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Chiamatela pure maledizione e aggiungeteci anche un record negativo. Dopo la sconfitta dell’Aston Villa contro il Bournemouth per 2-1, Jack Grealish diventa il primo giocatore della Premier League a centrare 20 sconfitte consecutive.  L’esterno inglese somma ben 20 ko uno di fila all’altro, tra la stagione 2015-2016 e questa appena cominciata. L’Aston Villa si è guadagnato la promozione dalla Championship dopo la retrocessione di tre anni fa: una stagione, quella, davvero da dimenticare e conclusa all’ultimo posto in classifica e con soli 17 punti. L’eredità di quel pessimo finale di campionato è stata raccolta adesso proprio da Grealish, che quando è stato presente in campo ha sempre perso, per 18 volte.

La diciannovesima è arrivata, non senza sfortuna, al debutto contro il Tottenham; le premesse per rompere l’incantesimo in questo turno c’erano tutte: esordio in casa, avversario decisamente più alla portata. Invece anche contro il Bournemouth è arrivata la sconfitta e Grealish, capitano e titolare, ha raggiunto quota 20 partite senza vincere e nemmeno pareggiare. Riuscirà a spezzare l’incantesimo nel prossimo turno? I Villans ospiteranno l’Everton e Grealish si augura di sfatare questo tabù. Eppure l’anno scorso, per scaramanzia, aveva deciso di indossare le sue scarpe portafortuna ormai frantumate….e funzionò! 

È nata una stella. Benedetta Pilato, 14 anni e mezzo, la più giovane italiana mai qualificata per un Mondiale, è splendida medaglia d’argento in 30” netti nei 50 rana dietro la statunitense Lilly King, 29”84, mettendosi alle spalle la russa Efimova, una big della specialità, terza in 30”15. Quinta l’altra azzurra Martina Carraro, già bronzo nei 100, in 30”49. Dopo una partenza bruciante dell’americana, la tarantina ha recuperato bracciata dopo bracciata con un’azione scintillante e continua, mettendo a serio rischio il successo della statunitense. Una rana potente e lanciata con frequenze alte, e una lucida follia verso la gloria mondiale senza timidezza ma con sfrontatezza, forse solo al tocco ha pagato un po’ di inesperienza. Tra le lacrime, dice:

Non ci credo Sono contentissima. Non posso dire altro se non che sto lavorando benissimo, adesso devo pensare ai Mondiali junior ma devo vivere questo momento. Non sono mai stata così tesa prima di una gara, ma penso che sia normale. Non ci pensavo proprio a una medaglia, vedendomi con il terzo tempo l’idea l’ho sfiorata, però non me l’aspettavo. Rendere la vita difficile alla King? Vabbé dai non esageriamo…però è bellissimo competere con gente che ha più esperienza

 La 14enne azzurra Benedetta Pilato ha vinto l'argento nei 50 rana ai mondiali di nuoto di Gwanju. "Aiuto, sono sconvolta: non ci posso ...

La liceale tarantina, fresca campionessa europea juniores a Kazan, non ha mai fatto un doppio allenamento in un giorno. Promossa alla seconda liceo di scienze applicate a Taranto, va in palestra tre volte alla settimana e ogni giorno fa 31 km all’andata e altrettanti al ritorno per nuotare al massimo 5 km nella piscina di Pulsano. La allena un trentenne, Vito D’Onghia, insieme ad un gruppo di 18 ragazzini da dove emerge subito la classe di Benny. Assediata di domande, la piccola si gode la favola con incredulità. Sa rispondere colpo su colpo come sfidare le specialiste della rana. «Sono una ragazza solare, non ho mai tempo per i social, io nuoto e studio. Non sono mai andata in discoteca, e i miei genitori mi dicono che da bambina non mi piaceva tanto l’acqua, forse avrei fatto la tuffatrice». In camera non ha idoli, se non le sue foto. Sa il fatto suo quando risponde che «i ranisti sono una classe eletta». «Non me l’aspettavo davvero – commenta – ma io non cambio, resto con i piedi per terra, devo ancora capire cosa ho fatto e se l’ho fatta è merito delle persone giuste che ci sono alle mie spalle». Come tutti i talenti fatica ad assorbire i lavori aerobici: «Andare all’Olimpiade? Sì, ci arriverò». Ora non svegliatela. Il coach dice di lei: «E’ una velocista pura fibra bianca».

