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Sono stati da poco stilati i gironi di qualificazione ai Mondiali 2022 che andranno in scena in Qatar e l’urna ha sorriso alla Nazionale azzurra. La selezione di Roberto Mancini dovrà infatti vedersela con Svizzera, Bulgaria, Irlanda del Nord e Lituania, in un girone che, almeno sulla carta, dovrebbe essere alla portata degli azzurri.

Nel girone il duello sarà tra Italia e Svizzera

La vera avversaria dell’Italia per la vittoria del Girone, come affermato dallo stesso CT azzurro, sarà la Svizzera. La nazionale elvetica negli ultimi anni ha sensibilmente migliorato il proprio rendimento grazie all’ottimo lavoro svolto dall’ex allenatore della Lazio Vladimir Petković, ma ciononostante non sembra rappresentare un ostacolo insormontabile. Le recenti esperienze mondiali ci hanno insegnato che le insidie e le sorprese sono dietro l’angolo, ma è bene ricordare che la Nazionale di Gian Piero Ventura che fallì la qualificazione ai Mondiali di Russia 2018 arrivò seconda nel girone dietro la Spagna, di certo non l’ultima arrivata. In questi tre anni, tuttavia, l’Italia ha fatto passi da gigante e quella squadra abulica, spaesata e impaurita ha ceduto il passo a una squadra capace di vincere a mani basse il girone di qualificazione agli Europei del 2021 e il Girone di Nations League, guadagnandosi il pass per le Final Eight che si giocheranno il prossimo ottobre. Secondo le scommesse calcio la Francia, campione del Mondo in carica, è la favorita indiscussa per la vittoria della Nations League, ma la sensazione è che la sfida tra Italia, Spagna e Belgio sia aperta davvero a ogni possibile esito.

Le ambizioni della Nazionale di Roberto Mancini

Come detto, Roberto Mancini è riuscito a rigenerare un gruppo che sembrava essersi smarrito. Il tecnico di Jesi ha rimesso le cose al loro posto con una velocità impressionante e l’ha fatto dando sempre più spazio ai giovani che, dal canto loro, hanno ricambiato immediatamente la fiducia loro accordata. E così l’Italia è tornata tra le prime 10 squadre del Ranking FIFA e, soprattutto, è tornata a essere una delle rappresentative più temute a livello mondiale. Gli azzurri giocano un calcio corale e propositivo anche contro avversari di livello e, soprattutto, sono tornati a credere nelle loro qualità. I tanti giovani che stanno trovando via via sempre più spazio lasciano intendere che questa squadra potrà esprimersi ad alti livelli almeno per i prossimi 10 anni, nella speranza di tornare a vincere qualche competizione il più presto possibile. Certo, campioni del calibro di Totti, Baggio e Del Piero continuano a latitare, ma la verità è che il calcio è cambiato e che difficilmente torneremo ad ammirare giocatori dalla qualità equiparabile a quella dei grandi numeri 10 del passato.

Mancini si gode una Nazionale che sta tornando a essere protagonista ed è già al lavoro per dominare anche il Girone di qualificazione ai prossimi Mondiali 2022. La strada che porta all’Olimpo del calcio mondiale è ancora lunga e tortuosa ma la sensazione è che, dopo anni di buio, il nostro calcio stia iniziando finalmente a vedere la luce.

La presentazione del pallone da calcio che accompagnerà una competizione fra nazionali è sempre molto attesa. Curiosi di far la conoscenza di “Uniforia”, il pallone di Euro 2020 che riporta in dettaglio incisi i nomi delle dodici città che ospiteranno il torneo, fra cui Roma, passiamo in rassegna i palloni che insieme a calciatori e allenatori hanno fatto la storia dei mondiali di calcio.

Calcio: dall’evoluzione al primo mondiale del 1930

Il calcio ha avuto diverse evoluzioni da quando è stato ufficialmente istituito come gioco nel 1863 e con precisione il 26 ottobre a Londra presso la taverna dei Framassoni (Free Mason’s Tavern) in Great Queen Street. Si è passati dalle maglie in lana alle divise elasticizzate per mettere in evidenza le trattenute con il famoso sistema “stop stopping” introdotto dalla Kappa. Sono cambiate le modalità di seguire le partite: dalla radiolina passando per “diretta goal” Serie A di Sky ora e TELE+ prima, arrivando alle applicazioni per smartphone. Il tutto è accaduto in meno di 20 anni. Sono altresì cambiate le modalità di divertirsi con bookmaker e scommesse sportive di qualsiasi genere: si è passati dal famoso 1-X-2 della schedina a svariate combinazioni di giocate, fra cui anche la possibilità di puntare su quale sarà la squadra “che batterà il calcio d’inizio”. Anche il fulcro del gioco, la cosa più contesa per 90 minuti da 22 persone su un rettangolo verde è cambiata. Non nella forma, ovviamente il pallone nascerà e continua ad essere sferico da quell’ottobre di Londra, ma nei materiali, nelle camere d’aria e nella tecnologia sì. Ciò è dovuto anche ai grandi investimenti di sponsor tecnici da milioni di euro, che applicano al calcio le proprie migliori tecnologie. Quali sono i palloni che hanno accompagnato e vissuto da giudice super partes vittorie, sconfitte e grandi gesti tecnici durante i Mondiali? C’era una volta una finale dei Mondiali giocata con due palloni diversi. Proprio così: la finale tutta sudamericana vinta dall’Uruguay sull’Argentina valevole per il primo campionato del mondo tenutosi nel 1930 fu giocato con due palloni differenti. Difatti nella prima parte di gara fu utilizzata la Pelota Argentina, mentre per il secondo tempo il Modelo T, entrambi di fabbricazione sudamericana: contenenti una camera d’aria, i palloni erano formati da 12 strisce di cuoio duro cucite assieme che conferivano un certo peso specifico in particolar modo quando i palloni si impregnavano d’acqua.

