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Sono 770 i gol segnati in carriera da Cristiano Ronaldo nelle partite ufficiali giocate per i club e per la nazionale portoghese. Il campione della Juventus ha raggiunto questo traguardo grazie alla tripletta contro il Cagliari di domenica 14 marzo. Una data da ricordare non soltanto per la risposta che il campione ha dato ai detrattori che lo avevano attaccato dopo la prestazione negativa contro il Porto – con i bianconeri eliminati dalla Champions League – ma anche e soprattutto per il raggiungimento di un record storico, difficilmente eguagliabile nei prossimi anni: CR7 ha infatti definitivamente superato il numero di gol ufficiali segnati da Pelé.

“Non c’è giocatore al mondo che non sia cresciuto ascoltando storie sui suoi giochi, i suoi obiettivi e i suoi successi, e io non faccio eccezione – ha commentato Cristiano Ronaldo in un lungo post su Instagram –. E per questo motivo, sono pieno di gioia e orgoglio quando riconosco l’obiettivo che mi ha messo in cima alla lista dei gol del mondo, superando il record di Pelé, qualcosa che non avrei mai potuto sognare mentre crescevo da bambino di Madeira”. E nonostante in molti gli abbiano da tempo attribuito il record, CR7 ha voluto invece aspettare, riconoscendo nei 767 il primato di gol del brasiliano e non nei 757, perché – ha aggiunto – non “possiamo semplicemente cancellare la storia secondo i nostri interessi”.

Pelé, dal canto suo, si è congratulato, sempre su Instagram, dichiarando il suo affetto e la stima che prova per il portoghese: “Ti ammiro molto, mi piace guardarti giocare e questo non è un segreto per nessuno. […] Il mio unico rimpianto è non averti potuto abbracciare oggi”.

Ma come si arriva ad un traguardo simile e, soprattutto, perché Cristiano Ronaldo è diverso dagli altri giocatori e non ha eguali nella storia del calcio? La risposta, come lui stesso ha più volte sottolineato nelle interviste rilasciate, è semplicemente una: la mente. Quando si chiede a CR7 quale sia il suo punto di forza, lui risponde sempre e solo “la testa”. Ovvero quella mentalità che lo porta ad allenarsi in un certo modo, a nutrirsi in un certo modo e, in generale, a seguire tutti quegli accorgimenti necessari per raggiungere una forma fisica specifica e uno stato di salute ottimale.

Molti sostengono che Ronaldo sia costruito, come se questo fosse un difetto o un problema, e gli attribuiscono una mancanza di talento – evidente invece nel suo storico rivale Lionel Messi – sopperita quindi con l’edificazione di una macchina studiata a tavolino. Del resto, quando si chiede al portoghese cosa occorre per arrivare al suo livello, la risposta è sempre “dedizione, costanza e lavoro duro”. Il talento non basta, quindi, e CR7 questo lo ha capito molto presto, già ai tempi del Manchester United, quando cominciò a contrastare la magrezza eccessiva con il fitness, che ancora oggi risulta essere parte fondamentale del suo allenamento quotidiano.

Un po’ macchina, un po’ personaggio, dunque, che fa spesso parlare di sé per ciò che fa dentro il campo e non solo. Cristiano Ronaldo è infatti noto anche per la sua proverbiale schiettezza e la tendenza a rispondere alle domande di chi lo intervista dicendo sempre quello che pensa; come è avvenuto anche recentemente in occasione dei Globe Soccer Awards, in cui è stato premiato come miglior giocatore del secolo. Quando gli è stato chiesto cosa si provi a giocare senza tifosi, CR7 ha infatti risposto senza mezzi termini: “Giocare a calcio in uno stadio vuoto è noioso, è alquanto bizzarro giocare in queste condizioni”. E non è evidentemente l’unico a porsi il problema di quanto il calcio senza tifosi abbia influito anche sull’andamento di alcuni giocatori e delle relative squadre.

