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22 aprile 2018, finale del torneo Masters 100 di Montecarlo: scendono in campo Rafael Nadal e Kei Nishikori per giocarsi il titolo. Una sfida importante ma che non dura molto e in soli due set, conclusi 6-3, 6-2 il maiorchino si conquista un posto nella storia del tennis festeggiando la sua undicesima vittoria a Montecarlo.

Un record che non ha eguali e che lo consacra come il più forte di tutti i tempi e non solo nel mondo del tennis. Il re della terra rossa, così come è stato battezzato dopo l’ennesimo successo, è riuscito a superare anche traguardi importanti come quello di Valentino Rossi, sbalzato dal trono per aver vinto “solo 10 volte” nei circuiti di Assen e Barcellona.

E guardando indietro ai più grandi sportivi che hanno ottenuto riconoscimenti simili è chiaro che al momento Rafael Nadal è in cima ad una sorta di classifica simbolica che lo vede l’unico ad aver avuto la meglio per undici volte nello stesso torneo.

Al secondo posto ecco Valentino Rossi, 10 volte campione in Olanda e in Spagna. Il dottore deve cedere il suo posto al tennista con il quale condivide anche il record di vittorie vinte nel torneo di Barcellona.

Al terzo posto troviamo il fantino inglese Lester Piggott, che nella sua carriera ha vinto 9 volte il derby di Epsom, sempre con cavalli diversi.

Per scoprire la posizione successiva ci spostiamo nel mondo dello sci, dove trionfa lo svedese Ingemar Stenmark con le sue 8 volte da campione a Madonna di Campiglio. Per lui 5 slalom e 3 giganti di Coppa del mondo.

Sono 8 anche i successi del grande Michael Schumacher nel Gp di Francia, che ha reso grande la Formula 1 prima di quel tragico incidente che ha messo in stand-by sia la sua vita che la sua carriera di pilota.

Subito dopo, a questa classifica si aggiunge un ciclista belga, Eddy Merckx, 7 volte vincitore nella Milano-Sanremo.

Chiude questa escalation di talenti sportivi il campione Ayrton Senna, per sei volte vincitore al Gp di Montecarlo.

Sette fuoriclasse che hanno fatto grande il loro sport e hanno saputo raddoppiare i loro successi nel tempo conquistandosi un posto nella storia. Al momento Nadal è il primo fra tutti ma non è ancora abbastanza e il tennista spagnolo, ritrovata la forza fisica e superati i problemi al ginocchio, è deciso a siglare un altro successo anche a Barcellona.                  

10 è il numero di vittorie che finora ha collezionato in questo torneo ma l’obiettivo è già fissato: riuscirà a entrare nella leggenda raggiungendo le 11 vittorie anche a Barcellona? 

Appuntamento, quindi, per la grande finale dove quasi certamente il nome di Nadal figurerà ancora una volta per suggellare ancora il suo dominio sulla terra rossa.

Si chiamerà Internazionale, perché noi siamo fratelli del mondo

In una sala del ristorante milanese L’Orologio, la sera del 9 marzo 1908, riecheggiano queste parole. Con moto d’orgoglio e fierezza, a pronunciarle è Giorgio Muggiani, socio fondatore di un nuovo club meneghino: il Football Club Internazionale Milano. Fratelli del mondo, sì perché a creare questa squadra sono 44 dirigenti dissidenti del Milan, ribellati al divieto imposto dei rossoneri di tesserare altri calciatori stranieri oltre a quelli già presenti nella rosa.

E’ questo impulso, quest’ideologia da preservare che porta alla nascita dell’Internazionale ed è lo stesso Muggiani, con l’estetica da pittore qual è, a scegliere i colori: nero e azzurro, simbolicamente in opposizione al rosso, dicotomia classica come si vede ancora oggi in qualche biliardino di periferia.

14 nerazzurri italiani hanno vinto un Mondiale

Dopo 110 anni di storia, una cosa è certa: sfogliando i libri cartacei (pochi) e virtuali (molti) di statistica, l’Inter non ha perso il suo allure internazionale. Se il club neroazzurro è, di fatto, il secondo ad aver “fornito” i propri tesserati alla Nazionale italiana (109 calciatori – sopra c’è solo la Juventus), ben 14 di questi hanno anche vinto un Mondiale. Giuseppe Meazza, a dire il vero, ha alzato la coppa Rimet due volte al cielo, nel 1934 e nel 1938.

Nel 1934, i quattro convocati azzurri sono Luigi Allemandi, Armando Castellazzi, Attilio Demaría e il già citato Meazza; quattro anni dopo, nel 1938, sono addirittura cinque con Giovanni Ferrari, Pietro Ferraris (conosciuto anche come Ferraris II per distinguerlo da Mario), Ugo Locatelli, il “solito” Meazza e Renato Olmi.