I due successi dell’Italia e le prime evoluzioni stilistiche

Sempre un pallone a dodici strisce in cuoio fu quello con cui l’Italia trionfò nel primo dei due successi consecutivi. Parliamo del Mondiale del 1934, tenutosi in Italia e il pallone protagonista fu il “Federale 102” il cui nome testimonia da sè il periodo storico. Nel 1938 fu la volta del pallone Allen: Mondiali in Francia vinti ancora dalla nazionale italiana, il pallone aveva il nome del produttore e non differiva dal predecessore. I Mondiali del 1950 hanno un fascino tutto particolare: la vita riprendeva dopo il periodo bellico e così anche la prestigiosa competizione per nazionali. Sarà ricordato come il mondiale del famoso “maracanazo”: il dramma sportivo che colpiva il Brasile dopo che la nazionale verdeoro aveva perso in casa al Maracanà di Rio de Janeiro la finale contro l’Uruguay. Il pallone che consegnava il secondo trofeo all’Uruguay era l’Allen Super Duplo T, il quale voleva essere un omaggio al Modelo T, utilizzato nel 1930. Non abbandonava le 12 strisce in cuoio nè la camera d’aria l’Allen Super, ma il colore diventava più chiaro. Definitivamente di un colore originale il pallone giallo Swiss World Champion, creato dalla Kost Sport per i Mondiali in Svizzera vinti dalla Germania dell’Est, anche se la struttura restava la stessa dei precedenti, così come a 12 fasce era il pallone Top Star ideato dalla Sydsvenska Läder och Remfabriken per il mondiale svedese del ‘58. Questo è l’ anno in cui il mondo intero conosceva definitivamente Pelè che trascinava alla vittoria il Brasile contro i padroni di casa della Svezia. Nel 1962 il Brasile offriva il suo bis, imponendosi contro la Cecoslovacchia in finale nel mondiale cileno Il pallone dell’edizione ospitata in Cile era il Crack, ideato in comproprietà fra Salvador Caussade e Custodio Zamora, lo stile del pallone cileno rompeva un po’ gli schemi, quanto meno nella geometria dei pannelli di cuoio. Il 1966 è la prima volta sul tetto del mondo per l’Inghilterra che vince nel mondiale ospitato in casa. Nella finale di Wembley davanti a oltre 90 mila spettatori la squadra della regina metteva per ben quattro volte il pallone Salzenger Challenge nella porta dei tedeschi per il risultato finale di 4-2. Il Salzenger ritornava allo stile degli anni ‘30, riproponendo un pallone in cuoio marrone con 12 fasce cucite, ma l’anno del mondiale del 1966 vedeva la presenza della prima mascotte in assoluto delle competizioni per nazionali di calcio: il leone Willie.

Anni ‘70 e ‘80: arriva Adidas, arriva Tango

Arrivano gli anni ‘70 e con questi l’Adidas diventava produttore ufficiale per il pallone dei Mondiali di Messico ‘70. Per la prima volta il pallone cambiava completamente design e appariva come lo ricordiamo almeno fino agli anni ‘90: 32 pannelli di cuoio, 12 pentagoni neri e 20 esagoni bianchi, cuciti fra loro. Il pallone veniva reso estremamente più sferico e i brasiliani portavano a casa il mondiale battendo l’Italia di Rivera e Riva reduce dalla storica vittoria per 4-3 con la Germania. Inoltre i brasiliani chiudevano l’epoca della Coppa Jules Rimet, come si era chiamato il campionato del mondo fino a quel momento, aggiudicandosi la competizione per la terza volta. Il mondiale organizzato in Germania nel 1974 vedeva come protagonista il pallone Telstar Durlast, pressoché identico a quello del ‘70: Adidas aveva difatti solo modificato la scritta sulla sfera che da oro passava a nero. Nel 1978 compariva il Tango per la prima volta, nome dato in onore dell’Argentina che ospitava la competizione: e qui la svolta è epocale. Restavano i 32 pannelli, ma la differenza era che fossero tutti bianchi, sopra le fasce di cuoio veniva stampato un motivo in nero che dava un effetto particolare al pallone che ha accresciuto il mito del Tango. Il Tango sarà protagonista di due Mondiali: 1978 vinti dall’Argentina di Kempes in casa e 1982, vinti dall’Italia. Il pallone del Mondiale 1982 era identico al precedente, cambiava il nome per motivi di brand diventanto Tango España. L’edizione successiva in Messico, il mondo intero si inchinava dinanzi alla classe del giocatore riconosciuto come il più forte di tutti i tempi: Diego Armando Maradona. A fare da comparsa necessaria alle gesta di Maradona c’era il pallone Adidas Azteca Mexico che aveva dei richiami aztechi sulla grafica della sfera e veniva reso molto più impermeabile.

