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Il 3 settembre, il primo ministro delle Bahamas, Hubert Minnis,  ha parlato «della più grande crisi nazionale nella storia del nostro paese», dichiarando inoltre che dal passaggio dell’uragano risultano disperse circa 5.500 persone e che ci sarebbe voluto moltissimo tempo per avere un quadro chiaro e definitivo dei danni.

L’uragano Dorian ha lasciato dietro di sé un’eredità di morte e distruzione. Finora sono  50 le vittime accertate, una cifra solo parziale a fronte di migliaia e migliaia di dispersi, oltre ai danni valutati finora sui 7 miliardi di dollari. Anche il mondo NBA è stato colpito al cuore dalla tragedia occorsa all’arcipelago che, fra i tanti, ha dato i natali anche alla guardia dei Sacramento Kings Buddy Hield e al lungo dei Phoenix Suns Deandre Ayton. Entrambi hanno donato di tasca propria 100.000 dollari ma l’impegno dei due giocatori non finisce qui: il primo ha aperto un fondo dove chiunque può donare in supporto alla popolazione colpita (che al momento ha raccolto più di 180.000 dollari) mentre il secondo ha coinvolto tutta la comunità dei tifosi dei Suns per raccogliere quei beni di prima necessità necessari nell’arcipelago colpito dall’uragano.

Gesti e denaro sicuramente fondamentali per le popolazioni colpite da Dorian, che da oggi possono anche contare sull’aiuto di uno dei più grandi giocatori di sempre, Michael Jordan, che ha scelto di donare di tasca propria un milione di dollari:

Sono rimasto devastato nel vedere la distruzione portata dall’uragano Dorian alle Bahamas, dove possiedo degli immobili e dove mi reco spesso in visita. I miei pensieri vanno a tutte le persone che stanno soffrendo e a chi ha perso i propri cari. Mentre gli sforzi per avviarsi verso un recupero continuano, voglio monitorare di persona la situazione e identificare quelle organizzazioni no profit che potranno utilizzare al meglio i fondi a disposizione, generando il massimo impatto possibile. La gente della Bahamas è forte, non molla mai: spero che la mia donazione possa aiutarli a riprendersi in fretta da questa catastrofe

Non è la prima volta che MJ si dimostra così sensibile all’impatto devastante degli uragani sulle zone colpite: l’anno scorso la sua donazione a favore della gente North Carolina (lo stato da cui lui proviene, dov’è andato al liceo e al college) all’indomani del passaggio dell’uragano Florence era stata addirittura di due milioni di dollari.

Dopo i sogni, bisbigli, rinvii e notizie ufficiose e ufficiali ora il secondo capitolo di Space Jam ha una data e segnamocela: 16 luglio 2021. Ad annunciarlo, oltre la casa di produzioen è Lebron James che si unirà al team Toon Squad di Bugs Bunny in quella che è stata una pellicola storica che ha segnato la carriera di Michael Jordan anche fuori dal parquet Nba.

Il tweet di King James dal suo profilo ufficiale

Ovviamente la foto postata è ancora un photoshop dato che le riprese inizieranno solamente in estate durante la pausa Nba.
La notizia del film era stata ufficializata già lo scorso settembre, quando LBJ23 ha postato un foto su Instagram che ritraeva uno spogliatoio con gli armadietti e con i nomi di LeBron, Bugs Bunny, Terence Nance (regista) e del produttore Ryan Coogler.

 

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👀👀👀 #JustAKidFromAkron 👑 X #ToonSquad 🥕 @springhillent

Un post condiviso da LeBron James (@kingjames) in data:

Quindi, il cestista più famoso e forte degli ultimi tempi si sfilerà la canotta dei Los Angeles Lakers e sostituirà il grande Michael Jordan per quello che sarà una grande apparizione cinematografica.

Dopo ben 22 anni, era il 1996, i personaggi dei Looney Tunes torneranno a calcare il parquet di basket per una nuova avventura adatta a grandi e piccini.

