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Possiamo srotolare tutti gli appellativi prendendo prestiti dalla cultura di massa, dalla letteratura, mitologia o dalla musica: la sfida di Champions League tra Napoli e Real Madrid, in 180 minuti da giocare al Bernabeu e al San Paolo, può avere numerose etichette.
La classica, quella più inflazionata, ci porta alla battaglia tra il gigante Golia e Davide, reminiscenze bibliche che trovano eco nel primo libro di Samuele. Il guerriero filisteo che, a prima vista sembrava invincibile, sconfitto dall’arguzia di Davide e dalle cinque pietre scagliate con la sua frombola.
Dalle citazioni coraniche fino alle opere di Caravaggio, del Bernini o di Tanzio, il dualismo intelletto-forza bruta si è propagato nel linguaggio più comune dei nostri giorni.

Tra i tanti ricami saltati fuori attorno a quest’entusiasmante sfida, oltre al ricordo dell’unico doppio precedente (nel 1987, 2-0 per i merengues all’andata in un Bernabeu a porte chiuse; 1-1 al ritorno in casa dei partenopei), Napoli contro la squadra bianca di Madrid è un match di campioni. Tanti sono i calciatori vincenti che hanno sfilato tra la penisola flegrea e quella sorrentina, tra Puerta del Sol e il Palacio Real. Tra loro ci sono anche discreti campioni del Mondo.

In occasione del Mondiale del 2014 giocato in Brasile, il tabloid inglese Daily Mail pubblicò un articolo sui team e, di riflesso, sui campionati maggiori nazionali che hanno avuto il maggior numero di calciatori vincitori di un Mondiale mentre erano tesserati tra le loro file. Nel complesso, la Serie A ha avuto ben 90 calciatori laureatisi campioni del Mondo (con la Juve in testa con 22, seguita dall’Inter con 18).
Anche la Triestina o la Lucchese o il Lecce possono vantare un menzione speciale, ma tra i pezzi da novanta, a Napoli, ricorderanno con piacere uno in particolare, tanto da dedicargli un altarino in via San Biagio dei Librai: nato a Lanús il 30 ottobre 1960 e con l’azzurro, il bianco e il sole cuciti sulla pelle, che sia dell’Argentina o del golfo, “El Pibe de oro”, Diego Armando Maradona.

Ecco che l’accezione Davide contro Golia acquista una sfumatura in più che ne aumenta la tensione, l’ansia e la scaramanzia. Ma che innalza anche la qualità. Se Maradona è l’unico “napoletano” campione del Mondo, il Real Madrid, infatti, può sfoggiare quasi una formazione intera: ben 10 hanno sollevato in trionfo la gloriosa coppa d’oro di Silvio Gazzaniga.
L’infornata più grande, va detto, è merito della Spagna totalizzante dell’ultima era, con due Europei e il Mondiale vinto nel 2010 nella finale contro l’Olanda decisa da Iniesta.

Ben cinque facevano parte di quella spedizione: il portiere Iker Casillas, i difensori Sergio Ramos, Álvaro Arbeloa e Raúl Albiol (ex di questo incontro assieme a José Callejon) e il centrocampista Xabi Alonso.
A completare la formazione ideale ci sono ancora: il terzino brasiliano Roberto Carlos (Corea del Sud-Giappone 2002) che chiude la difesa a 4, così come 4 sono i centrocampisti con il francese Christian Karembeu (Francia 1998) e il duo tedesco Günter Netzer (Germania Ovest 1974) e Sami Khedira (Brasile 2014). Mancherebbe una punta per completare il modulo, ma al Madrid può bastare un solo attaccante: l’argentino Jorge Valdano (Messico 1986).

Nella storia gloriosa a ritmi alterni del Napoli, Maradona è lui l’unico trofeo che i partenopei possono vantare di più di ogni altra cosa. Perché nel Mondiale del 1986, il numero 10 argentino dimostrò che si possono avere tanti campioni in squadra, ma lui era diverso. Speciale, irriverente, imprendibile, leader. Quello che non erano gli altri.
Quello del 1986 fu un Mondiale perfetto nella sua complessità, nelle sue polemiche, nelle sue tensioni politiche. Forse, anche per questo, irripetibile.
Ma senza ombra di dubbio fu un’edizione piena di stelle: dalla Francia di Platini, all’Inghilterra di Linecker, passando per il Brasile di Socrates e la Germania di Rummenigge. E di una rete fantasmagorica: il gol degli “11 tocchi” di Maradona contro l’Inghilterra, seguita dal telecronista sudamericano che non riesce a stargli dietro e si limita a esclamare “ta-ta-ta”.
Qualche istante prima, invece, la marcatura, altrettanto memorabile, passata alla storia come la “mano de Dios”. La più grande scorrettezza e la più bella magia, insieme nella stesa partita. Solo a Diego è concesso fare questo. Tra la guerra delle Malvine, la crisi diplomatica tra due paesi che, per il controllo delle Folkland, hanno impugnato le armi; tra Inghilterra e Argentina c’era solo lui.