Italia ‘90, la quarta vittoria azzurra e le versioni per la finale

Etrusco Unico era il pallone protagonista delle “notti magiche” di Italia ‘90, competizione organizzata in Italia e vinta dalla Germania. Pallone che rendeva omaggio all’arte etrusca riportando tre teste di leone nel mosaico sulla grafica, era caratterizzato dall’inserimento di una particolare schiuma che lo rendeva maggiormente impermeabile. Il pallone utilizzato nei Mondiali USA ‘94, persi ai rigori dall’Italia di Baggio contro il Brasile di Romario e Dunga, era il Questra, prodotto ancora dalla tedesca Adidas. Il pallone americano rappresentava un’evoluzione del Tango, così come un’ultima e romantica versione del Tango era quella del pallone del mondiale del 1998 in Francia. In quell’occasione fu chiamato Tricolore e diventerà il primo pallone colorato di un mondiale e la Francia vinceva un mondiale per la prima volta nella sua storia. Il 2002 era l’anno dei Mondiali di Giappone e Corea e il pallone diventava una sfera completamente bianca color perla, con al centro un unico disegno rappresentante un triangolo con bordi dorati, che richiamava uno shuriken, un’arma da lancio asiatica. Nel 2002 trionfava il Brasile di Ronaldo contro la Germania di Kahn, mentre nel 2006, il pallone dell’ultimo rigore di Grosso che regalava la vittoria all’Italia era un +Teamgeist Berlin, primo prototipo a 14 pannelli ricurvi termosaldati, non più cuciti, che differiva dal pallone utilizzato nel resto del mondiale per la presenza di inserti dorati nella grafica per onorare la finale. In Africa fu la volta dello Jabulani e anche in quest’occasione per la finale fra Spagna e Olanda fu ideata una versione ad hoc: Jo’bulani. Questo pallone riduceva ancor di più i pannelli termosaldati a otto unità e al di là della grafica che richiamava le 11 comunità africane, l’innovazione stava nella tecnologia. Si introduceva il sistema “grip ‘n’ groove”, che si proponeva di migliorare precisione dei tiri e controllo di palla. I pannelli diminuiscono ancora nel 2014 con il Bazuca per il mondiale in Brasile vinto dalla Germania. Questo pallone migliorava il grip, evitava qualsiasi variazione in caso di pioggia e rendeva un rimbalzo più fedele. Il pallone del Mondiale di Russia del 2018 è stato il Telstar 18, chiaro omaggio a quello utilizzato nel 1970. Nulla a che vedere con il prototipo di 48 anni prima ovviamente: all’interno del pallone è presente un chip controllabile con lo smartphone tramite un’app, che poi permette di elaborare dati e prestazioni.

Il calcio continuerà la propria evoluzione con l’inarrestabile ingresso della tecnologia in tutti gli aspetti. Lo abbiamo già visto con il VAR e la goal-line technology: l’assistenza tecnologica sul rettangolo verde permette una fluidità di gioco maggiore e rende più spettacolare e divertente la partita. Lo stesso pallone, strumento indispensabile per questo sport, è una conferma di questa tendenza: da mero attrezzo a prodotto commerciale da milioni di euro di investimenti tecnologici.

 

Rimmel è una delle cose più immense della musica italiana. L’album e l’omonima canzone che racchiudono l’arte poetica di Francesco De Gregori, videro la luce nel 1975.
Franco Baresi aveva 15 anni e, già al tempo, era soprannominato “Piscinin” prima di cedere spazio e gloria al più pomposo nomignolo di “Kaiser Franz” in onore di Franz Beckenbauer. Il paragone regge e reggerà nel corso dei decenni calcistici: Franco Baresi, genio, anticipo, tackle, purezza e scorza. Tra i più completi liberi nella storia.

Anzi no. Completo tecnicamente, incompleto e incompiuto per quello che tanto ha dato al mondo del pallone e tanto poco ha ricevuto. Pallone ingrato. Dalle pagine chiare e ricche di trionfi con il Milan, legato sempre e per sempre (altra citazione di De Gregori) ai rossoneri, alle pagine scure della Nazionale.
Dalle pagine chiare di un Mondiale, quello del ’94, che l’ha visto leader anche fuori dal campo, con il recupero record in 20 e poco più giorni dall’infortunio al menisco, alle pagine scure del triste epilogo americano. Il sogno americano frantumato dagli 11 metri.

Franco Baresi, l'ultimo difensore

Il capitano della Nazionale allenata da Arrigo Sacchi si infortunò nella sfida contro la Norvegia. Era appena la seconda partita del girone. Che si fa, si torna a casa? Nemmeno per scherzo.
Decise di operarsi immediatamente, a meno di 24 ore dall’infortunio. Voleva rientrare a tutti i costi sperando in un successo dietro l’altro dei suoi compagni di squadra. A 34 anni si è saggi e stolti abbastanza per fare di tutto pur di acciuffare l’ultimo treno della vita: un Mondiale con la fascia di capitano.
Dopo sette giorni dall’operazione lasciò la clinica, senza stampelle e raggiunge il ritiro degli azzurri. «Un miracolo», dissero gli altri strabuzzando gli occhi.

