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Sono stati da poco stilati i gironi di qualificazione ai Mondiali 2022 che andranno in scena in Qatar e l’urna ha sorriso alla Nazionale azzurra. La selezione di Roberto Mancini dovrà infatti vedersela con Svizzera, Bulgaria, Irlanda del Nord e Lituania, in un girone che, almeno sulla carta, dovrebbe essere alla portata degli azzurri.

Nel girone il duello sarà tra Italia e Svizzera

La vera avversaria dell’Italia per la vittoria del Girone, come affermato dallo stesso CT azzurro, sarà la Svizzera. La nazionale elvetica negli ultimi anni ha sensibilmente migliorato il proprio rendimento grazie all’ottimo lavoro svolto dall’ex allenatore della Lazio Vladimir Petković, ma ciononostante non sembra rappresentare un ostacolo insormontabile. Le recenti esperienze mondiali ci hanno insegnato che le insidie e le sorprese sono dietro l’angolo, ma è bene ricordare che la Nazionale di Gian Piero Ventura che fallì la qualificazione ai Mondiali di Russia 2018 arrivò seconda nel girone dietro la Spagna, di certo non l’ultima arrivata. In questi tre anni, tuttavia, l’Italia ha fatto passi da gigante e quella squadra abulica, spaesata e impaurita ha ceduto il passo a una squadra capace di vincere a mani basse il girone di qualificazione agli Europei del 2021 e il Girone di Nations League, guadagnandosi il pass per le Final Eight che si giocheranno il prossimo ottobre. Secondo le scommesse calcio la Francia, campione del Mondo in carica, è la favorita indiscussa per la vittoria della Nations League, ma la sensazione è che la sfida tra Italia, Spagna e Belgio sia aperta davvero a ogni possibile esito.

Le ambizioni della Nazionale di Roberto Mancini

Come detto, Roberto Mancini è riuscito a rigenerare un gruppo che sembrava essersi smarrito. Il tecnico di Jesi ha rimesso le cose al loro posto con una velocità impressionante e l’ha fatto dando sempre più spazio ai giovani che, dal canto loro, hanno ricambiato immediatamente la fiducia loro accordata. E così l’Italia è tornata tra le prime 10 squadre del Ranking FIFA e, soprattutto, è tornata a essere una delle rappresentative più temute a livello mondiale. Gli azzurri giocano un calcio corale e propositivo anche contro avversari di livello e, soprattutto, sono tornati a credere nelle loro qualità. I tanti giovani che stanno trovando via via sempre più spazio lasciano intendere che questa squadra potrà esprimersi ad alti livelli almeno per i prossimi 10 anni, nella speranza di tornare a vincere qualche competizione il più presto possibile. Certo, campioni del calibro di Totti, Baggio e Del Piero continuano a latitare, ma la verità è che il calcio è cambiato e che difficilmente torneremo ad ammirare giocatori dalla qualità equiparabile a quella dei grandi numeri 10 del passato.

Mancini si gode una Nazionale che sta tornando a essere protagonista ed è già al lavoro per dominare anche il Girone di qualificazione ai prossimi Mondiali 2022. La strada che porta all’Olimpo del calcio mondiale è ancora lunga e tortuosa ma la sensazione è che, dopo anni di buio, il nostro calcio stia iniziando finalmente a vedere la luce.

Se attorno alla eterea figura di Lev Ivanovič Jašin (o Yashin per comodità e popolarità occidentale) esistono così tante leggende e aneddoti è perché: 1- è egli stesso una leggenda che nel corso della sua carriera e anche dopo ha arricchito la fantasia di tifosi e appassionati; 2- il suo essere leggenda deriva semplicemente dal fatto che prima di lui il ruolo del portiere non era degno di menzione. O meglio, era impossibile cucire racconti romantici e romanzati attorno a chi è nato per evitare la gioia del calcio, ovvero il gol.

Il buon Galeano, quasi con carezza paternale, ha scritto belle pagine attorno alla sciagurata figura dell’estremo difensore, ma Yashin ha creato un precedente: si può entrare nella storia del football dal senso di marcia opposto, ma prima di abbandonarci al flusso di racconti parafantastici, siamo pragmatici e scioriniamo una serie di titoli che ha vinto.

Unico portiere a vincere il Pallone d’oro, nel 1963, a 34 anni e dopo aver annunciato (poi ritrattato) il suo ritiro. Dietro di lui, quell’anno, tutti in fila per levarsi il cappello c’erano Rivera, Eusebio, Schnellinger, Suarez, Trapattoni e Bobby Charlton.
Nella classifica della International Federation of Football History and Statistics è stato votato come miglior portiere del XX secolo. Bandiera fino alla fine, Yashin ha avuto tre colori sulla propria pelle: il bianco e l’azzurro della Dinamo Mosca, con cui ha conquistato cinque campionati sovietici e tre Coppe dell’Urss. E poi il rosso, quello proprio della Nazionale sovietica con cui ha collezionao 74 presenze, vincendo una medaglia d’oro ai Giochi olimpici del 1956 e un campionato europeo nel 1960.
Nel 1964 ha nuovamente raggiunto la finale del torneo continentale, perdendola contro la Spagna. Ha disputato quattro Mondiali e lui era in campo, nel 1958, quello svedese e quello della prima apparizione assoluta dell’Urss che si piantò ai quarti di finale.

