Tag

portiere

Browsing

A lui, gli è stato dedicato anche un asteroide, il 3442 Yashin. Se fosse ancora in vita, oggi 22 ottobre 2019, compirebbe 90 anni, ma il “ragno nero” russo, è morto nel 1990, a 60 anni, a causa di un cancro allo stomaco.

La mitologia attorno alla figura di Lev Ivanovič Jašin (o Yashin per comodità e popolarità occidentale) è ampia perché tanto ha dato lui al calcio sia in Russia che su scala globale. Unico portiere a vincere il Pallone d’oro, nel 1963, a 34 anni e dopo aver annunciato (poi ritrattato) il suo ritiro. Dietro di lui, quell’anno, tutti in fila per levarsi il cappello c’erano Rivera, Eusebio, Schnellinger, Suarez, Trapattoni e Bobby Charlton. Un’intera carriera a difendere i pali della Dinamo Mosca, 326 partite in 20 anni di militanza nel club, e l’Urss con 74 gettoni tra il 1954 e 1967. Tanti, bellissimi, sono gli aneddoti, ma ai giorni d’oggi l’icona più visiva e immediata rimane il suo talento e il suo vestirsi completamente di nero, al punto da ricevere quel soprannome lì.

Risultati immagini per lev yashin

Intere generazioni di ragazzini sono cresciuti con il suo mito e, alcuni, l’hanno dimostrato recentemente: durante l’ultimo turno di Prem’er-Liga russa, Andrey Klimovich, portiere bielorusso dell’Orenburg, e Anton Šunin, omologo della Dinamo Mosca, l’hanno omaggiato scendendo in campo con un’uniforme speciale, una divisa d’altri tempi total black e con cappello modello Brixton brood.

 

A voler essere ironici, in fin dei conti, il caschetto negli ultimi anni l’ha portato anche quando giocava a calcio.  Ma, a meno di cinque mesi dal ritiro con la maglia dell’Arsenal, Petr Cech torna tra i pali…di hockey su ghiaccio. Il 37enne ceco, passato anche per Rennes e Chelsea, ha infatti firmato un contratto con i Guildford Phoenix, squadra della seconda divisione inglese di hockey. Dopo aver vissuto l’atmosfera dei campi della Premier League negli ultimi 15 anni, giocando 443 partite tra Chelsea e Arsenal e vincendo 18 trofei, Cech ha deciso di voltare pagina:

Sono lieto di avere l’opportunità di fare un’esperienza del genere con i Phoenix. Spero di poter essere d’aiuto a questa giovane squadra e di vincere il maggior numero di partite possibile quando avrò modo di giocare. Dopo 20 anni da calciatore professionista, questa sarà un’esperienza meravigliosa: mi cimenterò in uno sport che ho sempre amato praticare e guardare sin da quando ero bambino

 

Dalla finale di Europa League, persa a maggio con la maglia dell’Arsenal, alla seconda divisione inglese di hockey. Una scelta, quella di Cech, che ha entusiasmato lo staff dei Phoenix: «Siamo veramente felici della firma di Petr – ha spiegato l’allenatore Milos Melicherik sul sito ufficiale del club – è migliorato un sacco da quando l’ho visto per la prima volta sul ghiaccio. Ora speriamo di poterlo impiegare già nel prossimo weekend».

 

La medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Rio de Janeiro nel 2016 non le bastava, Stephanie Labbé stava perdendo motivazioni e aveva un disperato bisogno di ritrovarle per dare una scossa alla sua carriera, già vincente. Il portiere della Nazionale canadese, l’anno scorso ha quindi convinto un club a ingaggiarla nella propria formazione maschile. Labbé ha così cominciato ad allenarsi con la squadra di Calgary, nella quarta divisione canadese, ma dopo essersi confrontata con una tipologia di allenamento diversa a quella a cui era abituata, ha dovuto però abbandonare bruscamente l’idea di poter scendere in campo quando la Federazione canadese ha fatto notare alla società che il regolamento limitava la partecipazione ai soli calciatori maschi.

