Tag

mondiali

Browsing

Quando Ronaldo –  Luís Nazário de Lima – compie gli anni, per il web è sempre una bella occasione per spulciare vecchie giocate, foto retrò, numeri da circo tra sbuffi e sospiri pensando alla sua forza, alle sue vittorie e a quello che poteva fare ancor di più se le ginocchia non l’avessero tradito.

Eroe del Mondiale 2002 del Brasile, eroe mancato quattro anni prima, nella finale persa senza attenuanti per 3-0 contro la Francia e tutto l’alone di mistero che circondava il suo stato di salute. Di Coppe del Mondo, in realtà, la stella brasiliana ne ha vinte due, la prima nel 1994 anche se da comprimario.

Del Fenomeno, di quello che ha lasciato nella nostra memoria, sappiamo quasi tutti. Sul suo giorno di nascita, invece, aleggia un aneddoto. Si festeggia il 18 o il 22 di settembre? 

Ebbene Ronaldo, terzo figlio di Nelio Nazario de Lima e Sonia dos Santos Barata, nacque nel quartiere di Bento Ribeiro, nella zona nord-ovest di Rio de Janeiro, non il giorno 22, ma quattro giorni prima, il 18! I genitori lo chiamarono “Ronaldo” in onore del medico Ronaldo Valente, che fece nascere il bambino, ma la madre si attardò nel registrarlo all’anagrafe e lo fece quattro giorni dopo.

Un’inchiesta del giornalista-scrittore James Mosley, autore di Ronaldo : the journey of a genius, dopo una serie di ricerche si è accertato: Ronaldo nacque effettivamente nato il 18 settembre 1976.

Ronaldo, con la maglia del Brasile, è riuscito a diventare il miglior marcatore delle fasi finali dei Mondiali: in tre edizioni ha infatti segnato 15 gol (4 nel 1998, 8 nel 2002 e tre nel 2006), record battuto nel 2014 da Miroslav Klose, uno in più di Gerd Müller, precedente detentore del record, e due più di Just Fontaine (13).

A caccia del tris, mettendo da parte i sentimenti. L’Italia del volley torna in campo per la terza partita dei Mondiali, incrociando l’Argentina di Julio Velasco alle 21.15 al Mandela Forum di Firenze (diretta Rai 2).

Match da non fallire per proseguire la strada finora immacolata del torneo iridato: i ragazzi di Blengini hanno, infatti, liquidato abbastanza agevolmente Giappone e Belgio nelle prime due gare della competizione con il medesimo punteggio (3-0). L’Albiceleste è a quota due punti in classifica: sconfitta con la squadra di coach Anastasi (1-3) e vittoria in scioltezza contro la Repubblica Dominicana (3-0).

Ecco la situazione nella Pool A:

Italia 2v 6p, Slovenia 2v 6p, Belgio 1v 3p, Argentina 1v 3p, Giappone 1v 3p, Repubblica Dominicana 0v 0p

Ivan Zaytsev, protagonista del match contro il Belgio

Italia Argentina non può solo essere una sfida dei Mondiali di volley, ma è soprattutto la gara tra la Nazionale Italiana e il suo mentore, l’allenatore che più di ogni altro ha influenzato il modo di agire e di pensare non solo della pallavolo ma dell’intero sport azzurro.

Julio Velasco incarna l’essenza autentica dello sport: tecnico, psicologo, motivatore, pensatore straordinario. Ha guidato la generazione dei fenomeni degli anni ’90, quella a cui è mancato solo l’oro olimpico ma che ha segnato il decennio d’oro del volley tricolore. Due Mondiali, tre Europei, 5 World League, una Coppa del Mondo, un argento olimpico ad Atlanta ’96. Velasco ha anche allenato la Nazionale femminile nella stagione 1997-1998. What else?

Julio Velasco, ct dell’Italia negli anni ’90

Dopo il derby (vinto) contro un altro coach azzurro, Andrea Anastasi oggi alla guida del Belgio, il Mandela Forum di Firenze ospita una nuova sfida nostalgica e dal sapore speciale anche per Gianlorenzo Blengini. Proprio contro l’Argentina l’attuale tecnico italiano debuttò sulla panchina della Nazionale nel 2015. E ancora contro la Selección gli Azzurri hanno rimediato una brutta figura (0-3) nella Nations League a San Juan lo scorso giugno.

Il coach azzurro, Gianlorenzo Blengini

Le altre big dei Mondiali di volley non steccano: dopo l’esordio positivo degli Azzurri di Blengini contro il Giappone, obiettivo centrato all’esordio anche per Brasile, Polonia, Russia e Usa mentre la sfida nostalgia tra Anastasi e Velasco va al tecnico mantovano. E oggi torna in campo la Nazionale Italiana, attesa proprio dalla sfida contro il Belgio di Anastasi.

Il Belgio ha superato l’Argentina 3-1

Nella giornata di mercoledì 12 settembre, nel girone dell’Italia (Pool A), il derby nostalgico tutto azzurro tra Andrea Anastasi e Julio Velasco va al Belgio che sconfigge agevolmente 3-1 l’Argentina (25-19; 25-19; 22-25; 25-19) a Firenze. Determinanti, per la vittoria belga, le prestazioni di Sam Deroo (21 punti), Bram Van Den Dries (17), Simon Van De Voorde (12, 7 muri) e Tomas Rousseaux (12), uomini da seguire bene nella sfida di questa contro l’ItalVolley che vale un pezzo di primato. Nello stesso gruppo successo della Slovenia contro la Repubblica Dominicana (3-1: 22-25; 25-13; 25-13; 25-17).

