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Cos’ha quel giocatore nelle scarpe? Le calamite?

È stata una delle giocate più belle che ho visto su un campo di calcio

La prima, è una domanda retorica di uno stupito Alex Ferguson, la seconda è una frase, da altrettanto stupido,  pronunciata da Pierluigi Collina. Entrambi si riferivano allo stesso calciatore e alla stessa magia: Fernando Redondo e il suo colpo di tacco all’Old Trafford. Era il 19 aprile del 2000, il Real Madrid affrontava in trasferta il Manchester United campione d’Europa in un match che rappresentò un simbolico passaggio di testimone. Ma il passaggio più bello di quella serata fu quello con cui l’argentino smarcò Raul per il gol del 3-0. Un assist apparentemente semplice ma arrivato al termine di un’azione personale che rimase nella storia del calcio. El taconazo del Principe è tutt’oggi ricordato come uno dei dribbling più geniali e allo stesso tempo efficaci mai visti, un’esibizione di tecnica e istinto che il centrocampista di Buenos Aires regalò al pubblico di Manchester e che segnò per sempre la carriera del povero Berg, il terzino norvegese dello United che da quel giorno fu colui il quale subì il tunnel dal campione del Real.

La giocata di un secondo, pensateci bene, di un solo secondo in grado di rimanere cristallizzata per decenni. In quella serata di Manchester, Fernando Redondo era il capitano e il leader del del Real Madrid. Una squadra che nella stagione 1994-95 era stata ricostruita da Jorge Valdano che affidò al connazionale le chiavi del centrocampo blanco dopo averlo acquistato dal Tenerife. L’accoppiamento tra gli spagnoli e i Red Devils ai quarti di finale mise di fronte le ultime due squadre a vincere il trofeo: il Real, campione d’Europa nel 1998 dopo la vittoria sulla Juventus, e lo United detentore del trofeo sollevato a Barcellona dopo l’incredibile rimonta nei minuti di recupero contro il Bayern Monaco.

La portada del diario AS (19/04/2020)

L’andata al Bernabéu era finita 0-0, dunque per gli spagnoli era necessario vincere o pareggiare segnando almeno un gol. Piccolo dettaglio: Beckham e compagni non perdevano in casa da oltre un anno. Un autogol di Roy Keane al 20’ del primo tempo e una rete di Raul al 5’ della ripresa misero subito la qualificazione sulla via di Madrid ma proprio tre minuti dopo il 2-0, si materializzò la giocata che verrà successivamente votata come la migliore nella storia del Real dai lettori di Marca. Minuto 53, il capitano del Real porta palla vicino all’out di sinistra, sembra chiuso da Berg e altri due avversari ma improvvisamente appare il genio: colpo tacco verso l’interno, palla tra le gambe del terzino, testa alta e assist perfetto a Raúl che deve solo spingere dentro. È il 3-0, a nulla valsero i gol successivi di Beckham e Scholes: al fischio finale di Pierluigi Collina il risultato recita 3-2 per il Madrid che si qualificò per le semifinali prima (dove affrontò il Bayern) e per la finale poi. A Parigi, nel duello tutto spagnolo contro il Valencia di Héctor Cuper, arrivò l’ottava Champions per il club blanco.

 

fonte: Sky Sport

Se sei consapevole di non essere un goleador attieniti a una semplice regola: fai in modo che quelle poche reti messe a segno siano autentiche prodezze al punto di rimanere scolpite nella memoria e negli annali del calcio. Se segui questa indicazione, che poi è la legge della vita “una chance, un’opportunità, giocatela al meglio”, è molto probabile che utilizzeranno Andrea Dossena come termine di paragona.

Quell’Andrea Dossena che ha segnato 12 gol nella sua lunga carriera, due dei quali con il Liverpool. Stesso suo numero di maglia che in zona Anfield ricordano ancora. Arrivato nell’estate del 2008 dall’Udinese per rimpiazzare il partente John Arne Riise – altro calciatore ricordato per discrete prodezze con il suo micidiale mancino – sulla fascia sinistra, il terzino italiano ha avuto difficoltà all’inizio ad ambientarsi al calcio inglese, a Liverpool e alle indicazioni di Rafa Benitez.  Difficile sfilare la titolarità di Fabio Aurelio, così Dossena si accomoda in panchina e proprio partendo dalla panchina vive quattro giorni, solamente quattro giorni, da apoteosi.

