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Si è uomini prima di essere calciatori. Quando ti ritiri dal mondo del calcio, rimane solo il ricordo di quello che hai fatto, vittorie, sconfitte, gioie e delusioni vengono archiviate e rimangono lì sospese nelle memorie di una lunga cronologia. Quando appendi le scarpe al chiodo, qualsiasi scelta fatta, qualsiasi “tradimento sportivo” compiuto e non digerito dai tifosi, dovrebbe restare lì appeso al medesimo chiodo. Dovrebbe.

Ci si dimentica troppo spesso che prima di essere sportivi, prima di avere un contratto, dei soldi, una vita tranquilla e spensierata, si è uomini. O meglio, che non tutti i calciatori decidono di seguire la vita stereotipata, quell’essere omologato che segue il successo per appesantire il proprio portafoglio da sventolare dinanzi a qualche bella donna.

E chissà quanti ne hai visti e quanti ne vedrai di giocatori che non hanno vinto mai ed hanno appeso le scarpe a qualche tipo di muro e adesso ridono dentro a un bar, e sono innamorati da dieci anni con una donna che non hanno amato mai….

Quando De Gregori scrisse questa canzone chissà se aveva in mente proprio Agostino Di Bartolomei. I suoi compagni lo soprannominarono Sant’Agostino per quanto era insensibile alla bella vita: lui e il lusso orbitavano su due mondi lontani, inconciliabili. Rappresentava l’eccezione, ma non fu capito.

E’ stato il capitano della Roma, per molti ancora lo è: dalle giovanili giallorosse in prima squadra, saltando pochissime partite, rimediando una sola espulsione e conquistando quella fascia da capitano che ha onorato con orgoglio e con rispetto ed educazione sportiva per anni, gli stessi anni che hanno portato la Roma a vincere il suo secondo Scudetto, tre Coppe Italia e a raggiungere l’ambita finale di Coppa dei Campioni, persa poi ai calci di rigore contro il Liverpool.

Coincidenza quella partita si giocò proprio all’Olimpico di Roma. Un’altra coincidenza, drammatica, è che fu disputata il 30 maggio del 1984. Chi è di Roma, chi conosce la storia di questa squadra, sa che nella vita di questo prestigioso club possono passare pochissimi treni: accarezzare l’idea di trionfare nel proprio stadio, davanti ai proprio tifosi, familiari e amici e poi vederla frantumare in mille pezzi dopo aver sbagliato dei calci di rigore, è un peso insopportabile per molti. Fa troppo male pensare a quanto tempo deve trascorrere per rivivere una partita di tale prestigio e provare a cambiare l’esito e la storia.

«Non è da questi particolari che si giudica un giocatore…», aggiungeremmo che non è da questi particolari che si giudica una squadra, ma sappiamo che non è sempre vero: in molti pensano che essere secondi significa non essere nessuno, significa gettare e dimenticare tutto il percorso, gli ostacoli superati, le emozioni provate per raggiungere quel gradino più basso. Ago (così lo chiamavano i tifosi), da capitano, da romano, percepisce la delusione di tutto l’ambiente che lo circonda, anche lui è amareggiato, ma da leader non la mette in pubblico, anzi è il primo a voler ripartire, a voler immediatamente provare a rifarsi, a prendere una rivincita.