Risultati immagini per lev yashin

In realtà il suo vero e unico colore era il nero e non per qualche scelta politica, semplicemente perché vestiva total black e per questo il suo soprannome divenne “ragno nero”. Nero come l’occhio che si ritrovò, nel Mondiale in Cile, quattro anni dopo, quando Lev conobbe “l’ospitalità” cilena: un paio di colpi ben assestati e un occhio bendato che non impedì al poritere di continuare a giocare da perfetto stoico.

Questo è uno degli aneddoti che costellano la vita di Yashin. Nato in una famiglia di operai dell’industria pesante, iniziò a lavorare in fabbrica a 14 anni, durante la seconda guerra mondiale, per rimpiazzare i colleghi più anziani impegnati al fronte. Qui, si narra, già intuirono le sue qualità di para tutto grazie alla prontezza di riflessi con cui il giovane ragazzotto riusciva ad afferrare al volo bulloni e altri oggetti che i suoi compagni di fabbrica gli tiravano per gioco.
Poi c’è l’usanza di scendere in campo con due cappelli, uno in testa e l’altro da posizionare dietro la porta o la leggenda che lo vedeva raccogliere un quadrifoglio nei pressi della porta dopo ogni rigore neutralizzato (se ne contano più di 80 non di quadrifogli, ma di rigori parati).

Il ragazzotto nella sua bacheca vanta anche un altro trofeo, extracalcistico: nel 1953 vinse una coppa sovietica di hockey su ghiaccio, sempre come portiere della Dinamo Mosca. Sì perché la società russa capì di avere con sè un diamante grezzo che non andava sprecato, ma nel calcio i pali in quell’era erano abbastanza protetti da Aleksei Petrovich Khomich, la tigre, così Lev fu momentaneamente “parcheggiato” nell’hokey.

Nel 1985, a seguito di una grave forma di tromboflebite, subì l’amputazione di una gamba, ma nonostante tutto, tre anni dopo, accompagnò comunque la selezione sovietica alle Olimpiadi di Seul, dove l’Urss vinse, per la seconda e ultima volta, la medaglia d’oro nel torneo di calcio.

E’ morto nel 1990, a 60 anni, a causa di un cancro allo stomaco. Abbiamo aperto con un aggettivo preciso: etereo. Beh in realtà lui, o almeno il suo nome, nello spazio c’è per davvero: gli è stato dedicato un asteroide, il 3442 Yashin.

(Lev Yashin è stato scelto come simbolo per il poster ufficiale del Mondiale 2018 in Russia. L’opera è stata realizzata dall’artista Igor Gurovich e mette in evidenzia una marcata estetica sovietica)

L’Italia del beach soccer è in finale mondiale, per la seconda volta nella sua storia, al termine di un’autentica battaglia sotto il nubifragio di Asuncion. 39 minuti di agonia, la Russia si inginocchia 8-7, esplode la Nazionale di Del Duca. Ma onore delle armi agli avversari: se la squadra di Likhachev ha eliminato i campioni del mondo in carica del Brasile ci sono tutte le ragioni: quadrata, tecnica, fa valere il fisico e i calci piazzati.

Così la pioggia battente tradisce presto Del Mestre, che buca l’intervento sulla punizione centrale di Novikov per il primo vantaggio russo. Dall’altra parte si instaura un bel duello tra Palmacci e Chuzkhov, con il portiere che si esalta due volte sulle rovesciate dell’attaccante. L’Italia rischia, poi colpisce. Del Mestre stavolta è provvidenziale, deviando sulla traversa il piazzato di Skharin: sul ribaltamento di fronte arriva il corner e lo stacco perfetto di Corosiniti per il pareggio. Azzurri in fiducia, la Russia accusa il colpo. Il caparbio pressing di Ramacciotti su Makarov, ultimo uomo, vale il micidiale uno-due Italia con cui si chiude la prima frazione.

Fedor Zemskov of Russia celebrates a goal 

Partita senza padroni, i russi fanno valere chili e centimetri, lo stesso Makarov si riscatta insaccando sotto misura il gol del 2-2. Ma è ancora Ramacciotti, a riportare avanti l’Italia deviando di petto il tiro dalla distanza di Josep Jr. Reazione Russia: solo il palo salva Del Mestre dalla conclusione di Shishin, poi c’è l’esterno della rete mosso da Poporotnyi. Il gol però è nell’aria e arriva al 22′ con una bella rovesciata di Zemskov, che poi firma la beffa del 3-4, in mischia, sul gong del secondo periodo.

