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Diego Maradona è l’astro nascente del calcio mondiale, ha 21 anni e ha appena firmato con il Barcellona dopo aver giocato nel Boca Juniors. Il futuro Pibe de Oro sta disputando la sua prima partita mondiale proprio nella città catalana, nello stadio che sarà teatro delle sue gesta in campo, il Camp Nou: è il 13 giugno 1982.

Il numero 10 dell’Albiceleste ha di fronte un numero 10 del tutto estroso: alto, belloccio, biondo con i riccioli, centrocampista che oggi definiremmo moderno, grande visione di gioco, piede (sinistro) delicato e senso del gol. Ludovic Coeck ha 26 anni e gioca nell’Anderlecht, facendo incetta di trofei, in patria e fuori. Nell’istantanea scattata dal fotografo Steve Powell è uno dei sei giocatori in maglia giallorossa che sfidano un solitario Maradona. Ma in realtà l’argentino aveva solo ricevuto un calcio di punizione sulla tre quarti prima di scodellare il pallone in mezzo all’area.

La partita terminerà, a sorpresa, 1-0 per la squadra di Ludo con gol di Vandenbergh al 62’. Coeck segnerà un bel gol contro El Salvador nella partita vinta di misura contro i centramericani. Il centrocampista belga disputerà cinque partite in quel Mondiale: un torneo iridato che si concluderà dopo la seconda fase a gruppi con Polonia e Unione Sovietica. Destino in parallelo per Maradona: la sua Argentina sarà eliminata dal girone della morte con Italia e Brasile.

Ludo è uno dei migliori centrocampisti della manifestazione ed è pronto al salto verso il grande calcio. L’Anderlecht, di cui è punto di riferimento da una decade, inizia a stargli stretta. Pazienta un altro anno, però: giusto il tempo di centrare un nuovo sigillo internazionale con la vittoria della Coppa Uefa, in finale contro il Benfica.

Coeck si guarda attorno, nell’estate 1983 mette nel mirino il campionato italiano. La Roma fresca di secondo scudetto è attraversata da una bufera interna: il suo uomo più rappresentativo, la stella osannata dai tifosi, Paulo Roberto Falcao, è in procinto di passare all’Inter. Sembra tutto fatto tra le società di Ivanoe Fraizzoli e Dino Viola, c’è addirittura un contratto firmato ma non basta. A far saltare il trasferimento dell’anno interviene nientemeno che Giulio Andreotti, tifoso romanista doc, Circola voce che addirittura Papa Wojtyla sarebbe dispiaciuto di un addio del brasiliano alla città eterna.

Non se ne fa più niente e il dirigente nerazzurro Sandro Mazzola vira sul biondo belga che tanto bene aveva fatto all’Anderlecht. Due miliardi il valore del cartellino, cifra notevole per il mercato dell’epoca. Ludo è pronto per essere la stella nerazzurra, sfidando proprio Falcao nella Roma e Platini nella Juventus. «Già alla conferenza stampa di presentazione lui si era preparato un discorso in italiano – ricorda Mazzola – e allora fece scalpore perché non capitava così spesso».

Coeck sa come farsi volere bene, in campo e fuori. «Mi piace tutto dell’Italia, il sole, il calore dei tifosi, il mangiare», spiega ai microfoni con un italiano dignitoso. La Scala del Calcio inizia ad acclamare il suo nuovo beniamino. «Il suo sorriso era contagioso, la sua risata contagiava tutti anche per il suo vocione – ricorda Beppe Bergomi, suo compagno di squadra in quell’Inter – le prime volte che ha messo piede in campo a San Siro la gente lo chiamava “La luce” per come giocava e distribuiva i palloni».

Ma l’interruttore, nel destino di Ludo, si spegnerà presto. Gli infortuni, in primis, che renderanno tribolata la sua stagione nerazzurra: nel campionato rimedia uno stiramento, poi problemi continui alla caviglia, infine una botta al costato. Nella stagione 1983-1984 disputa solo 15 partite con i nerazzurri. L’Inter crede ancora in Coeck e tenta la carta del prestito per rivitalizzarlo: il belga va all’Ascoli di Costantino Rozzi e viene accolto come una star dai tifosi marchigiani.

