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All’inizio del 1954, uno dei problemi dei dirigenti della neonata televisione italiana è quello di convincere gli italiani a comprare un apparecchio Tv. Le trasmissioni ufficiali sono nate il 3 gennaio di quell’anno e nei giorni successivi i programmi si succedono tra la curiosità dei favorevoli e le perplessità dei teorizzatori di un nuovo modello di “malcostume sociale”.
Il 24 gennaio 1954 è una domenica che per il mondo dello sport in Tv fa da spartiacque col passato. Quel giorno, la televisione trasmette la sua prima partita di calcio in diretta, ed è una partita della Nazionale, Italia-Egitto. L’Italia del calcio non è più quella trionfante negli anni Trenta e neanche quella del dopoguerra, composta in prevalenza da elementi del Grande Torino. È un periodo di crisi per il football e la Nazionale fatica a tornare alla ribalta. Per qualificarsi ai Mondiali del 1954, l’Italia deve affrontare e battere il modesto Egitto. Una pura formalità, pensano i più.

Alla guida degli Azzurri c’è una commissione tecnica formata da un ex campione del mondo, Angelo Schiavio, e dall’ungherese Lajos Czeizler, tecnico che ama il gioco d’attacco e che nel 1949 aveva portato al Milan tre svedesi destinati a trionfare, Gunnar Nordahl, Gunnar Gren e Niels Liedholm. Vinto lo scudetto nel 1951, Czeizler diventa il secondo Ct straniero della storia della Nazionale nel 1953, quarant’anni dopo Harry Goodley. Czeizler sceglie i giocatori e Schiavio fa da tramite tra l’ungherese e l’allenatore, che è Silvio Piola. Insomma, il doppio impegno con l’Egitto dovrebbe facilmente portare la squadra al Mondiale che si svolgerà in Svizzera.

Ma la partita d’andata, al Cairo, la prima per la commissione Czeizler-Schiavio-Piola, non è quella passeggiata che si credeva. Gli azzurri vincono 2-1 dopo essere stati in svantaggio nel primo tempo. E solo a undici minuti dalla fine un gol dell’ala destra Muccinelli consente alla Nazionale di avere la meglio sulla squadra africana. Improvvisamente pessimisti, i dirigenti della Federcalcio decidono che la partita di ritorno debba essere giocata a Milano, in pieno gennaio, sperando nell’aiuto del meteo.

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Il maltempo, effettivamente, aiuta la squadra: neve e gelo totale con i poveri egiziani intirizziti, capaci più di scivolare sul terreno che di giocare la palla. Con poco onore, allo stadio San Siro di Milano, l’Italia “trionfa” per 5-1, ma dopo un primo tempo finito sull’1-1 che lasciava presagire ulteriori delusioni. Eppure, è proprio questa la partita che inaugura il connubio tra calcio e televisione. È la prima volta che un’intera partita viene trasmessa dalla Tv. Ma, attenzione: sono i primi vagiti della Rai e ancora non c’è un accordo, nero su bianco, con la Federcalcio. Così, per evitare polemiche o, peggio ancora, il ricorso alle carte bollate, la Tv manda in onda una diretta parziale, solo per alcune fasi dell’incontro. E lo fa con ben tre telecronisti che si alternano nel racconto: Carlo Bacarelli, Vittorio Veltroni e Nicolò Carosio, destinato a diventare la voce ufficiale del calcio nazionale e della squadra azzurra per più di un decennio.

Il suo non è un esordio come tanti altri, non può esserlo perché stiamo parlando di Fabio Cannavaro, del capitano e del leader della Nazionale italiana nel Mondiale del 2006, perché è stato il detentore di presenze in maglia azzurra dal 2009 al 2013 – 136, poi superato poi da Buffon – , capitano dal 2002 al 2010 e perché è il secondo giocatore con più presenze da capitano in nazionale, ben 79, dietro ancora una volta a Buffon.

Così quel match amichevole tra Italia e Irlanda del Nord del 22 gennaio 1997, a posteriori, non rappresenta una partita qualsiasi, ma il debutto di un pilastro attorno al quale, complice il ritiro di Maldini a fine Mondiale in Corea e Giappone e i continui infortuni di Nesta, tutta l’Italia si è aggrappata.

