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E’ uno tra i simboli più tatuati dagli statunitensi, scrive, nel saggio critico “No logo”, l’autrice Naomi Klein. Parliamo dello Swoosh, il logo universalmente riconosciuto della Nike, una delle società d’abbigliamento che più si è legata allo sport e alle gesta degli atleti. Con un fatturato che nel 2015 ha superato  i 30 miliardi di dollari, negli anni, Nike è diventato il primo produttore mondiale di accessori e abbigliamento sportivo, soprattutto per il calcio, il basket, il tennis e diverse discipline atletiche.

Nike Inc. nasce il 25 gennaio 1967, su idea di un allenatore, Bill Bowerman, e di uno studente di Economia, Phil Knight, per importare scarpe sportive dal Giappone. Fu scelto Il nome “Nike” perché nella mitologia greca l’omonima dea simboleggiava la vittoria. A guardar bene, infatti, lo Swoosh rappresenta la  dinamicità stilizzata della dea alata Nike di Samotracia.

Dalle scarpe alle magliette, dagli orologi ai polsini, il brand è entrato prepotentemente nella nostra quotidianità, cavalcano lo slogan “Just do it” ed efficaci campagne pubblicitarie. Dallo spot girato dalla Nazionale di calcio brasiliana in aeroporto, a Michael Jordan, siamo rimasti incollati davanti allo schermo e ancora oggi ricordiamo con affetto queste pubblicità.
Qui di seguito, abbiamo raccolto gli spot che hanno aumentato la popolarità del marchio portandolo alla supremazia attuale:

1988 – La prima volta di “Just do it”

La prima volta che il mondo si accorge di queste tre semplici parole è in uno spot televisivo del 1988. Si vede Walt Stack, allora 80eene corridore, correre a petto nudo lungo il Golden Gate Bridge di San Francisco, mentre dice al pubblico che corre 17 miglia ogni mattina. “Just Do It” è stato un spartiacque per l’azienda: a metà degli anni ’80, infatti, aveva perso negli Stati Uniti il dominio sulla vendita delle scarpe sportive. Questo passo è stato decisivo per il definitivo rilancio;

1991 – Ci vuole il rock: Agassi e i Red hot

Esplode la carica degli anni ’90 e la Nike pensa di miscelare rock e sport, dimostrando di poter spaziare e accogliere le icone più trend del momento. Per la musica ecco i Red Hot Chili Peppers, mentre come atleta sportivo si sceglie il ribelle, alternativo e un po’ punk nell’anima: la folta chioma (che poi perderà) del tennista Andre Agassi;

1995 – La sfida infinita: Agassi contro Sampras

E’ ancora il tennis a proiettare la Nike in una nuova dimensione. Questa volta scende in strada, tra i comuni passanti. La forza espressiva del marchio è talmente forte da piazzare nello spot una delle rivalità sportive più acri e suggestive: Agassi contro Sampras. Lo spot “Guerrilla-tennis”, definito come uno dei migliori 25 sportivi da Espn, è un incontro improvvisato tra le vie di New York con gli spettatori sorpresi e poi entusiasti;

1996 – Il calcio va all’inferno

Com’è facilmente intuibile, il calcio (soccer) in America è partito un paio di gradini al di sotto rispetto basket, baseball o anche tennis. Nel corso degli anni è diventato sempre più popolare anche se la Nike, attenta anche al mercato europeo, ha sempre avuto un occhio di riguardo al calcio nostrano.
Nel 1996 fa centro con uno spot mitologico che vede Maldini, Ronaldo, Brolin, Rui Costa, Kluivert, Campos chiamati a salvare il calcio da orrendi e maligni diavoli. Il tocco finale è un must ancora oggi: Cantona che si alza il colletto e prima di perforare il portiere esclama: “Au revoir”.
La Nike, in seguito, realizzerà tante altre campagne sul calcio (ricordiamoci Ronaldo e il Brasile in aeroporto o tutto il capitolo sulla “gabbia” o il “joga bonito”), ma questo spot di metà anni ’90 è una tappa miliare e unica;

