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Aveva detto addio alla sua Roma, che era un po’ per preannunciane il suo ritiro o quanto meno iniziare a metabolizzare. Ora è arrivato: Daniele De Rossi, a 36 anni compiuti, lascia il Boca Juniors dove era arrivato a luglio, e soprattutto il calcio giocato e dice addio a un pezzo della sua vita. Per lui la decisione, annunciata il 6 gennaio 2020 e presa fondamentalmente per motivi familiari, soprattutto pensando alla figlia Gaia di 14 anni, non è stata certo facile:

Ci pensavo da ottobre-novembre – ha detto oggi – e la notte tante volte non ci dormivo. Lasciare il calcio giocato per me è stato molto difficile, ma ora voglio rimanere in questo mondo e allenare. Non voglio entrare nei dettagli ma la mia figlia più grande, di un altro matrimonio, è rimasta in Italia e una ragazza ha bisogno che suo padre le sia vicino. In teoria, potrebbe essere in pericolo e io devo avvicinarmi. Qui siamo lontani, fare 14 ore di volo non è come andare in auto da Trigoria a casa mia. Se avessi avuto 25 anni avrei deciso in modo diverso, ma questo è

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Centrocampista, difensore centrale all’occorrenza, per il bene della sua Roma. Ben 616 partite con i giallorossi, 63 gol e 54 assist prima di volare dall’altro lato del mondo, il tempo di giocare 6 partite e segnare una rete. Bandiera di un ventennio del calcio italiano, degli anni Duemila, che forse con la maglia della Nazionale verrà sciaguratamente ricordato per la gomitata contro gli Stati Uniti nel Mondiale del 2006  e la squalifica che lo fa rientrare giusto il tempo della finale per segnare un rigore perfetto contro la Francia. E di quella squadra allenata da Lippi sopravvive solo Buffon come ultimo campione del Mondo ancora in pista, eppure DDR è stato il primo marcatore, nel Girone di qualificazione, di quella cavalcata trionfale.

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Anzi, c’è di meglio: Daniele De Rossi, che aveva da poco compiuto 21 anni, il 4 settembre del 2004 contro la Norvegia segnò non solo il primo gol della nuova Italia di Marcello Lippi (dopo la prima amichevole fallimentare persa 2-0 contro l’Islanda), ma anche al suo debutto assoluto con la maglia azzurra dei grandi. Impiegò quattro minuti, su cross di Favalli, per metterci la zampata e segnare il gol del momentaneo 1-1 (Carew aveva segnato dopo 40 secondi e l’Italia vincerà 2-1 con rete decisiva di Toni).

In totale, Daniele De Rossi ha vestito la maglia azzurra per 117 volte, segnando 21 reti. Ha superato Pirlo e Zoff (116 e 112) ed è quarto nella classifica all-time dietro Buffon, Cannavaro e Maldini.

Sono nato nella miseria: da piccolo, a Port Harcourt, vivevo per strada, aiutando mia madre a vendere l’akara, una specie di torta di fagioli. O scendevo allo stagno a pescare, e quando andava bene rimediavo la cena per tutti

Taribo West ha conosciuto la fame prima della fama, ma anche quando era ricco e famoso ha saputo cambiar vita, per abbracciare la religione pentecostale e farne la principale ragione dell’esistenza. Lo ricordano ancora tutti con affetto sia all’Inter, dove ha giocato due anni, dal 1997 al 1999, vincendo anche l’Uefa, che al Milan, l’anno dopo, quando colorò di rossonero le sue celebri treccine facendo inalberare i suoi ex tifosi. Un personaggio sui generis il difensore nigeriano, accusato anche di aver barato sull’età, ma lui giura di essere nato il 26 marzo 1974, e ricordato anche per il suo carattere ribelle (celebre quando nel 1998 buttò la maglia addosso al tecnico nerazzurro Lucescu che l’aveva sostituito). Nel 1996 la conversione, poi fondò una setta pentecostale, la “Shelter in the Storm” (il Rifugio nella Tempesta), con sede a Milano e succursali in Nigeria.