La sfortuna, tuttavia, lo perseguita. Questa volta è l’anca a fargli male, addirittura i medici ipotizzano una malformazione. Con la maglia bianconera il centrocampista biondo non vedrà mai il campo. Torna all’Inter, ma le caselle degli stranieri sono già riempite con Liam Brady e Karl Heinze Rummenigge. La legge Bosman è ancora lontanissima.

Ludo Coeck vuole giocare, ha l’obiettivo del Mondiale in Messico nel 1986. Dopo un anno di inattività torna in patria, firma con il Rwd Molenbeek, ha voglia di rimettersi in gioco.

Ma la luce per lui decide di andare via per sempre. Il 7 ottobre 1985, dopo un’intervista televisiva in Belgio, Ludo viene coinvolto in un grave incidente stradale tra Anversa e Bruxelles. Muore due giorni dopo, lasciando la sensazione di un campione incompiuto, di quello che poteva essere ma non sarebbe mai stato.

Il fantasma di Maradona ha imprigionato il talento di Messi, lasciandone le briciole, e forse neanche quelle, tra i prati di Russia. E’ una frustrazione, quella della Pulce, che inizia già dall’inno nazionale: mentre a Nižnij Novgorod risuonano le note dell’Himno Nacional Argentino la telecamera indugia su Leo, che si copre il volto con una mano, rifuggendo dalle attenzioni mediatiche.

Non lo preoccupa troppo la Croazia, forse ha già i cattivi presagi di quello che sarà, forse intravede l’ombra del Pibe de Oro, forse non sta bene come sospettano i giornali argentini, forse semplicemente non ha più la forza di caricarsi la Selección sulle sue spalle. L’ha già fatto in passato, durante le tribolate qualificazioni mondiali, con la tripletta decisiva nella sfida di Quito contro l’Ecuador. L’ha fatto in tredici anni, dal 2005 a oggi, diventando il miglior marcatore nella storia dell’Albiceleste, 64 gol in 125 partite, +30 su Maradona che si era fermato a 34 in 91 gare.

Ma non basta, perché Leo è Messi ma non ancora il Messia fino a quando non porterà la Coppa del Mondo a casa, come fatto da Diego nel 1986. Il 10 del Barcellona è stato troppe volte il manifesto perdente di una squadra tanto talentuosa quanto fragile nei momenti decisivi: tre sconfitte consecutive in finale negli ultimi anni tra Coppa America (Cile) e Mondiale (Germania), unico sigillo l’oro olimpico del 2008. Troppo poco per sé e il suo popolo.

Un fardello che aveva portato el diez a ritirarsi dalla sua Nazionale nel 2016, prima di tornare sulla sua decisione.

Triste, solitario y final, la Pulce ha le mani davanti agli occhi quando si parla di Nazionale. Non guarda le telecamere, non ha quella garra che Maradona esibì al mondo intero durante l’inno argentino nella finale di Italia ’90, l’8 luglio allo stadio Olimpico di Roma. Ancora scottato dai rigori nefasti della semifinale di Napoli, il pubblico capitolino fischiò l’inno biancoceleste, provocando le ire di Diego che esclamò “Hijos de p…” in mondovisione.

La rabbia prima delle lacrime per la sconfitta al 90’. Ancora la Germania, con un rigore generoso trasformato da Brehme e concesso tra le polemiche dall’arbitro messicano Codesal. Ma il fuoriclasse del Napoli aveva già esorcizzato l’Alemania quattro anni prima in Messico, nel torneo che lo consacrò al mondo tra la mano de Dios e il gol del Siglo contro l’Inghilterra.

Maradona aveva salutato la Nazionale con gli occhi spiritati del gol contro la Grecia a Usa ’94 e con l’infermiera che lo prelevava in campo dopo essere risultato positivo ai test antidoping al termine del match contro la Nigeria.

Gli africani sono il prossimo e forse ultimo appuntamento con la storia della Selección per Lionel: vincere potrebbe non bastare, l’infermiera di Messi avrà le sembianze del fantasma di Maradona.

Hoddle, Reid, Sansom, Butcher, Fenwick e Shilton. E’ il parziale 11 titolare dell’Inghilterra che il 22 giugno 1986, allo Stadio Azteca di Città del Messico, affrontò ai quarti di finale del Mondiale l’Argentina di Maradona. A esser più precisi quell’elenco a mo’ di lista da spuntare rappresenta gli avversari che Maradona si lasciò alle spalle, cavalcando la storia con una progressione funambolica di 60 metri in 10 secondi diritto verso la porta inglese, prima di depositare in rete il pallone del 2-0 per l’Argentina.