Ma non viene capito. Non gli viene data questa possibilità, viene trattato come un “semplice” calciatore, uno dei tanti che va e viene: ceduto senza troppe spiegazioni al Milan. Una doppia sconfitta per Di Bartolomei, quella più pesante però non avviene sul campo, contro gli inglesi, ma nel suo cuore, viene ferito nell’orgoglio, lo stesso che lo portò ad andarsene senza fiatare, solo con la mente proiettata a rispettare il nuovo contratto. Nessuna riconoscenza per il capitano dello Scudetto da parte dei dirigenti, pochissima invece da parte di alcuni dei suoi ex-tifosi che proprio in un Roma – Milan lo accolsero da traditore, da colui che abbandona la nave prima che affondi. Solo pochi mesi prima, alla sua ultima passerella con la maglia della Lupa, la Sud gli dedicò uno striscione con su scritto: «Ti hanno tolto la Roma ma non la tua curva» . Come darsi una spiegazione? Immaginava di chiudere la carriera con addosso l’unica vera maglia della sua vita e invece si ritrova in una città del nord, fredda, distaccata per i suoi gusti. Si è sentito tradito da coloro che lo etichettavano come traditore, non ebbe mai modo di riconciliarsi, di riappacificarsi con l’ambiente giallorosso: né un ruolo dirigenziale, nemmeno un ruolo all’interno dello staff. Il suo sogno era allenare i bambini, per fargli crescere con la passione genuina nel tirare un calcio al pallone, perché era quello che credeva veramente. Niente: era semplicemente considerato come un ex giocatore della Roma. Non si scoraggiò, fondò una piccola scuola di calcio a San Marco. Era deluso dagli altri, ma era contento.
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L’immagine è quella di un esiliato che lascia nella sua patria affetti, amici, ricordi, la sua vita insomma; fa di tutto per riottenerla e invece viene ignorato. Lui questo non riuscì mai ad accettarlo nemmeno dopo il ritiro dal mondo del calcio: la mattina del 30 maggio 1994, impugna la sua calibro 38 e spara un colpo. In molti hanno creduto ad una beffarda coincidenza, un sincronismo ricercato e voluto tra la finale del 1984 e il suicidio: stessa data, dieci anni più tardi, dai riflettori dell’Olimpico che illuminano un 29enne all’apice della carriera, al silenzio, alla malinconia che lo attanagliavano, a 39 anni, e lo distruggevano. Da quel momento in poi il 30 maggio verrà ricordato dai tifosi romanisti non più per quella rocambolesca partita, ma per la sua scomparsa. Ho scelto volontariamente di non parlare troppo della sua carriera, di non descrivere il ruolo che aveva in campo, delle sue splendide punizioni, delle sue bombe e dei suoi interventi energici in mezzo al campo. Ho semplicemente voluto raccontare di un uomo che si celava dietro la sagoma di un calciatore…
Dal profondo del tempo come un rimpianto ora rinasci tuquesto mondo coglione piange il campione  quando non serve più ci vorrebbe attenzione verso l’errore oggi sarebbe qui  se ci fosse più amore per il campione oggi saresti qui. Ricordati di me mio capitano  cancella la pistola dalla mano tradimento e perdono fanno nascere un uomo ora rinasci tu… [Antonello Venditti – Tradimento e perdono]

Da cinque stagioni Torino-Milan termina col segno X. Non solo. Il risultato più ricorrente dal 1929/1930 è il pareggio per 1-1. Se a tutto ciò, aggiungiamo che all’andata fu risultato ad occhiali… FootStats.it, realtà specializzata in statistiche del calcio italiano, ha concentrato le proprie attenzioni sul big match in programma domenica alle 20:30, sfida che potrebbe valere un biglietto
per la prossima edizione della Champions League.

UNA CLASSICA ALL’INSEGNA DEL PAREGGIO

Il bilancio dei 72 incontri disputati fino a oggi in Serie A strizza l’occhio ai padroni di casa. Il Torino è in vantaggio per numero di vittorie, 20-17, pur avendo marcato meno del Milan, 90-95. Stranamente c’è un unico precedente alla 34esima giornata di campionato e, guarda caso, andato in scena proprio quando il calendario riportava la data del 28 aprile. Era la stagione 2006/2007, l’incontro terminò col punteggio di 0-1 e Seedorf nel ruolo di man of the match. A destare attenzione sono però altre statistiche, vale a dire quelle prodotte negli ultimi anni. E’ dal 2013/2014, difatti, che i Torino-Milan terminano in pareggio. Una striscia lunga 5 match: per due volte c’è scappato il 2-2, in tre circostanze l’1-1. Non c’è quindi da meravigliarsi nello scoprire che i risultati più ricorrenti dal 1929/1930 sono l’1-1, 14 presenze, lo 0-0, uscito per 11 volte, infine, il 2-2, che vanta 8 caps.

Senza scordarci che il Torino in questo campionato ha già fatto 14 pari (solo la Fiorentina ne conta un numero maggiore), ma solamente 2 fra le mura di casa; mentre il Milan segue con 11 (oltre ai già citati viola e granata ha davanti il Sassuolo), di cui ben 7 in trasferta. E un girone fa MilanTorino fu 0-0.

