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In Australia, nello slang sportivo e colloquiale, si è diffusa l’espressione “doing a Bradbury”, un modo ironico per parlare di una vittoria inattesa, al limite del miracolo e dell’impossibile. Chi interpella il divino, chi la buona sorta, ma dal 2002, Steven Bradbury, pattinatore professionista australiano di short track, è l’atleta a cui è legata la rimonta e l’impresa sportiva più bizzarra e assurda di sempre. Il simbolo di chi, nemmeno quotato tra i possibili vincitori, sorprese tutti (e, forse, anche se stesso). A metà tra lo scandalo, la truffa, la favola e il romanticismo.

Durante le Olimpiadi invernali di Salt Lake City, nel 2002, Bradbury vinse la medaglia d’oro nei 1000 metri semplicemente perché rimase in piedi per ultimo. Una serie di rocambolesche coincidenze gli garantirono non solo l’accesso, insperato, in finale, ma anche la possibilità di salire sul gradino più alto del podio.

Dopo aver vinto la propria batteria, infatti, arrivò terzo nei quarti di finale e venne eliminato perché nello short track accedono alla fase successiva solo i primi due. Ma il giapponese Naoya Tamura, arrivato secondo, a sette decimi avanti a lui, fu squalificato, dando così all’atleta australiano la possibilità di essere ripescato in semifinale.
Qui, come se non bastasse, avvenne qualcosa di ancor più insolito: Steven, ampiamente quinto e ultimo, era staccato dal gruppo quando mancava un giro al termine. A un tratto, il coreano Kim Dong-Sung, secondo, perse l’equilibrio e finì a terra e poco dopo, lungo il rettilineo finale, scivolò anche il giapponese Satoru Terao portandosi con sé il canadese Mathieu Turcotte. Incredibilmente, da ultimo, Bradbury si ritrovò a entrare in finale come secondo.

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Sorte, caso e caos divennero, in buona sostanza, la strategia del pattinatore anche in finale: attendere in fondo al gruppo e sperare in un contatto e in una caduta. Sempre all’ultimo giro, dopo una gara tesissima e disputata sul minimo equilibrio nonostante la velocità del percorso, l’effetto domino tanto ambito arrivò, ormai, quasi inesorabilmente. Il cinese Li Jiajun inciampò dopo un contatto con l’americano Apolo Anton Ohno, primo in quel momento. Jiajun, nel cadere, toccò il pattino del coreano Ahn Hyun-Soo, che riuscì a rimanere in piedi solo per una frazione di secondo, prima di andare a sbattere contro l’americano. Tutti e due a terra, così, poco dopo, il canadese Mathieu Turcotte che arrivava dalle retrovie se li ritrovò davanti e non riuscì a scansarli. In un battito d’occhio, in meno di un secondo, Bradbury, passato indenne dalla mattanza sportiva, fu l’unico a emergere in piedi e a tagliare il traguardo. Medaglia d’oro, la prima nelle Olimpiadi invernali nella storia dell’Australia.

Nella beffa, nell’incredulità generale, la vittoria a sorpresa di Bradbury, forse, è un merito alla sua determinazione a non mollare mai: una promessa negli anni ’90 (vinse tre medaglie mondiali nei 5000 metri staffetta, un oro nel 1991, un bronzo ne 1993 e un argento nel 1994, oltre alla medaglia di bronzo alle Olimpiadi invernali di Lillehammer nel 1994), ma una carriera compromessa per un gravissimo infortunio.
A Montréal, nella Coppa del Mondo, subì una lacerazione profonda all’arteria femorale, causata dalla lama di un altro pattino; perse quattro litri di sangue, rischiava di morire e ci vollero 111 punti di sutura e 18 mesi di riabilitazione.  Nel 2000, un altro infortunio, frattura al collo, sembrava interrompere la sua carriera. Ma nonostante questo, nonostante fosse atleticamente lontano da buoni livelli, decise di partecipare ai Giochi del 2002.
In un’intervista disse:

Non ero sicuro se avessi dovuto festeggiare oppure andare a nascondermi in un angolo. Non ero certamente il più veloce, ma non penso di aver vinto la medaglia col minuto e mezzo della gara. L’ho vinta dopo un decennio di calvario