Il Gol del Secolo senza mezzi termini, quel “Ta-ta-ta-ta”, quella mitraglietta onomatopeica con cui il commentatore uruguagio Victor Hugo Morales ha raccontato lo sviluppo dell’azione semplicemente perché non riusciva a stargli dietro.
Tanto si è scritto e tanto si è decantato su questo acquerello sportivo dipinto tutto di mancino. Eppure c’era chi avrebbe potuto rovinare tutto: un misto tra un Grinch e un anti-romantico cresciuto troppo in fretta e che non prova più gioie per le cose belle della vita.

Terence William Fenwick, detto Terry, difensore d’Albione, legato al Queen’s Park Rangers e poi al Tottenham, 20 gettoni con la maglia dei Tre Leoni e un record che ancora resiste in Inghilterra: tre ammonizioni in un solo Mondiale. Sulla pagina inglese di Wikipedia viene anche ricordato per essere uno dei giocatori dribblati da Maradona. Evidentemente fa curriculum. Ma lui poteva riscattarsi, o meglio, avrebbe potuto.

Fenwick, infatti, era il giocatore meglio piazzato sulla traiettoria dello tsunami argentino. Fu il penultimo dei paletti nello slalom di Maradona verso la gloria. Lui, come Gandalf nell’epico scontro contro Balrog nel Signore degli Anelli, avrebbe potuto gridare «Tu non puoi passare», ma andò diversamente:

Se fossi stato egoista, il gol di Maradona non sarebbe mai esistito. Guardate l’azione: quando passa dalle mie parti cerco con un braccio di fargli perdere l’equilibrio. Senza esagerare però perché ero già stato ammonito e non volevo lasciare i miei compagni in 10

Il ct inglese, Bobby Robson, aveva chiesto a Fenwick di marcare proprio Maradona. Marcatura individuale con il raddoppio dell’altro Terry, quel Butcher furioso che verrà immortalato con il capo sanguinante tre anni dopo nel match di qualificazione ai Mondiali del ’90 contro la Svezia. Una tattica che stava anche funzionando, ma che costò a Fenwick un cartellino giallo per fallo proprio sul 10 argentino.

Una sanzione che, come visto, spalancherà le porte a un’opera d’arte moderna, proiettando il dinamismo tipico dei futuristi, in un’altra dimensione. “Dinamismo di un fenomeno sguinzagliato”, si potrebbe dire parafrasando l’opera di Giacomo Balla. Maradona abbracciò la palla e la Storia di un popolo pronto alla rivalsa.

Maradona in un secondo ha rovinato la mia carriera

ha detto Terry Fenwick parecchi anni dopo. In un secondo ha reso il mondo un posto migliore e più giusto.

Ci sono partite di calcio che non sono come le altre. Partite che entrano di diritto nella leggenda e che creano veri e propri miti sportivi. Non c’è un appuntamento come la finale dei Mondiali di Calcio in grado di farlo. Cadute, trionfi, storie, emozioni, lacrime e gioia: questo e molto altro hanno regalato le 5 più belle partite che abbiamo raccolto per voi.

La prima di cui parleremo non è neanche una vera e propria finale come la intendiamo ai giorni nostri. Il Mondiale del 1950 veniva assegnato dopo un girone all’italiana in cui si affrontavano le vincitrici dei turni eliminatori. A guidare la classifica del mini-girone conclusivo ci sono Brasile e Uruguay. Ai verdeoro basta un pareggio per far esultare i 175mila tifosi giunti al Maracanà e conquistare il titolo.

La partita inizia nel migliore dei modi per i padroni di casa che passano in vantaggio dopo pochi minuti. Il pareggio però è nell’aria e ci pensa Schiaffino a fissare il punteggio sull’1 a 1. A undici minuti dalla fine la grande beffa: gli uruguagi passano in vantaggio con Ghiggia e vincono il Mondiale. È la partita che rimarrà nella storia con il nome di “Maracanazo”.