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A convocarlo per quella partita è Cesare Maldini che lo conosce molto bene avendolo allenato nelle precedenti esperienze in Under-21. Anche per il ct è il debutto sulla panchina dell’Italia: allo stadio Barbera di Palermo, si apriva un nuovo ciclo dopo Arrigo Sacchi e Maldini presentò una formazione con un nuovo modulo, il 3-5-2. Dopo meno di dieci minuti Albertini pescò Zola che scartò il portiere e firmò da posizione defilata l’uno a zero. Poi nella ripresa ecco l’esordio del 23enne Fabio Cannavaro, al minuto 72’ al posto di Costacurta, quindi Zola lasciò il posto a Del Piero e proprio il talento juventino fu decisivo a pochi minuti dal termine con la punizione deviata dal portiere avversario per il 2-0 definitivo.

Maldini  impiegò Cannavaro subito con continuità e lo convocò al Mondiale 1998 in Francia. All’inizio del torneo, Cannavaro non offrì prestazioni convincenti e contro il Cile fu il principale responsabile sulla doppietta di Salas, ma migliorò notevolmente il suo rendimento nelle partite successive e contro la Francia, nei quarti di finale, fu il migliore in campo dell’Italia nonostante una ferita allo zigomo causata da una gomitata proditoria di Guivarc’h ad inizio ripresa.

Cannavaro non è stato un grande goleador, anzi. In Nazionale ha segnato solamente due reti: la prima nel maggio 2004, nel 4-0 complessivo contro la Tunisia, ultimo match prima dell’Europeo, e la seconda marcatura quattro anni dopo, nel febbraio 2008 contro il Portogallo (3-1 risultato finale), nel giro di amichevoli del campionato europeo che saltò per la rottura dei legamenti della caviglia.

Le vittorie, nelle partite di calcio, maturano non solo grazie alle reti degli attaccanti ma anche delle parate dei portieri. Questa regola vale anche nei Mondiali di calcio. Se pensiamo alle parate di Dino Zoff nel 1982 e di Gigi Buffon nel 2006, non possiamo che avere conferma.
Una parata però è entrata di prepotenza nella storia dei Mondiali di calcio.

Messico 1970 e la partita in questione è Brasile – Inghilterra. I carioca sono favoritissimi per la vittoria, tant’è che poi vinceranno il titolo ai danni dell’Italia per 4-1. Tra le fila verdeoro spicca il talento e la forza di Pelé oltre che i gol di Jairzinho. L’Inghilterra invece risponde con una difesa tosta e difficile da penetrare. Nella retroguardia inglese c’è il portiere 33enne, Gordon Banks, estremo difensore dello Stoke City. Da quel giorno il portiere Banks si è fatto conoscere in tutto il mondo.

Al 15esimo minuto, su un cross dalla destra di Jairzinho, Pelé si alza indisturbato e di testa schiaccia la palla all’angolo opposto al portiere inglese. Non si sa come, non si sa il perché, ma il portiere Banks si ritrova sulla zolla d’erba d’impatto della palla. Una specie di carrellata in stile calcio balilla da destra verso sinistra, e il guanto ferma la sfera sulla linea di porta. Il Telstar (il pallone usato al mondiale di Messico ’70) s’inarca oltre la traversa.

Il numero 10 brasiliano rimane di sasso, convinto di aver sbloccato il risultato, ma in quel caso fu il portiere inglese Banks ad avere la meglio. Convinti del gran gesto atletico, i compagni di squadra si complimentarono con il numero 1 britannico, mentre i 70mila dello stadio Jalisco di Guadalajara rimasero meravigliati.

Gordon Banks però non esultò e forse è uno dei suoi rimpianti.