La pellicola Space Jam 1 ha riscosso un grandissimo successo, grazie proprio alla presenza dell’allora campionissimo Michael Jordan. La pellicola ottenne oltre 250 milioni di dollari di incassi. Le riprese cominceranno nel 2019, durante la pause della stagione Nba.

La famosa copertina della pellicola di ben 23 anni fa

Per il quattro volte MVP Nba, sarà la seconda esperienza cinematografica dopo la commedia del 2015 Trainwreck. Chissà se la presenza di James nel sequel di Space Jam alimenterà ancora di più quei dibattiti su chi tra James e Jordan sia il più forte di tutti i tempi. Anche per questo non è chiaro se l’ex numero 23 dei Chicago Bulls parteciperà alle riprese per fare una comparsa.

Ora bisogna solo aspettare per capire quali saranno i “compagni di squadra” e di avventura di LeBron. Se nel Space Jam del ’96 accanto a Michael Jordan (prima di perdere il talento e trasformarsi nei temutissimi Monstars) erano apparse leggende come Patrick Ewing, Charles Barkley, Muggsy Bogues, Larry Johnson e Shawn Bradley, le proposte per una parte nel secondo capitolo certo non mancano. A chiamare in causa LBJ sul suo profilo Instagram per una collaborazione si sono già fatti vivi diverse stelle Nba, da Evan Turner a Larry Nance Jr, passando per Matthew Dellavedova e Jeff Green, fino a Shareef O’Neal, il figlio di Shaquille.

Sono trascorsi oltre trent’anni da quella famosa notte dell’All Star Game Nba in cui Michael Jordan ha segnato la storia della pallacanestro, al limite del paranormale.

Era la sera del 6 febbraio 1988 e nello storico Chicago Stadium (demolito nel ’94 per far posto all’attuale United Center) andava di scena una delle finali di Slam Dunk Contest (il minitorneo Nba sulle schiacciate) più belle e avvincenti di sempre.

L’atto finale dell’evento mise a confronto due campioni dell’Nba di quel periodo, Dominique Wilkins stella degli Atlanta Hawks e appunto il grande Michael Jordan con la maglia n°23 dei Bulls.

Uno scontro bellissimo tra i due fuoriclasse al limite della perfezione e dell’equilibrio.

Al primo turno, infatti, Wilkins è il migliore (96) con Jordan secondo (146, con una dunk da 50, massimo possibile). I due si ritrovano in finale, uno di fronte all’altro. Tre schiacciate a testa, un 45 e due 50 per “The Human Highlight Film”. MJ avrebbe dovuto registrare un 48 per eguagliarlo e un 49 per batterlo nell’ultima dunk in programma.
Serviva qualcosa di inimmaginabile per rompere quella parità e Michael Jordan lo ha fatto.

Foto saltata fuori qualche anno fa, scattata da qualche tifoso sugli spalti del Chicago Stadium

E quando il grande Larry Bird disse la famosa frase: “Penso sia semplicemente Dio travestito da Michael Jordan”, in quel preciso istante non ha avuto tutti i torti.

Nell’ultima schiacciata dalla lunetta, Jordan sfoderò un colpo micidiale un salto in cui il campione americano rimase per qualche secondo fermo, prima di schiacciare la palla con forza nel canestro, con conseguente visibilio del pubblico presente. Ovviamente non fece ne 48 e ne 49, bensì 50 l’en plein. Una schiacciata da vero “Air Michael Jordan”.

Un gesto unico che tuttora è nella mente di ogni amante della pallacanestro. Un schiacciata che ora è anche un famoso brand sportivo. Inizialmente nata come marchio di scarpe, la Air Jordan ora è abbigliamento in mano alla Nike che ne ha fatto per sempre Michael ‘Air’ Jordan. Dall’inizio della stagione europea di Champions League, il brand ha realizzato il primo storico completino da calcio per il Paris Saint Germain.

Non solo, quel magnifico gesto è stato ripetuto anche nel famosissimo film “Space Jam” in cui Michael Jordan interpretava se stesso e giocava a basket con i personaggi della Warner Bros, i Looney Tunes.