Un tentativo che, però, testimonia la tenacia e le ambizioni di un’atleta che non smette mai di allargare i suoi orizzonti e che l’hanno portata in Francia, a 32 anni, ai Mondiali femminili dove, finalmente, può difendere i pali del Canada da titolare e protagonista. Limitata a un ruolo di supporto sia in Germania 2011 che nel 2015 proprio in Canada , Labbé ha dovuto attendere il suo tempo. Centra la sfortuna (non sua) con l’infortunio di Erin McLeod che le ha ceduto i guantoni per il ruolo di portiere numero 1 della Nazionale canadese: «È stato un momento incredibile – ha detto Labbé alla Fifa, raccontando il match d’esordio contro il Camerun – Era qualcosa che non vedevo l’ora di vivere da oltre dieci anni. Ho lavorato duramente dietro le quinte, facendo gruppo al di là della possibilità di giocare o meno. All’inizio della partita ero un po’ nervosa, ma più ho giocato, più mi sono rilassata».

 


L’estremo difensore del North Carolina Courage ha mantenuto una lunga striscia d’imbattibilità durante l’anno che si è conclusa nell’ultima partita del Canada contro un’Olanda molto aggressiva e, nonostante la sua attenzione a mantenere inviolata la porta, Labbé ragiona da portiere moderno, primo giocatore a impostare l’azione offensiva ed essere pronta a ricevere i passaggi dalle sue compagne: «Voglio portare qualcosa in più alla squadra, devo essere in grado di giocare passaggi brevi o condurre l’azione da dietro, comunicare alla linea difensiva».

Labbé contro la Svezia, negli ottavi, in programma lunedì 24 giugno, gioca la sua 65esima con la maglia canadese e proprio in terra scandinava ha costruito la sua carriera giocando per diversi anni: di certo, dopo aver atteso così tanto per giocare un Mondiale da titolare, Stephanie Labbé farà di tutto per restarci più a lungo possibile.

Immagine correlata

Hannes Thor Halldorsson è il portiere regista dell’Islanda che attende l’esordio mondiale sabato prossimo contro l’Argentina alle 15.00 alla Otkrytie Arena di Mosca.

No, non è anche il faro di centrocampo in grado di smistare i palloni verso Bjarnason e gli attaccanti Sigurdsson e Finnbogason. No, Halldorsson ama dirigere lo spettacolo dietro la macchina da presa, nel vero senso della parola.

Prima di fare il professionista sul prato verde, infatti, l’estremo difensore del Randers (massima serie danese) ha fatto ciak su diversi set cinematografici per la realizzazione di videoclip pubblicitari e musicali. Non solo riprese amatoriali da proiettare nelle serate goliardiche con amici, ma qualcosa di molto più professionale: è stato responsabile del video per la presentazione dell’Islanda all’Eurovision Song Contest nel 2012, partecipando anche alla clip della canzone Never Forget di Greta Salome e Jonsi.

Il ct Hallgrimsson può contare, quindi, su un atleta di sicuro valore in campo (tra gli assoluti protagonisti del miracolo islandese a Euro 2016 fino ai quarti di finale) e sulla sedia da regista.
Halldorsson, tuttavia, non ha appeso il ciak al chiodo, anzi. Ha unito le due passioni della sua vita, dirigendo il nuovo spot della Coca Cola, confezionato appositamente per i vichinghi di Reykjavik. In un climax crescente, seguendo il ritmo del “viking clap”, nel video si vede la popolazione islandese nella sua quotidianità tra sport, pesca, scuola e famiglia, che all’unisono segue l’avventura Mondiale della nazionale, quella con il minor numero di abitanti a partecipare alla Coppa del Mondo

I pensieri di Hannes sono proiettati verso Russia 2018, ma vanno già oltre. Il 34 enne portiere non ha dimenticato la promessa del patron della Saga Film, la casa di produzione per cui lavorava. «Quando smetterai con il calcio, la sedia da regista è tua». Prima, però, c’è il ciak mondiale.

Se con l’avvicinarsi dei Mondiali riaffiora una certa amarezza per tutta l’Italia che non sarà presente, c’è un giocatore che porterà con sé un pezzetto della nostra bandiera e lo farà con orgoglio.