Rimasi a terra seduto accanto al palo con la testa bassa. Nelle foto sembro uno sconfitto, e una foto è per sempre. Ero esausto e se devo dirla tutta non sapevo neppure dove fosse finita la palla. Non mi ero accorto di aver evitato il gol.
Avevo sentito Pelé gridare: Goool. E poi il boato della folla. Non capii nulla fino ai complimenti dei compagni. Fu allora che mi voltai e vidi il pallone sui cartelloni pubblicitari, non in fondo alla rete. Il boato era per me. Cooper mi passò un mano tra i capelli. Pelé disse, Ti odio. Bobby Moore mi fece ridere, Stai diventando vecchio Banksy, un tempo l’avresti bloccata

Se attorno alla eterea figura di Lev Ivanovič Jašin (o Yashin per comodità e popolarità occidentale) esistono così tante leggende e aneddoti è perché: 1- è egli stesso una leggenda che nel corso della sua carriera e anche dopo ha arricchito la fantasia di tifosi e appassionati; 2- il suo essere leggenda deriva semplicemente dal fatto che prima di lui il ruolo del portiere non era degno di menzione. O meglio, era impossibile cucire racconti romantici e romanzati attorno a chi è nato per evitare la gioia del calcio, ovvero il gol.

Il buon Galeano, quasi con carezza paternale, ha scritto belle pagine attorno alla sciagurata figura dell’estremo difensore, ma Yashin ha creato un precedente: si può entrare nella storia del football dal senso di marcia opposto, ma prima di abbandonarci al flusso di racconti parafantastici, siamo pragmatici e scioriniamo una serie di titoli che ha vinto.

Unico portiere a vincere il Pallone d’oro, nel 1963, a 34 anni e dopo aver annunciato (poi ritrattato) il suo ritiro. Dietro di lui, quell’anno, tutti in fila per levarsi il cappello c’erano Rivera, Eusebio, Schnellinger, Suarez, Trapattoni e Bobby Charlton.
Nella classifica della International Federation of Football History and Statistics è stato votato come miglior portiere del XX secolo. Bandiera fino alla fine, Yashin ha avuto tre colori sulla propria pelle: il bianco e l’azzurro della Dinamo Mosca, con cui ha conquistato cinque campionati sovietici e tre Coppe dell’Urss. E poi il rosso, quello proprio della Nazionale sovietica con cui ha collezionao 74 presenze, vincendo una medaglia d’oro ai Giochi olimpici del 1956 e un campionato europeo nel 1960.
Nel 1964 ha nuovamente raggiunto la finale del torneo continentale, perdendola contro la Spagna. Ha disputato quattro Mondiali e lui era in campo, nel 1958, quello svedese e quello della prima apparizione assoluta dell’Urss che si piantò ai quarti di finale.

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In realtà il suo vero e unico colore era il nero e non per qualche scelta politica, semplicemente perché vestiva total black e per questo il suo soprannome divenne “ragno nero”. Nero come l’occhio che si ritrovò, nel Mondiale in Cile, quattro anni dopo, quando Lev conobbe “l’ospitalità” cilena: un paio di colpi ben assestati e un occhio bendato che non impedì al poritere di continuare a giocare da perfetto stoico.

Questo è uno degli aneddoti che costellano la vita di Yashin. Nato in una famiglia di operai dell’industria pesante, iniziò a lavorare in fabbrica a 14 anni, durante la seconda guerra mondiale, per rimpiazzare i colleghi più anziani impegnati al fronte. Qui, si narra, già intuirono le sue qualità di para tutto grazie alla prontezza di riflessi con cui il giovane ragazzotto riusciva ad afferrare al volo bulloni e altri oggetti che i suoi compagni di fabbrica gli tiravano per gioco.
Poi c’è l’usanza di scendere in campo con due cappelli, uno in testa e l’altro da posizionare dietro la porta o la leggenda che lo vedeva raccogliere un quadrifoglio nei pressi della porta dopo ogni rigore neutralizzato (se ne contano più di 80 non di quadrifogli, ma di rigori parati).

Il ragazzotto nella sua bacheca vanta anche un altro trofeo, extracalcistico: nel 1953 vinse una coppa sovietica di hockey su ghiaccio, sempre come portiere della Dinamo Mosca. Sì perché la società russa capì di avere con sè un diamante grezzo che non andava sprecato, ma nel calcio i pali in quell’era erano abbastanza protetti da Aleksei Petrovich Khomich, la tigre, così Lev fu momentaneamente “parcheggiato” nell’hokey.