Gol e spettacolo nella finale del 1966. A giocarsi il titolo sono l’Inghilterra Paese ospitante e la Germania. Una partita bella e combattuta, decisa però da un errore arbitrale, il non gol del 3 a 2 inglese realizzato da Hurst e assegnato nonostante la palla non avesse varcato la linea bianca. I tedeschi non riescono a reagire dopo essere passati in svantaggio e subiscono anche la rete del 4 a 2 finale. Sarà il primo e unico titolo nella storia del calcio inglese e verrà festeggiato davanti alla Regina e a 100.000 tifosi nello stadio di Wembley.

Ogni appassionato di calcio spera che le finali dei Mondiali siano ricche di gol e che siano decisivi i contendenti alla Scarpa d’Oro del Torneo. La speranza che accompagna in ogni edizione tutti gli amanti del gioco si è realizzata nel 1970. In finale ci sono il Brasile più forte di sempre e l’Italia di Valcareggi, reduce dall’epica vittoria per 4 a 3 in semifinale contro la Germania.

Il 21 giugno allo stadio Azteca di Città del Messico si affrontano la squadra di Pelé e quella di Boninsegna. Dopo un primo tempo molto equilibrato e terminato sull’1 a 1 proprio grazie alle marcature dei due bomber, i sudamericani dilagano nella seconda frazione. Il Brasile prende progressivamente il sopravvento grazie a un gioco spettacolare e segnano altre 3 reti con Gerson, Jairzinho e Carlos Alberto. Sarà il terzo titolo nella storia dei verdeoro che conquisteranno definitivamente anche la Coppa Rimet.

Nel 1982 è ancora protagonista l’Italia, questa volta dal lato “giusto” della storia. Il Mondiale si gioca in Spagna e la finale è un classico del calcio: Italia-Germania. L’11 luglio al Santiago Bernabeu di Madrid è tripudio azzurro. Nel primo tempo Cabrini sbaglia un rigore e le squadre vanno al riposo sullo 0 a 0. La seconda metà partita sarà quella decisiva con i 3 gol di Rossi, Tardelli e Altobelli e l’ininfluente marcatura di Breitner. 3 a 1 finale e terzo titolo per la Nazionale Italiana.

Basta aspettare quattro anni per trovare un altro match entrato di diritto nella storia della competizione. Si giocano il Mondiale l’Argentina di Maradona e la Germania di Matthaus e Rummenigge. Siamo ancora una volta in Messico e allo stadio Azteca si affrontano due delle nazionali più forti di sempre.

La partita si mette bene per l’Argentina che va avanti sul 2-0 grazie ai gol di Brown e Valdano nel primo tempo. Risultato in ghiaccio? Neanche per sogno. I tedeschi non ci stanno e in appena sette minuti, dal 74esimo all’81esimo, pareggiano con Rummenigge e Voeller. Ma le sorprese non sono ancora finite. È il Mondiale di Maradona e la conferma arriva a 6 minuti dal fischio finale. Dopo una gara difficile passata a cercare di liberarsi dalla marcatura asfissiante di Matthaus, il capitano dell’Argentina arretra e mette sui piedi di Burruchaga il pallone del definitivo 3 a 2.

Segnare un gol ai Mondiali di calcio è già un grande risultato, ma segnarne addirittura tre innalza il giocatore ad un livello superiore che lo fa entrare nella storia. Volgendo uno sguardo al passato, infatti, nel corso delle competizioni mondiali si è assistito solo alla realizzazione di 50 triplette.

Che poi la tripletta nasce con il cricket e il termine viene utilizzato anche in altri sport, soprattutto nell’hockey: una bizzarra consuetudine, per esempio, vede gli spettatori lanciare il proprio cappello sulla pista di gioco quando un giocatore mette a segno tre reti.
Perché il cappello? Già perché nel gergo soprattutto anglosassone, tripletta viene anche chiamata “hat trick”, letteralmente “trucco del cappello”, ovvero il gioco di prestigio di un mago quando dal loro cilindro fanno apparire un coniglio o una colomba.

E a chi spetta il primato di essere (al momento) l’unico calciatore a realizzare una tripletta in due Mondiali diversi? Il nome che salta fuori è quello di Gabriel Omara Batistuta, il centravanti argentino ed ex di Fiorentina, Roman e Inter che conquista un posto d’onore fra i migliori giocatori di sempre.