Si tratta di Alfred Gomis, calciatore di origini senegalesi che vive nel nostro paese dall’età di tre anni. Provvisto di doppia cittadinanza, ha scelto di seguire il Senegal nell’avventura mondiale e difendere la porta di quel paese di cui ha pochi ma importanti ricordi e che conserva le sue radici.

Cruciale è stato il suo ritorno in patria, che lo ha aiutato a ricordare i luoghi della sua infanzia e rivedere i suoi familiari. Un’esperienza forte, soprattutto quando ha visitato la tomba del padre morto di recente, che ha fatto scattare quel qualcosa che ha condizionato la sua decisione.

Ho scelto il Senegal per ricordare papà: quello che ha fatto per me e per i miei fratelli, tutti portieri anche loro, è stato pazzesco. Non eravamo certo benestanti e lui ha fatto sacrifici e rinunce enormi per realizzare il nostro sogno. E dire che io in porta da bambino ci sono finito controvoglia

Ma nel suo cuore c’è anche l’Italia e, durante un intervista per il Corriere della Sera, ecco cosa ha detto in proposito:

Porterò in valigia anche il tricolore, con orgoglio: mi sento italiano, per educazione e formazione, non solo sportiva. E sarò sempre grato all’Italia: sono arrivato quando avevo 3 anni, sono cresciuto prima a Cuneo e poi a Torino, l’ho girata per giocare. E quest’anno, anche se un po’ in ritardo, ho giocato la mia prima stagione in serie A, centrando una storica salvezza: meglio di qualsiasi sogno

Gomis, che milita nella Spal come portiere, nei prossimi giorni volerà in Russia per aiutare la sua nazionale a conquistare la Coppa del Mondo, perché in Senegal il calcio è considerato quasi una religione:

Sono pazzi per il calcio. È una valvola di sfogo fondamentale per tutta la comunità. Quando ci siamo qualificati per la Russia, a 16 anni dall’ultima volta, era impossibile girare per le strade, tutte intasate. Per noi non è un peso, ma una responsabilità verso la gente, quello sì

Le aspettative per la competizione mondiale ci sono ma senza mai perdere di vista l’obiettivo principale: divertirsi e giocare con il cuore. E con un pizzico di competitività che non guasta sperano di ottenere dei buoni risultati sin dalle prime partite, anche per merito dei grandi giocatori che hanno in squadra, come Koulibaly, di cui ha un’enorme stima.

Gomis, che non può non ricordare con amarezza le inquietudini del suo paese senegalese, come la schiavitù, ha sempre lottato contro i pregiudizi anche qui in Italia. Ma, ora che è considerato uno di noi, le cose sono cambiate e il calciatore ci tiene a sottolineare che gli italiani agiscono non per razzismo ma spesso per ignoranza:

Quando entro in un luogo mi guardano in un certo modo, poi quando mi sentono parlare molto bene italiano è diverso. Sicuramente l’Italia non è un Paese razzista, ma la situazione politica attuale può portare una persona comune ad aumentare i propri pregiudizi razzisti

E inevitabile a tal proposito viene affrontata anche la questione Balotelli e la sua fascia di capitano:

Per me il capitano è quello la cui parola pesa. Detto questo sono favorevole a dare la fascia a Mario. Che così sarà consapevole di rappresentare non più soltanto se stesso o un club, ma l’Italia intera

Personalità decisa e idee chiare: ecco cosa risulta evidente di Gomis da questa intervista. Lui, unico italiano che andrà al mondiale, con la voglia di vincere non solo per se stesso ma per gli schiavi neri, per suo padre e anche un po’ per il nostro paese.

I calciatori italiani sono sparsi ovunque tra Europa e resto del Mondo. Oggi la rubrica Italians si sposta alla “vicina” Grecia per parlare dell’unico calciatore italiano in terra ellenica.

Se fino a qualche anno fa a rappresentare l’Italia nella Super League greca era il difensore Bruno Cirillo, leader nel Paok Salonicco, attualmente a rappresentare l’Italia è il portiere del Panetolikos, Luigi Cennamo.

