
Gli uomini guidati dal ct O’Shea hanno esordito con una sconfitta contro la Scozia e oggi ospitano i dragoni.

Come ogni anno si spera che l’Italrugby non ottenga il tanto odiato “cucchiaio di legno”.
Per l’Italia non uno score grandioso nel Sei Nazioni: dal 2000, anno in cui c’è stata la prima partecipazione al torneo di rugby a cui hanno preso parte le nazionali di Inghilterra, Scozia, Galles, Irlanda, Francia e, appunto, Italia, sono state ben 13 le volte in cui gli azzurri sono arrivati ultimi. Non è un’effige d’onore, ma è una tradizione ormai imprescindibile per la palla ovale.
Il “cucchiaio di legno” è il simbolico trofeo che si assegna alla Nazione peggiore del torneo. Sopra gli azzurri ci sono altre nazioni che però hanno decenni di gettoni alle spalle (pensate che il torneo esiste dal 1883): guida la classifica l’Irlanda con 36 cucchiai, mentre la Francia è a 18.

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Lo sfottò tra le tifoserie di rugby

Ma come nasce questa singolare tradizione? Probabilmente bisogna partire dall’università di Cambridge all’inizio dell’Ottocento, quando il cucchiaio veniva assegnato allo studente che, pur riuscendo a superare la prova, otteneva il risultato più basso alla prova finale del corso di matematica (erano i “Cambridge Mathematical Tripos”, il più antico dell’università). Nel corso degli anni, verso i primi del Novecento, il cucchiaio raggiungeva addirittura il metro e mezzo di altezza: era molto carnevalesco, con cerimonie e decorazioni varie.
Dalla matematica allo sport, il merito sembra avercelo il canottaggio: sempre in ambito universitario, agli equipaggi britannici classificati per ultimo si donava l’ormai celebre feticcio. Dal canottaggio al rugby, il passo è breve: ormai entrato nel gergo quotidiano, lo scettro dell’ultimo classificato è approdato anche nel torneo del Sei Nazioni verso la fine dell’Ottocento, rimanendo, però, sempre “virtuale”.

Nel torneo, inoltre, ci sono altri riconoscimenti “non ufficiali”. Il cucchiaio di legno, infatti, non deve essere confuso con il whitewash (cappotto), che si assegna quando una squadra finisce il torneo senza vincere neppure una partita e finendo ultima in classifica con zero punti (e, ahinoi, è successo nella scorsa edizione per l’Italrugby).
Per le nazioni d’oltremanica, inoltre, Inghilterra, Scozia, Irlanda e Galles c’è in palio un altro trofeo: la Triple Crown (Tripla Corona), che va alla nazionale che riesce a battere tutte le altre.

Qui, un divertente spot di Sky girato qualche anno fa che ironizza, appunto, sul cucchiaio:

#Ballsout. Fuori le palle. Un pizzico di ironia, un invito a essere forti e a reagire, ma anche per porre attenzione alla prevenzione, senza imbarazzo. Tutti uniti, stretti stretti in cerchio, come si fa prima della partite di rugby. Nel mezzo si alza il grido “Fuori le palle” e tutti insieme si rasano a zero i capelli per sostenere il compagno di squadra malato.

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I giocatori della Benetton sostengono Nasi Manu, 30 anni, terza linea biancoverde di origine tongana che, dopo una delicata operazione il 30 agosto scorso nel reparto di urologia dell’ospedale Cà Foncello, da metà ottobre si sta sottoponendo a cicli di chemioterapia. Così i ragazzi della squadra trevigiana, rasoio elettrico in mano, hanno deciso di radersi la testa: il primo a tagliarsi i capelli, un mese fa, era stato il neozelandese Hame Faiva, anche lui atleta del club trevigiano:

Solo un piccolo segno di supporto, amico mio, prima che per te arriva la parte più difficile, prima che arrivi la parte dura. Tutto il meglio per la tua prossima ‘partita’ con la chemio. Io sono sempre qui con te

Mercoledì 5 agosto, al termine dell’allenamento serale, si sono dati appuntamento all’interno dello spogliatoio per unirsi all’avversario più difficile.  Il campione del Pacifico in questi giorni aveva risposto su Instagram ai tanti messaggi di solidarietà arrivati: «Grazie per tutti l’aiuto. Ci sono molte cose importanti ancora da fare e la strada è lunga, ma in Italia so di poter contare sulle migliori cure. Mi riprenderò pienamente, ne sono sicuro». 

