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Non è solo l’orgoglio di essere riusciti a portare il mondiale in Italia per la prima volta, è anche la consapevolezza di avere un’occasione unica per fare in modo che si cominci a parlare un po’ di più di questo sport

Orgoglio, consapevolezza e auspicio: sono le tre parole attorno alle quale Matteo Di Brina, presidente del Comitato organizzatore, spera di costruire il Mondiale di parapendio 2017 che si disputerà per la prima volta in Italia, dal 1° al 15 luglio.

Dopo un duro sforzo per confermarsi paese ospitante e per costruire questo progetto, Di Brina chiama a raccolta i tifosi, gli appassionati e anche semplicemente i curiosi, perché è da loro che deve crescere la passione per uno sport sostenibile e ricco di emozioni uniche:

Avremo in gara piloti di primissimo ordine, che si sfideranno in un territorio tra i più invidiati al mondo per bellezza e varietà di correnti: siamo uno sport di nicchia, certo, ma questa è un’occasione irripetibile per lasciare il segno e allargare i confini di questa nicchia. Questo è uno sport con un grandissimo potenziale: è uno sport sostenibile, praticabile da tutti, che ti consente di provare emozioni uniche e vedere le cose letteralmente da un altro punto di vista. Assieme ai volontari, che da due anni lavorano instancabilmente a questo progetto, ce l’abbiamo messa tutta per rendere memorabile questa prima edizione italiana. Ora la palla passa al pubblico, che noi immaginiamo numeroso, fatto di appassionati ma anche di amanti di attività all’aria aperta, che approfitteranno di queste giornate anche per scoprire le bellezze che questo territorio ha da offrire

Seguite gli aggiornamenti sulla pagina Facebook dell’evento o sul sito www.monteavena2017.org

Il ventunenne romano e romanista doc , Daniele Paolucci, è il vincitore del campionato europeo di Fifa 17 Ultimate team disputatosi in Spagna a Madrid. Il Prinsipe, è il suo nome da player, ha sbaragliato la concorrenza raggiungendo prima una storica finale e poi battendo proprio nell’ultimo atto il favoritissimo Spencer Gorilla, dall’Inghilterra.

Per poter partecipare al torneo di Madrid, Daniele ha raggiunto la top 12 mensile di gennaio ottenendo 118 vittorie su 120; mentre in Spagna il torneo si è disputato prima con una fase a gironi da 4 e poi fasi a eliminazione dirette, come un vero e proprio torneo di calcio mondiale.

Un ragazzo dalla vita normale che ha saputo cogliere al meglio il proprio talento davanti a un video games. La soddisfazione per la vittoria è enorme, ma ora sotto al Mondiale in Germania. Con il sogno di ripetere la vittoria del campionato Mondiale di calcio 2006 proprio in terra tedesca.

Com’è stato l’Europeo di Fifa 17?

Il torneo è stato bellissimo, organizzato tutto perfettamente e nei piccoli dettagli. Ci sono stati molti avversari forti e duri da battere. In particolare due sono stati i momenti in cui ho avuto più difficoltà, entrambi relativi allo stesso avversario, il tedesco The Strxnger : contro di lui sono andato due volte in svantaggio però in entrambe le occasioni ho ribaltato il risultato.
La finale invece l’ho disputata contro l’inglese Gorilla, un player fenomenale. Sapevo di giocarmi tutto su Xbox One perché lui era sicuramente più portato sulla console di Microsoft. In effetti sono riuscito a strappare un ottimo 2-2 e poi ho vinto su PlayStation 4.

 

#gorilla ? Vs Prinsipe?

Un post condiviso da PrinsipeChannel (@prinsipechannel) in data:

Qual è stata la tua reazione appena dopo la vittoria?

È stata una grande emozione, perché non mi aspettavo di arrivare in finale ne tantomeno di vincere proprio il torneo europeo a Madrid, dato che è stata la mia prima vera apparizione in un torneo ufficiale. Spero di potermi ripetere a questi livelli anche al Mondiale di Berlino.

Come hai festeggiato il trionfo del torneo?

Non appena sono rientrato in Italia a Roma, ho brindato con i miei amici anche se in realtà non ho avuto molto tempo per i festeggiamenti dato che mi sono rimesso subito a lavoro per prepararmi in vista del torneo in Germania del prossimo 19 maggio.