Il vuoto plurigenerazionale di assenze di successi viene colmato nel 1982, in Spagna, e anche qui l’Inter consegna a Enzo Bearzot cinque tasselli fondamentali come Alessandro Altobelli, Beppe Bergomi, Ivano Bordon, Gianpiero Marini e Gabriele Oriali. Il quattordicesimo è anche l’ultimo italiano a segnare in un finale mondiale durante i tempi regolamentari: siamo nel 2006, siamo a Berlino e parliamo di Marco Materazzi.

Ci sono anche 5 stranieri sul gradino più alto del mondo

Ma che Internazionale sarebbe senza prendere in considerazione i giocatori stranieri? Ecco, infatti, che l’Inter è al terzo posto nella particolare classifica dei club che vantano giocatori campioni del mondo con la propria Nazionale. Oltre ai 14 italiani già citati, ci sono cinque stranieri: Andreas Brehme, Jürgen Klinsmann e Lothar Matthäus, campioni nel 1990 con la Germania; Youri Djorkaeff campione nel 1998 con la Francia e, infine, Ronaldo campione nel 2002 con il Brasile. Sono 19 in tutto, solo Juventus (con 24) e Bayern Monaco (23) hanno fatto meglio.

L’Inter è sempre in finale dal 1982 a oggi

Quattro o cinque giocatori in meno che hanno alzato il trofeo iridato, d’accordo, ma nel complesso, stando all’ultima edizione del Mondiale, quella del 2014, in Brasile, l’Inter può gonfiare il petto per essere il club che ha dato il maggior numero di giocatori alle rispettive nazionali, durante i vari campionati del mondo, bene 114 e di saperci fare anche sotto porta: i calciatori nerazzurri, infatti, hanno anche realizzato il maggior numero di reti nella manifestazione, 68.

Di queste sessantotto, sette (ed è record anche questo) sono pesantissime perché segnate proprio in finale: Roberto Boninsegna in Brasile-Italia 4-1 del 1970 (gol del momentaneo 1-1); Alessandro Altobelli in Italia-Germania 3-1 del 1982 (gol del momentaneo 3-0); Karl-Heinz Rummenigge in Argentina-Germania 3-2 del 1986 (gol del momentaneo 2-1); Andreas Brehme in Germania-Argentina 1-0 del 1990 (gol del definitivo 1-0 su rigore); Ronaldo in Brasile-Germania 2-0 del 2002 (doppietta decisiva) e Marco Materazzi in Italia-Francia del 2006, vinta dagli azzurri 6-4 dopo i calci di rigore (gol del definitivo 1-1).

A proposito di finali, ultima statistica (promesso): dalla finale del 1982 ad oggi, i tifosi interisti hanno visto un loro giocatore giocare la finale di un Mondiale. Per nove edizioni consecutive, striscia da record e tutt’ora aperta: Altobelli, Bergomi e Oriali nel 1982, Rummenigge nel 1986, Brehme, Matthaus e Klinsmann nel 1990, Berti nel 1994, Ronaldo e Djorkaeff nel 1998, Ronaldo nel 2002, Materazzi nel 2006, Sneijder nel 2010 e Palacio nel 2014.

Insomma, non vorremmo mica tradire lo spirito di Giorgio Muggiani proprio ai Mondiai di Russia 2018?

I record sono fatti per essere abbattuti e superati, certo. Ma se parliamo di Lionel Messi siamo certi che, nel momento in cui avremo finito di scrivere questo pezzo, il talento argentino avrà frantumato un altro primato. Il cinque volte pallone d’oro, prima di martedì 20 febbraio, non aveva ancora segnato a 12 squadre incontrate – magari solo una volta o in più occasioni – durante la sua carriera.
Bene, in cinque giorni – 5 GIORNI – ci siamo ritrovati a dover rimettere mano a un articolo scritto proprio in questa circostanza e ad aggiornare, per l’ennesima volta, le sue statistiche.

Sì perché martedì 20 febbraio, nell’andata degli ottavi di Champions League, il numero 10 ha segnato al Chelsea la rete del definitivo 1-1, dopo esser rimasto a secco nei precedenti otto scontri contro il club londinese. E come se non bastasse, sabato 24 febbraio ha messo a segno una doppietta (letale e furbo il secondo gol su punizione) nel rotondo e roboante 6-1 con cui il Barcellona ha polverizzato il Girona nella Liga. Già proprio il club dirimpettaio era, infatti, una delle squadre incontrate da Messi in passato a cui non aveva segnato.

Pochi dogmi esistono nella vita e in particolar modo nel calcio: oltre alla massima di Gary Lineker secondo il quale “22 uomini rincorrono un pallone per 90 minuti, e alla fine la Germania vince”, un’altra certezza è che ci ritroveremo ancora qui a parlare di un nuovo traguardo frantumato da Messi.
Intanto, però, ecco l’articolo per conoscere le squadra che (al momento) hanno resistito alla furia della pulga argentina.