 La 14enne azzurra Benedetta Pilato ha vinto l'argento nei 50 rana ai mondiali di nuoto di Gwanju. "Aiuto, sono sconvolta: non ci posso ...

 

Sulla supremazia della Nazionale femminile americana si è già detto molto. A tratti imbarazzante lo strapotere mediatico, patriottico che è solo pari alla forza, qualità e tecnica delle calciatrici in campo. E confermare anche la differenza rispetto al calcio maschile c’è un dato curioso. Il 13-0 con cui le ragazze stelle e strisce hanno annientato la Thailandia nel match inaugurale del loro Mondiale francese non solo ha segnato diversi record, ma ha portato anche a questa statistica: Morgan&Co. in una sola partita hanno segnato più reti della Nazionale americana maschile combinando le partecipazioni a tre edizioni della Coppa del Mondo.

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Nel 2006, in Germania, infatti, gli americani hanno segnato solo due gol (nell’1-1 contro l’Italia – e autogol di Zaccardo; 2-1 contro il Ghana e rete di Dempsey), nel 2010, in Sudafrica hanno fatto meglio con 5 marcature ( 1-1 all’esordio contro l’Inghilterra con gol di Dempsey, poi 2-2 contro la Slovenia con Donovan e Bradley, nella vittoria contro l’Algeria ancora con Donovan che poi ha segnato il gol della bandiera nel 2-1 contro il Ghana agli ottavi); stesso bottino di 5 reti anche quattro anni dopo, nel 2014, in Brasile (Dempsey e Brooks nel 2-1 contro Ghana, Jones e Dempsey per il 2-2 contro il Portogallo, e Green al 107 nella sconfitta contro il Belgio agli ottavi).

E nel 2018? Ah no, non si sono qualificati. Quindi, ricapitolando gli uomini hanno impiegato 12 anni, 11 partite e tre Mondiali per fare quello che le ragazze hanno realizzato in 90 minuti più recupero.

Il 27 settembre 2007, in una calda e afosa notte a Hangzhou, in Cina, la Nazionale femminile americana è entrata nel Dragon Stadium forte di un’imbattibilità che durava 51 partite. Sì, esattamente 51 incontri senza subire una sconfitta. Quasi tre anni in cui hanno schiacciato chiunque davanti al loro cammino conquistando il titolo olimpico nel 2004 da aggiungere in bacheca assieme alle due Coppe del Mondo  dell’ultimo decennio del millennio.

In semifinale, contro le statunitensi c’erano le giocatrici del Brasile che, come i rispettivi omologhi maschili, negli ultimi tempi stavano e stanno sentendo la pressione delle aspettative dei proprio tifosi: dall’esaltazione alla frustrazione, da essere riconosciute a livello globale come le migliori giocatrici per espressione di gioco e talento, sul campo la storia dice invece che, in otto edizioni di Mondiali, le brasiliane non hanno ancora alzato un trofeo al cielo. Ma quel 27 settembre 2007, nonostante la corazzata americana, per la Seleção il sogno sembrava più raggiungibile.

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L’autogol di Leslie Osbourne e l’espulsione della centrocampista Shannon Boxx, che hanno mandato gli Stati Uniti negli spogliatoi a fine primo tempo sotto per inferiorità numero e sotto di due reti, hanno destabilizzato l’ambiente, ulteriormente degenerato dalla scelta del ct Greg Ryan di lasciare in panchina la promessa Hope Solo e di affidare i pali alla più esperta e veterana Briana Scurry, la quale solo a mente fredda e a distanza di anni avrebbe potuto ringraziare l’allenatore della scelta per una sola ragione: aver comunque affrontato (e subito due gol da lei) la giocatrice più forte di sempre, Marta.