Si riparte, e succede di tutto. Gori, a mezzo servizio dopo l’infortunio contro la Svizzera, impatta subito in rovesciata, poi Romanov ripaga con la stessa moneta. Il capocannoniere del mondiale non ci sta e insacca il diagonale vincente dalla destra: sono passati appena 45 secondi. Il diluvio rende tutto più imprevedibile, ogni azione è un potenziale pericolo e ad approfittarne è ancora l’Italia, ancora con Ramacciotti dopo l’azione insistita di Josep Jr. La Russia non molla: altro palo di Shishin. La tripletta di Tin Tin Gori su punizione illude gli azzurri sul +2, perché Romanov in contropiede riporta subito a contatto la squadra di Likhachev. L’Italia si chiude, regge fino al 34′ quando ancora Makarov indovina la giocata vincente dalla destra.

Francesco Corosiniti of Italy celebrates a goal

7-7, tempi supplementari e forse è giusto così. Nell’extra time, Zurlo diventa ancora l’uomo della provvidenza azzurra: rigore guadagnato e trasformato, 8-7 Italia. Sarà la giocata decisiva, perché nei due minuti rimanenti la Russia tenta il tutto per tutto con il portiere volante ma non riesce più a battere Del Mestre. Avanzano gli azzurri, a un passo dal tetto del mondo: stasera, contro il Portogallo, in diretta su Sky Sport Uno, Sky Sport Collection e su RaiSport alle 22.

articolo completo su Sky Sport

Una vita a mezz’aria, i piedi al posto della testa, senza vedere dove finisce il pallone. Ma il più delle volte basta l’urlo dello speaker: Gabriele Gori, ancora, gol per l’Italia. In questi Mondiali in corso in Paraguay ne ha messi a segno 13, in tre partite. Più della metà sono arrivati in rovesciata: preparata dal palleggio, sul cross di un compagno, invenzione senza senso. Un marchio di fabbrica che vale un soprannome: “Una volta, giocando con gli amici si era deciso che prima di tirare dovevamo dire la prima cosa che ci veniva in mente”, spiegava l’attaccante dopo un torneo a Jesolo nel 2014. “Mi arrivò un cross e mentre preparavo la rovesciata urlai ‘tin tin’: la palla finì sotto l’incrocio e da allora mi hanno sempre chiamato così”. Guai se no: nel frattempo, Tin Tin Gori è diventato il miglior marcatore di sempre in maglia azzurra (in 163 partite 289 gol, di cui 79 nel solo 2019), si è laureato campione d’Europa nel 2018 e quest’anno, per la seconda volta, è stato nominato tra i tre giocatori più forti al mondo, insieme al brasiliano Rodrigo e al portoghese Jordan. E pensare che il 32enne viareggino ci è entrato quasi per caso.

“Ormai sono passati dieci anni, da quando mi chiesero di fare un tentativo lì a Viareggio”, inizia a raccontare l’attaccante in esclusiva per Sky Sport. “Io ero un po’ scettico, anche perché non conoscevo questo sport. Invece è andata bene e adesso siamo arrivati fin qua”. Ma se l’inizio è a sorpresa, sul luogo non ci sono dubbi: la città di Gori è quella del Carnevale, del Torneo under 19 e delle spiagge sul Tirreno. Unisci gli ultimi due punti, ed ecco la roccaforte del beach: “Ma non ho mai mollato il calcio a 11!“, esclama Gabriele, una vita in Eccellenza toscana, l’ultima stagione con la maglia del Castelnuovo Garfagnana. “Anche lì, qualche rovesciata la provo: non è facile come su sabbia, ma ogni tanto sono riuscito a segnare”. Richiamo irresistibile, portato avanti nel suo Viareggio. Dove quest’anno, da vicecampione d’Italia, Gori ha indovinato forse la più bella rete della sua carriera.

Beach, calcio, ma non solo. Perché finita la bella stagione, parliamo di un vero factotum: Gori è anche geometra e negli ultimi tempi ha intrapreso la carriera di agente immobiliare. Fa un certo effetto immaginarselo in giacca e cravatta: “Di solito riesco a stare dietro a tutto, ma ultimamente non è facile“, ammette il giocatore. “Una stagione di beach soccer dura tre o quattro mesi, ma quest’anno, tra i Giochi a Doha e il mondiale, è la prima volta che siamo impegnati da aprile a dicembre”. Dulcis in fundo, papà a tempo pieno: “Ora c’è anche mio figlio, che quando tornerò a dicembre farà due anni: sto già cercando di fare appassionare al calcio anche lui“. Piccoli Gori crescono, mamma permettendo. “Eh sì, lei mi mette un po’ i freni e sostiene che il bambino dovrà fare quello che vuole. Io dico di sì, però continuo a passargli il pallone”. Magari non in rovesciata, ancora per qualche anno. Quelle teniamole per l’Italia.