Prima di Neymar al Paris Saint Germain, prima delle megalomani operazioni di mercato in terra inglese con gli acquisti in difesa tra Manchester City e Liverpool. Prima della bolla creata da sceicchi e fondi asiatici, c’era l’Italia che come il Klondike era una miniera d’oro per numero di talenti e operazioni di calciomercato. Ma quali sono state le operazioni più costose che hanno visto coinvolta la Serie A sia in entrata che uscita? Ecco la top10

 

#10 Christian Vieri

Nella Liga, con la maglia dell’Atletico Madrid, segna 24 gol in 24 partite. Primo posto nella classifica marcatori e quindi la conquista del Trofeo Pichichi, unico italiano a vincerlo. La Lazio di Cragnotti, dunque, decide di riportarlo in Italia nell’estate 1998 dopo una sola stagione in Spagna. Ma Vieri, nella capitale rimane poco: è sensazionale il suo passaggio all’Inter l’anno successivo con Moratti che vuole regalare a Lippi l’ariete per puntare allo scudetto. L’operazione per portare a Milano il 25enne ex-Juve è, fino a quel momento, la più costosa di sempre: quasi 90 miliardi di lire offerti alla Lazio (nel prezzo è compreso il cartellino di Simeone, valutato 21 miliardi) ovvero 48 milioni di euro.

#9 Gaizka Mendieta

Sono gli anni dello strapotere della Lazio e di Cragnotti prima del crack fallimentare. I laziali non solo dominano in Serie A e si fanno valere anche in Europa sul rettangolo di gioco, ma fanno la voce grossa anche nel calciomercato. L’oggetto dei desideri è lo spagnolo Mendieta, capitano e leader del Valencia con il quale, dopo aver vinto la Coppa del Re e la Supercoppa spagnola nel 1999, disputa due finali consecutive di Champions League, perdendole entrambe contro Real Madrid e Bayern Monaco. Eletto miglior giocatore della competizione nella stagione 2000-2001, la Lazio, nella stessa estate dopo aver ceduto Nedved alla Juventus, decide di piazzare il colpo versando nelle casse valenciane 89 miliardi di lire (48 milioni di euro) diventando così il secondo acquisto più costoso nella storia del club biancoceleste dopo Hernan Crespo.

#8 Gianluigi Buffon

Quelle di inizio millennio sono estati calde, caldissime per il mercato dei calciatori, soprattutto in Italia che di talenti ne ha ancora e mantiene un prezioso fascino a livello europeo e internazionale. Così sempre nell’estate 2001, mentre Mendieta valigie in mano passa dalla Spagna all’Italia, percorso inverso – destinazione Madrid – lo fa Zinedine Zidane che lascia la Juventus per accasarsi al Real. Con i soldi incassati, la Juventus decide di investire massicciamente nel mercato facendo razzia del meglio che c’è in giro. Sfumato lo scudetto anche (ma non solo) per alcune incertezze del portiere Van Der Sar, Moggi bussa alla porta del Parma e chiede Buffon, 23 anni e un futuro certo da campione. Così, dopo aver perfezionato l’acquisto di Lilian Thuram dal Parma, sempre dagli emiliani, la Juventus acquista Buffon per 75 miliardi di lire più la cessione a titolo definitivo di Jonathan Bachini, valutato 30 miliardi (in totale 52,88 milioni di euro). Il portierone è quell’anno l’acquisto più oneroso nella storia della società bianconera, record mantenuto fino al 2016.

#7 Hernan Crespo

L’avevamo già chiamato in causa con l’operazione Mendieta. Sì, perché Gaizka è il secondo acquisto più costoso nella storia della Lazio: al primo posto c’è l’attaccante argentino Hernan Crespo. Crespo nel 2000 ha 25 anni, gioca nel Parma e con i ducali vince Coppa Italia, coppa Uefa e Supercoppa Italiana. La Lazio con il tricolore sul pezzo investe ben 110 miliardi di lire (56,81 milioni di euro) per aggiudicarsi el Valdanito. Il suo trasferimento risultò essere il più costoso nella storia del calcio mondiale, seppur per pochi giorni: nello stesso mese, infatti, il portoghese Luis Figo viene acquistato dal Real Madrid per 143 miliardi di lire.

#6 Edison Cavani

Edinson Cavani si è affermato come uno dei giocatori più prolifici d’Europa. È passato dal Napoli al PSG nel 2013 ed è adesso parte di quello che è probabilmente il miglior attacco d’Europa. Il suo trasferimento da 64 milioni e mezzo di euro adesso sembra un affare se si pensa al mercato gonfiato ed Edison, attualmente, è il miglior marcatore nella storia del club transalpino. Scommesse calcio oggi vedono il PSG tra i favoriti per la conquista della Champions League in quanto possono disporre anche della star brasiliana Neymar per rinforzare il loro attacco. Dai uno sguardo all’infografica per vedere i maggiori ingaggi della Serie A.

