Tag

nazionale

Browsing

…Li faccio sognare, in balia del mio spirito innocente, li stupisco sempre sono un giocoliere, li faccio godere geniale, anarchico e irriverente, tutti battono le mani, si alzano improvvisamente, per non perdere di vista la palla avvelenata che sembra impazzire innamorata, quando sulla fascia vola la Farfalla Indiavolata…

“Chi si ricorda di Gigi Meroni?” Questo è il titolo della canzone dalla quale sono tratte le parole. Come rispondere a tale domanda? Genio, giocoliere, funambolico, irriverente, anarchico…tanti aggettivi che dipingono Luigi “Gigi” Meroni, tra i più geniali calciatori italiani degli anni Sessanta, sciaguratamente scomparso, a Torino, all’età di 24 anni il 15 ottobre 1967.
In carriera ha indossato le maglie del Como (25 presenze e 3 gol), del Genoa (40 presenze con 6 reti) e del Torino di Nereo Rocco, collezionando con i granata 103 presenze e  22 gol.

In Nazionale fu convocato per la prima volta nel 1965 in occasione della partita di qualificazione con la Polonia.  Partecipò alla sfortunata spedizione guidata dal commissario tecnico Edmondo Fabbri ai Mondiali di Inghilterra del 1966, culminata con l’incredibile sconfitta contro la Corea del Nord per 0-1 e l’eliminazione al primo turno. Per le continue divergenze con il tecnico, Meroni giocò solo la seconda partita contro l’Unione Sovietica.

Un ragazzo straordinario nell’accezione che troviamo sui dizionari: “fuori dall’ordinario”, fuori dagli schemi tradizionali. E allora anche questo pezzo farà altrettanto, raccontando Gigi attraverso un elenco, in ordine alfabetico, di quegli aspetti che lo hanno reso indimenticabile.

ARTISTA

Molto spesso snaturata dall’utilizzo (alle volte improprio) del mondo pallonaro, questa parola sottolinea la bellezza e l’eleganza espressa da un calciatore. Lui, Gigi, era certamente bello ed elegante sul terreno verde di gioco, ma aveva passioni un po’ naif o forse semplicemente strambe, da renderlo artista anche fuori dal campo di calcio.
Nella fredda città piemontese, infatti, trovava calore e conforto dipingendo: gli piaceva l’arte e la pittura, un passatempo che si portava dietro sin da quando era ragazzino e che il successo non affievolì. Da giovane lavorò anche come disegnatore di cravatte di seta, un mestiere che gli piacque e che perfezionò fino ad arrivare a disegnare i propri abiti. Creava il modello, sceglieva lui la stoffa ed affidava tutto al sarto.

ANTICONFORMISTA

Era un ventenne e come ogni ragazzino che si affaccia all’età adulta era infiammato da una ribellione adolescenziale. Ma era una ribellione positiva: rispettoso delle regole, mai fuori dalle righe, non pensava minimamente a cambiare il mondo, ma di fatto, il suo modo di vivere stravagante o semplicemente da ventenne un po’ guascone, destabilizzò l’Italia bigotta. Era un mezzo scapigliato (giusto per rimanere in tema d’arte). Calzini abbassati e maglia da fuori; prima i baffetti, poi capelli portati più lunghi e poi la barba.
«Se vai dal parrucchiere, potrai andare in Nazionale», roba da ridere a pensarlo oggi, eppure il concetto era questo. Accettò dinanzi alla possibilità di perdere il treno azzurro, poi divenuto famoso ed idolo di molti ragazzi che lo emulavano, l’allenatore dell’Italia dovette chiudere più di un occhio. Erano gli anni dei Beatles, ed un po’ ci somigliava: facile e scontato il soprannome. In Inghilterra c’era George Best definito il “quinto Beatle”, da noi Meroni era semplicemente il “Beatle italiano”. Viva la fantasia…

Immagine correlata

BALILLA

L’elegante vecchia Fiat Balilla. La “sua” macchina che lo distingueva dalla massa. Gli altri in giro con le nuove Fiat, lui si riconosceva in quella, elegantemente nera.

CRISTIANA

Lui l’artista, lei la sua musa ispiratrice. «La bella tra le belle al Luna Park» (sempre nella canzone), nipote del giostraio del parco giochi di Genova, dove Gigi la vide e decise di non farla uscire più dalla sua vita. Era innamorato, tantissimo, al punto tale da fare avanti e dietro tra Genova e Milano (dove viveva lei) e non riposare. Dinanzi al lei, per lei, tutto il resto scivolava in secondo piano.
Il biondo dei suoi capelli, rendevano grigio tutto ciò che li circondava. Fece un patto con il Genoa quando era in odor di convocazione della Nazionale B. Disse:

Gioco, vi faccio rimanere in Serie B, ma prima della fine del match, fasciatemi la gamba così non vado in ritiro

Come andò a finire? Due gol di Meroni, Genoa ancora in B ed un gesso applicato alla gamba “solo” per stare un paio di giorni con Cristiana che era scesa.
Sfidò, anzi, ignorò il sistema prevenuto e chiacchierone che, soprattutto quando viveva a Torino, mal digeriva il rapporto tra un calciatore, così in vista, ed un ragazza, separata, che aveva avuto alle spalle una precedente relazione. Ma lui andava oltre.