1996 – “I’m Tiger Woods”

Nello stesso anno, Nike decide di puntare e investire su un ragazzo, un golfista, da poco passato ai professionisti. Crede nelle potenzialità del ragazzo e gli dedica una campagna ad hoc semplice ed efficace, tanto da rimanere in testa per giorni e giorni. Bambini e ragazzini, in successione, pronunciano «I’m Tiger Woods»: è la presentazione al mondo di quello che per molti sarà considerato il più grande golfista di sempre e tra i migliori sportivi.
La carriera di Woods non ha bisogno di ulteriori parole: già nel 1997 vince il Masters a 21 anni e 3 mesi risultando il più giovane vincitore nella storia del torneo;

2001 – Dopo il rock, ora tocca all’hip hop

E’ probabile che quella generazione di ragazzini si sia appassionata all’hip hop e al basket vedendo questo spot. Una scarica di adrenalina, la voglia di prendere in mano la palla e fare acrobazie e freestyle. Sfondo nero, luci soffuse, un beat creato dal suono dei rimbalzi della palla e dalle scarpe che scivolano sul parquet e si sforna un autentico capolavoro. Divenuto icona del nuovo secolo, lo spot è stato riadattato anche in versione “calcistica”;

2003 – Ciao Michael Jordan

Michael Jordan è la leggenda del basket. Michael Jordan per quasi due decadi è stato uno dei volti più di successo della Nike che già verso la fine degli anni ’80 aveva scommesso su di lui. Basta pensare che esiste una linea, “Air Jordan”, costruita esclusivamente sull’icona dei Chicago Bulls.
Nel 2003, all’annuncio del suo reale e definitivo ritiro come giocatore dall’Nba, la Nike, in preda alla nostalgia, gira uno spot sulla falsariga di quelli passati. C’è il regista Spike Lee nelle vesti di Mars Blackmom (nome di fantasia di questo personaggio molto amico di Mj) che persuade e prova a convincere il numero 23 a ritornare a giocare.
Una serie di infinite telefonate e poi alla fine del video, si sente dall’altra parte della cornetta Jordan che saluta. Poi “tu-tu-tu”. E’ la conclusione di un pezzo inarrivabile di storia. Divertente e un po’ triste allo stesso tempo;

2005 – Con le traverse di Ronaldinho esplode internet

Nike introduce il concetto di “viralità”, fenomeno di ipercondivisione ed emulazione che si diffonde attraverso la rete. Bastano solo alcune parole: Ronaldinho, Barcellona, quattro traverse (più una quinta che si sente in chiusura dello spot). Il capolavoro è servito;

2013 – 25 anni di “Just do it”

La Nike, come visto con Spike Lee, ha ciclicamente chiesto la partecipazione di attori, registi e addetti allo spettacolo. Per celebrare i 25 anni dalla nascita dello slogan, si serve della voce di Bradley Cooper per narrare le gesta dello spot dal nome “Possibilities”.
E’ un invito a non mollare mai, a credere in quello che si fa: fatica, sudore e sconfitte forgiano gli atleti vincenti di domani. Così, si arriva a giocare assieme a Piqué (difensore del Barcellona) o a sfidare Serena Williams o LeBron James.
Inutile dirlo, la campagna è diventata subito virale, ottenendo più di quattro milioni di visualizzazioni nella prima settimana di lancio;

Ora la palla passa a voi: quali spot vi sono rimasti più impressi?

Non può essere altrimenti, non poteva che essere la “partita della vita” per Antonio Cassano, quando aveva ancora 17 anni. Lui stesso ha più volte ringraziato quella mirabolante rete contro l’Inter del 18 dicembre 1999 perché gli ha dato un futuro, l’ha tolto dalla strada e dalla delinquenza dove probabilmente si sarebbe invischiato se non avesse avuto successo come calciatore. Al suo esordio in Serie A, assieme all’altro debuttante Hugo Enyinnaya, mandati in campo da mister Fascetti perché gli attaccanti titolari sono indisponibili. Proprio contro i nerazzurri che, al contrario, hanno Ronaldo, Vieri, Zamorano e Recoba. Vince il “Galletto” per 2-1, in una storia di aneddoti e curiosità ripercorsi in questi video:

 

Il giorno dopo l’impresa, Michele Salomone iconico giornalista barese ha un accordo con Cassano e la famiglia per intervistarlo a casa di sua madre. Si presenta, ma di Antonio non c’è traccia: non si presenta senza preavviso.