Qual è stata la tua formazione che ti ha permesso di vincere?

Posso ribadire che la mia formazione è  stata un po’ diversa dalle altre. La maggior parte dei giocatori inseriva in difesa Sergio Ramos e Boateng.
Io ho optato per un 4-3-3 con Manolas e David Luiz centrali. Sugli esterni Florenzi e Marcos Alonso; a centrocampo Nainggolan, Kanté e Modric; mentre in attacco Suarez, Ronaldo e Messi. Una formazione che i miei avversari pensavano fosse meno competitiva, ma in realtà ho potuto dimostrare il contrario.

Hai un calciatore fedele e hai degli schemi specifici?

Sicuramente il “Ninja” Radja Nainggolan è un giocatore che non deve mancare nel mio team. Sicuramente l’utilizzo del centrocampista belga della Roma è stato un degli artefici della mia vittoria a Madrid. Per quanto riguarda gli schemi, preferisco puntare su una solida difesa e un asfissiante pressing.

Da quanto tempo ti sei appassionato a Fifa? Hai avuto anche modo di subire sconfitte che ti hanno fatto riflettere?

In realtà a Fifa gioco da tantissimi anni, da quando il gioco è passato su PlayStation 3. A livello competitivo gioco solamente dal 2015 dalle versione di Fifa 15.
Ovviamente le sconfitte ci sono state ed è proprio da quelle che nascono e crescono gli stimoli per fare meglio sia come giocatore che come player.

Immagino tu sia cresciuto giocando con i tuoi amici. Come loro hanno reagito alla tua vittoria?

Sicuramente tutti i miei amici sono stati più che contenti per la mia vittoria. Anzi devo ammettere che poiché è imminente il Mondiale, sono stati più felici loro per la conquista del titolo che io (ride ndr), proprio perché ho subito concentrato i miei pensieri per il prossimo torneo a Berlino.

E i tuoi genitori invece? Come hanno preso questa tua passione?

L’hanno presa bene anche perché posso ribadire che sono sempre riuscito ad alternare le partite alla Play allo studio e alle altre attività che ogni ragazzo fa nella sua vita. Per quanto riguardo la soddisfazione, sì sono rimasti anche loro piacevolmente sorpresi della mia vittoria.

Per te questa attività è un hobby o una professione?

È stato un hobby fino a qualche tempo fa, da poco è diventata una professione anche perché ho firmato un contratto con la società professionistica Mkers e quindi sarò stipendiato per giocare.

 

Preferisci la disco o una partita alla play? Una pizza o una partita alla play? Un’uscita con amici o la play?

Beh essendo un ragazzo tranquillo ma che comunque piace stare in compagnia, preferisco andare in disco in serate particolari mentre sicuramente preferisco pizza e uscita con gli amici alla Play. Ovviamente riesco ad organizzarmi al fine di riuscire a fare tutto.

Cosa prevedi per il futuro?

Il mio futuro, almeno per come la vedo ora, è giocare a Fifa. Ovviamente non so per quanto tempo però per ora il mio pensiero è giocare. E ora sotto per Berlino.

Dario Sette

Un incontro di boxe atteso da quasi un anno, un match valido per il titolo mondiale dei pesi massimi Wba-Ibf; la rivincita di Evander Holyfield contro Riddick Bowe. Lo stesso Holyfield che diventerà famoso nel giugno 1997 per il morso subito all’orecchio da Mike Tyson.
Qui siamo qualche anno indietro, al 6 novembre 1993, praticamente un anno dopo il primo incontro tra Holyfield e Bowe was, disputato a Las Vegas, in Nevada, con la vittoria di “Big Daddy”. Lo scenario è ancora Las Vegas, questa volta il ring all’aperto del prestigioso Caesars Palace. “Repeat or Revenge” è lo slogan che accompagna l’evento sportivo, ma se questo incontro è passato alla storia tra gli eventi del ‘900, non è per quello che è successo nel ring, ma….sul ring.