Nel 1985, a seguito di una grave forma di tromboflebite, subì l’amputazione di una gamba, ma nonostante tutto, tre anni dopo, accompagnò comunque la selezione sovietica alle Olimpiadi di Seul, dove l’Urss vinse, per la seconda e ultima volta, la medaglia d’oro nel torneo di calcio.

E’ morto nel 1990, a 60 anni, a causa di un cancro allo stomaco. Abbiamo aperto con un aggettivo preciso: etereo. Beh in realtà lui, o almeno il suo nome, nello spazio c’è per davvero: gli è stato dedicato un asteroide, il 3442 Yashin.

(Lev Yashin è stato scelto come simbolo per il poster ufficiale del Mondiale 2018 in Russia. L’opera è stata realizzata dall’artista Igor Gurovich e mette in evidenzia una marcata estetica sovietica)

L’Italia del beach soccer è in finale mondiale, per la seconda volta nella sua storia, al termine di un’autentica battaglia sotto il nubifragio di Asuncion. 39 minuti di agonia, la Russia si inginocchia 8-7, esplode la Nazionale di Del Duca. Ma onore delle armi agli avversari: se la squadra di Likhachev ha eliminato i campioni del mondo in carica del Brasile ci sono tutte le ragioni: quadrata, tecnica, fa valere il fisico e i calci piazzati.

Così la pioggia battente tradisce presto Del Mestre, che buca l’intervento sulla punizione centrale di Novikov per il primo vantaggio russo. Dall’altra parte si instaura un bel duello tra Palmacci e Chuzkhov, con il portiere che si esalta due volte sulle rovesciate dell’attaccante. L’Italia rischia, poi colpisce. Del Mestre stavolta è provvidenziale, deviando sulla traversa il piazzato di Skharin: sul ribaltamento di fronte arriva il corner e lo stacco perfetto di Corosiniti per il pareggio. Azzurri in fiducia, la Russia accusa il colpo. Il caparbio pressing di Ramacciotti su Makarov, ultimo uomo, vale il micidiale uno-due Italia con cui si chiude la prima frazione.

Fedor Zemskov of Russia celebrates a goal 

Partita senza padroni, i russi fanno valere chili e centimetri, lo stesso Makarov si riscatta insaccando sotto misura il gol del 2-2. Ma è ancora Ramacciotti, a riportare avanti l’Italia deviando di petto il tiro dalla distanza di Josep Jr. Reazione Russia: solo il palo salva Del Mestre dalla conclusione di Shishin, poi c’è l’esterno della rete mosso da Poporotnyi. Il gol però è nell’aria e arriva al 22′ con una bella rovesciata di Zemskov, che poi firma la beffa del 3-4, in mischia, sul gong del secondo periodo.

Si riparte, e succede di tutto. Gori, a mezzo servizio dopo l’infortunio contro la Svizzera, impatta subito in rovesciata, poi Romanov ripaga con la stessa moneta. Il capocannoniere del mondiale non ci sta e insacca il diagonale vincente dalla destra: sono passati appena 45 secondi. Il diluvio rende tutto più imprevedibile, ogni azione è un potenziale pericolo e ad approfittarne è ancora l’Italia, ancora con Ramacciotti dopo l’azione insistita di Josep Jr. La Russia non molla: altro palo di Shishin. La tripletta di Tin Tin Gori su punizione illude gli azzurri sul +2, perché Romanov in contropiede riporta subito a contatto la squadra di Likhachev. L’Italia si chiude, regge fino al 34′ quando ancora Makarov indovina la giocata vincente dalla destra.