Ma nonostante reputi profondamente noioso giocare senza pubblico, lui che ama stare al centro della scena ed essere osannato, la sua professionalità non viene mai meno. Perché è diverso dagli altri, dunque? Perché a 36 anni e dopo aver vinto tutto ciò che c’era da vincere – sia a livello di club che individualmente – è ancora il primo ad arrivare al campo di allenamento e l’ultimo ad andarsene; è quello che lascia il centro sportivo solo dopo la sessione di crioterapia che gli permette di recuperare rapidamente la capacità muscolare; è quello per il quale non esistono feste, riposi o ferie, perché c’è sempre e comunque il tempo per dedicarsi agli esercizi quotidiani, anche a casa.

Perché la costruzione del corpo di Cristiano Ronaldo, al contrario di ciò che pensano in molti, non è dettata da semplice vanità: c’è un motivo se CR7 non si infortuna quasi mai o comunque si riprende più in fretta di altri; c’è un motivo se corre ad una certa velocità; e c’è un motivo se salta più in alto di chiunque. E il motivo è in quel corpo costruito a tavolino, certo, non soltanto per mera vanagloria, ma soprattutto per essere una macchina efficiente al massimo del suo potenziale. E ci vuole una mentalità davvero vincente e sempre focalizzata sugli obiettivi per riuscire, a 36 anni, a mantenere gli stessi standard qualitativi, anno dopo anno, senza mai arretrare di un passo o mostrare il benché minimo cenno di cedimento. “Dedizione, costanza e lavoro duro”, quindi, a trecentosessanta gradi: dall’esercizio fisico alla dieta, passando per il riposo.

Cristiano Ronaldo non manca mai un allenamento, dorme otto ore a notte, non beve alcolici, non assume zuccheri, non mangia cibo spazzatura. Mai. Da oltre quindici anni segue una routine controllata e regolare, che non conosce sgarri. Per alcuni potrà sembrare un’esagerazione e un’ossessione da fissati, per CR7 è soltanto la mentalità e il duro lavoro che lo hanno portato a 770 gol e a diventare il più grande marcatore nella storia del calcio.

Cos’ha quel giocatore nelle scarpe? Le calamite?

È stata una delle giocate più belle che ho visto su un campo di calcio

La prima, è una domanda retorica di uno stupito Alex Ferguson, la seconda è una frase, da altrettanto stupido,  pronunciata da Pierluigi Collina. Entrambi si riferivano allo stesso calciatore e alla stessa magia: Fernando Redondo e il suo colpo di tacco all’Old Trafford. Era il 19 aprile del 2000, il Real Madrid affrontava in trasferta il Manchester United campione d’Europa in un match che rappresentò un simbolico passaggio di testimone. Ma il passaggio più bello di quella serata fu quello con cui l’argentino smarcò Raul per il gol del 3-0. Un assist apparentemente semplice ma arrivato al termine di un’azione personale che rimase nella storia del calcio. El taconazo del Principe è tutt’oggi ricordato come uno dei dribbling più geniali e allo stesso tempo efficaci mai visti, un’esibizione di tecnica e istinto che il centrocampista di Buenos Aires regalò al pubblico di Manchester e che segnò per sempre la carriera del povero Berg, il terzino norvegese dello United che da quel giorno fu colui il quale subì il tunnel dal campione del Real.

La giocata di un secondo, pensateci bene, di un solo secondo in grado di rimanere cristallizzata per decenni. In quella serata di Manchester, Fernando Redondo era il capitano e il leader del del Real Madrid. Una squadra che nella stagione 1994-95 era stata ricostruita da Jorge Valdano che affidò al connazionale le chiavi del centrocampo blanco dopo averlo acquistato dal Tenerife. L’accoppiamento tra gli spagnoli e i Red Devils ai quarti di finale mise di fronte le ultime due squadre a vincere il trofeo: il Real, campione d’Europa nel 1998 dopo la vittoria sulla Juventus, e lo United detentore del trofeo sollevato a Barcellona dopo l’incredibile rimonta nei minuti di recupero contro il Bayern Monaco.