boxe-holyfield-bowe

Durante il settimo round, nell’inconsapevolezza dei due pugili e dell’arbitro di gara, gli spettatori vengono distratti da qualcosa, o meglio, da qualcuno che è piombato dall’alto, prima di schiantarsi goffamente in prossimità del quadrato. James Miller, paracadutista e pilota, con il suo paramotore, dopo aver sorvolato il Caesars Palace per una decina di minuti, decide di scendere in picchiata, invadendo proprio il match di pugilato.
Gli animi si accendono subito: i fili che sorreggono l’ala rimangono aggrovigliati all’impianto di illuminazione, così Miller, rimane appeso e inerme. Invano, l’improvvisato stuntman ha provato ad aggrapparsi con un piede e con un mano alle corde attorno al ring per provare a scendere: da lì a poco si scatena il caos.
I tifosi lo trascinano a bordo ring, lo circondano e iniziano a colpirlo e ad attaccarlo. La security, intervenuta poco dopo, riferirà che Miller è stato colpito una ventina di volte. Dopo aver perso i sensi, il pilota è stato ricoverato in un ospedale vicino, mentre, nel frattempo, gli spettatori meno feroci tagliavano pezzi di ala come ricordo e souvenir di questo bizzarro momento storico.

Evander Holyfield

Il match, sospeso per 21 minuti, ha visto alla fine la vittoria ai punti di Holyfield su Bowe in quella che sarà l’unica sconfitta nella sua carriera in 45 incontri ufficiali. Dopo il suo rilascio dall’ospedale, Miller è stato portato al centro di detenzione di Clark County, dove è stato accusato di volo pericoloso e rilasciato su una cauzione di 200 dollari.
I media lo hanno soprannominato “Fan man” in riferimento al paramotore attaccato alla sua imbracatura. In un’intervista esclusiva con i giornalisti britannici dopo l’incontro, Miller ha ammesso che l’indicente è stato accidentale e non intenzionale, causato da problemi meccanici. Scherzando, ha poi detto:

E’ stata una lotta pesante e io sono stato l’unico a esser messo KO

 

Un fulmine a ciel sereno ha scosso la Formula 1 e gli appassionati di sport: il pilota Nico Rosberg, fresco vincitore dell’ultimo Mondiale di F1, ha deciso di ritirarsi. L’ormai ex pilota della Mercedes, a 31 anni, ha detto basta, spiegando e raccontando la sua decisione su un lungo post su Facebook. Sul punto più alto del mondo, nel momento più bello della sua vita professionale:

Ho deciso di chiudere la mia carriera in F1 adesso. È difficile da spiegare, sin da quando avevo 6 anni avevo un sogno ed era quello di diventare campione del mondo. Ora l’ho raggiunto, ho dato tutto per questo obiettivo: duro lavoro, sacrificio, dolore. Ho scalato la mia montagna e l’ho fatto per 25 anni,  con l’aiuto di chi mi circonda, dei tifosi, della famiglia e dei miei amici

Cinque giorni dopo aver alzato le braccia al cielo per il suo primo titolo mondiale, seguendo le orme di suo padre Keke, Rosberg ammette di avere deciso l’addio alle corse già lunedì, dopo settimane di pressione:

Quando ho vinto la corsa a Suzuka, avevo il titolo nelle mie mani. La pressione era aumentata e ho iniziato a pensare da lì di ritirarmi dal motorsport da campione del mondo. Domenica mattina ad Abu Dhabi sapevo che quella corsa sarebbe potuta essere l’ultima della mia carriera. E prima della gara ho sentito improvvisamente che tutto era chiaro e giusto. Volevo gustarmi dall’interno ogni secondo del fatto che quella sarebbe stata la mia ultima gara, e quando i semafori si sono spenti è diventata la corsa più intensa della mia carriera. Lunedì mattina mi sono deciso in modo definitivo a fare questo passo

La Formula 1 perde un talento, la Mercedes adesso dovrò cercare un sostituto all’altezza da affiancare a Lewis Hamilton. Nelle sue parole rivolte ai suoi supporter, Nico Rosberg ritorna sulle delusioni degli anni passati nel vedere il suo compagno-rivale trionfare, ricordando anche i sacrifici della sua famiglia e di sua moglie Vivian:

È stata un’esperienza incredibile qualcosa che ricorderò per sempre. Ed è stato anche molto difficile, specie negli ultimi due anni con le sconfitte contro Lewis. Ho spinto come un pazzo, i momenti difficili che mi hanno dato una spinta, mi hanno motivato in un modo che non credevo fosse possibile per tornare a combattere. E’ stato un sacrificio da parte di tutta la mia famiglia, tutto è stato messo dietro a questo mio obiettivo. Mia moglie Vivian è stata incredibile, ha capito fino in fondo quel che volevo, ha badato a nostra figlia ogni notte, andando oltre quando le cose per me non si mettevano bene