Batistuta ha segnato la sua prima tripletta proprio alla sua prima partita d’esordio in un Mondiale con la maglia della nazionale. Siamo nel 1994 negli Stati Uniti e l’Argentina sta giocando contro la Grecia. Noi qui in Italia ricordiamo quel mondiale con orgoglio ma anche con amarezza, perché la nazionale azzurra ha sfiorato il titolo in finale contro il Brasile, che poi ha vinto ai rigori per 3-2.

Ma per Batistuta sono stati l’inizio di una brillante carriera in nazionale che gli ha fatto realizzare questa tripletta storica, seguita quattro anni dopo dalla sua seconda tripletta, stavolta in Francia contro la Giamaica.

Per il grande giocatore un altro importante riconoscimento: avere raggiunto tre goleador del passato per aver fatto due triplette a un mondiale: si parla di Sándor Kocsis, calciatore ungherese, secondo marcatore di tutti i tempi della propria nazionale, Just Fontaine, attaccante francese famoso per essere l’unico ad aver fatto più reti in una sola edizione dei Mondiali (1958), e Gerd Müller, secondo miglior goleador della nazionale tedesca dopo Miroslav Klose.

Qui i suoi gol ai Mondiali 

Batistuta è stato il giocatore di punta della nazionale argentina per moltissimo tempo, superando anche Diego Armando Maradona per numero di reti. Un primato che ha mantenuto fino al 2016, quando un altro argentino ha preso il suo posto. Si tratta di Lionel Messi, che proprio di recente ha infranto un altro record.

E così, scherzosamente, Batistuta ha commentato il “sorpasso” di Messi:

Il primato di miglior goleador dell’Argentina era nel mio cuore, sapevo che Lionel lo avrebbe battuto, solo che lo ha fatto troppo presto

La maglia argentina gli ha regalato non poche soddisfazioni, con 56 reti realizzate in 78 presenze. Ed è a lui che si deve il merito del titolo vinto dall’Argentina nella Coppa America del 1993, con uno dei suoi gol realizzati nella finale.

Bati-gol oggi ha ormai abbandonato l’azione in campo per motivi di salute, ma non nasconde di avere dato tutto a questo sport che è stato parte della sua vita e che gli ha permesso di entrare nella storia, non solo come miglior giocatore ma anche come il primo e unico, per ora, a portarsi il pallone a casa in due Mondiali differenti. Un risultato che possono festeggiare solo in pochi!

Negli Stati Uniti a giugno fa così caldo ed è così umido che i giocatori dell’Arabia Saudita si sentono a loro agio, molto più dei colleghi delle altre squadre. Poi nella rosa dei ventidue che agli ordini dell’argentino Jorge Solari sbarcano in terra americana c’è anche il Pelé del deserto, al secolo Majed Ahmed Abdullah Al-Mohammed, l’attaccante ormai trentaquattrenne che ha guidato l’Arabia Saudita alle vittorie in Coppa d’Asia nel 1984 e nel 1988 e alla storica qualificazione ai campionati del mondo.
Tutte le premesse per far bene ci sono. Infatti, all’esordio l’impresa al cospetto dell’Olanda svanisce per un soffio: sauditi in vantaggio con un colpo di testa di Amin, raddoppio sfiorato proprio dal Pelé arabo, pareggio di Jonk con un gran tiro da fuori e, quando tutto sembra ormai incanalato verso il pareggio, un errore di Al-Deayea spiana la strada all’appena entrato Taument. La vittoria non tarda ad arrivare nel secondo match contro il Marocco, ma è il centrocampista tuttofare Amin con un velenoso tiro dalla distanza (e non Majed) a regalarla. Per l’ultimo match si attende il Belgio già qualificato. La partita è in programma il 29 giugno al Robert F. Kennedy Memorial Stadium di Washington, alle 12 e 30 ore locali sotto un caldo asfissiante (43 gradi!).
Un pareggio promuoverebbe gli esordienti arabi agli ottavi e sarebbe già un risultato insperato. Ma evidentemente la convinzione nei propri mezzi fa così brutti scherzi che la nazionale in bianco e verde quella partita addirittura la va a vincere. E in che modo!

Quinto minuto e Diego Armando Maradona prende le sembianze di Saeed Al-Owairan…

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In attesa della competizione mondiale che avrà inizio a giugno in Russia, la FIFA tiene viva la partecipazione sull’evento coinvolgendo anche i tifosi in un contest originale quanto sorprendente pubblicato sul social Facebook.