Di seguito il bilancio dei precedenti Torino-Milan di campionato:
72 incontri disputati
20 vittorie Torino
35 pareggi
17 vittorie Milan
90 gol fatti Torino
95 gol fatti Milan
E quello assoluto in Serie A:
145 incontri disputati
31 vittorie Torino
55 pareggi
59 vittorie Milan
141 gol fatti Torino
223 gol fatti Milan

Chiudiamo ricordando che il Torino non batte il Milan dalla decima giornata della Serie A 2001/2002: un 1-0 firmato Lucarelli. In seguito fra gare in casa e fuori i rossoneri hanno fatto punti in 22 occasioni: 11 successi più 11 pareggi.

Corse di cavalli, piogge torrenziali, maglie scambiate con rispetto. C’è questo ed altro nella partweeta della domenica delle Palme del campionato. Ecco le dieci migliori perle che il web ha offerto nel weekend prolungato fino al lunedì.

Darsi all’ippica

I’m coaching in the rain

Gli scambi di maglia, quelli belli

Buone Palme

I promessi sposi

Social down

Photoshop

Talismani

Spalletti style

Eppure…0-0

Polemiche da Fabbri, ruggiti da capitano, profezie illuminate e conferenze a due. Torna la partweeta nel turno che ha praticamente consegnato l’ottavo scudetto consecutivo alla Juventus, in attesa del punto che i bianconeri inseguono sabato a Ferrara contro la Spal.

Proposta di matrimonio


Fabbri in prova


Abbassare il volume


Il ritorno di Zequila


Paragoni ingombranti


Amarcord

Conferenze a due


Ripetiamo insieme: il danno procurato non esiste


Profezie


Evviva il telecomando

E’ primo aprile, è lunedì ma già da domani si torna in campo per la 30ma giornata di serie A. Compleanni importanti per Arrigo Sacchi (73 anni), Alberto Zaccheroni (66), Giancarlo Antognoni (65). Mettetevi comodi, fermatevi un attimo e ripercorrere l’ultimo turno di campionato in dieci imperdibili tweet.

Reincarnazione


Esempi


Lezione zen


Scampato pericolo

Prenderla con cultura


Corsi e ricorsi


Una scala per il paradiso


Sobrietà


In fake stat virtus

Pace e bene

A settembre compirà 30 anni, eppure ha lasciato il ricordo di una meteora che sarebbe potuta diventare una stella. E invece è rimasto fermo alle gesta di quando non aveva neanche 20 anni. Dieci anni fa Alexandre Pato era considerato uno dei giovani più promettenti sul panorama internazionale. Oggi riparte per la seconda volta dal San Paolo dopo i due anni in Cina nel Tianjin Quanjian. Ha firmato un contratto fino al 2022 scegliendo il club che ha battuto la concorrenza di Palmeiras, Santos e Galatasaray.

Un talento fermato da un fisico fragile

Pato, tuttavia, non potrà disputare il campionato paulista (dello Stato di San Paolo) perché la lista da presentare alla federazione scadeva il 22 marzo. Potrà rifarsi nel Brasileirao, con l’esordio tra un mese contro il Botafogo. Per il Papero è la terza esperienza in patria. Esploso nell’Internacional di Porto Alegre, dove ha militato nelle giovanili, Pato era approdato al Corinthians dopo gli anni rossoneri. Prima di emigrare in Cina era passato, senza troppe fortune, da Chelsea e Villareal, racimolando solo 26 presenze (di cui la miseria di due gettoni con i Blues) e 7 reti tra il 2014 e il 2016.

La prima parentesi al San Paolo era stata di tutto rispetto. Tra il 2014 e il 2016 scende in campo in 100 partite segnando 38 gol, solo 26 nel 2015 con il titolo di capocannoniere del club. Poi il biennio in Cina con 46 centri in 58 partite. Numeri confortanti lontani, però, da quel calcio europeo in cui aveva fatto sognare i tifosi del Milan. Pato si mette in vetrina quel 13 gennaio 2008 con quell’esordio pirotecnico contro il Napoli. I continui guai fisici gli impediranno di esprimere a pieno il suo potenziale, visto solo a sprazzi. Come nelle notti europee da ricordare al Bernabeu (prima vittoria del Milan contro il Real a domicilio) o al Camp Nou. Eppure, se chiedete a un tifoso del Diavolo di Pato, molti vi ricorderanno il mancato scambio con Tevez nel 2012 a causa della relazione dell’attaccante brasiliano con Barbara Berlusconi.