C’erano davvero tutti, lunedì 23 settembre, al teatro della Scala di Milano per il “The Best FIFA Football Awards”, premio indetto nel 2016 nel quale rappresentati dei media, commissari tecnici e capitani delle Nazionali votano il miglior giocatore, il miglior allenatore e il top11 della scorsa stagione.

TheBest FIFA Men’s Player 2019: Leo Messi

Il premio più atteso è finito a Lionel Messi, ovvero quello di miglior giocatore della passata stagione. Messi si è imposto davanti a Van Dijk e Ronaldo, unico tra i grandi big non presenti alla Scala per la cerimonia e rimasto a Torino. Per Messi è la prima vittoria del premio da quando porta questo nome; la seconda se vogliamo considerare il vecchio FIFA World Player; unito però ai 5 Palloni d’Oro (di cui 4 vinti quando la FIFA insieme a France Football avevano fuso i due premi) fanno dell’argentino il recordman assoluto in termini di riconoscimenti individuali. Messi riesce insomma a vincere il premio come migliore calciatore FIFA anche in un anno in cui si è portato a casa soltanto la Liga e succede al croato del Real Madrid, Luka Modric.

 

TheBest FIFA Women’s Player 2019: Megan Rapinoe

Nel campo femminile invece il successo di miglior giocatrice è stato tutto di Megan Rapinoe. La calciatrice americana, campionessa del mondo e trascinatrice della nazionale statunitense al secondo titolo mondiale consecutivo, è stata eletta dalla FIFA come la più forte dell’anno 2019.

 

Jurgen Klopp e Jill Ellis i miglior allenatori

Jürgen Klopp ha vinto il premio di miglior allenatore per la stagione 2019: il tecnico dei Reds ha preceduto Pep Guardiola (Spagna/Manchester City) e Mauricio Pochettino (Argentina/Tottenham Hotspur). Capace di guidare il Liverpool sul tetto d’Europa, Klopp ha così parlato sul palco: «Un vero onore, anche se il nostro è stato un grande lavoro di squadra e non capisco perché questo riconoscimento arrivi a un singolo». Al termine del suo discorso Klopp ha spostato l’attenzione sull’associazione “Common Goal”, movimento di beneficenza lanciato con il supporto del calciatore spagnolo Juan Mata e di cui fa parte anche Giorgio Chiellini, che si impegna a destinare una parte degli stipendi dei calciatori/allenatori che ne aderiscono per progetti dedicati alle persone meno fortunate. Per la categoria allenatrici, lo scettro va a Jill Ellis, coach degli Stati Uniti per il suo secondo Mondiale portato a casa.

Miglior portiere: Alisson

Da quest’anno è stato introdotto anche il premio per il miglior portiere e se lo aggiudica Alisson Becker, il numero 1 dei Reds, ex Roma, che ha preceduto Ederson (Brasile/Manchester City) e Marc-André ter Stegen (Germania/Barcelona). Alisson in questa stagione ha vinto la Champions League con il Liverpool e la Coppa America con il Brasile.

Migliore XI FIFA

Questo invece l’undici scelto dalla FIFA per la stagione 2019. Per la Juventus sono presenti Cristiano Ronaldo e De Ligt, anche se l’anno passato ha giocato con la maglia dell’Ajax. L’undici completo: Alisson; Ramos, De Ligt, Van Dijk, Marcelo; Modrić, De Jong; Hazard; Messi, Ronaldo, Mbappé.