E’ il momento di tirare fuori le palle!

Alcuni, sottovoce, in carriera l’hanno definito il “David Beckham del rugby” e siamo certi che diversi appassionati della palla ovale a sentir queste parole avvertirebbero un mancamento. Jonny Wilkinson è la leggenda del rugby mondiale, è la storia del rugby d’Oltremanica e paragoni con altri sportivi senz’altro fanno impallidire non lui, ma gli altri. Ma il paragone con lo Spice Boy regge per un solo istante, per un solo frame dove le due carriere trovano un punto di contatto e sta tutto nella loro abilità di segnare la storia della Nazionale dei Tre Leoni all’ultimo secondo, all’ultimo respiro.

Era il 2001 e all’Old Trafford si gioca l’ultima partita del girone di qualificazione ai Mondiali in Corea e Giappone. L’Inghilterra è sotto incredibilmente 2-1 contro la Grecia, è il 47’ del secondo tempo, c’è una punizione dai 25 metri e ci va il pupillo di casa, il ragazzotto di Manchester. Lui respira profondamente, tutti trattengono l’aria nei polmoni, calcia con il suo piede magico con scarpini bianchi e segna. Segna su punizione la rete del 2-2 e che significa biglietto per il volo diretto ai Mondiali. E questo è il calcio.

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E’ il 2003, il 22 novembre per l’esattezza. E questo è il rugby. Al Telestra Stadium di Sideny più di 80mila persone sono accorse per assistere ad un evento storico: la nazionale di casa gioca la finale della quinta edizione della Coppa del Mondo e dinanzi c’è l’Inghilterra di Jonny Wikinson che è a secco di successi mondiali, mentre i Wallbies hanno già alzato due volte il trofeo al cielo.

Il match, caricato di aspettative alla vigilia, non delude le attese: in vantaggio l’Australia, poi sorpasso inglese con un vantaggio che pian piano si assottiglia fino allo scadere: 14-14 il risultato finale, si va ai supplementari. Ancora botta e risposta all’extra time, nuovamente pareggio, è 17-17.

Poi al centesimo minuto di gioco ecco l’istante del fuoriclasse: touche inglese, conquistata, una, due, tre fasi avvicinano gli inglesi ai pali avversari. La palla esce dall’ultima ruck e dalle mani del mediano di mischia passa veloce, tesa, precisa alle mani di Jonny Wilkinson che calcia con decisione e contemporanea flemma. Ancora il fiato trattenuto nei polmoni di tutti i presenti al Telestra Stadium. La palla droppata vola e centra i pali. E’ il 20-17 con cui la storica finale si avvia alla conclusione.

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Inghilterra sul tetto del mondo grazie al suo prodigio piovuto da chissà quale costellazione ultraterrestre. Un privilegio che tocca solo ai grandi, solo a quelli che sanno uscire dall’oblio della mediocrità, caricandosi una nazione intera sulle spalle e a decidere il corso della storia.

La recente decisione della World Rugby, la federazione rugbistica mondiale, ha a dir poco del clamoroso: Spagna, Romania e Belgio sono state infatti squalificate per aver schierato atleti ineleggibili durante le partite di qualificazione, consentendo alla Russia di accedere alla fase finale dei mondiali ed alla Germania di disputare i playoff contro il Portogallo.

Tutto nasce dal contestato match Belgio-Spagna del 18 marzo a Bruxelles, vinto dai padroni di casa per per 18 a 10, e caratterizzato dal disastroso arbitraggio del romeno Vlad Iordachescu, a fine partita minacciato ed inseguito da diversi giocatori spagnoli, cinque dei quali sono stati squalificati con stop tra le 14 e le 43 settimane.