La presentazione del pallone da calcio che accompagnerà una competizione fra nazionali è sempre molto attesa. Curiosi di far la conoscenza di “Uniforia”, il pallone di Euro 2020 che riporta in dettaglio incisi i nomi delle dodici città che ospiteranno il torneo, fra cui Roma, passiamo in rassegna i palloni che insieme a calciatori e allenatori hanno fatto la storia dei mondiali di calcio.

Calcio: dall’evoluzione al primo mondiale del 1930

Il calcio ha avuto diverse evoluzioni da quando è stato ufficialmente istituito come gioco nel 1863 e con precisione il 26 ottobre a Londra presso la taverna dei Framassoni (Free Mason’s Tavern) in Great Queen Street. Si è passati dalle maglie in lana alle divise elasticizzate per mettere in evidenza le trattenute con il famoso sistema “stop stopping” introdotto dalla Kappa. Sono cambiate le modalità di seguire le partite: dalla radiolina passando per “diretta goal” Serie A di Sky ora e TELE+ prima, arrivando alle applicazioni per smartphone. Il tutto è accaduto in meno di 20 anni. Sono altresì cambiate le modalità di divertirsi con bookmaker e scommesse sportive di qualsiasi genere: si è passati dal famoso 1-X-2 della schedina a svariate combinazioni di giocate, fra cui anche la possibilità di puntare su quale sarà la squadra “che batterà il calcio d’inizio”. Anche il fulcro del gioco, la cosa più contesa per 90 minuti da 22 persone su un rettangolo verde è cambiata. Non nella forma, ovviamente il pallone nascerà e continua ad essere sferico da quell’ottobre di Londra, ma nei materiali, nelle camere d’aria e nella tecnologia sì. Ciò è dovuto anche ai grandi investimenti di sponsor tecnici da milioni di euro, che applicano al calcio le proprie migliori tecnologie. Quali sono i palloni che hanno accompagnato e vissuto da giudice super partes vittorie, sconfitte e grandi gesti tecnici durante i Mondiali? C’era una volta una finale dei Mondiali giocata con due palloni diversi. Proprio così: la finale tutta sudamericana vinta dall’Uruguay sull’Argentina valevole per il primo campionato del mondo tenutosi nel 1930 fu giocato con due palloni differenti. Difatti nella prima parte di gara fu utilizzata la Pelota Argentina, mentre per il secondo tempo il Modelo T, entrambi di fabbricazione sudamericana: contenenti una camera d’aria, i palloni erano formati da 12 strisce di cuoio duro cucite assieme che conferivano un certo peso specifico in particolar modo quando i palloni si impregnavano d’acqua.

I due successi dell’Italia e le prime evoluzioni stilistiche

Sempre un pallone a dodici strisce in cuoio fu quello con cui l’Italia trionfò nel primo dei due successi consecutivi. Parliamo del Mondiale del 1934, tenutosi in Italia e il pallone protagonista fu il “Federale 102” il cui nome testimonia da sè il periodo storico. Nel 1938 fu la volta del pallone Allen: Mondiali in Francia vinti ancora dalla nazionale italiana, il pallone aveva il nome del produttore e non differiva dal predecessore. I Mondiali del 1950 hanno un fascino tutto particolare: la vita riprendeva dopo il periodo bellico e così anche la prestigiosa competizione per nazionali. Sarà ricordato come il mondiale del famoso “maracanazo”: il dramma sportivo che colpiva il Brasile dopo che la nazionale verdeoro aveva perso in casa al Maracanà di Rio de Janeiro la finale contro l’Uruguay. Il pallone che consegnava il secondo trofeo all’Uruguay era l’Allen Super Duplo T, il quale voleva essere un omaggio al Modelo T, utilizzato nel 1930. Non abbandonava le 12 strisce in cuoio nè la camera d’aria l’Allen Super, ma il colore diventava più chiaro. Definitivamente di un colore originale il pallone giallo Swiss World Champion, creato dalla Kost Sport per i Mondiali in Svizzera vinti dalla Germania dell’Est, anche se la struttura restava la stessa dei precedenti, così come a 12 fasce era il pallone Top Star ideato dalla Sydsvenska Läder och Remfabriken per il mondiale svedese del ‘58. Questo è l’ anno in cui il mondo intero conosceva definitivamente Pelè che trascinava alla vittoria il Brasile contro i padroni di casa della Svezia. Nel 1962 il Brasile offriva il suo bis, imponendosi contro la Cecoslovacchia in finale nel mondiale cileno Il pallone dell’edizione ospitata in Cile era il Crack, ideato in comproprietà fra Salvador Caussade e Custodio Zamora, lo stile del pallone cileno rompeva un po’ gli schemi, quanto meno nella geometria dei pannelli di cuoio. Il 1966 è la prima volta sul tetto del mondo per l’Inghilterra che vince nel mondiale ospitato in casa. Nella finale di Wembley davanti a oltre 90 mila spettatori la squadra della regina metteva per ben quattro volte il pallone Salzenger Challenge nella porta dei tedeschi per il risultato finale di 4-2. Il Salzenger ritornava allo stile degli anni ‘30, riproponendo un pallone in cuoio marrone con 12 fasce cucite, ma l’anno del mondiale del 1966 vedeva la presenza della prima mascotte in assoluto delle competizioni per nazionali di calcio: il leone Willie.