POOL A (a Roma e Firenze): Italia 1 vittoria (3 punti), Belgio 1 vittoria (3 punti), Slovenia 1 vittoria (3 punti), Argentina 0 vittorie (0 punti), Repubblica Dominicana 0 vittorie (0 punti)

Nella Pool B, a Rose in Bulgaria, vince il Brasile campione olimpico che passeggia sull’Egitto (3-0: 25-17, 25-22, 25-20). Debutto in scioltezza anche per la Francia contro la Cina (3-0: 25-20, 25-21, 25-17) e per il Canada sull’Olanda (3-0: 25-15, 25-23, 25-18).

POOL B (a Ruse): Brasile 1 vittoria (3 punti), Francia 1 vittoria (3 punti), Canada 1 vittoria (3 punti), Paesi Bassi 0 vittorie (0 punti), Cina 0 vittorie (0 punti), Egitto 0 vittorie (0 punti)

Nel girone C, i fari erano tutti puntati sul PalaFlorio di Bari con la sfida tra Stati Uniti e Serbia: vincono gli americani dopo 134 di una partita e un tie break (3-2: 15-25; 25-14; 21-25; 25-20; 15-10). Non è bastato agli slavi il doppio vantaggio, prima per 1 set a 0 e poi 2-1: decisivi, per gli Usa, i 19 punti di Matt Anderson e Aaron Russell, da segnalare per la Serbia le prestazioni di Kovacevic (19 punti) e Atanasijevic (14). Nello stesso raggruppamento vittorie anche per i campioni d’Europa della Russia contro l’Australia (3-0: 25-21; 25-20; 25-16) e del Camerun contro la Tunisia (3-0: 25-20, 28-26, 25-21).

Gli Usa  hanno superato la Serbia dopo oltre due ore di gara

POOL C (a Bari): Russia 1 vittoria (3 punti), Camerun 1 vittoria (3 punti), USA 1 vittoria (2 punti), Serbia 0 vittorie (1 punto), Australia 0 vittorie (0 punti), Tunisia (0 punti)

Infine la Pool D, il girone dei padroni di casa della Bulgaria in programma a Varna: sorrisi per i campioni del Mondo della Polonia che superano Cuba 3-1 (25-18, 25-19, 21-25, 25-14) e per l’Iran che liquida 3-0 Portorico (25-19, 25-14, 25-18).

POOL D (a Varna): Bulgaria 1 vittoria (3 punti), Polonia 1 vittoria (3 punti), Iran 1 vittoria (3 punti), Cuba 0 vittorie (0 punti), Finlandia 0 vittorie (0 punti), Porto Rico 0 vittorie (0 punti)

La partita di questa sera tra Italia e Belgio, in programma alle 21.15 al Mandela Forum di Firenze con diretta su Rai 2, è già uno scontro diretto decisivo per la leadership della Pool A: i ragazzi di coach Gianlorenzo Blengini devono archiviare la bella vittoria contro Giappone nell’esordio del Foro Italico di Roma e concentrarsi sulla sfida contro l’ex di lusso, coach Andrea Anastasi, alla guida della Nazionale italiana tra il 1999 e il 2003 e il 2007 e il 2010. Decisivi, oltre alla vittoria, anche i set concessi agli avversari nell’economia del primato del gruppo. L’Italia non vince un Mondiale da vent’anni, da Giappone 1998, quando conquistò il tuo terzo titolo consecutivo sconfiggendo la Jugoslavia 3-0. In panchina per gli Azzurri c’era coach Bebeto, recentemente scomparso. 

Coach Anastasi quando era alla guida dell’Italvolley

I Mondiali 2018 di volley maschile entrano nel vivo. Dopo i due incontri d’apertura di domenica 9 settembre che hanno visto i padroni di casa Italia e Bulgaria vincere rispettivamente contro Giappone (riuscita l’idea di disputare il match all’aperto all’interno del Foro italico) e contro Finlandia, nella giornata di mercoledì 12 il torneo si carica con ben 10 incontri in programma sparpagliati tra Firenze, Bari, Varna e Ruse (entrambe in Bulgaria).

Si inizia con Francia – Cina, alle ore 13, nel Pool B. A Ruse, favori del pronostico tutti indirizzati verso i Galletti nonché campioni d’Europa del 2015. Alle 14.00, per il Pool C, a Bari il derby africano tra Camerun e Tunisia, senz’altro le compagini con il più basso livello tecnico di tutta la manifestazione.

Molto probabilmente tra Paesi Bassi e Canada (ore 16, Pool B, a Ruse) dovrebbe uscire la terza squadra del girone alle spalle delle più quotate Francia e Brasile. Dopo due stagioni positive, i canadesi partono leggermente favoriti rispetto agli Orange decisamente lontani dai fasti di 20 anni fa quando proprio contro l’Italia si contendevano i palcoscenici più importanti.

