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E pensare che l’uomo per la finale il Paris Saint Germain ce l’aveva in casa. Lucas Moura per 5 stagioni ha vestito la maglia per i francesi senza mai lasciare il segno. Finito nel dimenticatoio con gli arrivi, a turno, di Neymar e Mbappè, il brasiliano nato a San Paolo viene scaricato dagli sceicchi del Psg a gennaio 2018. Poteva venire in Italia al Napoli o all’Inter, preferì Londra e il Tottenham. Oggi si è preso il club inglese con una storica tripletta che ha ribaltato la qualificazione contro l’Ajax. Ma il classe ’92 non è l’unico ad aver fatto hattrick in una semifinale di Champions. Ecco chi l’ha preceduto.

Alessandro Del Piero

Il primo triplettista nella moderna Coppa dei Campioni è stato l’ex capitano bianconero nella semifinale dell’edizione 1997-1998. Nel 4-1 maturato nella gara di andata contro il Monaco Pinturicchio realizza tre gol: due rigori trasformati e una splendida punizione che trafigge Barthez.

Ivica Olic

Nel 2010 il centravanti croato del Bayern Monaco porta i tedeschi alla finale di Madrid con l’Inter. Nella semifinale contro il Lione, Olic firma da solo il 3-0 che vale il pass per l’ultimo atto, poi perso, con la squadra di Mourinho.

Cristiano Ronaldo

Chi, se non il re della Champions, poteva timbrare il cartellino anche in questa speciale classifica? Nel 2017 CR7 va a segno per tre volte nel derby in semifinale d’andata contro l’Atletico Madrid. Poi farà anche doppietta nella finale di Cardiff contro la Juve.

 

Bonus track: il 3+1 di Robert Lewandowski

L’ultima finale senza Messi o CR7 si era giocata nel 2013 tra Bayern Monaco e Borussia Dortmund. L’allora club allenato da Klopp si sbarazzò in semifinale del Real Madrid vincendo la gara di andata per 4-1 grazie addirittura a un poker dell’attaccante polacco.

Cristiano Ronaldo è poi sceso in Terra? Luciano Spallettim invece, si è trasformato in don Pietro Savastano mentre a Parma si degustano pietanze succulenti. Senza dimenticare la pioggia in tribuna a Napoli e il nuovo match tra Gattuso e Bakayoko. Nuovo appuntamento con la partweeta della 35ma giornata di A.

La Bibbia di Cristiano


Paulo Floccari

Luciano Savastano


Di padre in figlio


Scampagnata a Parma


E’ già Real Madrid Atalanta


Palloni finiti


Criscito, il moderato


Piove, stadio ladro


Ring Milanello

Dal Barcellona all’Inter, e poi ancora Real Madrid e Milan. Di certo, Ronaldo il Fenomeno di campioni con cui ha condiviso lo spogliatoio e l’attaccato ne ha avuti tanti, tantissimi. La lista potrebbe essere davvero lunga e luccicante di stelle, ma il campione brasiliano, in una dichiarazione recente, ha colto tutti di sorpresa facendo un nome inaspettato quando gli è stato chiesto chi sia stato il suo miglior partner d’attacco:

Ho avuto tanti compagni di squadra che hanno segnato il mio percorso da calciatore. Più di un campione come Zinedine Zidane, per me c’è solo Luc Nilis. È stato sicuramente il miglior compagno di reparto con cui abbia mai giocato

La scelta del Fenomeno, quindi, ricade sull’attaccante belga che giocava con lui in Olanda, al PSV, appena sbarcato in Europa dopo aver mostrato il suo talento al Cruzeiro e in Nazionale. Più di 2 anni insieme, con una Coppa d’Olanda in bacheca e il titolo di capocannoniere della Eredivisie: 30 gol a 19 anni non ancora compiuti, un traguardo raggiunto anche grazie a Nilis.

 

Ronaldo ha rivelato la sua preferenza in un’intervista ripresa proprio dai fan del PSV, che hanno ricordato quelle stagioni di grande talento. È anche la conferma di aver fatto la scelta giusta: il consiglio di giocare in Olanda è arrivato direttamente dal suo connazionale e compagno di reparto Romario, che pochi anni prima aveva fatto lo stesso percorso dal PSV al Barcellona con grande successo. R9 continua a parlare di Nilis, raccontando l’importanza della sua presenza sia nello spogliatoio sia in campo. Vincere la classifica cannonieri in Olanda non sarebbe stato possibile senza il suo contributo:

Ho trascorso 2 stagioni e mezzo con Nilis, al PSV abbiamo condiviso tanto. Mi ha sempre aiutato, in ogni occasione e prima di ogni partita. Negli anni successivi, solo Zidane è riuscito ad avvicinarsi a lui in termini di supporto che ho ricevuto. Eravamo molto complici in attacco e se sono diventato capocannoniere in Olanda è anche grazie a lui: è stato un giocatore incredibilmente generoso.

Risultati immagini per Luc Nilis

Con la maglia del PSV, Ronaldo ha segnato complessivamente 42 gol in 46 partite. Nilis, che ad Eindhoven è rimasto fino al 2000, ha realizzato 110 gol in 164 presenze. Prima del campionato olandese, c’è stato l’Anderlecht in patria: 127 reti in 224 partite. La carriera di Nilis si interrompe proprio nel 2000, appena arrivato in Premier League. Con la maglia dell’Aston Villa riesce a disputare solo 3 partite, segnando un gol: nel match contro l’Ipswich Town, il belga si scontra con il portiere avversario, Richard Wright. La rottura della gamba lo porta ad annunciare il ritiro il 23 settembre dello stesso anno, a 33 anni e senza aver potuto esprimere il suo valore in Inghilterra.

A rendergli omaggio, a quasi due decenni di distanza dall’addio al calcio, è il suo ex compagno di squadra. Per Ronaldo, Nilis ha avuto un ruolo fondamentale non solo nel PSV, ma nella sua intera carriera. Un merito non indifferente, se arriva da un due volte Pallone d’Oro e campione del mondo.

 

 

Otto formazioni per otto scudetti. Con campionissimi irrinunciabili, ma anche preziosi gregari. Le otto Juventus scudettate dal 2012 a oggi sono il perfetto mix di talento e sacrificio nel segno della continuità. Come da Buffon a Szczesny, da Lichtsteiner a Cancelo, da Pirlo a Pjanic, da Tevez a Ronaldo. Da Conte ad Allegri. Il comun denominatore si chiama Andrea Agnelli, faro del progetto bianconero anche dopo l’addio di Marotta. Abbiamo provato a stilare la formazione tipo di questi otto scudetti. Non è stato facile, ogni ruolo aveva il suo sostituto perfetto e ciò dimostra l’abbondanza costante della rosa juventina. Il modulo scelto è il 4-3-3

La top 11

Buffon (Szczesny)

Il numero 1 dei numero 1 ha trovato il suo erede perfetto. Buffon, neo campione di Francia con il Psg, è stato il capitano e protagonista assoluto per 7 anni. Il portiere polacco ha avuto il grande merito di raccogliere in maniera degna il testimone.

Alex Sandro (Evra)

Il brasiliano arriva con grandi speranze dal Porto nel 2016. Parte subito forte, si afferma come uno dei migliori al mondo in quel ruolo. Poi, un lento declino fino a questa stagione. Evra, da par suo, nelle stagioni bianconere ha sempre garantito la sua esperienza sulla fascia.

Bonucci (Benatia)

Croce e delizia di questi anni scudettati. Leonardo Bonucci è stato il play basso da cui far partire l’azione, il libero fuori tempo con piede da regista. L’addio burrascoso lo scorso anno, poi il ritorno da figliol prodigo scalzando Benatia che l’aveva sostituito.

Chiellini (Barzagli)

Qui siamo di fronte a due monumenti del calcio italiano. Chiellini e lo stesso Bonucci non sarebbero diventati così grandi senza la guida del prof Barzagli, al suo passo d’addio.

Cancelo (Dani Alves, Lichtsteiner)

Dibattito aperto sulla fascia destra. Prendiamo Cancelo per il potenziale non ancora completamente espresso. Dani Alves nella sua unica annata a Torino ha parzialmente deluso, anche se per lui parla il cv. Lo Swiss Express è il ritratto della Juve operaia e vincente.

Pirlo (Pjanic)

C’è altro da aggiungere rispetto al Maestro rigenerato da Conte e punto di riferimento della prima Juve di Allegri? Il bosniaco studia nella stessa scuola, ma non è ancora la stessa cosa.

Pogba (Emre Can)

Il polpo è uno dei grandi rimpianti dei tifosi bianconeri che sperano ogni anno in un cavallo di ritorno. Per il momento hanno trovato il tedesco che lentamente si è preso la Juve 2018/2019 dopo un bel po’ di guai fisici.

Vidal (Matuidi)

Se Antonio Conte andasse in guerra, penserebbe al cileno come primo soldato da portarsi insieme. Ma anche il francese campione del Mondo non lo butterebbe via.

Cristiano Ronaldo (Higuain)

L’unica indiscutibile casella. L’extraterrestre portoghese non ha classifica, il Pipita gli ha lasciato spazio dopo due ottime annate allo Stadium.

Del Piero (Dybala)

Il capitano è sempre il capitano, anche se per una sola stagione. Il suo erede con la 10 è stata la Joya, che si è un po’ spenta dopo aver illuminato i suoi primi anni torinesi.

Tevez (Mandzukic)

Prendete il gol segnato al Parma, o l’anno della finale di Berlino. L’Apache era il volto brutto e cattivo di una Juve umile, ma spietata. Mario è il fedelissimo buone per tutte le guerre sportive da combattere.

Allegri (Conte)

Qui la scelta divide l’Italia e il mondo: meglio chi ha dato una stabile identità europea alla squadra o chi ha dato vita al progetto vincente? Dibattito aperto, noi preferiamo la halma sapiente di Max.

 

 

Cristiano Ronaldo – Messi – Messi – Messi – Messi – Cristiano Ronaldo – Cristiano Ronaldo – Messi – Cristiano Ronaldo – Cristiano Ronaldo. Sembra un testo futurista, ma così in maniera estesa, crea un ulteriore impatto. Un decennio governato da un’unica oligarchia: dieci edizioni del Pallone d’oro spartite tra il giocatore del Real Madrid (anche se ha iniziato a collezionare trofei quando era ancora al Manchester United) e quello del Barcellona.

C’è un dopo, l’interruzione dell’egemonia e ha il nome e le fantasia di Luka Modric, vincitore dell’edizione 2018 del Pallone d’oro. Ma c’è stato un prima. Un’era precedente che ai nostri occhi sembra millenaria. E l’ultimo re di un impero calcistico un po’ più “umano” è stato Kakà. Nel 2007, la stella del Milan dall’eterno viso fanciullesco, dopo esser stato il trascinatore nella cavalcata che ha portato la Champions League contro il Liverpool, la Supercoppa Europea contro il Siviglia e il Mondiale per Club contro il Boca Juniors, trionfa anche nei riconoscimenti individuali, conquistando il Pallone d’oro dopo Fabio Cannavaro. Un voler rimarcare quanto di leggendario fatto quell’anno: il migliore al mondo è il brasiliano numero 22.

Ma in quel trofeo luccicante c’è il germe della “rivolta” perpetrata dal fantasmagorico duo: Kakà per innalzare il premio di France Football ha scalzato proprio Ronaldo, arrivato secondo, e Lionel Messi, giunto terzo. Da quel momento solo nel 2010 non vedremo sul podio entrambi i fuoriclasse: in quell’anno, infatti, fu all-in blaugrana con gli ambasciatori Xavi e Iniesta ad aprire le porte della gloria all’argentino.

San Siro è stata la navicella spaziale di Kaká, uno che veniva da un altro pianeta, è all’Old Trafford, nell’andata della semifinale di Champions del 2007, che mise in mostra, in mondovisione, tutto quello che aveva fatto vedere dal suo arrivo in Italia nell’estate del 2003: in particolare, una straordinaria capacità nel ribaltare l’azione, tagliando il campo a velocità supersonica e sempre con la palla al piede (destro o sinistro che fosse), sempre a testa alta e sempre con estrema purezza del gesto.

Di lui si dirà sempre che è stato un giocatore elegante, nonostante le galoppate e gli strappi di direzione. E se all’Old Trafford – il tempio del calcio – innalzò davanti a CR7 il manifesto della sua arte, fu con la maglia del Brasile che Kakà ammutolì sul campo Messi.
Bisogna riavvolgere le lancette di un anno, è il 3 settembre 2006 e mentre in Italia si contano i danni di calciopoli nonostante una Coppa del Mondo appena sollevata, in giro per il globo è già tempo di amichevoli nazionali per impostare i nuovi cicli. E a Londra si gioca un’amichevole che di “fraterno” non ha nulla: Brasile contro Argentina. La nuova Seleçao di Dunga rifila tre reti all’Albiceleste: doppietta di Elano, 3-0 di uno straripante Kakà, con Robinho “man of the match”.

Anche in estate, anche a settembre dopo un Mondiale, il ragazzo del Milan veste il suo smoking bianco. Entrato al 59’ al posto di Daniel Carvalho, a un minuto dal 90’, fa quello che gli riesce meglio: prende palla dalla difesa approfittando di un errato controllo di un giocatore argentino, alza lo sguardo e punta la porta nonostante tre/quarti di campo ancora da fare. Parte, si lascia alle spalle lo stesso giocatore, supera il cerchio di centrocampo, procede incalzante, poi tocco a cambiare direzione in uscita che manda a terra il difensore Milito e tocco che sa di sentenza mentre Abbondanzieri prova a intercettare il tiro in uscita bassa.

 

E’ il gesto di una carriera, ripetuto all’impazzata seminando avversari lungo la pista verde, ma questo è speciale perché è partito proprio rubando palla a Messi e superandolo in velocità in una corsa generazionale. Messi ha ancora 19 anni, va detto, ma ha le stimmate del campione. In quell’istante però, in quei quattro secondi di partita, l’ordine delle cose ha ristabilito il suo flusso: nell’ultima fase dei mortali, Kakà è di un altro pianeta.

Chi è cresciuto a pane e PlayStation può capire il senso di devozione nei confronti di un mito pixelato. Quando l’unica preoccupazione del pomeriggio era andare a giocare a calcio al parco o rintanarsi in camera e divorare i joypad con gli amici tra esilaranti sfide al vecchio Iss Pro (il precedente nome dell’attuale Pes). Lui, Roberto Larcos era dogma.
Nell’era dei nomi taroccati per mancanza di licenze, quello che era a tutti gli effetti l’alter ego di Roberto Carlos, aveva e avrà per sempre un posto speciale nell’olimpio videoludico. Un re Mida che trasformava in oro ogni pallone che toccava. Anzi, dal suo sinistro esplodevano autentiche mine in grado di mandare all’aria patti d’amicizia decennali.

La sua rincorsa ritmica, a piccoli passi per poi accelerare, incantava chi era dinanzi allo schermo, non fosse per altro che al tempo la Konami, la casa che produceva e produceva Pes, lasciava pochi spazi alla personalizzazione di mosse e dell’aspetto dei calciatori. La punizione di R. Larcos era un unicum al pari dei due triangoli verdi che aveva in testa Taribo West, istrionico difensore della Nigeria con le treccine colorate.

Avere il terzino brasiliano in squadra, insomma, era sinonimo di potere. Che poi, in realtà, forse nemmeno i puristi del genere hanno effettivamente schierato R. Larcos nel suo naturale ruolo di terzino.
Sì perché nella trasposizione irreale del gioco, nella mitologica possibilità di alterare le formazioni, sfido a trovare qualcuno che non abbia mai schierato il numero sei brasiliano in attacco. Potenza di tiro massima, velocità elevata, era una spina ai fianchi delle difese avversarie.
Era la mossa della disperazione quando si stava perdendo o quando si voleva strafare. Insomma un po’ Mr. Wolf nel film “Pulp Fiction” di Quentin Tarantino: risolve problemi.

Per qualcuno il calcio è rimasto come passione, per altri è diventato un mestiere. Come per Mario Rui, il terzino portoghese che tanto bene ha fatto a Empoli e ora gioca nel Napoli. Chiamatela coincidenza, ma anche Mario Rui è stato un devoto del nostro mito Larcos:

Ricordo che alla Play tutti i nomi erano sbagliati. La coppia d’attacco era Ronaride -Roberto Larcos, ovviamente Ronaldo e Roberto Carlos. Come tutti mettevo Roberto Carlos in attacco perché era piccolo, velocissimo e aveva un tiro impressionante. Da lì ha cominciato a piacermi e non so se sia stato il destino, ma ho cominciato anche io a giocare da terzino…

 

Insomma, tra Chalivert, Batutista e tutti i leggendari calciatori della Master League (Castolo su tutti), Roberto Larcos sale sul gradino più alto del podio. E qualcuno, preso da una botta di nostalgia, ha deciso di ricreare l‘incredibile punizione da centrocampo tutta carica d’effetto, a 115 km/h, che il giocatore passato dall’Inter e divenuto leggenda nel Real Madrid, segnò con la Seleçao contro la Francia nel 1997. Oltre ai pali spigolosi, trovate altre differenze?

Alle 22.10 circa di martedì 3 aprile 2018 Cristiano Ronaldo sale in cielo dell’Allianz Stadium per la rovesciata che cambia la storia sua, della Juventus e del Real Madrid. Non solo decide il quarto di finale che porterà poi le merengues alla terza Champions di fila. Ma sposta i destini che poi stanno determinando lo scenario attuale del calcio internazionale. La Juventus nelle prime otto dell’Europa che conta dopo una tripletta del portoghese all’Atletico Madrid. Il Real fuori da tutto che finirà l’anno con zeru tituli. CR7 che incanta anche in Italia dopo aver frantumato qualsiasi record in Inghilterra e Spagna.

Un anno sempre al top

E’ passato un anno da quel gesto atletico che incantò il pubblico bianconero. Un anno in cui Cristiano ha deciso di rimettersi in gioco a 33 anni anche, forse, per quegli applausi che da avversario ricevette allo Stadium. Perché in quella serata torinese di inizio aprile a incidere, nella futura scelta del fenomeno di Funchal, fu anche l’accoglienza che i supporter di Madama riservarono al gesto atletico di Ronaldo. L’uomo che li avrebbe sbattuti fuori una settimana dopo con il contestatissimo rigore al 94’ decretato dall’arbitro Oliver. L’uomo che li aveva già castigati nel 2017 con una doppietta nella finale di Cardiff.

I numeri di Ronaldo

E dire che per il numero 7 aveva nella Juve una delle sue vittime preferite. Ben dieci gol in sette partite disputate contro la Signora. Ora Cristiano ha il bianconero tatuato addosso e le sue prodezze fanno volare la Juventus non solo in campo. Trentasei gare disputate: 24 gol e 12 assist. Praticamente decisivo in ogni match in cui ha giocato. Fuori dal rettangolo, i ricavi da vendite di prodotti e licenze nel primo semestre 2018 2019 sono aumentati dell’81% rispetto a un anno fa. La sola serata contro l’Atletico ha fruttato 10 milioni di euro e mezzo di introiti. Un eventuale trionfo nella competizione porterebbe i ricavi a 126 milioni di euro. Nove in più del costo dell’operazione Ronaldo a Torino.

Juventus Atletico Madrid si candida già a partita dell’anno, in attesa che la Champions arrivi in fondo. Le speranze di rimonta, il gufaggio degli anti juventini, l’hattrick di Cristiano Ronaldo, la rivincita di Allegri, la consacrazione di Bernardeschi, la debacle di Simeone. Ci sono tante storie dietro un match di 95 minuti che non è mai solo calcio. Gli editoriali e le pagelle dei quotidiani in edicola sono stati preceduti dai tweet in diretta e dopo la gara. A 30 anni dalla nascita del web, c’è una partweeta che si gioca parallelamente a quella in campo. Ne abbiamo scelti 10.

L’amore prima di tutto.


Scherza coi fanti.

Dal campo.


L’uomo robot.


Fair play.


Ve l’avevo detto.


La partita di Bernardeschi.


Gufaggio rimandato.


L’amuleto.

E allora la serie A?

Ancora una volta, l’ennesima volta è sempre Lionel Messi.

Il campione argentino del Barcellona ha dimostrato che il Barcellona è ancora lui. Nel match di Liga contro il Siviglia ha sfoderato una prestazione super che gli ha permesso di segnare un nuovo record, che si va ad aggiungere già alla ricca lista di risultati individuali ottenuti in Spagne e in Europa.

Al Sánchez Pizjuán il numero 10 argentino ha registrato il 50esimo hat-trick della sua immensa carriera da professionista, la 44esima con la maglia blaugrana (le altre sei con la nazionale argentina).

Quelli realizzati non sono stati gol “scontati”, sono stati gol alla Messi, sia per peso ma soprattutto di rara bellezza. Una tripletta mozzafiato che per gli amanti del calcio sono un inno allo sport: la prima rete è stata segnata al volo con una girata di prima intenzione sull’altezza del dischetto del rigore, la seconda con un tiro di destro (non è il suo piede) sotto all’incrocio e per concludere un cucchiaio delizioso a beffare il portiere del Siviglia, Tomas Vaclik.

Una grande risposta a tutti coloro che avessero ancora qualche dubbio su Leo Messi. La squadra catalana lo ha voluto omaggiare attraverso un tweet, definendolo il “più forte di sempre!”.

Parole forti che riaccendono la polemica e la diatriba con Ronaldo per chi sia il più forte calciatore attuale e della storia.
Una tripletta che comunque entra di diritto negli annali del calcio. Con il 44esimo hat-trick in azulgrana, di cui 29 messe a segno al Camp Nou e altre 15 sparse nei vari stadi spagnoli ed europei.

L’esultanza al terzo gol è stato un déjà vu. Il pugno destro in alto tra le braccia del compagno Dembélé ha infatti scomodato una leggenda come Pelé.
Difficile trovare le differenze tra il 2019 e il lontano 1970, quando O Rei segnò all’Italia nella finalissima mondiale all’Estadio Azteca vinta 4-1 dal Brasile: stessa espressione di gioia e stesso pugno alzato mentre è Jairzinho a portarlo in trionfo. Un’immagine e un accostamento che sta facendo il giro della Spagna, suggestivo parallelo tra due campioni che occupano di diritto un posto nell’Olimpo del calcio.

E pensare che il primatista di gol su punizione in A è tornato in panchina proprio nella stagione in cui si segna di meno su calcio piazzato. Sinisa Mihajlovic guida il suo Bologna a caccia di punti di salvezza nel monday night contro la Roma all’Olimpico (qui le quote Replatz). Il tecnico serbo condivide il record di gol a superare la barriera con Andrea Pirlo: 28 reti per entrambi. Seguono mostri sacri della speciale disciplina come Del Piero, Baggio, Totti, Maradona, Zola e Platini. In mezzo c’è Miralem Pjanic a quota 15 reti, ma ancora a digiuno quest’anno. La stagione 2018 – 2019 è finora un’annata orribile per le punizioni.

Le punizioni: il caso Juve

Nove reti su 632 realizzazioni totali. La miseria dell’1,42%. Numeri impietosi nell’anno in cui nella massima categoria è sbarcato il marziano Ronaldo. Eppure, anche il fenomeno di Madeira è finito nel limbo delle punizioni. Nonostante Cristiano abbia praticamente spodestato due specialisti come Dybala e Pjanic, non è ancora riuscito a segnare su punizione pur guidando la classifica cannonieri. Caso anomalo quello per la squadra di Allegri, a secco su calcio piazzato finora. Vuoi per la barriera, vuoi per la bravura del portiere, vuoi per l’imprecisione dei suoi cecchini, fatto sta che dalle parti della Continassa stanno ancora aspettando una rete da fermo. Eccetto rigori e calci d’angolo.

Le punizioni: le 9 reti

Il dato della serie A 2018 2019 è il più basso degli ultimi 15 anni. Dieci anni fa, a questo punto del torneo, il 4,35% dei gol arrivava su punizione. La vetta più alta dal 2004 a oggi. L’anno scorso, invece, eravamo oltre il doppio rispetto all’1,42% raggiunto finora. In testa a questa malandata classifica ci sono Kolarov e Milik con due gol. Seguono Bruno Alves, Barella, Ramirez, Biraghi e Giaccherini. Proprio l’attaccante polacco del Napoli ha segnato l’ultima marcatura finora su punizione nel 2-0 contro la Lazio. Di certo, gli specialisti della disciplina come Juninho Pernambucano, Messi, Beckham e Ronaldinho sono ben lontani.