 

DERBY

Quello della Mole Antonelliana, quello più amaro perché lui ormai non c’era più. Lo si giocò appena dopo una settimana dal tragico incidente in una atmosfera surreale: entrambe le tifoserie in silenzio mentre assistevano alla caduta di alcuni fiori, lanciati da un elicottero, che vennero poi posati lungo tutta la fascia destra, la sua “zona di competenza”. Dopo il match con la Sampdoria, nella quale Nestor Combin segnò una tripletta, Meroni (così riferisce Combin stesso) disse all’attaccante che anche contro la Juventus avrebbe segnato tre gol.
Combin, volle giocare a tutti i costi quella partita, nonostante un attacco febbrile. Andò in rete per tre volte nel 4-0 finale con il quale i granata sconfissero la Vecchia Signora. Ironia (c’è sempre lei di mezzo), fu la prima stracittadina vinta dopo sette partite, la prima senza Gigi che mai riuscì ad esultare contro i cugini rivali.

 

ESTERNO DESTRO

Alla domanda «preferisci entrare in porta con il pallone o magari fare il regista a centrocampo?» Gigi rispose che per lui era importante fare gol, senza dribblare tutti.
Mentiva: era un’ala destra estrosa capace di dribbling ubriacanti e di invenzioni geniali, veloce, guizzante, una “farfalla” come venne definito in sporadiche occasioni. Ma era un genio imprevedibile che seguiva il suo istinto e come tale non poteva essere imprigionato in uno schema specifico. A lui, infatti, era permesso anche accentrarsi in mezzo al campo per dar pieno sfogo alla suo essere estroso.

 

GALLINA

Se gli altri vanno in giro con i cani, perché io non posso andare a spasso con una gallina?

Nulla da obiettare. Guinzaglio al collo, portava in giro la sua fida amica, gelosa di Cristiana al punto da beccarla, ma si dimostrava calma e pacata con Gigi. E se ne andava in giro a Torino, mica un paesino sperduto delle Alpi…

 

FOLLE

Dopo quanto detto c’è da aggiungere altro?

 

INTER

O meglio la “Grande Inter” di Helenio Herrera, quella che nel 1967 dopo tre anni di imbattibilità in casa, capitolò a San Siro proprio per via di un gol di Meroni. Fu una partita frizzante per l’ala destra del Torino, che si muoveva leggero e che si difendeva coi denti contro Facchetti, ma a sgusciare era sempre lui. Imprevedibile come quando, appena dentro l’area, segnò un gol con un tocco morbido a giro che si insaccò sul lato sinistro della porta. La fotografia che rappresenta, forse, il punto più alto della carriera di un ragazzo che doveva ancora sbocciare. Una partita giocata con l’animo sereno di chi la notte precedente non dormì, ma aspettò sotto la pioggia la sua dolce amata per riappacificarsi dopo un litigio.

 

INSURREZIONE POPOLARE

Dopo il goal a San Siro, gli occhi di tutti vanno su quel ragazzino con la maglia granata ed il numero 7. Due occhi, però, sono i più temuti: quelli di Gianni Agnelli, presidente della Juventus. Allora era difficile dire di no al presidente bianconero e lui voleva Meroni a tal punto da offrire al presidente del Toro, Orfeo Pianelli, una cifra superiore ai 700 milioni di lire. Appena questa voce circolò tra le vie della città piemontese, una folla di tifosi granata protestò contro questa possibile cessione che di fatto, ufficialmente (ma c’è da credere il contrario) non fu mai presa minimamente in considerazione.

 

MORTE

Come definirla?Fatalità?Evento nefasto? La sera del 15 ottobre 1967, dopo aver giocato e battuto la Sampdoria per 4-2, Meroni e Poletti uscirono assieme per incontrare le rispettive fidanzate e mentre attraversarono corso Re Umberto, a pochi passi dalla casa di Gigi e vicino allo stadio Comunale, una macchina sfiorò Poletti, colpendo alla gamba sinistra Meroni che venne scaraventato al centro della strada e colpito a morte da una macchina che proveniva in senso opposto.
Una tragica morte accentuata dal sapore di beffa e di ironia. Ci si domanda se c’è qualcuno (lassù, laggiù, a destra o a sinistra..fate un po’ voi) che si diverte a giocare intrecciando destini. Alla guida dalla prima auto, quella che lo colpì alla gamba, c’era Attilio Romero, studente e tifoso granata che sul cruscotto aveva la foto del suo idolo del cuore, Gigi Meroni, e che prese parte nei “moti” derivati dalla possibile cessione del numero 7 alla Juve. Trentatré anni dopo, lo stesso Romero diventerà presidente del Torino.