Franco non crede ai miracoli, ma li sa fare (ancora De Gregori): in difesa è il leader, elegante, ordinato, deciso e sportivo. Dopo l’operazione non aveva bisogno di allenarsi, che gli serviva? Conosceva Sacchi, Maldini, Costacurta e Tassotti. Blocco Milan sinergico e amici di tante sfide.
Rimesso in piedi e in ottime condizioni fisiche e muscolari, non così scontato se si gioca a luglio, il 17, in un clima umido che sbalzava i gradi oltre i 40°.

Franco Baresi, un nome e un numero: 6 per sempre

La finale contro il Brasile è una delle sue migliori partite si sempre. Con il numero sei sulle spalle, annienta gli attaccanti verdeoro da Romario a Bebeto. Solo i crampi lo buttano a terra, ma al 120’ dopo i supplementari e prima dei calci di rigore.
Visto i continui rimandi a De Gregori, sarebbe lineare dire che non è da questi particolare che si giudica un giocatore. Vorremmo, quasi con paterna consolazione ripeterlo ancora oggi, dopo più di 20 anni, a Franco Baresi. Sussurrargli parole dolci e di conforto dopo il tiro, travolto dalla stanchezza, calciato alto, oltre la traversa.

E’ un eroe fragile, un eroe incompiuto e forse anche per questo è eterno nei ricordi degli appassionati. Perché si è dimostrato umano. Una divinità che, a 34 anni, dopo aver recuperato in meno di un mese da un infortunio serio, dopo i rigori falliti e la coppa del Mondo alzata dal Brasile, si è lasciato andare in un genuino pianto.
La Gazzetta dello Sport gli diede 9. A un passo dalla perfezione.

Fonte: Uefa.com

Nel dicembre 2016 ha mostrato su sul profilo Instagram i suoi nuovi quattro tatuaggi. Tutti e quattro sulle dita della mano sinistra, quattro numeri speciali per Sergio Ramos.  Il 35 e il 32 sono i suoi due primi numeri di maglia indossati nel Siviglia, la sua prima squadra, quella che per prima lo ha lanciato nel calcio che conta. Il 19 è l’età che aveva all’esordio con la Nazionale spagnola,  mentre il 90+ è in ricordo del famoso gol segnato all’Atletico Madrid nella finale di Champions League di Lisbona del maggio 2014, che è valso La Décima per la gioia di Carlo Ancelotti e di tutto il Real Madrid.

E non è un caso che in Spagna il difensore del Real sia ormai conosciuto da tutti come Sergio “NoventayRamos”, quello dai gol decisivi e rigorosamente all’ultimo respiro. Una carriera vincente quella del difensore nato a Camas, nell’Andalusia, il 30 marzo 1986; una carriera vincente non solo perché circondato da validi compagni di squadra che lo trascinano verso trofei e vittorie, ma perché è soprattutto lui a lanciare il cuore oltre l’ostacolo e a prendere in mano il suo fato, il suo destino.

Ramos ad oggi, siamo nel 2020, è vincitore di quattro Champions League e di altrettanti successi nella Liga, ha sollevato le coppe di Euro 2008 e di Euro 2012, intervallate dalla vittoria del Mondiale del 2010. Il difensore centrale è un punto di riferimento per il Real Madrid e per la Spagna dov’è primatista con 170 presenze e 21 gol.

 

Ecco, in sintesi, alcuni record e numeri impressionanti:

  • Il suo trasferimento dal Siviglia al Real Madrid per 27 milioni di euro nel 2005, quando aveva appena 19 anni, è un record per un giovane spagnolo.
  • Ramos è andato a segno in Liga per 16 stagioni di fila, record per un difensore. Nel 2018/19 è andato a bersaglio in 11 occasioni (otto rigori), stabilendo il suo record per una singola stagione.
  • Nell’Olimpo dei difensori ad aver segnato in due diverse finali di Coppa dei Campioni, è l’unico ad esserci riuscito nell’attuale formato. I suoi gol nelle finali di  Champions League del 2014 e 2016 contro l’Atlético Madrid gli hanno permesso di raggiungere Tommy Gemmell (1967 e ’70) e Phil Neal (1977 e ’84).
  • Col pareggio nei minuti di recupero della finale di Supercoppa del 2016 contro la squadra per la quale giocava da ragazzo, il Siviglia, Ramos ha segnato nelle finali di Champions League, Coppa del Mondo per Club e Supercoppa. Non male per un difensore.

Con la casacca della Roja, altri, imponenti numeri: a ottobre 2019, nell’1-1 tra Spagna e Norvegia valevole per le qualificazioni a Euro 2020, ha superato il record di 167 presenze in nazionale detenuto da Casillas. Un traguardo nato in virtù anche del fatto che è stato il  più giovane spagnolo a esordire in Nazionale degli ultimi 55 anni: il suo debutto con la Spagna è arrivato quattro giorni prima del suo 19esimo compleanno, ed è stato festeggiato con una maglia da titolare nelle qualificazioni al Mondiale del 2006 contro la Serbia e il Montenegro.

Chiamatelo Sergol Ramos | Agenti Anonimi

In Nazionale indossa la maglia numero 15 in ricordo di Antonio Puerta, suo ex compagno al Siviglia e scomparso nel 2007. A lui ha dedicato, con una maglia commemorativa esibita durante i festeggiamenti, i due Europei.  Ma il guerriero non sarebbe tale se non citassimo anche un altro “speciale” record: detiene, infatti, il primato negativo di espulsioni col Real Madrid avendo collezionato complessivamente ben 26 cartellini rossi fra tutte le competizioni. È stato inoltre espulso in cinque edizioni del Clásico, un record, l’ultima delle quali in occasione del successo 3-2 del Barcellona in casa del Real ad aprile 2017.