Tornando a quella sera, rimase a bocca aperta perfino Doctor J. Julius Erving, il primo a far diventare quel gesto un’opera d’arte sportiva. Da quella sera in poi si capì che la Nba aveva il suo nuovo re ed era definitivamente sbocciato il migliore giocatore della storia del basket.

Se pensi a Michael Jordan, istintivamente, di seguito, ti verranno in mente il logo dei Chicago Bulls, lo spettacolo dell’Nba, i sei anelli vinti con due Three-peat (91-92-93 e 96-97-98), il film Space Jam con i Looney Tunes e il numero 23. Talmente cucito addosso che è diventato icona da venerare e rispettare negli anni da appassionati e sportivi. Massimo Ambrosini, ex-centrocampista del Milan, per esempio, ha scelto il 23 come numero di maglia proprio in onore di MJ. I Miami Heat, squadra in cui Jordan non giocò mai, la ritirarono nel 2003.
La storia del prestigioso numero, fatto di adii, ritiri e ritorni lega sua maestà Jordan in un rapporto simbiotico ed eterno, ma in realtà, “l’incontro” fu abbastanza fortuito e forzato.

Durante il periodo all’High school, Jordan dovette decidere il numero da indossare: lui voleva il 45, ma all’epoca era lo stesso numero che vestiva suo fratello Larry. Air Jordan decise quindi di dimezzare il numero 45 arrotondandolo, poi, per eccesso: ecco come nasce il 23.
In realtà il rapporto con il 45 avrà più di un seguito: è con questo numero che, nel 1994, dopo il momentaneo ritiro dal basket, affrontò la sua modestissima avventura nel baseball, in Minor League, con i Birmingham Barons; ed è con lo stesso 45 che, nel 1995, annunciò il suo ritorno in Nba.

È il 18 marzo 1995 quando, alle 11:40, venne diramato un breve comunicato: «Michael Jordan ha informato i Bulls di aver interrotto il suo volontario ritiro di 17 mesi. Esordirà domenica a Indianapolis contro gli Indiana Pacers».
Il giorno dopo, durante una conferenza stampa, che Michael Jordan disse una semplice frase destinata a rimanere nella storia: «I’m back» (Sono tornato).
Essendo, però, la mitica 23 ormai ritirata e appesa al soffitto del nuovo United Center in segno di devozione e rispetto, Michael scelse di usare il 45.

Fu accolto da tutti come un eroe, ma qualcosa in lui non funzionava: giocò 17 partite, le peggiori in regular, per media punti e tiro dal campo, dal 1986 al 1998.
Episodio chiave il 7 maggio 1995, gara-1 della semifinale della Eastern Conference tra Orlando e Chicago, partita 17esima per Jordan. I Magic vinsero con un canestro, a sei secondi dalla fine, firmato Horace Grant su clamoroso recupero su Michael Jordan.

MJ non ci pensò su due volte: niente da fare, si cambia numero. Tre giorni dopo, in gara-2, la stella dei Chicago si ripresentò in campo col 23, all’insaputa di tutti, compagni inclusi. L’Nba non gradì e multò i Bulls di 25mila dollari per non aver comunicato il cambio di numero. Ma a Chicago questo non importava: Jordan fu di nuovo Jordan, con uno show da 38 punti che regalò ai Bulls l’1-1 nella serie.

Qualche giorno dopo, Jordan disse:

Penso sia stato un problema di fiducia. Il 23 è quello che sono e me lo terrò fino a quando non smetterò di giocare a basket. Quindi perché cercare di essere qualcun altro?

E’ uno tra i simboli più tatuati dagli statunitensi, scrive, nel saggio critico “No logo”, l’autrice Naomi Klein. Parliamo dello Swoosh, il logo universalmente riconosciuto della Nike, una delle società d’abbigliamento che più si è legata allo sport e alle gesta degli atleti. Con un fatturato che nel 2015 ha superato  i 30 miliardi di dollari, negli anni, Nike è diventato il primo produttore mondiale di accessori e abbigliamento sportivo, soprattutto per il calcio, il basket, il tennis e diverse discipline atletiche.

