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Lo scorso giugno fece parecchio scalpore la decisione del Pallone d’Oro Ada Hegerberg di non prendere parte al Mondiale di calcio femminile che sarebbe iniziato di lì a poco.

L’attaccante della nazionale norvegese, una delle calciatrici più pagate al mondo, ha voluto dare voce e visibilità al movimento di calciatrici che da tempo si batte per la parità salariale tra le calciatori e calciatrici. Mentre i primi guadagnano alcune decine di milioni di euro (ai quali vanno poi aggiunti premi e sponsorizzazioni varie), le seconde non sfondano la soglia del mezzo milione di euro. In Italia, considerata la natura dilettantistica le calciatrici non ricevono uno stipendio, ma dei semplici rimborsi.

Un cambio di direzione arriva, però, dalla Finlandia. La Federazione calcistica finlandese ha riconosciuto la piena parità tra le calciatrici e i calciatori che vestiranno la maglia della nazionale: è stato sottoscritto un accordo che equipara le gare giocate con la rappresentativa nazionale femminile a quelle giocate con la formazione maschile. E, di conseguenza, ha portato allo stesso livello il “gettone di presenza” che calciatori e calciatrici ricevono per indossare la maglia della nazionale finlandese.

BIEL, SWITZERLAND - APRIL 05: Team of Finland behind the Finland flag during their national anthem prior the international friendly football match between Switzerland Women and Finland Women at Tissot-Arena on April 5, 2019 in Biel, Switzerland. (Photo by Daniela Porcelli/Getty Images)

L’accordo di durata quadriennale prevede che, a partire dalle prossime convocazioni, le calciatrici ricevano lo stesso gettone di presenza oggi corrisposto ai giocatori della nazionale maschile. Una decisione, sottolinea il presidente della Federcalcio finlandese Ari Lahti , dettata dalla volontà di essere parte attiva nella creazione di una società più giusta ed equa. Inoltre, aggiunge il Presidente Lahti, la maggior visibilità dovrebbe consentire di trovare nuovi sponsor e nuove persone pronte a investire nello sviluppo del calcio femminile.

Questo non vuol però dire che, a livello di club, calciatrici e calciatori riceveranno lo stesso stipendio. Come detto, l’accordo tra la Federcalcio del Paese scandinavo e le associazioni giocatori ha valore solamente per le gare giocate con la maglia della nazionale. Sul fronte degli emolumenti ricevuti dai club, invece, le calciatrici dovranno continuare a trattare singolarmente, nella speranza che, nel medio periodo, i loro stipendi si avvicinino quanto più possibile a quello dei loro colleghi uomini.

 

Lo sguardo è già oltre, consapevoli che da questa debacle si può ripartire – si deve – in vista delle Olimpiadi di Tokyo 2020. Eppure la Nazionale italiana di scherma ritorna dai Campionati Mondiali 2019, appena conclusi a Budapest senza neppure una medaglia d’oro.

Un dato, negativo, non accadeva dal 1995 e nelle gare individuali non ha avuto neppure nessun argento: bisogna risalire a Losanna 1987, 32 anni fa, per trovare analogie. Anche se in quella edizione le medaglie furono due, invece, da questa rassegna l’Italia torna a casa con otto medaglie, e, persino una in più del Mondiale a Wuxi 2018, quando però gli ori furono quattro. Otto medaglie non sono poche, una d’argento e sette di bronzo, in tutte le specialità. Da qui bisogna ripartire, cioè dal fatto che l‘Italia è competitiva ovunque e lo sarà anche a Tokyo 2020 con gli stessi nomi.