Francesco Corosiniti of Italy celebrates a goal

7-7, tempi supplementari e forse è giusto così. Nell’extra time, Zurlo diventa ancora l’uomo della provvidenza azzurra: rigore guadagnato e trasformato, 8-7 Italia. Sarà la giocata decisiva, perché nei due minuti rimanenti la Russia tenta il tutto per tutto con il portiere volante ma non riesce più a battere Del Mestre. Avanzano gli azzurri, a un passo dal tetto del mondo: stasera, contro il Portogallo, in diretta su Sky Sport Uno, Sky Sport Collection e su RaiSport alle 22.

articolo completo su Sky Sport

Una vita a mezz’aria, i piedi al posto della testa, senza vedere dove finisce il pallone. Ma il più delle volte basta l’urlo dello speaker: Gabriele Gori, ancora, gol per l’Italia. In questi Mondiali in corso in Paraguay ne ha messi a segno 13, in tre partite. Più della metà sono arrivati in rovesciata: preparata dal palleggio, sul cross di un compagno, invenzione senza senso. Un marchio di fabbrica che vale un soprannome: “Una volta, giocando con gli amici si era deciso che prima di tirare dovevamo dire la prima cosa che ci veniva in mente”, spiegava l’attaccante dopo un torneo a Jesolo nel 2014. “Mi arrivò un cross e mentre preparavo la rovesciata urlai ‘tin tin’: la palla finì sotto l’incrocio e da allora mi hanno sempre chiamato così”. Guai se no: nel frattempo, Tin Tin Gori è diventato il miglior marcatore di sempre in maglia azzurra (in 163 partite 289 gol, di cui 79 nel solo 2019), si è laureato campione d’Europa nel 2018 e quest’anno, per la seconda volta, è stato nominato tra i tre giocatori più forti al mondo, insieme al brasiliano Rodrigo e al portoghese Jordan. E pensare che il 32enne viareggino ci è entrato quasi per caso.

“Ormai sono passati dieci anni, da quando mi chiesero di fare un tentativo lì a Viareggio”, inizia a raccontare l’attaccante in esclusiva per Sky Sport. “Io ero un po’ scettico, anche perché non conoscevo questo sport. Invece è andata bene e adesso siamo arrivati fin qua”. Ma se l’inizio è a sorpresa, sul luogo non ci sono dubbi: la città di Gori è quella del Carnevale, del Torneo under 19 e delle spiagge sul Tirreno. Unisci gli ultimi due punti, ed ecco la roccaforte del beach: “Ma non ho mai mollato il calcio a 11!“, esclama Gabriele, una vita in Eccellenza toscana, l’ultima stagione con la maglia del Castelnuovo Garfagnana. “Anche lì, qualche rovesciata la provo: non è facile come su sabbia, ma ogni tanto sono riuscito a segnare”. Richiamo irresistibile, portato avanti nel suo Viareggio. Dove quest’anno, da vicecampione d’Italia, Gori ha indovinato forse la più bella rete della sua carriera.

Beach, calcio, ma non solo. Perché finita la bella stagione, parliamo di un vero factotum: Gori è anche geometra e negli ultimi tempi ha intrapreso la carriera di agente immobiliare. Fa un certo effetto immaginarselo in giacca e cravatta: “Di solito riesco a stare dietro a tutto, ma ultimamente non è facile“, ammette il giocatore. “Una stagione di beach soccer dura tre o quattro mesi, ma quest’anno, tra i Giochi a Doha e il mondiale, è la prima volta che siamo impegnati da aprile a dicembre”. Dulcis in fundo, papà a tempo pieno: “Ora c’è anche mio figlio, che quando tornerò a dicembre farà due anni: sto già cercando di fare appassionare al calcio anche lui“. Piccoli Gori crescono, mamma permettendo. “Eh sì, lei mi mette un po’ i freni e sostiene che il bambino dovrà fare quello che vuole. Io dico di sì, però continuo a passargli il pallone”. Magari non in rovesciata, ancora per qualche anno. Quelle teniamole per l’Italia.

18 giugno 1995, Città del Capo, Sudafrica. Al Newlands Stadium è di scena la prima semifinale del Mondiale di rugby, Inghilterra contro Nuova Zelanda. Jonah Lomu, allora 20enne, prende per mano gli All Blacks spazzando via da solo l’Inghilterra con quattro mete.  Al 3’, poi al 26’ e ancora al 42’ e al 71’. The Big Man nella partita vinta 45 a 29 dai suoi mette in mostra tutta la sua progressione devastante, cambiando da quel momento per sempre il modo di giocare nel rugby.