#5 Kakà

Mezzo milione in più rispetto all’affare Cavani – PSG, in quinta posizione c’è la cessione di Kakà nel 2009 al solito Real Madrid che, ciclicamente, mette piede nel supermercato Italia. Kakà, figliol prodigo del Milan, già promesso a gennaio al Manchester City decide di rimanere in rossonero, ma la cessione è solo rimandata e approda così nell’universo Galacticos assieme a Cristiano Ronaldo. La faraonica campagna acquisti del Real Madrid di Florentino Perez continuò con l’ingaggio del francese Karim Benzema dal Lione per 35 milioni, degli spagnoli Raul Albiol dal Valencia, Alvaro Arbeloa e Xabi Alonso dal Liverpool e Esteban Granero dal Getafe.

#4 Zlatan Ibrahimovic

Zlatan nella sua ossessiva ricerca di vincere la Champions League, dopo aver dominato in Italia prima con la Juventus e poi con l’Inter accetta il passaggio al Barcellona, nella stessa estate del doppio colpo merengues Kakà – Cristiano Ronaldo. La società spagnola paga 46 milioni di euro all’Inter più la cessione del camerunese Eto’o, valutato 20 milioni. Inizialmente è previsto anche il prestito per un anno del bielorusso Hleb, con diritto di acquisto da parte dei nerazzurri per 10 milioni, ma è saltato, e quindi il Barcellona versa altri 3 milioni circa per concludere l’affare per una valutazione totale di 69.5 milioni di euro.

#3 Zinedine Zidane

L’avevamo già accennato. Eccoci al gradino più basso del podio. Sua maestà Zinedine Zidane che nel 2001 si trasferisce dalla Juventus al club Real Madrid che, per averlo tra le sue file sborsa 150 miliardi di lire (77,5 milioni di euro), realizzando il più costoso trasferimento di un giocatore nella storia del calcio fino a quel momento. Con i bianconeri, il talento francese gioca complessivamente 212 partite e segna 31 gol, di cui 24 in Serie A.

#2 Gonzalo Higuain

Tra acquisti e cessioni, sul podio c’è sempre la Juventus. Gonzalo Higuain, a modo suo, ha segnato la storia della Serie A: arrivato in Italia nel 2013, comprato dal Napoli per sostituire proprio Cavani, el Pipita nella stagione 2105-2016 fa il botto. Entra nella top ten dei migliori marcatori della storia del Napoli, toccando quota 70 reti complessive;  va a segno per sei giornate consecutive, eguagliando la striscia positiva di Maradona nella stagione 1987-88; supera  Cavani per gol segnati in una stagione, fino ad allora il miglior cannoniere stagionale nella storia degli azzurri e il 14 maggio, nel 4-0 dell’ultima giornata contro il Frosinone, realizza la tripletta che gli consente di chiudere il campionato con 36 reti in 35 partite, vincendo la classifica marcatori e superando il record assoluto di reti in un singolo campionato italiano, fino ad allora detenuto da Nordahl nella stagione 1949-50, ed eguagliando inoltre quello di Rossetti che resisteva dal 1928-29, quando il campionato si disputava a più gironi. Con questo bigliettino da visita niente male, la Juventus decide di fare follie e sborsa ben 90 milioni di euro per averlo. Il suo trasferimento è il più costoso nella storia della Serie A.

#1 Paul Pogba

Ma se la Juventus ha potuto sborsare questa cifra è perché nella stessa sessione di mercato, nell’estate 2016, il Manchester United bussa alla porta dei bianconeri per riportarsi a casa il gioiellino Pogba lasciato partire troppo in fretta. La cifra è da capogiro: per riacquistare a titolo definitivo il suo ex calciatore, il club inglese sborsa una somma complessiva di 105 milioni di euro. In Italia si rompe il muro dei 100 milioni di euro per un’operazione di mercato. Si tratta in quel momento del trasferimento più oneroso nella storia del calcio, superato l’estate successiva dai 222 milioni sborsati dal PSG per Neymar.

Al nono tentativo, finalmente, l’ha messa dentro. “Tabù” forse è una parola concettualmente larga e inappropriata, ma dinanzi a Messi che frantuma record su record e che impegna tutti quanti a trovargli un punto debole nelle statistiche intergalattiche o un qualcosa che non ha ancora fatto, c’era questa “astinenza”: negli otto incontri precedenti in cui il talento argentino ha affrontato il Chelsea, infatti, era rimasto sempre a secco. Prima del match di martedì 20 febbraio, andata degli ottavi di Champions League, a Stamford Bridge. Un gol prezioso e fondamentale (…e ti pareva), quello del definitivo pareggio per 1-1.