Aldo Agroppi, non può dimenticare quel 15 ottobre 1967:

Gioia per l’esordio in A e dolore alla notizia dell’incidente. Dopo le partite Fabbri ci voleva in ritiro per evitare che andassimo in discoteca. Quel pomeriggio vincemmo e insistemmo tanto che il mister ci lasciò liberi. Avessimo perso, Gigi non sarebbe stato investito

Quella maledetta vittoria. Aveva 24 anni e lui che amava la pittura, stava dipingendo un quadro, un ritratto della sua Cristiana. Ci provava e riprovava, ma non riusciva a dipingere gli occhi: voleva rendere perfetto lo sguardo di una ragazza innamorata. E’ rimasto un quadro incompiuto, come la vita di un ragazzo che (trovando positiva risposta alla domanda di apertura) non verrà mai dimenticato.

La Nazionale italiana, venerdì 11 ottobre, ha fatto visita ai piccoli pazienti malati di tumore dell’Ospedale Bambino Gesù di Roma. Il difensore della Lazio, Francesco Acerbi, che qualche anno fa ha vinto la personale battaglia contro un cancro al testicolo sinistro, è stato il giocatore che più di ogni altro ha voluto regalare un sorriso a tutti i bambini presenti nei reparti e ha lasciato la struttura per ultimo. Alessandro Iapino, responsabile dell’Ufficio Stampa e del Coordinamento Editoriale dell’ospedale , suo suo profilo Twitter ha raccontato un bell’aneddoto: «Francesco dobbiamo andare, è tardi, sono già tutti sulle navette» gli è stato detto. «Non mi importa, possono anche andare, io prendo un taxi, ma finché non finisco il giro non me ne vado», la risposta del calciatore.

La squadra all’arrivo all’ospedale al Gianicolo è stata suddivisa in gruppi, per incontrare il maggior numero possibile di bambini e ragazzi ricoverati nei diversi reparti, e per Acerbi è stato senza dubbio un momento molto emozionante perché il 14 luglio 2013, appena arrivato al Sassuolo, riceve la notizia più brutta della sua vita: tumore al testicolo sinistro. Per il difensore comincia la battaglia più dura, fatta di chemioterapia, pazienza e tanta fiducia. Il tumore viene rimosso, a settembre torna in campo a Verona contro l’Hellas e tutto sembra finire al meglio. Ma il destino ha altre idee e a dicembre arriva la seconda mazzata: in un controllo antidoping dopo la partita con il Cagliari, Acerbi risulta positivo alla gonadotropina corionica. Non si tratta di doping, ma qualcosa di molto peggio: il tumore è tornato. La battaglia si gioca così su due campi: da una parte le cure per debellare il male proseguono, dall’altra lotta di ricorso in ricorso contro la sospensione cautelare per doping. E alla fine vince ancora. La battaglia per la vita, il trionfo più bello.

Roberto Baggio avrà una storia a lui dedicata su Netflix. Non sarà un documentario ma un film vero e proprio, un biopic. Non si sanno ancora durata e data di uscita, si parla del 2020 o 2021, ma per ora basta l’annuncio: la pellicola si chiamerà “Il Divin Codino”, sarà diretto da Letizia Lamartire, regista pugliese classe ’87 che con Netflix ha già lavorato per la serie Baby e a interpretare il delicatissimo ruolo di Baggio sarà il 26enne abruzzese Andrea Arcangeli, capelli biondi, occhi chiari e uno sguardo che ricorda molto quello dell’ex campione azzurro

Il film coprirà i 22 anni di carriera di Baggio, dagli esordi nel Lanerossi Vicenza all’ultimo step della sua immensa carriera a Brescia, senza dimenticare ovviamente le esperienze in maglia azzurra. Non si parlerà però solo di campo ma si analizzerà anche l’uomo che con il suo carattere introverso e la sua semplicità è riuscito a conquistare il cuore di tutti i tifosi. Lo stesso Roberto Baggio seguirà di persona l’intera realizzazione della pellicola e la regista Lamartire ha detto:

E’ la storia di un uomo umile con un talento smisurato che con le sue giocate ha cambiato il calcio italiano. Racconteremo anche il percorso di una persona che attraverso le sofferenze personali ha raggiunto grandi trionfi in campo

La storia sarà tratta dal libro di Raffaele Nappi che parla di “un ragazzino prodigio, con 220 punti interni di sutura e un menisco perforato a 17 anni. La storia di chi davano tutti per spacciato, e si è ritrovato con un Pallone d’oro tra le mani. Questa è la storia di scontri, tafferugli, incendi in nome di un calciatore. È la storia di un’estate italiana, di piazze e di feste, di bandiere e di vespe, di monaci e di cacciatori. Questa è la storia dell’uomo che non ha nemici. Questa è la storia di una generazione. Questa è la storia di un campione. Questa è la storia di Roberto Baggio”.