La portada del diario AS (19/04/2020)

L’andata al Bernabéu era finita 0-0, dunque per gli spagnoli era necessario vincere o pareggiare segnando almeno un gol. Piccolo dettaglio: Beckham e compagni non perdevano in casa da oltre un anno. Un autogol di Roy Keane al 20’ del primo tempo e una rete di Raul al 5’ della ripresa misero subito la qualificazione sulla via di Madrid ma proprio tre minuti dopo il 2-0, si materializzò la giocata che verrà successivamente votata come la migliore nella storia del Real dai lettori di Marca. Minuto 53, il capitano del Real porta palla vicino all’out di sinistra, sembra chiuso da Berg e altri due avversari ma improvvisamente appare il genio: colpo tacco verso l’interno, palla tra le gambe del terzino, testa alta e assist perfetto a Raúl che deve solo spingere dentro. È il 3-0, a nulla valsero i gol successivi di Beckham e Scholes: al fischio finale di Pierluigi Collina il risultato recita 3-2 per il Madrid che si qualificò per le semifinali prima (dove affrontò il Bayern) e per la finale poi. A Parigi, nel duello tutto spagnolo contro il Valencia di Héctor Cuper, arrivò l’ottava Champions per il club blanco.

 

fonte: Sky Sport

Una lunga malattia se l’è portato via a 71 anni, il 6 aprile 2020. E’ morto Radomir Antic, ex calciatore ed allenatore serbo che in Spagna aveva trovato una seconda patria diventando uno dei pochi tecnici chiamato a sedersi, tra le altre squadre della Liga, sulle panchine di Madrid, Atletico e Barcellona. È stato l’Atletico Madrid a dare la notizia, il club al quale Antic era più legato e dove aveva ottenuto il suo più grande trionfo: il “doblete” del 1996.

 

Antic faceva il difensore e aveva iniziato nello Sloboda di Uzice, passando poi al Partizan di Belgrado col quale aveva vinto il campionato jugoslavo nel 1976. Poche presenze in nazionale e la partenza per l’estero: un anno al Fenerbahce, dove vinse il titolo turco, poi il Saragozza e il Luton Town.

Smesso di giocare nel 1984 Antic era tornato a casa e già nell’85 aveva preso in mano il Partizan, vincendo due campionati nei primi due anni. Chiamato dal Saragozza nel 1988 era tornato in Spagna, dov’è rimasto ininterrottamente per quasi 20 anni. Dopo aver portato il Saragozza in Uefa nel 1990 aveva sostituito Di Stefano sulla panchina del Madrid, facendolo rimontare fino alla terza posizione. Nella stagione seguente, 91-91, fu licenziato alla fine del girone d’andata col Madrid in testa alla Liga.

From Antic to Valverde, dismissals of leaders in the big - archyde

Dopo un brillante triennio all’Oviedo Antic fu richiamato a Madrid, ma da Jesus Gil. E nel 95-96, alla prima stagione, portò il doblete al Calderon, con Simeone come giocatore, entrando per sempre nella hall of fame colchonera. Rimase li fino al 1988 ma fu chiamato poi altre due volte negli anni seguenti per salvare il club. Ci riuscì nel 1999 ma non nel 2000, quando l’Atletico, che aveva iniziato la stagione con Claudio Ranieri ed era stato poi travolto dai guai giudiziari di Jesus Gil, retrocesse in Segunda.

Maglia Ufficiale Simeone Atletico Madrid, 1995/96 - Autografata ...

Dopo un altro passaggio da Oviedo arrivò la chiamata del Barcellona, per sostituire a metà stagione Luis van Gaal coi catalani a 3 punti dalla retrocessione. Antic fece bene ma alla fine della stagione, 2003, ci furono le elezioni: vinse Joan Laporta che aveva altre idee. Da lì Antic ando al Celta e nel 2008 fu chiamato a dirigere la nazionale serba, che portò bene al Mondiale sudafricano dove però fu eliminato nel girone. Da li un paio di esperienze in Cina, l’ultima nel 2015.

El mundo del fútbol despide a Radomir Antic, el único en entrenar ...

Unico calciatore ad avere vinto la Champions League con tre squadre diverse – Ajax, Real Madrid e Milan (con cui si è concesso un bis) – Clarence Seedorf, nasce a Paramaribo, capitale del Suriname, il 1°aprile 1976. Si forma umanamente e calcisticamente in Olanda dove sin dalla tenera età entra a far parte delle giovanili del prestigioso club di Amsterdam.