Infine, un saluto e un arrivederci in un futuro tutto ancora da scrivere:

Ora mi godo il momento. C’è tempo per riflettere sulla stagione e godermi ogni esperienza che si presenterà sulla mia strada. La prossima pagina della mia vita vedremo cosa mi regalerà

Nemmeno un folle avrebbe mai potuto immaginare cosa mi stava per accadere. Ci sono periodi nella vita di un calciatore nei quali ti riesce tutto. Basta che respiri e la metti dentro. Per me questo stato di grazia è coinciso con quel campionato del mondo

Italia ’90, per l’esattezza. Le “notti magiche” cantate da Gianna Nannini ed Edoardo Bennato; quel «inseguendo un gol» che trascinò cinquanta milioni di italiani. Tutti tranne uno: Salvatore Schillaci, detto Totò, non inseguiva il gol, ma, al contrario, era lui che cercava l’attaccante azzurro. Sembra paradossale, ma a quel Mondiale, alla punta nata a Palermo il 1° dicembre 1964, bastava un tocco per segnare. Eroe per caso, come le storie belle: comprato dalla Juventus nel 1989, decisivo con le sue 15 reti in 30 partite, la convocazione in azzurro fu quasi un premio. E quasi un traguardo anche perché in avanti la coppia era già scritta, doveva essere Vialli – Carnevale.

Nell’esordio contro l’Austria, però, le emozioni sono poche, l’Italia non è pericolosa. Così, a un quarto d’ora dalla fine, Vicini chiama Totò: «Scaldati, tocca a te». Totò entra al posto di Carnevale, tocca un pallone ed è gol. Toccata e fuga, poi nuovamente in panchina contro gli Stati Uniti. Contro la Cecoslovacchia, nella terza partita, Schillaci c’è dal primo minuto e ne passano solamente nove per far esplodere tutto lo stadio.
Inizia il Mondiale di Totò-gol: sempre a segno contro l’Uruguay negli ottavi e contro l’Irlanda nei quarti. In semifinale, poi, la sentita sfida contro l’Argentina di Maradona, giocata proprio a Napoli, nel suo tempio. Eppure questa partita verrà ricordata per il gol, rocambolesco, sempre del folletto di Palermo. Ad oggi, rivedendo le immagini sgranate a rallentatore, si fa fatica a capire con quale arto del corpo sia riuscito a superare Goycochea.


L’Italia, che fino ad allora non aveva subito reti, venne trafitta dall’Argentina e poi, dopo l’1-1 dei tempi regolamentari e supplementari, perse ai calci di rigore.
Nella finalina, contro l’Inghilterra, l’Italia giocò solo per Schillaci. Baggio lasciò a lui un calcio di rigore che gli consentì di totalizzare sei reti nel Mondiale. Capocannoniere di quell’edizione, vinse la Scarpa d’oro Adidas e il Pallone d’oro Adidas come miglior giocatore del torneo. Ma non solo: venne eletto migliore calciatore della manifestazione e nello stesso anno si piazzò al secondo posto nella graduatoria del Pallone d’oro, tra i due tedeschi dell’Inter, Lothar Matthäus, primo e Andreas Brehme, terzo.

Spente le luci sul Mondiale italiano, anche la stella di Schillaci si eclissa: fa fatica nella Juventus, poi ceduto all’Inter, non riesce a essere determinante. A soli 29 anni, attratto dall’esperienza estera e dal buon contratto, lascia la Serie A dopo aver totalizzato complessivamente 120 presenze e 37 reti, per approdare in Giappone. Primo giocatore italiano nella storia: nel Júbilo Iwata trascorrerà tre stagioni segnando 56 gol.