Il Divin Codino è una delle sette pellicole che nasceranno dall’accordo fra Netflix e Mediaset: non resta che sedersi in poltrona e aspettare con un pizzico di pazienza l’uscita di questi prodotti italiani che andranno prima su Netflix e poi, a distanza di 12 mesi, su Canale 5.

Ho promesso al bambino che sognava di diventare calciatore, che avrei giocato fino a quando avessi provato meraviglia entrando in campo. Ma il cuore mi ha detto che stavo venendo meno alla promessa. Mi fermo, ma sento di dover dire grazie sogno, mi hai dato forza e felicità!

Con queste parole il centrocampista Claudio Marchisio ha annunciato il suo ritiro dal calcio a 33 anni. Ben 23 di questi li ha passati alla Juventus, suo sogno e grande amore: un fiero scudiero della Signora, dalle giovanili alla prima squadra, passando anche per la Serie B, che però l’ha fatto entrare nei cuori dei tifosi e l’ha consacrato nel calcio italiano ed europeo. Una decisione difficile ma presa con consapevolezza e annunciata in una conferenza stampa all’Allianz Stadium, nella sala “Gianni e Umberto Agnelli”. Dopo l’ultimo infortunio al ginocchio, professionale ed etico fino alla fine, ha rescisso anticipatamente il contratto con lo Zenit, squadra di San Pietroburgo, “dolce esilio” quando non rientrava più nei piani della Juventus. Non ha accettato altre proposte in Serie A, ma non è quello il suo rimpianto:
Il rimpianto? Quello di non vincere la Champions con la Juve e l’Europeo con la Nazionale. Sono i miei due rimpianti più grandi. Il momento più bello è quello in cui mi sono reso conto che il sogno si stava realizzando ed è stato l’anno della Serie B. Vedevo le facce dei campioni che avevano scelto di restare in B. Per me non era indossare la maglia della Juve in Serie B, era indossare la maglia della Juve e basta” Il gol più bello? “Sono due: quello contro l’Inter e il primo segnato nel nuovo stadio, è stato l’inizio di un ciclio vicente irripetibile. La partita che vorrei rigiocare? Quella contro il Barcellona in finale di Champions a Berlino, anche solo una parte del secondo tempo
389 partite con la maglia della Juventus, una sola espulsione e sette scudetti – tra i tanti altri trofei alzati al cielo. Con la casacca azzurra della Nazionale, l’esordio nell’agosto del 2009 contro la Svizzera, poi 55 sfide, molte delusioni e l’Europeo del 2012 giocato da protagonista e leader. L’ultima partita nel 2017 in un 3-0 contro l’Uruguay in cui Claudio gioca appena 19 minuto ed esce per infortunio. Diversi i messaggi sui sociali, ma da un ex-Barça arriva un’autentica poesia, breve ma profonda: per Andrés Iniesta, da oggi il “calcio è un po’ meno calcio”. 

Lo scorso giugno fece parecchio scalpore la decisione del Pallone d’Oro Ada Hegerberg di non prendere parte al Mondiale di calcio femminile che sarebbe iniziato di lì a poco.

L’attaccante della nazionale norvegese, una delle calciatrici più pagate al mondo, ha voluto dare voce e visibilità al movimento di calciatrici che da tempo si batte per la parità salariale tra le calciatori e calciatrici. Mentre i primi guadagnano alcune decine di milioni di euro (ai quali vanno poi aggiunti premi e sponsorizzazioni varie), le seconde non sfondano la soglia del mezzo milione di euro. In Italia, considerata la natura dilettantistica le calciatrici non ricevono uno stipendio, ma dei semplici rimborsi.

Un cambio di direzione arriva, però, dalla Finlandia. La Federazione calcistica finlandese ha riconosciuto la piena parità tra le calciatrici e i calciatori che vestiranno la maglia della nazionale: è stato sottoscritto un accordo che equipara le gare giocate con la rappresentativa nazionale femminile a quelle giocate con la formazione maschile. E, di conseguenza, ha portato allo stesso livello il “gettone di presenza” che calciatori e calciatrici ricevono per indossare la maglia della nazionale finlandese.