Un’ala anomala, non più solamente piccola e rapida, ma un carro armato di pura potenza, velocità e tecnica, 196 centimetri per 120 chili, capace di scardinare da solo l’intera difesa inglese. Di farla letteralmente volare. Catt viene spazzato via e Jonah Lomu scriverà una pagina leggendaria di sport ancora oggi impressa. E poco importa che poi in finale gli All Blacks sono battuti dai padroni di casa del Sudafrica.

Lomu ha realizzato ben 15 mete in due edizioni dei Mondiali di rugby, ed è insieme al sudafricano Bryan Habana, il miglior marcatore di mete della Coppa del Mondo. Devastante in un corpo tragico: a soli 24 anni, interrompe bruscamente la sua carriera a causa di una sindrome nefrosica che rese necessario un trapianto di rene. Ebbe un breve rientro in attività, ma i problemi di salute derivanti dalla sua malattia non ne permisero mai un completo ritorno ai livelli di prima del 1999 e, nel 2010, si ritirò definitivamente dopo una stagione da dilettante in Francia. La sua malattia renale è considerata tra le ragioni primarie di un arresto cardiaco a causa del quale morì ad Auckland, sua città natale, il 18 novembre 2015, a soli 40 anni.

 Le mete contro l’Inghilterra a partire dal minuto 1:00

La grafica su schermo aveva da poco segnato il passaggio dal settimo all’ottavo secondo, in Gibilterra e in Belgio, forse, alcuni tifosi si stavano per accomodare sul divano con una birra in mano e hanno già visto i giocatori belgi esultare per la rete del vantaggio. L’attaccante Benteke ha segnato il gol più veloce nella storia delle Mondiali e delle relative qualificazioni. Un’azione fulminea mista all’ingenuità della retroguardia della piccola Nazionale da poco riconosciuta dalla Fifa, assieme al Kosovo: fischio d’inizio, i padroni di casa giocano un pallone all’indietro, Ryan Casciaro si lascia soffiare la sfera da Christian Benteke che punta il capitano Roy Chipolina, lo supera agevolmente e infilza il portiere Ibrahim, che durante il match, verrà superato per altre cinque volte. Un 6-0 tennistico impreziosito dalla rete in 8,1 secondi, secondo la Uefa, dell’attaccante del Crystal Palace.

Dopo 23 anni cade, dunque, il precedente record che è appartenuto al sammarinese Davide Gualtrieri. Da una piccola nazione a un’altra, da Gibilterra a San Marino. Era il 17 novembre del 1993, qualificazioni per il Mondiale del ‘94 e al Dall’Ara di Bologna, contro i colossi dell’Inghilterra, l’attaccante della piccola nazione enclave, scrisse il suo nome nella storia, siglando la rete del vantaggio in 8,3 secondi con complicità del difensore Stuart Pierce. Una rete talmente veloce che i fotografi non riuscirono ad immortalare l’evento a tal punto che i giornali, il giorno dopo, utilizzarono un fermo immagine preso dal video del match. “End of the world” intitolò il Daily Mail il giorno dopo: un esito drammatico per i Three Lions che, nonostante la vittoria per 7-1, non ottennero il pass perché scavalcati da Norvegia e Olanda.

Anche se Benteke ha fatto meglio di lui, Davide Gualtieri, come lui stesso ha raccontato al sito Uefa.com, è ancora oggi un idolo:

A distanza di tempo mi accorgo di aver fatto davvero qualcosa di importante. Un gol in poco più di 8 secondi all’Inghilterra non capita sempre, forse è proprio per questo che ancora oggi anche i tifosi di altri paesi passano a trovarmi nel mio negozio di elettronica

L’Italia di Carmine Nunziata manca l’approdo alle semifinali dei Mondiali Under 17 in Brasile. Gli Azzurrini perdono infatti per 2-0 contro i padroni di casa verdeoro, non senza rimpianti. Patryck porta in vantaggio i suoi già al 6′, l’Italia costruisce diverse occasioni per il pari, ma subisce il raddoppio di Peglow al 40′. Nel finale Gnonto potrebbe riaprire tutto, ma sciupa. Ora per il Brasile c’è la Francia, che travolge per 6-1 la Spagna.