Sergio Ramos minaccia aerea: cronaca di una marcatura impossibile

Suo papà è congolese, sua mamma triestina. Nata a Trieste il 27 marzo 1989, a sette anni ha cominciato a giocare a pallone, a diciassette ha debuttato in serie A col Tavagnacco, a diciannove la prima volta in azzurro. Laureata in Lingue e Letterature Straniere all’Università di Udine, parla quattro lingue (oltre all’italiano anche inglese, francese e spagnolo). Oggi Sara Gama è capitano bianconero e della Nazionale azzurra, condottiera e leader nella formazione che è arrivata fino ai quarti di finale del Mondiale francese del 2019.

Sara ha vestito, tra le altre, anche le maglie del Paris Saint Germain e del Brescia, formazione con la quale ha vinto uno Scudetto, una Coppa Italia e due Supercoppe Italiane, titoli che si aggiungono all’Europeo Under 19 conquistato con le Azzurrine nel 2008. Difensore solido e roccioso, Sara non è soltanto uno dei più importanti talenti in circolazione ma anche, e soprattutto, un vero e proprio punto di riferimento per l’intero movimento calcistico femminile italiano: Gama è impegnata in Federazione come membro del Federal Board e Presidente della Commissione per lo Sviluppo della figura femminile del calcio.

Barbie rende omaggio a Sara Gama - Juventus.com

Non è, dunque, un caso se Sara Gama è stata selezionata nel 2018 dalla Mattel come “Shero”, unica italiana sportiva tra le 17 personalità del presente e del passato che hanno saputo diventare fonte di ispirazione per le generazioni di ragazze del futuro, proprio in occasione della Giornata Internazionale della Donna.

Un riconoscimento accompagnato dalla creazione di una bambola Barbie “One of a kind” che riproduce le fattezze di Sara Gama, con la maglia della Juventus e la fascia da capitano.

Essere un esempio per le nuove generazioni nell’abbattere le barriere della società di cui lo sport a volte è specchio: questo è l’obiettivo che mi spinge a dare sempre di più. Barbie accompagna da tempo l’infanzia delle bambine e mi piace il fatto che le ispiri a sperimentare i propri sogni attraverso il gioco

Un vero e proprio “Role Model” che ha saputo alzare la voce dopo l’esaltante Mondiale per pretendere parità contrattuale e condizione economica per il movimento calcistico femminile in Italia.

Sara Gama, discorso al Quirinale: “120 anni, tempo relativo ...

Sono nato nella miseria: da piccolo, a Port Harcourt, vivevo per strada, aiutando mia madre a vendere l’akara, una specie di torta di fagioli. O scendevo allo stagno a pescare, e quando andava bene rimediavo la cena per tutti

Taribo West ha conosciuto la fame prima della fama, ma anche quando era ricco e famoso ha saputo cambiar vita, per abbracciare la religione pentecostale e farne la principale ragione dell’esistenza. Lo ricordano ancora tutti con affetto sia all’Inter, dove ha giocato due anni, dal 1997 al 1999, vincendo anche l’Uefa, che al Milan, l’anno dopo, quando colorò di rossonero le sue celebri treccine facendo inalberare i suoi ex tifosi. Un personaggio sui generis il difensore nigeriano, accusato anche di aver barato sull’età, ma lui giura di essere nato il 26 marzo 1974, e ricordato anche per il suo carattere ribelle (celebre quando nel 1998 buttò la maglia addosso al tecnico nerazzurro Lucescu che l’aveva sostituito). Nel 1996 la conversione, poi fondò una setta pentecostale, la “Shelter in the Storm” (il Rifugio nella Tempesta), con sede a Milano e succursali in Nigeria.

 L’episodio della maglia lanciata a Lucescu

La religione è la mia seconda vita. Sono un uomo felice che si divide tra beneficenza, predicazione e campo. In Nigeria lavoro con la Federazione e aiuto i bambini in difficoltà grazie alla mia Fondazione e alla Taribo Boys. Voglio aiutare chi si è smarrito e dare il mio contributo per risolvere i problemi più gravi: perdita dei cari, difficoltà economiche, mancanza di lavoro. Mi rivolgo soprattutto a chi prende una brutta strada

Dicevamo della Coppa Uefa del 1998, vinta 3-0 sulla Lazio. West giocò titolare e si fece cacciare al minuto 82’ per espulsione diretta, ma il suo marchio sul trofeo lo mise nei quarti di finale contro lo Schalke 04. Non convocato all’andata con i neroazzurri che si imposero 1-0 a San Siro grazie al Fenomeno Ronaldo, al ritorno in Germania, i tedeschi trovarono il pareggio disperato al 90’ con Michaël Goossens. Si andò ai supplementari, Taribo era in campo e incornò di testa su punizione laterale di Cauet al primo minuto supplementare. Finale 1-1 e Inter in semifinale.

A livello internazionale, West conta 41 presenze con la nazionale nigeriana e faceva parte della formazione che ha vinto l’oro olimpico nel 1996. Ha anche partecipato a due Mondiali, nel 1998 e nel 2002. Nel complesso una carriera buona anche a livello personale.

