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Se vinci la Coppa Italia volley è già una gioia, specie se ciò avviene al tie break e dopo una rimontona. È quello che è successo al Perugia nella finale contro la Lube Civitanova sul campo neutro di Bologna.

A sorridere è la Sir Safety Conad Perugia che, al quinto set, è riuscita a trionfare per quello che è il secondo trofeo nazioanle consecutivo.

Nuova delusione, invece, per la Lube Civitanova che si vede ancora negata una vittoria che all’inizio è sembrata in discesa. I marchigiani, infatti, sono partiti con la conquista dei primi due set, poi c’è stato il ribaltone da parte di Perugia.

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Ancora vittoria per la Sir Perugia

Per i cucinieri ennesima sconfitta degli ultimi mesi. Tra il 2018 e in queste prime settimane del 2019 le finali perse sono addirittura sette. Il flop nella finale di Coppa Italia si va ad aggiungere alle cinque della scorsa stagione e al Mondiale per Club contro Trento.
Una vera e propria maledizione che non tende a smettere.

Da Bari a Bologna, la Sir Perugia ottiene un bel bis

Per i perugini il doppio 21-25 subito nei primi due set non hanno scomposto la squadra che, anzi, ha saputo riorganizzarsi e cambiare l’inerzia del match guidati dal cubano naturalizzato polacco, Leon, il quale ha saputo dare il colpo vincente del 26-24 al terzo set. Per il resto la gara è stata molto equilibrata con la Lube che non è riuscita a chiudere la partita al quarto set per poi capitolare al tie break.

 

 

 

 

 

 

 

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What a game yesterday! I’m so happy with this victory in #delmontecoppa🏆🥇The TEAM has made it🔥💪🏾Thanks for the support to @sirmaniaciofficial 👏🏾

 

Un post condiviso da Wilfredo León Venero (@wilfredo_leon_official) in data:

 

Sapete quante volte non si è disputata la Maratona di New York dal suo primo anno d’esordio, nel 1970? Sono in una circostanza, nel 2012, a causa del devastante uragano Sandy. Quell’anno, Leonardo Cenci avrebbe voluto partecipare alla storica corsa che attraversa i cinque distretti della Grande Mela e passa per il famigerato ponte di Verrazzano; si stava allenando duramente per essere in forma, lui che ha iniziato a correre dal 1999. Ma quel momento, quell’attesa si allungarono di giorni in anni: non era performante, poi la febbre alta. Dopo una lastra toracica è emersa una massa grande quanto una pallina da tennis al polmone destro; pare sia adenocarcinoma al quarto stadio, ma poco dopo la brutta notizia, diventa pessima: una tac alla testa evidenzia metastasi celebrali e alle ossa.

Leonardo, però, quell’edizione del 2012 annullata la colse come segno del destino e mi confidò: «Alzai gli occhi al cielo e pensai: è un messaggio per me, qualcuno mi sta dicendo “pensa a curarti che la maratona aspetta te”».

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Leonardo è morto questa mattina, poco dopo le 10. Come ha scritto la sua associazione “Avanti tutta” in un post su Facebook, «di questi sei anni che gli sono stati “regalati” dalla malattia non ha sprecato neanche un giorno», ma da qualche settimana il suo quadro clinico era peggiorato. Un primo ricovero i primi di novembre, poco dopo il suo compleanno per un improvviso abbassamento della vista causato dalle metastasi al cervello. Poi si è ripreso e ha continuato le sue innumerevoli attività. Alla vigilia di Natale, però, un attacco epilettico. E stavolta la situazione è apparsa subito più seria. Leo non ha rinunciato a nulla fino all’ultimo, nonostante le condizioni aggravate.