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Lo abbiamo lasciato piegato in due su se stesso, con il fraterno abbraccio di Luis Suarez a consolare chi, nella sua lunga, tenace e sempre controcorrente carriera, si è ritrovato a lottare contro nemici più grandi di lui. Capitano del Liverpool, capitano dell’Inghilterra in un’era del football dal forte sapore amarognolo, dal grande potenziale smarrito per strada. Una condanna eterna, per chi nell’eternità ci entra a colpi di tackle, sassate da fuori area e inserimenti puntuali. Geometra e scassinatore, progressista del centrocampo moderno. Steven Gerrard, annunciando il suo ritiro dal calcio giocato ha detto:

Ho avuto una carriera incredibile e sono grato per ogni momento della mia carriera a Liverpool, con l’Inghilterra e nei Los Angeles Galaxy. Mi sento fortunato ad aver vissuto così tanti momenti meravigliosi nel corso della mia carriera

Se con il Liverpool la gioia più grande l’ha provata nella notte pirotecnica di Istanbul con la vittoria della Champions League ai danni del Milan, in Nazionale le cose sono andate diversamente. Drammaticamente. Dalla felicità del suo esordio, il 31 maggio 2000, a 20 anni compiuti da un giorno, alla prima acerba delusione per il Mondiale del 2002 saltato per un infortunio, fino ai ripetuti ceffoni presi nelle edizioni successive. Dodici partite in tutto, da Germania 2006 a Brasile 2014. Lui ha provato a invertire un destino nefasto, un peccato originale che la Nazionale inglese si trascina da mezzo secolo. Ecco alcune istantanee che immortalano gli alti e i bassi di Gerrard nelle sue esperienze mondiali:

10 giugno 2006 – L’esordio in un Mondiale con la maglia dell’Inghilterra

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E’ il primo Mondiale per Steven Gerrard, gara d’esordio nel Girone B contro il Paraguay e lo inizia alla sua maniera. Tanta intensità a centrocampo, derviscio trita palloni ed entrate decise a tenaglia contro gli avversari sudamericani (vedere qui). Mentre Lampard, accanto a lui nella mediana di centrocampo, mantiene una certa compostezza mista a brillantina in testa e pensa principalmente ad avanzare e a cercare la rete, Stevie, fastidioso, si sporca sin da subito i calzettoni bianchi beccandosi un’ammonizione dopo appena 19’. Come diceva Brera, nella mente del numero 4 c’era solo da menare il torrone;

15 giugno 2006 – Il primo gol al Mondiale

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Va bene essere sporchi e cattivi, ma Gerrard, colui che ha anticipato i tempi incarnando il ruolo del centrocampista fosforo&tacchetti, doveva lasciare il suo timbro personale – non sui parastinchi degli avversari – al Mondiale in Germania. Contro Trinidad&Tobago, in un match viscoso sbloccato solo sul finale da Peter Crouch, il ragazzo del Liverpool chiude i giochi al 91’ con un bel tiro di sinistro piazzato all’angolino alto, dopo una bella finta a rientrare da fuori area;

20 giugno 2006 – Usa la testa Stevie!

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La Nazionale dei Tre Leoni, che ha raccolto più punti che bel gioco, si fa travolgere dagli assalti della Svezia. Il gol spettacolare di Joe Cole non cambia la storia dell’incontro, fino all’ingresso di Gerrard. Entrato al 70’, quando l’1-1 sembrava andar più che bene all’Inghilterra e strettissimo agli svedesi, dopo 16 minuti, il centrocampista riceve in area un cioccolatino morbido del solito Joe Cole e dolcemente, ma con giustezza infila Isaksson di testa. L’incontro termina comunque 2-2 e l’Inghilterra di Sven-Göran Eriksson accede agli ottavi contro l’Ecuador;

1° luglio 2006 – Non è da questi particolare che si giudica un giocatore

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Rigori, dannati rigori. Contro il Portogallo, l’Inghilterra crea tante occasioni quante ne ha avute in tutti i match precedenti della fase a gironi, nonostante l’inferiorità numerica per l’espulsione scellerata di Rooney al 62’. Non bastano 120 minuti: Ricardo e la difesa portoghese alzano le barricate e, in queste circostanze (Gerrard lo sa bene pensando a Milanliverpooltreatre), chi l’ha giocata meglio alla fine cade nel tranello della tensione, della paura. Dagli 11 metri sbaglia subito Lampard, la rimette in piedi Hargreaves, poi crollo definito proprio di Stevie G. e del suo fido alleato in zona Merseyside, Jamie Carragher. Quattro rigori, tre errori, auf Wiedersehen Mondiale;