Croce rossa, dunque, sul club londinese che finisce nell’infinito elenco delle squadre “matate” dalla pulga argentina. Meno lunga, ma reale e curiosa è, invece, la lista delle formazioni che hanno dimostrato di avere la pellaccia davanti alla furia di sua maestà Leo. Va detto che, in alcune di queste partite, Messi aveva ancora la maglio numero 30, si stava affacciando in prima squadra a singhiozzi lui cresciuto nella cantera e che accanto aveva totem sacri come Larsson, Eto’o, Ronaldinho e anche Giuly.
Sono rimaste ancora poche squadre in giro che, a mo’ di spilla al petto, potranno dire un giorno di aver bloccato il giocatore più temuto nel nuovo millennio. Consigliamo, però, di aspettare il ritiro ufficiale di Messi perché siam certi che questa classifica e questo pezzo verranno aggiornato più e più volte.

Infatti, già nel weekend del 24 febbraio 2018, abbiamo dovuto aggiornare questo articolo perché Messi, ancora a secco contro i dirimpettai del Girona, ha segnato una doppietta.

Uda Gramenet

Bisogna riavvolgere le lancette e partire dal 2004, l’anno in cui Messi mette piede per la prima volta al Camp Nou con la maglia dei grandi del Barcellona. Il 16 ottobre 2004, infatti, arriva l’esordio in prima squadra contro l’Espanyol (match mai banale) che lo rende il terzo giocatore più giovane a vestire la maglia del Barcellona e il più giovane a esordire nella Liga (record battuto solo dall’ex compagno di squadra Bojan Krkić nel settembre del 2007). Undici giorni dopo l’esordio, il 27 ottobre, il Barcellona gioca la Copa del Rey sul campo dell’Uda Gramenet, team di Segunda Divsion B, la terza serie spagnola. L’impresa è servita: la squadra di Santa Coloma de Gramenet, 116mila abitanti, passa il turno grazie alla rete di Ollés al 103’. Impresa nell’impresa è la prima squadra a cui Messi non ha segnato.

Udinese

L’anno dopo, il 27 settembre 2005, il Barcellona sfida l’Udinese nel Gruppo C di Champions League. La tripletta di Ronaldinho e il gol di Deco demoliscono i sogni di gloria della squadra italiana che trova il momentaneo pari con Felipe. Ma contro De Sanctis, Berotto, Zenoni, Felipe e Candela, Lionel Messi resta a bocca asciutta.

Cadice

Nel 2005, Messi poteva vestire la maglia del Cadice che voleva agguantare il talento cristallino salvo poi scontrarsi con il rifiuto di Rijkaard che aveva in mente ben altri piani. E contro il Cadice, sempre lo stesso anno, l’argentino si scontra a metà dicembre per la 16agiornata di Liga. Vincono i blaugrana con due reti del camerunense Eto’o e Giuly. Messi non segna, al ritorno manca l’appuntamento per infortunio e da allora non ha ancora avuto modo di incontrare quella che poteva diventare la sua squadra.

Real Murcia

Altra squadra incontrata solo una volta (non era presente negli altri match) è il Real Murcia. Facciamo un salto nella stagione 2007-2008, annus horribilis chiuso al terzo posto e a ben 18 punti di distacco dal Real Madrid campione. Di certo non può essere un conforto il 5-3 contro il Real Murcia con cui il Barcellona chiude la Liga: tripletta di Giovani dos Santos, poi Henry e il solito Eto’o. Per Messi solo due assist e niente più.

Al-Sadd

Nell’inverno del 2011, il Barcellona demolisce il Santos di un giovane Neymar nella finale del Mondiale per club. Messi segna due reti, ma invece non riesce a trovare la via del gol nella semifinale, vinta nuovamente 4-0, contro l’Al-Sadd, team del Qatar.

 

Liverpool

Dopo il Chelsea, l’altra squadra inglese a esser uscita indenne è il Liverpool di Rafa Benitez, quello della finale contro il Milan del 2007. Mentre Kakà impazza sui campi d’Europa (viene eletto, infatti, miglior giocatore del torneo) il Barcellona, in casa, si squaglia davanti alle reti di Bellamy e Riise. La rete in apertura di Deco lascia spazio a una possibile rimonta ad Anfield, ma il Barça vince solo 1-0 con Gudjohnsen. Il Liverpool va ai quarti e Messi non avrà modo di rifarsi anche perché i Reds escono dalla scena europea per 11 anni.

Xerez

Contro lo Xerez, Messi ha una ragionevole scusa per non aver avuto mai fortuna sotto porta. Anche se ha giocato solo due volte contro la squadra spagnola nella Liga 2009-2010, in entrambe le circostanze è stato sostituito nel secondo tempo da Pep Guardiola.

Inter

Sempre quella stagione, l’altra italiana indenne: l’Inter. Barcellona – Inter si sono incrociati ben quattro volte in Champions (girone di qualificazione e drammatica semifinale)…beh sapete come andata e sapete anche che Messi non è riuscito a segnare a Julio Cesar nelle tre volte in cui è sceso in campo contro i neroazzurri.

