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Dalle grandi sfide tra Coppi e Bartali, alle imprese della Nazionale azzurra di calcio, non c’è stato evento sportivo che da fine ‘800 a oggi non sia stato visto, commentato, riportato agli italiani, dalla Gazzetta dello Sport. A Milano arriva nelle edicole il 3 aprile del 1896 nata dalla fusione tra il settimanale Il Ciclista e il bisettimanale La Tripletta, entrambi di argomento ciclistico. Il giornale esce, inizialmente, il lunedì e il venerdì di ogni settimana, visto che la maggior parte delle gare si svolgono nel fine settimana e il mercoledì o il giovedì. Sulla scia dei fogli da cui nasce, anche la Gazzetta tratta maggiormente di ciclismo, lo sport più seguito a fine Ottocento.

1997-2006: TUTTO VERO! Gioie e dolori di un'epoca - La Gazzetta ...

Tuttavia, bisogna aspettare ancora tre anni per vedere le pagine rosa sugli scaffali delle edicole. Il look iniziale del giornale è, infatti, caratterizzato da pagine verdi. Questo almeno fino al 4 settembre del 1896, quando le pagine vengono colorate di giallo. Il nuovo look non è destinato a durare molto e, il 1° gennaio 1897, si ritorna al colore verde. La Gazzetta dello Sport rimane di quel colore fino al 2 gennaio 1899, anno in cui viene lanciato il nuovo look a cui il quotidiano ci ha abituati.

Prima pagina La Gazzetta dello Sport 15 Febbraio 2004 | Fotografia ...

Non è chiarissimo perché il primo numero fu stampato su carta verde: Gazzetta dice che il motivo potrebbe essere stato economico, perché far “sbiancare” la carta costava più che mantenerla del colore verde chiaro. Altri fanno notare che il verde chiaro era anche il colore del Ciclista, uno dei due quotidiani sportivi dalla cui fusione nacque la Gazzetta dello Sport (l’altro era La Tripletta). E all’epoca esisteva già l’usanza di adottare carta colorata per i giornali sportivi: Le Vélo, un giornale sportivo francese fondato nel 1892, aveva la carta verde, mentre L’Auto – il predecessore dell’odierno quotidiano sportivo L’Équipe – venne fondato nel 1900 e adottò una carta gialla.

LA GAZZETTA DELLO SPORT – VERDE | El parlàva de per lù

Ci sono un paio di eccezioni, però, nell’era moderna. La “rosa” torna a essere verde il 16 dicembre del 2004 per una bella iniziativa: Quel giorno, il giornale aveva accettato la proposta di Shrek2 e del suo distributore, United International Pictures, di cambiare colore per un gesto di solidarietà: una parte del ricavato è stata devoluta al reparto pediatrico dell’Istituto dei Tumori di Milano. Il giornale svestiva per un giorno il rosa per promuovere un cartone animato che ha fatto divertire bambini di tutto il mondo, e nello stesso tempo voleva essere vicino a tanti bambini provati dalla malattia. In quell’occasione, furono raccolti e consegnati 120.000 euro.

Gazzetta dello Sport, prima pagina e titoli del 28 luglio

Successivamente l’11 giugno 2014 è uscita su carta azzurra – come il colore della maglia della Nazionale – per segnalare l’inizio dei Mondiali di calcio; il 28 luglio dello stesso anno è uscita su carta gialla per festeggiare la vittoria del ciclista Vincenzo Nibali al Tour de France (il giallo è il colore della maglia che indossa il primo in classifica durante il Tour de France). Verde è stata anche la prima pagina del numero del 3 aprile 2016, per festeggiare i 120 anni dall’uscita del primo numero.

Perché oggi la Gazzetta dello Sport è verde - Il Post

 

Una lunga striscia di gol, iniziata il 15 maggio 1910 con la prima storica rete firmata da Pietro Lana nel debutto della Nazionale italiana. Un rotondo 6-2 contro la Francia in un calcio ancora pioneristico. Pensate che, in mancanza di allenatori veri e propri ed essendo gli arbitri i più esperti tra gli addetti ai lavori, la Figc incaricò la Commissione tecnica arbitrale di scegliere i giocatori che avrebbero giocato in Nazionale per le prime partite.

Di gol in gol bisogna aspettare il 1997, esattamente il 29 marzo, per vedere gli Azzurri gonfiare la rete per la millesima volta. E l’onore della marcatura numero 1.000 spetta a un debuttante con l casacca azzurra: Christian Vieri. Il centravanti è alla prima stagione con la Juventus e, dopo alcuni dissapori con l’allenatore Marcello Lippi, gioca con più continuità: il 15 marzo segna la sua prima doppietta in maglia bianconera nella sfida vinta 3-0 contro la Roma e realizza due gol anche il successivo 6 aprile, nella roboante vittoria sul Milan per 6-1.