Finisce a Goiania, nel cuore del Brasile, il sogno mondiale dei ragazzi di Carmine Nunziata che cadono al cospetto dei padroni di casa e abbandonano la competizione al termine di una partita già chiaramente indirizzata dopo il primo tempo, ma in cui non mancano i rimpianti. Nonostante la presenza in campo dal primo minuto di tutti i protagonisti delle vittorie su Isole Salomone e Messico nel girone e Ecuador negli ottavi (i due attaccanti Cudrig e Gnonto, Tongya a supporto e capitan Panada in cabina di regia), gli Azzurrini si fanno infatti schiacciare fin dai primissimi minuti e il Brasile passa dopo appena 6 minuti. Merito di Patryck, che trova spazio sulla fascia sinistra e libera un mancino su cui il portiere azzurro Molla si fa sorprendere. Il Brasile segna al primo tiro in porta, poi l’Italia cresce ma pur giocando anche meglio rispetto ai padroni di casa non ne approfitta: Tongya spaventa Donelli, ma il suo destro a giro finisce di poco sul fondo. Il portiere di casa, quindi, si oppone al gran colpo di testa di Dalle Mura su calcio d’angolo. Brentan sfiora la traversa su calcio di punizione e su un altro calcio da fermo il colpo di testa di Gnonto è alto di un soffio. L’Italia crea molto, ma a segnare è il Brasile: al 40′ Pedro Lucas verticalizza in maniera splendida per Peglow, che incrocia il rasoterra e raddoppia.

Italy and Brazil make their way out for the start in Goiania - FIFA U-17 World Cup Brazil 2019

Il secondo gol del Brasile inevitabilmente fiacca l’Italia, che nella ripresa ci mette più di dieci minuti a raccapezzarsi. Ma la partita rimane stregata: Cudrig prova a chiamare la carica con una prima iniziativa sulla fascia che non trova compagni pronti, quindi proprio lui in spaccata sfiora di nuovo il gol su palla di Ruggeri proveniente dalla sinistra. Nunziata si gioca la carta di Oristanio, ma nemmeno l’uomo della vittoria sull’Ecuador riesce a cambiare il senso della partita. Anzi, è il Brasile a tornare ad affacciarsi dalle parti di Molla, che si deve impegnare per evitare il tris di Veron. Lo stesso portiere azzurro nega quindi la doppietta a Patryck, pericoloso dalla distanza, e l’ingresso di un altro attaccante come Capone non ha frutti. L’ultima grande occasione è infatti di Gnonto, che all’82’ potrebbe riaprire tutto grazie a una fuga solitaria con il pallone, stroncata però dalla puntuale uscita di Donelli.

Christian Dalle Mura of Italy reacts to a near chance against Brazil - FIFA U-17 World Cup Brazil 2019

L’Italia lascia il Mondiale, quello del Brasile continua contro la Francia che nell’altra partita dei quarti demolisce la Spagna per 6-1. Gli iberici si portano anche in vantaggio con Valera al 9′, ma poi vengono travolti: già il primo tempo si chiude con i Blues in vantaggio (Kouassi segna al 21′, Mbuku al 36′), nella ripresa arrivano altri quattro gol segnati da altrettante giovani promesse del calcio transalpino. Apre infatti Lihadji al 46′, poi arrivano le firme anche di Pembelé (54′), Rutter (59′) e Aouchiche (93′).

E’ il novantesimo, perdiamo 3-2. Punizione per noi, decido di andare nell’ area italiana. Arriva il cross e vedo che il pallone viene verso di me. Lo colpisco proprio bene, al centro della fronte, con forza, verso la porta di Zoff. Per noi è gol, la torcida salta in piedi, è fatta. Ma vedo gli italiani urlare e protestare, poi da terra riemerge Zoff col pallone in mano che strilla “No! No!” , l’ arbitro Klein gli dà ragione. Non era gol, lo ammetto, la palla rimase sulla linea. Cinque centimetri più in là, solo cinque, e avremmo pareggiato e la nostra generazione avrebbe avuto una vita diversa. Invece fu sconfitta: non solo quel giorno, ma per sempre. In Brasile, ancora oggi, siamo quelli che hanno perso. Zoff disse che quella era stata la parata della sua vita. Viceversa, sarebbe stato il gol della mia vita. Cinque centimetri, e tutto sarebbe cambiato