Benfica

Messi avrebbe potuto incontrare il Benfica già nel 2006, nei quarti di finale di quella Champions League poi alzata in faccia all’Arsenal in una finale elettrizzante, ma saltò entrambi i match per infortunio. Bisogna aspettare la stagione 2012-2013: nel Gruppo G, Messi incontra le aquile portoghesi sia all’andata che al ritorno, ma nel primo incontro bastano Alexis Sanchez e Fabregas, mentre nell’altro finisce 0-0 (e il ragazzo di Rosario subentra dalla panchina giocando mezz’ora).

Rubin Kazan

E poi, per finire, una spruzzata di Russia. Il Rubin Kazan sa essere sorprendentemente rognoso quando si trova davanti ai blaugrana e nemmeno il 5 volte pallone d’oro è riuscito a scardinare la retroguardia avversaria. Quattro match, una vittoria, due pareggi e una sconfitta. Storica e memorabile la vittoria del Rubin, al Camp Nou, per 2-1 nell’ottobre 2009 grazie ai gol di Ryazantsev e Gökdeniz Karadeniz. E di Messi nemmeno l’ombra (almeno sul taccuino degli arbitri).

Appena due settimane fa l’avevamo lasciata trionfante per il suo nuovo record nel pentathlon giovanile.

Ecco che adesso torniamo a parlare di lei, Larissa Iapichino, l’inarrestabile figlia di Fiona May che non delude le aspettative e raggiunge un altro grande traguardo. E stavolta la gioia è ancora più grande perché oltre a registrare il nuovo record, riesce anche a superare quello della madre quando aveva la stessa età.

6.36 è il nuovo record nel salto in lungo, che diventa la miglior prestazione italiana indoor di categoria (che apparteneva finora a Maria Chiara Baccini con 6.27) e il nuovo record italiano juniores under 20, che era di 6.15.

Incredula, Larissa si dice strafelice per questo risultato inaspettato. Ed è incontenibile la soddisfazione di Fiona May, che rivede nella figlia il suo successo nell’atletica. Larissa Iapichino, infatti, sta seguendo le orme della madre campionessa proprio come tutti si aspettavano, anche se da parte dei genitori non c’è alcuna pressione ad andare avanti in questo sport ma la più totale libertà di scelta per il suo futuro.

Ma oggi sembra che la giovane quindicenne sappia già con fermezza quale sia la sua strada e i risultati che sta ottenendo con una rapidità eccezionale lo dimostrano. Stupisce tutti, persino la sua famiglia, e si gode i frutti di un grande talento e di una carriera in ascesa.

Ieri a Padova nei Campionati italiani di prove multiple ha superato il punteggio di 6.30 registrato dalla campionessa iridata Fiona May alla sua stessa età. Il record ottenuto è stato il risultato di una prestazione in continuo miglioramento, che ha condotto la giovane a saltare prima per 6.03, poi per 6.13 e infine arrivando a 6.36.

Quali sorprese ci riserva ancora la giovanissima figlia d’arte? Con questi traguardi non è affatto difficile che presto la vedremo gareggiare a livello nazionale pronta a sfidare i record ottenuti dalla madre nella sua incredibile carriera, in cui  ha vinto diverse medaglie ai Campionati del mondo ed è ancora suo il record italiano imbattuto di salto in lungo indoor e outdoor.

Robert Marchand ha detto “basta”…a 106 anni. O meglio, i medici gli hanno proibito di partecipare a una corsa su pista di 4 chilometri. Eppure, di questi tempi, un anno fa il centenario ciclista francese aveva percorso più di 22 chilometri, in bicicletta, in un’ora, per stabilire un nuovo record del mondo.

Un’autentica impresa compiuta da Robert Marchand, nato ad Amiens nel 1911 che al Velodrome di Saint-Quentin-en-Yvelines, in Francia, aveva stabilito il nuovo primato di percorrenza in 60 minuti per la categoria over 105, appositamente creata per lui, con 22.547 chilometri percorsi in sella alla sua bicicletta. L’ultracentenario transalpino è stato un vigile del fuoco a Parigi durante gli anni ‘30. Dopo la seconda guerra mondiale si è trasferito prima in Venezuela e poi in Canada, dove ha lavorato come boscaiolo. Tornato in Francia nel 1960, ha lavorato come giardiniere e venditore di vino fino alla fine degli anni ’80.

Marchand, che gareggia sulla bici da quando ha 14 anni, pur non avendo mai corso come professionista, non è nuovo a record del genere, anzi verrebbe da dire che ha scoperto quant’è bello infrangere record su record dopo aver compiuto un secolo di vita: nel 2012, ad Aigle, ha centrato il primo trionfo con 24.1 chilometri in un’ora; due anni dopo si è migliorato arrivando a 26.927 chilometri.
Ma le sue avventure non si limitano ai tracciati su pista: negli anni passati ha affrontato una salita di circa 10 chilometri, con un dislivello di 450 metri, in appena 56 minuti. Oggi, quella salita, collocata nel Massiccio Centrale, nell’area del dipartimento dell’Ardèche, è stata ribattezzata Col du Marchand.