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L’ultima medaglia, quella di bronzo, l’ha ottenuta nel fioretto maschile a squadre: gli azzurri Alessio Foconi, Andrea Cassarà, Giorgio Avola e Daniele Garozzo hanno sconfitto nella finalina la Russia per 45-32. Grande rammarico, invece, per il fioretto femminile che conferma l’argento dello scorso anno a Wuxi arrendendosi in finale. Il quartetto composto da Elisa Di Francisca, Arianna Errigo, Alice Volpi e Francesca Palumbo cede in finale alla Russia per 43-42 al minuto supplementare al termine di un match al cardiopalma e dall’andamento del punteggio sempre in bilico. Dopo un iniziale vantaggio azzurro, le russe sono state capaci di rimontare e portarsi avanti, prima di subire però la rimonta delle fiorettiste italiane. Nell’ultima frazione Elisa Di Francisca ha avuto due stoccate di vantaggio ad un minuto dalla fine del tempo regolamentare. Sul vantaggio di 42-41 a sei secondi dal termine, l’azzurra ha subìto un secondo cartellino giallo per copertura di bersaglio valido, che ha portato sul 42-42 lo score, lasciando vive le speranze russe poi concretizzatesi dopo pochi secondi dall’inizio del minuto supplementare.

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Peserà, senz’altro, il non essere riusciti a salire almeno una volta sul gradino più alto del podio in una rassegna iridata segnata da “prime volte”: Brasile, Grecia, Hong Kong e Iran sono andati a punti per la prima volta nella loro storia. Il Brasile, addirittura, ha iniziato il proprio medagliere mondiale con un oro, grazie a Nathalie Moellhausen, già campionessa mondiale di spada dieci anni prima con i colori dell’Italia, che ha battuto la cinese Lin Sheng.

Nel medagliere finale l’Italia si è piazzata al nono posto, mentre in cima c’è la Russia con tre ori, altrettanti argenti e un bronzo. Un gradino più sotto la Francia con due ori e tre argenti, mentre a chiudere il podio troviamo la Corea del Sud con due medaglie d’oro e due di bronzo.

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Lo straordinario Mondiale disputato dalle ragazze azzurre porta anche, se non soprattutto, il volto di Sara Gama. Le ragazze di Milena Bertolini hanno conquistato un Paese intero. Le dirette televisive sul servizio pubblico, l’attenzione mediatica ai massimi livelli, l’interesse verso una disciplina in rosa finora snobbata e sottovalutata. Il girl power ha lasciato le sue tracche anche nell’Italia del pallone, una nazione ancora tendenzialmente molto maschilista e settaria quando si parla di gol e campi da calcio. Icona di questa squadra, Sara Gama è stato il valico difensivo insuperabile assieme a Elena Linari.


Un torneo disputato ad altissimi livelli, precisa nelle chiusure, tempestiva negli anticipi, pratica negli incroci uno contro uno. Per la juventina è arrivato il riconoscimento della BBC. Una giuria di esperti, tra cui l’ex portiere inglese Rachel Brown Finnis, l’allenatrice del Chelsea Emma Hayes, la giornalista Alistair Bruce Ball e la scozzese Pat Nevin hanno stilato la top 11 del Mondiale. Nella formazione ideale compare Sara Gama al centro della difesa, unica italiana presente.

La lettera

La capitana azzurra, triestina classe 1989, ha scritto una lettera sui social per commentare le settimane mondiali della Nazionale femminile:

Emozioni avevamo promesso e emozioni abbiamo dato. Assieme a tutte noi stesse. Una lettera per spiegare il nostro Mondiale: esaltante, estenuante, elettrizzante, emendabile, educativo, euforico. Eloquente come un bravo oratore che usa le parole per catturare il suo pubblico. Noi di parole non ne avevamo molte, avevamo i nostri corpi tirati al massimo, le nostre menti concentrate e la nostra Essenza. Quella ha parlato ed è giunta forte e chiara a tutti.

Un grazie a chi è arrivato e si è lasciato trasportare dolcemente appassionandosi.

Una stretta infinita a chi c’era prima a sostenerci, ci ha seguito durante e rimarrà anche dopo questa cavalcata.

E uno sguardo orgoglioso alle mie compagne, quelle di oggi e quelle di ieri: eravamo molto più che una ventina di ragazze a questo magnifico mondiale francese.

Noi abbiamo messo lì un embrione, un corpo piccolo, unico e compatto come in questa foto. Con le potenzialità enormi che si sono intraviste ad aspettare di essere coltivate. A tutti ora il compito di curarlo e farlo crescere per poi scrivere nel futuro pagine Epiche che continuino le nostre piccole, o forse non così tanto, gesta di questa estate.