 

Puskas Award, miglior gol del 2019: vince Zsori

Daniel Zsóri ha, invece, vinto il FIFA Puskas Award 2019, il gol più spettacolare della passata stagione. Il giocatore ungherese è stato premiato per la rete segnata in Debrecen-Ferencvaros TC, nel campionato magiaro, il 16 febbraio 2019. Zsóri ha preceduto Lionel Messi e Juan Fernando Quintero.

E pensare che l’uomo per la finale il Paris Saint Germain ce l’aveva in casa. Lucas Moura per 5 stagioni ha vestito la maglia per i francesi senza mai lasciare il segno. Finito nel dimenticatoio con gli arrivi, a turno, di Neymar e Mbappè, il brasiliano nato a San Paolo viene scaricato dagli sceicchi del Psg a gennaio 2018. Poteva venire in Italia al Napoli o all’Inter, preferì Londra e il Tottenham. Oggi si è preso il club inglese con una storica tripletta che ha ribaltato la qualificazione contro l’Ajax. Ma il classe ’92 non è l’unico ad aver fatto hattrick in una semifinale di Champions. Ecco chi l’ha preceduto.

Alessandro Del Piero

Il primo triplettista nella moderna Coppa dei Campioni è stato l’ex capitano bianconero nella semifinale dell’edizione 1997-1998. Nel 4-1 maturato nella gara di andata contro il Monaco Pinturicchio realizza tre gol: due rigori trasformati e una splendida punizione che trafigge Barthez.

Ivica Olic

Nel 2010 il centravanti croato del Bayern Monaco porta i tedeschi alla finale di Madrid con l’Inter. Nella semifinale contro il Lione, Olic firma da solo il 3-0 che vale il pass per l’ultimo atto, poi perso, con la squadra di Mourinho.

Cristiano Ronaldo

Chi, se non il re della Champions, poteva timbrare il cartellino anche in questa speciale classifica? Nel 2017 CR7 va a segno per tre volte nel derby in semifinale d’andata contro l’Atletico Madrid. Poi farà anche doppietta nella finale di Cardiff contro la Juve.

 

Bonus track: il 3+1 di Robert Lewandowski

L’ultima finale senza Messi o CR7 si era giocata nel 2013 tra Bayern Monaco e Borussia Dortmund. L’allora club allenato da Klopp si sbarazzò in semifinale del Real Madrid vincendo la gara di andata per 4-1 grazie addirittura a un poker dell’attaccante polacco.

Cristiano Ronaldo è poi sceso in Terra? Luciano Spallettim invece, si è trasformato in don Pietro Savastano mentre a Parma si degustano pietanze succulenti. Senza dimenticare la pioggia in tribuna a Napoli e il nuovo match tra Gattuso e Bakayoko. Nuovo appuntamento con la partweeta della 35ma giornata di A.

La Bibbia di Cristiano


Paulo Floccari

Luciano Savastano


Di padre in figlio


Scampagnata a Parma


E’ già Real Madrid Atalanta


Palloni finiti


Criscito, il moderato


Piove, stadio ladro


Ring Milanello

Dal Barcellona all’Inter, e poi ancora Real Madrid e Milan. Di certo, Ronaldo il Fenomeno di campioni con cui ha condiviso lo spogliatoio e l’attaccato ne ha avuti tanti, tantissimi. La lista potrebbe essere davvero lunga e luccicante di stelle, ma il campione brasiliano, in una dichiarazione recente, ha colto tutti di sorpresa facendo un nome inaspettato quando gli è stato chiesto chi sia stato il suo miglior partner d’attacco:

Ho avuto tanti compagni di squadra che hanno segnato il mio percorso da calciatore. Più di un campione come Zinedine Zidane, per me c’è solo Luc Nilis. È stato sicuramente il miglior compagno di reparto con cui abbia mai giocato

La scelta del Fenomeno, quindi, ricade sull’attaccante belga che giocava con lui in Olanda, al PSV, appena sbarcato in Europa dopo aver mostrato il suo talento al Cruzeiro e in Nazionale. Più di 2 anni insieme, con una Coppa d’Olanda in bacheca e il titolo di capocannoniere della Eredivisie: 30 gol a 19 anni non ancora compiuti, un traguardo raggiunto anche grazie a Nilis.