A completare le gare delle 16, per il Pool D a Varna, c’è Iran contro Porto Rico. Match esotico e di difficile lettura con la formazione mediorientale più tecnica e pronta rispetto ai caraibici.

Alle ore 17 si ritorno a Bari, al PalaFlorio, per il Pool C dove si alza il sipario per l’esordio dei campioni d’Europa e freschi vincitori della Nations League. La Russia è di scena contro l’Australia, nazionale che non dovrebbe creare ostacoli per l’armata russa che corre spedita per la vittoria finale.
Dopo ben 44 anni di assenza, torna ai Mondiali la Repubblica Dominicana. Alle 17, per il Pool A a Firenze, la cenerentola del torneo ha di fronte la Slovenia, possibile insidia nel cammino azzurro.

Ci avviamo verso sera con i due match delle 19.30 dove scendono in campo due topteam: sulla carta facile esordio per i campioni Olimpici del Brasile (sempre per il Pool B) che provano a mettere in saccoccia i primi tre punti contro l’Egitto, nonostante diversi infortuni. Ma gli occhi sono tutti puntati a Varna, nel Pool D, per il primo incontro dei campioni del Mondo: la difesa del titolo della Polonia inizia contro Cuba, avversario alla portata.

Nostalgia e prove tecniche sono le motivazioni che spingono l’Italia a osserva la sfida tra Belgio e Argentina (ore 20.30 a Firenze per il Pool A): da un lato le prossime due avversarie per gli azzurri, dall’altro occhio ai ct con Andrea Anastasi a guidare il Belgio e Julio Velasco per l’Albiceleste. Parliamo di due leggende per la pallavolo italiana: il primo quarto ai Mondiali del 2010, Velasco, detto il “Guru”, è colui che ha creato la famigerata Generazione dei Fenomeni.

Credits: Volleyball.it

Chiude questa pirotecnica giornata il big match e tra le più attese sfide di questa prima fase. Ancora a Bari, sempre 20.30, per il Pool C, riflettori puntati sulla classica Usa- Serbia. Due favoriti per il titolo finale, chi vince questa può avere già un piede nella fase successiva.

Si alza il sipario sulla neonata Nations League, la competizione per Nazionali proposta dalla Uefa per dare nuovi stimoli e ulteriore fascino andando a sostituire di fatto quelle che sono le tradizionali amichevoli stabilite dal calendario delle competizioni internazionali Fifa con un vero e proprio torneo.

E l’inizio è di quelli che fanno il botto e che riempiono gli stadi. Anzi, in questo caso è l’Allianz Arena: giovedì 6 settembre, alle 20.45, la Germania affronta la Francia. I campioni del mondo del 2014 contro i freschissimi ragazzi di Deschamps che solo due mesi fa, in Russia, hanno alzato il trofeo spazzando via la concorrenza.

I tedeschi, invece, vogliono voltare pagina per dimenticare in fretta la cocente delusione mondiale e avviare un nuovo ciclo, confermando Joachim Löw, dal 2006 commissario tecnico della Germania che quindi conferma il suo primato di longevità sulla panchina di una Nazionale europea.

Ci si aspettava che Löw convocasse molti giovani, quelli che nel 2017 hanno vinto la Confederations Cup o i ragazzi che, sempre nel 2017, hanno trionfato durante gli Europei U21. In realtà dei veterani ha tagliato solo Khedira, oltre a Özil che ha chiuso la porta di un suo ritorno con la maglia della Germania.

Per quanto riguarda i francesi invece c’è poco da cambiare: i Galletti hanno una delle età medie più basse nel panorama internazionale e Deschamps ha convocato tutti quelli presenti in Russia ad eccezione dell’infortunato Lloris. In avanti, ovviamente, spazio a Mbappé e a Griezmann che, dopo una stagione da super protagonista anche con la casacca dell’Atletico Madrid, ha il dente avvelenato per la poca considerazione che gli addetti ai lavori hanno nei suoi confronti nella nomina per il Pallone d’oro o per il “The Best”.

Germania e Francia sono inserite nel Gruppo 1 della Lega A insieme all’Olanda. La Uefa Nations League è composta da quattro Campionati a loro volta suddivisi in quattro Gruppi da tre o quattro squadre. Le 55 rappresentative, sono inserite nel proprio torneo (A-B-C-D) in base all’effettivo valore in modo tale da garantire gironi il più possibile competitivi ed appassionanti.

 

Con la vittoria contro Roger Federer (6-4 6-4) nella finale del Master 1000 di Cincinnati Nole Djokovic ha messo la ciliegina sulla torta di una resurrezione in cui pochi credevano. A 31 anni compiuti il serbo è invece ripartito dal punto più basso della carriera per tornare quel cannibale che aveva dominato il circuito tra il 2015 e il 2016. Se il recente trionfo di Wimbledon era stato il primo segnale importante, è arrivata la vittoria nel 1000 americano a confermare la fine del periodo buio. E ora il serbo diventa il favorito per gli Us Open insieme ai due campioni intramontabili, Rafa Nadal e Roger Federer.