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Ma fu soprattutto un’esperienza anche condividere lo spogliatoio con campioni come Zamorano, Zanetti e Ronaldo. L’attuale vicepresidente nerazzurro lo ha citato nella sua autobiografia: «Taribo è stato il compagno più matto che abbia mai avuto. Una sera invitò me e Ivan Zamorano per una cena. “Preghiamo un po’ e poi mangiamo”, ci disse. Erano le sette: le litanie andarono avanti fino a mezzanotte, quando finalmente potemmo metterci a tavola». Da Gigi Simoni ricordato per la sua bontà e figura fondamentale per la sua crescita, fino a Marcello Lippi e quel feeling che non sbocciò mai. Celebre il dialogo tra i due, diventato leggenda:

«Mister, Dio mi ha detto che devo giocare». Risposta:  «A me non ha detto nulla»

 

Con questa danza su tacchetti, Johan Cruijff ha ammaliato il titano Crono, governatore del Tempo, colui che ha regnato nell’Età dell’Oro, narrata da Esiodo e che ha accolto Cruijff non nella stirpe umana mortale, ma più su, tra gli dei immortali. Con questa giocata di poco meno di due secondi, l’olandese è volato fin lassù, nel mondo dell’eterno: nella vita che sfugge e corre, che dimentica ciò che abbiamo fatto ieri, questo frame è riuscito a rimanere bello, cristallizzato e atemporale per generazioni e generazioni.

Con lo scorrere degli anni via via è sfumato il contorno: che partita è? In quale stadio siamo? Com’è finita l’azione?

L’immortalità è qui, in una giocata semplice, di quelle che si imparano sin da bambino per fregare l’amichetto. Immortale sarà lui, il 14 arancione e il nostro dilemma sulla corretta pronuncia dell’olandese: sarà Cruiff, Craiff o Cröiff?! Fermatevi e riflettere: quali due secondi della vostra vita scegliereste per essere eterni?

Ora è lui che regna nell’Età dell’Oro del calcio. Hendrik Johannes “Johan” Cruijff

(La “Cruyff turn” si è vista per la prima volta nel Mondiale del 1974, il 19 giugno nel match tra Olanda e Svezia)

“Predestinato” è probabilmente il termine più inflazionato nel ristretto vocabolario calcistico. Un aggettivo piazzato costantemente a ogni acerbo giocatore a cui, vuoi per una prodezza, vuoi per una serie di partite positive, viene già tracciato il suo futuro roseo.

Fuori luogo per molti calciatori, sicuramente non per uno: Theo Walcott. Sì lui senz’altro è stato quanto più vicino a rispecchiare quella parola, predestinato. Walcott è nato a Londra il 15 marzo 1989, ma è cresciuto nella piccola località di Compton, vicino a Newbury, dove ha giocato per la A.F.C. Newbury e in seguito alla scuola secondaria di The Downs School. Nella sua prima e unica stagione a Newbury, Theo è riuscito a mettere a segno più di 100 reti, prima di trasferirsi al Swindon Town e poi a Southampton. Aveva già gli occhi addosso della Nike che riuscì a stipulare un contratto di sponsorizzazione con il giovane calciatore, che in quel periodo aveva solamente 14 anni.

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La storia del wonderkid, in realtà, sta tutta nei record di precocità battuti, uno su tutti l’esordio in Nazionale maggiore, il 30 maggio del 2006, contro l’Ungheria, nella penultima amichevole prima del Mondiale tedesco. Walcott ha compiuto 17 anni da tre mesi, non ha ancora giocato un minuto in Premier League, né con l’Arsenal – il club in cui si è trasferito cinque mesi prima – né tantomeno con il Southampton. Il più giovane inglese a giocare una partita con la maglia dei Tre Leoni entra al 65esimo al posto di Michael Owen, che ancora oggi è il più giovane marcatore inglese di sempre ad una Coppa del Mondo, a Francia ’98. Eriksson non avrebbe potuto scegliere un cambio migliore, più suggestivo, per ufficializzare il passaggio di testimone tra due generazioni.

Non avrebbe potuto scegliere neanche avversario più azzeccato, per questo storico first cap: contro i magiari, hanno esordito in Nazionale Diego Armando Maradona e Lionel Messi. Walcott sarà convocato per i Mondiali, ma non scenderà in campo. Ha 17 anni, ci sarà tempo, dicono. Dicono male, in realtà, perché ora che di anni ne ha 31 non ha mai (o ancora) disputato una sola partita di Coppa del Mondo. Eppure dal 2006, l’Inghilterra ha preso parte a quattro edizioni.

Non si può dire che non abbia lasciato traccia, senz’altro: nell’Arsenal di Wenger ha giocato 399 partite e segnato 108 gol, in Premier League viaggia oltre i 340 gettoni e con l’attuale maglia dell’Everton impreziosirà il suo numero. Ha vinto tre FA Cup e due supercoppe d’Inghilterra sempre coi Gunners. E in Nazionale?