Anni ‘70 e ‘80: arriva Adidas, arriva Tango

Arrivano gli anni ‘70 e con questi l’Adidas diventava produttore ufficiale per il pallone dei Mondiali di Messico ‘70. Per la prima volta il pallone cambiava completamente design e appariva come lo ricordiamo almeno fino agli anni ‘90: 32 pannelli di cuoio, 12 pentagoni neri e 20 esagoni bianchi, cuciti fra loro. Il pallone veniva reso estremamente più sferico e i brasiliani portavano a casa il mondiale battendo l’Italia di Rivera e Riva reduce dalla storica vittoria per 4-3 con la Germania. Inoltre i brasiliani chiudevano l’epoca della Coppa Jules Rimet, come si era chiamato il campionato del mondo fino a quel momento, aggiudicandosi la competizione per la terza volta. Il mondiale organizzato in Germania nel 1974 vedeva come protagonista il pallone Telstar Durlast, pressoché identico a quello del ‘70: Adidas aveva difatti solo modificato la scritta sulla sfera che da oro passava a nero. Nel 1978 compariva il Tango per la prima volta, nome dato in onore dell’Argentina che ospitava la competizione: e qui la svolta è epocale. Restavano i 32 pannelli, ma la differenza era che fossero tutti bianchi, sopra le fasce di cuoio veniva stampato un motivo in nero che dava un effetto particolare al pallone che ha accresciuto il mito del Tango. Il Tango sarà protagonista di due Mondiali: 1978 vinti dall’Argentina di Kempes in casa e 1982, vinti dall’Italia. Il pallone del Mondiale 1982 era identico al precedente, cambiava il nome per motivi di brand diventanto Tango España. L’edizione successiva in Messico, il mondo intero si inchinava dinanzi alla classe del giocatore riconosciuto come il più forte di tutti i tempi: Diego Armando Maradona. A fare da comparsa necessaria alle gesta di Maradona c’era il pallone Adidas Azteca Mexico che aveva dei richiami aztechi sulla grafica della sfera e veniva reso molto più impermeabile.

Italia ‘90, la quarta vittoria azzurra e le versioni per la finale

Etrusco Unico era il pallone protagonista delle “notti magiche” di Italia ‘90, competizione organizzata in Italia e vinta dalla Germania. Pallone che rendeva omaggio all’arte etrusca riportando tre teste di leone nel mosaico sulla grafica, era caratterizzato dall’inserimento di una particolare schiuma che lo rendeva maggiormente impermeabile. Il pallone utilizzato nei Mondiali USA ‘94, persi ai rigori dall’Italia di Baggio contro il Brasile di Romario e Dunga, era il Questra, prodotto ancora dalla tedesca Adidas. Il pallone americano rappresentava un’evoluzione del Tango, così come un’ultima e romantica versione del Tango era quella del pallone del mondiale del 1998 in Francia. In quell’occasione fu chiamato Tricolore e diventerà il primo pallone colorato di un mondiale e la Francia vinceva un mondiale per la prima volta nella sua storia. Il 2002 era l’anno dei Mondiali di Giappone e Corea e il pallone diventava una sfera completamente bianca color perla, con al centro un unico disegno rappresentante un triangolo con bordi dorati, che richiamava uno shuriken, un’arma da lancio asiatica. Nel 2002 trionfava il Brasile di Ronaldo contro la Germania di Kahn, mentre nel 2006, il pallone dell’ultimo rigore di Grosso che regalava la vittoria all’Italia era un +Teamgeist Berlin, primo prototipo a 14 pannelli ricurvi termosaldati, non più cuciti, che differiva dal pallone utilizzato nel resto del mondiale per la presenza di inserti dorati nella grafica per onorare la finale. In Africa fu la volta dello Jabulani e anche in quest’occasione per la finale fra Spagna e Olanda fu ideata una versione ad hoc: Jo’bulani. Questo pallone riduceva ancor di più i pannelli termosaldati a otto unità e al di là della grafica che richiamava le 11 comunità africane, l’innovazione stava nella tecnologia. Si introduceva il sistema “grip ‘n’ groove”, che si proponeva di migliorare precisione dei tiri e controllo di palla. I pannelli diminuiscono ancora nel 2014 con il Bazuca per il mondiale in Brasile vinto dalla Germania. Questo pallone migliorava il grip, evitava qualsiasi variazione in caso di pioggia e rendeva un rimbalzo più fedele. Il pallone del Mondiale di Russia del 2018 è stato il Telstar 18, chiaro omaggio a quello utilizzato nel 1970. Nulla a che vedere con il prototipo di 48 anni prima ovviamente: all’interno del pallone è presente un chip controllabile con lo smartphone tramite un’app, che poi permette di elaborare dati e prestazioni.