Tutto sarebbe davvero cambiato. A dirlo è Oscar in un’intervista a più di 20 anni da quella memorabile partita. Era il difensore centrale del Brasile edizione Spagna ’82, quello che doveva stravincere i Mondiali, ma allo stadio Sarrià di Barcellona si trovò sulla sua strada Paolo “Pablito” Rossi e la saracinesca di Dino Zoff.
In Brasile i giocatori di quella Nazionale saranno eternamente perdenti, antieroi da rimuovere dai ricordi, sorte beffarda e contraria rispetto al destino dei rivali azzurri che, nell’altro lato del globo, in un piccolo paese a forma di stivale, sono ancora oggi eterni eroi.
In quell’afoso pomeriggio estivo del 5 luglio di Barcellona, tra trombe, coriandoli e cori, abbiamo trattenuto il respiro. L’Italia, bistrattata alla vigilia dallo scandalo scommesse e dopo un primo turno non esaltante, deve battere il Brasile per accedere alla semifinale. Dopo essersi ritrovata in un girone a tre davvero di fuoco, assieme all’Argentina di Maradona, la sfida ai maestri del futbol è davvero ardua, al limite dell’impossibile. Ai verdeoro, con la differenza reti a favore, basta un pareggio.

Italia – Brasile è un turbinio di emozioni: Rossi apre, risponde subito Socrates, ancora Rossi per la doppietta, Falcão rimette in equilibrio il match, ma Pablito non ci sta e firma la tripletta. Il centravanti juventino sbuca e infilza la distratta retroguardia che è inerme, non sa come affrontarlo. Ma in questo susseguirsi di emozioni e patemi si attende la terza rete del Brasile.
E l’occasione arriva al minuto 89 con il colpo di testa di Oscar e la parata felina di Zoff. Dino dirà di aver passato 4-5 secondi terribili perché dopo la parata gli avversari esultavano, lui non vedeva l’arbitro e c’era il rischio che avesse convalidato la rete.

Ma quella parata, quel guizzo istintivo sulla linea, è il suggello di una formidabile carriera per l’estremo difensore nato a Mariano del Friuli il 28 febbraio 1942. A 40 anni, con la fascia da capitano sul braccio, ha vissuto un Mondiale da protagonista: a lui appartiene un record ancora imbattuto, essendo il giocatore più anziano a vincere una coppa del mondo con i suoi 40 anni e 134 giorni.
Un rapporto con la Nazionale vissuto con dignità e professionalità dall’esordio nella vittoria contro la Bulgaria, il 20 aprile 1968, all’alternanza tra i pali con Enrico Albertosi fino al record mondiale di imbattibilità ancora oggi ben saldo, conquistato tra il 1972 e 1974 con 1.143 minuti senza subire gol.

In tutto quattro Mondiali disputati, eterno quello conquistato l’11 luglio 1982, a Madrid, al cospetto di una Germania Ovest spazzata via con un roboante 3-1 firmato da Rossi, Tardelli e Altobelli. Unica macchia, la rete di Breitner al minuto 83.
E poi la coppa portata in trionfo, saldamente tenuta in mano da Zoff, l’esultanza del Presidente della Repubblica, Sandro Pertini, il tre volte “Campioni del mondo” esclamato da Nando Martellini e la memorabile “cartata” sull’aereo di ritorno tra Pertini, Causio, Zoff e il ct Bearzot con pipa in bocca e il luccichio della coppa lì accanto a loro.

Nella titanica impresa di racchiudere un’esistenza in una sola istantanea, beh, forse la carriera di Dino Zoff è tutta lì, in quella parata all’ultimo respiro tra la gioia e la disperazione. Del resto, il suo libro autobiografico pubblicato nel 2014 si intitola così: “Dura un attimo, la gloria”.