Seedorf è tuttora il più giovane esordiente dell’Ajax in Eredivisie. Debutta a 16 anni, nell’ottobre 1992,  e diventa presto una pedina fondamentale della generazione d’oro. Guidata dai veterani Danny Blind e Frank Rijkaard, una formazione giovane nelle cui file militano future stelle del calibro dei gemelli De Boer, Seedorf, Edgar Davids, Jari Litmanen e Patrick Kluivert, raggiunge l’apice conquistando la Champions League nel 1994/95 imponendosi per 1-0 nella finale di Vienna contro il Milan, squadra giunta alla sua terza finale consecutiva.

90s Football on Twitter: "Clarence Seedorf at Ajax, 1991.… "

Le vittorie per 2-0 nella fase a gironi proprio contro i rossoneri sono un buon presagio: la squadra di Louis van Gaal si ripete in finale battendoli grazie a un gol nel finale di Kluivert, entrato a gara in corso: «Tutti sognano di vincere una finale di Coppa dei Campioni, e io ho avuto la fortuna di riuscirci ad appena 19 anni. Quando mi sono svegliato il giorno dopo la finale mi sono sentito diverso, strano, in qualche modo speciale».

Seedorf lascia l’Ajax dopo quella magica notte di Vienna, trascorrendo una sola stagione alla Sampdoria prima di trasferirsi nella capitale spagnola, vestendo la casacca del Real Madrid. Qui il mondo inizia a conoscerlo per il suo altissimo valore tecnico e per le sue sassate dalla distanza. Assapora il successo europeo alla seconda stagione a Madrid, aiutando le Merengues a superare i detentori del Borussia Dortmund in semifinale. In finale, giocata nello stadio della sua ex squadra, l’Amsterdam Arena, affronta la Juventus dell’ex compagno di squadra Davids. La finale è decisa ancora da un unico gol, firmato da Predrag Mijatović a metà ripresa, che regala al Real Madrid la prima Coppa dei Campioni dopo 32 anni: «Era diventata più di un’ossessione per il club. Mangiavamo tutti i giorni in un ristorante in cui non facevano altro che parlarci della finale».

Nella carriera sportiva dell’olandese c’è tanta Italia. Nel 2000 passa all’Inter e soltanto due anni più tardi si trasferisce sulla sponda rossonera. Alla prima stagione con il nuovo club conquista il massimo trofeo europeo, aiutando il Milan a battere le sue ex squadre: il Real Madrid nella fase a gironi, l’Ajax nei quarti e l’Inter in semifinale. Conquista ai danni della Juventus la sua terza Champions League, mentre nel 2004 vince il campionato italiano. Il Milan rappresenta il punto più alto della carriera di Seedorf.

L'EX ROSSONERO - Seedorf: "Vi dico io come si vince la Champions ...

Carlo Ancelotti non riesce a fare a meno di lui e in poco tempo diventa uno degli intoccabili della rosa rossonera. Nel 2007 sempre sotto la guida di Ancelotti, il Milan conquista la sua settima Champions League. E’ la quarta ed ultima Champions League della sua carriera di Seedorf. In seguito alla vittoria, Seedorf verrà nominato dalla Uefa come miglior centrocampista della competizione.

fonte: Uefa.com
Fonte: Uefa.com

Nel dicembre 2016 ha mostrato su sul profilo Instagram i suoi nuovi quattro tatuaggi. Tutti e quattro sulle dita della mano sinistra, quattro numeri speciali per Sergio Ramos.  Il 35 e il 32 sono i suoi due primi numeri di maglia indossati nel Siviglia, la sua prima squadra, quella che per prima lo ha lanciato nel calcio che conta. Il 19 è l’età che aveva all’esordio con la Nazionale spagnola,  mentre il 90+ è in ricordo del famoso gol segnato all’Atletico Madrid nella finale di Champions League di Lisbona del maggio 2014, che è valso La Décima per la gioia di Carlo Ancelotti e di tutto il Real Madrid.