La domanda era: di chi è il più bel gol realizzato nella storia dei Mondiali?

La risposta al sondaggio ha lasciato tutti davvero sorpresi, perché davvero in pochi si sarebbero immaginati che il vincitore fosse Manuel Negrete, con la sua sforbiciata del 1986. La rete messa a punto dal messicano negli ottavi di finale di Coppa del mondo contro la Bulgaria, ha superato alcuni dei più quotati calciatori come Diego Armando Maradona e Pelè e i loro gol impressi nella storia del calcio mondiale.

Strano ma vero i due giocatori non figurano nemmeno nella gran finale, che vede invece sfidarsi Negrete contro il brasiliano Eder, con il suo gol mondiale contro l’URSS in Spagna nel 1982. 

Il vincitore è dunque Negrete, che si aggiudica il contest e sale sul primo gradino del podio dinanzi agli altri 31 partecipanti e alle loro reti degne di nota.

Il calciatore messicano beffa soprattutto il Pibe de Oro, che tutti davano per l’assoluto vincitore protagonista del gol più bello nella storia, riferendosi alla sua rete nei Mondiali di Argentina 1978 contro l’Inghilterra. Ma non è l’unico che poteva ambire al titolo: diversi sono i gol che hanno emozionato durante i tanti Mondiali finora disputati e per facilitare il compito alla giuria, formata appunto dal popolo, la Fifa ha ristretto il campo, dando una rosa di poco più di 30 partecipanti.

 

Tra di essi figurano anche le imprese di Ronaldinho, Matthäus, Socrates, Lahm, Hagi, Bergkamp, James Rodriguez, Owen e Roberto Baggio. Nessuno di loro però è riuscito ad arrivare in finale e Negrete si gode la soddisfazione a sorpresa di essere ricordato come colui che ha fatto la rete mondiale più grandiosa della storia. 

Era il 5 giugno 1986, una calda estate  messicana del Mondiale in cui vide il trionfo di Diego Armando Maradona con la nazionale dell’Argentina.

Proprio una delle vittime del Pibe de Oro fu l’Italia di Bearzot che contro gli azzurri realizzò la rete che permise l’Albiceleste di pareggiare il gol di Altobelli su rigore.

Il gol fu definito da Luca di Montezemolo «fesso». In effetti, allo stadio messicano Cuauhtémoc di Puebla, molte colpe furono attribuite al portiere Giovanni Galli.

Il numero uno azzurro restò come un gatto di sale sul tocco del numero 10 e capitano argentino. Galli rimase inspiegabilmente immobile; anzi, un piccolo movimento il portiere pisani l’accennò verso la palla, ma parve quasi ritirare la mano.

Nello specifico Maradona riuscì a curvare il sinistro, bruciando Gaetano Scirea sullo scatto.

Un tocco da biliardo e palla nell’angolo per l’1-1 che facilitò il passaggio del turno dei sudamericani.

Per quel gesto così strano, si parlò addirittura di “tacito accordo”.

Anche il grande Gigi Rivera caricò molto le parole

Si è fermato a metà strada: non ha neanche allungato il braccio. L’ Italia ha rinunciato troppo, si è impegnata solo nelle marcature di Maradona e delle due punte. Non ha saputo sfruttare il vantaggio!

Il povero Galli, incerto fin dall’inizio della rassegna continentale, quando tornava negli spogliatoi, nervoso, chiedeva subito ai compagni: “come sono andato?”.

Le forze della natura che si abbattono improvvisamente sulle città non lasciano molto spazio alle parole, come il terremoto che ha colpito Città del Messico proprio ieri, lasciandosi dietro una schiera di persone che non vedranno più la luce del sole.

Il terremoto è avvenuto con una prima scossa di magnitudo 6.8 della scala Richter e ha avuto una replica di magnitudo 7.1 poco dopo, causando, secondo una stima approssimativa, almeno 115 vittime, tra cui molti bambini che in quel momento si trovavano a scuola.
La capitale messicana era già abbastanza provata dallo scorso e recentissimo terremoto avvenuto qualche settimana fa, il 7 settembre, in cui si registrarono almeno un centinaio di morti. Dalle interviste ai superstiti pare che le ultime scosse siano state molto più violente del precedente terremoto, nonostante quest’ultimo fosse addirittura più forte di intensità (8.1 scala Richter).