Un ragazzotto di 46 anni, i medici gli avevano dato sei mesi di vita, ma lui questa sfida l’ha subita accettata e si era detto: «Vediamo, quanto sono terminale?». Si rialzò, riprese prima a camminare, poi a correre, ad allenarsi, a essere – paradossalmente –  sostegno e conforto per chi gli stava vicino. Perché sorrideva alla vita e diceva che in fondo aveva «una clessidra con meno granelli».

Convinto e cocciuto, si segnò sul calendario quel 2012, quella Maratona di New York rimasta sul groppone, aveva un grande obiettivo: con fierezza voleva essere il primo maratoneta italiano a correre con un cancro ancora in atto e dimostrare che si può convivere con la malattia. Ci riuscì nel 2016, ma non gli bastava, lui voleva tagliare il traguardo con un tempo preciso: battere il record di Fred Lebow, cofondatore della maratona e unico atleta al mondo, prima di lui, a partecipare con un cancro in atto.

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E secondo voi com’è finita? Leonardo ce l’ha fatta, tagliando il traguardo in 4 ore 27′ e 57” e superando le 5 ore 32′ 34″ di Lebow.  Una medaglia al collo e un selfie ironico-irriverente (nel senso buonissimo del termine) alla consegna, nel 2017, di una prestigiosa onorificenza, il titolo di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, conferito proprio da Sergio Mattarella.

Leonardo è un vincente, la sua linguaccia era uno smacco alla malattia. Grazie per il prezioso insegnamento. Corri ancora Leonardo!

Appartiene a quella categoria che non invecchia perché anzianotto già da giovane. Fabrizio Ravanelli compie 50 anni, la Penna bianca più famosa del calcio italiano. Il capello argentato che l’ha reso unico e immortale soprattutto per i tifosi della Juventus. Il gol in finale contro l’Ajax è l’ultimo sigillo vincente in una finale di Champions League per i bianconeri. Poi sono arrivate le reti di Del Piero, Morata e Mandzukic ma nessuna ha portato la Coppa a Torino. Cristiano Ronaldo studia da Ravanelli per centrare quel trofeo maledetto dalle parti di Madama.

La sua storia d’amore con la Juventus inizia nell’estate 1992. Fabrizio, con quei capelli, ricorda molto Roberto Bettega. L’attaccante, perugino di nascita, ha 24 anni. Arriva in una squadra che vive la sua lunga fase di transizione dopo l’epopea d’oro degli anni Ottanta. In panchina c’è nuovamente Trapattoni, davanti Baggio, Möller, Casiraghi, Di Canio e il super colpo del mercato. Gianluca Vialli dalla Sampdoria. Ravanelli segna il suo primo gol in bianconero in Coppa Uefa, a Famagosta contro l’Anorthosis. Quell’anno vince quella Coppa battendo il Borussia Dortmund in finale.

Ma è con l’arrivo di Marcello Lippi nel 1994 che la sua carriera svolta. E’ l’elemento centrale del tridente con Vialli e Del Piero. Roby Baggio è più defilato nelle gerarchie. Il ritorno dello scudetto a casa Juve coincide con una stagione da mattatore per Ravanelli. 30 reti in 53 partite, festeggiate con la testa sotto la maglietta. Un’annata che Penna Bianca ricorderà per sempre anche per la scomparsa del suo grande amico, Andrea Fortunato.

Se con lo scudetto entri nella storia, con un gol decisivo in finale di Champions sei nella leggenda. 1995-1996, la stagione che riporta la Juve sul trono europeo. 22 maggio 1996, stadio Olimpico di Roma. Al 13’ Ravanelli sfrutta un errore di Frank De Boer in difesa, anticipa Van Der Saar e colpisce il pallone che lentamente supera la linea di porta. Silooy salva la palla troppo tardi. Il vantaggio juventino viene impattato da Litmanen, serviranno i rigori per sancire il trionfo bianconero con il rigore di Jugovic. Ma, come spesso capita, le storie d’amore si interrompono sul più bello.