Ora è arrivato il fatidico stop, ma guai a far scendere Robert dal sellino della bici. Il suo amico Christian Bouchard ha, infatti, detto:

Ma ai 5-10 minuti giornalieri sulla cyclette non rinuncerà di certo

Grazie Francois: hai reso possibile l’impossibile!

Così recitano gli striscioni in onore della grande impresa del velista francese, che ha battuto il record precedente circumnavigando il mondo a bordo del suo mega trimarano Macif.

Gabart ce l’ha fatta in soli 42 giorni, 16 ore, 40 minuti e 35 secondi e ha stabilito il nuovo record. La sua traversata in solitario si è conclusa oggi quando è approdato vicino all’isola di Ouessant, davanti alla costa occidentale della Francia.

Momenti di commozione hanno accompagnato il suo arrivo, che il protagonista stesso dell’impresa ha vissuto con grande emozione, come dimostra il video selfie girato poco prima di arrivare al traguardo.

E i numeri parlano chiaro: Gabart ha navigato per oltre 27.859 miglia alla velocità di 27.2 nodi circa per poco più di un mese, sfidando il tempo e gli imprevisti, per riscrivere la storia e guadagnare il nuovo primato. Come lui stesso ha affermato più volte non è stato facile, tra dolore e fatica costantemente al suo fianco, ma adesso che ha raggiunto l’obiettivo tutto viene visto da una prospettiva diversa e Gabart si gode il suo successo, gli applausi e soprattutto il calore della sua famiglia che lo aspettava con ansia.

Il merito del successo della spedizione non va soltanto al velista solitario, ma è da attribuire anche al mezzo che è stato il suo unico compagno di avventura, il trimarano Macif, un’imbarcazione di 30 metri per 21, che entra nella storia insieme a Gabart.

Francois Gabart è il nuovo velista più veloce del mondo. Supera, quindi Thomas Coville, che l’anno scorso aveva vinto il primato del giro del mondo in 49 giorni e 3 ore. Con la sua prestazione che si conclude in anticipo rispetto al tempo previsto e con sei giorni e sei ore in meno rispetto al record di Coville, Gabart diventa una leggenda e non sarà affatto facile superare il nuovo e incredibile record.

Adesso per un po’ resterà a terra e si godrà i frutti di questa sua ambiziosa avventura, con la soddisfazione di essere andato oltre i limiti e la gioia di avere raggiunto un importante obiettivo.

Sedici minuti per scrivere un record, l’ennesimo record di una carriera calcistica che l’ha visto primeggiare in ogni terra europea. Zlatan Ibrahimovic, a 36 anni, e dopo aver recuperato dopo neanche sette mesi da un infortunio ai legamenti del ginocchio, non ha intenzione di abdicare.

King Zlatan c’è e gli sono serviti 16 minuti nel match di Champions League tra Basilea e Manchester United (che ha visto la vittoria per 1-0 degli svizzeri). Quello di mercoledì 22 novembre, infatti, è stato il suo esordio ufficiale in Champions League con i Red Devils: in Europa, Ibrahimovic, aveva giocato l’anno passato, ma in Europa League, facendosi, tra l’altro, male proprio nel match contro l’Anderlecht lo scorso 20 aprile.

Con questo gettone, il 120esimo dall’inizione della sua carriera, lo svedese diventa il primo giocatore nella storia della Champions League a disputare la coppa dalle grandi orecchie con sette – ripetiamo sette – squadre diverse: Ajax, Juventus, Inter, Barcellona, Milan, PSG e Manchester United.

In campo dalla stagione 2002-2003 (quella del vittoria del Milan sulla Juventus nella finale dell’Old Trafford), Ibrahimovic ha avuto un rapporto scontroso con la Champions: nonostante i tanti cambi di maglia, non è mai riuscito ad avvicinarsi all’idea di poter alzare il trofeo della competizione per club più importante al mondo. E, in alcuni, casi ha chiuso la stagione a bocca asciutta senza segnare nemmeno una rete: nel 2004-2005, primo anno alla Juventus e 2006-2007 alla sua prima stagione con la casacca neroazzurra dell’Inter.

Gustiamoci, però, ciascun “primo gol” in Champions League con le diverse maglie della sua carriera:

AJAX

Esordio con botto per Ibra con i Lancieri al suo debutto in Champions. Prima partia del girone D, Ajax – Lione, viene decisa il 17 settembre 2002 proprio dalla doppietta dello svedese. E che doppietta! Ibrahimovic segnerà altri tre gol durante il torneo (uno anche contro la Roma), prima di uscire ai quarti contro il Milan, nell’indenticabile match finito 3-2.