 L’episodio della maglia lanciata a Lucescu

La religione è la mia seconda vita. Sono un uomo felice che si divide tra beneficenza, predicazione e campo. In Nigeria lavoro con la Federazione e aiuto i bambini in difficoltà grazie alla mia Fondazione e alla Taribo Boys. Voglio aiutare chi si è smarrito e dare il mio contributo per risolvere i problemi più gravi: perdita dei cari, difficoltà economiche, mancanza di lavoro. Mi rivolgo soprattutto a chi prende una brutta strada

Dicevamo della Coppa Uefa del 1998, vinta 3-0 sulla Lazio. West giocò titolare e si fece cacciare al minuto 82’ per espulsione diretta, ma il suo marchio sul trofeo lo mise nei quarti di finale contro lo Schalke 04. Non convocato all’andata con i neroazzurri che si imposero 1-0 a San Siro grazie al Fenomeno Ronaldo, al ritorno in Germania, i tedeschi trovarono il pareggio disperato al 90’ con Michaël Goossens. Si andò ai supplementari, Taribo era in campo e incornò di testa su punizione laterale di Cauet al primo minuto supplementare. Finale 1-1 e Inter in semifinale.

A livello internazionale, West conta 41 presenze con la nazionale nigeriana e faceva parte della formazione che ha vinto l’oro olimpico nel 1996. Ha anche partecipato a due Mondiali, nel 1998 e nel 2002. Nel complesso una carriera buona anche a livello personale.

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Ma fu soprattutto un’esperienza anche condividere lo spogliatoio con campioni come Zamorano, Zanetti e Ronaldo. L’attuale vicepresidente nerazzurro lo ha citato nella sua autobiografia: «Taribo è stato il compagno più matto che abbia mai avuto. Una sera invitò me e Ivan Zamorano per una cena. “Preghiamo un po’ e poi mangiamo”, ci disse. Erano le sette: le litanie andarono avanti fino a mezzanotte, quando finalmente potemmo metterci a tavola». Da Gigi Simoni ricordato per la sua bontà e figura fondamentale per la sua crescita, fino a Marcello Lippi e quel feeling che non sbocciò mai. Celebre il dialogo tra i due, diventato leggenda:

«Mister, Dio mi ha detto che devo giocare». Risposta:  «A me non ha detto nulla»

 

Da Lippi a Cannavaro. A guidare la Cina è ancora un ct italiano.

Ha detto sì senza indugi perché la Cina è la sua seconda casa. L’x capitano della Nazionale azzurra campione del Mondo 2006 e attuale allenatore del Guangzhou Evergrande, Fabio Cannavaro, ha accettato l’incarico ad interim sulla panchina dei Dragoni.

Il tecnico napoletano va a sostituire il suo ex ct del Mondiale tedesco, Marcello Lippi, che ha guidato la formazione nell’ultima Coppa d’Asia fino all’uscita nei quarti di finale. Il mister viareggino, però, resta nell’organico federale come direttore tecnico.

Per l’ex difensore napoletano è stata una richiesta sorprendente che ha accettato dopo un’attenta valutazione. Conosce il calcio cinese e potrebbe essere una figura che porterebbe serenità all’ambiente.
Il debutto è già domani in vista della “China Cup” torneo amichevole in cui partecipano i cinesi, insieme a Thailandia, Uruguay e Uzbekistan: primo match al Guangxi Sports Center di Nanning contro la compagine thai.

Un bel banco di prova per il tecnico del Guangzhou, giunto secondo lo scorso anno in Superleague, attualmente a punteggio pieno dopo le prime due gare.

Dopo la China Cup la federazione cinese prenderà una decisione per il futuro. Ovviamente se Cannavaro dovesse ben figurare in questo minitorneo, la panchina dei Dragoni continuerà a essere sua.

I media cinesi, però, non hanno preso nel migliore dei modi questo progetto o per lo meno vaga un po’ di scetticismo nei confronti del tecnico partenopeo. I dubbi sono legati alla poca esperienza di Cannavaro e al fatto che non abbia ancora ottenuto risultati importanti (se non una Supercoppa di Cina la scorsa stagione).

Un po’ di sfiducia giunge anche da parte dell’ex nazionale Li Yan il quale ne esalta le qualità da calciatore ma che sulla panchina deve ancora dimostrare tanto.