Per tutti gli argentini e per gli sportivi, quello sarà per sempre il Mondiale di Maradona. Lui è riuscito a segnare un passaggio importante nel calcio: si può essere trascinatori di un’intera squadra. Anche da soli.
Come ha detto Giovanni Galli, portiere dell’Italia quell’anno:

Se Maradona avesse vestito la maglia della Corea, quell’anno la Corea avrebbe vinto il Mondiale

Quasi 19 anni nello stesso club, superando, per longevità e attaccamento alla maglia giocatori come Buffon alla Juventus, John Terry al Chelsea o Andrés Iniesta al Barcellona. Solo sei mesi passati da tutt’altra parte del mondo, ma che lo hanno fatto conoscere oltre i confini giapponesi, esattamente in Italia. Mitsuo Ogasawara è il Kashima Antlers o il Kashima Antlers è Mitsuo Ogasawara. Il centrocampista 37enne, con il club nipponico, sono stati la sorpresa dell’ultimo Mondiale per club, disputato proprio in Giappone.
Invitati alla manifestazione in quanto vincitori del campionato del paese ospitante, la squadra del cervo ha battuto in ordine, 2-1 l’Auckland City, 2-0 i sudafricani del Mamelodi Sundowns e 3-0 in semifinale i favoritissimi colombiani dell’Atlético Nacional. In finale hanno dato filo da torcere al Real Madrid, piegati dal solito Cristiano Ronaldo solo ai supplementari dopo che i 90’ sono terminati sul 2-2.

Capitano è stato Mitsuo Ogasawara, dal 1998 tra le file del Kashima Antlers. Giocatore stimato e rispettato in Giappone, idolo in una città che, seppur fugacemente, ha visto la classe cristallina del brasiliano Zico che, tra il 1993 e il 1994 chiuse la sua straordinaria carriera con 24 presenze e 15 gol, e di un giovanissimo e talentuoso Leonardo, dal 1994 al 1996, con 49 gettoni e 30 realizzazioni.
Per la quinta volta campione di Giappone con la maglia rossa di Kashima, titolo conquistato lo scorso 3 dicembre, ultimo trofeo risollevato dopo sei anni, quando nel 2009, venne nominato come giocatore dell’anno nel paese del Sol Levante. Tre coppe nazionali e anche una supercoppa nel suo palmarés.

Nell’era del ritorno di fiamma dei giapponesi in Italia – dopo i mitologici Kazuyoshi Miura, Hiroshi Nanami e Hidetoshi Nakata – durante i primi anni 2000, tra il talentuoso Shunsuke Nakamura che fa impazzire la Reggina, un oscuro Masashi Oguro al Torino e le qualità mai messe in mostra di Atsushi Yanagisawa tra Sampdoria e Messina, è proprio la città insulare a portare in Italia, seppur solo per sei mesi, lo stesso Ogasawara. Sei presenze in Serie A, mezzi spezzoni per lo più, e un gol nel 2-2 finale contro l’Empoli. Due apparizioni anche in Coppa Italia e nulla più: un fugace salto nel calcio europeo, nel vero calcio ammirato ed emulato a levante.

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Nell’occidente calcistico, la bandiera Ogasawara ha il suo idolo: l’ex centrocampista del Barcellona, Xavi. Affascinato e letteralmente folgorato dopo averlo affrontato da rivale tanto tanto tempo fa, in Nigeria nel 1999, durante la finale del Mondiale under-20. E’ la Rojita a sollevare il trofeo demolendo i nipponici per 4-0: nella Spagna dei giovani Iker Casillas, Pablo Orbaiz, Carlos Marchena e Gabri, a brillare è il centrocampista con il numero 8, Xavi.
Nonostante i suoi 19 anni, la qualità era già cristallina, tanto da ammaliare il suo omologo giapponese. A fine match, il bel gesto che anche il calciatore spagnolo ricorda positivamente: Ogasawara e il compagno di squadra Motoyama hanno atteso diverso minuti prima di lasciare lo stadio di Lagos, hanno atteso i festeggiamenti dei rivali solo per attendere Xavi Hernandez. Dinanzi a lui, un solo profondo e rispettoso inchino.