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Il 10 marzo 2009 ad Anfield si gioca il ritorno degli ottavi di finale di Champions League e il Liverpool, già vittorioso all’andata per 1-0, attende il Real Madrid. Il match si indirizza già nella prima mezz’ora con i padroni di casa in doppio vantaggio con le reti di Fernando Torres e Steven Gerrard. Poi il capitano fa 3-0 al 47’, tagliando gambe e possibili aneliti di rimonta spagnoli. Benitez toglie dunque sia il centrocampista e al minuto 83’ toglie anche Torres per tributargli una standing ovation della Kop e di tutto lo stadio. Al suo posto proprio Andrea Dossena che cinque minuti dopo, si ritrova, non si sa perché in area di rigore avversaria e sigilla il match con il gol del 4-0.

Dossena che segna al Real Madrid. E che batte il palmo della mano sullo stella del Liverpool. Mica male no? Ma il ragazzo nato a Lodi nel 1981 ci prende talmente tanto gusto che, appena quattro giorni dopo, decide definitivamente di entrare nella storia del club rosso del Merseyside. Ok il Real Madrid, ma volete mettere segnare ai rivali di sempre del Manchester United all’Old Trafford?

Ancora quattro gol, inaspettati dopo le fatiche mentali e fisiche del match in Champions League, ma anche la banda di Ferguson è scarica. E’ una lotta scudetto o quantomeno l’ultimo tentativo per riaprire la Premier League: segna prima Cristiano Ronaldo, poi esplodono Torres e Gerrard. Fabio Aurelio sigla il 3-1 su punizione e poi arriva Dossena, ancora una volta dal nulla, ancora una volta il più offensivo degli 11 del Liverpool. E’ il 90’, pieno recupero, Reina lancia il pallone lontano, un rimbalzo che scavalca il difensore dei Red Devils, Dossena aspetta l’istante giusto e di prima, con un tocco morbidissimo da fuori area, alza un dolce pallonetto che supera l’alto Van der Sar.

Dossena non segnerà altri gol con il Liverpool. Ma la storia è già scritta così.

Su quel volo maledetto mai partito dall’aeroporto di Monaco di Baviera c’era anche lui, Harry Gregg, assieme a tutto il Manchester United, la sua squadra da qualche mese. Acquistato nel dicembre 1957 per 23.500 sterline, il suo fu il trasferimento più costoso in quel momento storico per un portiere.  La sua vita non si è fermata quel 6 febbraio 1958 su quella pista innevata, la sua fu una sorte diversa meno beffarda ma comunque crudele perché spazzò via parte dei suoi compagni, i “Busby Babes”: 23 dei 44 passeggeri persero la vita, otto sono giocatori, tre dello staff, muoiono anche otto giornalisti e quattro membri dell’equipaggio.

 

Harry Gregg, è morto il 17 febbraio 2020, all’età di 87 anni ed è considerato uno degli eroi del disastro aereo di Monaco che decimò la squadra del Manchester United. Lo ha annunciato la fondazione che porta il suo nome. Portiere di ruolo, Gregg salvò diverse persone, tra cui un bambino e i compagni di squadra Jackie Blanchflower e Bobby Charlton, rimasto ora  l’ultimo sopravvissuto.

Gregg ha più volte dichiarato di non voler essere ricordato solamente per essere l’eroe di Monaco, ma anche per la sua carriera. Il ricordo di quei momenti di paura e di follia lo hanno tormentato per tutta la vita, e a questo dolore Gregg ha sempre risposto con risultati, prestazioni e fedeltà alla casacca dei Red Devils. Vinse il Golden Glove (premio per il miglior portiere) ai Mondiali di Svezia nel 1958, davanti a una leggenda come il portiere russo Lev Yashin, e con lo United si tolse la soddisfazione di vincere un campionato, una Community Shield e una Coppa d’Inghilterra.