Classe 1980, l’estremo difensore Cennamo è nato a Monaco di Baviera. Il papà è napoletano mentre sua madre è greca. All’età di 3 anni però si trasferisce in Grecia a Salonicco. Il Paese greco diviene la sua casa.

Proprio a Salonicco muove i primi passi da calciatore. Nel capoluogo della Tessalonica, Luigi si forma umanamente e calcisticamente.

Il legame con l’Italia, seppur diviso fisicamente, è forte. L’amore per Napoli e per il Napoli sono il suo punto di cucitura con il Bel Paese.

Come prima domanda ti vorrei chiedere come sei riuscito a diventare portiere, da quando hai coltivato questa passione?

La passione per il calcio lo avuto giocando per strada con i miei amici di lì la voglia di diventare portiere. L’idea di poter salvare la mia squadra da un tiro o un’azione ma ha subito affascinato. Il piacere di essere unico.

Attualmente sei in Grecia, praticamente è quasi una seconda casa? Come ti trovi?

Posso tranquillamente affermare che la Grecia è la mia prima casa. Subito dopo metto l’Italia. Sono cresciuto qui e per tanto sono grato a questa terra. Amici e parenti sono qui in Grecia anche se ho alcuni famigliari a Napoli. Spesso li vado a salutare, anche se ora manco da qualche anno per via dei vari impegni di lavoro.

Come mai non sei mai riuscito a venire in Italia per provare un’esperienza nel calcio italiano?

Ho provato molte volte a presentarmi per qualche provino, ma essendo un portiere proveniente da un calcio estero, la situazione è più complicata. La scuola dei portieri italiani è molto buona e ogni anno ci sono nuovi talenti. La concorrenza quindi è molto forte e per un estremo difensore proveniente da altri campionati il livello di difficoltà è superiore.

Sei praticamente nato e cresciuto all’estero, in cosa ti senti realmente italiano?

Mi sento mezzo greco e mezzo italiano (ride, ndr). Una cosa è certa mi piacerebbe venire a vivere in Italia per provare a vedere cosa si prova ad essere italiani al 100%. La mia famiglia si è ambientata bene qui in Grecia, però mai dire mai.

Vieni spesso in Italia, magari per piacere o vacanza?

Vengo in Italia almeno ogni 4/5 anni per salutare i miei parenti. Ho tanti cugini nel napoletano, tra Napoli, Ischia e Positano. Mi piacciono tanto quei posti e adoro stare in famiglia. La prossima estate quasi sicuramente ritornerò in Campania per fare un salto e magari una vacanza.

Anche se non hai provato in prima persona il calcio italiano, sapresti comunque dirmi quali secondo te sono le sostanziali differenze tra il calcio greco e quello italiano?

La differenza tra il calcio italiano e quello greco è netto. Vivendolo quotidianamente e in prima persona posso ribadire che il calcio ellenico ha molti problemi. Il gap tra la Serie A e la Super League Greca è netto, su una cosa però c’è da complimentarsi con la Grecia, ed è il tifo. I tifosi greci hanno tanta passione così come gli italiani. Gli stadi sono sempre pieni e il pubblico è sempre vicino alla squadra.

Qual è stata l’esperienza più bella e importante della tua carriera?

Ho un ricordo piacevolissimo della stagione 2010/2011 proprio con la mia squadra attuale, il Panetolikos. Dopo una prima parte di stagione molto sofferta, siamo riusciti a conquistare una storica promozione in Super League dopo ben 36 anni. I tifosi hanno festeggiato per oltre due mesi e la città di Agrinio per motlo tempo è stato in un clima di festa. I tifosi sono molto caldi e ci sono sempre vicini, è stato emozionante.

I tuoi genitori hanno lasciato la Campania per cercare lavoro in Germania, è stato difficile cresce lontano dai cari?

Devo dire che essendo già nato in Germania ha facilitato le cose. Diciamo che avendo sempre i miei genitori vicino non ho sentito molto la mancanza di altri cari. Sono cresciuto comunque con l’affetto e mi reputo molto fortunato.

Il calcio ti ha dato molto? Credi che anche tu abbia dato molto allo sport?