«Obiezione vostro Onore». Il giusto processo alla Juventus è iniziato subito dopo il fischio finale del Wanda Metropolitano. Nella bufera finiscono tutti, a cominciare da Allegri. E’ mancata la mentalità per dare una sterzata a una partita dall’andamento prevedibile. Verticale contro orizzontale sarebbe stata la chiave giusta contro l’Atletico Madrid. Invece i bianconeri si sono adeguati al cholismo giocando sotto ritmo e con uno sterile giro palla. Ma la qualificazione non è chiusa. Il 12 marzo all’Allianz Stadium la remuntada è possibile. Il risultato, ostico, lascia ancora margini di speranza, a patto che la Juve faccia la Juve. Ecco perché nel ritorno tra tre settimane Allegri può spuntarla sugli spagnoli.

Cristiano Ronaldo

Ecco, si riparte proprio da qui. Perché mai come era accaduto prima la Signora ha in rosa il miglior giocatore al mondo (assieme a Messi). Uno che da solo ha vinto 5 Champions League, come ha ricordato polemicamente il portoghese ai colchoneros. Uno che da solo incarna la Coppa maledetta a Torino avendo segnato 122 reti, di cui 60 realizzate nella fase a eliminazione diretta. Un’animale da serate internazionali che non può certo limitarsi alla punizione deviata da Oblak dopo pochi minuti. Al ritorno CR7 sa come si fa. Chiedere informazioni al Wolfsburg, ad esempio. Edizione 2015/2016, quarti di finale. Dopo lo 0-2 dell’andata, il Real capovolge la situazione con una tripletta di Cristiano che fa fuori i tedeschi.

Effetto Stadium

Cosa significhi avere uno stadio caldo dalla propria parte lo ricorda proprio il Wanda Metropolitano. Il catino Atletico, teatro della prossima finale, ha trascinato la squadra di Simeone al 2-0 ottenuto nei minuti finali. Ma la Juventus ha la fortuna di avere un impianto che non è da meno. Più piccolo, ma che sa essere altrettanto infernale quando vuole. I numeri lo dicono: dal settembre 2011, solo tre squadre in Europa sono riuscite a vincere all’Allianz (Bayern Monaco, Real Madrid, Manchester United). In campionato la schiacciasassi Juventus ha costruito poi le sue fortune proprio in casa (solo Inter, Udinese, Fiorentina, Sampdoria e Lazio hanno vinto). Una buona rimonta inizia sempre dal dodicesimo uomo in campo.

Orgoglio ferito

Chi conosce la storia della Juventus sa la Signora ferita è un brutto avversario da incontrare. Perché difficilmente sbaglia due partite di seguito. E, in ogni caso, se eliminazione sarà, avverrà lasciando tutto quello che si ha in campo. L’orgoglio e il carattere che da sempre caratterizzano i bianconeri sono un’arma preziosa da sfoderare al ritorno. Basti ricordare cosa è accaduto lo scorso anno contro il Real Madrid. Dopo lo 0-3 a Torino la squadra era data spacciata da tutti. Al 94’ del Bernabeu il risultato era il medesimo, prima che Benatia e Oliver rovinassero tutto. Con una differenza: questa volta Cristiano Ronaldo gioca con la camiseta bianconera.

La parola “remuntada” tanto in voga nella terminologia moderna e abusata del calcio, la inventarono proprio quelli del Barcellona, nel 2010, dopo la semifinale di andata contro l’Inter, persa 3-1 a San Siro. Una parola tanto inflazionata quanto di per sé poco appropriata perché, fino a quel giorno, di rimonta non se ne vide l’ombra. Il Barcellona, nel match di ritorno vinse 1-0, ma non riuscì a ribaltare il risultato.
Fino a quel giorno, appunto. Perché proprio i blaugrana hanno riscritto il capitolo “rimonte pazzesche e insperate” nell’ottavo di ritorno dell’edizione 2017 della Champions League. Dopo la disfatta all’andata contro il Psg capace di vincere 4-0, i ragazzi di Luis Enrique hanno sbaragliato la storia con un clamoroso 6-1, tanto roboante quanto drammaticamente realizzato negli ultimi minuti di partita.