La vittoria del Belgio ha permesso alla Romania di qualificarsi a Giappone 2019 proprio ai danni della Spagna, la cui richiesta di rigiocare il match non è stata accolta dal panel indipendente costituito dalla World Rugby. Ma la storia non finisce qui: infatti, nelle partite del Rugby Europe Championship 2017 e 2018, Belgio, Romania e Spagna hanno schierato più volte atleti senza sufficienti vincoli di nazionalità, o che avevano già giocato con le nazionali d’origine (gli otto giocatori «incriminati» sono Sione Faka’osilea per la Romania, Mathieu Belie e Bastien Fuster per la Spagna e cinque atleti per il Belgio).

Pertanto, per ciascuno di questi match, sono stati comminati cinque punti di penalizzazione per ogni giocatore schierato irregolarmente, sottraendo così 30 punti a Romania e Belgio e 40 alla Spagna, multate rispettivamente per 100.000, 125.000 e 50.000 sterline.

Prima diventa quindi la Russia, al secondo mondiale della sua storia, che va direttamente nella poule A del Mondiale come Europa 1, raggiungendo Irlanda, Scozia e Giappone, mentre la Germania disputerà i playoff con il Portogallo il 9 giugno. Va comunque ricordato che tutte le decisioni adottate sono soggette ad appello.

Domenica 18 marzo, a Colonia, si è disputata Germania-Russia, uno degli ultimi match del Sei Nazioni B, noto anche come Rugby Europe Championship, principale torneo di rugby dopo il Sei Nazioni.

Con il punteggio schiacciante di 57 a 3, la Russia si è imposta nettamente sulla Germania, la quale, relegata all’ultimo posto in classifica a zero punti, si ritrova pertanto a rischio retrocessione nel Rugby Europe Trophy, un torneo continentale minore. Tuttavia non è questo il motivo per il quale questa partita ha destato la curiosità di molti appassionati di rugby e non solo.

Subito prima della partita, infatti, con le squadre schierate in campo per ascoltare gli inni nazionali, l’organizzazione tedesca ha fatto partire, per errore, l’inno dell’Unione Sovietica, anziché quello della Federazione Russa. La melodia è la stessa per entrambi gli inni (fu composta da Aleksandr Aleksandrov, al quale è intitolato il coro dell’Armata Rossa) mentre a variare è il testo (ambedue furono scritti da Sergej Michalkov, padre del noto regista Nikita Michalkov).

Nel testo dell’inno sovietico vi sono ovviamente numerosi riferimenti all’ideologia comunista, come ad esempio nella strofa Il partito di Lenin, la forza del popolo, ci porta verso il trionfo del comunismo, mentre quello della Federazione Russa è incentrato sul patriottismo e l’orgoglio nazionale e non contiene alcun riferimento al passato sovietico.

Dopo i primi momenti di imbarazzo e di sguardi confusi, i quali traspaiono chiaramente nei diversi video che sin da subito hanno iniziato a circolare in rete, per gli atleti russi non vi è stato alcun problema: molti di loro hanno iniziato a cantare il vecchio inno, alcuni in modo molto appassionato, altri visibilmente divertiti da questo fuoriprogramma che, a dire il vero, ben si sposa con l’attuale clima di rinnovate tensioni politiche tra la Russia ed i Paesi del blocco occidentale.

 

Manca solo una settimana per la chiusura del torneo di rugby Sei nazioni, ma già i giochi sono praticamente fatti.

L’Irlanda, con la vittoria sulla Scozia e il crollo dell’Inghilterra per mano della Francia, è la vincitrice del titolo in questa 19esima competizione.

Riesce quindi, con l’aiuto inaspettato da parte dei francesi, a sottrarre il titolo di campione all’Inghilterra, che avrebbe dovuto vincere la sua ultima partita per avere ancora qualche possibilità di competere nella finalissima. Il dominio inglese, che durava da almeno due anni, finisce qui e passa il testimone nuovamente all’Irlanda, in un head to head che dura già da diverso tempo tra le due nazioni.