Il calcio è stato ed è tuttora per me una scuola, la scuola della vita. Mi ha dato la possibilità di guadagnare, lo ammetto, ma mi ha dato tanto soprattutto a livello umano. L’esperienza e l’autostima mi è stata data proprio grazie a questo sport. Dopo 21 anni di carriera posso certo ribadire che il calcio mi ha fatto diventare quello che sono: un professionista ma anche uomo.
Mi piacerebbe anche dare e non appena smetterò mi dedicherò agli insegnamenti ai bambini, perché mi piacerebbe offrire loro quello che è stato dato a me.

Cosa credi che ti manchi ancora, a livello sportivo e umano?

Essendo uomini, siamo essere imperfetti e ogni giorno vogliamo qualcosa in più. Anche io sono del parere che mi mancano ancora tante cose. Non è una gara a chi è più bravo, ma ogni giorno dobbiamo avere la voglia di continuare ad imparare.

Hai un sogno nel cassetto?

In realtà se la domanda mi fosse stata fatta qualche anno fa, avrei elencato molte cose. Negli ultimi ani però sono maturato di più e posso ritenermi fortunato di quello che ho: famiglia, calcio ecc… Vivo il presente al 100% così che io mi possa sentire appagato.

Se ti dovesse arrivare una proposta dall’Italia, l’accetteresti?

Si perché no! Cosa la vita mi offre l’accetterò, anche perché mi piacerebbe vivere in Italia sia da comune cittadino e magari anche da portiere.

Sei l’unico italiano che gioca in Grecia, consiglieresti ad altri portieri a fare un’esperienza all’estero?

Un portiere deve essere professionale. Tuttavia se non ci sono altre proposte interessanti, consiglierei un’avventura nel calcio greco. Nonostante tutto si vive bene e c’è la passione.

Dario Sette

A pochi giorni dalla partita decisiva che deciderà le sorti della nazionale italiana ai Mondiali di Russia 2018, Buffon parla di sé e dei suoi progetti ai giornalisti, senza nascondere la sua determinazione a qualificarsi nella sfida contro la Svezia.

Ma ciò che lascia un profondo rammarico nel cuore di tutti i suoi tifosi è sicuramente la parola “ritiro” che ancora una volta Buffon pronuncia, dando per scontata anche una data precisa. E così il grande portiere della nazionale azzurra, leader e capitano della Juventus, è proprio deciso ad abbandonare lo sport che l’ha portato al successo.

Ormai ho preso la mia decisione e quando sei più vicino alla fine della tua carriera, naturalmente pensi a tutti i tuoi successi e record e ti rendi conto del tipo di giocatore che sei

A fine stagione Gigi Buffon non giocherà più. Una decisione che il giocatore ha meditato a lungo e che adesso ha preso forma ed è stata ufficializzata. Il mondo calcistico perde un grandissimo campione, ma c’è chi spera ancora ad un ripensamento, magari vincendo la Champions League.

Proprio questo trofeo è l’unico mancante nella sua collezione di successi e forse sarebbe la spinta a continuare di cui ha bisogno il nostro Buffon per non mollare.

Una carriera in continua ascesa: svariati scudetti vinti, 5 partecipazioni al mondiale, di cui uno vincente nel 2006 anche grazie alle sue formidabili parate, e la premiazione Fifa come miglior portiere dell’anno 2017, non sono traguardi che riesce a raggiungere chiunque. Ma Buffon non ha ancora finito di regalare emozioni nel campo e oltre ai suoi impegni fino alla chiusura della stagione con la squadra juventina, guarda con ottimismo alla prossima competizione mondiale russa, dove l’Italia non può assolutamente mancare.

La qualificazione a Russia 2018 è una priorità sia per me che per il calcio italiano. Noi dobbiamo qualificarci al Mondiale, per la nostra storia e tradizione calcistica. Con la Svezia sarà dura. Giocano un calcio di alto livello e non ti regalano nulla sul campo. Dobbiamo conquistare la vittoria soffrendo e facendo il massimo, perchè se hai la forma migliore, puoi perdere facilmente. Ho grande rispetto per loro e sono curioso di vedere come sarà affrontarli 

Un’altra sfida per questo giocatore e portiere che in campo non si è mai risparmiato e che vuole siglare la sua sesta partecipazione ad un mondiale.