Durante tutto il torneo americano gli appassionati di tennis hanno ammirato il gioco che aveva fatto di Nole il prototipo del giocatore moderno: eccellente risposta, colpi profondi, il rovescio lungolinea come arma letale, il dritto sempre preciso e una capacità di muoversi per il campo e recuperare la posizione ai limiti dell’umano. Un dinamismo che non ha lasciato scampo a Re Roger, apparso frastornato in finale e incapace di trovare contromisure all’altezza per scardinare la difesa del serbo.

E pensare che appena 9 mesi fa tutti lo davano per finito. Djokovic invece ha reagito. Toccato il punto più basso della carriera è ripartito dalle sue certezze, dallo staff storico e dall’appoggio della famiglia, per tornare a dominare. In una stagione partita sottotono, l’ex numero uno del mondo ha prima vinto a Wimbledon il 13° Slam per poi confermare le quote di www.sportpesa.it/scommesse che lo vedevano tra i favoriti a Cincinnati. Una vittoria, quella americana, che ha regalato a Nole anche il Golden Masters, ovvero il riconoscimento per la vittoria di tutti i 1000 presenti in calendario. É il primo tennista della storia a riuscire nell’impresa.

Alzi la mano chi, dopo il tonfo fragoroso a Wimbledon 2016 e le ultime due stagioni negative avrebbe pronosticato una rinascita di questo livello.

Completato il Career Grand Slam con la vittoria del Roland Garros 2016, Djokovic era pronto a dominare anche sull’erba di Wimbledon. Fu invece Sam Querrey al terzo turno a mettere fine a una corsa che si preannunciava trionfale. E se la stagione si chiuse comunque con la vittoria del Masters 1000 di Montreal e la finale degli US Open, il serbo apparve svuotato di energie e lontano dai suoi abituali standard di rendimento.

Il vero anno terribile fu però il 2017. Nello Slam preferito, gli Australian Open, Djokovic esce al secondo turno contro Istomin ed è costretto ad assistere da spettatore all’ennesima finale Federer – Nadal. Per la prima volta dal 2008 il serbo esce al secondo turno in uno dei major.

Non andrà meglio a Parigi dove Nole viene dominato da Thiem (con cui aveva vinto i 5 precedenti) per 3 a 0 con l’umiliazione del 6-0 dell’ultimo parziale. A Wimbledon compariranno anche i primi problemi fisici: un infortunio al gomito lo costringe al ritiro dopo un’ora nei quarti contro Berdych. Sarà il primo stop serio della carriera che lo costringerà alla chiusura anticipata della stagione e alla rinuncia agli Us Open.

A inizio 2018 Djokovic sembra ancora la sua controfigura. Sconfitto a Melbourne da Chung, da Taro Daniel a Indian Wells e da Benoit Paire a Miami, il serbo decide di operarsi al gomito. È il punto più basso della carriera ma anche il turning point della rinascita. Ancora in fase di riabilitazione, il serbo ad aprile decide di lasciare Agassi come coach e torna ad affidarsi allo staff di Vajda per ricreare quell’ambiente che gli aveva permesso di issarsi al numero uno del mondo.

Sarà la scelta vincente. I progressi iniziano a vedersi a partire dal Roland Garros dove solo un Cecchinato in stato di grazia gli impedirà l’accesso alla semifinale. Il resto è storia recente. A Wimbledon Nole conquista il tredicesimo Slam in carriera e sul cemento americano di Cincinnati completa l’opera di rinascita dominando Federer in finale.

Quel cemento americano che sarà teatro dell’ultimo Slam della stagione, gli Us Open. Grazie agli ultimi due successi, Djokovic diventa il candidato numero uno alla vittoria a New York. Per trasformare la stagione del rilancio in un vero e proprio trionfo dovrà sfidare i rivali di una vita: Rafa Nadal e Roger Federer. Ben tornato Nole.

 

Sono rimaste solo due in piedi. Le altre si sono inginocchiate, in lacrime per essere per l’ultima volta  a stretto contatto con il manto erboso di uno stadio mondiale. L’ultima a piegarsi è l’Inghilterra; ad accartocciarsi, semmai per sua stessa colpa e responsabilità. Ma la Croazia è davvero bella bella, non si smonta, si trova sotto di fatto in apertura e nonostante i tre supplementari sulle gambe è proprio oltre il 90’ che completa la rimonta e, domenica 15, affronta la Francia nella suo prima storica finale.

Storica sì perché 4 milioni di abitanti di uno stato che calcisticamente esiste solo dal 1993 si troveranno laddove non sono mai arrivati: esattamente 20 anni fa, alla prima partecipazione ai Mondiali arrivarono in semifinale, contro proprio i transalpini. Un rematch e questa volta Thuram non ci sarà.

E così il football non torna a casa, eppure ora che l’Inghilterra aveva trovato un portiere degno, Pickford, non riesce a completare un’avventura fantastica quanto imprevedibile. La sfrontatezza, l’incoscienza fino ad oggi avevano premiato i ragazzi di Southgate che sono crollati sul più bello.