 

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Emozioni avevamo promesso e emozioni abbiamo dato. Assieme a tutte noi stesse. Una lettera per spiegare il nostro Mondiale: esaltante, estenuante, elettrizzante, emendabile, educativo, euforico. Eloquente come un bravo oratore che usa le parole per catturare il suo pubblico. Noi di parole non ne avevamo molte, avevamo i nostri corpi tirati al massimo, le nostre menti concentrate e la nostra Essenza. Quella ha parlato ed è giunta forte e chiara a tutti. Un grazie a chi è arrivato e si è lasciato trasportare dolcemente appassionandosi. Una stretta infinita a chi c’era prima a sostenerci, ci ha seguito durante e rimarrà anche dopo questa cavalcata. E uno sguardo orgoglioso alle mie compagne, quelle di oggi e quelle di ieri: eravamo molto più che una ventina di ragazze a questo magnifico mondiale francese. Noi abbiamo messo lì un embrione, un corpo piccolo, unico e compatto come in questa foto. Con le potenzialità enormi che si sono intraviste ad aspettare di essere coltivate. A tutti ora il compito di curarlo e farlo crescere per poi scrivere nel futuro pagine Epiche che continuino le nostre piccole, o forse non così tanto, gesta di questa estate💙💪 #RagazzeMondiali #FIFAWWC #DareToShine #Mondiale

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L’attacco fa vendere i biglietti, la difesa fa vincere le partite. Elena Linari deve aver letto da qualche parte questo noto aforisma sullo sport americano del telecronista John Madden. L’ex allenatore della Nfl si riferiva al football a stelle e strisce, ma è un’analisi concisa che si applica bene anche alla pallacanestro e al calcio. Basti pensare che la Nazionale femminile ai Mondiali di Francia ha vinto il suo girone grazie alla differenza reti. A pari punti con Brasile e Australia le ragazze di Milena Bertolini hanno ottenuto il pass da capolista per via delle sole 2 reti subite. E se i titoli di giornale se li prendono Barbara Bonansea e Cristiana Girelli, è la retroguardia però a rasserenare gli animi dei tifosi.

La coppia centrale è composta dalla capitana Sara Gama e Elena Linari, che gioca in difesa nell’Atletico Madrid. La calciatrice ha parlato ai microfoni dei sito ufficiale della Fifa:

Sapevamo che la differenza reti avrebbe potuto fare davvero la differenza. Non ero solo io però. Abbiamo rivisto le nostre partite e con i nostri attaccanti correre fino a 50 metri per aiutare la difesa. Questo dimostra davvero lo spirito della nostra squadra.

Venticinque anni, nata a Fiesole, cresce nella Fiorentina da buona tifosa viola. Poi passa a Brescia, il ritorno a casa prima della chiamata da Madrid, sponda Atletico.

Non mi è mai venuto in mente di dire no a un club così grande, potendo avere un’incredibile opportunità di crescere come persona e come giocatore. Ho superato molte difficoltà legate allo spostamento all’estero, ma l’ho fatto e si è concluso con l’Atleti che ha vinto il titolo nella mia prima stagione (…)

Giocare una partita importante come Atletico Madrid-Barcellona, ​​con oltre 60.000 persone è qualcosa di indescrivibile. Sentire i tifosi cantare l’inno a squarciagola, sentirlo sulla propria pelle, vedere con i propri occhi molte persone venire lì solo per noi, che urlano i nostri nomi…C’è solo una cosa che può superare tutto ciò. Essere ai Mondiali con la propria Nazionale, giocare la Coppa, fare la storia del mio Paese e rendere gli italiani orgogliosi del calcio femminile.