Sono 770 i gol segnati in carriera da Cristiano Ronaldo nelle partite ufficiali giocate per i club e per la nazionale portoghese. Il campione della Juventus ha raggiunto questo traguardo grazie alla tripletta contro il Cagliari di domenica 14 marzo. Una data da ricordare non soltanto per la risposta che il campione ha dato ai detrattori che lo avevano attaccato dopo la prestazione negativa contro il Porto – con i bianconeri eliminati dalla Champions League – ma anche e soprattutto per il raggiungimento di un record storico, difficilmente eguagliabile nei prossimi anni: CR7 ha infatti definitivamente superato il numero di gol ufficiali segnati da Pelé.

“Non c’è giocatore al mondo che non sia cresciuto ascoltando storie sui suoi giochi, i suoi obiettivi e i suoi successi, e io non faccio eccezione – ha commentato Cristiano Ronaldo in un lungo post su Instagram –. E per questo motivo, sono pieno di gioia e orgoglio quando riconosco l’obiettivo che mi ha messo in cima alla lista dei gol del mondo, superando il record di Pelé, qualcosa che non avrei mai potuto sognare mentre crescevo da bambino di Madeira”. E nonostante in molti gli abbiano da tempo attribuito il record, CR7 ha voluto invece aspettare, riconoscendo nei 767 il primato di gol del brasiliano e non nei 757, perché – ha aggiunto – non “possiamo semplicemente cancellare la storia secondo i nostri interessi”.

Pelé, dal canto suo, si è congratulato, sempre su Instagram, dichiarando il suo affetto e la stima che prova per il portoghese: “Ti ammiro molto, mi piace guardarti giocare e questo non è un segreto per nessuno. […] Il mio unico rimpianto è non averti potuto abbracciare oggi”.

Ma come si arriva ad un traguardo simile e, soprattutto, perché Cristiano Ronaldo è diverso dagli altri giocatori e non ha eguali nella storia del calcio? La risposta, come lui stesso ha più volte sottolineato nelle interviste rilasciate, è semplicemente una: la mente. Quando si chiede a CR7 quale sia il suo punto di forza, lui risponde sempre e solo “la testa”. Ovvero quella mentalità che lo porta ad allenarsi in un certo modo, a nutrirsi in un certo modo e, in generale, a seguire tutti quegli accorgimenti necessari per raggiungere una forma fisica specifica e uno stato di salute ottimale.

Molti sostengono che Ronaldo sia costruito, come se questo fosse un difetto o un problema, e gli attribuiscono una mancanza di talento – evidente invece nel suo storico rivale Lionel Messi – sopperita quindi con l’edificazione di una macchina studiata a tavolino. Del resto, quando si chiede al portoghese cosa occorre per arrivare al suo livello, la risposta è sempre “dedizione, costanza e lavoro duro”. Il talento non basta, quindi, e CR7 questo lo ha capito molto presto, già ai tempi del Manchester United, quando cominciò a contrastare la magrezza eccessiva con il fitness, che ancora oggi risulta essere parte fondamentale del suo allenamento quotidiano.

Un po’ macchina, un po’ personaggio, dunque, che fa spesso parlare di sé per ciò che fa dentro il campo e non solo. Cristiano Ronaldo è infatti noto anche per la sua proverbiale schiettezza e la tendenza a rispondere alle domande di chi lo intervista dicendo sempre quello che pensa; come è avvenuto anche recentemente in occasione dei Globe Soccer Awards, in cui è stato premiato come miglior giocatore del secolo. Quando gli è stato chiesto cosa si provi a giocare senza tifosi, CR7 ha infatti risposto senza mezzi termini: “Giocare a calcio in uno stadio vuoto è noioso, è alquanto bizzarro giocare in queste condizioni”. E non è evidentemente l’unico a porsi il problema di quanto il calcio senza tifosi abbia influito anche sull’andamento di alcuni giocatori e delle relative squadre.