 

Ronaldo ha rivelato la sua preferenza in un’intervista ripresa proprio dai fan del PSV, che hanno ricordato quelle stagioni di grande talento. È anche la conferma di aver fatto la scelta giusta: il consiglio di giocare in Olanda è arrivato direttamente dal suo connazionale e compagno di reparto Romario, che pochi anni prima aveva fatto lo stesso percorso dal PSV al Barcellona con grande successo. R9 continua a parlare di Nilis, raccontando l’importanza della sua presenza sia nello spogliatoio sia in campo. Vincere la classifica cannonieri in Olanda non sarebbe stato possibile senza il suo contributo:

Ho trascorso 2 stagioni e mezzo con Nilis, al PSV abbiamo condiviso tanto. Mi ha sempre aiutato, in ogni occasione e prima di ogni partita. Negli anni successivi, solo Zidane è riuscito ad avvicinarsi a lui in termini di supporto che ho ricevuto. Eravamo molto complici in attacco e se sono diventato capocannoniere in Olanda è anche grazie a lui: è stato un giocatore incredibilmente generoso.

Risultati immagini per Luc Nilis

Con la maglia del PSV, Ronaldo ha segnato complessivamente 42 gol in 46 partite. Nilis, che ad Eindhoven è rimasto fino al 2000, ha realizzato 110 gol in 164 presenze. Prima del campionato olandese, c’è stato l’Anderlecht in patria: 127 reti in 224 partite. La carriera di Nilis si interrompe proprio nel 2000, appena arrivato in Premier League. Con la maglia dell’Aston Villa riesce a disputare solo 3 partite, segnando un gol: nel match contro l’Ipswich Town, il belga si scontra con il portiere avversario, Richard Wright. La rottura della gamba lo porta ad annunciare il ritiro il 23 settembre dello stesso anno, a 33 anni e senza aver potuto esprimere il suo valore in Inghilterra.

A rendergli omaggio, a quasi due decenni di distanza dall’addio al calcio, è il suo ex compagno di squadra. Per Ronaldo, Nilis ha avuto un ruolo fondamentale non solo nel PSV, ma nella sua intera carriera. Un merito non indifferente, se arriva da un due volte Pallone d’Oro e campione del mondo.

 

 

Otto formazioni per otto scudetti. Con campionissimi irrinunciabili, ma anche preziosi gregari. Le otto Juventus scudettate dal 2012 a oggi sono il perfetto mix di talento e sacrificio nel segno della continuità. Come da Buffon a Szczesny, da Lichtsteiner a Cancelo, da Pirlo a Pjanic, da Tevez a Ronaldo. Da Conte ad Allegri. Il comun denominatore si chiama Andrea Agnelli, faro del progetto bianconero anche dopo l’addio di Marotta. Abbiamo provato a stilare la formazione tipo di questi otto scudetti. Non è stato facile, ogni ruolo aveva il suo sostituto perfetto e ciò dimostra l’abbondanza costante della rosa juventina. Il modulo scelto è il 4-3-3

La top 11

Buffon (Szczesny)

Il numero 1 dei numero 1 ha trovato il suo erede perfetto. Buffon, neo campione di Francia con il Psg, è stato il capitano e protagonista assoluto per 7 anni. Il portiere polacco ha avuto il grande merito di raccogliere in maniera degna il testimone.

Alex Sandro (Evra)

Il brasiliano arriva con grandi speranze dal Porto nel 2016. Parte subito forte, si afferma come uno dei migliori al mondo in quel ruolo. Poi, un lento declino fino a questa stagione. Evra, da par suo, nelle stagioni bianconere ha sempre garantito la sua esperienza sulla fascia.

Bonucci (Benatia)

Croce e delizia di questi anni scudettati. Leonardo Bonucci è stato il play basso da cui far partire l’azione, il libero fuori tempo con piede da regista. L’addio burrascoso lo scorso anno, poi il ritorno da figliol prodigo scalzando Benatia che l’aveva sostituito.