Nike Inc. nasce il 25 gennaio 1967, su idea di un allenatore, Bill Bowerman, e di uno studente di Economia, Phil Knight, per importare scarpe sportive dal Giappone. Fu scelto Il nome “Nike” perché nella mitologia greca l’omonima dea simboleggiava la vittoria. A guardar bene, infatti, lo Swoosh rappresenta la  dinamicità stilizzata della dea alata Nike di Samotracia.

Dalle scarpe alle magliette, dagli orologi ai polsini, il brand è entrato prepotentemente nella nostra quotidianità, cavalcano lo slogan “Just do it” ed efficaci campagne pubblicitarie. Dallo spot girato dalla Nazionale di calcio brasiliana in aeroporto, a Michael Jordan, siamo rimasti incollati davanti allo schermo e ancora oggi ricordiamo con affetto queste pubblicità.
Qui di seguito, abbiamo raccolto gli spot che hanno aumentato la popolarità del marchio portandolo alla supremazia attuale:

1988 – La prima volta di “Just do it”

La prima volta che il mondo si accorge di queste tre semplici parole è in uno spot televisivo del 1988. Si vede Walt Stack, allora 80eene corridore, correre a petto nudo lungo il Golden Gate Bridge di San Francisco, mentre dice al pubblico che corre 17 miglia ogni mattina. “Just Do It” è stato un spartiacque per l’azienda: a metà degli anni ’80, infatti, aveva perso negli Stati Uniti il dominio sulla vendita delle scarpe sportive. Questo passo è stato decisivo per il definitivo rilancio;

1991 – Ci vuole il rock: Agassi e i Red hot

Esplode la carica degli anni ’90 e la Nike pensa di miscelare rock e sport, dimostrando di poter spaziare e accogliere le icone più trend del momento. Per la musica ecco i Red Hot Chili Peppers, mentre come atleta sportivo si sceglie il ribelle, alternativo e un po’ punk nell’anima: la folta chioma (che poi perderà) del tennista Andre Agassi;

1995 – La sfida infinita: Agassi contro Sampras

E’ ancora il tennis a proiettare la Nike in una nuova dimensione. Questa volta scende in strada, tra i comuni passanti. La forza espressiva del marchio è talmente forte da piazzare nello spot una delle rivalità sportive più acri e suggestive: Agassi contro Sampras. Lo spot “Guerrilla-tennis”, definito come uno dei migliori 25 sportivi da Espn, è un incontro improvvisato tra le vie di New York con gli spettatori sorpresi e poi entusiasti;

1996 – Il calcio va all’inferno

Com’è facilmente intuibile, il calcio (soccer) in America è partito un paio di gradini al di sotto rispetto basket, baseball o anche tennis. Nel corso degli anni è diventato sempre più popolare anche se la Nike, attenta anche al mercato europeo, ha sempre avuto un occhio di riguardo al calcio nostrano.
Nel 1996 fa centro con uno spot mitologico che vede Maldini, Ronaldo, Brolin, Rui Costa, Kluivert, Campos chiamati a salvare il calcio da orrendi e maligni diavoli. Il tocco finale è un must ancora oggi: Cantona che si alza il colletto e prima di perforare il portiere esclama: “Au revoir”.
La Nike, in seguito, realizzerà tante altre campagne sul calcio (ricordiamoci Ronaldo e il Brasile in aeroporto o tutto il capitolo sulla “gabbia” o il “joga bonito”), ma questo spot di metà anni ’90 è una tappa miliare e unica;

1996 – “I’m Tiger Woods”

Nello stesso anno, Nike decide di puntare e investire su un ragazzo, un golfista, da poco passato ai professionisti. Crede nelle potenzialità del ragazzo e gli dedica una campagna ad hoc semplice ed efficace, tanto da rimanere in testa per giorni e giorni. Bambini e ragazzini, in successione, pronunciano «I’m Tiger Woods»: è la presentazione al mondo di quello che per molti sarà considerato il più grande golfista di sempre e tra i migliori sportivi.
La carriera di Woods non ha bisogno di ulteriori parole: già nel 1997 vince il Masters a 21 anni e 3 mesi risultando il più giovane vincitore nella storia del torneo;