Tuttavia i complimenti per questo importante salto sono arrivati dal mondo dello sport, tra cui la Juventus, sua ex squadra:

È stata sin qui una piacevole sorpresa e, contro il Giappone, non ha intenzioni di gettare la spugna facilmente.

È il Vietnam che ha sconfitto negli ottavi di finale la Giordania ai calci di rigore per 4-2 dopo l’1-1 dei tempi regolamentari.

Tra i trascinatori della nazionale dei Draghi d’oro c’è sicuramente il numero dieci Nguyen Cong Phuong. Classe 1995, prima dell’inizio della Coppa d’Asia lo avevamo già inserito nell’elenco dei talenti da seguire e così è stato. L’attaccante dello Hoàng Anh Gia Lai sta ben figurando e, grazie alle sue belle prestazioni, sicuramente ha aiutato la sua nazionale prima a passare come miglior terza nella fase a gironi e poi l’ottavo di finale.

Grazie alla rete segnata al 51esimo, la punta vietnamita ha permesso di agguantare il momentaneo vantaggio giordano. Un bel gol da rapace d’area, un guizzo che ha sorpreso portiere e difesa avversari.
Il resto l’hanno poi fatto i suoi compagni, in particolare il portiere Dang Van Lam, autore di una serie di parate durante i calci di rigori finali.

I pronostici per la prossima partita sono tutti pendenti per il Giappone che vanta una rosa molto più forte e collaudata, con diversi calciatori che giocano in Europa come: Nagatomo (Galatasaray), Yoshida (Southampton) e Kagawa (Borussia Dortmund).
Tuttavia il Vietnam sa che, a questo punto, può giocarsela contro chiunque e l’allenatore Park Hang Seo inserirà la miglior formazione possibile. Ovviamente davanti ci sarà proprio Nguyen Cong Phuong.

La Coppa d’Asia può essere una vetrina importante in cui giocatori come il numero 10 vietnamita hanno la possibilità di mettersi in mostra e, perché no, cercare di farsi adocchiare da qualche club europeo.

Per quanto riguarda l’Italia, bene Zaccheroni e Lippi che hanno ottenuto la qualificazione ai quarti rispettivamente con gli Emirati Arabi Uniti e Cina.

Si è chiusa la fase a gironi della Coppa d’Asia 2019 che si sta tenendo negli Emirati Arabi Uniti. Il quadro delle sedici squadre che si affronteranno negli ottavi di finale è al completo: poche reali novità riguardo le nazionali più accreditate, qualche sorpresa tra le squadre esordienti.

Dopo l’Uae di Alberto Zaccheroni, anche la Cina di Lippi vola alla seconda fase seppur dietro la Corea del Sud. I Dragoni, infatti, sono stati sconfitti per 2-0 dai sudcoreani, nello scontro diretto.

Passano il turno anche Thailandia, Giordania, Australia (campione uscente del 2015), Iran, Iraq, Qatar, Arabia Saudita, Giappone e Uzbekistan.
A queste si aggiungono quattro migliori terze che sono: Bahrain, Oman, Kyrgyzstan e Vietnam.

Il quadro degli ottavi è definitivo e si parte domenica 20 con la Cina di mister Marcello Lippi contro la Thailandia. Un match comunque alla portata per la nazionale cinese che, grazie alle geometrie del commissario tecnico viareggino, potrebbe avere qualche chance in più.

 

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Round of 16 line-up confirmed. Who will go on to be the #AsianCup2019 champions?

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Tra le sfide più accattivanti c’è sicuramente Giappone – Arabia Saudita, due grandi del calcio asiatico. I nipponici, finora imbattuti, hanno sconfitto nell’ultimo match anche l’Uzbekistan di Hector Cuper per 2-1. La vincente sfiderà una tra Giordania e Vietnam. Proprio i Draghi d’oro sono riusciti nell’impresa di qualificarsi agli ottavi come ultima miglior terza, a discapito del Libano. Per una serie di combinazioni, le due nazionali si sono trovate appaiate in classifica con entrambe 3 punti, con la stessa differenza reti e gol segnati. Il passaggio del turno, così com’è stato già allo scorso Mondiale, è stato decretato dal punteggio fair play: i numeri di cartellini gialli e rossi. Proprio come è accaduto al Senegal in Russia, il Libano non ce l’ha fatta a passare il turno per un cartellino giallo in più rispetto alla nazionale vietnamita, ma non è tutto. L’ultima ammonizione ricevuta, nella sfida vinta contro la Corea del Nord per 4-1, è stata comminata dal direttore di gara al minuto 99 del match.