BIEL, SWITZERLAND - APRIL 05: Team of Finland behind the Finland flag during their national anthem prior the international friendly football match between Switzerland Women and Finland Women at Tissot-Arena on April 5, 2019 in Biel, Switzerland. (Photo by Daniela Porcelli/Getty Images)

L’accordo di durata quadriennale prevede che, a partire dalle prossime convocazioni, le calciatrici ricevano lo stesso gettone di presenza oggi corrisposto ai giocatori della nazionale maschile. Una decisione, sottolinea il presidente della Federcalcio finlandese Ari Lahti , dettata dalla volontà di essere parte attiva nella creazione di una società più giusta ed equa. Inoltre, aggiunge il Presidente Lahti, la maggior visibilità dovrebbe consentire di trovare nuovi sponsor e nuove persone pronte a investire nello sviluppo del calcio femminile.

Questo non vuol però dire che, a livello di club, calciatrici e calciatori riceveranno lo stesso stipendio. Come detto, l’accordo tra la Federcalcio del Paese scandinavo e le associazioni giocatori ha valore solamente per le gare giocate con la maglia della nazionale. Sul fronte degli emolumenti ricevuti dai club, invece, le calciatrici dovranno continuare a trattare singolarmente, nella speranza che, nel medio periodo, i loro stipendi si avvicinino quanto più possibile a quello dei loro colleghi uomini.

 

Lo sguardo è già oltre, consapevoli che da questa debacle si può ripartire – si deve – in vista delle Olimpiadi di Tokyo 2020. Eppure la Nazionale italiana di scherma ritorna dai Campionati Mondiali 2019, appena conclusi a Budapest senza neppure una medaglia d’oro.

Un dato, negativo, non accadeva dal 1995 e nelle gare individuali non ha avuto neppure nessun argento: bisogna risalire a Losanna 1987, 32 anni fa, per trovare analogie. Anche se in quella edizione le medaglie furono due, invece, da questa rassegna l’Italia torna a casa con otto medaglie, e, persino una in più del Mondiale a Wuxi 2018, quando però gli ori furono quattro. Otto medaglie non sono poche, una d’argento e sette di bronzo, in tutte le specialità. Da qui bisogna ripartire, cioè dal fatto che l‘Italia è competitiva ovunque e lo sarà anche a Tokyo 2020 con gli stessi nomi.

Risultati immagini per scherma mondiali italia

L’ultima medaglia, quella di bronzo, l’ha ottenuta nel fioretto maschile a squadre: gli azzurri Alessio Foconi, Andrea Cassarà, Giorgio Avola e Daniele Garozzo hanno sconfitto nella finalina la Russia per 45-32. Grande rammarico, invece, per il fioretto femminile che conferma l’argento dello scorso anno a Wuxi arrendendosi in finale. Il quartetto composto da Elisa Di Francisca, Arianna Errigo, Alice Volpi e Francesca Palumbo cede in finale alla Russia per 43-42 al minuto supplementare al termine di un match al cardiopalma e dall’andamento del punteggio sempre in bilico. Dopo un iniziale vantaggio azzurro, le russe sono state capaci di rimontare e portarsi avanti, prima di subire però la rimonta delle fiorettiste italiane. Nell’ultima frazione Elisa Di Francisca ha avuto due stoccate di vantaggio ad un minuto dalla fine del tempo regolamentare. Sul vantaggio di 42-41 a sei secondi dal termine, l’azzurra ha subìto un secondo cartellino giallo per copertura di bersaglio valido, che ha portato sul 42-42 lo score, lasciando vive le speranze russe poi concretizzatesi dopo pochi secondi dall’inizio del minuto supplementare.

Risultati immagini per scherma mondiali italia

Peserà, senz’altro, il non essere riusciti a salire almeno una volta sul gradino più alto del podio in una rassegna iridata segnata da “prime volte”: Brasile, Grecia, Hong Kong e Iran sono andati a punti per la prima volta nella loro storia. Il Brasile, addirittura, ha iniziato il proprio medagliere mondiale con un oro, grazie a Nathalie Moellhausen, già campionessa mondiale di spada dieci anni prima con i colori dell’Italia, che ha battuto la cinese Lin Sheng.

Nel medagliere finale l’Italia si è piazzata al nono posto, mentre in cima c’è la Russia con tre ori, altrettanti argenti e un bronzo. Un gradino più sotto la Francia con due ori e tre argenti, mentre a chiudere il podio troviamo la Corea del Sud con due medaglie d’oro e due di bronzo.

Risultati immagini per Nathalie Moellhausen

Lo straordinario Mondiale disputato dalle ragazze azzurre porta anche, se non soprattutto, il volto di Sara Gama. Le ragazze di Milena Bertolini hanno conquistato un Paese intero. Le dirette televisive sul servizio pubblico, l’attenzione mediatica ai massimi livelli, l’interesse verso una disciplina in rosa finora snobbata e sottovalutata. Il girl power ha lasciato le sue tracche anche nell’Italia del pallone, una nazione ancora tendenzialmente molto maschilista e settaria quando si parla di gol e campi da calcio. Icona di questa squadra, Sara Gama è stato il valico difensivo insuperabile assieme a Elena Linari.