12 giugno 2010 – Con la fascia di capitano al braccio

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Dopo la clamorosa mancata qualificazione agli Europei del 2008, l’Inghilterra si presenta al Mondiale del 2010 con Fabio Capello in panchina e Steven Gerrard a guidare una Nazione con la fascia di capitano al braccio. E’ un tentativo di rinascita dopo la fallimentare gestione di McLaren, lo scandalo che coinvolse la vita privata di Terry, capitano fino a quel momento. Nei piani di Capello, in realtà, la fascia sarebbe spettata a Rio Ferdinand, ma un infortunio gli fece saltare quell’edizione dei Mondiali. Gerrard, in questa tormenta, è sempre lì: nel match d’esordio contro gli Stati Uniti è proprio lui a segnare la prima rete dell’Inghilterra. Classico inserimento che lo hanno reso giocatore moderno e poliedrico. L’incontro finirà 1-1;

27 giugno 2010 – La disfatta tedesca

Le istantanee che hanno fatto la storia di questo incontro e del calcio moderno sono due: il frame che immortala il gol di Lampard non convalidato, nonostante la palla avesse superato di netto la linea e la successiva disperazione del centrocampista del Chelsea. Quello in Sudafrica è stato un Mondiale sciapo per l’Inghilterra: dopo il pareggio all’esordio, segue uno spento 0-0 contro l’Algeria e una vittoria risicata contro la Slovenia. Contro la Germania è notte fonda: finisce 4-1, con la beffa di una possibile rimonta strozzata da un gol non visto (poteva essere il possibile 2-2). Unico sussulto parte dal solito piede di Gerrard che scodella in mezzo il cross per il 2-1 momentaneo realizzato dal difensore Upson. Solo tre reti per i Tre Leoni a questo giro: il capitano del Liverpool, magra soddisfazione per un Mondiale condotto da capitano, partecipa attivamente in due di queste;

19 giugno 2014 – La fine di un’era sbagliata: sconfitta contro l’Uruguay e titoli di coda

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Un lento declino che trova nel Mondiale del 2014 in Brasile la mazzata finale. Lo scetticismo che c’è attorno a Roy Hodgson trova conferme sul campo: Gerrard è ancora il capitano di una Nazionale che prova a ridisegnarsi con Sturridge, Sterling e Wellbeck su tutti, ma che si affida ancora alla Golden Generation di Lampard, Rooney e Gerrard appunto. Ma le cose vanno male. L’Italia sconfigge l’Inghilterra all’esordio per 2-1, il girone D è anomalo con Uruguay e Costa Rica a dettare legge, l’Inghilterra annaspa e crolla proprio nel secondo incontro, contro Suarez&co.
E’ la cartolina di addio, poche parole scritte frettolosamente per dimenticare al più presto. E’ Suarez che abbraccia e consola Gerrard a fine incontro, due amici, due che hanno provato a scrivere un pezzo di storia a Liverpool. Ed è un peccato che sia stato proprio il centrocampista col numero 4 sulle spalle a spizzare la sfera di testa consegnandola al letale attaccante per il gol del 2-1. La Nazionale della Regina è già fuori, per Gerrard è l’ultima partita con la fascia da capitano: nell’ultimo, inutile, match contro il Costa Rica, entra, infatti, a partita in corso.

Dopo 14 anni, 114 presenze, 21 gol, tra gioie, lacrime e delusioni, tra contrasti, calzettoni sporchi e tagliati e la carica di un condottiero che si è perso tra primedonne, quella volta chiuse con la Nazionale. Questa volta è davvero finita. Stevie, it’s over.

Grande prova di forza dell’americano Brandon McNulty che vince la medaglia d’oro nella cronometro categoria juniores maschile al Campionato del mondo su strada di Doha, in Qatar. Il giovane statunitense ha concluso i 28.9 chilometri del tracciato in 34’42”, con una media di quasi 50 k/h, e staccando il danese Mikkel Berg, arrivato secondo sul podio, in ritardo di ben 35″. Medaglia di bronzo, invece, per l’altro americano Ian Garisson che ha chiuso a poco più di 53″.

Gli altri si sono classificati sopra il minuto di ritardo: tra loro, sorprende l’eritreo Awet Habtom, settimo, a 1’40’’. Il giovane McNulty conquista il suo primo oro dopo il terzo posto ottenuto l’anno passato nei Mondiali di ciclismo a Richmond negli Stati Uniti.

Lontani, invece, gli italiani: solo 27esimo posto per Alexander Konychev, a 2’58’’, mentre Alessandro Covi supera il distacco dei tre minuti, giungendo 32esimo a 3’13’’.