Nell’estate 1996 Ravanelli viene ceduto in Inghilterra al Middlesbrough. Al Boro diventa Silver Fox. Esordisce con un tris al Liverpool, segna 31 gol in 48 partite ma la squadra retrocede. Lui diventa però un beniamino dei suoi tifosi. Oltremanica resta solo un anno, poi va a Marsiglia, torna in Italia nella Lazio e vince lo scudetto 2000, proprio contro la Juve, naufragata nel pantano della sua Perugia. Chiude la carriera in Umbria dopo le nuove esperienze in Gran Bretagna tra Derby County e Dundee.

Dopo alcune sfortunate panchine da allenatore, oggi è un ambassador bianconero con le Juventus legends. Il bianconero tatuato sulla pelle e sui capelli, da sempre.

Ravanelli, in campo tra le Juventus Legends

Uno è nella parte finale della sua carriera, l’altro è un giovane emergente. Massimiliano Allegri e Gennaro Gattuso sono stati compagni di squadra a Perugia tra il 1995 e il 1997. I due tecnici impegnati nel big match della giornata tra Milan e Juventus si conoscono sin da quando erano giocatori. Entrambi in Umbria, entrambi a centrocampo con profili diversi. Allegri, piedi buoni e visione di gioco, ma poca abnegazione e voglia di migliorare. La lacuna che ha colmato da allenatore e che gli ha impedito una carriera migliore da calciatore. Gattuso, limiti tecnici ma predisposizione al sacrificio e la lavoro. La dote che gli ha permesso di diventare campione del mondo di club e con la Nazionale.

Perugia 1995-1996: Allegri è il primo in piedi a destra

Lui è stato un mio ex compagno a Perugia. Io avevo 16 anni e lui era il mio capitano, mi ha sempre rispettato, mi ha sempre dato i premi, mi ha trattato come un giocatore vero, non l’ho mai dimenticato

Nel 1995 Max Allegri ha 28 anni, è reduce da una girandola di maglie tra cui Pescara e Cagliari. Gattuso è agli esordi, 17 anni e due scudetti con la Primavera umbra. Il Perugia, in serie B, ottiene la promozione in serie A dopo 17 anni. Dopo Walter Novellino, il tecnico che porterà la squadra al terzo posto è Giovanni Galeone, mentore di Allegri. L’attuale allenatore della Juve è protagonista della stagione con 26 presenze e 7 gol, per Gattuso invece solo le briciole, evidentemente ritenuto troppo acerbo (2 presenze).

L’anno successivo, quello nella massima serie, si rivela piuttosto tribolato. Il presidente Luciano Gaucci non riesce a trovare la quadra in panchina. Si alternano Galeone e poi Nevio Scala, ma i risultati non cambiano. Nonostante l’annata da protagonista di Marco Negri (15 gol) gli umbri si classificano al 16mo posto e retrocedono. Le strade di Allegri e Gattuso si separano a stagione in corso. Nel gennaio 1997 il centrocampista livornese va a Padova in serie B. Dopo qualche mese anche Rino fa le valigie ed emigra in Scozia nei Glasgow Rangers.

Gattuso con la maglia dei Glasgow Rangers

I due si ritroveranno al Milan anni dopo. Allegri allenatore, Gattuso in campo. Non mancheranno le scintille soprattutto perché Ringhio è a fine carriera. L’attuale tecnico rossonero non gradisce le poche presenze e decide di andarsene al Sion, sbattendo la porta. Poi, recentemente, c’è stato il chiarimento come lo stesso Gattuso ha ammesso.