L’Inghilterra viene rimontata 2-1 e va a San Pietroburgo per la finalina contro il Belgio eppure al 5’ la pennellata magistrale di Trippier su punizione lasciava presagire un altro finale. Anzi l’happy ending.  Era dal 2006, contro l’Ecuador, che l’Inghilterra non segnava su piazzato di prima. E quel tiro partì dal destro di Beckham.
Poi però Kane ha sbagliato il 2-0, il colpo del ko e i fantasmi sono tornati minacciosi: perché il centravanti del Tottenham ha dimostrato di essere freddo per tre volte dal dischetto e di essere fortunato anche con i rimpalli, ma oggi ha tradito. E poi su 12 gol realizzati in questo torneo, gli inglesi hanno piazzato 9 reti da calcio da fermo. Funzionano gli schemi e sanno essere letali e lucidi, certo, ma con questa sconfitta la chiave di lettura viene ribaltata.

Non avevano fatto i conti con gli italiani (ed entrambi ex Wolfsburg) Ivan Perisic e Mario Mandzukic. Nella Croazia che ha riunito sotto l’occhio vigile del ct Dalic calciatori che vengono da 11 campionati, a brillare sono quelli della Serie A, nel periodo dove i riflettori sul campionato italiano sono già accesi e focosi per Cristiano Ronaldo. L’interista pareggia al 68’, si trasforma e potrebbe piazzare la doppietta ma si stampa sul palo, poi lo juventino sentenzia nel secondo supplementare, su assist di testa di Ivan, al 109’. In mezzo c’è l’inglese (del Liverpool) Lovren che, in spaccata, nell’area piccola, spazza un pallone che avrebbe forse messo fine alla sfida.

L’Inghilterra che aveva sfatato i tabù dei rigori si prende gli applausi per un percorso inimmaginabile. Rimarrà la forte delusione per il film di questa partita che i leoncini avrebbero potuto gestire diversamente. Ma Southgate l’aveva detto alla vigilia, è un rodaggio per essere pronti ai Mondiali del 2022. Fata spazio alla Croazia che ha dato al calcio in questi anni talenti cristallini e che ha l’occasione di premiare il più grande: Modric.

C’è un conto aperto dal 1998. Alla Luzhniki Arena, domenica 15 luglio, ore 17.

Ps. Non vorremmo essere nei panni di Kalinic.

Verso la fine degli anni Settanta, quando ormai a fine carriera rimandava il ritiro dal calcio giocando nei Cosmos di New York, Pelé si lanciò andare in una profezia (una delle tante, a dire il vero):

Entro il 2000 una nazionale africana vincerà il Mondiale

Siamo nel 2018, sono passate diverse manifestazioni iridate e il pronostico di O’ Rey è da slittare ancora una volta, anzi l’edizione in Russia ha segnato un andamento negativo per l’Africa: per la prima volta dal 1982 nessuna squadra ha raggiunto la fase a eliminazione diretta.

Ma mentre la delusione è stata difficile da reggere per i tifosi di Egitto, Marocco, Nigeria, Senegal e Tunisia, le semifinali totalmente europee (Francia – Belgio e Croazia – Inghilterra) sono la prova o se volete, l’umana testimonianza, dell’enorme influenza che i figli degli immigrati africani hanno nel calcio europeo e, di riflesso, nell’apice del gioco globale.

Samuel Umtiti, il difensore francese che staccando di testa ha segnato la rete che ha permesso alla Francia di vincere 1-0 sul Belgio e di accedere alla finale 20 anni dopo la prima magica volta, non ha mai avuto dubbi su quale maglia volesse vestire, talmente convinto da non aver neppure vacillato di fronte al mitico Roger Milla che tentava di convincerlo a scegliere il paese dei suoi genitori. Il Camerun. Come il fantasmagorico Kylian Mbappé – figlio di un padre camerunese e madre algerina – e come i suoi compagni cosmopoliti che hanno veicolato un’enfatica risposta al bigottismo che ora sorniona ora esplode in forme di razzismo in casa e in Europa.

In totale 23 giocatori – esattamente il 50% – nelle squadre di Didier Deschamps e Roberto Martínez – hanno antenati nati e cresciuti in Africa. Si stima che il 6,8% e il 12,1% rispettivamente della popolazione francese e belga sia composta da migranti, una statistica che indica quanto sia stata importante una prima fase dell’integrazione. Ma se alcuni critici della Francia sono stati messi a tacere da prestazioni superbe, in Belgio le cose sono andate diversamente fino a poco tempo fa. Romelu Lukaku, attaccante del Manchester United sul tabloid Players’ Tribune aveva detto:

Quando le cose andavano bene, stavo leggendo articoli di giornale e mi chiamavano Romelu Lukaku, l’attaccante belga, ma quando le cose non andavano bene, mi chiamavano Romelu Lukaku, l’attaccante belga di origine congolese

Nella squadra in cui sette giocatori possono risalire a radici nell’ex colonia belga, Lukaku e Vincent Kompany – il cui padre, Pierre, è un diplomatico congolese e lui si definisce “100% belga e 100% congolese” sono emersi come alfieri di una nazione che ha storicamente sofferto di una terribile eredità.
Nel 1958, poco dopo la Svezia e il mondo intero scoprirono il talento dell’adolescente Pelé, a Bruxelles si tenne l’Esposizione universale. Per 200 giorni, la capitale belga fu sede di una fiera che voleva celebrare i progressi tecnologici compiuti dopo la seconda guerra mondiale. Proprio il Belgio, però, aveva ancora in mostra quello che venne considerato l’ultimo “zoo umano”: uomini, donne e bambini congolesi replicavano le loro condizioni native in una scena fabbricata e artificiale di quotidianità all’interno di un villaggio.