2001 – Dopo il rock, ora tocca all’hip hop

E’ probabile che quella generazione di ragazzini si sia appassionata all’hip hop e al basket vedendo questo spot. Una scarica di adrenalina, la voglia di prendere in mano la palla e fare acrobazie e freestyle. Sfondo nero, luci soffuse, un beat creato dal suono dei rimbalzi della palla e dalle scarpe che scivolano sul parquet e si sforna un autentico capolavoro. Divenuto icona del nuovo secolo, lo spot è stato riadattato anche in versione “calcistica”;

2003 – Ciao Michael Jordan

Michael Jordan è la leggenda del basket. Michael Jordan per quasi due decadi è stato uno dei volti più di successo della Nike che già verso la fine degli anni ’80 aveva scommesso su di lui. Basta pensare che esiste una linea, “Air Jordan”, costruita esclusivamente sull’icona dei Chicago Bulls.
Nel 2003, all’annuncio del suo reale e definitivo ritiro come giocatore dall’Nba, la Nike, in preda alla nostalgia, gira uno spot sulla falsariga di quelli passati. C’è il regista Spike Lee nelle vesti di Mars Blackmom (nome di fantasia di questo personaggio molto amico di Mj) che persuade e prova a convincere il numero 23 a ritornare a giocare.
Una serie di infinite telefonate e poi alla fine del video, si sente dall’altra parte della cornetta Jordan che saluta. Poi “tu-tu-tu”. E’ la conclusione di un pezzo inarrivabile di storia. Divertente e un po’ triste allo stesso tempo;

2005 – Con le traverse di Ronaldinho esplode internet

Nike introduce il concetto di “viralità”, fenomeno di ipercondivisione ed emulazione che si diffonde attraverso la rete. Bastano solo alcune parole: Ronaldinho, Barcellona, quattro traverse (più una quinta che si sente in chiusura dello spot). Il capolavoro è servito;

2013 – 25 anni di “Just do it”

La Nike, come visto con Spike Lee, ha ciclicamente chiesto la partecipazione di attori, registi e addetti allo spettacolo. Per celebrare i 25 anni dalla nascita dello slogan, si serve della voce di Bradley Cooper per narrare le gesta dello spot dal nome “Possibilities”.
E’ un invito a non mollare mai, a credere in quello che si fa: fatica, sudore e sconfitte forgiano gli atleti vincenti di domani. Così, si arriva a giocare assieme a Piqué (difensore del Barcellona) o a sfidare Serena Williams o LeBron James.
Inutile dirlo, la campagna è diventata subito virale, ottenendo più di quattro milioni di visualizzazioni nella prima settimana di lancio;

Ora la palla passa a voi: quali spot vi sono rimasti più impressi?

Il passaggio dell’uragano Florence sulla costa Est degli Stati Uniti ha provocato, finora, la morte di almeno 32 persone. E’ l’ultimo bollettino diramato dalle forze dell’ordine, seppur provvisorio: l’ultima vittima è deceduta in Virginia, a Richmond, in seguito al passaggio delle tempesta che continua a spostarsi verso Nord provocando allagamenti e inondazioni. E come se non bastasse, oltre alle catastrofiche precipitazioni, si aggiunge la minaccia tornado con veicoli ribaltati e case e strutture distrutte.

 

Anche la North Carolina è in ginocchio, così Michael Jordan, leggenda del basket Nba con un passato nel baseball, che qui è cresciuto e ci ha giocato al college per i Tar Heels, ha deciso di dare una grossa mano, donando due milioni di dollari per aiutare sfollati e soccorsi. I fondi di MJ, oggi presidente degli Charlotte Hornets, verranno spartiti dalla American Red Cross e la Foundation for the Carolina’s Hurricane Florence Response Fund:

 È devastante vedere i danni che l’uragano Florence sta facendo alla mia amata North Carolina. Lo sforzo che dovremo fare sarà enorme: occorrerà molto tempo per riparare i danni e perché le famiglie colpite si rimettano in piedi