Ma nonostante reputi profondamente noioso giocare senza pubblico, lui che ama stare al centro della scena ed essere osannato, la sua professionalità non viene mai meno. Perché è diverso dagli altri, dunque? Perché a 36 anni e dopo aver vinto tutto ciò che c’era da vincere – sia a livello di club che individualmente – è ancora il primo ad arrivare al campo di allenamento e l’ultimo ad andarsene; è quello che lascia il centro sportivo solo dopo la sessione di crioterapia che gli permette di recuperare rapidamente la capacità muscolare; è quello per il quale non esistono feste, riposi o ferie, perché c’è sempre e comunque il tempo per dedicarsi agli esercizi quotidiani, anche a casa.

Perché la costruzione del corpo di Cristiano Ronaldo, al contrario di ciò che pensano in molti, non è dettata da semplice vanità: c’è un motivo se CR7 non si infortuna quasi mai o comunque si riprende più in fretta di altri; c’è un motivo se corre ad una certa velocità; e c’è un motivo se salta più in alto di chiunque. E il motivo è in quel corpo costruito a tavolino, certo, non soltanto per mera vanagloria, ma soprattutto per essere una macchina efficiente al massimo del suo potenziale. E ci vuole una mentalità davvero vincente e sempre focalizzata sugli obiettivi per riuscire, a 36 anni, a mantenere gli stessi standard qualitativi, anno dopo anno, senza mai arretrare di un passo o mostrare il benché minimo cenno di cedimento. “Dedizione, costanza e lavoro duro”, quindi, a trecentosessanta gradi: dall’esercizio fisico alla dieta, passando per il riposo.

Cristiano Ronaldo non manca mai un allenamento, dorme otto ore a notte, non beve alcolici, non assume zuccheri, non mangia cibo spazzatura. Mai. Da oltre quindici anni segue una routine controllata e regolare, che non conosce sgarri. Per alcuni potrà sembrare un’esagerazione e un’ossessione da fissati, per CR7 è soltanto la mentalità e il duro lavoro che lo hanno portato a 770 gol e a diventare il più grande marcatore nella storia del calcio.

Il volo 609 della British European Airways riprova per la terza volta il decollo. C’è troppa neve, all’aeroporto di Monaco-Riem di Monaco di Baviera, dalla cabina di controllo sconsigliano la manovra, ma il pilota ci riprova un’ultima, tragica volta. Quel volo non si alzerà mai, finirà dritto contro le mura di un edificio, in fondo alla pista. In quell’aereo c’è tutto il meglio del futuro e del talento del calcio inglese, una parte dei “Busby Babes” del Manchester United. Sono le 15:04 del 6 febbraio 1958 e 23 dei 44 passeggeri perdono la vita. Otto sono giocatori, tre dello staff, muoiono anche otto giornalisti e quattro membri dell’equipaggio. Ancora oggi ci sono orologi in giro per Manchester bloccati a quell’ora nefasta.

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Il club aveva noleggiato un aereo per fare ritorno dalla partita di Coppa dei Campioni contro la squadra jugoslava della Stella Rossa di Belgrado, terminata con un pareggio per 3-3 e con questo risultato il Manchester United si era qualificato alle semifinali, avendo vinto la gara di andata per 2-1. Il decollo da Belgrado fu ritardato di un’ora perché il giocatore del Manchester United Johnny Berry aveva perso il suo passaporto, ma poi l’aereo fece una fermata programmata a Monaco per rifornirsi di carburante.

Il capitano James Thain, il pilota, tentò di decollare due volte, ma entrambi i tentativi furono infruttuosi per un surriscaldamento del motore sinistro. Al terzo tentativo di decollo si decise di ovviare al surriscaldamento del motore sinistro “ritardandone” l’accelerazione, facendo percorrere all’aereo una lunghezza maggiore di quella usualmente richiesta. Per questo l’aereo fu costretto a utilizzare un tratto di pista non percorso quel giorno dagli altri aerei. In quella zona della pista era presente un sottile strato di neve sciolta, che ostacolò l’accelerazione dell’aereo, impedendo così il decollo. Durante questa operazione l’aereo raggiunse i 217 chilometri orari, ma nel tratto finale calò a 194, una velocità troppo bassa per poter volare e con troppa poca pista per poter interrompere il decollo.

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Alle 15:04 l’aeroplano si schiantò sulla recinzione che circondava l’aeroporto e poi su una casa, che in quel momento era vuota. Parte dell’ala e parte della coda vennero strappate. Il velivolo prese fuoco. Il lato sinistro della cabina di pilotaggio colpì un albero, il lato destro della fusoliera un capanno di legno, all’interno del quale c’era un camion pieno di pneumatici e carburante, che esplose.

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Matt Busby sopravvive allo schianto, anche se per ben due volte all’ospedale gli danno l’estrema unzione. Lo “scozzese di ferro” ce la fa, così come Bobby Charlton, che negli anni a venire proprio con Busby e un trio d’attacco indimenticabile ricostruirà una squadra leggendaria. Senza Duncan Edwards, morto anche lui e a soli 21 anni. Forse il talento più grande, la gemma più preziosa di quel Manchester con cui giocò 177 partite e segnò 21 reti, vincendo due Premier. Divenne il più giovane a debuttare in Nazionale, a 18 anni e 183 giorni. Per tutti era il successore di Billy Wright, il capitano. Come scrive Francesco Cavallini in Io gioco pulito (qui lettura completa):

Duncan può diventare o più amato di Matthews, più famoso di Puskas, e forse più forte di Di Stefano. Destro, sinistro, lancio lungo, tiro da fuori, visione di gioco. Ogni cosa, ogni singola qualità si incastra perfettamente in lui. Busby lo fa giocare da mediano, ma se volesse potrebbe schierarlo persino in porta. Nessun obiettivo gli è precluso. La gloria, quella gloria che ha già assaggiato con la maglia del Manchester United, sarà sua compagna per la vita. Duncan Edwards, il più grande calciatore di tutti i tempi. È scritto nel suo destino. E in Svezia nell’estate 1958 se ne accorgeranno tutti, proprio come se ne è accorto Matt. E invece no. Il mondo scopre Pelé e Garrincha. Non Duncan. E a sollevare la Coppa del Mondo del 1966 non sono le sue mani. Nell’immagine da consegnare alla leggenda c’è Bobby Moore. Ci sono Gordon Banks, Geoffrey Hurst, c’è persino Bobby Charlton, che era su quell’aereo con lui. Ci sono tutti. Ma non Duncan Edwards.

Poco prima della manovra di decollo Edwards riesce a spedire un telegramma alla sua padrona di casa per avvertirla che per problemi atmosferici avrebbe trascorso la notte in Germania. La stella dell’Old trafford si spegne 15 giorni dopo, e con lei un pezzo di quel grande Manchester. Con un ultima frase, però, che Big Dunc riuscì a pronunciare al Dottore poco prima di andarsene:

Quante chance ho di giocare in Premier la settimana prossima?

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Esattamente 12 mesi fa ha scoperto di avere il cancro al testicolo e nel febbraio del 2019 ha iniziato la sua lotta contro la malattia. Lui è Max Taylor, difensore 19enne del Manchester United e la notizia che ci riappacifica con la vita è che il ragazzo è stato convocato per la prima volta in prima squadra e potrebbe esordire nel match di Europa League di giovedì 28 novembre contro l’Astana.

Max Taylor militava già nello United nel 2014, ma ci è ritornato solamente nel settembre 2019, con il Manchester United U23, quando gli è stato dato il via libera per potersi allenare di nuovo. Il suo corpo, dopo cicli di chemioterapia e lentissima ripresa, ha risposto bene tanto da spingere Solskjaer a convocarlo nella lista dei 23 in partenza per il Kazakistan.

 

 

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Un post condiviso da Max Taylor (@maxtaylor00) in data:

Dal momento che lo United è già qualificato per gli ottavi di Europa League, Solskjaer porterà in Kazakistan molti giovani, anche per testarli in vista dei prossimi appuntamenti Europei e di Premier dello United. E non è la prima volta che il tecnico dei Red Devils pesca materiale dallo Youth Club: in prima squadra hanno infatti già debuttato James Garner, Mason Greenwood e Dylan Levitt, i quali sono a tutti gli effetti parte integrante della rosa del Manchester.

Sto vivendo un sogno, sono felice. – ha dichiarato Max – Solskjaer ha chiamato molti giovani per questa partita. Spero che alcuni di noi giovedì possano esordire in prima squadra. Un anno fa iniziai la chemioterapiain quel periodo non avrei mai pensato che avrei avuto un’opportunità del genere

Robin Van Persie è atterrato dopo una lunga carriera volante. Il lungo salto dell’olandese, simile al tuffo contro la Spagna nei Mondiali 2014, ha toccato terra nella sua casa di Feyenoord. Lo stadio De Kuip. L’attaccante, che ad agosto compirà 36 anni, ha disputato la sua ultima partita da professionista contro l’Ado Den Haag nel campionato olandese. Il risultato finale, ko interno per 0-2, ha interessato pochi. La notizia del giorno era il ritiro di un formidabile goleador che detiene il primato di reti con la maglia dell’Olanda (50 gol). Meglio di Cruijff e Van Basten, giusto per citare le prime due leggende del calcio arancione.

La carriera di Van Persie

Van Persie è uscito dal campo al 92’, salutato dalle due squadre disposte ai lati del campo per lasciare la scena al centravanti di Rotterdam. Il Feyenoord, la sua casa, da cui è andato via nel 2004 per l’Inghilterra. Otto anni all’Arsenal, tre al Manchester United, altri tre in Turchia nel Fenerbahce. Per due anni consecutivi capocannoniere in Premier, nel 2012 e nel 2013 con 30 e 26 sigilli. L’olandese volante, the Flying Dutchman, non ha perso il vizio del gol anche quest’anno, quando ha disputato la sua ultima stagione giocando da mediano. In 24 partite va a segno  16 volte, contribuendo al terzo posto del Feyenoord dietro Ajax e Psv Eindhoven.


In 19 anni da professionista ha segnato 271 gol con i club e 50 con la Nazionale olandese. Memorabile il gol in tuffo ai Mondiali brasiliani nel 2014 contro la Spagna. Un gesto che è valso a Van Persie un murales in una favela di Rio de Janeiro. I tanti infortuni non hanno fermato la sua classe, dispensata tra gli anni all’Arsenal di Wenger e quelli a Old Trafford con lo United, vincendo una FA Cup con i gunners e una Premier League con i red devils.

C’è una pagina scritta da qualche parte, in qualche tempo, che ti impedisci di essere il numero 1 anche se sei Gigi Buffon. Una pagina di un libro che narra le tue imprese sportive lunghe un ventennio e qualcosa in più. Le tue parate da numero 1 dei numeri 1. I tuoi successi nazionali sempre in prima linea. Il podio più alto raggiunto giocando in Nazionale. Eppure, in cima ai trofei per club, c’è uno spazio vuoto. O una “x” che non significa pareggio questa volta. Ha il sapore bruciante di una mancanza che si trasforma in ossessione. Ti porta a 40 ad abbandonare le tue certezze per immergerti in una realtà nuova in nome di quell’assenza che ha due grandi orecchie.

La rimonta United

La maledizione della Champions League per Buffon continua. Sembrava superata, almeno per il passaggio ai quarti. E invece no, il Manchester United compie un’impresa storica al Parco dei Principi. Mai nessuna squadra nella storia della competizione a rimontare uno 0-2 casalingo. I red devils di Solskjaer ci riescono con una formazione rimaneggiata e priva di numerosi titolari (tra cui Pogba, Lingaard, Young, Matic, Martial, Sanchez). L’1-3 di Parigi matura grazie a una doppietta di Lukaku con la complicità del portiere italiano nel secondo gol. Rashford al 94’ mette la firma definitiva sulla rimonta segnando su rigore. Esattamente come lo scorso anno con Ronaldo dal dischetto al Bernabeu a tempo scaduto.

Il Parma 1998  – 1999

Buffon, dopo quella sera, i fruttini e la spazzatura al posto del cuore, aveva deciso probabilmente di lasciare la Juve. Di provare un’esperienza altrove, in un club che potesse allontanare quel tabù che circondava se stesso e i bianconeri. E invece il Paris Saint Germain si lecca le ferite anche quest’anno. E Gigi, che ha rinnovato per un biennio, dovrà accontentarsi vent’anni dopo dell’unico trofeo internazionale per club. La Coppa Uefa 1998-1999 con il Parma di Alberto Malesani. Tre a zero a Mosca contro il Marsiglia. Nei gialloblu dei Tanzi con Crespo, Cannavaro, Veron, Thuram. A oggi loro ce l’hanno fatta, in un torneo differente, lì dove hanno fallito Al-Khelaïfi con Cavani, Neymar, Mbappè. E Buffon.

Ad agosto festeggerà 36 anni e Robin Van Persie, nonostante non sia più un giovanotto, non ha mai smesso di fare gol.

Dal gennaio 2018 è tornato nella sua Rotterdam e al Feyenoord, squadra che lo ha lanciato a livello europeo. Il classe ’83 ha indossato la fascia da capitano e si è preso sulle spalle i biancorossi, con l’esperienza e il carattere dei veri leader.

Un ritorno in patria dopo aver vinto tanto, soprattutto in Inghilterra, che però non sa di ritiro anzi, il bomber ha deciso di concludere la carriera nel club di casa perché vuole regalare successi ai tifosi, in un campionato dominato da Psv Eindhoven o Ajax.

L’olandese volante, com’è stato definito dopo lo storico gol segnato contro la Spagna nel Mondiale brasiliano del 2014, sta vivendo una seconda giovinezza. In questa stagione di Eredivise ha giocato 15 partite, realizzando 10 reti e 3 assist. Positivissima è stata l’ultima sfida giocata al “de Kuip” contro i lancieri dell’Ajax. Un sonoro 6-2 per i padroni di casa, con l’ex bomber dell’Arsenal autore di una doppietta.

A livello professionale, Robin Van Persie le migliori stagioni le ha vissute in Premier League, prima tra le fila dei Gunners e poi nel Manchester United.

GLI ANNI ALL’ARSENAL

Nel lontano 2004 l’ex allenatore dell’Arsenal, Arsene Wenger, chiede espressamente alla sua società di acquistare Van Persie, dopo esser rimasto colpito dalle sue abilità. Comprato per 3 milioni di euro, nel giro di qualche anno l’olandese diventa uno degli attaccanti più forti e costanti a livello europeo. Nonostante l’altezza la punta centrale è abile con i piedi, veloce e con una bella visione di gioco: il classico “attaccante moderno” che si usa in gergo giornalistico.

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Robin Van Persie festeggia un gol insieme all’ex compagno di squadra Thierry Henry

A Londra diventa pilastri inossidabili del gioco di Wenger, leader e capitano della squadra. Peccato solo che con i Gunners vince meno di quanto si possa pensare e l’olandese conquista in bacheca solamente una Community Shield nel 2004 e una Coppa d’Inghilterra. Dal punto di vista realizzativo: 132 gol e 55 assist in 280 presenze.

IL PASSAGGIO AL MANCHESTER

Lo United di sir Alex Ferguson lo acquista nel 2012 per una cifra vicina ai 28 milioni di euro. Con i Red Devils conquista una Premier League alla sua prima stagione, grazie soprattutto ai suoi gol.

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Una delle tante esultanze con la maglia dello United

Con 26 reti in 38 gare, infatti, vince il titolo di capocannoniere. In tre stagioni a Manchester ottiene anche una Community Shield nel 2013. Nonostante l’arrivo di Van Gaal sulla panchina decide di abbandonare l’Inghilterra.

LA PARENTESI TURCA E IL RITORNO A CASA

Dopo la parentesi inglese, decide di traferirsi in Turchia al Fenerbahce. Con i gialloblu non perde l’abilità di goleador, ma non ottiene successi importanti. Proprio per questo motivo e per la nostalgia di casa accetta subito un’offerta dal club che lo ha lanciato senza pensarci due volte.

Il ritorno in Olanda è perfetto. Coppa dei Paesi Bassi e Supercoppa nazionale conquistata e sfida alle altre corazzate olandesi già lanciata.

Un bomber come Van Persie non poteva che fare bene anche con la maglia degli Orange. In 102 gettoni ha realizzato 50 reti, diventando il miglior goleador con la maglia della nazionale, oltre che prendersi il soprannome di “Olandese Volante” come il grande Van Basten.

Chiamatelo pure Special Once. C’era una volta lo Special One strabiliante, quello della Champions League impossibile al Porto e dell’ancor più assurdo triplete dell’Inter del 2010. E in mezzo l’amore più bello con il Chelsea ambizioso di Abramovich e la prima Premier League vinta dopo 50 anni. Quel José Mourinho che in dodici anni, dal 2003 al 2015, ha rivoluzionato il calcio europeo tra Portogallo, Inghilterra, Spagna e Italia, portando a casa 22 titoli, non c’è più.

Quello che si toglieva la medaglia dal collo mentre il Porto alzava la Champions League, quello “padrone” del suo futuro che piangeva e abbracciava Materazzi dopo la finale di Madrid, ecco quel Mourinho che non è più artefice del suo destino. E lo dimostrano le sue ultime due gestioni, dal ritorno al Chelsea agli ultimi anni al Manchester United, da  una coincidenza di tempi beffarda: il 17 dicembre 2015 José Mourinho veniva esonerato dal Chelsea, tre anni dopo il 18 dicembre 2018, esattamente alle 9.46 orario inglese, il manager portoghese viene licenziato dal Manchester United.

 

Nell’arco temporale di tre anni, due bocciature pesanti per lo Special One, con tre glorie isolate come la conquista della Coppa di Lega, dell’Europa League e della Community Shield, con i Red Devils, nel 2017. Tre trofei, certamente importanti, ma che non hanno entusiasmato l’ambiente di Manchester abituato ai fasti di Alex Ferguson, a vincere le coppe “di Serie A” e a trionfare in Premier Leauge. Mou viene esonerato per un gioco mai decollato e apprezzato, ma anche e soprattutto per i risultati mediocri, ennesimi, in Premier. Nel complesso dei due anni e mezzo, è stato in panchina 144 volte, vincendo 84 partite, pareggiandone 31 e perdendone 29, ma pesa il sesto posto in classifica, lontani dalla zona Champions e a -19 dal Liverpool che è in testa e proprio domenica 16 dicembre vittorioso per 3-1. Pesa la gestione burrascosa con alcuni giocatori importanti dello spogliatoio dal capitano Valencia a Lukaku, ma soprattutto con Paul Pogba, la cui immagine da imbacuccato spettatore panchinaro durante la partita di Anfield è eloquente.

Per la quarta volta in carriera, Mourinho non riesce a completare l’anno calcistico all’interno della medesima società. Oltre all’ultima esperienza di Manchester e al già citato esonero di tre anni fa al Chelsea, nella carriera del portoghese, è successo solamente altre due volte e, coincidenza, ancora a dicembre: nel settembre del 2000, Mourinho lasciò il Barcellona per essere ingaggiato dal Benfica in sostituzione dell’esonerato Jupp Heynckes. Fu la prima esperienza su una panchina prestigiosa, ma dopo sole nove partite di campionato, il 5 dicembre, rassegnò le dimissioni a causa del cambio di presidenza del club.

Nel gennaio 2001 si accasò all’União Leiria, conducendo la squadra prima al quinto posto, la posizione più alta mai raggiunta dal club, e poi al terzo posto nel dicembre del campionato 2001-2002 prima di passare, ancora una volta durante l’ultimo mese dell’anno, al Porto. Esattamente la squadra da cui è partita la rincorsa verso il successo. Il successo dello Special One…ora Special Once.

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