Se lo sport sa regalarci imprese titaniche (ricordiamo il recente Super Bowl vinto dai Patriots e da Tom Brady o la più scanzonata rimonta di Steven Bradbury) è sul campo verde di gioco che abbiamo assistito a epinici drammaticamente emozionanti. Ecco alcune rimonte storiche:

1957, Charlton – Huddersfield 7-6

E’ la più incredibile rimonta nella lunga e gloriosa storia del football della Regina. Il Charlton Athletic, retrocesso in First Division, riesce nell’impresa di segnare ben sei reti in meno di mezz’ora. Alla vigilia di Natale, è il dicembre 1957,  l’Huddersfield Town di Bill Shankly (che renderà felici, in futuro, i tifosi del Liverpool) conduce per 5-1 grazie anche all’infortunio di Derek Ufton, capitano del Charlton che si è slogato una spalla dopo 17 minuti, lasciando la squadra in 10 uomini.
Johnny Summers è il condottiero di questa impresa: lui è l’autore del primo gol, poi serve l’assist a Johnny Ryan per il 5-2 ed è lui stesso a realizzare altre due reti fino al 78’. Quattro gol per lui e 5-5. Passano ancora tre minuti e Summers segna la sua quinta rete, ma l’Huddersfield non ci sta e a quattro minuti dallo scadere realizza il 6-6.
L’ultimo sussurro, però, porta la firma di Ryan che, nuovamente su assist del tarantolato Summers, realizza il definito 7-6.
L’Huddersfield è l’unica squadra inglese a perdere una partita nonostante la realizzazione di sei gol. Attorno a questa partita leggendaria c’è un aneddoto: a fine primo tempo Summers è stato costretto a cambiare le sue scarpe “fortunate” perché malconce.  Lui, mancino naturale, segnò tutte le reti col piede destro;

 

1966, Corea del Nord – Portogallo 3-5

Mondiali in Inghilterra. Nella patria delle scommesse folli, alla vigilia, nessuno avrebbe puntato un centesimo per vedere ai quarti di finale la Corea del Nord e l’acerbo Portogallo. Gli asiatici, però, avevano battuto incredibilmente l’Italia, mentre i lusitani potevano contare sull’estro di Eusébio. Eppure, il timore di un’altra sconfitta clamorosa simile a quella degli Azzurri, sembra prendere forma quando, alla stadio Goodison Park di Liverpool, la Corea del Nord conduce il match per 3-0 dopo 25 minuti.
Ma la pantera nera non ci sta e ruggisce: quattro sue gol permettono al Portogallo di rimontare mentre José Augusto realizza il definitivo 5-3;

 

1970, Germania Ovest- Inghilterra 3-2

Sono passati quattro anni dalla finale di Wembley del 1966 con la vittoria degli inglesi sui tedeschi. In Messico, per i Mondiali del ’70, Germania Ovest e Inghilterra si ritrovano di fronte nei quarti di finale, ma questa volta sono i teutonici ad alzare le braccia al cielo vincendo per 3-2, al termine di un match incredibile.
Gli inglesi, infatti, avanti 2-0, si fanno rimontare e superare nei tempi supplementari trascinati da un sontuoso Beckenbauer, fulcro e autore della prima rete e da Gerd Muller che realizza la rete del 3-2. La svolta del match però è l’ala destra Grabowski che, entrato sullo 0-2, è stato capace di mandare in tilt la difesa inglese;

 

1999, Manchester United – Bayern Monaco 2-1

 

Era moderna, stessa tragedia greca. Finale di Champions League edizione 1999, stadio Camp Nou di Barcellona.

Spuntai sul campo per la premiazione e rimasi confuso. Pensai: “Non è possibile, chi ha vinto sta piangendo e chi ha perso sta ballando”

Lennart Johansson, presidente dell’Uefa, si era allontanato proprio durante i minuti di recupero. Aveva lasciato il match sull’1-0 a favore dei bavaresi che erano passati in vantaggio al ‘6 con una punizione di Basler e aveva più volte sfiorato il raddoppio con pali e traverse.
Ma i Red Devils tentano il tutto per tutto ed entrano in campo i due attaccanti Teddy Sheringham e Ole Gunnar Solskjær. Incredibilmente sono proprio loro a ribaltare il risultato: infatti nei due minuti di recupero concessi da Pierluigi Collina, prima l’attaccante inglese corregge un tiro quasi innocuo di Ryan Giggs, poi sugli sviluppi di un corner la punta norvegese è rapidissimo a girare sotto la traversa il gol che regala al Manchester la coppa che mancava da 31 anni;