È lo stesso ex numero 23 ad annunciare che l’intera National Basketball Association si sta mobilitando per lanciare una piattaforma di raccolta fondi:

Per favore unitevi a me, agli Hornets e a tutta la Nba: fate una donazione a una delle organizzazioni locali impegnate nelle operazioni di soccorso e recupero. A tutte le persone colpite, state al sicuro e sappiate che siamo qui per aiutarvi

Sapevamo già che LeBron James fosse uno dei più forti nell’Nba, ma da stanotte possiamo anche incoronarlo il migliore, capace di registrare un record unico ed entrare nella storia.

Si parla di 30.000 punti, 8000 rimbalzi e 8000 assist in tutta la sua carriera: il giocatore dei Cleveland Cavaliers è il primo giocatore di basket che riesce ad ottenere questi numeri.

Ma non è tutto, perché oltre al record storico appena raggiunto, nella partita di ieri LeBron e la sua squadra hanno anche vinto contro i Brooklyn Nets per 129-123. E anche stavolta è stato lui il protagonista del match, che oltre a guidare i suoi compagni, ha registrato la sua dodicesima tripla doppia stagionale.

Quello che oggi viene definito il più grande giocatore del pianeta fa parlare di sé anche per un altro dato significativo, che lo mette al pari dei grandi big del passato come Michael Jordan. Durante il match contro i Nets, infatti, Lebron ha totalizzato 31 punti, 12 rimbalzi e 11 assist. E con questi numeri ha eguagliato proprio il grande Jordan, realizzando 926 ventelli in carriera.

Se per ventello si intende 20 punti realizzati in una sola partita è facile rimanere affascinati e anche sbalorditi dalle performances del giocatore dei Cleveland.

Eppure nonostante si parli di grandissimi numeri, né Jordan né Lebron si trovano sul podio in questa classifica relativa ai punti di partita. Infatti, il primo posto è occupato da Karl Malone con 1.134 ventelli, il secondo da Kareem Abdul-Jabbar con 1.122 e il terzo da Kobe Bryant con 941, il gradino più basso del podio.

Ciò non toglie, però, che LeBron è entrato di diritto nella storia dell’Nba con le sue prestazioni uniche e il raggiungimento di un record storico che lo fa balzare in cima a qualsiasi altra classifica.

La sua carriera, che comincia proprio con un incontro con Jordan, è un crescendo di successi e traguardi che l’hanno condotto fino a questo punto, scrivendo pagine importanti nella storia di questo sport.
La sua partecipazione a ben tre edizioni olimpiche ha permesso alla nazionale statunitense di conquistare la medaglia di bronzo nel 2004 alle Olimpiadi di Atene e la medaglia d’oro ai Giochi di Pechino 2008 e ai Giochi di Londra 2012. E poi ancora oro nei Campionati Americani e bronzo nei Mondiali del 2006.

Insomma, un fuoriclasse unico che non smette mai di stupire e ad ogni partita è capace di regalare emozioni e soddisfazioni. E dopo i numerosi record finora infranti eccoci oggi a festeggiare l’ennesimo primato che siamo sicuri non sarà nemmeno l’ultimo.

Michael Jordan e Karl Malone

Nella data di ieri, 22 gennaio, ricorreva un anniversario caro all’NBA, perché emblema di uno dei suoi momenti storici più significativi.

Protagonista dell’evento che ebbe luogo nel 2006 è Kobe Bryant, che nella partita contro Toronto Raptors segnò l’inizio della sua brillante carriera. In quell’occasione il giocatore riuscì a segnare ben 81 punti, registrando il secondo miglior punteggio di tutti i tempi.

Kobe Bryant diede una svolta decisiva ad un match che non era partito molto bene per la sua squadra, i Lakers, ma con i suoi tiri liberi e una grinta eccezionale, il giocatore statunitense stravolse il risultato e si aggiudicò una vittoria storica per 122-104.