Il calcio, si sa, è uno sport magico. Per il calcio si gioisce e ci si dispera, si esulta e si soffre. Basta un gol del proprio beniamino o una parata decisiva del portiere della squadra avversaria perché le emozioni degli appassionati esplodano in un senso o nell’altro, sempre all’estremo, come forse non accade in nessun altra manifestazione sportiva. Ma, a volte, nel calcio accadono tragedie assurde ed incomprensibili, che restano impresse nell’anima dei tifosi come un ospite indesiderato che non ci pensa neanche a togliere il disturbo.

È il caso di questa storia: la storia di un calciatore, un ottimo calciatore, uno di cui avremmo sicuramente sentito parlare parecchio, che avrebbe avuto una carriera di sicuro successo e che, almeno in parte, l’ha avuta, prima che venisse stroncata definitivamente nel modo più assurdo che si possa immaginare. Sì perché la vita – e la carriera – di questo giocatore è terminata a soli 27 anni fuori da una discoteca di Medellin il 2 luglio 1994 spezzata dai colpi esplosi da una mitraglietta. Stiamo parlando di Andrès Escobar, che oggi avrebbe compiuto 50 anni.

UN POTENZIALE CAMPIONE

Andrés Escobar Saldarriaga nasce il 13/03/1967 a Calasanz, quartiere nord-occidentale della città di Medellín, nel cuore della Colombia andina.

Realtà non facile quella in cui Escobar cresce: il narcotraffico fra gli anni 70 e 80 è una realtà radicata con cui convivere e finirci invischiato è più di un rischio per un giovane di quegli anni.
Ma Andrès è diverso, si diploma e persegue quello che è il suo vero sogno: diventare un calciatore professionista. Sin da ragazzino si distingue come ottimo difensore grazie all’eleganza e l’efficacia degli interventi e queste doti gli permettono, appena ventenne, di diventare titolare inamovibile e simbolo della squadra principe della sua città: l’Atletico Nacional di Medellin.
Ma Escobar non è solo un giovane terzino, roccioso ed affidabile. E’ un giocatore ed uomo onesto, che gioca pulito senza eccedere con l’aggressività degli interventi. Ed è questa prerogativa che gli farà guadagnare il soprannome di El Caballero del Futbol (Il cavaliere del calcio).

Le sue prestazioni gli fanno ben presto ricevere le attenzioni del selezionatore della Nazionale colombiana, Francisco Maturana, che già nel 1988 lo convoca in Nazionale, venendo immediatamente ripagato della fiducia con l’unica rete internazionale di Escobar, peraltro in un palcoscenico di lusso: lo stadio di Wembley, dove la Colombia affronta l’Inghilterra in una partita valida per la Stanley Rous Cup.
Anche a livello di club, Escobar si toglie grosse soddisfazioni, con il suo Nacional che è protagonista di una cavalcata trionfale nella Copa Libertadores del 1989 fino alla vittoria ai calci di rigore contro l’Olimpia di Asunción.
Ed è proprio grazie a questa vittoria che il Nacional contenderà la Coppa Intercontinentale all’imbattibile Milan degli olandesi, venendo sconfitto solo grazie ad una perla di Chicco Evani su punizione all’ultimo minuto dei supplementari, dopo una partita ostica e gagliarda. Escobar è il più fiero alfiere di quella squadra e le sue indubbie doti lo portano addirittura, secondo parte della stampa, nel radar dello stesso Milan, salvo poi accasarsi allo Young Boys.
Ma il difensore colombiano probabilmente non digerisce con facilità il freddo clima bernese. Nel giro di pochi mesi, torna nella natia Medellín, consacrandosi definitivamente come eroe dei tifosi. Con la squadra della sua città, dove concluderà la breve carriera, riesce ad aggiudicarsi anche il campionato nazionale nel 1991.
In quegli anni Escobar fa parte della selezione colombiana forse più forte di tutti i tempi, una squadra che annoverava tra le sue fila fenomeni, ingestibili, del calibro di Valderrama, Higuita e Tino Asprilla, e un mix di giocatori di assoluto valore quali “El Tren” Valencia e Leonel Alvarez e giovani di ottima prospettiva quali Harold Lozano, Ivan Valenciano e Faryd Mondragon.
Addirittura, nelle qualificazioni ad USA ‘94, l’undici di Maturana riesce nell’impresa di imporsi per 5-0 a Buenos Aires, rifilando così uno schiaffo storico alla più quotata Selección argentina.

IL DISASTRO DI USA ’94

Ed è anche per questo che c’è grande attesa attorno alla Colombia ai blocchi di partenza di USA ’94. La Colombia sembra essere pronta per un mondiale storico e anche l’urna sforna delle avversarie più che abbordabili per Los Cafeteros: Romania, Svizzera e USA.
Ma l’avversario più ostico per quella Colombia è…la Colombia. I sudamericani sembrano in vacanza, non giocano con convinzione e vengono presi a pallate prima dalla Romania di Raducioiu e Hagi e poi dai padroni di casa, prima di vincere inutilmente con la Svizzera. Tutti a casa.
Ed è proprio contro gli USA che va in scena il dramma di Andrès: al minuto 35 il difensore, nel tentativo di ribattere un cross filtrante, colpisce male in scivolata e deposita il pallone alle spalle di Oscar Cordoba. E’ forse il fotogramma più famoso di quei Mondiali.

Gli esiti della disastrosa campagna a stelle e strisce non tardano ad arrivare: la stampa è furiosa e il rientro in patria di Maturana e soci non è certo leggero. Fin qui tutto normale.
Ma nessuno, nemmeno in quella Colombia fuori controllo ed in costante guerra civile, poteva pensare che una “catastrofe” calcistica potesse tramutarsi in una tragedia umana come quella che fu.

FINE DELLA STORIA

Il 2 luglio 1994, Andrés sta cercando di dimenticare le delusioni sportive e si gode la frizzante serata di Medellìn con la sua ragazza. Una normale serata estiva, almeno così sembra.
Si, perché c’è chi non ha dimenticato l’autogol di una settimana prima, qualcuno che aveva scommesso sul passaggio del turno dei Cafeteros: l’ex guardia giurata Humberto Muñoz Castro che, all’uscita di una discoteca, si avvicina al giocatore ed esplode sei (o dodici secondo alcuni) colpi di mitraglietta verso di lui. Fine della storia.
La fidanzata di Escobar sosterrà in seguito che l’omicida abbia urlato “Goooool!”, come nello stile delle telecronache calcistiche sudamericane. Secondo altri testimoni, il killer urla invece “Grazie per l’autogol!” mentre fa fuoco.
Dopo la tragedia, i compagni di squadra di Escobar, per paura di ulteriori ritorsioni, vengono sottoposti ad un regime di massima sicurezza. Il racconto dell’assurdo.

Ma in questa assurda storia c’è una speranza, una nota lieta. Ed è la consapevolezza che la fama del Caballero ha saputo resistere al tempo e che il suo ricordo è ancora vivo nel cuore dei tifosi colombiani, che ancora oggi intonano cori in onore del loro idolo. Ma questo non è sufficiente per accettare che si possa morire per un autogol.

 

Ci sono urla e segni diversi dagli altri. Al termine di una partita o durante un inno nazionale. Sono quelli della Nazionale italiana femminile non udenti di pallavolo che per la prima volta nella storia ha conquistato il titolo di campionesse d’Europa. A Cagliari la squadra di coach Alessandra Campedelli ha sconfitto 3-0 la Russia in finale in un match senza storia. Negli interi europei le azzurre hanno concesso solo un set alle avversarie, nella prima partita contro la Polonia. Poi difesa immacolata e il rullo consecutivo di vittorie fino al trionfo finale. Ucraina, Francia e due volte Russia.


Fino all’oro centrato in Sardegna, il massimo risultato centrato dalla Nazionale sorde era stato l’argento nel 2011. Medesimo traguardo centrato nelle Olimpiadi del 2017 in Turchia, a Samsun. Esulta Alessandra Campedelli, l’allenatrice di questo gruppo vincente costituita da giocatrici lavoratrici.