Marta Vieira da Silva aveva già segnato sei gol ai Mondiali del 2007. Al minuto 79, col il match già fortemente indirizzato sul 3-0 per le brasiliane, la fantasista si fece recapitare palla sul lato sinistro della fascia, poco distante dal vertice alto dell’area di rigore e mentre si trovava spalle alla porta, il difensore Tina Ellerston deve essersi chiesta cosa avesse fatto di male in una vita passata per meritare il compito di fermare l’icona calcistica femminile vivente. Con la palla ancora sospesa a mezz’aria, Marta prima la stoppò di destro e poi con il sinistro se la fece passare dietro la sua schiena; un mezzo sombrero che attanagliò l’americana, incerta e titubante nel capire quello che le stesse succedendo attorno.

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Ma prima ancora di realizzare l’accaduto, Marta era già scappata via, infiammando il pubblico, pronta per fronteggiare Cat Whitehall, 134 partite in 10 anni con la maglia a stelle e strisce, ma sciolta come un ghiacciolo al sole davanti all’ubriacante disinvoltura della brasiliana, affamata di portarsi a casa il gol più bello del torneo: finta di calciare di sinistro, rientrò sul destro con la Whitehall che andò su di giri e perse l’equilibrio, tiro e palle che passò sotto l’attonita Briana Scurry: Marta si  confermò la stella più brillante e luminosa della costellazione femminile.

Contro l’Australia, nel match perso 3-2, nella gara di giovedì 13 giugno ai Mondiali di Francia 2019, Marta – questa volta di rigore – ha scritto un personale record: è la prima giocatrice a segnare in 5 edizioni differenti della Coppa del Mondo. A livello individuale ha vinto cinque FIFA Women’s World Player of the Year (dal 2006 al 2010) e un Best FIFA Women’s Player (2018), per un totale di sei affermazioni come miglior giocatrice del mondo. Nel gennaio 2013 viene nominata tra i sei ambasciatori del Campionato mondiale di calcio 2014 in Brasile al fianco di Amarildo, Bebeto, Carlos Alberto, Ronaldo e Mário Zagallo e, in occasione della cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Rio de Janeiro del 2016, Marta è stata una degli otto portabandiera.

 

Espressione pure del mantra “joga bonito”, è forse quella maglia numero 10 verdeoro che rende così speciali chi la indossa: Zico, Ronaldinho, Rivaldo, Kakà e Marta, hanno una missione in terra, divertire conta quanto vincere. Con un elastico, una dribbling, una piroetta. E no, non ci siamo dimenticati di Pelé, ma il suo nome è giusto citarlo solo ora perché per parametrare cosa rappresenta Marta nel calcio e in Brasile vi basta sapere che nel 2015 è diventata la miglior marcatrice (sia femminile che maschile) in assoluto della Nazionale brasiliana superando proprio i 95 gol di O’ Rei.

Prima donna a essere onorata nella mitica Walk of Fame del Maracanã, il suo viaggio, come molte leggende brasiliane, ha avuto inizi umili e difficili. E’ nata a Dois Riachos, città dello stato Alagoas, l’area meno sviluppata in Brasile, con uno dei livelli più bassi di analfabetismo, alto tasso di mortalità infantile e sottostimate aspettative di vita. Dal 1941 al 1979, inoltre, in Brasile era vietato per le donne giocare a calcio e anche post-legalizzazione, la discriminazione era ancora eccessiva e intollerabile non solo all’interno della società, ma come la stessa Marta ha detto, anche all’interno della stessa famiglia.

Al suo apice, il talento brasiliano era davvero impossibile da marcare: chiedere al Canada, durante i giochi panamericani del 2007, che s’è vista una famelica Marta segnare addirittura cinque reti. Ci sono molte lezioni da trarre dalla brillante e nomade carriera di Marta, ma una su tutte merita il gradino più alto: lei è tra le poche elette che hanno trascinato il calcio femminile nella coscienza pubblica attraverso il suo incredibile talento . Ripercorrendo la gloriosa vocazione  dei suoi predecessori maschili, da Garrincha a Ronaldinho, la sua abilità tecnica e le sue imprese funamboliche hanno contribuito a suscitare interesse per il calcio femminile ovunque lei giocasse.Non solo, ha aperto le menti delle donne sia di quelle che vogliono vivere giocando a calcio sia di quelle che dagli spalti fanno il tifo per le loro beniamine.  Attraverso il suo successo pionieristico, Marta ha contribuito a formare la prossima generazione di talenti prodigiosi mostrando loro ciò che si può fare, credendo davvero. Con quasi due generazioni di carriera, una nuova generazione di atlete e ragazze sarà ispirata a provare a fare lo stesso. E questo vale più di qualsiasi trionfo all’interno di un Mondiale. Sì perché, dopo la vittoria per 4-0 nella semifinale del 27 settembre 2007, il Brasile perse la finale 2-0 contro la Germania e mai più si è avvicinata così tanto al primo successo storico.