I suoi numeri in quel match? Eccoli: 21/33 da due punti, 7/13 da tre punti e 18/20 ai tiri liberi, ai quali vanno aggiunti 6 rimbalzi, 2 assist, 3 palle recuperate ed 1 stoppata. 14 punti nel primo quarto, 12 nel secondo e due spaventose realizzazioni di 27 e 28 punti nei due quarti finali, da rivivere in questo video.

Lasciò senza parole sia avversari che tifosi e persino il suo coach, Phil Jackson, che così commentò la sua prestazione:

Ho assistito a tante partite nella mia carriera, ma non ho mai visto nulla del genere

Un risultato che è entrato a pieno diritto nella storia del basket, anche perché pare che Bryant non stesse molto bene poco prima dell’incontro, come raccontò lui stesso ai giornalisti:

Fino al riscaldamento stavo malissimo, le ginocchia mi facevano male ed erano rigide

Ma Kobe Bryant non è celebre solo per questo suo risultato incredibile, perché poco dopo, nel 2007 raggiunse un altro importante traguardo storico: diventare il quarto giocatore nella storia del basket capace di segnare almeno 50 punti in 3 partite consecutive. Un record che condivide con nomi illustri dell’NBA come Wilt Chamberlain, Michael Jordan ed Elgin Baylor.

Insomma, Bryant rimane una leggenda nell’albo storico dell’NBA ed è secondo solo ad un altro giocatore che molti anni prima di lui raggiunse un record finora mai superato. Si tratta di Wilt Chamberlain, che nel 1962 ha raggiunto quota 100 punti, conquistandosi il primato assoluto.

 

Riconosciuto da allora come uno dei più forti, Chamberlain portò la sua squadra, Philadelphia Warriors, alla vittoria contro gli avversari, i New York Knicks. E fu osannato anche per aver stabilito altri record importanti, tutti nella stessa partita.

Si parla infatti di maggior numero di canestri segnati con un tiro dal campo (36) e maggior numero di tiri liberi fatti in una partita (28). Anche in questo caso, come è accaduto per Kobe Bryant che ha firmato 81 punti senza essere in forma perfetta, Chamberlain stupisce per un record realizzato nonostante non fosse proprio il migliore nei tiri liberi.

Pare che proprio in quella partita decise di cambiare stile e questo segnò per lui un cambiamento decisivo. E ad aggiungere ancora stupore ad una prestazione finora mai eguagliata è un post-sbronza che Chamberlain si portava dietro prima di cominciare a giocare.

Nonostante tutto, da quel 2 marzo 1962 divenne un campione storico dell’NBA. Solo un rammarico accompagna la sua storia: aver rinunciato a quella tecnica speciale che lo rese celebre in quella famosa partita, il granny shot.

Forse avrebbe anche potuto superare il suo stesso record, ma adesso non ci resta che attendere il prossimo campione che tenterà di eguagliare o superare le mitiche performances di Chamberlain e di Bryant.

Dalle serie televisive al cinema, passando per musica e anche fumetti, il “crossover” è un espediente narrativo che consiste nell’unire o meglio nell’intrecciare diverse ambientazioni o personaggi in un’unica storia. Letteralmente “crossover” deriva dall’inglese “to cross over” ovvero passare dall’altra parte e questa indicazione ben si addice anche per i diversi sportivi che, nella loro carriera, hanno abbandonato lo sport con cui sono cresciuti e si sono affermati vincendo per provare a sfondare in altre competizioni.

L’ultimo in ordine di tempo è stato Gianmarco Tamberi, il primatista italiano di salto in alto che, il 23 settembre, si è tolto proprio un bello sfizio: lui, super appassionato di basket, ha giocato una partita versa a contatto con la Serie A.
Infatti Gimbo è stato prima aggregato alla Soundreef Siena e poi è sceso sul parquet nei minuti conclusivi dei primi tre quarti contro The Flexx Pistoia, per il memorial Bertolazzi. Maglia numero 4 addosso per il marchigiano e il fascino di giocare con la Mens Sana, squadra di Serie A2.
Del resto Gimbo ha più volte detto di sentirsi un cestista prestato al salto in alto…e qualcosa vorrà pur dire, lui che ha portato a casa un Mondiale indoor e un Europeo. Ma nessun tradimento: il basket per lui, al momento, resta una bella passione.