Da allenatore devo ringraziarlo perché aveva ragione. Ci siamo chiariti, gli ho chiesto scusa e da qualche anno a questa parte c’è un grandissimo rapporto. Gli invidio la bravura

Allegri e Gattuso al Milan

Corea del Sud, Golden gol, Byron Moreno e Ahn Jung-hwan. Quattro indizi che fanno una prova, anzi apparecchiano il luogo perfetto dell’omicidio calcistico. Sono passati quindici anni dai Mondiali nippocoreani che videro l’Italia del Trap eliminata sciaguratamente dalla Corea del Sud del perugino Ahn e dall’allenatore globetrotter Guus Hiddink.
Una debacle per una Nazionale sulla carta senza dubbio valida tanto da potersi spingere più in là nel torneo, ma frenata dal ct Trapattoni con le sue maniacali fisse che andavano al di là delle reali insidie delle avversarie. Chi si ricorda del terzino ecuadoregno Ulises de la Cruz!? E dell’acqua santa scaramantica usata in panchina?

Il Mondiale del nuovo millennio, del futuristico pallone Fevernova, della prima volta che due paesi, Giappone e Corea del Sud, uniscono le proprie forze per metter su la più gigantesca manifestazione sportiva dopo le Olimpiadi. E poi c’è l’Italia di Buffon, Nesta, Maldini e Cannavaro, di un centrocampo di rottura con Cristiano Zanetti, Tommasi e Di Biagio e poi la qualità e la forza lì davanti con Totti, Vieri, Inzaghi e Del Piero. Con Roberto Baggio lasciato a casa.

Un’Italia che si fa piccolina piccolina, timorosa, col freno a mano tirato e senza esprimere davvero un calcio dominante se non nel match inaugurale contro l’Ecuador, vinto per 2-0 con doppietta di Vieri. Poi la sconfitta per 2-1 contro la Croazia e il pareggio acciuffato per 1-1 contro il Messico grazie alla rete di Del Piero. Piccola nota a margine: l’Italia si qualifica agli ottavi portandosi un bagaglio di quattro gol annullati in due partite tra presunte strattonate e un dubbioso fuorigioco.

E poi arrivò Byron Moreno. Era il 18 giugno 2002 e l’Italia si spostò dal Giappone in Corea, proprio contro i padroni di casa per un ottavo di finale estremamente infuocato. Nello stadio di Daejon si rievocarono spiacevoli fantasmi: “Again 1966” era il messaggio di benvenuto agli azzurri, chiaro il riferimento alla disfatta del Mondiale del 1996 per mano di un’altra Corea, quella del Nord.
Contro i padroni di casa, contro un clima ostile, all’Italia si aggiunse anche la beffarda esibizione arbitrale di Moreno che iniziò subito dopo quattro minuti, quando decise di rendere omaggio ai coreani con un rigore generoso per una trattenuta di Panucci, ma Buffon parò, facendo rimanere in gola l’urlo di gioia di Ahn e dei tifosi rossi.
E’ poi sempre Vieri a sbloccare il match al 18′, a forzare una partita impari dove l’ago della bilancia vestito di nero pendeva nettamente dalla parte dei coreani: il fallaccio su Zambrotta, la ferita alla testa di Coco, il fallo a limite dell’area su Totti rimasero gesti impuniti.

I padroni di casa erano, così, galvanizzati, gli italiani invece iniziarono a perdere le staffe e la concentrazione. Vieri sbagliò alcune clamorose occasioni con il risultato di dover difendere alla bell’e meglio un misero gol di scarto. Tutto invano perché all’87’ l’Italia, per rimanere in tema mitologico nipponico, si fece harakiri: Panucci s’incartò su un cross dalla destra e Seol incrociò di sinistro sul palo lontano. Stadio in fiamme e azzurri nel panico, costretti in extremis ai supplementari.

Lo spauracchio del Golden gol incuteva quasi meno paura rispetto a Byron Moreno che, durante l’extra-time, sfoggiò il meglio: doppio giallo a Totti per una simulazione che non lo era e gol regolare annullato a Tommasi. Il finale era già tutto scritto e fu Ahn, il perugino, a prendere in mano penna e calamaio per scrivere la parola fine: al 115′, Maldini è in ritardo, Ahn spizzica quel tanto che serve a bucare Buffon.
L’Italia era fuori agli ottavi dal Mondiale, la Corea proseguì il suo cammino facendo fuori la Spagna ai quarti, con annesse polemiche, prima di capitolare in semifinale contro la Germania.