E’ in un ottimo momento di forma così Cesare Maldini, ct dell’Italia, lo fa partire titolare in attacco accanto a Zola nella sfida contro la Moldavia, valida per il quarto turno delle Qualificazioni per i Mondiali di Francia 1998. L’Italia vince 3-0, apre Maldini con una splendida serpentina in area,  Zola raddoppia a fine primo tempo e, dopo cinque minuti della ripresa, mentre tutto lo stadio Nereo Rocco di Trieste attende con ansia la rete numero 1.000, ecco che arriva: Dino Baggio crossa in area, Zola fa velo per Vieri che dopo aver stoppato scarica il suo potente sinistro alle spalle dell’incolpevole Romanenco.

Impossibile sperare in un debutto migliore.

Mercoledì 15 aprile 1998, il Corriere della Sera intitola:

All’Olimpico i biancocelesti, con una partita meno brillante del solito, passano grazie all’1-0 dell’andata a Madrid. La Lazio soffre ma centra l’euroderby di Parigi. Respinti gli assalti dell’Atletico di Vieri: il 6 maggio la finale tutta italiana contro l’Inter. L’ex bianconero annullato da un Nesta implacabile. Serata negativa per Boksic e per l’estro di Mancini

La sera prima, la Lazio si gioca la semifinale di Coppa Uefa contro l’Atletico Madrid e, nonostante lo 0-0, raggiunge la storica finale grazie alla vittoria pesantissima in trasferta. Elogio negli elogi, la prestazione di Alessandro Nesta, 22 anni da poco compiuti, che giganteggia nelle retrovie e annulla l’insidia Vieri. Nesta-gladiatore, Nesta-implacabile, «Loro hanno Ronaldo, noi abbiamo Nesta», si lascia andare il laziale Diego Fuser pronosticando il duello nella finale contro l’Inter che poi vedrà i neroazzurri smontare 3-0 i biancocelesti.

Due giorni dopo, il 16 aprile, la Repubblica dedica un pezzo intero al ragazzotto romano: “Classe Nesta: la mia forza è l’indifferenza”. E poi l’attacco:

Cosa fa un giovane campione, reduce da una notte trionfale, lanciato a vele spiegate verso il Mondiale, chiamato “immenso” dal suo datore di lavoro Cragnotti e “fuoriclasse ventiduenne” dal suo allenatore Eriksson? Monta sulla sua Golf cabrio nel giorno di riposo e va dalla mamma, in campagna, nella casa che lui stesso ha comprato con i soldi guadagnati come calciatore. Località Collevecchio, provincia di Rieti, rifugio dei Nesta da quando Alessandro ha cominciato a percorrere la sua strada. Quella del predestinato…

Lanciato a vele spiegate verso il Mondiale. Quello di Francia 1998. Già.

Lunedì 8 gennaio 2007. Il giorno in cui, come lo stesso numero 13 ha avuto modo di dire, Nesta si è convinto di aver vinto il Mondiale berlinese.

…Fino a quel momento nella mia testa ne era mancato un pezzettino. E’ squillato il cellulare, ero a Miami, a curarmi la spalla dopo l’ennesimo infortunio della mia carriera. Ancelotti mi aveva concesso il permesso di andare dall’altra parte del mondo e il Milan anche. Non ero proprio carico, anzi, non andava bene niente a livello fisico. Mi sentivo un condannato al dolore, sia in Nazionale che nel club: se guarivo, poco dopo mi rifacevo male. Stancamente, in maniera quasi scocciata, ho risposto:

“Pronto…”

“Ale, sono Lippi”

“Mister, che piacere”

“Il piacere è tutto mio. Ascolta qui, senti cosa sta succedendo”

In sottofondo udivo una voce calda, importante. Era il presidente della Repubblica Napolitano. Al Quirinale stava rendendo omaggio ai Campioni del Mondo.

“Ale, siamo a Roma, ci stanno premiando per il Mondiale vinto. Sei uno di noi. Hai capito? Sei uno di noi, uno dei ventitre, non te lo dimenticare mai”

Nesta e i tre Mondiali sono questo. E questa è l’icona più fedele della sua elegante, mortale e cristallina carriera da difensore. Come le sue scivolate. Pacchetto “all-inclusive”: il migliore difensore al mondo con il rischio di lasciarti sul più bello. Tre volte convocato alla Coppa del mondo da titolare, tre volte infortunato. 

In Francia, terza partita del Gruppo B di qualificazione: Italia – Austria 2-1. Nesta gioca solo tre minuti: duro scontro, lesione del legamento crociato anteriore, sei mesi di stop e addio sogni. Al suo posto entra Bergomi. Un dejà vu quattro anni dopo, anzi, forse anche peggio: ancora Gruppo di qualificazione, è quello G, ma è la seconda partita: Italia – Croazia 1-2. Nesta esce zoppicante dopo 24 minuti, il giorno dopo è un tam-tam di speranze tra infiltrazioni, riposo e preghiere. Riesce a essere in campo nell’ultima partita del girone pareggiata 1-1 contro il Messico, ma guarderà dalla panchina la mattanza beffarda coreana con il golden gol di Ahn. 