Alla fine del secondo conflitto bellico, il Belgio contava 10 uomini congolesi all’interno dei suoi confini, oggi si superano i 40mila abitanti. E il calcio ha aiutato notevolmente: dopo l’introduzione di un programma nazionale per utilizzare il pallone come risorse per facilitate l’integrazione, i risultati sono sotto gli occhi di tutti. La generazione d’oro del Belgio è emersa.

E poi c’è Danijel Subasic , portiere di quasi 34 anni della Croazia, colui che, impassibile, nei due scontri terminati ai calci di rigore ne ha parati quattro, raggiungendo il record del tedesco Schumacher e dell’argentino Goycochea ai Mondiali di Italia ’90. Nato a Zara nel 1984, figlio di un padre serbo e ortodosso e di una madre croata e cattolica, la sua infanzia è stata tribolata: a sette anni vede dalla finestra la folla che spacca le vetrine dei negozi dei serbi di Zara, mentre a scuola gli insegnano che è colpa sua se stanno cadendo granate sulla città.

Ma chi ha avuto la forza di lasciare tutto questo alle spalle, ora può respirare una Croazia diversa. La nazionale balcanica è quella che ha il maggior numero di giocatori nati fuori dal paese che rappresentano, con il 15,4%. Fare appello ai figli di migranti, come il svizzero Ivan Rakitic e Mateo Kovacic, cresciuto in Austria, è vitale per un paese con una popolazione di poco più di 4 milioni per competere contro alcune delle più grandi nazioni del pianeta.

Ma estendendo lo sguardo su questi Mondiali cosmopoliti, il 10% dei giocatori della Coppa del Mondo sono nati al di fuori del paese che portano sulla maglia e il Marocco, con il 61%, è stata la capofila. E l’Inghilterra? Della squadra di Gareth Southgate, solo Raheem Sterling, nato a Kingston in Giamaica, è nato fuori dai confini britannici, ma il 47,8% sono figli di migranti. Questo rende la squadra etnicamente più eterogenea nella storia mondiale british. Il che carica di impegno e responsabilità i ragazzi e il ct:

Sarò prima di tutto giudicato per i risultati sul campo, ma abbiamo la possibilità di influenzare altre cose che sono ancora più grandi del calcio

 

Fonte: The Guardian

It’s coming home, it’s coming home, football it’s coming home. Il calcio sta tornando a casa: è la colonna sonora simbolo della spedizione inglese a Russia 2018, mai così vicina a quella finale mondiale che dalle parti di Sua Maestà manca dal 1966. Gareth Southgate lavora sotto traccia e, per il momento, fissa l’obiettivo alla semifinale contro la Croazia, 28 anni dopo l’ultima in una competizione iridata.

 

Le Notti Magiche inglesi

Il sogno di Italia e Inghilterra durante il Mondiale del 1990 si infrange in due calde serate di luglio sui guantoni di Sergio Goycochea e Bodo Illgner. La Nazionale di Bobby Robson arriva in Italia dopo l’eliminazione quattro anni prima per mano (e piedi) di Maradona ai quarti di finale e dopo un disastroso Europeo in Germania nel 1988, terminato a 0 punti nel girone con Urss, Olanda e Irlanda.

La squadra inglese non parte, dunque, tra le favorite e viene confinata a Cagliari per evitare i che suoi temuti hooligans possano creare scompiglio sulla penisola, venendo più facilmente a contatto con altre tifoserie. Le tragedie dell’Heysel e di Hillsborough sono, d’altra parte, ancora troppo vicine. I Tre Leoni partono bene, vincono il gruppo F contro Irlanda, Olanda ed Egitto e approdano agli ottavi in cui evitano la lotteria dei rigori con un gol al 119’ di David Platt ai danni del Belgio. Il centrocampista inizierà un anno dopo la sua esperienza italiana a Bari, poi vestirà anche le maglie di Juventus e Sampdoria.

Copione che si ripete anche ai quarti contro la sorpresa Camerun: a Napoli ci vuole una doppietta del solito Gary Lineker (capocannoniere con 6 reti a Messico ’86, qui finirà il torneo a quota 4 gol) per eliminare gli africani solo ai supplementari dopo il vantaggio iniziale ancora di Platt (3-2 al 120’). Si vola in semifinale allo stadio Delle Alpi di Torino, il giorno dopo la sfida del San Paolo tra Italia e Argentina.

Tedeschi avanti con una fortunata punizione di Brehme deviata dalla barriera, a 10 minuti dalla fine ci pensa sempre Lineker a salvare gli inglesi. Si va ai rigori e qui inizia il tabù dal dischetto, rotto solo pochi giorni fa dai guantoni di Jordan Pickford: sbagliano Stuart Pearce e Chris Waddle, i Tre Leoni abbandonano il sogno della finale e giocano a Bari la finalina (poi persa ) per il terzo posto contro l’altra delusa di lusso, gli Azzurri di Vicini.