Nonostante la sua decisione, lo vedremo ancora in porta, dunque, a dare man forte ai suoi compagni di squadra sia nella Juventus che nei play off contro la Svezia il prossimo 10 novembre nella gara di andata e il 13 novembre in quella di ritorno.

E nel frattempo non resta che aspettare come si evolveranno le sfide della Champions League per scoprire se Buffon saluterà davvero il mondo del calcio oppure lo vedremo ancora dare del filo da torcere ai marcatori delle squadre avversarie.

Da santo a giullare e tutta una vita passata a riabilitarsi per una partita. Per una sola partita storta. Capro espiatorio di una debacle collettiva, eppure i mirini di stampa, tifosi e popolo era tutti puntati su di lui. Valdir Peres è l’incarnazione umana delle parole leggere e pungenti dello scrittore Eduardo Galeano che, nel romanzo “Splendori e miserie del gioco del calcio”, alla voce portiere dice questo. Da leggere tutte d’un fiato:

Lo chiamano anche portiere, numero uno, estremo difensore, guardapali, ma potrebbero benissimo chiamarlo martire, paganini (nella zona rioplatense indica scherzosamente chi paga il conto), penitente, pagliaccio da circo. Dicono che dove passa lui non cresce l’erba. E quando la squadra ha una giornata negativa, è lui che paga il conto sotto una grandinata di palloni, espiando peccati altrui. Gli altri giocatori possono sbagliarsi di brutto una volta o anche di più, ma si riscattano con una finta spettacolare, un passaggio magistrale, un tiro a colpo sicuro: lui no. La folla non perdona il portiere. E’ uscito a vuoto? Ha fatto una papera? Gli è sfuggito il pallone? Le mani di acciaio sono diventate di seta? Con una sola papera il portiere rovina una partita o perde un campionato, e allora il pubblico dimentica immediatamente tutte le prodezze e lo condanna alla disgrazia eterna. La maledizione lo perseguiterà fino alla fine dei suoi giorni

Valdir Peres è stato questo. Semplicemente vittima. Lui era l’estremo difensore della Nazionale brasiliana durante il Mondiale del 1982, quello disputato in Spagna e a noi, italiani, tanto caro quanto immortale.
Voluto dal ct Telé Santana per difendere i pali, Valdir Peres si trovò davanti l’uragano Paolo “Pablito” Rossi nella partita vinta dall’Italia 3-2 contro i verdeoro. Era il 5 luglio 1982, la “Tragedia del Sarrià”, venne ricordata da sponda brasiliana quella disfatta, a Barcellona, nell’Estadio Sarrià. Portiere contro portiere: da un lato, Zoff osannato e benedetto con tanto di parata del secolo a tempo scaduto; dall’altro il brutto anatroccolo.
Quella fu anche l’ultima partita per Peres in Nazionale: ritenuto uno dei maggiori colpevoli non sarà mai più convocato nella Seleção. Al rientro a casa, fu deriso da tutti: un ragazzino, all’aeroporto, gli consegnò un disegno, la sua caricatura con su scritto “Valdir Peres, specialità polli allo spiedo”.

A vedere e rivedere le immagini di quella partita, Peres non commise alcun errore grossolano o pacchiano sui tre gol subiti. Non aveva responsabilità, almeno lui. In realtà, tutto quel Mondiale fu una gogna: all’esordio contro l’Urss intervenne a “saponetta” su un tiro innocuo di Bal che segnò la rete del vantaggio dei sovietici. E giù con le critiche che si trascinarono anche a rassegna terminata.

Valdir sembrava un pesce fuor d’acqua in una squadra di prime donne tutte altezzose, lui pelato a 25 anni assieme a compagni dalla chioma fluente. Eppure prima del Mondiale 1982, Peres era un vincente: quattro campionati paulisti, una Copa do Brasil e un titolo nazionale oltre alla conquista, nel 1975, del Bola de ouro, il pallone d’oro brasiliano, primo portiere a vincere il trofeo  e ad aprire le porte ai vari Taffarel e Rogerio Ceni.

