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Un secondo posto che lascia un bel po’ di amaro in bocca a Valentino Rossi ad Austin, in Texas.

Il Dottore sale in classifica generale piazzandosi alle spalle di Andrea Dovizioso che, nonostante il quarto posto, scalza Marc Marquez nella generale.

C’è del rammarico, però, per Rossi. Rammarico legato al campione del mondo Maqruez che, su circuito del gp  delle Americhe, ha imbeccato in una domenica storta facendosi del male da solo: lo spagnolo è caduto mentre guidava la gara in solitaria. Poteva essere la gara buona per tornare alla vittoria per il nove volte campione del mondo il quale non riesce a salire sul gradino più alto del podio dal lontano 2017, trionfo sul circuito olandese di Assen. Il cowboy del Texas è stato un altro spagnolo, Alex Rins sulla Suzuki.

Senza giri di parole Valentino si è detto emozionato quando ha visto il rivale Marquez a terra, ma è altrettanto schietto nel ribadire che, a causa di due errori commessi nell’ultimo giro, non è riuscito a piazzare un colpo a sorpresa per beffare Rins durante le ultime curve, prima del traguardo.

Aldilà dell’harakiri di Marquez si può comunque guardare il bicchiere mezzo pieno e ciò significa che Valentino Rossi c’è e potrebbe dire la sua in questo Motomondiale, nonostante le 40 primavere.

Abbastanza soddisfatto, seppur vivendo un weekend sottotono, è Andrea Dovizioso che, con il quarto posto, riesce a piazzarsi leader della generale dopo tre Gp.

Prossima tappa è Jerez de la Frontera con il gp di Spagna, primo fine settimana europeo, e per Rossi è già un importante banco di prova dato che la Yamaha nelle ultime due edizione ha avuto enormi difficoltà.

In Italia molto probabilmente in pochi si ricordano di lui per i suoi trascorsi da calciatore con la maglia della Sampdoria e Brescia. In Ungheria, invece, è una vera e propria star.

Stiamo parlando di Marco Rossi, allenatore classe 1964, attuale commissario tecnico della nazionale magiara di calcio che ha fatto una vera e propria impresa nel primo match di qualificazione a Euro2020, vincendo contro la Croazia per 2-1.

Una vittoria storica, se si pensa che la nazionale guidata dal Pallone d’oro Modric è vicecampione del mondo al Mondiale di Russia 2018.

Come detto, il ct Rossi è famosissimo in terra ungherese, poiché ha avuto un doppio trascorso anche sulla panchina del Budapest Honvéd, storica squadra che, a cavallo tra il 1940 e il 1950, dominava in Europa grazie alle prodezze di Ferenc Puskás.

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I festeggiamenti dell’Honvéd, dopo la conquista del titolo ungherese

Con la formazione rossonera Rossi ha vinto un campionato nella stagione 2016/17, grazie anche alle reti di un ex conoscenza del calcio italiano come Davide Lanzafame, ora in forza al Ferencváros (altra squadra del campionato Nemzeti Bajnokság).
Al termine di quella vittoriosa stagione ha ricevuto anche il premio Panchina d’oro speciale dalla Figc.

Dopo il trionfo con il club, ora il mister vuole scrivere la storia con la nazionale puntando come obiettivo la qualificazione al prossimo torneo continentale, complice anche un buon trend durante la Nations League in cui la formazione da lui guidata ha ottenuto sei vittorie, un pareggio e due sole sconfitte.

Il match d’esordio nel girone E contro la Slovacchia non è stato dei migliori, ma c’è stato il pronto riscatto contro i croati.

L’Ungheria, dunque, ora può sognare con Rossi in panchina: nazionale che era un po’ nel destino del tecnico dopo anni bui in Italia, in cui non riusciva a giocarsi le sue carte.

È stato mio nonno Gino ad avviarmi al calcio. Mi parlava di Puskás, della grande Ungheria, mi raccontava del 6-3 che i magiari avevano rifilato agli inglesi nel tempio di Wembley. Lui era del 1913, aveva visto il Grande Torino e la più grande squadra d’Ungheria, l’Honvéd. Quando sono diventato allenatore ho ripensato a mio nonno, e alla forza che ha il destino.