It’s coming come…since 1966

Continua la guerra in Vietnam, nasce Cindy Crawford, muore Walt Disney, i Beatles pubblicano Revolver. E’ il mondo nel 1966, quello che vide trionfare per la prima (e unica finora) volta l’Inghilterra nel Mondiale di casa: vittoria in finale contro gli acerrimi rivali tedeschi col famoso gol/non gol di Geoff Hurst. Trent’anni dopo si torna a casa con il campionato Europeo: per l’occasione la band inglese The Lightning Seeds con David Baddiel e Annie Skinner pubblica il singolo Three Lions (Football’s coming home), appositamente dedicata alla Nazionale di Terry Venables e Alan Shearer, Paul Gascoigne e Gareth Southgate, attuale ct.

L’Inghilterra finirà per buttare tutto via, per spazzare tutto via. Ma io so che loro possono giocare, perché lo ricordo…
Tre leoni sulla maglia, Jules Rimet ancora è scintillante. Trenta anni di dolore non mi hanno mai impedito di sognare…

Il motivetto non portò bene vista l’eliminazione ancora ai rigori in semifinale a opera della Germania, poi Campione d’Europa, ma è entrata nel repertorio pop britannico degli stadi e non solo. Pochi giorni fa persino a Buckingham Palace il cambio della guardia è stato sostituito per qualche minuto dalle note di It’s coming home:

Meno british, più latina è stata l’invasione dei supporter inglesi al centro commerciale Ikea alla periferia di Londra, sulle note del tormentone del 1996 subito dopo la vittoria ai quarti di finale contro la Svezia:

Il calcio torna in volo

Se il calcio tornerà a casa, lo farà sicuramente in volo con British Airways. Contro ogni scaramanzia, la compagnia inglese ha realizzato un piccolo capolavoro: un biglietto da viaggio ad hoc per il rientro in patria dei futuri campioni inglesi.
Il tagliando è datato 15 luglio alle 18, subito dopo la finale Mondiale. Il passeggero è il football, l’aeroporto di partenza, Mosca, of course. La destinazione non può che essere home.
Ma non finisce qui. Il punto di partenza, anzi il gate, è quello south, chiaro riferimento al commissario tecnico, Gareth Southgate. Il posto è il 52, ovvero gli anni che separano l’Inghilterra dall’ultima Coppa alzata al cielo nel 1966.

 

 

God save Premier League

Francia, Belgio, Croazia e Inghilterra giocano nella Premier League. Normale se si pensa che i Tre Leoni sono in semifinale a scapito, ad esempio, di Spagna, Germania e Italia e dei loro campionati, i principali sulla scena internazionale. Ma c’è, in ogni caso, la concorrenza della Ligue 1 con la Francia, abbondantemente sovrastata dai numeri di quello che si conferma come il campionato più bello e competitivo del mondo.

Sono ben 41 i calciatori semifinalisti che giocano nella Premier: tutti i 23 della England Football Team, un rappresentante croato (Lovren del Liverpool), 5 francesi (Kantè, Giroud, Lloris, Mendy e Pogba), addirittura 12 nel Belgio (Courtois, Mignolet, Alderweireld, Kompany, Vertonghen, Chadli, De Bruyne, Dembele, Fellaini, Batshuayi,  Hazard, Lukaku).

La Liga spagnola si ferma a 12 (Umtiti, Varane, Lucas Hernandez, Nzonzi, Griezmann, Dembelé, Vrsaljko, Modric, Rakitic, Kovavic, Vermaelen, Januzaj), stessi numeri per il campionato francese (Mandanda, Areola, Sidibé, Kimpembe, Rami, Mbappé, Thauvin, Fekir, Lemar, Meunier, Tielemans, Subasic).

La nostra serie A è a quota 9 (Strinic, Brozovic, Badelj, Mandzukic, Perisic, Kalinic, Pjaca, Mertens, Matuidi), la Bundesliga fanalino di cosa tra i principali tornei con 6 rappresentanti (Jedvaj, Rebic, Kramaric, Pavard, Tolisso, Casteels).

Soffermandoci sui club, in testa il Tottenham con 9 giocatori, poi Chelsea, Manchester City e United. Solo 4 per il Barcellona, uno in più di Real Madrid e Juventus. Il francese Tolisso è l’unico a sventolare la bandiera del Bayern Monaco.

9 Tottenham (Alderweireld, Vertonghen, Dembélé BELGIO; Rose, Trippier, Dier, Alli, Kane, INGHILTERRA; Lloris FRANCIA)

7 Chelsea (Courtois, Eden Hazard, Batshuayi BELGIO; Cahill, Loftus-Cheek INGHILTERRA; Kanté, Giroud FRANCIA)

7 Manchester City (Kompany, De Bruyne BELGIO; Walker, Stones, Sterling, Delph INGHILTERRA; Mendy FRANCIA)

7 Manchester United (Fellaini, Lukaku BELGIO; Jones, Lingard, Young, Rashford INGHILTERRA; Pogba FRANCIA)

4 Barcellona (Dembélé, Vermaelen BELGIO, Rakitić CROAZIA, Umtiti FRANCIA)

4 Liverpool (Lovren CROAZIA; Alexander-Arnold, Henderson INGHILTERRA; Mignolet BELGIO)

4 Monaco (Tielemans BELGIO; Subašić CROAZIA, Sidibé, Lemar FRANCIA)

4 Paris Saint Germain (Meunier BELGIO; Areola, Kimpembe, Mbappé FRANCIA)

3 Atlético Madrid (Vrsaljko CROAZIA; Lucas Hernández, Griezmann FRANCIA)

3 Juventus (Mandžukić, Pjaca CROAZIA; Matuidi FRANCIA)

3 Olympique Marsiglia (Mandanda Rami, Thauvin FRANCIA)

3 Real Madrid (Kovačić, Modrić CROAZIA; Varane FRANCIA)

(fonte: Uefa.com)