Chiellini (Barzagli)

Qui siamo di fronte a due monumenti del calcio italiano. Chiellini e lo stesso Bonucci non sarebbero diventati così grandi senza la guida del prof Barzagli, al suo passo d’addio.

Cancelo (Dani Alves, Lichtsteiner)

Dibattito aperto sulla fascia destra. Prendiamo Cancelo per il potenziale non ancora completamente espresso. Dani Alves nella sua unica annata a Torino ha parzialmente deluso, anche se per lui parla il cv. Lo Swiss Express è il ritratto della Juve operaia e vincente.

Pirlo (Pjanic)

C’è altro da aggiungere rispetto al Maestro rigenerato da Conte e punto di riferimento della prima Juve di Allegri? Il bosniaco studia nella stessa scuola, ma non è ancora la stessa cosa.

Pogba (Emre Can)

Il polpo è uno dei grandi rimpianti dei tifosi bianconeri che sperano ogni anno in un cavallo di ritorno. Per il momento hanno trovato il tedesco che lentamente si è preso la Juve 2018/2019 dopo un bel po’ di guai fisici.

Vidal (Matuidi)

Se Antonio Conte andasse in guerra, penserebbe al cileno come primo soldato da portarsi insieme. Ma anche il francese campione del Mondo non lo butterebbe via.

Cristiano Ronaldo (Higuain)

L’unica indiscutibile casella. L’extraterrestre portoghese non ha classifica, il Pipita gli ha lasciato spazio dopo due ottime annate allo Stadium.

Del Piero (Dybala)

Il capitano è sempre il capitano, anche se per una sola stagione. Il suo erede con la 10 è stata la Joya, che si è un po’ spenta dopo aver illuminato i suoi primi anni torinesi.

Tevez (Mandzukic)

Prendete il gol segnato al Parma, o l’anno della finale di Berlino. L’Apache era il volto brutto e cattivo di una Juve umile, ma spietata. Mario è il fedelissimo buone per tutte le guerre sportive da combattere.

Allegri (Conte)

Qui la scelta divide l’Italia e il mondo: meglio chi ha dato una stabile identità europea alla squadra o chi ha dato vita al progetto vincente? Dibattito aperto, noi preferiamo la halma sapiente di Max.

 

 

Cristiano Ronaldo – Messi – Messi – Messi – Messi – Cristiano Ronaldo – Cristiano Ronaldo – Messi – Cristiano Ronaldo – Cristiano Ronaldo. Sembra un testo futurista, ma così in maniera estesa, crea un ulteriore impatto. Un decennio governato da un’unica oligarchia: dieci edizioni del Pallone d’oro spartite tra il giocatore del Real Madrid (anche se ha iniziato a collezionare trofei quando era ancora al Manchester United) e quello del Barcellona.

C’è un dopo, l’interruzione dell’egemonia e ha il nome e le fantasia di Luka Modric, vincitore dell’edizione 2018 del Pallone d’oro. Ma c’è stato un prima. Un’era precedente che ai nostri occhi sembra millenaria. E l’ultimo re di un impero calcistico un po’ più “umano” è stato Kakà. Nel 2007, la stella del Milan dall’eterno viso fanciullesco, dopo esser stato il trascinatore nella cavalcata che ha portato la Champions League contro il Liverpool, la Supercoppa Europea contro il Siviglia e il Mondiale per Club contro il Boca Juniors, trionfa anche nei riconoscimenti individuali, conquistando il Pallone d’oro dopo Fabio Cannavaro. Un voler rimarcare quanto di leggendario fatto quell’anno: il migliore al mondo è il brasiliano numero 22.

Ma in quel trofeo luccicante c’è il germe della “rivolta” perpetrata dal fantasmagorico duo: Kakà per innalzare il premio di France Football ha scalzato proprio Ronaldo, arrivato secondo, e Lionel Messi, giunto terzo. Da quel momento solo nel 2010 non vedremo sul podio entrambi i fuoriclasse: in quell’anno, infatti, fu all-in blaugrana con gli ambasciatori Xavi e Iniesta ad aprire le porte della gloria all’argentino.