Il calcio continuerà la propria evoluzione con l’inarrestabile ingresso della tecnologia in tutti gli aspetti. Lo abbiamo già visto con il VAR e la goal-line technology: l’assistenza tecnologica sul rettangolo verde permette una fluidità di gioco maggiore e rende più spettacolare e divertente la partita. Lo stesso pallone, strumento indispensabile per questo sport, è una conferma di questa tendenza: da mero attrezzo a prodotto commerciale da milioni di euro di investimenti tecnologici.

 

18 giugno 1995, Città del Capo, Sudafrica. Al Newlands Stadium è di scena la prima semifinale del Mondiale di rugby, Inghilterra contro Nuova Zelanda. Jonah Lomu, allora 20enne, prende per mano gli All Blacks spazzando via da solo l’Inghilterra con quattro mete.  Al 3’, poi al 26’ e ancora al 42’ e al 71’. The Big Man nella partita vinta 45 a 29 dai suoi mette in mostra tutta la sua progressione devastante, cambiando da quel momento per sempre il modo di giocare nel rugby.

Un’ala anomala, non più solamente piccola e rapida, ma un carro armato di pura potenza, velocità e tecnica, 196 centimetri per 120 chili, capace di scardinare da solo l’intera difesa inglese. Di farla letteralmente volare. Catt viene spazzato via e Jonah Lomu scriverà una pagina leggendaria di sport ancora oggi impressa. E poco importa che poi in finale gli All Blacks sono battuti dai padroni di casa del Sudafrica.

Lomu ha realizzato ben 15 mete in due edizioni dei Mondiali di rugby, ed è insieme al sudafricano Bryan Habana, il miglior marcatore di mete della Coppa del Mondo. Devastante in un corpo tragico: a soli 24 anni, interrompe bruscamente la sua carriera a causa di una sindrome nefrosica che rese necessario un trapianto di rene. Ebbe un breve rientro in attività, ma i problemi di salute derivanti dalla sua malattia non ne permisero mai un completo ritorno ai livelli di prima del 1999 e, nel 2010, si ritirò definitivamente dopo una stagione da dilettante in Francia. La sua malattia renale è considerata tra le ragioni primarie di un arresto cardiaco a causa del quale morì ad Auckland, sua città natale, il 18 novembre 2015, a soli 40 anni.

 Le mete contro l’Inghilterra a partire dal minuto 1:00

La grafica su schermo aveva da poco segnato il passaggio dal settimo all’ottavo secondo, in Gibilterra e in Belgio, forse, alcuni tifosi si stavano per accomodare sul divano con una birra in mano e hanno già visto i giocatori belgi esultare per la rete del vantaggio. L’attaccante Benteke ha segnato il gol più veloce nella storia delle Mondiali e delle relative qualificazioni. Un’azione fulminea mista all’ingenuità della retroguardia della piccola Nazionale da poco riconosciuta dalla Fifa, assieme al Kosovo: fischio d’inizio, i padroni di casa giocano un pallone all’indietro, Ryan Casciaro si lascia soffiare la sfera da Christian Benteke che punta il capitano Roy Chipolina, lo supera agevolmente e infilza il portiere Ibrahim, che durante il match, verrà superato per altre cinque volte. Un 6-0 tennistico impreziosito dalla rete in 8,1 secondi, secondo la Uefa, dell’attaccante del Crystal Palace.

Dopo 23 anni cade, dunque, il precedente record che è appartenuto al sammarinese Davide Gualtrieri. Da una piccola nazione a un’altra, da Gibilterra a San Marino. Era il 17 novembre del 1993, qualificazioni per il Mondiale del ‘94 e al Dall’Ara di Bologna, contro i colossi dell’Inghilterra, l’attaccante della piccola nazione enclave, scrisse il suo nome nella storia, siglando la rete del vantaggio in 8,3 secondi con complicità del difensore Stuart Pierce. Una rete talmente veloce che i fotografi non riuscirono ad immortalare l’evento a tal punto che i giornali, il giorno dopo, utilizzarono un fermo immagine preso dal video del match. “End of the world” intitolò il Daily Mail il giorno dopo: un esito drammatico per i Three Lions che, nonostante la vittoria per 7-1, non ottennero il pass perché scavalcati da Norvegia e Olanda.