Fu un triste epilogo: Paolo Maldini, bersagliato dalle critiche, decise di smettere con la maglia azzurra (rifacendosi con il Milan con la Champions l’anno successivo giocando pressoché tutte le partite della stagione), di Byron Moreno non se ne sentì più parlare tranne qualche anno dopo quando fu condannato a due anni e mezzo di reclusione per traffico internazionale di stupefacenti.

E Ahn? L’idolo per il proprio paese, antieroe mal riuscito in Italia fu cacciato dal vulcanico patron del Perugia, Luciano Gaucci, che sulle colonne della Gazzetta dello Sport, il 19 giugno, disse:

Non lo voglio più vedere: ha offeso il paese che lo ha accolto

Arrivò in Italia con un’affermazione audace, dicendo di voler essere meglio di Nakata. Lasciò l’Italia dopo due stagioni con 30 presenze sporadiche e cinque gol. Ma con un grande dispiacere: consegnare all’Italia il biglietto di ritorno nel Mondiale del 2002.

Volare in Indonesia per fare quello che si ama fare deve essere una scelta difficile ma al tempo stesso affascinante. È ciò che è successo alla pallavolista Veronica Angeloni che, dopo anni al centro delle cronache sportive e rosa, ha deciso di trasferirsi dall’altra parte del mondo per fare quello che ha sempre fatto: giocare a pallavolo.

Non è certo la prima esperienza fuori dai confini italiani dato che la schiacciatrice toscana ha vestito la maglia anche dello Zarec’e Odincovo (Russia) e Saint-Raphael (Francia), prima di spostarsi in Asia per giocare nel Gresik Petrokimia.
Con la compagine indonesiana ha subito colto le redini da leader facendo parlare molto di sé, lasciando da parte le voci del gossip. Veronica ha preso la sua squadra in mano. Dinamismo e voglia di fare bene hanno fatto sì che il mister le abbia dato molte responsabilità.

Come valuti questi primi mesi in Indonesia? E qual è il livello del campionato?

L’Indonesia è stata una grande sorpresa, una bella esperienza di vita e sportiva!
Per quanto riguarda il livello, pensavo di ritrovarmi una situazione più deficitaria o forse io non sapevo bene cosa aspettarmi. Tuttavia sono rimasta piacevolmente stupita quando ho visto una grande organizzazione e una grande passione anche da parte del pubblico! Le atlete sono molto tecniche e un pochino più basse di noi europee.

Non sono molto brava a mostrare le emozioni… mi riesce meglio scriverle… trasmetterle tramite una canzone… o forse tatuarmele addosso…. per questo voglio scrivere qua… quello che per che me è stata L Indonesia… Non è facile partire all improvviso, mollare tutto e tutti… andare alla cieca senza sapere cosa ci possa aspettare… ma il bello sta proprio lì,nella sorpresa,nello stupore di un mondo diverso,ma totalmente pieno di emozioni,di persone dolci,sorridenti.. magiche… Ho cercato di raccogliere i momenti migliori,di affrontare tutto con il sorriso come sempre faccio.. di sdrammatizzare i momenti difficili,magari soffocare il pianto.. e alla fine eccomi qua!pronta a tornare a casa,sapendo che tutto questo mi mancherà… mi mancherà @hayley_spelman la mia compagna di squadra,mi mancherà @putrivitriani il mio angelo custode,le ragazze,lo staff,l allenatore,il mio amico @wahyu.tri.nugroho ! Sono felice di essere entrata in punta di piedi in una realtà che non conoscevo ed essermi guadagnata poco alla volta stima e fiducia di tutti!tanto,da diventare capitana!cosa che mi ha riempita d orgoglio. SONO FELICE! Questo per dire: Osate! Mettetevi in gioco! La vita riserva sempre sorprese immense… Mi mancherà la mia Indonesia! E la cosa bella è che so che mancherà anche a molti di voi che L avete vissuta tramite le mie storie e tramite i miei occhi…. ❤️?? #life #sport #volleyball #indonesia #PBVSI #proliga2017 #gresikpetrokimia #aroundtheworld #backhome #italy #soon #happy #lovemylife #madness #soul #pierinalapeste