Ma non bastava. Così da santo divenne giullare. Sì, venne anche chiamato Sao Valdir: era il 19 maggio 1981, amichevole di prestigio Stoccarda, tra Brasile e Germania Ovest. A dieci minuti dal termine, con i verdeoro avanti 2-1, i tedeschi beneficiarono di un rigore e sul dischetto si presentò lo specialista Breitner. Il primo tentativo fu respinto da Peres, ma per il direttore di gara il portiere si era mosso anzitempo e il penalty era da ripetere. Al secondo tentativo Breitner cambiò angolo, ma il numero uno brasiliano respinse nuovamente: 

Al rientro in albergo il personale di servizio dell’hotel mi portò in trionfo. Avevano visto la partita in tv ed erano rimasti impressionati dalle mie prodezze. Rimasi sorpreso di fronte a tale slancio emotivo. La stampa brasiliana il giorno dopo parlò apertamente di Sao Valdir

La rivincita delpelato contro il capellone.
E’ morto il 23 luglio 2017, all’età di 66 anni colpito da un infarto durante una festa di compleanno a Mogi Mirim, nello stato di San Paolo. Non poteva andarsene via se non nel mese di luglio. Splendori e miserie del gioco del calcio.

 

Fonti:
Storie di calcio;
Calcioesteronews.it

Continua il viaggio di “Italians” alla ricerca di sportivi italiani che militano all’estero in attività sportive e campionati culturalmente diversi da quelli europei.

Torniamo in Nord America per riparlare di calcio. Ebbene sì nel campionato soccer di Mls, precisamente in Canada, non ci sono solamente fenomeni italiani come Giovinco, Mancosu e Donadel, ma tra i pali del Vancouver Whitecaps milita il milanese Paolo Tornaghi.

Portiere cresciuto nelle giovanili dell’Inter e in assoluto il primo italiano a firmare con una squadra di Major league soccer, lo ha fatto nel 2012 con i Chicago Fire.

In Italia, purtroppo, non ha avuto una carriera facilissima. Le esperienze in prestito dall’Inter in Lega Pro (Como e Rimini) non hanno sortito in Paolo Tornaghi quella situazione di stabilità anche a causa di infortuni.

Da lì il progetto di volare oltreoceano, firmando un contratto con il Chicago Fire e la stagione successiva con il Vancouver Whitecaps dove ora è un pilastro dello spogliatoio.

Come sta andando la tua esperienza a Vancouver?

Sono alla quarta stagione nei Whitecaps. Direi che dopo i primi anni di soddisfazioni (playoff Mls e vittoria Canadian Cup), quest’anno abbiamo fatto un po’ più fatica. Per fortuna siamo arrivati fino alla semifinale di Concacaf Champions League a febbraio, che è stata un traguardo storico per il club.

Come mai hai scelto di volare in America?

Dal 2010-2011 ho iniziato a pensare concretamente di fare un’esperienza all’estero. Ho vissuto da dentro il fallimento del Rimini in Lega Pro, con le grandi difficoltà che comporta per un calciatore e forse poi il lungo infortunio per pubalgia che ho avuto mi ha caricato ancora di più. Nel gennaio 2012 si fecero avanti i Chicago Fire che cercavano un portiere da affiancare al titolare che sarebbe stato impegnato spesso con la nazionale Usa per le Olimpiadi. Ho preso i guanti e sono partito.

Cresciuto nelle giovanili dell’Inter, difficilmente poi si sfonda nel calcio che conta. Che cosa si deve fare per entrare nel giro delle grandi squadre?

Vuoi per il ruolo, vuoi per la situazione nel post Mourinho, all’Inter regnava tanta confusione a quel tempo. Mi era molto chiaro che le mie opportunità le avrei dovute cercare altrove. Sono pochi coloro che ce l’hanno fatta (Balotelli, Bonucci, Destro e Santon). Direi che già a livello Primavera bisogna veramente imporsi tra i 4-5 migliori giocatori dell’intero campionato. Ovviamente ci vogliono qualità, umiltà ma anche tanto impegno e una buona dose di fortuna.