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Cose sparse: durante il ritiro per il Mondiale del 2006, ha dichiarato alla stampa inglese di essere uno sfegatato tifoso del Liverpool, con tanto di dettagli sui festeggiamenti per la vittoria della Champions League a Istanbul, nella stagione precedente.  E poi è diventato pure il più giovane calciatore di sempre a realizzare una tripletta in Nazionale: è il 10 settembre del 2008, l’Inghilterra è reduce dalla mancata qualificazione agli Europei di Austria e Svizzera, maturata in un match interno contro la Croazia. A Zagabria va in scena la rivincita, e la squadra di Capello vince per 4-1. Le tre reti di Walcott sono le prime realizzate con l’Inghilterra e il suo record come più giovane giocatore inglese a segnare una tripletta è ancora oggi imbattuto.

Avremmo detto che è un predestinato. Appunto.

 

Fonte:  Transfermarkt | Wikipedia | Rivista Undici 

Il 2 marzo 1886, a Torino, nasce l’allenatore più vincente della storia della nostra Nazionale, un fiero condottiero che seppe portare gli Azzurri al successo in due edizioni consecutive della massima competizione mondiale (1934 e 1938) – allora chiamata Coppa Rimet –  inframezzando questi exploit con la vittoria nell’Olimpiade del ’36 (l’unica per i nostri colori) e condendo il tutto con l’affermazione in due Coppe Internazionali (manifestazione antesignana degli Europei) nel 1930 e 1935.

Risultati che ne fanno senza dubbio uno dei più grandi personaggi unificatori dello sport italiano. Vittorio Pozzo: il Re Mida della Nazionale.

LA VITA

Pozzo nacque il 2 marzo 1886 a Ponderano, a due passi dalla Torino in pieno sviluppo industriale di fine ‘800, da una famiglia della piccola borghesia.
Un’infanzia non facile quella di Vittorio, connotata da modeste opportunità economiche ma, grazie agli sforzi dei genitori, caratterizzata anche da una buona educazione che, unita alle sue indubbie doti personali, contribuì a formarlo come uomo integro che faceva della preparazione e dello studio la sua dote peculiare e del piacere di viaggiare e scoprire nuove culture il segreto della sua evoluzione personale.
E fu proprio grazie ad un viaggio in Inghilterra che scoprì quel football che avrebbe riempito i suoi giorni e lo avrebbe accompagnato verso la gloria imperitura. Iniziò la sua carriera fondando la Football Club Torinese (l’attuale squadra granata di Torino) da “Presidente – giocatore” ma a 25 anni smise i panni del calciatore per concentrarsi sugli studi e diventare, poi, dirigente della Pirelli.
Ma fu al termine della Grande Guerra, dove si distinse come tenente degli alpini, che si vide la svolta della sua carriera sportiva. Grazie alla sua competenza, si guadagnò l’attenzione del mondo sportivo entrando nel mondo della nazionale di calcio, della quale diventa più di una volta commissario unico.

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LA LEGGENDA

È l’inizio della leggenda. Quella dell’allenatore che riuscì in ciò a cui nessun altro CT seppe mai avvicinarsi: vincere due Mondiali consecutivi (1934 e 1938). Per capire la portata dell’impresa, basti pensare che, dopo gli azzurri, solo il grande Brasile di Pelè, Didì, Vavà e Garrincha e soci riuscì a vincere due edizioni consecutive del Mondiale, nel ’58 in Svezia e nel ’62 in Cile ma con due commissari tecnici differenti, rispettivamente Feola e Moreira.

Viene da chiedersi quali furono i segreti per un successo così clamoroso.
Ebbene, Pozzo ci riuscì con i suoi metodi che univano la sua formazione militare e la sua capacità di dirigere il gruppo, in modo autorevole ma non autoritario, battendo sulle corde dell’identità e dell’orgoglio nazionale, traendo così il meglio dai suoi calciatori. Ingredienti semplici per imprese epiche.

Emblematiche della sua duplice natura, militaresca ma non autoritaria, e del forte legame, anche umano, instaurato con i propri calciatori, sono le parole che disse Piola con riferimento ai duri allenamenti nel ritiro pre – Mondiale del ’38:

Eravamo reduci da due mesi di strettissimo ritiro. Donne niente. E in campo vedevamo non uno, ma due palloni!”

Piola raccontava poi che in quella situazione, Giuseppe Meazza si trovò a supplicare Pozzo per una mezza giornata di riposo. Nonostante la preferenza per rigore e disciplina, Pozzo non si dimenticò di ascoltare i suoi ragazzi e concesse la mezza giornata. Con l’epilogo trionfale che tutti conosciamo.

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IL “METODO”

Era un allenatore estremamente preparato che non rinnegò mai il suo legame con il proprio passato militare ma che seppe unirci una forte volontà di evoluzione, riuscendo a portare innovazione in un calcio che, da ormai 30 anni, era fossilizzato sul metodo della Piramide di Cambridge, quel 2-3-5 a piramide rovesciata di matrice anglosassone e, di lì, si diffuse nel mondo intero.
Fu proprio Pozzo, infatti, insieme al collega Meisl allenatore del Wunderteam austriaco, a rielaborare questo modulo ed evolverlo nel cosiddetto “metodo”, una sorta di 2-3-2-3 che si fondava sulla centralità del centromediano e che prevedeva l’accentramento dei terzini e il loro avanzamento in funzione della tattica del fuorigioco e che fu il segreto dei successi del Grande Torino, che vinse cinque scudetti consecutivi dal 1942-1943 fino alla tragedia di Superga.