E non è un caso che in Spagna il difensore del Real sia ormai conosciuto da tutti come Sergio “NoventayRamos”, quello dai gol decisivi e rigorosamente all’ultimo respiro. Una carriera vincente quella del difensore nato a Camas, nell’Andalusia, il 30 marzo 1986; una carriera vincente non solo perché circondato da validi compagni di squadra che lo trascinano verso trofei e vittorie, ma perché è soprattutto lui a lanciare il cuore oltre l’ostacolo e a prendere in mano il suo fato, il suo destino.

Ramos ad oggi, siamo nel 2020, è vincitore di quattro Champions League e di altrettanti successi nella Liga, ha sollevato le coppe di Euro 2008 e di Euro 2012, intervallate dalla vittoria del Mondiale del 2010. Il difensore centrale è un punto di riferimento per il Real Madrid e per la Spagna dov’è primatista con 170 presenze e 21 gol.

 

Ecco, in sintesi, alcuni record e numeri impressionanti:

  • Il suo trasferimento dal Siviglia al Real Madrid per 27 milioni di euro nel 2005, quando aveva appena 19 anni, è un record per un giovane spagnolo.
  • Ramos è andato a segno in Liga per 16 stagioni di fila, record per un difensore. Nel 2018/19 è andato a bersaglio in 11 occasioni (otto rigori), stabilendo il suo record per una singola stagione.
  • Nell’Olimpo dei difensori ad aver segnato in due diverse finali di Coppa dei Campioni, è l’unico ad esserci riuscito nell’attuale formato. I suoi gol nelle finali di  Champions League del 2014 e 2016 contro l’Atlético Madrid gli hanno permesso di raggiungere Tommy Gemmell (1967 e ’70) e Phil Neal (1977 e ’84).
  • Col pareggio nei minuti di recupero della finale di Supercoppa del 2016 contro la squadra per la quale giocava da ragazzo, il Siviglia, Ramos ha segnato nelle finali di Champions League, Coppa del Mondo per Club e Supercoppa. Non male per un difensore.

Con la casacca della Roja, altri, imponenti numeri: a ottobre 2019, nell’1-1 tra Spagna e Norvegia valevole per le qualificazioni a Euro 2020, ha superato il record di 167 presenze in nazionale detenuto da Casillas. Un traguardo nato in virtù anche del fatto che è stato il  più giovane spagnolo a esordire in Nazionale degli ultimi 55 anni: il suo debutto con la Spagna è arrivato quattro giorni prima del suo 19esimo compleanno, ed è stato festeggiato con una maglia da titolare nelle qualificazioni al Mondiale del 2006 contro la Serbia e il Montenegro.

Chiamatelo Sergol Ramos | Agenti Anonimi

In Nazionale indossa la maglia numero 15 in ricordo di Antonio Puerta, suo ex compagno al Siviglia e scomparso nel 2007. A lui ha dedicato, con una maglia commemorativa esibita durante i festeggiamenti, i due Europei.  Ma il guerriero non sarebbe tale se non citassimo anche un altro “speciale” record: detiene, infatti, il primato negativo di espulsioni col Real Madrid avendo collezionato complessivamente ben 26 cartellini rossi fra tutte le competizioni. È stato inoltre espulso in cinque edizioni del Clásico, un record, l’ultima delle quali in occasione del successo 3-2 del Barcellona in casa del Real ad aprile 2017.

Sergio Ramos minaccia aerea: cronaca di una marcatura impossibile

Se sei consapevole di non essere un goleador attieniti a una semplice regola: fai in modo che quelle poche reti messe a segno siano autentiche prodezze al punto di rimanere scolpite nella memoria e negli annali del calcio. Se segui questa indicazione, che poi è la legge della vita “una chance, un’opportunità, giocatela al meglio”, è molto probabile che utilizzeranno Andrea Dossena come termine di paragona.