Ho chiesto alle ragazze due cose: prestare attenzione fino all’ultimo punto e di avere coraggio. Hanno avuto la pazienza di aspettare, hanno scelto i momenti giusti in cui si potevano fare dei break e i momenti in cui, invece, stare in attesa. E sono state bravissime a lavorare in campo e a giocare fino alla fine

Da Alice Calcagni a Ilaria Galbusera (premiata da Mattarella nel 2018 come Cavaliere della Repubblica), da Claudia Gennaro ad Alice Tomat. Sono le protagoniste di questa vittoria mentre la Nazionale maschile, nella stessa competizione, deve accontentarsi del quarto posto, sconfitta nella finale per il 3/4 piazzamento dalla Turchia.

Ci siamo, prendete il mappamondo, andate in Polonia e cercate Gdynia. E’ in questa città affacciata sul Mar Baltico che oggi scatterà il Mondiale Under 20 dell’Italia. La sfida è alle 18 contro il Messico che, assieme a Giappone ed Ecuador, compone il girone B della competizione. Gli azzurrini sono reduci dal terzo posto ottenuto nell’edizione del 2017 in Corea del Sud. Due anni fa trionfò la Nazionale inglese in finale contro il Venezuela, bissando il successo ottenuto nel Mondiale under 17. Il trofeo, nato nel 1977, si svolge ogni biennio e ha l’Argentina in testa al palmares con sei vittorie, seguito dal Brasile a 5. L’Italia è ancora a secco.

I fratellini di Chiellini e Donnarumma si presentano con la giusta dose di aspettative. L’allenatore è Paolo Nicolato che, lo scorso anno, ha portato l’Under 19 di Moise Kean in finale agli Europei contro il Portogallo, battuto solo ai calci di rigore. Vicentino, 52 anni, ha alle spalle una lunga carriera nelle squadre giovanili, tra cui prima il Chievo e poi le selezioni giovanili azzurre.

È un girone complesso dove non ci sono squadre materasso, ma due finaliste continentali quali Messico e Giappone, che hanno perso rispettivamente con Stati Uniti e Arabia Saudita, e l’Ecuador che contro l’Argentina ha conquistato il titolo sudamericano

Da Plizzari a Pinamonti

Le stelle della squadra sono il portiere Alessandro Plizzari, scuola Milan, che due anni fa parò due rigori nella finale terzo e quarto posto contro l’Uruguay. Poi il terzino Luca Pellegrini, cresciuto nella Roma e approdato poi al Cagliari e il centravanti Andrea Pinamonti, prodotti del vivaio Inter e messosi in luce a Frosinone. Le favorite di questa edizione sono Argentina, Francia e Portogallo, da tenere d’occhio la stella uruguaiana Nicolas Schiappacasse che quest’anno ha trovato poco spazio a Parma. I prossimi impegni degli azzurrini sono domenica alle 18 contro l’Ecuador e mercoledì 29 contro il Giappone sempre alle 18. In entrambe le occasioni si gioca a Bydgoszcz.

Prosegue a Coverciano il raduno della Nazionale femminile in vista del Mondiale che si disputerà in Francia dal 7 giugno al 7 luglio. Dopo l’allenamento mattutino di ieri, mercoledì 15 maggio, le Azzurre si sono rese protagoniste di un bel gesto di solidarietà: le ragazze hanno, infatti, incontrato i responsabili della onlus “Insuperabili”, a cui hanno devoluto il compenso per i loro diritti di immagine dell’Album di figurine Panini dedicato al Mondiale. La onlus, insieme a una squadra di testimonial capitanati da Giorgio Chiellini, favorisce attraverso l’attività in 13 scuole calcio il reinserimento sociale di 520 ragazzi con disabilità cognitivo, relazionale, affettivo emotiva, comportamentale, fisica, motoria e sensoriale.

Chiara Marchitelli, portiere della Fiorentina, ha portato il saluto di tutto il gruppo:

Dopo aver saputo che avevamo a disposizione un piccolo budget, ci è venuto naturale fare questo gesto. È importante che lo sport sia accessibile a tutti, ho seguito i vostri allenamenti e mi sono molto divertita con i ragazzi

Raccontare l’Italia è sempre qualcosa di unico e coinvolgente, specie se lo si fa con i ricordi e con cimeli della storia del nazionale italiana di calcio.