Un torneo disputato ad altissimi livelli, precisa nelle chiusure, tempestiva negli anticipi, pratica negli incroci uno contro uno. Per la juventina è arrivato il riconoscimento della BBC. Una giuria di esperti, tra cui l’ex portiere inglese Rachel Brown Finnis, l’allenatrice del Chelsea Emma Hayes, la giornalista Alistair Bruce Ball e la scozzese Pat Nevin hanno stilato la top 11 del Mondiale. Nella formazione ideale compare Sara Gama al centro della difesa, unica italiana presente.

La lettera

La capitana azzurra, triestina classe 1989, ha scritto una lettera sui social per commentare le settimane mondiali della Nazionale femminile:

Emozioni avevamo promesso e emozioni abbiamo dato. Assieme a tutte noi stesse. Una lettera per spiegare il nostro Mondiale: esaltante, estenuante, elettrizzante, emendabile, educativo, euforico. Eloquente come un bravo oratore che usa le parole per catturare il suo pubblico. Noi di parole non ne avevamo molte, avevamo i nostri corpi tirati al massimo, le nostre menti concentrate e la nostra Essenza. Quella ha parlato ed è giunta forte e chiara a tutti.

Un grazie a chi è arrivato e si è lasciato trasportare dolcemente appassionandosi.

Una stretta infinita a chi c’era prima a sostenerci, ci ha seguito durante e rimarrà anche dopo questa cavalcata.

E uno sguardo orgoglioso alle mie compagne, quelle di oggi e quelle di ieri: eravamo molto più che una ventina di ragazze a questo magnifico mondiale francese.

Noi abbiamo messo lì un embrione, un corpo piccolo, unico e compatto come in questa foto. Con le potenzialità enormi che si sono intraviste ad aspettare di essere coltivate. A tutti ora il compito di curarlo e farlo crescere per poi scrivere nel futuro pagine Epiche che continuino le nostre piccole, o forse non così tanto, gesta di questa estate.

 

Visualizza questo post su Instagram

 

Emozioni avevamo promesso e emozioni abbiamo dato. Assieme a tutte noi stesse. Una lettera per spiegare il nostro Mondiale: esaltante, estenuante, elettrizzante, emendabile, educativo, euforico. Eloquente come un bravo oratore che usa le parole per catturare il suo pubblico. Noi di parole non ne avevamo molte, avevamo i nostri corpi tirati al massimo, le nostre menti concentrate e la nostra Essenza. Quella ha parlato ed è giunta forte e chiara a tutti. Un grazie a chi è arrivato e si è lasciato trasportare dolcemente appassionandosi. Una stretta infinita a chi c’era prima a sostenerci, ci ha seguito durante e rimarrà anche dopo questa cavalcata. E uno sguardo orgoglioso alle mie compagne, quelle di oggi e quelle di ieri: eravamo molto più che una ventina di ragazze a questo magnifico mondiale francese. Noi abbiamo messo lì un embrione, un corpo piccolo, unico e compatto come in questa foto. Con le potenzialità enormi che si sono intraviste ad aspettare di essere coltivate. A tutti ora il compito di curarlo e farlo crescere per poi scrivere nel futuro pagine Epiche che continuino le nostre piccole, o forse non così tanto, gesta di questa estate💙💪 #RagazzeMondiali #FIFAWWC #DareToShine #Mondiale

Un post condiviso da Sara Gama (@saragama_ita) in data:

L’attacco fa vendere i biglietti, la difesa fa vincere le partite. Elena Linari deve aver letto da qualche parte questo noto aforisma sullo sport americano del telecronista John Madden. L’ex allenatore della Nfl si riferiva al football a stelle e strisce, ma è un’analisi concisa che si applica bene anche alla pallacanestro e al calcio. Basti pensare che la Nazionale femminile ai Mondiali di Francia ha vinto il suo girone grazie alla differenza reti. A pari punti con Brasile e Australia le ragazze di Milena Bertolini hanno ottenuto il pass da capolista per via delle sole 2 reti subite. E se i titoli di giornale se li prendono Barbara Bonansea e Cristiana Girelli, è la retroguardia però a rasserenare gli animi dei tifosi.

La coppia centrale è composta dalla capitana Sara Gama e Elena Linari, che gioca in difesa nell’Atletico Madrid. La calciatrice ha parlato ai microfoni dei sito ufficiale della Fifa:

Sapevamo che la differenza reti avrebbe potuto fare davvero la differenza. Non ero solo io però. Abbiamo rivisto le nostre partite e con i nostri attaccanti correre fino a 50 metri per aiutare la difesa. Questo dimostra davvero lo spirito della nostra squadra.

Venticinque anni, nata a Fiesole, cresce nella Fiorentina da buona tifosa viola. Poi passa a Brescia, il ritorno a casa prima della chiamata da Madrid, sponda Atletico.

Non mi è mai venuto in mente di dire no a un club così grande, potendo avere un’incredibile opportunità di crescere come persona e come giocatore. Ho superato molte difficoltà legate allo spostamento all’estero, ma l’ho fatto e si è concluso con l’Atleti che ha vinto il titolo nella mia prima stagione (…)

Giocare una partita importante come Atletico Madrid-Barcellona, ​​con oltre 60.000 persone è qualcosa di indescrivibile. Sentire i tifosi cantare l’inno a squarciagola, sentirlo sulla propria pelle, vedere con i propri occhi molte persone venire lì solo per noi, che urlano i nostri nomi…C’è solo una cosa che può superare tutto ciò. Essere ai Mondiali con la propria Nazionale, giocare la Coppa, fare la storia del mio Paese e rendere gli italiani orgogliosi del calcio femminile.

Il calcio, si sa, è uno sport magico. Per il calcio si gioisce e ci si dispera, si esulta e si soffre. Basta un gol del proprio beniamino o una parata decisiva del portiere della squadra avversaria perché le emozioni degli appassionati esplodano in un senso o nell’altro, sempre all’estremo, come forse non accade in nessun altra manifestazione sportiva. Ma, a volte, nel calcio accadono tragedie assurde ed incomprensibili, che restano impresse nell’anima dei tifosi come un ospite indesiderato che non ci pensa neanche a togliere il disturbo.

È il caso di questa storia: la storia di un calciatore, un ottimo calciatore, uno di cui avremmo sicuramente sentito parlare parecchio, che avrebbe avuto una carriera di sicuro successo e che, almeno in parte, l’ha avuta, prima che venisse stroncata definitivamente nel modo più assurdo che si possa immaginare. Sì perché la vita – e la carriera – di questo giocatore è terminata a soli 27 anni fuori da una discoteca di Medellin il 2 luglio 1994 spezzata dai colpi esplosi da una mitraglietta. Stiamo parlando di Andrès Escobar, che oggi avrebbe compiuto 50 anni.

UN POTENZIALE CAMPIONE

Andrés Escobar Saldarriaga nasce il 13/03/1967 a Calasanz, quartiere nord-occidentale della città di Medellín, nel cuore della Colombia andina.

Realtà non facile quella in cui Escobar cresce: il narcotraffico fra gli anni 70 e 80 è una realtà radicata con cui convivere e finirci invischiato è più di un rischio per un giovane di quegli anni.
Ma Andrès è diverso, si diploma e persegue quello che è il suo vero sogno: diventare un calciatore professionista. Sin da ragazzino si distingue come ottimo difensore grazie all’eleganza e l’efficacia degli interventi e queste doti gli permettono, appena ventenne, di diventare titolare inamovibile e simbolo della squadra principe della sua città: l’Atletico Nacional di Medellin.
Ma Escobar non è solo un giovane terzino, roccioso ed affidabile. E’ un giocatore ed uomo onesto, che gioca pulito senza eccedere con l’aggressività degli interventi. Ed è questa prerogativa che gli farà guadagnare il soprannome di El Caballero del Futbol (Il cavaliere del calcio).

Le sue prestazioni gli fanno ben presto ricevere le attenzioni del selezionatore della Nazionale colombiana, Francisco Maturana, che già nel 1988 lo convoca in Nazionale, venendo immediatamente ripagato della fiducia con l’unica rete internazionale di Escobar, peraltro in un palcoscenico di lusso: lo stadio di Wembley, dove la Colombia affronta l’Inghilterra in una partita valida per la Stanley Rous Cup.
Anche a livello di club, Escobar si toglie grosse soddisfazioni, con il suo Nacional che è protagonista di una cavalcata trionfale nella Copa Libertadores del 1989 fino alla vittoria ai calci di rigore contro l’Olimpia di Asunción.
Ed è proprio grazie a questa vittoria che il Nacional contenderà la Coppa Intercontinentale all’imbattibile Milan degli olandesi, venendo sconfitto solo grazie ad una perla di Chicco Evani su punizione all’ultimo minuto dei supplementari, dopo una partita ostica e gagliarda. Escobar è il più fiero alfiere di quella squadra e le sue indubbie doti lo portano addirittura, secondo parte della stampa, nel radar dello stesso Milan, salvo poi accasarsi allo Young Boys.
Ma il difensore colombiano probabilmente non digerisce con facilità il freddo clima bernese. Nel giro di pochi mesi, torna nella natia Medellín, consacrandosi definitivamente come eroe dei tifosi. Con la squadra della sua città, dove concluderà la breve carriera, riesce ad aggiudicarsi anche il campionato nazionale nel 1991.
In quegli anni Escobar fa parte della selezione colombiana forse più forte di tutti i tempi, una squadra che annoverava tra le sue fila fenomeni, ingestibili, del calibro di Valderrama, Higuita e Tino Asprilla, e un mix di giocatori di assoluto valore quali “El Tren” Valencia e Leonel Alvarez e giovani di ottima prospettiva quali Harold Lozano, Ivan Valenciano e Faryd Mondragon.
Addirittura, nelle qualificazioni ad USA ‘94, l’undici di Maturana riesce nell’impresa di imporsi per 5-0 a Buenos Aires, rifilando così uno schiaffo storico alla più quotata Selección argentina.