Come sono i rapporti nello spogliatoio?

La nostra squadra rispecchia molto la città dal punto di vista multietnico. Siamo il club con più stranieri Il fatto che ci sono molti sudamericani sento meno la nostalgia dell’Italia. I nordamericani fanno da collante tra i vari stranieri ed è grazie a loro che il gruppo è unito.

Come si vive a Vancouver?

Vancouver è una città molto vivibile e multietnica, in cima a tante classifiche mondiali per qualità della vita. In inverno non fa freddissimo ma devi avere con te sempre l’ombrello (ride, ndr). Molti qui fanno sport invernali ma chiaramente a me non è permesso. Per fortuna con l’arrivo dell’estate ci si può rilassare in spiaggia, camminare o andare in bicicletta nei grandi parchi cittadini o per il lungomare. Grazie alle tante culture presenti, anche i ristoranti sono particolari e di qualità. Seguo anche altri sport come l’Nba e il Football.

Com’è stato l’ambientamento in America?

L’impatto con gli Usa è stato imponente dato che non sono venuto qui come turista. Ai tempi poi i Chicago Fire non mi diedero una grossa mano ad adattarmi e dovetti arrangiarmi da solo ad esempio per trovare casa. Ci sono stati episodi anche goffi come la difficoltà ad abituarsi a dormire senza oscurare le finestre. Qui sono abituati a non avere persiane e le prime notti sono state da incubo con il sole negli occhi come ti sveglia. Nel mio primo appartamento, inoltre, la lavanderia era in comune a tutto il palazzo, come succede in molti edifici americani, non si contano le volte che ho dimenticato il bucato nella lavatrice per tutta la notte o anche fino alla sera dopo (ride, ndr).

Come valuta attualmente il livello del campionato Mls?

Il livello è cresciuto molto e si sta sviluppando sempre più. Direi che una grossa mano l’hanno data i tanti giocatori sudamericani che, non essendo ancora pronti per il calcio europeo, passano prima in Mls. Poi certo, giocatori come Giovinco, Villa, Drogba e Pirlo fanno il 70% della fase offensiva di una squadra, facendo gol e creando occasioni in ogni partita.

C’è qualche sogno che non hai ancora realizzato?

Beh si certo tantissimi. Quello sicuramente più grande, che ho potuto assaporare da ospite quando ero aggregato alla prima squadra all’Inter è quello di giocare una partita di Champions League. Per un giocatore sarebbe il top sentire l’inno direttamente in campo.

Hai sempre avuto una propensione nel fare il portiere o c’è stato qualcuno o qualcosa che ti ha spinto per caso a stare tra i pali?

Ho iniziato all’età di 7 anni come attaccante nella squadra del mio paese, Cormano. Durante un esercizio di tiri in una porta vuota bisognava andare a recuperare il proprio pallone appena calciato nella rete. Io, dopo aver calciato e recuperato il mio, mi fermai nella porta aspettando il tiro del mio compagno. Quattro tiri parati e l’allenatore mi chiese se volevo fare il portiere e da li iniziò tutto.

Tra le varie esperienze estere quale ti ha soddisfatto di più a livello professionale e umano?

Sia a Chicago che qui a Vancouver ho vissuto belle stagioni. L’esordio con i Fire davanti a 60mila spettatori è stato emozionante. Lo staff aveva grande fiducia in me. In Canada invece vivo bene anche per i bellissimi rapporti umani coltivati con i compagni e le loro famiglie e per la vita nella città.

Hai intenzione di rientrare in Italia?

Facendo questo mestiere non si può porre limiti al futuro. Io non escludo veramente niente pensando al prosieguo della mia carriera. Dopo quasi 6 anni cosi lontano dall’Italia e dall’Europa sono sincero che sento la mancanza di tanti aspetti e se dovesse capitare un’opportunità ci penserei veramente su. Ma se ciò non dovesse succedere andrò avanti insieme a tutta la Mls in questa incredibile crescita del calcio americano.

Il portiere ha voluto salutare i nostri lettori…


Dario Sette