E arriva il 2006. Quello della maturità piena di Nesta e Cannavaro come centrali difensivi dopo che Maldini ha abdicato dal trono di leader della Nazionale. Con Buffon, un reparto inespugnabile come effettivamente sarà. Ma per Alessandro il nemico peggiore è quello muscolare. Terza partita del Gruppo E, contro la Repubblica Ceca. Diciassette minuti e il ct. Lippi e il dottor Castellacci si guardano, quasi affranti, mentre Nesta fa cenno che qualcosa non va. Distrazione al muscolo ileo-pettineo, entra Materazzi ed è il momento sliding-doors di quel Mondiale italiano. Marco segna dopo nove minuti, l’Italia vince 2-0 e vincerà il quarto Mondiale.

L’ex difensore di Lazio, Milan, Montreal Impact e Chennaiyin FC, a caldo, dice di non sentire sua questa medaglia. Non c’ha creduto fino a lunedì 8 gennaio 2007. Quel ragazzotto scoperto da uno scout della Roma, ma passato alla Lazio perché il babbo era laziale, che ha fatto il suo esordio in Nazionale prima squadra a 20 anni con Arrigo Sacchi e che ha detto definitivamente “ciao” all’azzurro l’11 ottobre 2006 nel match contro la Georgia,  quel ragazzo che si aggiustava continuamente la sua luccicante acconciatura a ogni colpo di testa, che sì, nonostante gli infortuni, ha vinto tutto. Che ha sollevato timidamente la Coppa assieme ai suoi compagni quasi in difetto e in dovere nei loro confronti. E ha messo tutti d’accordo: Alessandro Nesta, la tempesta perfetta.

Il 2 marzo 1886, a Torino, nasce l’allenatore più vincente della storia della nostra Nazionale, un fiero condottiero che seppe portare gli Azzurri al successo in due edizioni consecutive della massima competizione mondiale (1934 e 1938) – allora chiamata Coppa Rimet –  inframezzando questi exploit con la vittoria nell’Olimpiade del ’36 (l’unica per i nostri colori) e condendo il tutto con l’affermazione in due Coppe Internazionali (manifestazione antesignana degli Europei) nel 1930 e 1935.

Risultati che ne fanno senza dubbio uno dei più grandi personaggi unificatori dello sport italiano. Vittorio Pozzo: il Re Mida della Nazionale.

LA VITA

Pozzo nacque il 2 marzo 1886 a Ponderano, a due passi dalla Torino in pieno sviluppo industriale di fine ‘800, da una famiglia della piccola borghesia.
Un’infanzia non facile quella di Vittorio, connotata da modeste opportunità economiche ma, grazie agli sforzi dei genitori, caratterizzata anche da una buona educazione che, unita alle sue indubbie doti personali, contribuì a formarlo come uomo integro che faceva della preparazione e dello studio la sua dote peculiare e del piacere di viaggiare e scoprire nuove culture il segreto della sua evoluzione personale.
E fu proprio grazie ad un viaggio in Inghilterra che scoprì quel football che avrebbe riempito i suoi giorni e lo avrebbe accompagnato verso la gloria imperitura. Iniziò la sua carriera fondando la Football Club Torinese (l’attuale squadra granata di Torino) da “Presidente – giocatore” ma a 25 anni smise i panni del calciatore per concentrarsi sugli studi e diventare, poi, dirigente della Pirelli.
Ma fu al termine della Grande Guerra, dove si distinse come tenente degli alpini, che si vide la svolta della sua carriera sportiva. Grazie alla sua competenza, si guadagnò l’attenzione del mondo sportivo entrando nel mondo della nazionale di calcio, della quale diventa più di una volta commissario unico.

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LA LEGGENDA

È l’inizio della leggenda. Quella dell’allenatore che riuscì in ciò a cui nessun altro CT seppe mai avvicinarsi: vincere due Mondiali consecutivi (1934 e 1938). Per capire la portata dell’impresa, basti pensare che, dopo gli azzurri, solo il grande Brasile di Pelè, Didì, Vavà e Garrincha e soci riuscì a vincere due edizioni consecutive del Mondiale, nel ’58 in Svezia e nel ’62 in Cile ma con due commissari tecnici differenti, rispettivamente Feola e Moreira.

Viene da chiedersi quali furono i segreti per un successo così clamoroso.
Ebbene, Pozzo ci riuscì con i suoi metodi che univano la sua formazione militare e la sua capacità di dirigere il gruppo, in modo autorevole ma non autoritario, battendo sulle corde dell’identità e dell’orgoglio nazionale, traendo così il meglio dai suoi calciatori. Ingredienti semplici per imprese epiche.

Emblematiche della sua duplice natura, militaresca ma non autoritaria, e del forte legame, anche umano, instaurato con i propri calciatori, sono le parole che disse Piola con riferimento ai duri allenamenti nel ritiro pre – Mondiale del ’38:

Eravamo reduci da due mesi di strettissimo ritiro. Donne niente. E in campo vedevamo non uno, ma due palloni!”