2003, 2007, 2011, 2015 e ora 2019. Cinque Mondiali, cinque edizioni della Coppa del Mondo femminile, cinque volte convocata e presente lì dietro, in difesa. Onome Ebi è la prima calciatrice africana – sia a livello femminile che maschile – a partecipare a ben cinque Mondiali di calcio. Il traguardo, storico, l’ha raggiunto nella partita di debutto della Nigeria contro la Norvegia. Con il numero 5 sulle spallae, nonostante la sconfitta per 3-0, la giocatrice 36enne ha lasciato lo stadio Auguste Delaune con una gioia unica e indescrivibile. Ebi si è sentita orgogliosa per aver realizzato un’incredibile impresa di longevità e tenacia.

Attualmente in forza al Henan Huishang, in Cina, Onome Ebi ha iniziato a “collezionare” convocazioni mondiali dal 2003, negli Stati Uniti, quando aveva da poco compiuto 20 anni. Allora faceva parte di una squadra guidata dall’allenatore Sam Okpodu e che poteva contare sul talento di giocatrici come Mercy Akide, Perpetua Nkwocha, Precious Dede e Florence Omagbemi. Per Ebi quel torneo durò 15 minuti, ma il talento e la crescita le hanno permesso di vivere le altre edizioni in Cina, Germania e in Canada da protagonista.

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Tuttavia, la strada per Francia 2019 è stata complessa e in salita: nel 2016, Ebi ha riportato un grave infortunio alla mano nella finale dei campionati africani femminili in Camerun e il conseguente intervento chirurgico e la successiva riabilitazione hanno messo a dura prova la sua resistenza e la voglia di continuare a giocare a calcio a 34 anni.

La sua esperienza, le battute d’arresto e la difficoltà nel rialzarsi hanno portato, però, portato Ebi a essere più saggia e a sentirsi anche meglio di prima e la sua preparazione mentale può essere la carta vincente per le Super Falcons che si sono ritrovate in gruppo difficile con Francia, Norvegia e Corea del Sud.  

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Nella sua lunga carriera Onome Ebi ha giocato in Svezia, Turchia e Bielorussia, e tra chi fa il tifo per lei c’è Juan Mata, calciatore spagnolo del Manchester United e ideatore del progetto Common Goal, un’associazione benefica che chiede ai calciatori devolvere l’1 per cento del proprio stipendio a favore di organizzazioni legate al calcio operanti in tutto il mondo. La 36enne è l’atleta numero 101 ad aderire all’iniziativa e in questo video spiega le sue motivazioni:

 

Con il match inaugurale tra i padroni di casa della Francia e la Corea del Sud, venerdì 7 giugno, si alza ufficialmente il sipario sull’ottava edizione della Coppa del Mondo femminile. Con 24 squadre, tra cui l’Italia, Mondiali.it seguirà l’evento attraverso curiosità, aneddoti e informazioni. Ecco, per esempio, un paio di record, conquistati da singole calciatrici o dalle Nazionali nelle edizioni precedenti, con alcuni traguardi che potranno essere ritoccati e migliorati. Consigli utili quando sarete tra amici ed amiche e vorrete fare gli splendidi

La Nazionale con il più alto numero di Mondiali vinti

Gli Usa sono la Nazionale più forte e blasonata nel calcio femminile con tre trofei alzati al cielo su sette edizioni. Gli Stati Uniti hanno vinto il primo storico Mondiale, quello del 1991, il secondo nel 1999 e il terzo, l’ultimo, in Canada nel 2015, battendo il Giappone per 5-2 e vendicandosi per la finale del 2011 persa rocambolescamente. Le americane quindi sono le campionesse in carica e un gradino più in basso c’è la Germania con due successi (2003 e 2007) e quindi farà di tutto per raggiungere le rivali già in Francia.