Per la terza volta gli irlandesi festeggiano questo grande trionfo, già ottenuto nel 2014 e nel 2015, e stavolta con un match d’anticipo. Infatti, la prossima settimana si giocheranno le ultime partite. Oltre a Francia contro Galles e Inghilterra contro la campionessa Irlanda, anche la nazionale azzurra si giocherà il tutto per tutto nel decisivo incontro contro la Scozia, dove l’unico obiettivo è vincere ad ogni costo.

Il bilancio dell’Italrugby in questa edizione è nettamente negativo: si parla di ben 16 partite perse una dopo l’altra.

Un triste record che neanche l’inizio del Sei nazioni, il 3 febbraio 2018, è riuscito a sfatare. Al momento sono quattro partite su quattro perse e l’Italia si gioca sabato la sua ultima chance per non rischiare il whitewash, che decreta la sconfitta in tutte le partite totalizzando zero punti.

Prima è stata la volta dell’Inghilterra, che vince 46-15, poi dell’Irlanda con 56-19. Alla terza giornata è la Francia che ha la meglio con 34-17 e infine è arrivato il confronto con il Galles.

L’ultimo match è stato altrettanto disastroso per gli azzurri, che sono stati battuti dal Galles per 38-14. Il dato ancora più sconfortante è stato vedere che l’avversaria dopo 6 minuti era già in vantaggio di 14 punti. Inutili i tentativi di rimonta della squadra di rugby italiana e alcuni momenti di grande gioco. Purtroppo, nonostante un Galles che non era nella sua forma migliore, l’Italia non ce la fa e incassa l’ennesima disfatta.

I giocatori azzurri, tra cui Minozzi e Bellini, non sono stati capaci di sovvertire un risultato che fa ancora più male se si guarda all’intero percorso che l’Italrugby ha fatto dall’inizio del sei nazioni fino ad ora.

La nazionale di O’Shea a Cardiff deve piegarsi dinanzi alla forza dei Dragoni: riuscirà almeno a fine torneo ad evitare il whitewash?

Nel frattempo, però, alla nostra squadra spetta un altro poco lusinghiero riconoscimento: il cucchiaio di legno, conquistato suo malgrado per essere arrivata ultima a questa competizione.

L’Italia non vince dal lontano 2015 ed è ora di tornare a dimostrare quanto valgono i nostri giocatori, giocandosi l’ultimo match dando il massimo e non concedendo alcun vantaggio agli avversari scozzesi.

La partita sarà giocata allo Stadio Olimpico, a Roma, sabato 17 marzo in tarda mattinata.

Si può dire che il Sei Nazioni, prestigioso torneo internazionale di rugby a 15, sia tra i più importanti in questa disciplina. Senza dubbio per l’Italia è il più importante anche perché a lungo inseguito. Nato nel 1883 e disputato solo tra i paesi britannici (Inghilterra, Irlanda, Galles e Scozia), ha cambiato nome e forma altre due volte: nel 1910 con l’ingresso della Francia e poi nel 2000 con la felice ammissione dell’Italia.
Un salto tra i grandi, tra gli adulti. Come raccontato in precedenza, il percorso dell’Italia fu lungo e tortuoso e la soddisfazione di partecipare in una competizione tosta, privilegiata e entusiasmante non sempre ha fatto seguito a buone prove degli azzurri.
In 11 edizioni, il XV azzurro ha chiuso il torneo all’ultimo posto vincendo (si fa per dire) il temuto cucchiaio di legno. Ma tra fango, delusioni, ferite e botte, l’Italia ha saputo anche ruggire, mettendo la testa al di là della barricata e portando a casa delle storiche vittorie. Letteralmente storiche.