Piola raccontava poi che in quella situazione, Giuseppe Meazza si trovò a supplicare Pozzo per una mezza giornata di riposo. Nonostante la preferenza per rigore e disciplina, Pozzo non si dimenticò di ascoltare i suoi ragazzi e concesse la mezza giornata. Con l’epilogo trionfale che tutti conosciamo.

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IL “METODO”

Era un allenatore estremamente preparato che non rinnegò mai il suo legame con il proprio passato militare ma che seppe unirci una forte volontà di evoluzione, riuscendo a portare innovazione in un calcio che, da ormai 30 anni, era fossilizzato sul metodo della Piramide di Cambridge, quel 2-3-5 a piramide rovesciata di matrice anglosassone e, di lì, si diffuse nel mondo intero.
Fu proprio Pozzo, infatti, insieme al collega Meisl allenatore del Wunderteam austriaco, a rielaborare questo modulo ed evolverlo nel cosiddetto “metodo”, una sorta di 2-3-2-3 che si fondava sulla centralità del centromediano e che prevedeva l’accentramento dei terzini e il loro avanzamento in funzione della tattica del fuorigioco e che fu il segreto dei successi del Grande Torino, che vinse cinque scudetti consecutivi dal 1942-1943 fino alla tragedia di Superga.

Pareva doveroso rendere onore, nel giorno della sua nascita, ad un uomo che deve essere considerato, di diritto, uno dei fautori della modernizzazione del calcio e che seppe diventare leggenda italiana nel momento storico più difficile per la nostra Nazione. Ciò che rende speciale il successo di Pozzo è infatti essere riuscito ad ottenerlo in un periodo come quello degli anni ’30 del Novecento, raccogliendo i cocci della drammatica esperienza della Grande Guerra ed ergendosi ad assoluto punto di riferimento per un intero movimento sportivo con una sequela incredibile di successi che mai si sarebbe ripetuta e che, probabilmente, mai potrà ripetersi.

…Li faccio sognare, in balia del mio spirito innocente, li stupisco sempre sono un giocoliere, li faccio godere geniale, anarchico e irriverente, tutti battono le mani, si alzano improvvisamente, per non perdere di vista la palla avvelenata che sembra impazzire innamorata, quando sulla fascia vola la Farfalla Indiavolata…

“Chi si ricorda di Gigi Meroni?” Questo è il titolo della canzone dalla quale sono tratte le parole. Come rispondere a tale domanda? Genio, giocoliere, funambolico, irriverente, anarchico…tanti aggettivi che dipingono Luigi “Gigi” Meroni, tra i più geniali calciatori italiani degli anni Sessanta, sciaguratamente scomparso, a Torino, all’età di 24 anni il 15 ottobre 1967.
In carriera ha indossato le maglie del Como (25 presenze e 3 gol), del Genoa (40 presenze con 6 reti) e del Torino di Nereo Rocco, collezionando con i granata 103 presenze e  22 gol.

In Nazionale fu convocato per la prima volta nel 1965 in occasione della partita di qualificazione con la Polonia.  Partecipò alla sfortunata spedizione guidata dal commissario tecnico Edmondo Fabbri ai Mondiali di Inghilterra del 1966, culminata con l’incredibile sconfitta contro la Corea del Nord per 0-1 e l’eliminazione al primo turno. Per le continue divergenze con il tecnico, Meroni giocò solo la seconda partita contro l’Unione Sovietica.

Un ragazzo straordinario nell’accezione che troviamo sui dizionari: “fuori dall’ordinario”, fuori dagli schemi tradizionali. E allora anche questo pezzo farà altrettanto, raccontando Gigi attraverso un elenco, in ordine alfabetico, di quegli aspetti che lo hanno reso indimenticabile.

ARTISTA

Molto spesso snaturata dall’utilizzo (alle volte improprio) del mondo pallonaro, questa parola sottolinea la bellezza e l’eleganza espressa da un calciatore. Lui, Gigi, era certamente bello ed elegante sul terreno verde di gioco, ma aveva passioni un po’ naif o forse semplicemente strambe, da renderlo artista anche fuori dal campo di calcio.
Nella fredda città piemontese, infatti, trovava calore e conforto dipingendo: gli piaceva l’arte e la pittura, un passatempo che si portava dietro sin da quando era ragazzino e che il successo non affievolì. Da giovane lavorò anche come disegnatore di cravatte di seta, un mestiere che gli piacque e che perfezionò fino ad arrivare a disegnare i propri abiti. Creava il modello, sceglieva lui la stoffa ed affidava tutto al sarto.