Nel recente passato anche un altro atleta ha avuto un serio tentennamento: Usain Bolt, che da anni sogna di giocare con la sua squadra del cuore, ovvero il Manchester United, si è allenato qualche giorno con il Borussia Dortmund. Dalla Premier League alla Bundesliga, soprattutto con la maglia dei gialloneri, il compromesso non è così malaccio. E come non ricordare la passione “rossa Ferrari” di Valentino Rossi? Il campione di MotoGp, ha dimostrato negli anni non solo di essere a suo agio in sella a una moto, ma di saperci fare anche all’interno di un abitacolo. Più volte ha partecipato a gare di rally, nel 2008, invece, fece qualche test alla guida della monoposto di Maranello e tutti i tifosi sognavano un suo passaggio nella scuderia Ferrari.

Danny Ainge è legato all’Nba, in particolar modo ai Boston Celtics. In questa franchigia a cavallo degli anni Ottanta ha vinto due anelli accanto a Larry Bird, mentre nel 2008 ha trionfato come general manager. Una grande giocatore di basket, ma a un bivio adolescenziale della sua vita, Danny poteva scegliere di essere ricordato anche in alti due sport: Ainge è, infatti, tuttora il primo e unico atleta dello sport americano a essere entrato nella miglior squadra di basket, football e baseball a livello di high school. Non solo: tra il 1979 e il 1981, prima di dedicarsi definitivamente alla palla a spicchi, ha giocato diverse partite coi Toronto Blue Jays, nella Mlb.

Non dimentichiamoci di Tim Wiese, ex-portierone del Werder Brema, classe 1981, che ha appeso i guanti al chioso per mettersi qualche kilo in più e provare l’adrenalina della carriera da wreslter. Soprannominato “The Machine”, Tim si è ritirato dal calcio nel 2014, poi si è dedicato al body-building e, 30 kg, è stato notato da Triple H, leggenda del wrestling, che l’ha introdotto alla Wwe. Ma Wiese, dopo tre anni di assenza per provare l’emozione del ring, è tornato brevemente a difendere la porta nelle file del Dillingen, squadra ultima in classifica nella sesta categoria tedesca.

E che dire di Alex Zanardi? Il simbolo del riscatto e della rinascita, un uomo e un atleta dal cuore d’oro che si è reinventato dopo il tremendo incidente che lo vide coinvolto nel settembre del 2001. Prima aveva partecipato a 44 Gp di Formula 1 e a diversi Cart; poi nell’handbike ha distrutto ogni record: quattro ori paralimpici e otto ori mondiali.

Sopra di tutti, però, c’è Jim Thorpe. Nato a Prague il 28 maggio 1887 e morto a Lomita il 28 marzo 1953), Jim è da considerarsi come un eclettico multiplista, giocatore di football americano e giocatore di baseball statunitense, fra i più versatili dello sport moderno. Vinse due ori olimpici nel pentathlon e nel decathlon, fu una stella del football americano a livello universitario e professionistico e giocò nella Mlb. Fu anche il primo presidente della Nfl, la lega di football americano.
Ma con una beffa: i titoli olimpici gli furono ritirati proprio per aver giocato a baseball da professionista, ma gli vennero riconosciuti postumi dal Comitato olimpico internazionale solo il 18 gennaio 1983, quando avvenne la restituzione dei suddetti titoli ai figli dell’atleta oramai deceduto quasi 30 anni prima.

Abbiamo aperto con il basket e con il basket concludiamo citando l’esperienza, diciamo poco azzeccata e decisamente impropria, di Michael Jordan. Icona mondiale dello sport, celebrità nei Chicago Bulls, dopo tre anelli e tre titoli di Mvp, MJ decise di cambiare sport, ma non città: un anno e mezzo da dimenticare nel baseball coi Chicago White Sox. Poi nel marzo del 1995 ci ripensò, tornò a giocare a basket e i Bulls vinsero altri tre titoli Nba. Il resto è leggenda.