Ordine di arrivo

  1. Brandon McNulty (Usa) in 34’42”29
  2. Mikkel Bjerg (Den) a +35’18”
  3. Ian Garrison (Usa) a +53’08”
  4. Julius Johansen (Den) a +1’02”55
  5. Ruben Apers (Bel) a +1’24”05
  6. Iver Knotten (Nor) a +1’32”99
  7. Awet habtom (Eri) a +1’40”02
  8. Marc Hirschi (Sui) a +1’43”70
  9. Jaka Primožic (Slo) a +1’53”95
  10. Jarno Mobach (Ned) a +2’00”5

E’ uno dei prestigiosi e distintivi simboli del ciclismo e dello sport in generale: la maglia iridata, scettro da esibire per un anno intero, che viene indossata dal campione del mondo in carica di una delle otto discipline ufficialmente riconosciute dall’Unione ciclistica internazionale. E’ bianca con al centro una serie di bande colorate orizzontali: dall’alto verso il basso, i colori sono blu, rosso, nero, giallo e verde, ovvero gli stessi degli anelli olimpici, simbolo dei cinque continenti. Da Peter Sagan, ultimo a vincere il Mondiale su strada, al britannico Mark Cavendish, passando per il plurivincitore spagnolo Óscar Freire, fino ad arrivare agli italiani (per citare solo alcuni) Alessandro Ballan, Paolo Bettini e Alfredo Binda, il primo a trionfare nel 1927, in tanti hanno avuto l’onore di vestirsi con la celebre maglia.

Ma attorno alla casacca coi colori dell’iride, aleggia una maledizione, un intruglio di coincidenze, annate storte e morti tragiche, che colpisce colui che la indossa. Ecco alcune storie: Tom Simpson, britanno, ha vinto il titolo mondiale nel 1965; l’anno successivo fu disastroso perché si ruppe una gamba mentre stava sciando e vanificò sia in termini di visibilità che sportivi, il suo anno da iridato. Più tragico è il destino di Jean-Pierre Monseré, trionfatore nel 1970, che morì nel 1971, poco prima della Milano-Sanremo in una gara in Belgio investito da un’automobile sbucata dalla fila. Un altro belga, Freddy Maertens, primo al mondo nel 1981, l’anno dopo non vinse nessuna gara e nel complesso vinse solo altre due gare in carriera.
Rimanendo in Belgio, Rudy Dhaenens, maglia iridata nel 1990, si ritirò poco dopo per problemi cardiaci prima di perdere la vita, in un incidente stradale, sei anni più tardi. Negli anni recenti, oltre ad alcuni casi di doping, colpì la storia dell’italiano Bettini: il 24 settembre 2006 vinse la maglia iridata nel campionato mondiale su strada a Salisburgo, in Austria; otto giorni dopo, il 2 ottobre, il fratello maggiore Sauro morì mentre era alla guide della sua auto.

Nel 2015, sulla rivista scientifica “The British medical journal”, è stato pubblicato uno studio che tende a sfatare tale maledizione. Basandosi su diverse teorie (come la maggior esposizione mediatica e quindi la tendenza a far passare per notizia anche un normale calo sportivo che si combina anche con una fisiologica inflessione dopo avere raggiunto il punto più alto nella disciplina) e incrociando dati e stagioni dei ciclisti vincitori, l’indagine ridimensiona la negatività attorno alla maglia iridata, fino a smontare il caso.

La Nazionale femminile di hockey su pista ha concluso al settimo posto la sua avventura al Mondiale disputatosi a Iquique, in Cile, che ha visto il trionfo della Spagna vincitrice in finale, grazie al golden gol, per 3-2 sul Portogallo dopo essersi trovata in svantaggio di due reti. Tra le azzurre scese in campo durante la manifestazione c’è anche Maria Teresa Mele, esterno classe ’92 del Sinus Hockey Matera, legata al commissario tecnico Pino Marzella per una curiosità apparsa un paio di anni fa su diversi giornali: la Mele, infatti, è stata la prima giocatrice italiana ad aver disputato un match di Serie A maschile.

Il tutto è successo nell’aprile del 2014, quando Teta, questo il suo soprannome, ha fatto il suo esordio nella Pattinomania Matera, durante l’ultima partita stagionale di A1, contro il Breganze. La scelta fu di Pino Marzella, al tempo allenatore della squadra lucana, oggi coach della Nazionale femminile, che le fece giocare poco più di otto minuti, prima di essere sostituita, nell’incontro terminato 3-3.