Quell’Andrea Dossena che ha segnato 12 gol nella sua lunga carriera, due dei quali con il Liverpool. Stesso suo numero di maglia che in zona Anfield ricordano ancora. Arrivato nell’estate del 2008 dall’Udinese per rimpiazzare il partente John Arne Riise – altro calciatore ricordato per discrete prodezze con il suo micidiale mancino – sulla fascia sinistra, il terzino italiano ha avuto difficoltà all’inizio ad ambientarsi al calcio inglese, a Liverpool e alle indicazioni di Rafa Benitez.  Difficile sfilare la titolarità di Fabio Aurelio, così Dossena si accomoda in panchina e proprio partendo dalla panchina vive quattro giorni, solamente quattro giorni, da apoteosi.

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Il 10 marzo 2009 ad Anfield si gioca il ritorno degli ottavi di finale di Champions League e il Liverpool, già vittorioso all’andata per 1-0, attende il Real Madrid. Il match si indirizza già nella prima mezz’ora con i padroni di casa in doppio vantaggio con le reti di Fernando Torres e Steven Gerrard. Poi il capitano fa 3-0 al 47’, tagliando gambe e possibili aneliti di rimonta spagnoli. Benitez toglie dunque sia il centrocampista e al minuto 83’ toglie anche Torres per tributargli una standing ovation della Kop e di tutto lo stadio. Al suo posto proprio Andrea Dossena che cinque minuti dopo, si ritrova, non si sa perché in area di rigore avversaria e sigilla il match con il gol del 4-0.

Dossena che segna al Real Madrid. E che batte il palmo della mano sullo stella del Liverpool. Mica male no? Ma il ragazzo nato a Lodi nel 1981 ci prende talmente tanto gusto che, appena quattro giorni dopo, decide definitivamente di entrare nella storia del club rosso del Merseyside. Ok il Real Madrid, ma volete mettere segnare ai rivali di sempre del Manchester United all’Old Trafford?

Ancora quattro gol, inaspettati dopo le fatiche mentali e fisiche del match in Champions League, ma anche la banda di Ferguson è scarica. E’ una lotta scudetto o quantomeno l’ultimo tentativo per riaprire la Premier League: segna prima Cristiano Ronaldo, poi esplodono Torres e Gerrard. Fabio Aurelio sigla il 3-1 su punizione e poi arriva Dossena, ancora una volta dal nulla, ancora una volta il più offensivo degli 11 del Liverpool. E’ il 90’, pieno recupero, Reina lancia il pallone lontano, un rimbalzo che scavalca il difensore dei Red Devils, Dossena aspetta l’istante giusto e di prima, con un tocco morbidissimo da fuori area, alza un dolce pallonetto che supera l’alto Van der Sar.

Dossena non segnerà altri gol con il Liverpool. Ma la storia è già scritta così.

La notizia è che il Real Madrid, in un girone di Champions League assolutamente alla portata del club spagnolo, è ultimo in classica con un solo punto. In testa, a punteggio pieno c’è il Paris Saint-Germain, seguito a due punti dal Club Brugge e a un punto dal Galatasaray. Dopo i tre schiaffi presi nella prima giornata contro i francesi, il Real esce dal Bernabeu con un 2-2 acciuffato alla fine contro la squadra belga.

E a impreziosire la serata c’ha pensato Emmanuel Boneventure Dennis, attaccante di 21 anni nigeriano, autore di una indimenticabile doppietta. Così improponibile pensare a una marcatura in casa dei Blancos al punto che il ragazzo aveva promesso di farsi un tatuaggio nel caso fosse entrato nel tabellino dei realizzatori. Prima al 9′ con un goffissimo doppio-tocco che ha ingannato Courtois, poi dopo mezz’ora, al 39′, con una pregevole sgroppata che si stava per concludere con un rovinoso inciampo.

 

Ma a rendere ancora più beffarda la serata di Champions per i tifosi delle merengues, è stata proprio l’esultanza di Dennis che ha riportato nello stadio di Madrid dopo oltre un anno, infatti, l’esultanza iconica di Cristiano Ronaldo. Come ha spiegato nel post partita il festeggiamento è a metà tra l’ammirazione per il portoghese e una frecciatina proprio ai Blancos:

Adoro Cristiano, per me è il miglior giocatore del mondo. Sono stato triste quando se n’è andato dal Real e ho festeggiato i miei gol come fa lui per far vedere che cosa si sono persi a Madrid

 

Per l’attaccante classe 1997, quelli messi a segno contro il Real Madrid sono i suoi primi gol in Champions League. Al momento, con il Brugge in testa nella Jupiler League belga, Dennis ha segnato in totale cinque reti (una nelle qualificazioni alla stessa Champion). Ma, dunque, il tatuaggio tanto promesso?