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La calciatrici con più gol segnati in Coppa del Mondo

E’ la brasiliana Marta a detenere il record di calciatrice più prolifica nella storia dei Mondiali con 15 reti messe a segno tra il 2003 e il 2015. In quattro edizioni, Marta ha diviso così il suo bottino: 3 gol nel 2003; ben 7 nel 2007; 4 nel 2011 e solamente uno nel 2015. Nell’edizione del 2007, l’attaccante brasiliana ha vinto la Scarpa d’oro e anche il Pallone d’oro. E in Francia potrà migliorare il suo score.

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Maggior numero di reti segnate da una calciatrice in un singolo Mondiale

Il record appartiene all’americana Michelle Akers e difficilmente assisteremo a qualcosa di simile nuovamente: 10 marcature, tutte in un solo Mondiale, quello del 1991.

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Giocatrici che hanno partecipato a più Coppe del Mondo

E’ una bella sfida, anzi un testa a testa tra due atlete: la prima a raggiungere il traguardo di sei Mondiali disputati (SEI!) è stata la giapponese Homare Sawa nella partita contro la Svizzera giocata l’8 giugno 2015 a Vancouver. Record individuale rimasto tale solo per 24 ore perché il giorno dopo, Miraildes Maciel Mota – nota a tutti come Formiga – ha pareggiato i conti scenendo in campo contro la Corea. Entrambe le giocatrici hanno giocato almeno una partita tra il 1995, 1999, 2003, 2007, 2011 e il 2015.

Ma non è tutto perché Formiga è convocata per l’edizione 2019 in Francia. Siamo pronti ad aggiornare le statistiche.

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Giocatrice più anziana ad andare in rete

E’ ovviamente la stessa Formiga che nella medesima partita contro la Corea del Sud ha anche segnato una rete. Per la centrocampista capitana del Psg una rete a 37 anni compiuti, essendo nata il 3 marzo 1978.

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Più alto scarto di gol in una partita

La difesa della Nazionale argentina ha ancora gli incubi: 11 gol subiti dalla Germania per un rotondo 11-0 nella prima partita del Mondiale del 2007 giocata il 10 settembre.

Giocatrice più anziana

Il trono spetta a Christie Rampone che, subentrata nella finale del 2015 contro il Giappone, ha giocato una partita ufficiale all’età di 40 anni e 11 giorni, migliorando il suo stesso record precedente conquistato quale settimana prima, in un match della fase a gironi contro la Nigeria. E chi potrebbe insidiare Rampone? Sì, proprio lei, ancora Formiga che ha 41 anni.

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Chi ha segnato più gol in una sola finale?

Disputare una competizione mondiale è già il sogno nel cassetto di molti atleti, piazzare una tripletta in finale è ultraterreno. E con i pieni sospesi in aria dev’essersi sentita Carli Lloyd quando ha segnato tre gol con la maglia degli Stati Uniti nella finale vinta 5-2 contro il Giappone nel 2015. Una tripletta in soli 16 minuti con la prima rete arrivata dopo solo 2 minuti e 34 secondi (anche questo, gol più veloce in una finale femminile).

E a impreziosire ulteriormente il record di Lloyd c’è un altro dato statico: tra calcio maschile e femminile solo il grande Geoff Hurst ha segnato un’altra tripletta in finale, quella del 1966.

Il gol “più lento” in una finale?

Come vedete Giappone e Usa negli ultimi anni se la sono  giocata fino alla fine: così Homare Sawa nel 2011 ha impiegato 117 minuti (si era nei supplementari) per segnare la rete ormai insperata del 2-2, quella che ha mandato il match ai rigori e che ha visto premiare proprio le nipponiche.