Un post condiviso da Veronica Angeloni (@veroangeloni) in data:

Sei riuscita subito ad ambientarti? Come ti hanno accolta?

Direi che mi sono ambientata benissimo. Qui la gente è dal carattere solare e disponibile. Mi sono sentita subito parte di un gruppo e giorno per giorno le mie compagne si sono legate a me ,come io a loro.

Cosa ti ha spinto a provare un’esperienza altrove?

Posso dire che una serie di eventi mi hanno spinta a prendere questa decisione. Per me è un’opportunità unica poter girare il mondo grazie al mio sport che poi è il mio lavoro.

Com’è vivere in Indonesia? E a Gresik?

Beh diciamo che le differenze con l’Italia dal punti di vista delle vita ce ne sono. Dal cibo alla religione passando per la cultura. Per me è un’esperienza nuova e cerco di coglierla a 360 gradi.
Gresik è una piccolissima città di periferia indonesiana. Diciamo che durante la stagione sportiva la mia vita qui è fatta di allenamenti e tanti film a casa, niente di più.

Come si sviluppa la preparazione alle gare? E com’è il rapporto col mister?

Durante la settimana ci sono molti allenamenti. Dedichiamo molte ore alle sedute in campo e alla cura dell’aspetto tecnico. Tutto molto diverso dall’Italia, qui ci sono più pause a causa del forte caldo.
Con il mister ho un buon rapporto basato su stima e fiducia. In poche settimane sono diventata la capitana della squadra, un motivo in più per dare il massimo e guidare il gruppo.

Ti è mai capitato di trovarti in una situazione goffa?

Tra le tante posso raccontarvi un aneddoto simpatico. Per ottenere il visto cono stata costretta a volare a Singapore. Ovviamente il tutto con la mia traduttrice Putri. Solo che, per prendere il tanto spirato visto, siamo state costrette a prendere 4/5 voli avanti e dietro in meno di 48 ore. Una sfacchinata! (ride, ndr)

Non è la tua prima esperienza estera? Come le valuti?

Tutte le mie esperienze sono state uniche e speciali, alcune più difficili come in Russia, altre che hanno creato legami autentici come quando sono stata in Francia e anche ora in Indonesia. Per rendere qualcosa di unico bisogna che le situazioni si incastrino nel migliore dei modi.
Posso certamente dire che ogni atleta dovrebbe fare esperienze all’estero perché ti arricchisce tecnicamente e soprattutto a livello personale umano.

In Italia dove hai il più bel ricordo?

Il mio periodo migliore è stato sicuramente a Perugia  con la Sirio allenata prima da Gianni Caprara e poi da Zoran Terzic. Abbiamo ottenuto un terzo posto in Champions League. Ricordo indelebile il mio primo anno a Chieri con mr Giovanni Guidetti. Lì ho esordito in Serie A.

Hai avuto modo di giocare anche in Nazionale? Cosa si prova avere addosso la maglia azzurra?

La Nazionale è la soddisfazione più grande per me è credo lo sia per ogni atleta.

Dario Sette

La stagione calcistica da poco conclusasi è stata abbastanza positiva per gli allenatori di calcio italiani sparsi in tutta Europa e in tutto il mondo. Se Ancelotti e Conte hanno trionfato in campionati blasonati come Bundesliga e Premier League, c’è chi ha alzato la coppa nazionale maltese dopo oltre vent’anni di digiuno.