Anche se Benteke ha fatto meglio di lui, Davide Gualtieri, come lui stesso ha raccontato al sito Uefa.com, è ancora oggi un idolo:

A distanza di tempo mi accorgo di aver fatto davvero qualcosa di importante. Un gol in poco più di 8 secondi all’Inghilterra non capita sempre, forse è proprio per questo che ancora oggi anche i tifosi di altri paesi passano a trovarmi nel mio negozio di elettronica

L’Italia di Carmine Nunziata manca l’approdo alle semifinali dei Mondiali Under 17 in Brasile. Gli Azzurrini perdono infatti per 2-0 contro i padroni di casa verdeoro, non senza rimpianti. Patryck porta in vantaggio i suoi già al 6′, l’Italia costruisce diverse occasioni per il pari, ma subisce il raddoppio di Peglow al 40′. Nel finale Gnonto potrebbe riaprire tutto, ma sciupa. Ora per il Brasile c’è la Francia, che travolge per 6-1 la Spagna.

Finisce a Goiania, nel cuore del Brasile, il sogno mondiale dei ragazzi di Carmine Nunziata che cadono al cospetto dei padroni di casa e abbandonano la competizione al termine di una partita già chiaramente indirizzata dopo il primo tempo, ma in cui non mancano i rimpianti. Nonostante la presenza in campo dal primo minuto di tutti i protagonisti delle vittorie su Isole Salomone e Messico nel girone e Ecuador negli ottavi (i due attaccanti Cudrig e Gnonto, Tongya a supporto e capitan Panada in cabina di regia), gli Azzurrini si fanno infatti schiacciare fin dai primissimi minuti e il Brasile passa dopo appena 6 minuti. Merito di Patryck, che trova spazio sulla fascia sinistra e libera un mancino su cui il portiere azzurro Molla si fa sorprendere. Il Brasile segna al primo tiro in porta, poi l’Italia cresce ma pur giocando anche meglio rispetto ai padroni di casa non ne approfitta: Tongya spaventa Donelli, ma il suo destro a giro finisce di poco sul fondo. Il portiere di casa, quindi, si oppone al gran colpo di testa di Dalle Mura su calcio d’angolo. Brentan sfiora la traversa su calcio di punizione e su un altro calcio da fermo il colpo di testa di Gnonto è alto di un soffio. L’Italia crea molto, ma a segnare è il Brasile: al 40′ Pedro Lucas verticalizza in maniera splendida per Peglow, che incrocia il rasoterra e raddoppia.

Italy and Brazil make their way out for the start in Goiania - FIFA U-17 World Cup Brazil 2019

Il secondo gol del Brasile inevitabilmente fiacca l’Italia, che nella ripresa ci mette più di dieci minuti a raccapezzarsi. Ma la partita rimane stregata: Cudrig prova a chiamare la carica con una prima iniziativa sulla fascia che non trova compagni pronti, quindi proprio lui in spaccata sfiora di nuovo il gol su palla di Ruggeri proveniente dalla sinistra. Nunziata si gioca la carta di Oristanio, ma nemmeno l’uomo della vittoria sull’Ecuador riesce a cambiare il senso della partita. Anzi, è il Brasile a tornare ad affacciarsi dalle parti di Molla, che si deve impegnare per evitare il tris di Veron. Lo stesso portiere azzurro nega quindi la doppietta a Patryck, pericoloso dalla distanza, e l’ingresso di un altro attaccante come Capone non ha frutti. L’ultima grande occasione è infatti di Gnonto, che all’82’ potrebbe riaprire tutto grazie a una fuga solitaria con il pallone, stroncata però dalla puntuale uscita di Donelli.

Christian Dalle Mura of Italy reacts to a near chance against Brazil - FIFA U-17 World Cup Brazil 2019

L’Italia lascia il Mondiale, quello del Brasile continua contro la Francia che nell’altra partita dei quarti demolisce la Spagna per 6-1. Gli iberici si portano anche in vantaggio con Valera al 9′, ma poi vengono travolti: già il primo tempo si chiude con i Blues in vantaggio (Kouassi segna al 21′, Mbuku al 36′), nella ripresa arrivano altri quattro gol segnati da altrettante giovani promesse del calcio transalpino. Apre infatti Lihadji al 46′, poi arrivano le firme anche di Pembelé (54′), Rutter (59′) e Aouchiche (93′).

Storica impresa azzurra ai Mondiali di artistica di Stoccarda: la squadra femminile azzurra di ginnastica artistica ha vinto il bronzo nell’all-around a squadre! Nelle 48 edizioni della rassegna sin qui disputate, nella specialità, si contava un’unica medaglia italiana: grazie allo stesso terzo posto centrato a Basilea 1950.

Sessantanove anni più tardi, il clamoroso risultato, che arriva dopo la conquista del pass per l’Olimpiade di Tokyo 2020 centrato sabato in qualificazione con l’ottavo posto: adesso questo bronzo che brilla come un oro. Merito delle Fate guidate dal ct Enrico Casella: Giorgia Villa, Elisa Iorio, Alice D’Amato, Asia D’Amato e Desiree Carofiglio (Martina Maggio riserva), con 164.796, han chiuso alle spalle di Stati Uniti (172.330) e Russia (166.529). Beffata la Cina, una super potenza – sul podio in tutte le ultime sette occasioni, da Aarhus 2006 in poi – quarta con 164.230.