E a questo punto me ne farò due!

Quel minuto di silenzio e la fascia nera al braccio sembravano a tutti una forzatura, un modo davvero poco sensibile per dimostrarsi “corretti” e dare l’ok a giocare una partita dove 22 persone correvano in campo, ma avevano la testa altrove. Come gli allenatori, i panchinari, lo staff, i dirigenti e i tifosi.
L’11 settembre 2001 per molti è stato il giorno dell’autogol del calcio marchiato Uefa. Scossi e svuotati dalle tremende immagini che ci arrivavano da New York, mentre tutto il mondo guardava attonito gli aerei schiantarsi contro le Torri Gemelle, i vertici del calcio europeo sudavano per una decisione da prendere. In quel giorno si giocava la Champions League. La risposta era ovvia per tutti, ma non per loro. Rinvio? No, si gioca comunque.

 

Risultati immagini per 11 settembre champions league

Quattro voli delle linee aeree statunitensi vengono dirottati dai terroristi di Al Qaeda. Due aerei si schiantano sulle Torri Gemelle di New York, uno sul Pentagono, il quarto cade nelle campagne della Pennsylvania. Negli attacchi suicidi muoiono 3017 persone di oltre 90 nazionalità. Ma secondo la Uefa non c’è tempo per fermare la Champions League. Roma-Real Madrid si gioca così come Galatasaray-Lazio.
La Roma tornava nel massimo torneo continentale dopo 17 anni e accoglievano il Real Madrid, in uno Olimpico tutto esaurito con 4 miliardi di lire di incasso e 35 televisioni collegate. Collegate per vedere gli spagnoli vincere 2-1. Vincere cosa?

Gli interessi quel giorno finirono per prevalere sul buonsenso, ma la pressione e le critiche furono così aspre che il giorno dopo, la Uefa rinviò le partite in programma. Arrivò tardi e fu anche grossolana e maldestra, ma quella decisione rese ancor più nitida una certezza: non si poteva parlare di calcio.

Il Gran Premio di Monza

Ma non fu solo il calcio a porsi degli interrogativi. Il weekend del 16 settembre si disputava il Gran Premio di Formula 1 di Monza. Con la Ferrari e Schumacher già sul tetto del mondo in anticipo, il 13 settembre, la Fia (Federazione Internazionale dell’Automobile) confermò il regolare svolgimento della corsa.

Gli organizzatori, allora, cercarono di rendere la manifestazione più sobria possibile per rispetto nei confronti delle vittime del terrorismo annullando le Frecce Tricolori e i festeggiamenti sul podio. La Ferrari decise di togliere tutti gli sponsor dalle monoposto e dalle tute di Michael Schumacher e Rubens Barrichello, verniciando di nero il muso delle vetture. Durante il warm-up, invece, la Jordan scese in pista con la bandiera a stelle e strisce sul cofano motore al posto del tradizionale sponsor.

Ma a sconquassare l’animo già turbato dei piloti fu la notizia del terribile incidente di Alex Zanardi avvenuto 15 settembre in una gara del campionato Cart. I piloti stremati emotivamente chiesero ufficialmente il rinvio, ma la loro richiesta viene respinta da Bernie Ecclestone.

 

La rinascita americana passò dal baseball

Il 18 settembre cominciava anche la stagione di Mlb, lo sport più “nazionalpopolare” degli Stati Uniti. Decisero di giocare regolamente, ma non per giri d’affari quanto per provare a concedere un po’ di normalità alla popolazione devastata.
Le due franchigie di New York, i Mets e gli Yankees, si misero a disposizione della città per far fronte all’emergenza: lo Shea Stadium, fortino dei Mets, si trasformò in un rifugio per sfollati e volontari.