In Italia lo ricordano come un capitano dal grande cuore e centrocampista grintoso. Ma da quest’anno è arrivato il primo successo da allenatore per, Giovanni Tedesco, sulla panchina isolana del Floriana Fc.

Il tecnico palermitano ha infatti vinto la coppa nazionale di Malta la “Maltese FA Trophy” contro lo Sliema per 2-0 (reti di Borg e Ruiz) e quindi conseguente qualificazione ai preliminari di Europa League.

C’è molta Italia all’interno dell’organico della squadra maltese. Infatti, oltre al mister Tedesco, ben cinque sono i calciatori italiani che vestono la maglia biancoverde del Floriana Football Club. Su tutti la presenza del bomber Mario Fontanella che, con i suoi 18 gol stagionali, ha contribuito al successo della squadra.

Da sottolineare anche il fatto che la società è in mano a proprietà italiana. Il presidente è Riccardo Gaucci, figlio del più famoso Luciano, ex storico presidente del Perugia e noto soprattutto per le vicende giudiziarie. Lo stesso Riccardo nel novembre 2011 è stato assolto dall’accusa di appropriazione indebita.

Nel 2014, anno dell’acquisizione del club da parte di Gaucci, viene nominato allenatore Giovanni Tedesco, cuore palermitano e storica bandiera perugina che, sotto un vero e proprio diluvio, l’ultima gara della stagione 2000 fermò la Juventus di Ancelotti  consegnando lo Scudetto alla Lazio di Eriksson.

Dopo una prima stagione seduto sulla panchina biancoverde (quinto posto raggiunto) si trasferisce al Birkirkara, altra società maltese, con cui disputa i preliminari di Europa League, venendo eliminato dal West Ham.

Dopo l’esperienza maltese torna sull’isola dov’è nato: la Sicilia. A Palermo ottiene un ruolo prima di allenatore ad interim e poi come vice e come collaboratore tecnico.

Nel 2016 decide di ritornare a Malta per riabbracciare il progetto del Floriana Fc di Gaucci. Il piano è quello di tornare al successo dopo anni bui. La società, infatti, ha vinto un trofeo storico dato che dal 1994 non si portava a casa qualcosa di concreto.
Ora mister Tedesco si gode i festeggiamenti con un occhio rivolto alla prossima stagione concentrandosi in primis in vista della partita per l’Europa League e magari cercare di giocarsela appieno e raggiungere la tanto desiderata fase a gironi.

Dario Sette

 

Si ferma in finale il sogno Champions League della Sir Safety Conad Perugia: il sestetto umbro è stato sconfitto infatti 3-0 (15-25, 23-25, 14-25), dai russi dello Zenit Kazan, nella finalissima che si è disputata al Palalottomatica di Roma. Per i russi si tratta della quinta vittoria in Champions, la terza consecutiva. Terzo posto per Civitanova, che ha battuto Berlino 3-1 (29-27, 22-25, 25-21, 25-21).

Prova di forza impressionante della formazione di coach Alekno che mostra i muscoli al servizio (11 ace, 4 di uno scatenato Leon) ed in attacco (stratosferico 63% di squadra), non consente a Perugia, con l’eccezione del secondo set, di restare attaccata nel punteggio e si porta a casa la terza Champions League consecutiva dimostrando di essere probabilmente la miglior squadra a livello mondiale.

Escono comunque tra gli applausi del loro popolo i Block Devils di Lorenzo Bernardi arrivati con merito all’atto conclusivo della manifestazione e che si portano a casa una medaglia d’argento comunque di grande valore. Ci hanno provato i bianconeri con uno Zaytsev in grande spolvero (14 punti, best scorer dei suoi e 3 muri vincenti) e con il cuore. C’è poco da rammaricarsi, Kazan si è dimostrata più forte, peccato per il secondo set, giocato punto a punto fino in fondo e deciso dall’Mvp della manifestazione Mikhailov.