Marzella, tra i più vincenti nella storia dell’hockey italiano, intuì la bravura della giovane atleta che dall’inizio della stagione si stava allenando con gli uomini e motivò la convocazione non per semplice “premio” di fine stagione, ma per aver dimostrato una crescita notevole e talento. Anche se il regolamento non lo vieta, nessun’altra società di A1 aveva precedentemente schierato una donna in campo: ci arrivò molto vicino Irene Actis che, nel 2000, andò in panchina con il Vercelli, senza mai esordire. Episodi simili si sono visti in A2, ma mai nella serie maggiore dove la Mele ha esordito non ancora 22enne.

Durante il Mondiale in Cile, la Mele, la più “anziana” delle spedizione dopo Giulia Galeassi del ’91 ed Elena Toffanin del 1989, ha fatto mangiare la mani ai tifosi azzurri per aver sbagliato tre rigori in una stessa partita, nel pareggio per 1-1 contro la Colombia.

Quella tra Argentina e Russia è una finale inedita nella storia dei Mondiali di futsal. Giunto alla ottava edizione, il campionato del mondo di calcio a 5 ha visto precedentemente un incontrastato duopolio con il Brasile vincitore di cinque titoli, spezzettato solamente dalla doppietta 2000 – 2004 della Spagna, in una ciclica sfida tra calcio sudamericano, ideatore e custode dello sport e calcio europeo che via via ha trovato sempre più sostenitori. Il duello Sudamerica – Europa, però, nel futsal ha ben presto abbandonato l’agonismo e si è spostato sulla politica: quelli che si disputano attualmente con cadenza quadriennale sono, infatti, i Mondiali organizzati dalla Fifa, da quando ha preso in mano la gestione del calcio a 5 a livello globale verso la fine degli anni ’80.

Il futsal, sin dalle sue origini com’è evidente il nome neolatino, è nato e si è diffuso principalmente in Sudamerica: padre e ideatore è Juan Carlos Ceriani, giovane insegnante di educazione fisica argentino ma trasferito a Montevideo che, sulla scia della popolarità acquisita dal calcio in Uruguay grazie al Mondiale del 1930, nello stesso anno ideò questa disciplina spinto dall’esigenza di far giocare a pallone i suoi allievi in una palestra chiusa anche quando fuori pioveva o sfruttando i campi da basket già esistenti. Impiegando al meglio le sue conoscenze plurisportive, Ceriani pensò di utilizzare regole prese da differenti sport: non snaturò quella principale del calcio, ovvero, non toccare la sfera con gli arti superiori, pensò al basket per il numero di giocatori da schierare in campo (5 per squadra) e alla pallamano per le dimensioni delle porte.

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Il merito di Ceriani è stato quello di dare una forma a un gioco che già veniva praticato approssimativamente nei vari paesi confinanti tra cui le favelas brasiliane: è proprio in Brasile questa disciplina si è affermata e ha preso quota col passare degli anni. Il fútbol de salón di lingua ispanica diventò futebol de salão (da qui la crasi in futsal) e nel 1971, a San Paolo, venne fondata la Federação Internacional de Futebol de Salão (Fifusa), la prima istituzione a governare il calcio a 5, comprendente 32 paesi e adottando le regole brasiliane. La Fifusa organizzò diverse manifestazioni per diffondere questa nuova disciplina sportiva fino ad arrivare a un embrionale mondiale di calcio (disputando due edizione nel 1982 e 1985), ma verso gli anni ’80 entrò prepotentemente la Fifa decisa a diffondere uno stile di football indoor con le sue proprie regole (per esempio, diversa gestione delle sostituzioni e pallone di dimensione più grande).

Nel 1988 l’organo federale con sede a Zurigo ottenne in toto la gestione del calcio a 5, l’anno dopo, a Rio de Janeiro si tenne una riunione della Fifusa con l’intento di entrare nella Fifa, ma in molti votarono contro. Dopo mancati accordi e tentativi di unificazione, la Fifusa pian piano si dissolse e dalle sue ceneri, nel 2002, è nata in Paraguay, tra i Paesi che più rifiutarono l’omologazione con la Fifa, l’Asociación Mundial de Futsal, l’Amf, che comprende 40 federazioni nazionali e il ripristino delle regole originarie.