IL DISASTRO DI USA ’94

Ed è anche per questo che c’è grande attesa attorno alla Colombia ai blocchi di partenza di USA ’94. La Colombia sembra essere pronta per un mondiale storico e anche l’urna sforna delle avversarie più che abbordabili per Los Cafeteros: Romania, Svizzera e USA.
Ma l’avversario più ostico per quella Colombia è…la Colombia. I sudamericani sembrano in vacanza, non giocano con convinzione e vengono presi a pallate prima dalla Romania di Raducioiu e Hagi e poi dai padroni di casa, prima di vincere inutilmente con la Svizzera. Tutti a casa.
Ed è proprio contro gli USA che va in scena il dramma di Andrès: al minuto 35 il difensore, nel tentativo di ribattere un cross filtrante, colpisce male in scivolata e deposita il pallone alle spalle di Oscar Cordoba. E’ forse il fotogramma più famoso di quei Mondiali.

Gli esiti della disastrosa campagna a stelle e strisce non tardano ad arrivare: la stampa è furiosa e il rientro in patria di Maturana e soci non è certo leggero. Fin qui tutto normale.
Ma nessuno, nemmeno in quella Colombia fuori controllo ed in costante guerra civile, poteva pensare che una “catastrofe” calcistica potesse tramutarsi in una tragedia umana come quella che fu.

FINE DELLA STORIA

Il 2 luglio 1994, Andrés sta cercando di dimenticare le delusioni sportive e si gode la frizzante serata di Medellìn con la sua ragazza. Una normale serata estiva, almeno così sembra.
Si, perché c’è chi non ha dimenticato l’autogol di una settimana prima, qualcuno che aveva scommesso sul passaggio del turno dei Cafeteros: l’ex guardia giurata Humberto Muñoz Castro che, all’uscita di una discoteca, si avvicina al giocatore ed esplode sei (o dodici secondo alcuni) colpi di mitraglietta verso di lui. Fine della storia.
La fidanzata di Escobar sosterrà in seguito che l’omicida abbia urlato “Goooool!”, come nello stile delle telecronache calcistiche sudamericane. Secondo altri testimoni, il killer urla invece “Grazie per l’autogol!” mentre fa fuoco.
Dopo la tragedia, i compagni di squadra di Escobar, per paura di ulteriori ritorsioni, vengono sottoposti ad un regime di massima sicurezza. Il racconto dell’assurdo.

Ma in questa assurda storia c’è una speranza, una nota lieta. Ed è la consapevolezza che la fama del Caballero ha saputo resistere al tempo e che il suo ricordo è ancora vivo nel cuore dei tifosi colombiani, che ancora oggi intonano cori in onore del loro idolo. Ma questo non è sufficiente per accettare che si possa morire per un autogol.

 

Ci sono urla e segni diversi dagli altri. Al termine di una partita o durante un inno nazionale. Sono quelli della Nazionale italiana femminile non udenti di pallavolo che per la prima volta nella storia ha conquistato il titolo di campionesse d’Europa. A Cagliari la squadra di coach Alessandra Campedelli ha sconfitto 3-0 la Russia in finale in un match senza storia. Negli interi europei le azzurre hanno concesso solo un set alle avversarie, nella prima partita contro la Polonia. Poi difesa immacolata e il rullo consecutivo di vittorie fino al trionfo finale. Ucraina, Francia e due volte Russia.


Fino all’oro centrato in Sardegna, il massimo risultato centrato dalla Nazionale sorde era stato l’argento nel 2011. Medesimo traguardo centrato nelle Olimpiadi del 2017 in Turchia, a Samsun. Esulta Alessandra Campedelli, l’allenatrice di questo gruppo vincente costituita da giocatrici lavoratrici.

Ho chiesto alle ragazze due cose: prestare attenzione fino all’ultimo punto e di avere coraggio. Hanno avuto la pazienza di aspettare, hanno scelto i momenti giusti in cui si potevano fare dei break e i momenti in cui, invece, stare in attesa. E sono state bravissime a lavorare in campo e a giocare fino alla fine

Da Alice Calcagni a Ilaria Galbusera (premiata da Mattarella nel 2018 come Cavaliere della Repubblica), da Claudia Gennaro ad Alice Tomat. Sono le protagoniste di questa vittoria mentre la Nazionale maschile, nella stessa competizione, deve accontentarsi del quarto posto, sconfitta nella finale per il 3/4 piazzamento dalla Turchia.