L’allenatrice più giovane

Una menzione speciale anche per chi sta in panchina e guida la squadra: l’allenatrice più giovane nella storia dei Mondiali femminili è stata Vanessa Arauz León, nata in Ecuador il 5 febbraio 1989, e sulla panchina della Nazionale a 26 anni e 123 giorni, nel debutto dell’Ecuador contro il Camerun nel 2015. Vanessa Arauz León è il manager più giovane in assoluto comprendendo sia donne che uomini: nel calcio maschile è stato l’argentino Juan José Tramutola con i suoi 27 anni e 267 giorni a guidare il suo paese nel Mondiale del 1930.

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Ci sono partite in cui, alzando le spalle, bisogna solo accettare il risultato per quello che è. Nonostante gli sforzi in campo, nonostante le occasioni da gol e un dominio territoriale. Il calcio va così e anche se è imponderabile e difficile da accettare per i tifosi bergamaschi, nel posticipo della 32° giornata di Serie A, l’Empoli l’ha bellamente sfangata contro l’Atalanta. Uno 0-0, il secondo pareggio per la squadra di Gasperini dopo lo 0-0 di San Siro contro l’Inter, che frena la corsa Champions League.

Ma se le recriminazioni possono essere tante, nulla si può dire sulla serata da incorniciare di Bartlomiej Dragowski,  il portiere polacco classe 1997 che è stato il vero protagonista del posticipo. Un muro insormontabile contro cui Ilicic, Gomez, Hateboer, Mancini, De Roon e Freuler sono andati a sbattere più e più volte: la squadra di Gasperini ha infatti effettuato 47 conclusioni in questa gara, record in Serie A dalla stagione 2004/05. Nello specifico, 18 sono stati i tiri nello specchio della porta, un numero impressionante che costringe a tornare con la memoria a Roma-Catania del 2006 per trovare lo stesso dato.

 

A rendere però nulli gli sforzi dell’Atalanta è stato un fenomenale Dragowski, protagonista a sua volta di 17 parate. Diciassette, ebbene sì che gli è valso un 8,5 di voto al fantacalcio. Un dato mostruoso, impressionante. Si tratta del record europeo in questa stagione per un portiere.

Dragowski  è arrivato in prestito dalla Fiorentina lo scorso gennaio, il giovane classe ’97 sta dimostrando ottime qualità alle dipendenze di Andreazzoli, nel tentativo di aiutare l’Empoli a centrare il grande obiettivo stagionale rappresentato dalla salvezza.

È considerata una delle calciatrici più forti della storia, oltre a essere una delle più prolifiche sotto porta: l’americana Alex Morgan raggiunge quota 100 reti in 159 presenze con la nazionale statunitense ed entra nell’élite delle giocatrici di calcio con più reti realizzate per il proprio Paese.

La stella dell’Orlando Pride e degli Usa ha tagliato questo importantissimo traguardo nel match amichevole giocatosi a Commerce City in Colorado contro l’Australia. La partita si è conclusa con una netta vittoria per le statunitensi per 5-3 in cui la capitana, originaria di San Dimas, ha messo a segno la rete che ha sbloccato il match al minuto 13 di gioco.

Cifra tondissima e festeggiamenti con tutte le compagne di squadra.

Come detto Alex Morgan ora è nella cerchia delle sette calciatrici ad aver tagliato questo grandissimo traguardo, inoltre per età è la terza con soli 29 anni e 276 giorni.

Di tutte le reti, 58 sono state realizzate con il mancino, suo piede naturale, 25 con il destro, 14 di testa e 3 con altre parti del corpo.

Uno score che è iniziato nel 2010 con quattro reti ed è anadto in crescendo sempre più con gli apici nel 2012 (28), 2016 (17) e 2018 (18).

Morgan detiene il record del gol più rapido con la nazionale a stelle e strisce, ben 12 secondi durante una partita di qualificazione olimpiche.

Con le 100 reti ha così raggiunto a Tiffeny Milbrett (100 reti in 206 gare dal 1991 al 2005) e ora punta la compagna di Nazionale – e unica ancora in attività – Carli Lloyd che si trova a quota 105 reti (ma in 269 partite).