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ANTICONFORMISTA

Era un ventenne e come ogni ragazzino che si affaccia all’età adulta era infiammato da una ribellione adolescenziale. Ma era una ribellione positiva: rispettoso delle regole, mai fuori dalle righe, non pensava minimamente a cambiare il mondo, ma di fatto, il suo modo di vivere stravagante o semplicemente da ventenne un po’ guascone, destabilizzò l’Italia bigotta. Era un mezzo scapigliato (giusto per rimanere in tema d’arte). Calzini abbassati e maglia da fuori; prima i baffetti, poi capelli portati più lunghi e poi la barba.
«Se vai dal parrucchiere, potrai andare in Nazionale», roba da ridere a pensarlo oggi, eppure il concetto era questo. Accettò dinanzi alla possibilità di perdere il treno azzurro, poi divenuto famoso ed idolo di molti ragazzi che lo emulavano, l’allenatore dell’Italia dovette chiudere più di un occhio. Erano gli anni dei Beatles, ed un po’ ci somigliava: facile e scontato il soprannome. In Inghilterra c’era George Best definito il “quinto Beatle”, da noi Meroni era semplicemente il “Beatle italiano”. Viva la fantasia…

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BALILLA

L’elegante vecchia Fiat Balilla. La “sua” macchina che lo distingueva dalla massa. Gli altri in giro con le nuove Fiat, lui si riconosceva in quella, elegantemente nera.

CRISTIANA

Lui l’artista, lei la sua musa ispiratrice. «La bella tra le belle al Luna Park» (sempre nella canzone), nipote del giostraio del parco giochi di Genova, dove Gigi la vide e decise di non farla uscire più dalla sua vita. Era innamorato, tantissimo, al punto tale da fare avanti e dietro tra Genova e Milano (dove viveva lei) e non riposare. Dinanzi al lei, per lei, tutto il resto scivolava in secondo piano.
Il biondo dei suoi capelli, rendevano grigio tutto ciò che li circondava. Fece un patto con il Genoa quando era in odor di convocazione della Nazionale B. Disse:

Gioco, vi faccio rimanere in Serie B, ma prima della fine del match, fasciatemi la gamba così non vado in ritiro

Come andò a finire? Due gol di Meroni, Genoa ancora in B ed un gesso applicato alla gamba “solo” per stare un paio di giorni con Cristiana che era scesa.
Sfidò, anzi, ignorò il sistema prevenuto e chiacchierone che, soprattutto quando viveva a Torino, mal digeriva il rapporto tra un calciatore, così in vista, ed un ragazza, separata, che aveva avuto alle spalle una precedente relazione. Ma lui andava oltre.

 

DERBY

Quello della Mole Antonelliana, quello più amaro perché lui ormai non c’era più. Lo si giocò appena dopo una settimana dal tragico incidente in una atmosfera surreale: entrambe le tifoserie in silenzio mentre assistevano alla caduta di alcuni fiori, lanciati da un elicottero, che vennero poi posati lungo tutta la fascia destra, la sua “zona di competenza”. Dopo il match con la Sampdoria, nella quale Nestor Combin segnò una tripletta, Meroni (così riferisce Combin stesso) disse all’attaccante che anche contro la Juventus avrebbe segnato tre gol.
Combin, volle giocare a tutti i costi quella partita, nonostante un attacco febbrile. Andò in rete per tre volte nel 4-0 finale con il quale i granata sconfissero la Vecchia Signora. Ironia (c’è sempre lei di mezzo), fu la prima stracittadina vinta dopo sette partite, la prima senza Gigi che mai riuscì ad esultare contro i cugini rivali.

 

ESTERNO DESTRO

Alla domanda «preferisci entrare in porta con il pallone o magari fare il regista a centrocampo?» Gigi rispose che per lui era importante fare gol, senza dribblare tutti.
Mentiva: era un’ala destra estrosa capace di dribbling ubriacanti e di invenzioni geniali, veloce, guizzante, una “farfalla” come venne definito in sporadiche occasioni. Ma era un genio imprevedibile che seguiva il suo istinto e come tale non poteva essere imprigionato in uno schema specifico. A lui, infatti, era permesso anche accentrarsi in mezzo al campo per dar pieno sfogo alla suo essere estroso.

 

GALLINA

Se gli altri vanno in giro con i cani, perché io non posso andare a spasso con una gallina?

Nulla da obiettare. Guinzaglio al collo, portava in giro la sua fida amica, gelosa di Cristiana al punto da beccarla, ma si dimostrava calma e pacata con Gigi. E se ne andava in giro a Torino, mica un paesino sperduto delle Alpi…

 

FOLLE

Dopo quanto detto c’è da aggiungere altro?

 

INTER

O meglio la “Grande Inter” di Helenio Herrera, quella che nel 1967 dopo tre anni di imbattibilità in casa, capitolò a San Siro proprio per via di un gol di Meroni. Fu una partita frizzante per l’ala destra del Torino, che si muoveva leggero e che si difendeva coi denti contro Facchetti, ma a sgusciare era sempre lui. Imprevedibile come quando, appena dentro l’area, segnò un gol con un tocco morbido a giro che si insaccò sul lato sinistro della porta. La fotografia che rappresenta, forse, il punto più alto della carriera di un ragazzo che doveva ancora sbocciare. Una partita giocata con l’animo sereno di chi la notte precedente non dormì, ma aspettò sotto la pioggia la sua dolce amata per riappacificarsi dopo un litigio.