Le ragazze, tutte di giovanissima età – quattro titolari su cinque hanno 16 anni, la Carofiglio 19 – sono le eredi di Renata Bianchi, Licia Macchini, Laura Micheli, Anna Monlarini, Wanda Nuti, Elena Santoni, Liliana Scaricabarozzi, Ada Tondolo e Liliana Torriani che, in Svizzera, si piazzarono alle spalle di Svezia e Francia. Altri tempi. Oggi la realtà è diversa. Ed è una realtà tutta azzurra. Esulta il ct Casella:

È stata una gara strepitosa, lottata dal primo all’ultimo esercizio: avevamo poco da perdere e abbiamo dimostrato che gli errori della qualificazione erano stati casuali. La squadra è giovane, non potrà che crescere. È un risultato meritatissimo”.

 

Le Fate a Stoccarda compiono un’impresa con un solo precedente: le azzurre furono terze 69 anni fa a Basilea. Merito della squadra del c.t. Enrico Casella composta dalle giovanissime Giorgia Villa, Elisa Iorio, Alice D’Amato, Asia D’Amato e Desiree Carofiglio (Martina Maggio riserva). Oro agli Stati Uniti (Biles record), argento alla Russia

Arriva dalla 50 chilometri di marcia la prima medaglia azzura ai Mondiali di atletica di Doha. Eleonora Giorgi ha vinto il bronzo chiudendo la prova alle spalle delle cinesi Liang Rui, oro in 4h23’26” e Li Maocuo, argento in 4h26’40”. Per la 30enne lombarda delle Fiamme Azzurre il tempo finale di 4h29’13”, nettamente più alto rispetto al primato europeo di 4h04’50” da lei realizzato a metà maggio, vincendo in Coppa Europa all’esordio sulla distanza.
Non hanno completato le altre due azzurre in gara, Nicole Colombi e Mariavittoria Becchetti. Tra gli uomini, sedicesimo Michele Antonelli in 4h22’20” e ritirato Teodorico Caporaso, successo del giapponese Yusuke Suzuki (4h04’20’) davanti al portoghese Joao Vieira (4h04’59”) e al canadese Evan Dunfee (4h05’02”).

Giorgi: «Ci ho messo il cuore»

E’ la prima medaglia italiana in questi Mondiali e la prima anche per me. Sono contenta e fiera di averla conquistata con la maglia della Nazionale” ha detto Eleonora Giorgi. “Ho usato testa, gambe e soprattutto il cuore, per superare i problemi di stomaco che mi hanno rallentata, ho anche rischiato di non farcela, ma ci tenevo veramente tanto. Sapevo che era un’occasione da cogliere e non volevo lasciarmela scappare. Una gara difficile per tutti, nessuno è abituato a competere in queste condizioni. Per me questa medaglia ha un valore inestimabile, è qualcosa di grande, al termine di una stagione magica. La dedico a me stessa, per aver tenuto duro e aver creduto in questo sogno senza mai arrendermi

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Il programma di martedì 1° ottobre: c’è Tamberi

Gianmarco Tamberi è certamente tra gli atleti più rappresentativi della spedizione italiana a Doha ed oggi inizierà le sue fatiche a caccia della finale del salto in alto maschile. Per Gimbo quest’anno un 2.32 ottenuto però al coperto, mentre per quanto riguarda il primato stagionale outdoor è il 2.35 raggiunto dal bielorusso Maksim Nedasekau. Tra le migliori prestazioni stagionali non si può non annoverare l’altro portacolori azzurro, Stefano Sottile che a Bressanone, lo scorso 28 luglio, ha raggiunto la misura di 2.33. Ecco tutte le gare in programma:

  • 15.30 Martello M qualificazioni gruppo A
  • 15.35 400 M batterie (Re)
  • 15.50 Alto M qualificazioni (Tamberi, Sottile)
  • 16.30 400 ostacoli F batterie (Folorunso, Olivieri, Pedroso)
  • 17.00 Martello M qualificazioni gruppo B
  • 17.15 3000 siepi M Batterie (Chiappinelli, Zoghlami)
  • 19.05 Asta M Finale (Stecchi)
  • 19.50 400 F semifinali
  • 20.20 giavellotto F Finale
  • 20.35 200 F semifinali
  • 21.10 800 M Finale
  • 21.40 200 M Finale

La diretta televisiva sarà affidata alla Rai che partirà alle 15.25, sia sul canale Raisport Hd (57 del digitale e 5057 di Sky) che su Raisport Sd (canale 58), fino alle 17.55 della prima sessione, dalle 19 alle 22.00 la sessione serale sui medesimi canali.