Nel 1998, nel Mondiale che parlava francese, fu il difensore Thuram, con una storica quanto irripetibile doppietta, a mandare la Francia in finale superando un’arcigna Croazia per 2-1. La prima finale nella storia Bleus, quella poi portata a casa (poca distanza a dire il vero da Saint-Denis alla sede della Federazione francese) schiantando per 3-0 il Brasile. Al tempo Didier Deschamps ringraziò Thuram, da compagno di squadra, e ringraziò anche Blanc, squalificato, per aver potuto ascoltare la Marsigliese e giocare la partita di una vita con la fascia di capitano al braccio.

Vent’anni dopo, esattamene due giri di decennio e una finale, la seconda, persa ai rigore contro l’Italia del 2006, c’è ancora Deschamps, questa volta da commissario tecnico, ma i ringraziamenti in semifinale vanno anche a questo giro a un difensore, Umtiti,  che di nome fa Samuel , come il profeta. “Il suo nome è Dio”, in ebraico.

 

La Francia batte 1-0 il Belgio nella prima semifinale in programma e accede così alla finale di Mosca del 15 luglio. Al 51’, con il suo stacco perentorio, sugli sviluppi del corner, sovrasta Fellaini ed è un messaggio di forza, di rabbia, di compattezza e completezza. Giroud, l’attaccante riferimento transalpino, può permettersi di segnare solo un gol tra questo Mondiale russo e il precedente brasiliano, perché la Francia è tutto questo. E’ soprattutto consapevolezza di non essere mai stata tanto brillante lungo questo mese, eccezion fatta per alcuni istanti durante il match contro l’Argentina.

Con Mbappè imbrigliato, che spolvera colpi di tacco e tocchi di genio mixate a sceneggiate del compagno di squadra al Psg, Neymar, e Griezmann non molto in palla, è stato il difensore del Barcellona e di origine camerunese a sbloccare la partita. Proprio lui in un derby cosmopolita e multietnico, con 23 giocatori, tra Francia e Belgio, figli d’Africa. Lui che non ha mai avuto dubbi su quale maglia nazionale volesse vestire, talmente convinto di poter essere importante per la Francia da non aver neppure vacillato di fronte al mitico Roger Milla che tentava di convincerlo a scegliere il paese dei genitori.

E’ il derby di cuore e di sangue di Thierry Henry, vice allenatore di Martinez, attento e motivatore, che durante gli inni non si scompone, ma interiormente esplode di orgoglio per sfidare i suoi connazionali. E con lo stesso orgoglio e rispetto al termine del triplice fischio, saluta i nuovi probabili eroi francesi, così come aveva fatto con gli altri avversari mentre il suo Belgio passava gironi, ottavi e quarti di finale.

Il fiammeggiante Belgio ha tenuto in scacco i Bleus per tutto un tempo con un inedito 3-2-4-1 e Dembélé in campo al posto dell’annunciato Carrasco per dare equilibrio alla squadra e costringere la Francia a stare rintanata. Ma il sogno del Belgio è durato appunto un tempo, con Hazard ispirato, De Bruyne praticissimo e Lukaku poco lucido. Poi Courtois nella ripresa tiene la partita ancora aperta, mentre il subentrato Mertens non riesce a spaccare il ritmo. Il Belgio esce in semifinale come nel 1986, quando si piegò all’Argentina di Maradona.

Mentre la Francia, al bivio, impegna la curva per la finale, i ragazzi del mago Martinez hanno ancora un’ultima partita, la finale del terzo e quarto posto. Sarà solo utile alle statistiche per molti, ma questo Belgio non può tornare in patria a mani vuote. Magra consolazione.

Francia (4-2-3-1): Lloris, Hernández, Pavard, Varane, Umtiti, Mbappé, Pogba, Griezmann, Kanté, Matuidi (41′ st Tolisso), Giroud (40′ st N’Zonzi). (23 Areola, 19 Sidibe, 17 Rami, 3 Kimpembe, 22 Mendy, 8 Lemar, 20 Thauvin, 11 Dembélé, 18 Fekir, 16 Mandanda). All.: Deschamps.

Belgio (3-1-4-2): Courtois, Alderweireld, Chadli (46′ st Batshuayi), Vertonghen, Kompany, Witsel, Dembélé (15′ st Mertens), Fellaini (35′ st Carrasco), E. Hazard, De Bruyne, Lukaku. (20 Boyata, 3 Vermaelen, 18 Januzaj, 17 Tielemans, 16 T. Hazard, 23 Dendoncker, 12 Mignolet, 13 Casteels). All.: Martinez.

Arbitro: Cunha (Uruguay).

Reti: 6′ st Umtiti.

Ammoniti: E. Hazard, Alderweireld, Kantè, Mbappé e Vertonghen

Angoli: 5-3 per il Belgio. Recupero: 1′ e 6′. Var: 0.