 

Oggi si cerca ancora tra le macerie, nella speranza, sempre più debole ogni minuto che passa, di riuscire a trovare ancora qualcuno in vita. E comincia anche la conta dei danni strutturali agli edifici e ai monumenti.
Già da ieri hanno cominciato a circolare notizie allarmanti circa le condizioni del famoso Stadio Azteca, meglio conosciuto come il teatro dell’incredibile vittoria italiana contro la Germania ai Mondiali del 1970.

È ancora impresso nella mente di ogni tifoso azzurro il risultato di quella che fu definita la partita del secolo”: Italia contro Germania e un trionfante 4-3! La partita giocata era una semifinale che rimase nel cuore dei nostri connazionali come una vera e propria finale. Quel mondiale, poi, purtroppo non fu vinto dall’Italia, ma dal Brasile, ma rimane una leggenda che accompagnerà per sempre la storia della nazionale italiana.

Un altro aneddoto memorabile ruota attorno a questo imponente stadio messicano e riguarda un altro mondiale, stavolta con protagoniste l’Argentina e l’Inghilterra. Siamo nel 1986 e, durante la partita dei quarti di finale, Diego Armando Maradona segna due reti, una più storica dell’altra. Una toccando la palla con la mano, da qui nasce il termine “Mano de Dios”, l’altra non ha bisogno di presentazioni, ma solo di rievocazioni come la telecronaca di quell’azione: Ta-ta-ta-ta.

Un monumento storico, oltre che sportivo: il suo crollo avrebbe sicuramente scosso le nazionalità di tutto il mondo e non solo la popolazione messicana. Fortunatamente le voci non confermate di ingenti danni strutturali all’edificio sportivo sono risultate infondate. Se si pensa che si parlava addirittura di “stadio spaccato in due” è un sollievo sapere che invece i danni non sono affatto gravi.

Fonti certe (stavolta parliamo della Federazione messicana) assicurano che nonostante la struttura sia stata danneggiata in alcune parti dal forte sisma, non si parla di danni particolarmente seri. In ogni caso al momento lo stabile è inagibile e gli eventi sportivi in programma sono stati rinviati. Lunga vita allo Stadio Azteca.

Anche senza un riconoscimento ufficiale, la rete di Diego Armando Maradona contro l’Inghilterra durante il Mondiale del 1986 in Messico è, per gli appassionati di calcio, la rappresentazione terrena della perfezione.
Il “Gol del secolo”, così è stato chiamato lo slalom artistico del fantasista argentino, in una partita dalle forte emozioni che, qualche istante prima, aveva visto un’altra rete “storica” con tanto di appellativo: la “Mano de Dios” con cui il numero 10 argentino anticipò d’astuzia l’uscita del portiere inglese Shilton.

Ma nel 2002, in occasione dei Mondiali in Giappone e Corea del Sud, la Fifa sul proprio sito web chiese ai tifosi di scegliere, tramite votazione, la rete più bella nella storia della Coppa del Mondo. Anche qui, Maradona è stato monumentale, vincendo in maniera ufficiale il titolo di “Gol del secolo”. Diego ha scalzato tutti con 18.062 voti, ma chi sono gli altri che, solo per un istante, hanno provato a contendergli lo scettro?

Una piccola menzione anche a loro: quanti di questi gol sono ancora così limpidi nei vostri ricordi?

Michael Owen (Inghilterra, campionato del mondo 1998 contro Argentina), 10.631 voti

Pelé (Brasile, campionato del mondo 1958 contro Svezia), 9.880 voti

Diego Armando Maradona (Argentina, campionato del mondo 1986 contro Belgio), 9.642 voti

Gheorghe Hagi (Romania, campionato del mondo 1994 contro Colombia), 9.297 voti

Saeed Al-Owairan (Arabia Saudita, campionato del mondo 1994 contro Belgio), 6.756 voti

Roberto Baggio (Italia, campionato del mondo 1990 contro Cecoslovacchia), 6.694 voti

Carlos Alberto (Brasile, campionato del mondo 1970 contro Italia), 5.388 voti

Lothar Matthäus (Germania Ovest, campionato del mondo 1990 contro Jugoslavia), 4.191 voti

Vincenzo Scifo (Belgio, campionato del mondo 1990 contro Uruguay), 2.935 voti