Pareva doveroso rendere onore, nel giorno della sua nascita, ad un uomo che deve essere considerato, di diritto, uno dei fautori della modernizzazione del calcio e che seppe diventare leggenda italiana nel momento storico più difficile per la nostra Nazione. Ciò che rende speciale il successo di Pozzo è infatti essere riuscito ad ottenerlo in un periodo come quello degli anni ’30 del Novecento, raccogliendo i cocci della drammatica esperienza della Grande Guerra ed ergendosi ad assoluto punto di riferimento per un intero movimento sportivo con una sequela incredibile di successi che mai si sarebbe ripetuta e che, probabilmente, mai potrà ripetersi.

E’ il novantesimo, perdiamo 3-2. Punizione per noi, decido di andare nell’ area italiana. Arriva il cross e vedo che il pallone viene verso di me. Lo colpisco proprio bene, al centro della fronte, con forza, verso la porta di Zoff. Per noi è gol, la torcida salta in piedi, è fatta. Ma vedo gli italiani urlare e protestare, poi da terra riemerge Zoff col pallone in mano che strilla “No! No!” , l’ arbitro Klein gli dà ragione. Non era gol, lo ammetto, la palla rimase sulla linea. Cinque centimetri più in là, solo cinque, e avremmo pareggiato e la nostra generazione avrebbe avuto una vita diversa. Invece fu sconfitta: non solo quel giorno, ma per sempre. In Brasile, ancora oggi, siamo quelli che hanno perso. Zoff disse che quella era stata la parata della sua vita. Viceversa, sarebbe stato il gol della mia vita. Cinque centimetri, e tutto sarebbe cambiato

Tutto sarebbe davvero cambiato. A dirlo è Oscar in un’intervista a più di 20 anni da quella memorabile partita. Era il difensore centrale del Brasile edizione Spagna ’82, quello che doveva stravincere i Mondiali, ma allo stadio Sarrià di Barcellona si trovò sulla sua strada Paolo “Pablito” Rossi e la saracinesca di Dino Zoff.
In Brasile i giocatori di quella Nazionale saranno eternamente perdenti, antieroi da rimuovere dai ricordi, sorte beffarda e contraria rispetto al destino dei rivali azzurri che, nell’altro lato del globo, in un piccolo paese a forma di stivale, sono ancora oggi eterni eroi.
In quell’afoso pomeriggio estivo del 5 luglio di Barcellona, tra trombe, coriandoli e cori, abbiamo trattenuto il respiro. L’Italia, bistrattata alla vigilia dallo scandalo scommesse e dopo un primo turno non esaltante, deve battere il Brasile per accedere alla semifinale. Dopo essersi ritrovata in un girone a tre davvero di fuoco, assieme all’Argentina di Maradona, la sfida ai maestri del futbol è davvero ardua, al limite dell’impossibile. Ai verdeoro, con la differenza reti a favore, basta un pareggio.

Italia – Brasile è un turbinio di emozioni: Rossi apre, risponde subito Socrates, ancora Rossi per la doppietta, Falcão rimette in equilibrio il match, ma Pablito non ci sta e firma la tripletta. Il centravanti juventino sbuca e infilza la distratta retroguardia che è inerme, non sa come affrontarlo. Ma in questo susseguirsi di emozioni e patemi si attende la terza rete del Brasile.
E l’occasione arriva al minuto 89 con il colpo di testa di Oscar e la parata felina di Zoff. Dino dirà di aver passato 4-5 secondi terribili perché dopo la parata gli avversari esultavano, lui non vedeva l’arbitro e c’era il rischio che avesse convalidato la rete.

Ma quella parata, quel guizzo istintivo sulla linea, è il suggello di una formidabile carriera per l’estremo difensore nato a Mariano del Friuli il 28 febbraio 1942. A 40 anni, con la fascia da capitano sul braccio, ha vissuto un Mondiale da protagonista: a lui appartiene un record ancora imbattuto, essendo il giocatore più anziano a vincere una coppa del mondo con i suoi 40 anni e 134 giorni.
Un rapporto con la Nazionale vissuto con dignità e professionalità dall’esordio nella vittoria contro la Bulgaria, il 20 aprile 1968, all’alternanza tra i pali con Enrico Albertosi fino al record mondiale di imbattibilità ancora oggi ben saldo, conquistato tra il 1972 e 1974 con 1.143 minuti senza subire gol.

In tutto quattro Mondiali disputati, eterno quello conquistato l’11 luglio 1982, a Madrid, al cospetto di una Germania Ovest spazzata via con un roboante 3-1 firmato da Rossi, Tardelli e Altobelli. Unica macchia, la rete di Breitner al minuto 83.
E poi la coppa portata in trionfo, saldamente tenuta in mano da Zoff, l’esultanza del Presidente della Repubblica, Sandro Pertini, il tre volte “Campioni del mondo” esclamato da Nando Martellini e la memorabile “cartata” sull’aereo di ritorno tra Pertini, Causio, Zoff e il ct Bearzot con pipa in bocca e il luccichio della coppa lì accanto a loro.

Nella titanica impresa di racchiudere un’esistenza in una sola istantanea, beh, forse la carriera di Dino Zoff è tutta lì, in quella parata all’ultimo respiro tra la gioia e la disperazione. Del resto, il suo libro autobiografico pubblicato nel 2014 si intitola così: “Dura un attimo, la gloria”.