Grazie alla mostra “Un Secolo d’Azzurro” a Bari, tutti gli amanti dello sport e del calcio hanno avuto modo di tuffarsi nella centenaria storia della nostra nazionale, toccando con mano oggetti che sono stati il simbolo del Tricolore sul rettangolo verde.

Già perchè sembra strano immaginare scarpini da calcio che non siano di brand sportivi ultramilionari, o maglie che non siano aderenti, traspiranti e comodissime e invece, ripercorrendo tutta la storia dell’Italia di calcio si può certamente notare quanto sia stato difficile giocare a calcio nei primi decenni del ‘900 con scarpe adattate, palloni pesanti e maglie pungenti.

Scarpini usati durante il Mondiale del ’34

Se si pensa che i tacchetti delle scarpe erano attaccati con dei chiodi che spesso perforavano la suola provocando dolori ai piedi, se si pensa che il tessuto del pallone si inzuppava d’acqua durante i temporali aumentando il proprio peso fino a raggiungere il chilogrammo, beh diremmo che è veramente strano.

La riproduzione della Coppa Rimet dei Mondiali 1934 e 1938 e la Coppa del Mondo 1982 e 2006 sono sicuramente gli oggetti che qualsiasi persona voglia tenere in mano anche per qualche secondo, così come indossare i guantoni di Buffon o la maglia di campioni come Maldini, Costacurta e Baggio quando erano ancora sponsor oppure quella del “Mo je faccio er cucchiaio!” di Totti a Euro2000.

Immaginare il gioco del Subbuteo dei primi anni ’60, sfiorare le maglie azzurre con lo stemma sabaudo, rileggere i titoloni il giorno dopo la vittoria del Mondiale, toccare il pallone della finale di Berlino ’06: sono solo alcune delle emozioni che “Un Secolo d’Azzurro” offre.

Da Lippi a Cannavaro. A guidare la Cina è ancora un ct italiano.

Ha detto sì senza indugi perché la Cina è la sua seconda casa. L’x capitano della Nazionale azzurra campione del Mondo 2006 e attuale allenatore del Guangzhou Evergrande, Fabio Cannavaro, ha accettato l’incarico ad interim sulla panchina dei Dragoni.

Il tecnico napoletano va a sostituire il suo ex ct del Mondiale tedesco, Marcello Lippi, che ha guidato la formazione nell’ultima Coppa d’Asia fino all’uscita nei quarti di finale. Il mister viareggino, però, resta nell’organico federale come direttore tecnico.

Per l’ex difensore napoletano è stata una richiesta sorprendente che ha accettato dopo un’attenta valutazione. Conosce il calcio cinese e potrebbe essere una figura che porterebbe serenità all’ambiente.
Il debutto è già domani in vista della “China Cup” torneo amichevole in cui partecipano i cinesi, insieme a Thailandia, Uruguay e Uzbekistan: primo match al Guangxi Sports Center di Nanning contro la compagine thai.

Un bel banco di prova per il tecnico del Guangzhou, giunto secondo lo scorso anno in Superleague, attualmente a punteggio pieno dopo le prime due gare.

Dopo la China Cup la federazione cinese prenderà una decisione per il futuro. Ovviamente se Cannavaro dovesse ben figurare in questo minitorneo, la panchina dei Dragoni continuerà a essere sua.

I media cinesi, però, non hanno preso nel migliore dei modi questo progetto o per lo meno vaga un po’ di scetticismo nei confronti del tecnico partenopeo. I dubbi sono legati alla poca esperienza di Cannavaro e al fatto che non abbia ancora ottenuto risultati importanti (se non una Supercoppa di Cina la scorsa stagione).

Un po’ di sfiducia giunge anche da parte dell’ex nazionale Li Yan il quale ne esalta le qualità da calciatore ma che sulla panchina deve ancora dimostrare tanto.

Tuttavia i complimenti per questo importante salto sono arrivati dal mondo dello sport, tra cui la Juventus, sua ex squadra: