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Il suo rapporto con l’azzurro si è fermato a quello blucerchiato della Samp. Ora Gianluca Vialli potrebbe riprovarci decenni dopo, richiamato dal suo gemello del gol, Roberto Mancini. Non c’è ancora nulla di ufficiale, ma i tentativi di abboccamento ci sono stati. Il ct della Nazionale, insieme al presidente federale Gravina, starebbe pensando di chiamare l’ex bomber degli anni ’90 come capo delegazione dell’Italia. In tal senso ci sarebbe stato un incontro negli scorsi giorni nella sede della FIGC tra il numero 1 del calcio italiano e Vialli. Lo stesso Mancini alimenta questi rumors pubblicando nelle ultime ore una foto col suo vecchio compagno di squadra.

 

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@riccardograndestevens oggi ho visto quel nostro amico attore inglese @lucavialli 😊

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Dopo aver allenato Chelsea e Watford, tra la fine degli anni Novanta e l’inizio degli anni Duemila, Vialli si è dedicato poi alla televisione, diventando opinionista Telepiù prima e Sky poi. Molto attivo nel sociale e nella beneficenza, negli ultimi tempi è tornato suo malgrado a far parlare di sé dopo aver pubblicato il suo secondo libro, Goals. Nelle pagine del volume è raccontata la sua battaglia negli ultimi anni contro una grave malattia.

Il rapporto tra Gianluca Vialli e l’azzurro è stato costellato di alti e bassi. In generale, la sensazione è che non abbia mai saputo replicare le prodezze mostrate con Sampdoria, Juventus e Chelsea. Giovanissimo, è punto di riferimento dell’Under 21 di Vicini con Zenga, Mancini e Giannini che conquista il secondo posto agli Europei 1986. Quella squadra sarà poi riprodotta nella Nazionale maggiore in Germania (Euro 1988) e a Italia ’90. Forse uno delle più belle rappresentative azzurre che, tuttavia, non riuscirà a vincere nulla.

Ai Mondiali in casa, Vialli è il punto di riferimento in attacco assieme ad Andrea Carnevale. Sono gli anni in cui in coppia con Mancini porta la Samp in cima in Italia e quasi in Europa. Tuttavia, i gemelli del gol in azzurro si perdono. I limiti caratteriali del Mancio lo pongono ai margini del progetto in Nazionale. Gianluca invece viene offuscato dalla stella di Schillaci che brilla nelle notti magiche. Fallisce anche un rigore in quel torneo nella gara contro gli Usa.

La nuova gestione in panchina con Sacchi ct sancirà la definitiva rottura di Mancini e Vialli con l’Italia. Poco propensi ad adeguarsi alle indicazioni tattiche del vate di Fusignano, sono praticamente esiliati da quella selezione che parteciperà a Usa ’94, evaporando nel rigore di Roberto Baggio a Pasadena. Venticinque anni dopo i gemelli del gol provano a prendersi nuovamente la Nazionale. Chi in panchina, chi dietro la scrivania.

 

Buon cognome non mente, anche se il sangue non c’entra. La storia dei “Mancini” nel calcio italiano è costellata da blasone e grandi successi, pur non avendo alcun legame di parentela. Il più noto, Roberto, ex campione di Sampdoria e Lazio, è oggi il commissario tecnico della Nazionale. Poi c’era Amantino, centrocampista brasiliano di Roma e Inter all’inizio degli anni Duemila. Franco, il portiere del Foggia di Zeman (e poi a Bari e nella Lazio), scomparso prematuramente nel 2012. Oggi il nuovo Mancini del calcio italiano è Gianluca, difensore di quell’Atalanta di Gasperini che ogni anno si rinnova, ma assicura sempre un alto livello di risultati e bel gioco.

Classe 1996 da Pontedera, il calciatore nerazzurro si sta lentamente affermando come uno degli elementi più eclettici della squadra bergamasca. Non è partito col il posto da titolare fisso, lasciato inizialmente ai vari Masiello, Toloi e Palomino. Lentamente, però, il talento cresciuto nelle giovanili della Fiorentina ha scalato le gerarchie nella Dea. Senso della posizione, ottima capacità nell’anticipo, buona dimestichezza nell’impostazione del gioco. E un innato senso del gol che non guasta, grazie ai suoi 190 cm che gli permettono un ottimo stacco di testa.


Con la rete segnata al Frosinone, Mancini ha già colpito la porta avversaria cinque volte in questa stagione. Rigori esclusi, è il miglior difensore goleador nei cinque campionati europei. Non solo, è il più giovane ad aver segnato almeno quattro reti nei maggiori tornei continentali. Considerando solo la serie A, l’atalantino è il difensore ad aver realizzato più gol in stagione assieme al romanista Kolarov. Quest’ultimo ha però tirato, e trasformato, due rigori.

I numeri e le prestazioni di Mancini hanno, inevitabilmente, attirato le attenzioni dei grandi club. La Roma, in particolare, ha messo nel mirino il difensore di Gasperini per un ricambio generazionale anche in difesa. L’entourage del giocatore ha però assicurato che il giocatore resterà a Bergamo almeno fino a giugno. Il gioiellino goleador ha davanti a sé una seconda parte di stagione molto ambiziosa. L’Europa da conquistare col club, una Nazionale Under 21 da prendere per mano strizzando l’occhio a quella maggiore (in cui può già vantare una convocazione). A Coverciano c’è un altro Mancini che lo aspetta. Un cognome, una garanzia.

A 25 anni farà il suo esordio in Nazionale, da semisconosciuto con la maglia numero 10. Vincenzo Grifo da Pforzheim, cittadina tedesca a una trentina di chilometri da Stoccarda, si appresta a vivere la sua notte magica. A Genk, in amichevole contro gli Stati Uniti. Un italiano di Germania che debutta in Belgio. Non sarà probabilmente l’unica matricola lanciata da Mancini. Probabili anche gli innesti di Sensi e Tonali. Dall’altra parte il ct Dave Sarachan si affida a Timothy Weah, figlio di George, davanti mentre in panchina andrà il portiere Jonathan Klinsmann, figlio di Juergen.

Grifo gioca in Bundesliga con l’Hoffenheim, 8 partite e un gol finora in questa stagione. Mamma pugliese, papà siciliano, il neo numero 10 azzurro muove i primi passi prima nella squadra della sua città e poi a Karlsruhe. Il passaggio all’Hoffenheim è nel 2012, a 19 anni, che lo strappa alla Lazio. “Volevo restare vicino casa, ma chissà, un giorno giocherò in Italia». Trequartista o esterno offensivo, va a giocare prima nella squadra B, poi Dinamo Dresda, Francoforte e Friburgo, dove segna 14 gol con 15 assist contribuendo alla promozione in Bundesliga.


Vincenzo Grifo tifa Inter, il suo idolo da bambino è Roberto Baggio, si è sempre sentito italiano sognando la Nazionale. Nel 2017 il passaggio al Borussia Monchengladbach, dove però non brilla. Quest’anno il ritorno all’Hoffenheim dove tutto era iniziato nel 2012. Nel frattempo Grifo inizia le sue trasferte a Coverciano, nelle giovanili azzurre. Prima nell’under 20 con Evani e poi con l’under 21 di Di Biagio. Arriva così la chiamata da Mancini, da semisconosciuto nelle latitudini italiane. L’occasione per mettersi in mostra si chiama Genk, Belgio contro gli Stati Uniti. Per un globetrotter del pallone non dovrebbe essere un problema.

Il sospetto è divenuto fondato dopo le ultime gare di Nations League: forse la Nazionale ha un po’ sottovalutato la nuova competizione dell’Uefa? In fondo poteva essere una buona opportunità di rivincita dopo la delusione mondiale. Non solo, il gruppo 3 della Lega A con Polonia e Portogallo (privo di Ronaldo) non sembrava impossibile. Basta dare una rapida occhiata agli altri gironi per rendersi conto delle differenze di livello. Nel gruppo 1 ci sono Francia, Germania e Olanda. Nel gruppo 4 Inghilterra, Spagna e Croazia. Solo il gruppo 2 era abbordabile come il nostro con Svizzera, Belgio e Islanda.

Chiesa e Insigne contro il Portogallo

La sensazione è che l’Italia di Mancini abbia affrontato il torneo un po’ come i club nostrani snobbano l’Europa League. In tempi di magra europea, da quando l’Europa League ha sostituito la vecchia Coppa Uefa, nessuna squadra italiana è riuscita a vincerla o ad arrivare in finale. Gli ultimi sigilli tricolori nelle sorelle meno nobili della Champions League risalgono al Parma (Coppa Uefa 1999) e alla Lazio (Coppa delle Coppe 1999) nello stesso anno.

Basti vedere come, invece, le altre nazionali hanno affrontato le ultime gare di Nations League. Inghilterra Croazia, remake della semifinale di Russia 2018, è stata una formidabile altalena di emozioni. Con la Spagna spettatrice interessata, a Wembley è successo tutto nel secondo tempo. Col pareggio (0-0) che ha retto fino al 57’, Furie Rosse qualificate. Poi il vantaggio della Croazia al 57’ con Kramaric e vicecampioni del mondo avanti. Infine il ribaltone: al 78’ pari di Lingaard (e iberici ancora qualificati), all’85’ il definitivo vantaggio di Kane che spedisce gli inglesi alle final four e retrocede in Lega B i croati.


Emozioni in serie anche a Lucerna nello spareggio Svizzera Belgio del gruppo 2, con l’Islanda da tempo fuori dai giochi. La gara d’andata era finita 2-1 per gli uomini di Martinez, che vanno avanti anche al ritorno con un blitz nei primi minuti dell’Hazard piccolo, Thorgan (0-2 al 17’). Gli elvetici firmano una rimonta capolavoro già nel primo tempo con il milanista Rodriguez e la doppietta di Seferovic, che si ripete dopo l’intervallo per il suo tris dopo il quarto gol di Elvedi. La squadra di Petkovic va avanti, il Belgio si mangia le mani per quello che poteva essere.

Stessa squadra, stesso posto, stesso score. Mutuando gli 883 (Max Pezzali, 51 anni mercoledì, auguri), gli anni della Nazionale trascorrono, a prima vista, in modo uguale. Come il 13 novembre 2017, gli Azzurri impattano 0-0 a San Siro, questa volta con il Portogallo, e vengono eliminati. La competizione, però, è la Uefa Nations League e non una partecipazione mondiale. Fa meno male, anche perché qualcosa, risultato a parte, si muove.

Cosa va – Dopo lo sciagurato 0-0 contro la Svezia, l’Italia ha cambiato volto. In panchina c’è Roberto Mancini, che sta tentando l’ardua impresa di dare un’idea di gioco diversa alla sua squadra. Possesso palla, aggressività, stretta rete di passaggi, intensità. Un modello che si ispira a Guardiola e Sarri, lontano anni luce dal metodo tutto italiano difesa e ripartenza (ovvero il contropiede 2.0). In otto partite l’ex bandiera della Sampdoria ha convocato 54 giocatori. Via i senatori o aspiranti tali (Buffon, Barzagli, De Rossi, Candreva, Eder, Parolo). Spazio a tanti esordienti (gli ultimi, in ordine di tempo, Tonali, Grifo, Sensi, Mancini Gianluca e Kean). L’ossatura di base del Mancio sta trovando una quadra più o meno stabile. Donnarumma in porta. Bonucci, Chiellini (Romagnoli) Florenzi e Biraghi dietro. Barella, Jorginho, Verratti (Cristante, Pellegrini, Bonaventura). Insigne, Bernardeschi, Immobile (Chiesa, Verdi). Il gioco c’è, lo dimostrano il 70% di possesso palla contro il Portogallo e i 15 tiri (di cui solo 3 in porta) a 9. Il neo è la fase realizzativa.


Cosa non va – La Nazionale gioca molto il pallone, aggredisce il portatore avversario non appena perde la sfera, ma segna poco. E non crea molto, vista la mole di gioco prodotta. Nelle 8 partite di Mancini in panchina, gli Azzurri hanno fatto solo 7 gol con 7 marcatori diversi, solo una volta più di 1 (nel 2-1 in amichevole contro l’Arabia Saudita all’esordio). Le ultime reti sono state un centro allo scadere di Biraghi, un tiro deviato di Bernardeschi e un rigore di Jorginho. Gli attaccanti latitano: un gol a testa per Balotelli, Belotti, Zaza e Bernardeschi. Il ct non ha ancora trovato il suo bomber, Immobile è a secco, Balotelli non è affidabile (non è una novità), Belotti e Zaza non stanno attraversando un grande momento. Lo stesso Insigne, micidiale nel Napoli di Ancelotti, non trova la porta. Così Mancini sta rimescolando le carte, cercando il punto giusto con i vari Berardi, Giovinco, Lasagna, Pavoletti, Cutrone, Kean, Pellegri. Nel frattempo siamo arrivati secondi su tre in un girone non impossibile, perdendo una buona occasione di rivincita nella Nations League dopo il mancato accesso ai Mondiali.

Nulla di preoccupante, il 2 dicembre ci sarà il sorteggio dei gironi di qualificazione a Euro 2020. Il vero obiettivo della Nazionale di Mancini. La strada imboccata sembra buona, ma manca il gol. E non è poco.

José Mourinho ama attirare l’attenzione su di sé. Sia quando vince sia, soprattutto, quando le sue squadre vanno male. Il suo Manchester United non è in un gran momento. Decimo in campionato, falcidiato dalle assenze (Fellaini, Lingard, Sanchez), ha perso male in casa contro la Juventus in Champions League più di quanto non abbia detto il risultato finale (0-1). Così, all’89’ del match di Old Trafford contro i bianconeri, ha deciso di fare uno dei suoi soliti show. Dopo aver involontariamente (?) disturbato Bernardeschi sulla linea laterale del campo, Mourinho è stato bersagliato dai cori di scherno dei tifosi juventini.  Mou, come è noto, non è uno troppo diplomatico o politically correct. Ha risposto a quegli insulti alzando le tre dita in segno di sfottò. Il messaggio, non troppo velato, si riferiva al Triplete centrato dall’Inter nel 2010. Scena fotocopia ripetutasi qualche giorno fa a Stamford Bridge. Il pareggio in extremis di Barkley ha reso burrascoso il finale di partita. I supporter del Chelsea non amano più molto il loro vecchio trascinatore e hanno iniziato a deriderlo. Mourinho ha nuovamente alzato le tre dita, ricordando le tre Premier vinte con i Bleus.


Allenatori che perdono la pazienza con i tifosi. Il tecnico di Setubal non è solo in questa speciale classifica.

Harry Redknapp – Oggi ha 71 anni, è un tecnico di lungo corso nel calcio inglese sulle panchine, tra le altre, di Bournemouth, Southampton, Tottenham, Portsmouth, QPR Rangers e una parentesi da ct della Giordania. Nel 1994 Redknapp allenava il West Ham e fu protagonista di una storia a metà tra realtà e leggenda. In quell’estate, durante un’amichevole tra gli Hammers e l’Oxford United, il manager ebbe un siparietto con un tifoso piuttosto critico verso il suo West Ham e in particolare con l’attaccante Lee Chapman. Sfortuna volle che quest’ultimo si infortunasse. Allora Redknapp, stufo di quanto stava sentendo dalle tribune, si rivolse alle sue spalle, individuando quel rompiscatole di supporter. Si chiamava Steve Davies. «Ehi tu, che parli tanto, sei bravo a giocare quanto a parlare? Sapresti fare meglio di Chapman?». Davies non si tirò indietro, prese la maglia numero 3 dal magazziniere, indossò gli scarpini e realizzò il sogno di ogni tifoso. Entrare in campo con la propria squadre del cuore. Ma chi è quel giocatore, si chiedevano giocatori e spettatori. «Come non lo conoscete? Non lo avete visto ai Mondiali? E’ Tittyshev, il bulgaro», esclamò divertito Redknapp. E Steve Davies detto Tittyshev fu annunciato dallo speaker ed entrò in campo. La leggenda narra che segnò addirittura un gol, poi annullato per fuorigioco. D’altra parte aveva giocato a Usa ’94, vero Harry?

Redknapp rimbrotta il tifoso critico, prima di invitarlo a scendere in campo

Cesare Maldini – Il 27 giugno 1998 la Nazionale italiana disputa gli ottavi di finale di Francia ’98 al Velodrome di Marsiglia contro la Norvegia. E’ l’Italia vicecampione del mondo a Usa ’94, con Pagliuca e Maldini, Costacurta e Albertini, Di Biagio e Dino Baggio, Del Piero e Vieri. Proprio Bobo sblocca la partita al 18’, cui segue la memorabile esultanza uno di fronte all’altro con Pinturicchio. Del Piero, reduce dall’infortunio muscolare in finale di Champions contro il Real Madrid, non è al meglio. Il ct Cesare Maldini ha Roberto Baggio in panchina, ma non lo fa entrare. I tifosi dietro la panchina iniziano a protestare, chiedono l’ingresso in campo del Divin Codino. Maldini padre lascia perdere per un attimo la partita nel secondo tempo e si mette a battibeccare con chi invocava la sostituzione con Baggio. Quasi per ripicca Del Piero esce, ma viene sostituito da Enrico Chiesa. Così imparate a discutere delle mie scelte, è il messaggio che viene recapitato da Cesare Maldini ai 60 milioni di commissari tecnici in Italia.

Carlo Mazzone – E’ probabilmente l’episodio più famoso di questa classifica. Quello che ha reso immortale il Sor Carletto da Trastevere. 30 settembre 2001, stadio “Rigamonti” di Brescia. C’è il derby, sentitissimo, tra le Rondinelle e l’Atalanta. Dopo il vantaggio di Roberto Baggio, gli orobici capovolgono la situazione con Sala, Doni e Comandini. A 15 minuti dalla fine gli ospiti sono avanti 3-1. Carlo Mazzone ha 64 anni, siede sulla panchina del Brescia dopo gli anni, tra le altre, di Ascoli e Roma. Dalla curva ospite inizia a sentire cori beceri che proprio non si aspettava. Ancora Baggio accorcia le distanze, 2-3 al 75’. Mazzone confida al suo storico vice, Leonardo Menichini: «Se famo er tre pari vado sotto a curva». E il pareggio arriva, a tempo scaduto con la tripletta del fuoriclasse con il codino. Carletto a quel punto si lancia in una corsa sfrenata verso il settore atalantino, Menichini non riesce a fermarlo. Quando torna a centrocampo esclama all’arbitro Pierluigi Collina: «Buttame fuori, me lo merito».

La corsa di Carlo Mazzone verso il settore dell’Atalanta

Roberto Mancini – I precedenti che riguardano l’attuale tecnico della Nazionale sono diversi, complice il suo carattere fumantino. Il primo episodio è datato 9 gennaio 2005. A San Siro l’Inter del Mancio ospita la Sampdoria di Novellino. Gli ospiti fanno un gran match e vanno avanti 2-0 con Tonetto e Kutuzov. Il Meazza mormora, bersaglio delle critiche è l’allenatore, staccato in classifica da Juve e Milan e affetto dalla pareggite, con 12 pari nelle prime 16 partite. Ma dall’86’ i nerazzurri mettono a segno una clamorosa rimonta in pochi minuti. Martins, Vieri e il gol nel recupero di Recoba firmano un’impresa memorabile. Al gol dell’uruguaiano, Mancini si gira verso la tribuna facendo esplodere tutta la sua rabbia verso chi l’aveva contestato anzitempo. Nel 2016, in occasione del derby contro il Milan perso per 3-0, Mancini viene espulso e quando esce dal campo mostra il dito medio ai tifosi rossoneri. La sua serata da incubo continua con la lite in diretta tv negli studi Premium con Mikaela Calcagno. Infine, lo scorso marzo, sulla panchina dello Zenit San Pietroburgo, il Roberto furioso se la prende su instagram su un tifoso che l’aveva insultato dopo il pareggio con il Rostov, invitandolo andare a quel Paese. Mancini gli replicava riferendosi, poco garbatamente, alla sorella del sostenitore russo.

Il dito medio di Mancini ai tifosi del Milan dopo un derby

Maurizio Sarri – Infine l’ex tecnico del Napoli, oggi al Chelsea, è stato al centro delle polemiche prima del match scudetto Juve Napoli dello scorso aprile. L’arrivo del pullman partenopeo all’Allianz Stadium è accolto, come purtroppo capita spesso, da insulti ripetuti alla squadra e alla città campana. Sarri non ci sta e mostra il dito medio ai tifosi che erano ai lati del bus. Dopo la partita, vinta per 1-0 con gol di Koulibaly al 90’, l’allenatore toscano rincara la dose:

Sarei anche sceso dal pullman perchè se uno mi sputa e mi insulta perchè napoletano, parola usata come un insulto, meritava che scendessi dal pullman

Il dito medio di Maurizio Sarri ai tifosi della Juventus

Piątek c’ha provato a fare un favore all’Italia, nazione in cui gioca attualmente con la maglia del Genoa. Poi anche Blaszczykowski, gravitato per un anno dalle parti della Fiorentina, ha cercato di riaprire il match. Ma un altro ex-italiano, quell’André Silva che ha giocato (poco e male) l’anno scorso con la maglia del Milan, ha deciso di piazzare una doppietta nel 3-2 finale con cui il Portogallo ha battuto la Polonia, a Chorzow, nel match del gruppo 3 della Lega A di Uefa Nations League.

Una bella mazzata per le sorti del mini-girone: i portoghesi sono a punteggio pieno dopo due gare, Polonia e Italia sono sotto unite in classifica dall’unico punto conquistato. Così la gara di domenica 14 ottobre per la banda di Mancini, che non sa più vincere, diventa un vero e proprio spareggio:  bisogna battere i ragazzi di Brzeczek a casa loro per evitare la retrocessione nel girone B.

Da dentro o fuori, dunque, senza giri di parole: se gli Azzurri dovessero perdere, la retrocessione sarebbe aritmetica perché la Polonia salirebbe a quattro punti con un vantaggio di gol negli scontri diretti che, ricordiamo, è il primo criterio che viene considerato in caso di arrivo a pari punti. L’Italia, tra l’altro, ha il peggior attacco con una sola rete realizzata, nell’1-1 polacco, da Jorginho su rigore.

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Se le due nazionali, invece, dovessero pareggiare, l’esito del gruppo 3 sarebbe rimandato all’ultima giornata che si giocherà su due fronti, Italia – Portogallo il 17 novembre a San Siro, e Portogallo – Polonia il 20 novembre a Guimaraes.

Nel campo delle ipotesi, immaginiamo anche un’Italia vincente contro la Polonia e se dovessero arrivare tre punti anche contro Cristiano Ronaldo&co., Mancini potrebbe anche clamorosamente acciuffare la testa del raggruppamento: si dovrebbero incastrare diverse variabili, come la rivincita dei polacchi contro il Portogallo stesso. Si avrebbe così, Italia a sette punti, Portogallo sei e Polonia quattro, che così sarebbe retrocessa in Lega B.

Ma nei sogni e negli incubi del “Mancio” c’è solo il pensiero di vincere la prima partita con la Nazionale.

 

Un’amichevole per Genova, quella che mercoledì 10 ottobre vedrà Italia e Ucraina sfidarsi sul prato del Luigi Ferraris: per gli azzurri c’è da pensare all’impegno delicato in Nations League del 14 ottobre contro la Polonia, ma per 90 minuti si andrà oltre al calcio e al prato verde. L’Italia è lì per aiutare una città profondamente colpita dalla tragedia del crollo di ponte Morandi dello scorso 14 agosto che ha provocato 43 morti e circa 600 sfollati.

Numeri devastanti e per questo sarà una partita dal forte valore simbolico: i 600 sfollati sono stati invitati alla partita, al 43’ di gioco, invece, l’arbitro fischierà una pausa di trenta secondi, un momento di riflessone per chi sarà allo stadio e per chi seguirà da casa la partita. Sulla maglia dei ragazzi del ct Roberto Mancini, poi, ci sarà il logo di “Genova nel cuore”.

Roberto Mancini, da giocatore della Sampdoria, ha lasciato un ricordo indelebile. Ora spera di farlo ancora con questa amichevole:

 Sono felice di essere qui in questo momento, contento di essere ct della Nazionale per questa occasione. Sono dispiaciuto per quanto è accaduto in quella che è stata casa mia per tanti anni, spero che in quei due giorni nei quali saremo qui si possa fare qualcosa per le persone colpite da questa grandissima tragedia. Spero che la presenza dell’Italia qui possa essere d’aiuto a questa città: mi riempie di gioia poter aiutare la città di Genova

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Oltre al simbolismo del match, la Federazione italiana ha annunciato un gesto solidale e umanamente profondo: i nove ragazzi orfani, che hanno perso i genitori nella tragedia, verranno seguiti nel percorso scolastico dalla stessa Figc che pagherà le spese per garantire ai ragazzi un futuro sereno.

Il coraggio passa attraverso un pallone: Genoa ha dimostrato negli anni di avere forza e tenacia. Si può ripartire, si deve ripartire.

Due gol con la nuova maglia della Roma, due gol di tacco. Nello scombussolamento di un avvio di stagione incerto per Di Francesco e i giallorossi, dopo le cessioni di Nainggolan e di Strootman, dopo i nuovi innesti, c’è una piccola piccola certezza: Javier Pastore sa segnare solo di tacco.

L’ex Palermo e Paris Saint-Germain, infatti, ha fatto esplodere l’Olimpico prima con una magia nel 3-3 contro l’Atalanta e poi alla sesta giornata con la solita acrobazia nel 4-0 contro il Frosinone. E con il derby alle porte, la provocazione vien da sé: farà centro per la terza volta con la parte posteriore della scarpetta?

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E quando si parla di stracittadina contro la Lazio e di colpi di tacco, scorrendo all’indietro i ricordi della memoria due prodezze simili portano, casualmente, lo stesso nome…anzi lo stesso cognome. Mancini.

Il Mancini Roberto, con la casacca laziale, ha più volte infilzato la retroguardia avversaria e capitolina, ma nel derby d’andata della stagione 1998-1999 arriva a farlo proprio di tacco: rete del momentaneo 2-1 (il match finirà 3-3) su assist di Sinisa Mihajlovic.

E che dire dell’altro Mancini…Amantino? Altra genialata, altra coordinazione pazzesca del laterale brasiliano. Siamo al 9 novembre 2003 e Mancini, approfittando dei blocchi e della caduta di Corradi all’ interno dell’area di rigore, trova la deviazione vincente con la quale gli uomini di Capello colgono la vittoria nella stracittadina numero 137.

La storia ci insegna che il derby di Roma vive di fiammate, di momenti iconici da rivendicare lustri e lustri nelle discussioni da bar. Aspettiamo un colpo di genio…magari di tacco.

L’Italia di Mancini fa fuori la Juventus. Nella sconfitta per 0-1 contro il Portogallo (gol al 48’ di Andrè Silva) in Uefa Nations League, nessun bianconero è sceso in campo tra gli Azzurri scelti dal ct: né tra gli undici titolari, né fra i tre subentrati a partita in corso (Belotti, Emerson, Berardi).

La formazione scelta da Mancini, priva di giocatori della Juventus

In panchina c’erano Bonucci, Chiellini e Bernardeschi (tutti titolari nel match contro la Polonia), in tribuna era stato spedito Rugani. L’unico juventino in campo aveva la maglia rossa dei padroni di casa: Joao Cancelo, arrivato quest’estate a Torino dopo l’esperienza all’Inter lo scorso anno.

Non accadeva da vent’anni: l’ultima volta che la Nazionale rinunciò al suo storico blocco per club, quello bianconero, fu nel 1998. Mondiali di Francia ’98, 17 giugno, Montpellier: l’Italia di Cesare Maldini liquida 3-0 il Camerun (gol di Di Biagio e doppietta di Vieri) nella seconda gara di Coppa del Mondo, dopo aver pareggiato la prima partita per 2-2 contro il Cile. Questa la formazione mandata in campo quella sera: Pagliuca, Costacurta, Cannavaro, Nesta, P. Maldini, Moriero (37′ s.t. Di Livio), Albertini (17’s.t. Di Matteo), Di Biagio, D.Baggio, R.Baggio (20’s.t. Del Piero), Vieri. Ma quella volta i rinforzi made in Juve arrivarono dalla panchina con gli innesti di Del Piero e Di Livio.

Gli 11 in campo contro il Camerun nel 1998

Milan, Spal, Milan, Milan, Genoa, Fiorentina, Chelsea, Roma, Milan, Torino, Lazio. All’Estadio da Luz di Lisbona non mancava solo la Vecchia Signora in campo. Basti pensare che nell’11 titolare scelto da Mancini solo Cristante (Roma) disputerà la Champions League che inizia tra una settimana. Gli altri dovranno accontentarsi dell’Europa League o di un buon campionato di serie A da disputare: una statistica che dice tanto sull’attuale momento di difficoltà della Nazionale italiana.