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Mohamad Haidar al termine del match contro la Corea del Nord

A farne le spese è stato il numero dieci, Mohamad Haidar, per aver protestato contro l’arbitro riguardo ai minuti di recupero concessi. Una vera e propia beffa, oltre che un’ingenuità clamorosa del giocatore, che forse non aveva considerato questa possibilità, ma che in sostanza ha sancito l’uscita dei Cedri dalla Coppa d’Asia. Tra le altre curiosità di questa Coppa d’Asia, nell’ultimo turno ha fatto molto discutere un calcio di rigore assegnato alla Siria contro l’Australia.

L’arbitro messicano Ramos ha concesso un penalty inesistente alla nazionale siriana, trasformato da Omar Al Soma. La decisione è stata fortemente criticata dai Socceroos che però non hanno potuto far nulla. Il Var non è ancora presente dato che la confederazione ha deciso di inserirla solamente dai quarti di finale.

È bastato un pareggio ad Alberto Zaccheroni per strappare il pass per gli ottavi di finale della Coppa d’Asia 2019.

La nazionale degli Emirati Arabi Uniti, paese ospitante del torneo, ha chiuso il girone al primo posto con 5 punti, grazie a una vittoria e due pareggi, l’ultimo contro la Thailandia per 1-1. A passare in vantaggio sono proprio gli emiratini con il gol di Mabkhout, prima del pareggio thailandese di Paungchan.

Un gran bel risultato per il tecnico romagnolo il quale, dopo lo 0-0 del match inaugurale, è riuscito a ottenere il massimo dalla sua squadra. Nello stesso girone passano il Bahrein, che ha battuto l’India per 1-0, e la Thailandia, come migliore terza.

Ora per la nazionale araba c’è l’attesa per scoprire l’avversaria, sicuramente sarà una seconda o forse una delle altre tre migliori terze.

Oggi si chiude il girone B con l’Australia, vincitrice nel 2015, che ha bisogno di una vittoria contro la Siria per superare il turno. Il gruppo è guidato dalla Giordania che se la vedrà contro la Palestina ferma a un punto.

Nel gruppo C è in programma lo scontro al vertice tra la Cina di Marcello Lippi e la Corea del Sud. Entrambe appaiate a sei punti e già qualificate, la nazionale dei Dragoni dovrà battere i sudcoreani se vuole passare il turno come prima. Nel secondo match la Cina ha ben figurato contro le Filippine di Sven Goran Eriksonn, battute con un netto 3-0.

Stessa situazione negli altri raggruppamenti in cui ci sono le prime due squadre a sei punti, già agli ottavi, e le altre ferme a zero. Queste ultime, possono ancora giocarsi un posto agli ottavi come migliori terze. Infatti quattro su sei hanno ancora una possibilità.

È iniziata con la partita inaugurale tra Emirati Arabi Uniti – Bahrein la 17esima edizione della Coppa d’Asia 2019.

Il torneo continentale si sta giocando negli stadi degli Emirati Arabi e si concluderà con la finale del primo febbraio prossimo allo stadio Zayed Sports City di Abu Dhabi.

Sono tante le novità di questa edizione. Le nazionali partecipanti sono 24 (non più 16) divise in sei gironi da quattro. Le prime due di ogni gruppo si qualificano direttamente agli ottavi di finale, a cui si aggiungono successivamente le quattro migliori terze. L’altra novità è l’eliminazione della finale per il terzo-quarto posto.

Tutte presenti le formazioni più blasonate: in primis l’Australia (ultima trionfatrice nel 2015), ma anche Corea del Sud, Giappone, Iran e Arabia Saudita.