Si accendono i semafori del Motomondiale 2019/2020 e i motori sono già caldi, cosi come lo sono i piloti. Si apre con il Gp del Qatar, nella cornice notturna degli Emirati Arabi.

Per l’Italia è un anno speciale dato che conta la presenza di ben 23 piloti (più di qualsiasi altra nazione) all’interno delle tre classi dei campionati. La MotoGp avrà ben 6 italiani sulla griglia di partenza, erano ben 14 anni che non accadeva dal lontano 2005. In Moto2 saranno nove, mentre nella Moto3 otto.

Partendo dalla MotoGp, come detto, tornano ben sei piloti al via, guidati dal veterano 40enne Valentino Rossi. Nel 2005, il Dottore era al suo secondo anno in sella alla Yamaha M1 con cui aveva vinto nel 2004 e si apprestava a confermarsi. Oltre al fuoriclasse di Tavullia c’erano: Max Biaggi, Marco Melandri, Loris Capirossi, Roberto Rolfo e Franco Battaini. Il campione con la 46 stravinse quel Mondiale davanti a Melandri.

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Valentino Rossi in pista nel 2005

Quest’anno sicuramente Rossi e Dovizioso saranno protagonisti insieme agli spagnoli e compagni di squadra in Honda: Lorenzo e Marquez. Gli italiani cercheranno di rompere il dominio iberico degli ultimi anni, con il Dovi chiamato a dare conferme con la Ducati Desmosedici (specie dopo gli ottimi test invernali) e Rossi che proverà ancora una volta a conquistare il tanto sognato decimo titolo.

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Il Dovi sulla Desmosedici col numero 4

Da non sottovalutare Danilo Petrucci, compagno di squadra del Dovi, Andrea Iannone che è passato dalla Suzuki all’Aprilia, Franco Morbidelli su Yamaha SRT e il campione del Mondo di Moto2 Francesco Bagnaia (esordiente).

Per quanto riguarda Moto2 e Moto3 ci sono molti debutti e qualche ritorno. Nella classe intermedia c’è l’esordio dei piloti provenienti dalla classe più “piccola”: Enea Bastianini (Italtrans Racing Team), Nicolò Bulega (Sky Racing Team VR46), Fabio Di Giannantonio (Speed Up Racing) giunto secondo lo scorso anno alle spalle del solo Jorge Martin e Marco Bezzecchi (Red Bull KTM Tech3), il quale sarà proprio compagno di squadra del campione spagnolo.

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I festeggiamenti di fabio Di Giannantonio

Pattuglia azzurra arricchita da Andrea Locatelli (Italtrans Racing Team), Lorenzo Baldassarri (Pons Hp40), Simone Corsi (Tasca Racing Scuderia Moto2), Stefano Manzi che svezzerà la MV Agusta del Forward Racing Team e poi Luca Marini (Sky Racing Team VR46), oramai maturo abbastanza per puntare a qualcosa di importante.

In Moto3, invece, fari puntati sul ritorno di Romano Fenati. Il pilota ascolano (Team Snipers Honda) è rientrato in pista dopo la squalifica inflittagli in seguito al grave episodio a Misano lo scorso anno. Il suo compagno di squadra sarà Tony Arbollino, mentre sotto la lente d’ingrandimento c’è anche la coppia di talentuosa del team di Valentino Rossi: Dennis Foggia e Celestino Vietti.
Nel team Simoncelli c’è Niccolò Antonelli e non sono da accantonare: Lorenzo Dalla Porta (Leopard Racing), Andrea Migno (Bester Capital Dubai) e Riccardo Rossi del Team Gresini.

Insomma ci sarà da divertirsi.

Quarant’anni e non sentirli.

Una frase che per Valentino Rossi è realtà. Il nove volte campione del mondo festeggia i suoi primi 40 anni e non ha intenzione di smettere. Dopo tante soddisfazioni, momenti indelebili che hha regalato e si è regalato, tuttora, non gli è passata l’idea di sfilarsi il casco e abdicare.