A 50 anni Marco Simone riparte dalla Thailandia. L’ex attaccante del Milan negli anni ’90 è il nuovo tecnico del Ratchaburi, che milita nel massimo campionato con soli tre punti in quattro giornate. Dopo la vittoria nella prima giornata di campionato, il club fondato nel 2004 ha collezionato tre ko consecutivi. Così la società ha chiamato Simone che non allenava da un anno e mezzo. L’ultima esperienza era stata in Tunisia, nel Club Africain, dove era stato esonerato nel novembre 2017.

Dal Milan al Psg

Ai più giovani il nome di Marco Simone non dirà niente, eppure è stato uno dei protagonisti del Milan vincente di Berlusconi negli anni ’90. Dopo l’epopea di Sacchi e degli olandesi, arrivò l’era Capello. In quella squadra, da prezioso attaccante di scorta, Simone riuscì a ritagliarsi un ruolo da protagonista: otto anni in cui segna 74 gol in partite. Condivide il posto in attacco con i vari Massaro, Weah, Baggio, Papin. Nel 1997 è uno dei primi italiani, assieme, tra gli altri, a Vialli, Zola, Ravanelli, a emigrare all’estero. Va in Francia al Paris Saint Germain, segnando ben 22 gol in 43 partite.

Francese d’adozione

Nel 1999 va a Montecarlo nel Monaco, orfano dei vari Henry e Trezeguet. Con i monegaschi vince la Ligue 1 e viene eletto miglior calciatore straniero da France Football. Gli ultimi anni della carriera trascorrono con i ritorni poco fortunati al Milan e al Monaco, prima di concludere la carriera a Nizza e Legnano. Da allenatore riprende da dove aveva terminato, ovvero nel Principato. Poi gli anni tra Losanna, Tours e Laval prima di superare i confini e andare in Tunisia. Ora l’esperienza al Ratchaburi per provare a rilanciarsi in panchina.

Il cognome Maldini in casa Milan equivale a leggenda. I successi di Cesare, la gloria di Paolo e ora cresce un giovane Daniel.

Sì perché i figli del grande ex capitano rossonero crescono in maniera rapidissima. Il primogenito è Christian classe ’96 e gioca come difensore nell’Alma Juventus Fano, il più piccolo è proprio Daniel: classe 2001 e gioca nelle giovanili del Milan come attaccante.

La giovanissima punta sta ben figurando nella 71esima edizione della Viareggio Cup che si sta tenendo questi giorni. Nell’ultima uscita ha addirittura realizzato una doppietta che ha permesso ai rossoneri di battere lo Spezia per 3-2.

La ciliegina sulla torta per il figlio d’arte è arrivata anche dalla maglia azzurra. Infatti il ct della selezione dell’Under 18, Daniele Franceschini, ha convocato Daniel in vista dell’amichevole con i coetanei olandesi.
Oltre seimila giorni dopo l’ultima volta di Paolo in azzurro (il nefasto ottavo mondiale 2002 contro la Corea), dunque un altro Maldini raggiunge la Nazionale varcando le soglie delle giovanili.

L’attaccante rossonero sin qui ha messo a segno 9 reti tra Primavera e torneo di Viareggio, facendosi appunto notare. Il cognome che porta sulle spalle è pesante ma è anche motivo di orgoglio per quello che la famiglia Maldini è stata per il mondo milanista.

Dotato di una buonissima tecnica, Daniel è bravo anche da calcio piazzato. Proprio la seconda rete contro gli spezzini è arrivata da calcio di punizione.

Nel giro di qualche settimana è diventato imprescindibile per il gioco di Gattuso e per tutti i fantallenatori che hanno puntato su di lui nel mercato di riparazione, ma c’è chi di Paquetà se n’è dimenticato.