SIR SICOMA COLUSSI PERUGIA – ZENIT KAZAN 0-3

Parziali: 15-25, 23-25, 14-25

SIR SAFETY CONAD PERUGIA: De Cecco 1, Atanasijevic 9, Podrascanin 6, Buti 4, Berger 2, Zaytsev 14, Bari (libero), Tosi (libero), Della Lunga, Mitic, Chernokozhev, Birarelli. N.e.: Paris, Franceschini. All. Bernardi, vice all. Fontana.

ZENIT KAZAN: Butko 4, Mikhailov 19, Volvich 3, Gutsalyuk 8, Anderson 7, Leon Venero 16, Verbov (libero), Sivozhelez. N.e.: Salparov (libero), Kobzar, Ashchev, Krotkov, Zemchekov. All. Alekno, vice all. Totolo.

Arbitri: Vladimir Simonovic (SRB) – Erdal Akinci (TUR)

LE CIFRE – PERUGIA: 10 b.s., 3 ace, 41% ric. pos., 15% ric. prf., 42% att., 6 muri. KAZAN: 15 b.s., 11 ace, 58% ric. pos., 21% ric. prf., 63% att., 8 muri.

Si ferma in finale il sogno Champions League della Sir Safety Conad Perugia: il sestetto umbro è stato sconfitto infatti 3-0 (15-25, 23-25, 14-25), dai russi dello Zenit Kazan, nella finalissima che si è disputata al Palalottomatica di Roma. Per i russi si tratta della quinta vittoria in Champions, la terza consecutiva. Terzo posto per Civitanova, che ha battuto Berlino 3-1 (29-27, 22-25, 25-21, 25-21).

Prova di forza impressionante della formazione di coach Alekno che mostra i muscoli al servizio (11 ace, 4 di uno scatenato Leon) ed in attacco (stratosferico 63% di squadra), non consente a Perugia, con l’eccezione del secondo set, di restare attaccata nel punteggio e si porta a casa la terza Champions League consecutiva dimostrando di essere probabilmente la miglior squadra a livello mondiale.

Escono comunque tra gli applausi del loro popolo i Block Devils di Lorenzo Bernardi arrivati con merito all’atto conclusivo della manifestazione e che si portano a casa una medaglia d’argento comunque di grande valore. Ci hanno provato i bianconeri con uno Zaytsev in grande spolvero (14 punti, best scorer dei suoi e 3 muri vincenti) e con il cuore. C’è poco da rammaricarsi, Kazan si è dimostrata più forte, peccato per il secondo set, giocato punto a punto fino in fondo e deciso dall’Mvp della manifestazione Mikhailov.

SIR SICOMA COLUSSI PERUGIA – ZENIT KAZAN 0-3

Parziali: 15-25, 23-25, 14-25

SIR SAFETY CONAD PERUGIA: De Cecco 1, Atanasijevic 9, Podrascanin 6, Buti 4, Berger 2, Zaytsev 14, Bari (libero), Tosi (libero), Della Lunga, Mitic, Chernokozhev, Birarelli. N.e.: Paris, Franceschini. All. Bernardi, vice all. Fontana.

ZENIT KAZAN: Butko 4, Mikhailov 19, Volvich 3, Gutsalyuk 8, Anderson 7, Leon Venero 16, Verbov (libero), Sivozhelez. N.e.: Salparov (libero), Kobzar, Ashchev, Krotkov, Zemchekov. All. Alekno, vice all. Totolo.

Arbitri: Vladimir Simonovic (SRB) – Erdal Akinci (TUR)

LE CIFRE – PERUGIA: 10 b.s., 3 ace, 41% ric. pos., 15% ric. prf., 42% att., 6 muri. KAZAN: 15 b.s., 11 ace, 58% ric. pos., 21% ric. prf., 63% att., 8 muri.