5 febbraio 2000: Italia – Scozia 34-20

Sin dall’inizio. Prima partita in assoluto nel Sei Nazioni, allo stadio Flaminio di Roma, l’Italia affronta la Scozia. E’ il 5 febbraio 2000, l’epifania più bella: guidati dall’ex All Black, Brad Johnstone, gli Azzurri battono la Scozia 34-20. Diego Dominguez è il solito trascinatore segnando 3 drop e 7 punizioni, per un totale di 30 punti. La ciliegina sulla torta è la meta di De Carli al 78’.
E’ euforia: l’Italia evita così il “cappotto”(whitewash) cosa che invece subì la Francia all’esordio nel 1910. Dall’altare alle polveri, però, il passo è breve: dopo quella vittoria, tuttavia, seguiranno ben 14 sconfitte consecutive: le successive quattro partite del 2000 più le edizioni 2001 e 2002 chiuse tutte in bianco.

Sei Nazioni 2014

 

15 febbraio 2003: Italia – Galles 30-22

Bisogna andare veloce nel tempo e arrivare nel 2003. Dopo due anni bui, ancora al Flaminio, ancora all’esordio, arriva la seconda vittoria dell’Italia nel Sei Nazioni. Galles per la prima volta piegato: è 30-22 il punteggio finale, tre mete a due, De Carli, Festuccia e Phillips per i colori azzurri e con il solito sontuoso Diego Dominguez a fare la differenza, ben 15 punti.

24 febbraio 2007: Scozia – Italia 17-37

E’ tempo di mostrare maturità e di conquistare qualche avamposto estero. Ci sono voluti otto anni, ma finalmente il 24 febbraio 2007 arriva la prima vittoria dell’Italia lontano da casa: a Murrayfield, l’Italia piazza e issa la sua bandiera tricolore. Un secco 37-17 alla Scozia, attonita, demolita.
L’aurea della leggenda con seimila tifosi a seguito in un esodo magico. Tre mete in appena sette minuti: già dopo 20 secondi Mauro Bergamasco si tuffa in meta, poi segue Scanavacca e poi ancora Robertson. Guardando il tabellone è 21-0 dopo 360 secondi. E’ la prima vittoria lontano dalle mura amiche, ma che vittoria…

 

12 marzo 2011: Italia – Francia 22-21

Vi ricordate Grenoble 1997? L’ultima volta che l’Italia è riuscita a sconfiggere la Francia. Una rivalità antipatica, genuina che ha visto fin troppe volte i francesi spuntarla. Sono passati quattordici anni dal trionfo di Grenoble: il 12 marzo 2011 la Francia cade nuovamente sotto i colpi di un’Italia come quel giorno commovente, indomita e feroce.
Sotto con il punteggio, il XV azzurro è stato capace di un parziale di 16-3 negli ultimi 21 minuti. La meta di Masi e i 17 punti di Mirco Bergamasco riscrivono la storia con un finale di 22-21. I cugini tornano a casa in silenzio. L’Equipe il giorno dopo, per criticare la troppa mancanza di concentrazione dei transalpini, titola: “Vacanze romane”. Au revoir.

 

Manca ormai pochissimo per l’inizio della gara di rugby più appassionante, il Sei Nazioni 2018, 19esima edizione del torneo continentale, che avrà inizio a febbraio.

Per il primo raduno di preparazione, che si terrà a Roma dal 21 al 24 gennaio, il c.t. Conor O’Shea ha appena reso noti i nomi dei convocati azzurri. Tra esordienti e grandi ritorni, conosciamo i nomi di chi potrà partecipare e chi invece ne è rimasto escluso.

Per la lista definitiva dei giocatori che affronteranno le prime due partite del torneo, invece, bisognerà attendere il 25 gennaio.

Tra i nomi degli azzurri spicca quello di Alessandro Zanni, che torna a giocare per la nazionale dopo 2 anni di assenza, a causa di svariati infortuni che non gli hanno consentito di scendere in campo.

Ma non è l’unico grande ritorno: nella lista troviamo anche Nicola Quaglio, Maxime Mbandà, Giulio Bisegni, George Biagi e Tommaso Allan.

Nel gruppo c’è anche un giocatore al suo debutto in nazionale, Jake Polledri, terza linea di Gloucester che sta avendo grandi risultati nella Premiership.

Rimangono fuori, invece, Dario Chistolini, Francesco Minto e Marco Lazzaroni. Non giocheranno neanche Michele Campagnaro, Angelo Esposito, Ornel Gega e Federico Zani, per infortunio.

La prima partita dell’Italia si giocherà il 4 febbraio contro l’Inghilterra e il ct azzurro sa bene che non sarà affatto facile battere gli avversari che sono davvero temibili.

Sono consapevole che saremo giudicati sulla base dei risultati, ma sappiamo bene tutti del livello di gioco con cui andremo a confrontarci e delle sfide che ci attendono in ogni partita, a cominciare dall’affrontare la seconda e la terza squadra del ranking mondiale nell’arco di sei giorni nelle prime due giornate. Se come Federazione continueremo a crescere e sviluppare i nostri giocatori, il sistema ed i processi come stiamo facendo continueremo a ridurre il gap con le altre Nazioni

Fiducioso, però, nel talento dei giocatori, aggiunge:

In squadra, ci sono alcuni giovani di particolare talento e ci prepareremo a prendere qualche rischio, nei mesi a venire, per trasformare il possesso in punti. Abbiamo messo le fondamenta per progredire e anche se le sfide del 6 Nazioni saranno difficili lo sport è fondato sulla sfida e sulla solidità mentale. Solo un gruppo di giocatori e uno staff con la mentalità giusta può affrontare gli appuntamenti che ci aspettano: abbiamo un gruppo pronto a farlo

La lista dei convocati azzurri

Piloni
Simone FERRARI (Benetton Rugby, 8 caps)
Andrea LOVOTTI (Zebre Rugby Club,  20 caps)
Tiziano PASQUALI (Benetton Rugby, 2 caps)
Nicola QUAGLIO (Benetton Rugby, 2 caps)

Tallonatori
Luca BIGI (Benetton Rugby, 6 caps)
Leonardo GHIRALDINI (Stade Toulousain, 89 caps)
Oliviero FABIANI (Zebre Rugby Club, 4 caps)

Seconde linee
George BIAGI (Zebre Rugby Club, 19 caps)
Dean BUDD (Benetton Rugby, 6 caps)
Marco FUSER (Benetton Rugby, 27 caps)
Federico RUZZA (Benetton Rugby, 3 caps)
Alessandro ZANNI (Benetton Rugby, 99 caps)

Flanker/n.8
Renato GIAMMARIOLI (Zebre Rugby Club, 1 cap)
Giovanni LICATA (Fiamme Oro Rugby, 3 caps)
Maxime Mata MBANDA’ (Zebre Rugby Club, 11 caps)
Sebastian NEGRI DA OLEGGIO (Benetton Rugby, 2 caps)
Sergio PARISSE (Stade Francais, 129 caps) – capitano
Jake POLLEDRI (Gloucester Rugby, esordiente)
Abraham STEYN (Benetton Rugby, 17 caps)

Mediani di mischia
Edoardo GORI (Benetton Rugby, 65 caps)
Tito TEBALDI (Benetton Rugby, 23 caps)
Marcello VIOLI (Zebre Rugby Club, 8 caps)

Mediani d’apertura
Tommaso ALLAN (Benetton Rugby, 33 caps)
Carlo CANNA (Zebre Rugby Club, 25 caps)
Ian MCKINLEY (Benetton Rugby, 3 caps)

Centri-Ali-Estremi
Mattia BELLINI (Zebre Rugby Club, 8 caps)
Tommaso BENVENUTI (Benetton Rugby, 45 caps)
Giulio BISEGNI (Zebre Rugby Club, 7 caps)
Tommaso BONI (Zebre Rugby Club, 8 caps)
Tommaso CASTELLO (Zebre Rugby Club, 5 caps)
Jayden HAYWARD (Benetton Rugby, 3 caps)
Matteo MINOZZI (Zebre Rugby Club, 3 caps)
Edoardo PADOVANI (Zebre Rugby Club, 14 caps)
Leonardo SARTO (Glasgow Warriors, 34 caps)