Più avanti nella classifica si trovano le pioniere Michelle Akers (107 reti in 155 gare dal 1985 al 2000), Kristine Lilly (130 gol in 354 partite dal 1987 al 2010) e Mia Hamm (158 reti in 276 gare dal 1987 al 2004). In vetta e difficilmente raggiungibile invece si trova Abby Wambach con 184 reti segnate in 256 presenze.

Era da novantanove anni che una partita di calcio femminile non registrava un così alto numero di spettatori. Stadio Wanda Metropolitano di Madrid, casa dell’Atletico: 60.739 spettatori muniti di biglietto  hanno riscritto la storia. Nella partita di campionato contro il Barcellona, poi vinta dalle calciatrici blaugrana per 2-0, si è infatti registrato il più alto numero di spettatori della storia dei club calcistici femminili. Quasi 61mila i paganti, un record che cancella – come scrive l’Atletico Madrid sul proprio sito ufficiale – il primato del Boxing Day inglese del lontanissimo 1920, quando al Goodison Park circa 53mila persone assistettero alla sfida tra Kerr’s Ladies e Helen’s Ladies.

 

Sono numeri impressionanti quelli del Wanda e dell’Atletico femminile. O almeno per noi italiani dove il calcio femminile è catalogato nel “dilettantismo”. Invece pensate che la capienza massima dello stadio è di 68mila posti a sedere, mentre la media tenuta dalla squadra maschile nella stagione 2017-18 è stata di 55.482 spettatori,  secondo la Uefa.

 

Un primato che batte anche il precedente record nel calcio femminile spagnolo, fatto registrare lo scorso gennaio nella Copa de la Reina (l’equivalente della Coppa del Re) con 48.121 spettatori per Athletic Bilbao-Atletico Madrid. Numero a sua volta inferiore ai più di 51mila che hanno assistito, sempre quest’anno, a Tigre-Monterrey della serie A messicana. Ora c’è un nuovo primato storico. E una bolgia che ha confermato ulteriormente la grande crescita del pallone al femminile.

La maglia indossata – per celebrare i 120 anni della Sampierdarenese – era un’eccezione, la conferma invece è sempre e solo lui. Fabio Quaglierella. Questa volta il solito gol non è bastato per evitare la sconfitta per 2-1 della Sampdoria nello scontro diretto con l’Atalanta, ma, come ogni domenica di fatto, il numero 27 blucerchiato ha fatto macinare altri record personali. Il capitano è solo il secondo giocatore nella storia della Serie A ad aver segnato almeno 20 reti a 36 anni compiuti, dopo Luca Toni nelle stagioni 2013/14 e 2014/15. E ancora, ha stabilito il suo nuovo primato di gol, 20, segnati in una singola stagione di A. In più è il 6° giocatore blucerchiato ad avere toccato questa quota in un singolo campionato di A, dopo Montella, Chiesa, Brighenti, Firmani e Bassetto.

Può bastare? Certo che no, perché con il rigore di ieri, il 7° stagionale calciato ma il 6° realizzato (respinta di Sirigu del Torino al Ferraris), ha anche raggiunto Omar Sivori al 27° posto della classifica cannonieri di A all-time, a quota 147: prossimo obiettivo Adriano Bassetto (149), icona blucerchiata.

Peccato, perché Quagliarella si era immaginato una domenica differente. Aveva stretto i denti per esserci, in settimana aveva gestito la sua preparazione a causa di quel problema alla coscia destra accusato a Ferrara, nel secondo tempo, che lo aveva costretto a chiedere il cambio. Non era al meglio, ieri, e alla prima palla toccata si è dovuto subito confrontare con la fisicità di Mancini. Ha dato il suo contributo, quel che poteva e aveva nelle gambe, ha segnato il rigore e ha finito la gara con solo un numero sulla schiena, il “2”, perché il “7” gli è stato strappato da un difensore.

Una giornata dolce-amara per Quagliarella, ma ancora una rete pesantissima che gli consente di battere il suo record stagionale in Serie A e al contempo lo trascina in vetta alla classifica marcatori sopra Cristiano Ronaldo e Krzysztof Piątek. Da non crederci.