San Siro è stata la navicella spaziale di Kaká, uno che veniva da un altro pianeta, è all’Old Trafford, nell’andata della semifinale di Champions del 2007, che mise in mostra, in mondovisione, tutto quello che aveva fatto vedere dal suo arrivo in Italia nell’estate del 2003: in particolare, una straordinaria capacità nel ribaltare l’azione, tagliando il campo a velocità supersonica e sempre con la palla al piede (destro o sinistro che fosse), sempre a testa alta e sempre con estrema purezza del gesto.

Di lui si dirà sempre che è stato un giocatore elegante, nonostante le galoppate e gli strappi di direzione. E se all’Old Trafford – il tempio del calcio – innalzò davanti a CR7 il manifesto della sua arte, fu con la maglia del Brasile che Kakà ammutolì sul campo Messi.
Bisogna riavvolgere le lancette di un anno, è il 3 settembre 2006 e mentre in Italia si contano i danni di calciopoli nonostante una Coppa del Mondo appena sollevata, in giro per il globo è già tempo di amichevoli nazionali per impostare i nuovi cicli. E a Londra si gioca un’amichevole che di “fraterno” non ha nulla: Brasile contro Argentina. La nuova Seleçao di Dunga rifila tre reti all’Albiceleste: doppietta di Elano, 3-0 di uno straripante Kakà, con Robinho “man of the match”.

Anche in estate, anche a settembre dopo un Mondiale, il ragazzo del Milan veste il suo smoking bianco. Entrato al 59’ al posto di Daniel Carvalho, a un minuto dal 90’, fa quello che gli riesce meglio: prende palla dalla difesa approfittando di un errato controllo di un giocatore argentino, alza lo sguardo e punta la porta nonostante tre/quarti di campo ancora da fare. Parte, si lascia alle spalle lo stesso giocatore, supera il cerchio di centrocampo, procede incalzante, poi tocco a cambiare direzione in uscita che manda a terra il difensore Milito e tocco che sa di sentenza mentre Abbondanzieri prova a intercettare il tiro in uscita bassa.

 

E’ il gesto di una carriera, ripetuto all’impazzata seminando avversari lungo la pista verde, ma questo è speciale perché è partito proprio rubando palla a Messi e superandolo in velocità in una corsa generazionale. Messi ha ancora 19 anni, va detto, ma ha le stimmate del campione. In quell’istante però, in quei quattro secondi di partita, l’ordine delle cose ha ristabilito il suo flusso: nell’ultima fase dei mortali, Kakà è di un altro pianeta.

Chi è cresciuto a pane e PlayStation può capire il senso di devozione nei confronti di un mito pixelato. Quando l’unica preoccupazione del pomeriggio era andare a giocare a calcio al parco o rintanarsi in camera e divorare i joypad con gli amici tra esilaranti sfide al vecchio Iss Pro (il precedente nome dell’attuale Pes). Lui, Roberto Larcos era dogma.
Nell’era dei nomi taroccati per mancanza di licenze, quello che era a tutti gli effetti l’alter ego di Roberto Carlos, aveva e avrà per sempre un posto speciale nell’olimpio videoludico. Un re Mida che trasformava in oro ogni pallone che toccava. Anzi, dal suo sinistro esplodevano autentiche mine in grado di mandare all’aria patti d’amicizia decennali.

La sua rincorsa ritmica, a piccoli passi per poi accelerare, incantava chi era dinanzi allo schermo, non fosse per altro che al tempo la Konami, la casa che produceva e produceva Pes, lasciava pochi spazi alla personalizzazione di mosse e dell’aspetto dei calciatori. La punizione di R. Larcos era un unicum al pari dei due triangoli verdi che aveva in testa Taribo West, istrionico difensore della Nigeria con le treccine colorate.