L’inizio di ogni gara fu preceduto da un minuto di silenzio per rendere omaggio alle vittime della strage. Fu un tripudio di bandiere Usa in tutti gli stadi. A Pittsburgh, i Mets scesero in campo con cappellini che riportavano le insegne della polizia e dei vigili del fuoco della Grande mela. Lo stesso fecero i cugini degli Yankees.
E fu lanciando una pallina che l’America tornò lentamente a sorridere.

La stagione non è stata di certo positiva con il cambio in panchina tra Lopetegui e il ritorno di Zidane e l’addio in estate di Cristiano Ronaldo. Ma nonostante questo, il Real Madrid può vantare il titolo di club con il brand più prezioso (economicamente) al mondo. Lo rivela l’ultimo studio di Brand Finance che pubblica la classifica delle 50 società dal marchio più ricco. I Blancos fanno addirittura registrare un + 26,9 per cento rispetto al 2018, sorpassando in classifica il Manchester United (-5,8 per cento), mentre sul terzo gradino del podio rimane stabilmente il Barcellona, altra squadra spagnola.

Le squadre inglesi dominano, però, la restante la Top Ten: oltre ai Red Devils, infatti, ci sono anche Manchester City (5°), Liverpool (6°), Chelsea (7°), Arsenal (9°) e Tottenham (10°). Completano il lotto delle prime dieci il Bayern Monaco (4°) e il Paris Saint Germain (8°).

 

E le italiane? Il club della nostra Serie A che vanta il brand più ricco è la Juventus, che si piazza all’11esimo posto, appena fuori dai dieci, in posizione stabile rispetto al 2018. Anche l’Inter conferma la posizione numero 13 alle spalle del Borussia Dortmund, mentre il Milan avanza di 4 gradini rispetto a un anno fa issandosi al 15esimo posto. La Roma è 18esima, il Napoli è 26esimo (+5 posizioni rispetto al 2018) e la Lazio è 42esima (-4).

Alle 22.10 circa di martedì 3 aprile 2018 Cristiano Ronaldo sale in cielo dell’Allianz Stadium per la rovesciata che cambia la storia sua, della Juventus e del Real Madrid. Non solo decide il quarto di finale che porterà poi le merengues alla terza Champions di fila. Ma sposta i destini che poi stanno determinando lo scenario attuale del calcio internazionale. La Juventus nelle prime otto dell’Europa che conta dopo una tripletta del portoghese all’Atletico Madrid. Il Real fuori da tutto che finirà l’anno con zeru tituli. CR7 che incanta anche in Italia dopo aver frantumato qualsiasi record in Inghilterra e Spagna.

Un anno sempre al top

E’ passato un anno da quel gesto atletico che incantò il pubblico bianconero. Un anno in cui Cristiano ha deciso di rimettersi in gioco a 33 anni anche, forse, per quegli applausi che da avversario ricevette allo Stadium. Perché in quella serata torinese di inizio aprile a incidere, nella futura scelta del fenomeno di Funchal, fu anche l’accoglienza che i supporter di Madama riservarono al gesto atletico di Ronaldo. L’uomo che li avrebbe sbattuti fuori una settimana dopo con il contestatissimo rigore al 94’ decretato dall’arbitro Oliver. L’uomo che li aveva già castigati nel 2017 con una doppietta nella finale di Cardiff.

I numeri di Ronaldo

E dire che per il numero 7 aveva nella Juve una delle sue vittime preferite. Ben dieci gol in sette partite disputate contro la Signora. Ora Cristiano ha il bianconero tatuato addosso e le sue prodezze fanno volare la Juventus non solo in campo. Trentasei gare disputate: 24 gol e 12 assist. Praticamente decisivo in ogni match in cui ha giocato. Fuori dal rettangolo, i ricavi da vendite di prodotti e licenze nel primo semestre 2018 2019 sono aumentati dell’81% rispetto a un anno fa. La sola serata contro l’Atletico ha fruttato 10 milioni di euro e mezzo di introiti. Un eventuale trionfo nella competizione porterebbe i ricavi a 126 milioni di euro. Nove in più del costo dell’operazione Ronaldo a Torino.