Il centrocampista del Milan e della nazionale brasiliana non è stato inserito nel videogame di calcio più famoso al mondo: Fifa 19 della EA Sports.

In particolare il numero 39 carioca è impossibile ritrovarlo all’interno della modalità FUT (Fifa Ultimate Team) che, negli ultimi anni, è diventata la piattaforma più utilizzata da tutti i game player del mondo.

Per i tanti appassionati, il brasiliano ex Flamengo è diventato uno dei calciatori chiave del Milan di Rino Gattuso, tant’è che ha disputato tutte le partite da quando è arrivato a Milanello, con diverse giocate di qualità. Purtroppo però, per i giocatori di Fifa FUT ciò risulta ancora irrealizzabile, perché la EA Sports l’ha inserito solamente nelle rose offline con il potenziale di 79, con potenziale massimo 89.

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Il valore di Paquetà all’interno di Fifa 19

Pare che Paquetà non sia il solo. Anche l’argentino Leandro Paredes è stato dimenticato dal gioco. L’ex Zenit San Pietroburgo, da gennaio al Paris Saint Germain che l’ha pagato oltre 40 milioni di euro, risulta ancora assente.

I tifosi invocano il suo inserimento che arriverà prima o poi.

Come nei passi della vita che ci chiama a scegliere che strada percorrere arrivati a un bivio, anche nel calcio fattori contingenti posso determinare il flusso del futuro. Noi non sapremo mai se senza gli infortuni di Biglia e di Bonaventura e le conseguenti scelte obbligate di Rino Gattuso, avessimo potuto davvero apprezzare l’attuale Tiémoué Bakayoko.

Il francese contro l’Empoli ha probabilmente giocato la migliore partita con la maglia del Milan, un 7 in pagella pieno che alza la sua media che, dall’inizio della stagione, ha visto troppe insufficienze. Prestazioni che avvaloravano l’oscura annata al Chelsea, dubbi sull’operazione di mercato – 5 milioni per il prestito e riscatto a 35 – e un’inadeguatezza di inizio stagione coincisa con le brutte rimonte subite da Napoli e Atalanta.

 

 

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Proud and fortunate to have met such legends of the club 💪🏾🔴⚫️ #forzamilan

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Partita dopo partita, Bakayoko è diventato il leader del centrocampo rossonero. E anche dei tifosi che, nel giro di 40 giorni durante la sessione di mercato invernale, si sono ritrovati con tre nuovi beniamini: Piatek, Paquetà e proprio il centrocampista francese al punto che la società lo ha scelto come testimonial su Instagram per presentare la maglia vintage disegnate per i 119 anni del Milan.

Parliamoci chiaro: l’ex centrocampista del Monaco con cui ha vinto la Ligue1 ha un fisico fuori parametri per gli standard della Serie A. Con i suoi 190 centimetri d’altezza, petto e spalle possenti, gambe robuste è atleticamente “diverso” dagli altri avversari e, una volta “scolarizzato”, diventa davvero complesso girargli attorno. Perché nonostante il mismatch Tiémoué non è un calciatore falloso, contro l’Empoli ha recuperato otto palloni in 80 minuti, un numero che sintetizza il suo momentaneo dominio nel campionato italiano.

Ovviamente ciò che dà in fase di non possesso, perde in fase di impostazione con un’espressione di gioco evidentemente diversa da Biglia, più playmaker e accentratore. Al momento, l’allenatore del Milan, sta ovviando con due soluzioni tattiche: molte volte Ricardo Rodriguez gioca in una posizione ibrida tra terzino e terzo centrale proprio per incaricarsi di giocare il pallone in avanti; oppure quando il turco Calhanoglu ha agito da mezzala è stato lui ad abbassarsi per impostare da dietro.

L’arrivo di Lucas Paquetà è la chiave di volta: il brasiliano è entrato talmente tanto in sintonia da non aver saltato una partita dal suo arrivo e Gattuso non ci ha pensato su due volte nel buttarlo nella mischia, già bello e pronto. Un impatto continuativo, qualità di palleggio, inserimento e geometria, che racchiudono tutte le caratteristiche della mezzala moderna, lasciando a Kessiè e Bakayoko i muscoli necessari.

 

 

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Happiness 😁😁 #2019

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