 

INSURREZIONE POPOLARE

Dopo il goal a San Siro, gli occhi di tutti vanno su quel ragazzino con la maglia granata ed il numero 7. Due occhi, però, sono i più temuti: quelli di Gianni Agnelli, presidente della Juventus. Allora era difficile dire di no al presidente bianconero e lui voleva Meroni a tal punto da offrire al presidente del Toro, Orfeo Pianelli, una cifra superiore ai 700 milioni di lire. Appena questa voce circolò tra le vie della città piemontese, una folla di tifosi granata protestò contro questa possibile cessione che di fatto, ufficialmente (ma c’è da credere il contrario) non fu mai presa minimamente in considerazione.

 

MORTE

Come definirla?Fatalità?Evento nefasto? La sera del 15 ottobre 1967, dopo aver giocato e battuto la Sampdoria per 4-2, Meroni e Poletti uscirono assieme per incontrare le rispettive fidanzate e mentre attraversarono corso Re Umberto, a pochi passi dalla casa di Gigi e vicino allo stadio Comunale, una macchina sfiorò Poletti, colpendo alla gamba sinistra Meroni che venne scaraventato al centro della strada e colpito a morte da una macchina che proveniva in senso opposto.
Una tragica morte accentuata dal sapore di beffa e di ironia. Ci si domanda se c’è qualcuno (lassù, laggiù, a destra o a sinistra..fate un po’ voi) che si diverte a giocare intrecciando destini. Alla guida dalla prima auto, quella che lo colpì alla gamba, c’era Attilio Romero, studente e tifoso granata che sul cruscotto aveva la foto del suo idolo del cuore, Gigi Meroni, e che prese parte nei “moti” derivati dalla possibile cessione del numero 7 alla Juve. Trentatré anni dopo, lo stesso Romero diventerà presidente del Torino.

Aldo Agroppi, non può dimenticare quel 15 ottobre 1967:

Gioia per l’esordio in A e dolore alla notizia dell’incidente. Dopo le partite Fabbri ci voleva in ritiro per evitare che andassimo in discoteca. Quel pomeriggio vincemmo e insistemmo tanto che il mister ci lasciò liberi. Avessimo perso, Gigi non sarebbe stato investito

Quella maledetta vittoria. Aveva 24 anni e lui che amava la pittura, stava dipingendo un quadro, un ritratto della sua Cristiana. Ci provava e riprovava, ma non riusciva a dipingere gli occhi: voleva rendere perfetto lo sguardo di una ragazza innamorata. E’ rimasto un quadro incompiuto, come la vita di un ragazzo che (trovando positiva risposta alla domanda di apertura) non verrà mai dimenticato.

Il suo non è un esordio come tanti altri, non può esserlo perché stiamo parlando di Fabio Cannavaro, del capitano e del leader della Nazionale italiana nel Mondiale del 2006, perché è stato il detentore di presenze in maglia azzurra dal 2009 al 2013 – 136, poi superato poi da Buffon – , capitano dal 2002 al 2010 e perché è il secondo giocatore con più presenze da capitano in nazionale, ben 79, dietro ancora una volta a Buffon.

Così quel match amichevole tra Italia e Irlanda del Nord del 22 gennaio 1997, a posteriori, non rappresenta una partita qualsiasi, ma il debutto di un pilastro attorno al quale, complice il ritiro di Maldini a fine Mondiale in Corea e Giappone e i continui infortuni di Nesta, tutta l’Italia si è aggrappata.

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A convocarlo per quella partita è Cesare Maldini che lo conosce molto bene avendolo allenato nelle precedenti esperienze in Under-21. Anche per il ct è il debutto sulla panchina dell’Italia: allo stadio Barbera di Palermo, si apriva un nuovo ciclo dopo Arrigo Sacchi e Maldini presentò una formazione con un nuovo modulo, il 3-5-2. Dopo meno di dieci minuti Albertini pescò Zola che scartò il portiere e firmò da posizione defilata l’uno a zero. Poi nella ripresa ecco l’esordio del 23enne Fabio Cannavaro, al minuto 72’ al posto di Costacurta, quindi Zola lasciò il posto a Del Piero e proprio il talento juventino fu decisivo a pochi minuti dal termine con la punizione deviata dal portiere avversario per il 2-0 definitivo.

Maldini  impiegò Cannavaro subito con continuità e lo convocò al Mondiale 1998 in Francia. All’inizio del torneo, Cannavaro non offrì prestazioni convincenti e contro il Cile fu il principale responsabile sulla doppietta di Salas, ma migliorò notevolmente il suo rendimento nelle partite successive e contro la Francia, nei quarti di finale, fu il migliore in campo dell’Italia nonostante una ferita allo zigomo causata da una gomitata proditoria di Guivarc’h ad inizio ripresa.

Cannavaro non è stato un grande goleador, anzi. In Nazionale ha segnato solamente due reti: la prima nel maggio 2004, nel 4-0 complessivo contro la Tunisia, ultimo match prima dell’Europeo, e la seconda marcatura quattro anni dopo, nel febbraio 2008 contro il Portogallo (3-1 risultato finale), nel giro di amichevoli del campionato europeo che saltò per la rottura dei legamenti della caviglia.

Pietro Anastasi è morto all’età di 71 anni, venerdì 17 gennaio. Il figlio ha rivelato all’Ansa: “Era ammalato di Sla, gli era stata diagnosticata dopo essere stato operato per un tumore all’intestino. Papà ha chiesto la sedazione assistita”.

 

Nel 2014, l’Uefa, in occasione del proprio sessantesimo anniversario, l’ha inserita nelle 60 reti più belle della storia dell’Europeo. E per i colori azzurri ha un valore ancor più profondo e intimo perché ci riporta all’unico successo intercontinentale vinto dall’Italia. Erano i campionati europei del 1968, terzo torneo assoluto, con la fase finale giocata proprio nella nostra penisola tra Firenze, Napoli e Roma, e vide l’Italia di Ferruccio Valcareggi battere la Jugoslavia al termine della doppia finale.

Doppia, sì, perché nella prima “manche” il risultato fu di 1-1 e non essendo previsti dal regolamento i rigori, si ricorse alla ripetizione dopo 48 ore. Valcareggi sostituì ben cinque calciatori rispetto al primo incontro, ma non toccò Pietro Anastasi, inamovibile. Eppure, per il ragazzotto di vent’anni di Catania, che aveva appena fatto il suo debutto in Serie A con la maglia del Varese collezionando 11 gol in 29 partite, quella dell’8 giugno 1968 fu la sua prima partita in assoluto con la maglia azzurra. Lì in attacco, in mezzo ai grandi, giocò da titolare anche la ripetizione della finale. Riva segnò la prima rete, lui con una mezza prodezza, il 2-0: «De Sisti mi passò il pallone che compì uno strano rimbalzo: tirai senza sapere dove l’avrei indirizzato e ne venne fuori un gran gol».

Fu nominato Cavaliere della Repubblica anche se era ancora minorenne (la maggiore età si otteneva a 21 anni, all’epoca). Per lui, per Pietro Anastasi si fece un’eccezione, del resto l’Italia era da 30 anni che non vinceva nulla. Ma la sua carriera legata alla Nazionale passò dal trionfo, inaspettato, a una cocente delusione, altrettanto inaspettata per l’assurdità di come arrivò. Due anni dopo l’Italia stava per partire insieme per il Messico, per il Mondiale del 1970. Nella notte fra il 15 e il 16 maggio, la notte prima della partenza, Anastasi cominciò a lamentarsi, aveva fortissimi dolori al basso ventre, tanto che nella camera del Parco dei Principi che ospitava la Nazionale lo visitò il dottor Fino Fini. Si parlò di appendicite, ma la storia era un’altra: lui e gli altri azzurri presero di mira il massaggiatore Spialtini che, per “vendicarsi”, rifilò uno schiaffo all’apparenza innocuo sul basso ventre di Anastasi. Il responso fu una mazzata: versamento testicolare, la situazione precipitò e Pietro venne trasportato immediatamente in ospedale e operato la mattina successiva alle 8.30. Per lui il Mondiale finì prima ancora di iniziare.

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La Nazionale italiana, venerdì 11 ottobre, ha fatto visita ai piccoli pazienti malati di tumore dell’Ospedale Bambino Gesù di Roma. Il difensore della Lazio, Francesco Acerbi, che qualche anno fa ha vinto la personale battaglia contro un cancro al testicolo sinistro, è stato il giocatore che più di ogni altro ha voluto regalare un sorriso a tutti i bambini presenti nei reparti e ha lasciato la struttura per ultimo. Alessandro Iapino, responsabile dell’Ufficio Stampa e del Coordinamento Editoriale dell’ospedale , suo suo profilo Twitter ha raccontato un bell’aneddoto: «Francesco dobbiamo andare, è tardi, sono già tutti sulle navette» gli è stato detto. «Non mi importa, possono anche andare, io prendo un taxi, ma finché non finisco il giro non me ne vado», la risposta del calciatore.

La squadra all’arrivo all’ospedale al Gianicolo è stata suddivisa in gruppi, per incontrare il maggior numero possibile di bambini e ragazzi ricoverati nei diversi reparti, e per Acerbi è stato senza dubbio un momento molto emozionante perché il 14 luglio 2013, appena arrivato al Sassuolo, riceve la notizia più brutta della sua vita: tumore al testicolo sinistro. Per il difensore comincia la battaglia più dura, fatta di chemioterapia, pazienza e tanta fiducia. Il tumore viene rimosso, a settembre torna in campo a Verona contro l’Hellas e tutto sembra finire al meglio. Ma il destino ha altre idee e a dicembre arriva la seconda mazzata: in un controllo antidoping dopo la partita con il Cagliari, Acerbi risulta positivo alla gonadotropina corionica. Non si tratta di doping, ma qualcosa di molto peggio: il tumore è tornato. La battaglia si gioca così su due campi: da una parte le cure per debellare il male proseguono, dall’altra lotta di ricorso in ricorso contro la sospensione cautelare per doping. E alla fine vince ancora. La battaglia per la vita, il trionfo più bello.

Roberto Baggio avrà una storia a lui dedicata su Netflix. Non sarà un documentario ma un film vero e proprio, un biopic. Non si sanno ancora durata e data di uscita, si parla del 2020 o 2021, ma per ora basta l’annuncio: la pellicola si chiamerà “Il Divin Codino”, sarà diretto da Letizia Lamartire, regista pugliese classe ’87 che con Netflix ha già lavorato per la serie Baby e a interpretare il delicatissimo ruolo di Baggio sarà il 26enne abruzzese Andrea Arcangeli, capelli biondi, occhi chiari e uno sguardo che ricorda molto quello dell’ex campione azzurro

Il film coprirà i 22 anni di carriera di Baggio, dagli esordi nel Lanerossi Vicenza all’ultimo step della sua immensa carriera a Brescia, senza dimenticare ovviamente le esperienze in maglia azzurra. Non si parlerà però solo di campo ma si analizzerà anche l’uomo che con il suo carattere introverso e la sua semplicità è riuscito a conquistare il cuore di tutti i tifosi. Lo stesso Roberto Baggio seguirà di persona l’intera realizzazione della pellicola e la regista Lamartire ha detto:

E’ la storia di un uomo umile con un talento smisurato che con le sue giocate ha cambiato il calcio italiano. Racconteremo anche il percorso di una persona che attraverso le sofferenze personali ha raggiunto grandi trionfi in campo

La storia sarà tratta dal libro di Raffaele Nappi che parla di “un ragazzino prodigio, con 220 punti interni di sutura e un menisco perforato a 17 anni. La storia di chi davano tutti per spacciato, e si è ritrovato con un Pallone d’oro tra le mani. Questa è la storia di scontri, tafferugli, incendi in nome di un calciatore. È la storia di un’estate italiana, di piazze e di feste, di bandiere e di vespe, di monaci e di cacciatori. Questa è la storia dell’uomo che non ha nemici. Questa è la storia di una generazione. Questa è la storia di un campione. Questa è la storia di Roberto Baggio”.

Il Divin Codino è una delle sette pellicole che nasceranno dall’accordo fra Netflix e Mediaset: non resta che sedersi in poltrona e aspettare con un pizzico di pazienza l’uscita di questi prodotti italiani che andranno prima su Netflix e poi, a distanza di 12 mesi, su Canale 5.

Ho promesso al bambino che sognava di diventare calciatore, che avrei giocato fino a quando avessi provato meraviglia entrando in campo. Ma il cuore mi ha detto che stavo venendo meno alla promessa. Mi fermo, ma sento di dover dire grazie sogno, mi hai dato forza e felicità!

Con queste parole il centrocampista Claudio Marchisio ha annunciato il suo ritiro dal calcio a 33 anni. Ben 23 di questi li ha passati alla Juventus, suo sogno e grande amore: un fiero scudiero della Signora, dalle giovanili alla prima squadra, passando anche per la Serie B, che però l’ha fatto entrare nei cuori dei tifosi e l’ha consacrato nel calcio italiano ed europeo. Una decisione difficile ma presa con consapevolezza e annunciata in una conferenza stampa all’Allianz Stadium, nella sala “Gianni e Umberto Agnelli”. Dopo l’ultimo infortunio al ginocchio, professionale ed etico fino alla fine, ha rescisso anticipatamente il contratto con lo Zenit, squadra di San Pietroburgo, “dolce esilio” quando non rientrava più nei piani della Juventus. Non ha accettato altre proposte in Serie A, ma non è quello il suo rimpianto:
Il rimpianto? Quello di non vincere la Champions con la Juve e l’Europeo con la Nazionale. Sono i miei due rimpianti più grandi. Il momento più bello è quello in cui mi sono reso conto che il sogno si stava realizzando ed è stato l’anno della Serie B. Vedevo le facce dei campioni che avevano scelto di restare in B. Per me non era indossare la maglia della Juve in Serie B, era indossare la maglia della Juve e basta” Il gol più bello? “Sono due: quello contro l’Inter e il primo segnato nel nuovo stadio, è stato l’inizio di un ciclio vicente irripetibile. La partita che vorrei rigiocare? Quella contro il Barcellona in finale di Champions a Berlino, anche solo una parte del secondo tempo
389 partite con la maglia della Juventus, una sola espulsione e sette scudetti – tra i tanti altri trofei alzati al cielo. Con la casacca azzurra della Nazionale, l’esordio nell’agosto del 2009 contro la Svizzera, poi 55 sfide, molte delusioni e l’Europeo del 2012 giocato da protagonista e leader. L’ultima partita nel 2017 in un 3-0 contro l’Uruguay in cui Claudio gioca appena 19 minuto ed esce per infortunio. Diversi i messaggi sui sociali, ma da un ex-Barça arriva un’autentica poesia, breve ma profonda: per Andrés Iniesta, da oggi il “calcio è un po’ meno calcio”.