No perché, aldilà della carta d’identità, Valentino ha ancora tanta voglia di scendere in pista e di gareggiare. Oltre le vittorie e i punteggi il Dottore sente il bisogno di continuare a divertirsi e a far divertire. Perché per Rossi il divertimento, l’agonismo e lo spettacolo sono ancora gli aspetti più importanti del motociclismo e dello sport.

Con il numero 46 è diventato famoso in tutto il mondo mettendo in mostra: talento, carisma e voglia di vincere, che solo i grandi atleti hanno.
Proprio come pochi di loro, è considerato tra le icone sportive più grandi di sempre come: Alì, Maradona, Pelè, Schumacher, Fangio, Bolt, Phelps, Tomba ecc…

Valentino Rossi è sicuramente tra queste leggende dello sport

Valentino è la dimostrazione vivente dello sportivo che ama quello che fa senza pensare ai vincoli dell’età. La sua passione l’ha trasmessa al pubblico che è cresciuto con le sue vittorie ed è stato ammaliato dal suo talento e dai suoi capolavori in pista. Generazioni di ragazzi incollati alla tv ad ammirare i sorpassi mozzafiato e i riti scaramantici prima dell’inizio di gara, riti che sono diventati abitudine per chiunque.

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Uno dei riti più famosi del Dottore è quello di parlare con la sua M1

Se si pensa che la prima vittoria è stata in 125 e risale al 18 agosto 1996, possiamo certamente dire che di tempo ne è passato. Ma Vale46 è sempre lì, con la voglia di un ragazzino a cui piace mettersi in gioco, anche a 40 anni. E Rossi lo fa da quando, a 17 anni in sella all’Aprilia, quell giovane pilota di Tavullia vinceva la sua prima gara sul circuito di Brno in Repubblica Ceca.

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Capelli lunghi, viso da ragazzino. Il primo trionfo tra i professionisti a Brno

L’anno successivo è quello del primo dei nove Mondiali in bacheca. Undici gran premi vinti e titolo 1997 in saccoccia. Con quella vittoria abbiamo conosciuto anche il Rossi “attore”: protagonsita indiscusso di scenografie bislacche al termine di molti gran premi.

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Rossi in trionfo nel Mondiale del 2002

Nel 1999 vince il titolo in 250 e poi inizia l’ingresso nella 500 (diventata poi MotoGp). Con la Honda domina tra il 2001 e il 2003 per poi accettare la scommessa di passare alla “meno competitiva Yamaha”. Beh la storia si ripete e il Dottore nel 2004 riesce a vincere anche sulla M1 sottolineando il fatto che aldilà dell’avere una moto potente serve soprattutto un pilota all’altezza.

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Contro ogni pronostico, Vale46 vince anche in sella alla Yamaha nel 2004

In Yamaha sono gli anni dei duelli con Sete Gibernau prima e con Max Biaggi e Casey Stoner poi.

Stagioni in cui ci sono stati successi, sorpassi mozzafiato, scelte sbagliate (come quella di passare in Ducati) e i duelli con gli spagnoli Lorenzo e Marquez.

Sono gli anni del presente in cui la Honda detta nuovamente legge in MotoGp ma che non ha perso ancora il suo protagonista assoluto: il classe ’79 Valentino Rossi da Tavullia con la moto numero 46.

Ole Gunnar Solskjaer sta volando con il suo Manchester United. In meno di un mese ha rivitalizzato la squadra dopo l’esonero di Mourinho. Sei vittorie su sei tra coppa e campionato, nessuno mai ci era riuscito prima nel club inglese. L’ultimo sigillo a Wembley contro il Tottenham. Gol di Rashford, assist di Pogba: due rinati sotto la cura del norvegese. Agganciato l’Arsenal al quinto posto a quota 41, i red devils puntano la zona Champions occupata dal Chelsea a 47. Eppure, il neo manager dello United non fa parlare di sé solo in campo.

Da qualche giorno Giuseppe Rossi si sta allenando con il Manchester. Un favore concessogli dal suo vecchio amico Ole Gunnar, compagno di squadra a Old Trafford tra il 2004 e il 2006. In quegli anni il giovane Pepito disputò due stagioni alla corte di Ferguson, mentre Solskjaer era nella fase finale della carriera. Rossi sarebbe esploso qualche anno dopo tra Parma e Villareal. In Emilia, in sei mesi da gennaio 2007, l’attaccante segna ben 9 gol in 19 partite. In Spagna la stagione migliore è nel 2010-2011: Rossi centra la porta 32 volte in 56 gare disputate.

I troppi infortuni hanno pesantemente condizionato la carriera del classe 1987. In tre anni alla Fiorentina, tra il 2013 e il 2016, gioca solo 42 partite segnando 19 reti. Bersagliato dai problemi fisici, tenta di riprendersi nuovamente in Spagna con Levante e Celta Vigo e poi al Genoa. In Liguria, la scorsa stagione, colleziona solo 10 gettoni segnando un gol. Viene anche trovato positivo dopo il match con il Benevento per un componente utilizzato nei colliri. Rossi viene tuttavia punito solo con una nota di biasimo.

Ora Pepito è svincolato e cerca una nuova risalita bussando alla porta dell’amico Solskjaer. Il tecnico del Manchester ha escluso che Rossi possa restare Oltremanica ma ha speso parole di elogio per l’attaccante italo americano:

No, non firmerà con noi. Non penso proprio. Si sta allenando bene con noi, lo vedo bello pimpante. Sta cercando una squadra che lo ingaggi, perciò rimarrà ancora ad allenarsi anche nella prossima settimana, finché qualche società non lo chiamerà. Ieri in allenamento ha segnato un gol fantastico. Sir Alex (Ferguson, ndr) mi ha chiesto: “Chi è quel ragazzo?”. Lo stiamo aiutando a rimettersi in forma prima del prossimo trasferimento. Se c’è qualche club che sta cercando rinforzi, gli consiglio di essere rapido

 

 

 

Ultimo appuntamento della stagione di MotoGp. Tutto oramai definito già da diverse settimane con il dominio di Marc Marquez su Honda, vincitore del Mondiale con molte gare d’anticipo.

Gli ultimi gran premi sono stati più che altro di “passerella” e di voglia di riscatto. Riscatto per Valentino Rossi che però partirà dalla 16esima posizione a Valencia al Gp spagnolo della Comunità Valenciana, a causa di una brutta caduta durante le qualifiche.

Decisamente meglio per il suo compagno di squadra Viñales che invece partirà primo in griglia di partenza, davanti a un sorprendente Rins e al ducatista Andrea Dovizioso. Quinto il campione del Mondo in carica che si è dovuto arrendere agli altri dopo le ottime libere.

Sarà un Gran Premio speciale per diversi piloti: chi come Jorge Lorenzo che saluterà il box Ducati per accasarsi alla Honda Hrc a cui ha ceduto il posto lo spagnolo Dani Pedrosa che invece ha detto addio al motomondiale dopo 18 anni di carriera.

Una vita in sella alla Honda in cui è cresciuto e con cui ha ottenuto tre titoli (uno in 125 nel 2003 e due in 250 nel 2004 e 2005) e 54 vittorie complessive. Proprio per questo la MotoGP lo ha inserito nella MotoGP Legends una sorta di hall of fame dei piloti più forti della storia.

Dani Pedrosa premiato con l’ingresso nella MotoGP Legends

Anche il Team Rapsol ha voluto omaggiare lo spagnolo per gli anni trascorsi nel gruppo. Un lungo applauso per il protagonista all’ingresso nel box. Ovviamente per Dani commozione e qualche lacrimuccia.

Sensazioni bellissime provate in pista dove Pedrosa è praticamente cresciuto e dove ha potuto dare il contributo per migliorare le prestazione della moto, oramai quasi imbattibile. I ringraziamenti per i consigli e per qualche insegnamento sono arrivati anche dal compagno di squadra Marc Marquez.

Proprio in vista dell’ultimo gp, un casco celebrativo è stato realizzato per il numero 26. Sulla parte posteriore una foto che ritrae Pedrosa sul primo podio da bambino.

Sarà addio anche per Jorge Lorenzo che invece non saluta la pista ma solo il team Ducati dopo due stagioni, in cui a brillare è stato più il compagno di squadra Dovizioso. Vola in Honda per sfidare Marquez e per dire ancora la sua com’è stato in Yamaha.

Farà il grande salto anche Danilo Petrucci, il quale dall’anno prossimo diventerà pilota ufficiale in Ducati Team, accanto ad Andrea Dovizioso. Lascia quindi Pramac Racing, sua squadra da ben quattro stagioni, e lo fa con un casco sul quale sono scritte poche semplici parole, ma significative: “Grazie per tutto”.

Il casco celebrativo di Danilo Petrucci per ringraziare il team Pramac Racing

Da un lato Dino Zoff e Franco Causio, dall’altro il ct Enzo Bearzot (e la sua pipa) e il presidente della Repubblica, Sandro Pertini. In mezzo un tavolo. Al centro la luccicante Coppa del Mondo e un mazzo di carte. E’ probabilmente la foto più iconica della vincente spedizione Mundial dell’Italia del 1982.

La sera dell’11 luglio, una sera calda e afosa dell’estate madrilena, l’Italia sconfigge la Germania Ovest per 3-1, dopo una cavalcata progressiva, un climax ascendente semi-miracoloso. «Campioni del Mondo, Campioni del Mondo, Campioni del Mondo», scandisce religiosamente Nando Martellini, mentre Pertini si alza dalla tribuna in un’esultanza di giubilo.
Il Mondiale spagnolo, quello di Pablito Rossi e della parata del secolo di Dino Zoff contro il Brasile, dell’urlo di Marco Tardelli al raddoppio, in finale, preceduta da una santa discesa di Scirea che, recuperata palla dalla sua difesa, si fa tutto il campo correndo senza sfera e, poi, in area di rigore ragiona, ragiona come un difensore non dovrebbe fare e con lucidità consegna la palla al mitico “urlo”.
Quell’Italia fu l’unica nella storia del torneo a battere una dopo l’altra le detentrici dei tre precedenti titoli, ovvero Argentina (campione nel 1978), Germania (1974) e Brasile (1970).

E poi la foto iconica. Sull’aereo di ritorno che riporta gli azzurri a casa, prima del bagno di folla. Traspare un clima disteso, serio e meticoloso che solo le partite di carte sanno trasmettere. Con lo scopone non si scherza.
Gli accoppiamenti sono Zoff-Pertini contro Causio-Bearzot e pensare che il ct, non un incallito giocatore di carte, nemmeno doveva trovarsi in questo scatto immortale: al tavolo, infatti, doveva sedere Cesare Maldini, allora allenatore in seconda, che si alzò un secondo, nel secondo sbagliato, e la contesa iniziò senza di lui.

Ma non è l’incipit a entrare nella storia, bensì l’epilogo. Sono passati 35 anni e ogni occasione è buona per fermare Zoff o Causio e chiedere come andò realmente la faccenda. E “il Barone” ricorda ancora con orgoglio da guascone un passaggio chiave dell’incontro:

Io feci una furbata: calai il sette, pur avendone uno solo. Pertini lo lasciò passare e Bearzot prese il Settebello. Abbiamo vinto così quella partita

Pertini non la prese bene, rimproverò il suo compagno Zoff e criticò anche Bearzot per il furto del Settebello. Ma a sbagliare fu proprio il presidente. In pubblico, uomo d’orgoglio, non lo ammise mai, ma in cuor suo, genuinamente, confidò l’errore. Il 3 giugno 1983, un anno dopo, quando SuperDino appese i guanti al chiodo, smettendo con il calcio giocato, Pertini inviò un telegramma sincero:

Vieni a trovarmi. Giocheremo a scopone e cercherò di non fare più gli errori che mi hai giustamente rimproverato

Il portierone conserva ancora quel pezzo di carta ingiallito dal tempo, ma sacro. Noi tutti conserviamo un frammento piacevole della nostra vita legato a quel Mondiale. Un’avventura spensierata, partita male, malissimo con il polverone e le ombre nefaste del Totonero e il silenzio stampa imposto da Bearzot alla Nazionale, dopo un avvio a singhiozzo.
Come la stessa finale giocata nel Santiago Bernabeu, partita con una falsa speranza, con il rigore sbagliato di Cabrini al 25‘, con il possibile contraccolpo psicologico. Ma non andò così: Rossi, Tardelli e Altobelli unirono un paese in tre boati di gioia. E poi la festa quando l’arbitro Coelho alzò il pallone al cielo scandendo tre fischi. Tre volte Campioni del Mondo.

 

Ci sono partite di calcio che non sono come le altre. Partite che entrano di diritto nella leggenda e che creano veri e propri miti sportivi. Non c’è un appuntamento come la finale dei Mondiali di Calcio in grado di farlo. Cadute, trionfi, storie, emozioni, lacrime e gioia: questo e molto altro hanno regalato le 5 più belle partite che abbiamo raccolto per voi.

La prima di cui parleremo non è neanche una vera e propria finale come la intendiamo ai giorni nostri. Il Mondiale del 1950 veniva assegnato dopo un girone all’italiana in cui si affrontavano le vincitrici dei turni eliminatori. A guidare la classifica del mini-girone conclusivo ci sono Brasile e Uruguay. Ai verdeoro basta un pareggio per far esultare i 175mila tifosi giunti al Maracanà e conquistare il titolo.

La partita inizia nel migliore dei modi per i padroni di casa che passano in vantaggio dopo pochi minuti. Il pareggio però è nell’aria e ci pensa Schiaffino a fissare il punteggio sull’1 a 1. A undici minuti dalla fine la grande beffa: gli uruguagi passano in vantaggio con Ghiggia e vincono il Mondiale. È la partita che rimarrà nella storia con il nome di “Maracanazo”.

Gol e spettacolo nella finale del 1966. A giocarsi il titolo sono l’Inghilterra Paese ospitante e la Germania. Una partita bella e combattuta, decisa però da un errore arbitrale, il non gol del 3 a 2 inglese realizzato da Hurst e assegnato nonostante la palla non avesse varcato la linea bianca. I tedeschi non riescono a reagire dopo essere passati in svantaggio e subiscono anche la rete del 4 a 2 finale. Sarà il primo e unico titolo nella storia del calcio inglese e verrà festeggiato davanti alla Regina e a 100.000 tifosi nello stadio di Wembley.

Ogni appassionato di calcio spera che le finali dei Mondiali siano ricche di gol e che siano decisivi i contendenti alla Scarpa d’Oro del Torneo. La speranza che accompagna in ogni edizione tutti gli amanti del gioco si è realizzata nel 1970. In finale ci sono il Brasile più forte di sempre e l’Italia di Valcareggi, reduce dall’epica vittoria per 4 a 3 in semifinale contro la Germania.

Il 21 giugno allo stadio Azteca di Città del Messico si affrontano la squadra di Pelé e quella di Boninsegna. Dopo un primo tempo molto equilibrato e terminato sull’1 a 1 proprio grazie alle marcature dei due bomber, i sudamericani dilagano nella seconda frazione. Il Brasile prende progressivamente il sopravvento grazie a un gioco spettacolare e segnano altre 3 reti con Gerson, Jairzinho e Carlos Alberto. Sarà il terzo titolo nella storia dei verdeoro che conquisteranno definitivamente anche la Coppa Rimet.

Nel 1982 è ancora protagonista l’Italia, questa volta dal lato “giusto” della storia. Il Mondiale si gioca in Spagna e la finale è un classico del calcio: Italia-Germania. L’11 luglio al Santiago Bernabeu di Madrid è tripudio azzurro. Nel primo tempo Cabrini sbaglia un rigore e le squadre vanno al riposo sullo 0 a 0. La seconda metà partita sarà quella decisiva con i 3 gol di Rossi, Tardelli e Altobelli e l’ininfluente marcatura di Breitner. 3 a 1 finale e terzo titolo per la Nazionale Italiana.

Basta aspettare quattro anni per trovare un altro match entrato di diritto nella storia della competizione. Si giocano il Mondiale l’Argentina di Maradona e la Germania di Matthaus e Rummenigge. Siamo ancora una volta in Messico e allo stadio Azteca si affrontano due delle nazionali più forti di sempre.

La partita si mette bene per l’Argentina che va avanti sul 2-0 grazie ai gol di Brown e Valdano nel primo tempo. Risultato in ghiaccio? Neanche per sogno. I tedeschi non ci stanno e in appena sette minuti, dal 74esimo all’81esimo, pareggiano con Rummenigge e Voeller. Ma le sorprese non sono ancora finite. È il Mondiale di Maradona e la conferma arriva a 6 minuti dal fischio finale. Dopo una gara difficile passata a cercare di liberarsi dalla marcatura asfissiante di Matthaus, il capitano dell’Argentina arretra e mette sui piedi di Burruchaga il pallone del definitivo 3 a 2.

Per chi queste partite le ha viste dal vivo e, oggi, le ricorda con un pizzico di magone che si trattiene in gola. Per chi non era ancora nato e guarderà i prossimi Mondiali in Russia per la prima volta da vero appassionato di calcio. Per chi può dire “io c’ero” e chi, invece, “ci sarò”. Il 14 giugno prossimo, con il match inaugurale tra Russia e Arabia Saudita, prenderà ufficialmente il via la 21a edizione dei Campionati mondiali di calcio e con Facebook e i social che, anche solo rispetto a quattro anni fa, sono entrati ancor più nella nostra quotidianità perché non rivivere alcune vecchie partite del torneo “iridato”?

Così la Fifa, sulla pagina Facebook ufficiale del Mondiale in Russia 2018, a partire dal pomeriggio di venerdì 16 marzo trasmette, per nove settimane, altrettante partite amarcord che in qualche maniera hanno segnato la proseguo della storia dei Mondiali e di noi stessi.
E l’inizio, per noi italiani, è col botto: la prima partita, infatti, è Italia – Brasile, di Spagna 1982. Il match, giocato il 5 luglio, allo stadio Sarriá di Barcellona, vede gli azzurri, trascinati da “Pablito” Rossi, imporsi per 3-2 sulla Nazionale Verdeoro: tale partita, considerata da alcuni come uno dei più grandi incontri di calcio di tutti i tempi, segna l’eliminazione della nazionale brasiliana dalla competizione e viene definita dalla stampa verdeoro “Tragedia del Sarriá”.

Qui potete vedere il cammino delle due squadre prima dello scontro diretto:

 

E’ possibile seguire la diretta dell’intero incontro all’interno di questo articolo a partire da venerdì 16 marzo. Per l’occasione, Mondiali.it vi fa entrare nell’atmosfera di quel caldissimo pomeriggio spagnolo grazie a un racconto di chi, in quello stadio, c’è stato e ricorda splendidi ricordi e qualche cimelio prezioso:

? QUEL GIORNO HO VINTO ANCH’IO

? DURA UN ATTIMO, LA GLORIA. DINO ZOFF E LA PARATA CONTRO IL BRASILE

?LE CURIOSITA’ E LE STORIE DEI MONDIALI

Ecco la partita integrale:

 

 

Qui potete vedere le prossime partite in programma. Avete segnato la data?

Valentino Rossi, intervistato dal magazine tedesco “Speedweek”, sa che il momento in cui dovrà appenderà il casco al chiodo non è così lontano ma spera che arrivi il più tardi possibile.

“Ho paura di smettere, è una cosa che mi spaventa. Un giorno sarà difficile trovare qualcos’altro perchè la MotoGp è tutta la mia vita. Dirigere la mia Academy sarà bello ma non è la stessa cosa”.

Il Dottore ha chiuso un 2017 avaro di soddisfazioni, con una sola vittoria e il quinto posto finale nel Mondiale piloti, scavalcato all’ultima gara anche da Pedrosa:

“Ci sono state gare difficili come Jerez, Barcellona, Spielberg o Motegi. Non siamo riusciti a risolvere certi problemi, su tutti quello dell’usura della gomma posteriore. Paradossalmente, cercando di risolvere i problemi del 2016, ne abbiamo creato di nuovi”.

Ma per la prossima stagione “il primo obiettivo resta sempre il titolo, il secondo vincere le gare e il terzo arrivare al traguardo“, aggiunge il pilota pesarese che nel giorno delle gare non si perde le prove dei suoi ragazzi delle classi Moto2 e Moto3 prima di salire in sella.

“In futuro sarà interessante provare a mettere su un team in MotoGp ma è un mondo completamente diverso, ci sarà bisogno anche di un costruttore. Per adesso ci limitiamo alle altre due classi, ad aiutare i giovani”.