 

 

JUVENTUS

La prima stagione con la Vecchia Signora, come visto, si conclude con uno zero nella casella “gol segnati”. Per Ibra dieci presenze, ma nemmeno una rete. L’anno successivo, 2005-2006, piazza tre reti tutte nella prima fase del girone A, rimanendo a secco negli ottavi e nei quarti, dove la Juventus viene fatta fuori dall’Arsenal. Il suo primo gol con i bianconeri in Champions è contro il Rapid Vienna il 27 settembre 2005. Anche qui, un gol davvero notevole.

 

INTER

Primo anno in nerazzurro e stesso copione come durante l’esperienza alla Juventus. Ibrahimovi manca l’appuntamento con il gol che ritorna, nell’anno 2007-2008, anche questa volta nel girone G alla seconda giornata, con la doppietta contro il PSV Eindhoven, il 2 ottobre 2007. Ibra segnerà altre tre reti, rimanendo nuovamente a secco nella fase a eliminazione diretta: l’Inter, infatti, uscierà per mano del Liverpool.

 

 

BARCELLONA

Quella di vincere la Champions League inizia a essere un’ossessione per Ibrahimovic che lascia l’Inter per giocare nel club più vincente di questa era, il Barcellona. E’ l’anno 2009-2010, anno che i tifosi interisti ricorderanno per il Triplete, beffardo agli occhi dello svedese. Nella squadra blaugrana resiste solo un anno, realizza quattro reti in Champions arrivando fino in semifinale, il punto più lontano raggiunto dallo svedere nella sua carriera europea. Il primo gol è il 20 ottobre 2009 nella sconfitta, storica e davvero impensabile, del suo Barça contro il Rubin Kazan. E vale davvero la pena rivedere tutte le azioni di quell’incontro:

 

 

MILAN

E’ l’ultimo grande sussulto della storia di Berlusconi al Milan. I Rossoneri piazzano una formazione in grado di vincere lo scudetto nell’anno 2010-2011, puntando forte su Ibrahimovic. Il 15 settembre 2010, lo svedese bagna il suo esordio in Champions League con una doppietta all’Auxerre. Proprio come con l’Ajax, finora unico club nel quale ha segnato al suo debutto, Zlatan fa innamorare i suoi nuovi tifosi. Ma non solo: il suo fu proprio l’esordio rossonero a San Siro.

 

 

PARIS SAINT GERMAIN

Nel 2012 il Milan perde i pezzi e due su tutti, Thiago Silva e Zlatan Ibrahimovic volano a Parigi. Nel PSG, Zlatan, nel pieno della maturità calcistica, rimane per quattro stagioni (mai così a lungo in un club) raggiungendo numeri pazzeschi: 180 presenze, 156 gol e 61 assist. Così come con Ajax e Milan, anche con il team francese, Ibra segna al suo debutto in Champions. E’ il 18 settembre 2012 e segna una rete nel 4-1 sulla Dinamo Kiev. L’anno successivo, 2013-2014, sarà il più prolifico per l’attaccante svedese che piazzerà 10 reti in Europa.

 

Riuscirà Ibrahimovic a segnare anche con il Manchester United? Siamo pronti ad aggiornare questo articolo…e chissà magari lo vedremo clamorosamente anche ai Mondiali del 2018. La Svezia c’è…

Nella storia del pugilato viene raggiunto un altro record storico, stavolta registrato nel k.o. più veloce, dal 1994.

Il nuovo primato spetta a Zolani Tete, che nell’incontro di sabato scorso a Belfast ha steso in soli 11 secondi il pugile Siboniso Gonya!

È bastato un solo pugno per conquistarsi un posto nella classifica dei record ufficiali: il suo avversario non è più riuscito a continuare l’incontro che è stato quindi interrotto con la vittoria del pugile sudafricano Zolani. Adesso il suo nome è diventato una leggenda, perché occupa una posizione di primato assoluto nei record relativi ai match mondiali.

Zolani supera così Daniel Jimenez, che fino a qualche giorno fa era l’imbattuto capolista. Il pugile aveva conquistato il record assoluto nel 1994, atterrando il suo avversario in 17 secondi.

Ma Zolani può gongolare anche per essere riuscito a superare nell’impresa il grande Myke Tyson. Ricordiamo infatti che fu lui a conquistarsi il record nel 1986, quando aveva messo k.o. Marvis Frazier, il figlio dell’ex campione del mondo, migliorando il record dell’anno prima, quando aveva impiegato 37 secondi per atterrare Robert Coley.

Tyson, definito il pugile degli incontri brevi, non si è fermato qui: nel 2000 ha cercato di superare se stesso con ben 13 secondi, nell’incontro contro Lou Savarese. Un diverbio con l’arbitro, che ha rischiato anche lui di essere messo a terra dalla furia del gigante, ha allungato i secondi fino a 38.

Nessuno, però, finora aveva utilizzato soltanto 11 secondi per stendere l’avversario, quindi Zolani sarà ricordato sempre come quel pugile che è riuscito in un’impresa a dir poco storica.

Ecco quindi il video che lo incorona come recordman nei k.o. più sprint della storia del pugilato: