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Se fosse una carta da gioco, sarebbe sicuramente il sette a denari, il settebello, come il numero degli scudetti consecutivi vinti dalla Juventus. Un record mostruoso e probabilmente irripetibile che lancia la società della famiglia Agnelli nell’Olimpo delle imprese sportive di tutti i tempi.

Con lo 0-0, piuttosto prevedibile, contro la Roma i bianconeri centrano il 34° scudetto della loro storia, anche se a Torino la conta si allunga a 36, con i due titoli vinti sul campo e poi cancellati da Calciopoli. Analizziamo il successo juventino passando in rassegna tutti i numeri e i record dell’ennesimo trionfo di Madama:

? Settimo scudetto consecutivo, quindi. Record assoluto in Italia. I precedenti si fermano a cinque, come il quinquennio d’oro della Juventus 1930-1935, il Grande Torino 1942-1949 (con l’intermezzo della pausa dettata dalla II Guerra mondiale e il punto finale messo dalla tragedia di Superga), l’Inter 2005-2010 (con l’edizione 2005-2006 vinta a tavolino);

? Quarta doppietta consecutiva campionato-Coppa Italia. Anche in questo caso record assoluto e record di coppe nazionali vinte consecutivamente;

? La striscia aperta juventina è record assoluto nei maggiori campionati europei, primato in coabitazione con il Lione nella Ligue 1 (2001-2008). In Bundesliga il Bayern Monaco è sulla scia della squadra di Allegri: sei Meisterschale uno dietro l’altro negli ultimi sei anni. Nella Liga spagnola il Real Madrid si è fermato a cinque titoli vinti di fila (1960-1965 e 1985-1990). In Premier League c’è la maledizione del tris, nessuno mai è andato oltre tre sigilli consecutivi: Huddersfield Town 1923-1926, Arsenal 1932-1935, Liverpool 1981-1984, Manchester Uniter 1998-2001, 2006-2009 e 2010-2013;

 

? Se includiamo anche gli altri campionati europei, l’asticella del record si alza notevolmente. In Bielorussia il Bate Borisov ha vinto il 12mo campionato di fila, se ci dirigiamo verso Gibilterra o la Lettonia troviamo primati doppiati rispetto a quelli italiani: Lincoln Red e Skonto Riga sono a quota 14 titoli consecutivi. Uno di meno per il Rosenborg in Norvegia;

? Con i 34 titoli, la Juve aumenta a 16 il distacco di scudetti dalle immediati inseguitrici (Milan e Inter a 18);

? A eccezione di clamorosi scossoni dell’ultima giornata, sette scudetti consecutivi fanno rima con sette migliori difese consecutive. La Juve al momento ha subito 23 gol, cinque gol in meno subiti rispetto a Napoli, Roma e Inter (28).

? Sono dieci i clean sheet consecutivi (porta inviolata), record eguagliato rispetto al 2015-2016;

? Massimiliano Allegri è il primo allenatore dei primi cinque campionati europei a centrare quattro doppiette consecutive (campionato – coppa nazionale). Nella classifica nazionale degli allenatori pluriscudettati comanda sempre Trapattoni (7), seguito a quota 5 dallo stesso Allegri, Lippi e Capello (quest’ultimo che può vantare i due titoli sul campo con la Juventus e poi cancellati da Calciopoli);

? La Juventus è la prima squadra a vincere un torneo in Italia disputato con la tecnologia Var. Discorso identico per il Bayern Monaco in Germania e il Porto in Portogallo, ovvero gli ulteriori due campionati in cui è stata utilizzata la Video Assistant Referee;

? Lo stadio Olimpico succursale dell’Allianz Stadium. Sono ben 11 i successi festeggiati nella capitale: gli scudetti 1973-1978 e 2018, cinque Coppe Italia, due Supercoppe italiane e la Champions League del 1996;

? Gianluigi Buffon è il giocatore italiano ad aver vinto più scudetti: 9, più i due conquistati nel 2004-2005 e 2005-2006 e poi revocati dalle sentenze di Calciopoli. Sopravanza, nella speciale classifica, Giovanni Ferreri, Giuseppe Furino e Virginio Rosetta;

? Sono infine cinque i calciatori in attività ad aver vinto sette campionati consecutivi in Italia: oltre allo stesso Buffon, ci sono i bianconeri Andrea Barzagli (vincitore di un titolo in Germania con il Wolfsburg nel 2008-2009), Giorgio Chiellini, Claudio Marchisio e Stephan Lichtsteiner.

? Se il Napoli, infine, dovesse battere il Crotone arriverebbe a quota 91 punti. Sarebbe la prima volta in Italia che una squadra superasse i 90 punti senza vincere lo scudetto. Un dato che restituisce l’incredibile striscia di successi della Juventus.

 

Donnarumma festeggia un altro record: dopo essere stato riconosciuto il migliore giocatore under 20 d’Europa (secondo la classifica del CIES Football Observatory), nella partita Milan-Napoli ha raggiunto le 100 presenze in Serie A.

Questo traguardo diventa eccezionale se si pensa che è il calciatore più giovane di sempre a registrare questo primato. 19 anni, 1 mese e 21 giorni: proprio la sua età lo fa balzare in cima alla classifica, superando anche Gianni Rivera, detentore del record dal lontano 1963.

Si lascia dunque alle spalle non solo figure come quella di Rivera (19 anni, 5 mesi e 9 giorni), ma supera anche Piola, Colaussi, Mancini, Maldini, Buso e Totti. 

1G. Donnarumma19 anni, 1 mese, 21 giorni
2Rivera19 anni, 5 mesi, 9 giorni
3Piola19 anni, 11 mesi, 19 giorni
4Colaussi20 anni, 1 mese, 22 giorni
5Mancini20 anni, 2 mesi, 28 giorni
6P. Maldini20 anni, 8 mesi
7Buso21 anni, 1 mese, 22 giorni
8Totti21 anni, 3 mesi, 29 giorni

 

Donnarumma, da molti definito come l’erede di Buffon, ha cominciato a giocare giovanissimo, debuttando in Serie A a 16 anni. Fedele alla maglia del Milan, da allora è rimasto titolare della squadra rossonera e nel suo palmares sono diverse le parate storiche che lo rendono un grande portiere.

Quella che lo stesso protagonista ritiene la più importante parata della sua carriera lo vede tornare con la mente fino alla Supercoppa giocata contro la Juventus nel 2016 a Doha. Un trofeo vinto dai milanisti ai rigori, in cui decisivo è stato l’intervento di Donnarumma su Dybala, deviando quel gol che ha deciso la vittoria del suo Milan.

E nella sua centesima presenza in Serie A diventa l’eroe del match, con un’altra incredibile parata inflitta a Milik, che proprio negli ultimi minuti ha tentato il colpaccio. Donnarumma esulta per la sua azione e così risponde ai microfoni dei giornalisti una volta terminato il derby di San Siro:

Non so se sia la parata Scudetto perché mancano ancora molte partite e auguro al Napoli di giocarsela fino alla fine. E’ stata una bella parata all’ultimo secondo, non ho pensato agli avversari, ho esultato per la parata. Ci alleniamo sempre al massimo, poi è normale che un portiere abbia degli alti e bassi. Io continuo a lavorare e a dare sempre tutto come ho sempre fatto. Ringrazio anche il mister per le belle parole, stiamo lavorando bene ma il merito è anche della squadra che mi dà grande tranquillità

E a chi lo accosta alla figura di Dida nella partita contro l’Ajax in Champions League ecco cosa si sente di rispondere:

Questa parata come quella di Dida nel 2003 contro l’Ajax? L’ho vista molte volte quella parata, si stavano giocando la Champions e credo che la sua parata sia stata più difficile

Obiettivo ma schietto, Donnarumma gioca per passione (altro motivo che lo rende così simile a Buffon!) e non si cura del domani, delle decisioni del calciomercato o di Reina come secondo:

Una parata che mi fa venire voglia di diventare una bandiera rossonera? Sì, fa piacere fare queste parate ma di mercato non so niente. Io penso solo a lavorare e a dare il massimo per questa maglia. Per il mercato ci penseranno il mio agente e la società. Reina degno di farmi da secondo? Questo non lo so. Gli faccio i complimenti perché è un grandissimo portiere, ha dato tanto al calcio e lo darà ancora per molto tempo

Di certo, visti i suoi risultati, non ha motivo di temere per il futuro. Nel frattempo, però, entra nella storia del calcio con questo suo record raggiunto a soli 19 anni.

Prima di Neymar al Paris Saint Germain, prima delle megalomani operazioni di mercato in terra inglese con gli acquisti in difesa tra Manchester City e Liverpool. Prima della bolla creata da sceicchi e fondi asiatici, c’era l’Italia che come il Klondike era una miniera d’oro per numero di talenti e operazioni di calciomercato. Ma quali sono state le operazioni più costose che hanno visto coinvolta la Serie A sia in entrata che uscita? Ecco la top10

 

#10 Christian Vieri

Nella Liga, con la maglia dell’Atletico Madrid, segna 24 gol in 24 partite. Primo posto nella classifica marcatori e quindi la conquista del Trofeo Pichichi, unico italiano a vincerlo. La Lazio di Cragnotti, dunque, decide di riportarlo in Italia nell’estate 1998 dopo una sola stagione in Spagna. Ma Vieri, nella capitale rimane poco: è sensazionale il suo passaggio all’Inter l’anno successivo con Moratti che vuole regalare a Lippi l’ariete per puntare allo scudetto. L’operazione per portare a Milano il 25enne ex-Juve è, fino a quel momento, la più costosa di sempre: quasi 90 miliardi di lire offerti alla Lazio (nel prezzo è compreso il cartellino di Simeone, valutato 21 miliardi) ovvero 48 milioni di euro.

#9 Gaizka Mendieta

Sono gli anni dello strapotere della Lazio e di Cragnotti prima del crack fallimentare. I laziali non solo dominano in Serie A e si fanno valere anche in Europa sul rettangolo di gioco, ma fanno la voce grossa anche nel calciomercato. L’oggetto dei desideri è lo spagnolo Mendieta, capitano e leader del Valencia con il quale, dopo aver vinto la Coppa del Re e la Supercoppa spagnola nel 1999, disputa due finali consecutive di Champions League, perdendole entrambe contro Real Madrid e Bayern Monaco. Eletto miglior giocatore della competizione nella stagione 2000-2001, la Lazio, nella stessa estate dopo aver ceduto Nedved alla Juventus, decide di piazzare il colpo versando nelle casse valenciane 89 miliardi di lire (48 milioni di euro) diventando così il secondo acquisto più costoso nella storia del club biancoceleste dopo Hernan Crespo.

#8 Gianluigi Buffon

Quelle di inizio millennio sono estati calde, caldissime per il mercato dei calciatori, soprattutto in Italia che di talenti ne ha ancora e mantiene un prezioso fascino a livello europeo e internazionale. Così sempre nell’estate 2001, mentre Mendieta valigie in mano passa dalla Spagna all’Italia, percorso inverso – destinazione Madrid – lo fa Zinedine Zidane che lascia la Juventus per accasarsi al Real. Con i soldi incassati, la Juventus decide di investire massicciamente nel mercato facendo razzia del meglio che c’è in giro. Sfumato lo scudetto anche (ma non solo) per alcune incertezze del portiere Van Der Sar, Moggi bussa alla porta del Parma e chiede Buffon, 23 anni e un futuro certo da campione. Così, dopo aver perfezionato l’acquisto di Lilian Thuram dal Parma, sempre dagli emiliani, la Juventus acquista Buffon per 75 miliardi di lire più la cessione a titolo definitivo di Jonathan Bachini, valutato 30 miliardi (in totale 52,88 milioni di euro). Il portierone è quell’anno l’acquisto più oneroso nella storia della società bianconera, record mantenuto fino al 2016.

#7 Hernan Crespo

L’avevamo già chiamato in causa con l’operazione Mendieta. Sì, perché Gaizka è il secondo acquisto più costoso nella storia della Lazio: al primo posto c’è l’attaccante argentino Hernan Crespo. Crespo nel 2000 ha 25 anni, gioca nel Parma e con i ducali vince Coppa Italia, coppa Uefa e Supercoppa Italiana. La Lazio con il tricolore sul pezzo investe ben 110 miliardi di lire (56,81 milioni di euro) per aggiudicarsi el Valdanito. Il suo trasferimento risultò essere il più costoso nella storia del calcio mondiale, seppur per pochi giorni: nello stesso mese, infatti, il portoghese Luis Figo viene acquistato dal Real Madrid per 143 miliardi di lire.

#6 Edison Cavani

Edinson Cavani si è affermato come uno dei giocatori più prolifici d’Europa. È passato dal Napoli al PSG nel 2013 ed è adesso parte di quello che è probabilmente il miglior attacco d’Europa. Il suo trasferimento da 64 milioni e mezzo di euro adesso sembra un affare se si pensa al mercato gonfiato ed Edison, attualmente, è il miglior marcatore nella storia del club transalpino. Scommesse calcio oggi vedono il PSG tra i favoriti per la conquista della Champions League in quanto possono disporre anche della star brasiliana Neymar per rinforzare il loro attacco. Dai uno sguardo all’infografica per vedere i maggiori ingaggi della Serie A.

#5 Kakà

Mezzo milione in più rispetto all’affare Cavani – PSG, in quinta posizione c’è la cessione di Kakà nel 2009 al solito Real Madrid che, ciclicamente, mette piede nel supermercato Italia. Kakà, figliol prodigo del Milan, già promesso a gennaio al Manchester City decide di rimanere in rossonero, ma la cessione è solo rimandata e approda così nell’universo Galacticos assieme a Cristiano Ronaldo. La faraonica campagna acquisti del Real Madrid di Florentino Perez continuò con l’ingaggio del francese Karim Benzema dal Lione per 35 milioni, degli spagnoli Raul Albiol dal Valencia, Alvaro Arbeloa e Xabi Alonso dal Liverpool e Esteban Granero dal Getafe.

#4 Zlatan Ibrahimovic

Zlatan nella sua ossessiva ricerca di vincere la Champions League, dopo aver dominato in Italia prima con la Juventus e poi con l’Inter accetta il passaggio al Barcellona, nella stessa estate del doppio colpo merengues Kakà – Cristiano Ronaldo. La società spagnola paga 46 milioni di euro all’Inter più la cessione del camerunese Eto’o, valutato 20 milioni. Inizialmente è previsto anche il prestito per un anno del bielorusso Hleb, con diritto di acquisto da parte dei nerazzurri per 10 milioni, ma è saltato, e quindi il Barcellona versa altri 3 milioni circa per concludere l’affare per una valutazione totale di 69.5 milioni di euro.

#3 Zinedine Zidane

L’avevamo già accennato. Eccoci al gradino più basso del podio. Sua maestà Zinedine Zidane che nel 2001 si trasferisce dalla Juventus al club Real Madrid che, per averlo tra le sue file sborsa 150 miliardi di lire (77,5 milioni di euro), realizzando il più costoso trasferimento di un giocatore nella storia del calcio fino a quel momento. Con i bianconeri, il talento francese gioca complessivamente 212 partite e segna 31 gol, di cui 24 in Serie A.

#2 Gonzalo Higuain

Tra acquisti e cessioni, sul podio c’è sempre la Juventus. Gonzalo Higuain, a modo suo, ha segnato la storia della Serie A: arrivato in Italia nel 2013, comprato dal Napoli per sostituire proprio Cavani, el Pipita nella stagione 2105-2016 fa il botto. Entra nella top ten dei migliori marcatori della storia del Napoli, toccando quota 70 reti complessive;  va a segno per sei giornate consecutive, eguagliando la striscia positiva di Maradona nella stagione 1987-88; supera  Cavani per gol segnati in una stagione, fino ad allora il miglior cannoniere stagionale nella storia degli azzurri e il 14 maggio, nel 4-0 dell’ultima giornata contro il Frosinone, realizza la tripletta che gli consente di chiudere il campionato con 36 reti in 35 partite, vincendo la classifica marcatori e superando il record assoluto di reti in un singolo campionato italiano, fino ad allora detenuto da Nordahl nella stagione 1949-50, ed eguagliando inoltre quello di Rossetti che resisteva dal 1928-29, quando il campionato si disputava a più gironi. Con questo bigliettino da visita niente male, la Juventus decide di fare follie e sborsa ben 90 milioni di euro per averlo. Il suo trasferimento è il più costoso nella storia della Serie A.

#1 Paul Pogba

Ma se la Juventus ha potuto sborsare questa cifra è perché nella stessa sessione di mercato, nell’estate 2016, il Manchester United bussa alla porta dei bianconeri per riportarsi a casa il gioiellino Pogba lasciato partire troppo in fretta. La cifra è da capogiro: per riacquistare a titolo definitivo il suo ex calciatore, il club inglese sborsa una somma complessiva di 105 milioni di euro. In Italia si rompe il muro dei 100 milioni di euro per un’operazione di mercato. Si tratta in quel momento del trasferimento più oneroso nella storia del calcio, superato l’estate successiva dai 222 milioni sborsati dal PSG per Neymar.

Il calciomercato spesso lascia increduli di fronte alle decisioni dei calciatori, che raramente rifiutano offerte imperdibili, cambiando maglia a seconda dei loro interessi.

Ma sarà davvero così? La storia calcistica ci insegna che un calciatore ha anche degli ideali legati alla propria squadra e spesso rifiuta il cosiddetto salto di qualità verso una squadra considerata “big”.

Proprio di recente è un giocatore del Bologna che si è reso protagonista di un rifiuto che ha fatto subito notizia: si tratta di Simone Verdi, che ha gentilmente declinato l’offerta del Napoli per rimanere ancorato alla sua maglia.

Non c’è da stupirsi se non ha colto quella che per molti era considerata la sua grande occasione. Molti prima di lui hanno fatto lo stesso e il passato conserva ancora tutti i nomi di chi ha detto no.

Il primo e sconvolgente rifiuto storico è stato quello di Gigi Riva, grande giocatore del Cagliari, che non ha ceduto alle lusinghe della Juventus che voleva a tutti i costi conquistare il suo talento. Siamo negli anni ’70 e, nello stesso periodo, un altro calciatore diventato celebre per le sue prestazioni in campo fu oggetto di un’allettante proposta del Napoli, seccamente rifiutata. Stavolta il protagonista è Paolo Rossi, che oggi commenta con queste parole la scelta di Verdi:

Credo abbia avuto timore di non sapere quante gare avrebbe potuto giocare, perché sul fatto che il Napoli sia competitivo non ci sono dubbi. Questione di titolarità o anche di crescita graduale? Se da una parte credo sia un obbligo del giocatore cercare di migliorare, ecco, penso altresì che Verdi abbia ritenuto il momento non opportuno, che la sua fase di crescita definitiva potrà raggiungere l’apice con altri cinque mesi di titolarità in un Bologna in cui gioca sicuro

Poi è stata la volta di Francesco Totti, emblema della fedeltà assoluta alla propria maglia giallorossa. Nonostante le offerte eccezionali da parte del Real Madrid, il calciatore non ha mai voluto abbandonare la Roma.

Ma la lista è ancora lunga e comprende anche nomi come Kakà, che rinunciò al Manchester City per rimanere fedele al Milan, e Totò Di Natale, che non cedette alla corte insistente della Juventus, nonostante l’Udinese fosse pronto a lasciarlo andare.

Più recenti in ordine di tempo arrivano i rifiuti di altri grandi nomi nel calcio internazionale: Marek Hamsik è un altro di quelli che hanno detto no. Il calciatore rifiuta l’occasione offerta dal Milan per rimanere a giocare con il Napoli.

Ma non è l’ultimo a chiudere questa carrellata di rifiuti storici: Milinkovic-Savic, Domenico Berardi e Nikola Kalinic sono altri illustri nomi che hanno fatto saltare trattative già in atto, spinti da motivazioni più forti degli interessi economici che ruotano attorno al calciomercato.

Che Verdi sia un’eccezione non è quindi affatto vero, ma che si approvi o meno la sua decisione, bisogna prendere atto del coraggio che ha avuto a dire di no. Chi prima di lui ha seguito lo stesso percorso oggi non può che appoggiarlo e sostenerlo.

Appena poche ore fa sono state decise le sorti delle squadre che si contendono il titolo nella Champions League. La settimana scorsa si è conclusa la fase a gironi e oggi le 16 squadre rimaste in gioco hanno conosciuto i loro prossimi avversari.

Il sorteggio è avvenuto a Nyon, in Svizzera, e in Italia c’era una grande agitazione nell’attesa di scoprire le sorte di Juventus e Roma, le uniche due squadre italiane presenti dopo il passaggio di Napoli in Europa League.

E la sorte ha deciso: la Juventus dovrà vedersela con il Totthenam e la Roma contro lo Shakhtar Donetsk.

Per i bianconeri è una sfida totalmente inedita perché, amichevoli a parte, non hanno mai affrontato la squadra di Kane in un match di tale importanza. La partita di andata è prevista per il 13 febbraio a Torino, invece quella di ritorno si giocherà a Londra il 7 marzo.

Per la Roma battersi con lo Shakhtar non sarà affatto facile: le due squadre si sono già incontrate e la squadra giallorossa quindi conosce bene la qualità di gioco dell’avversaria che potrebbe dargli del filo da torcere.

Ecco la reazione di Francesco Totti dinanzi all’esito del sorteggio:

Sorteggio difficile, affrontiamo una squadra ben messa in campo, forte tecnicamente. Dagli ottavi incontri sempre squadre di livello, non dobbiamo sottovalutare nessuno

La partita di andata tra Roma e Shakhtar Donetsk avrà luogo in Ucraina il 21 febbraio e quella di ritorno a Roma il 13 marzo.

Per tutte le altre squadre di Champions League ecco quali sono gli accoppiamenti:

Basilea (Svi)-Manchester City (Ing)
Porto (Por)-Liverpool (Ing)
Siviglia (Spa)-Manchester United (Ing)
Real Madrid (Spa)-Paris Saint Germain (Fra)
Chelsea (Ing)-Barcellona (Spa)
Bayern Monaco (Ger)-Besiktas (Tur)

Sorteggio di Europa League 2018 

In data odierna si è svolto anche il sorteggio per le squadre di Europa League. Quattro le squadre italiane in gioco: Napoli, Milan, Lazio e Atalanta.

Il Napoli e l’Atalanta sono quelle che sono state meno favorite dalla sorte, perché dovranno vedersela rispettivamente contro Lipsia e Borussia Dortmund. Il Milan si scontrerà contro la squadra del Ludogorets e la Lazio contro Steaua Bucarest.

Ecco tutti gli altri accoppiamenti decisi nel sorteggio:

Nizza-Lokomotiv Mosca

Copenaghen-Atletico Madrid

Spartak Mosca-Athletic Bilbao

AEK Atene-Dinamo Kiev

Celtic-Zenit

Stella Rossa-Cska Mosca

Lione-Villarreal

Real Sociedad-Salisburgo

Partizan-Viktoria Plzen

Astana-Sporting Lisbona

Ostersunds-Arsenal

Braga-Marsiglia

Previste per il 15 febbraio le partite di andata e quelle di ritorno per il 22 febbraio.

È arrivato in Inghilterra in punta di piedi, ma da subito ha voluto farsi notare, dimostrando che la Premier League è alla sua portata.

Si tratta di Manolo Gabbiadini, l’attaccante ex Napoli che, dallo scorso gennaio veste la maglia del Southampton. I tifosi Saints lo hanno subito apprezzato merito anche della sua prima rete all’esordio contro il West Ham. Una settimana dopo arriva addirittura la prima doppietta nella vittoria schiacciante contro il Sunderland. Mica male per un attaccante che a Napoli era quasi sempre in panchina per dare spazio a Higuain prima e Mertens poi.

La redazione di Hello Sport è volata proprio in Inghilterra a Southampton per incontrare l’attaccante azzurro. Un’intervista divertente in cui Gabbiadini racconta i suoi primi 10 mesi oltremanica

continua a leggere sul sito Hello Sport 

I calciatori italiani sono sparsi ovunque tra Europa e resto del Mondo. Oggi la rubrica Italians si sposta alla “vicina” Grecia per parlare dell’unico calciatore italiano in terra ellenica.

Se fino a qualche anno fa a rappresentare l’Italia nella Super League greca era il difensore Bruno Cirillo, leader nel Paok Salonicco, attualmente a rappresentare l’Italia è il portiere del Panetolikos, Luigi Cennamo.

Classe 1980, l’estremo difensore Cennamo è nato a Monaco di Baviera. Il papà è napoletano mentre sua madre è greca. All’età di 3 anni però si trasferisce in Grecia a Salonicco. Il Paese greco diviene la sua casa.

Proprio a Salonicco muove i primi passi da calciatore. Nel capoluogo della Tessalonica, Luigi si forma umanamente e calcisticamente.

Il legame con l’Italia, seppur diviso fisicamente, è forte. L’amore per Napoli e per il Napoli sono il suo punto di cucitura con il Bel Paese.

Come prima domanda ti vorrei chiedere come sei riuscito a diventare portiere, da quando hai coltivato questa passione?

La passione per il calcio lo avuto giocando per strada con i miei amici di lì la voglia di diventare portiere. L’idea di poter salvare la mia squadra da un tiro o un’azione ma ha subito affascinato. Il piacere di essere unico.

Attualmente sei in Grecia, praticamente è quasi una seconda casa? Come ti trovi?

Posso tranquillamente affermare che la Grecia è la mia prima casa. Subito dopo metto l’Italia. Sono cresciuto qui e per tanto sono grato a questa terra. Amici e parenti sono qui in Grecia anche se ho alcuni famigliari a Napoli. Spesso li vado a salutare, anche se ora manco da qualche anno per via dei vari impegni di lavoro.

Come mai non sei mai riuscito a venire in Italia per provare un’esperienza nel calcio italiano?

Ho provato molte volte a presentarmi per qualche provino, ma essendo un portiere proveniente da un calcio estero, la situazione è più complicata. La scuola dei portieri italiani è molto buona e ogni anno ci sono nuovi talenti. La concorrenza quindi è molto forte e per un estremo difensore proveniente da altri campionati il livello di difficoltà è superiore.

Sei praticamente nato e cresciuto all’estero, in cosa ti senti realmente italiano?

Mi sento mezzo greco e mezzo italiano (ride, ndr). Una cosa è certa mi piacerebbe venire a vivere in Italia per provare a vedere cosa si prova ad essere italiani al 100%. La mia famiglia si è ambientata bene qui in Grecia, però mai dire mai.

Vieni spesso in Italia, magari per piacere o vacanza?

Vengo in Italia almeno ogni 4/5 anni per salutare i miei parenti. Ho tanti cugini nel napoletano, tra Napoli, Ischia e Positano. Mi piacciono tanto quei posti e adoro stare in famiglia. La prossima estate quasi sicuramente ritornerò in Campania per fare un salto e magari una vacanza.

Anche se non hai provato in prima persona il calcio italiano, sapresti comunque dirmi quali secondo te sono le sostanziali differenze tra il calcio greco e quello italiano?

La differenza tra il calcio italiano e quello greco è netto. Vivendolo quotidianamente e in prima persona posso ribadire che il calcio ellenico ha molti problemi. Il gap tra la Serie A e la Super League Greca è netto, su una cosa però c’è da complimentarsi con la Grecia, ed è il tifo. I tifosi greci hanno tanta passione così come gli italiani. Gli stadi sono sempre pieni e il pubblico è sempre vicino alla squadra.

Qual è stata l’esperienza più bella e importante della tua carriera?

Ho un ricordo piacevolissimo della stagione 2010/2011 proprio con la mia squadra attuale, il Panetolikos. Dopo una prima parte di stagione molto sofferta, siamo riusciti a conquistare una storica promozione in Super League dopo ben 36 anni. I tifosi hanno festeggiato per oltre due mesi e la città di Agrinio per motlo tempo è stato in un clima di festa. I tifosi sono molto caldi e ci sono sempre vicini, è stato emozionante.

I tuoi genitori hanno lasciato la Campania per cercare lavoro in Germania, è stato difficile cresce lontano dai cari?

Devo dire che essendo già nato in Germania ha facilitato le cose. Diciamo che avendo sempre i miei genitori vicino non ho sentito molto la mancanza di altri cari. Sono cresciuto comunque con l’affetto e mi reputo molto fortunato.

Il calcio ti ha dato molto? Credi che anche tu abbia dato molto allo sport?

Il calcio è stato ed è tuttora per me una scuola, la scuola della vita. Mi ha dato la possibilità di guadagnare, lo ammetto, ma mi ha dato tanto soprattutto a livello umano. L’esperienza e l’autostima mi è stata data proprio grazie a questo sport. Dopo 21 anni di carriera posso certo ribadire che il calcio mi ha fatto diventare quello che sono: un professionista ma anche uomo.
Mi piacerebbe anche dare e non appena smetterò mi dedicherò agli insegnamenti ai bambini, perché mi piacerebbe offrire loro quello che è stato dato a me.

Cosa credi che ti manchi ancora, a livello sportivo e umano?

Essendo uomini, siamo essere imperfetti e ogni giorno vogliamo qualcosa in più. Anche io sono del parere che mi mancano ancora tante cose. Non è una gara a chi è più bravo, ma ogni giorno dobbiamo avere la voglia di continuare ad imparare.

Hai un sogno nel cassetto?

In realtà se la domanda mi fosse stata fatta qualche anno fa, avrei elencato molte cose. Negli ultimi ani però sono maturato di più e posso ritenermi fortunato di quello che ho: famiglia, calcio ecc… Vivo il presente al 100% così che io mi possa sentire appagato.

Se ti dovesse arrivare una proposta dall’Italia, l’accetteresti?

Si perché no! Cosa la vita mi offre l’accetterò, anche perché mi piacerebbe vivere in Italia sia da comune cittadino e magari anche da portiere.

Sei l’unico italiano che gioca in Grecia, consiglieresti ad altri portieri a fare un’esperienza all’estero?

Un portiere deve essere professionale. Tuttavia se non ci sono altre proposte interessanti, consiglierei un’avventura nel calcio greco. Nonostante tutto si vive bene e c’è la passione.

Dario Sette

Possiamo srotolare tutti gli appellativi prendendo prestiti dalla cultura di massa, dalla letteratura, mitologia o dalla musica: la sfida di Champions League tra Napoli e Real Madrid, in 180 minuti da giocare al Bernabeu e al San Paolo, può avere numerose etichette.
La classica, quella più inflazionata, ci porta alla battaglia tra il gigante Golia e Davide, reminiscenze bibliche che trovano eco nel primo libro di Samuele. Il guerriero filisteo che, a prima vista sembrava invincibile, sconfitto dall’arguzia di Davide e dalle cinque pietre scagliate con la sua frombola.
Dalle citazioni coraniche fino alle opere di Caravaggio, del Bernini o di Tanzio, il dualismo intelletto-forza bruta si è propagato nel linguaggio più comune dei nostri giorni.

Tra i tanti ricami saltati fuori attorno a quest’entusiasmante sfida, oltre al ricordo dell’unico doppio precedente (nel 1987, 2-0 per i merengues all’andata in un Bernabeu a porte chiuse; 1-1 al ritorno in casa dei partenopei), Napoli contro la squadra bianca di Madrid è un match di campioni. Tanti sono i calciatori vincenti che hanno sfilato tra la penisola flegrea e quella sorrentina, tra Puerta del Sol e il Palacio Real. Tra loro ci sono anche discreti campioni del Mondo.

In occasione del Mondiale del 2014 giocato in Brasile, il tabloid inglese Daily Mail pubblicò un articolo sui team e, di riflesso, sui campionati maggiori nazionali che hanno avuto il maggior numero di calciatori vincitori di un Mondiale mentre erano tesserati tra le loro file. Nel complesso, la Serie A ha avuto ben 90 calciatori laureatisi campioni del Mondo (con la Juve in testa con 22, seguita dall’Inter con 18).
Anche la Triestina o la Lucchese o il Lecce possono vantare un menzione speciale, ma tra i pezzi da novanta, a Napoli, ricorderanno con piacere uno in particolare, tanto da dedicargli un altarino in via San Biagio dei Librai: nato a Lanús il 30 ottobre 1960 e con l’azzurro, il bianco e il sole cuciti sulla pelle, che sia dell’Argentina o del golfo, “El Pibe de oro”, Diego Armando Maradona.

Ecco che l’accezione Davide contro Golia acquista una sfumatura in più che ne aumenta la tensione, l’ansia e la scaramanzia. Ma che innalza anche la qualità. Se Maradona è l’unico “napoletano” campione del Mondo, il Real Madrid, infatti, può sfoggiare quasi una formazione intera: ben 10 hanno sollevato in trionfo la gloriosa coppa d’oro di Silvio Gazzaniga.
L’infornata più grande, va detto, è merito della Spagna totalizzante dell’ultima era, con due Europei e il Mondiale vinto nel 2010 nella finale contro l’Olanda decisa da Iniesta.

Ben cinque facevano parte di quella spedizione: il portiere Iker Casillas, i difensori Sergio Ramos, Álvaro Arbeloa e Raúl Albiol (ex di questo incontro assieme a José Callejon) e il centrocampista Xabi Alonso.
A completare la formazione ideale ci sono ancora: il terzino brasiliano Roberto Carlos (Corea del Sud-Giappone 2002) che chiude la difesa a 4, così come 4 sono i centrocampisti con il francese Christian Karembeu (Francia 1998) e il duo tedesco Günter Netzer (Germania Ovest 1974) e Sami Khedira (Brasile 2014). Mancherebbe una punta per completare il modulo, ma al Madrid può bastare un solo attaccante: l’argentino Jorge Valdano (Messico 1986).

Nella storia gloriosa a ritmi alterni del Napoli, Maradona è lui l’unico trofeo che i partenopei possono vantare di più di ogni altra cosa. Perché nel Mondiale del 1986, il numero 10 argentino dimostrò che si possono avere tanti campioni in squadra, ma lui era diverso. Speciale, irriverente, imprendibile, leader. Quello che non erano gli altri.
Quello del 1986 fu un Mondiale perfetto nella sua complessità, nelle sue polemiche, nelle sue tensioni politiche. Forse, anche per questo, irripetibile.
Ma senza ombra di dubbio fu un’edizione piena di stelle: dalla Francia di Platini, all’Inghilterra di Linecker, passando per il Brasile di Socrates e la Germania di Rummenigge. E di una rete fantasmagorica: il gol degli “11 tocchi” di Maradona contro l’Inghilterra, seguita dal telecronista sudamericano che non riesce a stargli dietro e si limita a esclamare “ta-ta-ta”.
Qualche istante prima, invece, la marcatura, altrettanto memorabile, passata alla storia come la “mano de Dios”. La più grande scorrettezza e la più bella magia, insieme nella stesa partita. Solo a Diego è concesso fare questo. Tra la guerra delle Malvine, la crisi diplomatica tra due paesi che, per il controllo delle Folkland, hanno impugnato le armi; tra Inghilterra e Argentina c’era solo lui.

Per tutti gli argentini e per gli sportivi, quello sarà per sempre il Mondiale di Maradona. Lui è riuscito a segnare un passaggio importante nel calcio: si può essere trascinatori di un’intera squadra. Anche da soli.
Come ha detto Giovanni Galli, portiere dell’Italia quell’anno:

Se Maradona avesse vestito la maglia della Corea, quell’anno la Corea avrebbe vinto il Mondiale