 

2001, Tottenham – Manchester United 3-5

E’ ancora il Manchester United, questa volta in Premier League, stagione 2001-2002. Nonostante gli acquisti di Veron e Ruud van Nisterlooy, il team di Alex Ferguson non riuscirà a vincere il quarto campionato di fila che passerà nelle mani dell’Arsenal.
Ma a Londra, al White Hart Lane, a settembre, il Manchester United si dimostra ancora bestia da rimonta: il Tottenham, sopra di tre reti nel primo tempo (Richards, Les Ferdinand e Ziege) si fa travolgere nella ripresa dai Red Devils con le marcature di Cole, Blanc, van Nistelrooy, Veron e Beckham;

 

2004, Deportivo la Coruña – Milan 4-0

E’ un momento storico favorevole al Milan: con l’arrivo di Ancelotti in panchina, i rossoneri ritornano a far paura in Europa e in Italia. Ma tra serate indimenticabili e gloriose, il Milan è anche scivolato clamorosamente, inspiegabilmente.
Nei quarti di finale di Champions League del 2004, il Milan forte del 4-1 all’andata sugli spagnoli anche grazie a un bellissimo gioco, si presenta al Riazor, ma si spegne la luce. Il Milan soccombe mentre sin dall’avvio, il Deportivo crede nella rimonta e va a segno prima con Pandiani dopo soli 5 minuti e poi con Valeron, Luque e Fran;

2004, Inter – Sampdoria 3-2

E’ il simbolo delle rimonte neroazzurre. E’ la personificazione pratica dell’Inter, della sua pazzia che sa coinvolgere i tifosi. Dalla disperazione all’esaltazione in sei minuti.
A San Siro, Tonetto porta in vantaggio la Sampdoria al termine del primo tempo, poi al 36’ è addirittura 0-2 con la firma di Kutuzov. Tifosi blucerchiati sorpresi, quelli interisti attoniti. Qualcuno inizia ad andare a casa, ma l’Inter resta sul campo, concentrata fino a quando non sente il fischio finale.
Prima Martins, poi Vieri e poi il sinistro chirurgico di Recoba. Antonioli rimane di pietra, Mancini, allenatore dell’Inter, balza da un lato all’altro della panchina. E’ delirio a San Siro;

2005, Liverpool – Milan 3-3

Sei minuti. E’ il giro di lancette più drammatico nella storia dei rossoneri. A Istanbul, 50esima finale di Champions League contro il Liverpool, ancora oggi in molti si chiedono cosa sia davvero successo. Il Milan è alla sua decima finale, un Milan spumeggiante con Kakà ormai affermato, Shevchenko e Crespo letali punte offensive, che sblocca il match già in apertura, dopo nemmeno un minuto, proprio con il capitano Paolo Maldini.
Poi Crespo ne fa due; il Milan sfiora anche il quarto gol, ma nella ripresa, in 360 secondi succede l’imponderabile: prima Gerrard di testa, poi Smicer da fuori area e poi Xabi Alonso sulla ribattuta di un rigore parato da Dida.
I rossoneri si scuotono, sfiorano la rete del vantaggio ma Dudek è in stato di grazia. Blinda tutto, con fare alla Grobbelaar, anche dagli 11 metri, durante la lotteria dei rigori;

2016, Liverpool – Borussia Dortmund 4-3

E’ la più fresca, ma anche la più pirotecnica vittoria in rimonta. In Inghilterra, il giorno dopo si parlava dei nuovi “Fab four”, reminiscenza dei Beatles, per descrivere le emozioni provate alle quattro reti. Anfield è il teatro di un match dai tanti sentimenti: Jurgen Klopp, sulla panchina dei Reds, ritrova il Dortmund che ha reso spettacolare e vincente.
Dall’inferno d’inizio partita (due gol del Dortmund in otto minuti con Mkhitaryan e Aubameyang) al paradiso dei minuti finali. Il 2-1 di Origi che dà speranza, poi la rete del 3-1 di Reus sembra chiudere i giochi. Ma la Kop spinge e crede nell’impresa: prima Coutinho, poi Sakho e, infine, Lovren di testa nel recupero. Dopo l’1-1 dell’andata i padroni di casa conquistano una semifinale che a un quarto d’ora dal termine della partita sembrava impossibile da agguantare.