Avere il terzino brasiliano in squadra, insomma, era sinonimo di potere. Che poi, in realtà, forse nemmeno i puristi del genere hanno effettivamente schierato R. Larcos nel suo naturale ruolo di terzino.
Sì perché nella trasposizione irreale del gioco, nella mitologica possibilità di alterare le formazioni, sfido a trovare qualcuno che non abbia mai schierato il numero sei brasiliano in attacco. Potenza di tiro massima, velocità elevata, era una spina ai fianchi delle difese avversarie.
Era la mossa della disperazione quando si stava perdendo o quando si voleva strafare. Insomma un po’ Mr. Wolf nel film “Pulp Fiction” di Quentin Tarantino: risolve problemi.

Per qualcuno il calcio è rimasto come passione, per altri è diventato un mestiere. Come per Mario Rui, il terzino portoghese che tanto bene ha fatto a Empoli e ora gioca nel Napoli. Chiamatela coincidenza, ma anche Mario Rui è stato un devoto del nostro mito Larcos:

Ricordo che alla Play tutti i nomi erano sbagliati. La coppia d’attacco era Ronaride -Roberto Larcos, ovviamente Ronaldo e Roberto Carlos. Come tutti mettevo Roberto Carlos in attacco perché era piccolo, velocissimo e aveva un tiro impressionante. Da lì ha cominciato a piacermi e non so se sia stato il destino, ma ho cominciato anche io a giocare da terzino…

 

Insomma, tra Chalivert, Batutista e tutti i leggendari calciatori della Master League (Castolo su tutti), Roberto Larcos sale sul gradino più alto del podio. E qualcuno, preso da una botta di nostalgia, ha deciso di ricreare l‘incredibile punizione da centrocampo tutta carica d’effetto, a 115 km/h, che il giocatore passato dall’Inter e divenuto leggenda nel Real Madrid, segnò con la Seleçao contro la Francia nel 1997. Oltre ai pali spigolosi, trovate altre differenze?

Alle 22.10 circa di martedì 3 aprile 2018 Cristiano Ronaldo sale in cielo dell’Allianz Stadium per la rovesciata che cambia la storia sua, della Juventus e del Real Madrid. Non solo decide il quarto di finale che porterà poi le merengues alla terza Champions di fila. Ma sposta i destini che poi stanno determinando lo scenario attuale del calcio internazionale. La Juventus nelle prime otto dell’Europa che conta dopo una tripletta del portoghese all’Atletico Madrid. Il Real fuori da tutto che finirà l’anno con zeru tituli. CR7 che incanta anche in Italia dopo aver frantumato qualsiasi record in Inghilterra e Spagna.

Un anno sempre al top

E’ passato un anno da quel gesto atletico che incantò il pubblico bianconero. Un anno in cui Cristiano ha deciso di rimettersi in gioco a 33 anni anche, forse, per quegli applausi che da avversario ricevette allo Stadium. Perché in quella serata torinese di inizio aprile a incidere, nella futura scelta del fenomeno di Funchal, fu anche l’accoglienza che i supporter di Madama riservarono al gesto atletico di Ronaldo. L’uomo che li avrebbe sbattuti fuori una settimana dopo con il contestatissimo rigore al 94’ decretato dall’arbitro Oliver. L’uomo che li aveva già castigati nel 2017 con una doppietta nella finale di Cardiff.

I numeri di Ronaldo

E dire che per il numero 7 aveva nella Juve una delle sue vittime preferite. Ben dieci gol in sette partite disputate contro la Signora. Ora Cristiano ha il bianconero tatuato addosso e le sue prodezze fanno volare la Juventus non solo in campo. Trentasei gare disputate: 24 gol e 12 assist. Praticamente decisivo in ogni match in cui ha giocato. Fuori dal rettangolo, i ricavi da vendite di prodotti e licenze nel primo semestre 2018 2019 sono aumentati dell’81% rispetto a un anno fa. La sola serata contro l’Atletico ha fruttato 10 milioni di euro e mezzo di introiti. Un eventuale trionfo nella competizione porterebbe i ricavi a 126 milioni di euro. Nove in più del costo dell’operazione Ronaldo a Torino.