Due le formazioni allenate da commissari tecnici italiani: Alberto Zaccheroni, mister dell’UAE, e Marcello Lippi, alla guida della Cina.

Il tecnico romagnolo, sulla panchina della nazionale degli Emirati dall’ottobre 2017, ha sposato il progetto della federcalcio emira che cercava un allenatore d’esperienza (ha già vinto una Coppa d’Asia nel 2011 e una Coppa d’Asia Orientale nel 2013 col Giappone) per far crescere un paese in cui il calcio è ancora poco praticato nonostante ci siano impianti idonei e fiorenti casse.
Alla prima uscita mister Zac non è andato oltre l’1-1 contro il Bahrein, nel girone A in cui sono presenti anche India e Thailandia.

Oggi tocca ad Australia – Giordania, India – Thailandia e Siria – Palestina.

Domani è la volta della Cina di Lippi contro l’esordiente Kirghizistan. Partita sulla carta semplice, ma occhio alle sorprese. La stella cinese è Wu Lei, ala dello Shanghai SIPG con cui è il top scorer con 169 reti, mentre con i Dragoni ha realizzato 13 reti in 59 apparizioni.

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Wu Lei con la maglia dello Shanghai SIPG

Le altre nazionali debuttanti sono Yemen e Filippine, ma ci sono anche grandiritorni come il Libano, assente dall’edizione casalinga del 2000, il Turkmenistan, che mancava dal 2004, il Vietnam e la Thailandia, che hanno segnato l’ultima presenza “casalinga” nel 2007.

Gli altri “italiani” presenti sono l’iracheno Ali Adnan dell’Atalanta e i nordcoreani Kwang-Song Han del Perugia e Song Hyok Choe dell’Arezzo.

La stella in assoluto non può che essere il sudcoreano del Tottenham Son Hueng-min, ma ci sono anche altri talenti da tener d’occhio come già detto il cinese Wu Lei, ma anche il “Messi iraniano” Azmoun, il vietnamita Nguyen Cong Phuong, il giordano Musa Al-Taamari e il nipponico Gaku Shibasaki.

Sardar Azmoun, Nguyen Cong Phuong, Musa Al-Taamari e Gaku Shibasaki

Insomma non resta che gustarci questo grande torneo per vedere chi avrà la meglio e per scoprire quale calciatore potrà fare il salto di qualità nel calcio europeo.

Alain Boksic e Andy Cole, Pippo Inzaghi e Dwight Yorke, Alessandro Del Piero e David Beckham. Juventus Manchester United è stata la sfida regina del calcio europeo degli anni ’90. Prima di Massimiliano Allegri e Josè Mourinho c’erano Marcello Lippi e sir Alex Ferguson. Prima di Ronaldo e Lukaku,  Bobo Vieri e Van Nistelrooij. Lo stadio Delle Alpi e prim’ancora il vecchio Comunale. Old Trafford è rimasto, invece, sempre lì. Una Coppa dei Campioni a testa per le due squadre in quegli anni. I bianconeri con la finale di Roma nel 1996, i diavoli rossi con la rocambolesca finale di Barcellona nel 1999. Prima e dopo ci sono stati 13 precedenti tra le due squadre, analizziamo gli ultimi 5 a Torino.

Coppa Coppe 1983 – 1984. E’ il ritorno della semifinale di una competizione che oggi non esiste più. La Juventus di Trapattoni ha il vantaggio del fattore campo dopo l’1-1 in Inghilterra. Vincono i bianconeri 2-1 con reti di Boniek e Paolo Rossi al 90’, inframezzate dal pareggio di Whiteside. La Juve accede così in finale, che la vedrà trionfante contro il Porto nella gara di Basilea.

Champions League 1996 – 1997. Secondo Gary Neville, la Juventus del 1996 “era la più forte squadra europea che abbiamo mai incontrato”. Ed effettivamente quella squadra, neo campione d’Europa, poteva sfoggiare qualità in abbondanza in ogni parte del campo: da Peruzzi a Ferrara, da un emergente Zidane a Del Piero, con Vieri e Boksic in attacco. E proprio l’attaccante croato realizzò la rete decisiva nella gara di esordio del gruppo C.

Champions League 1997 – 1998. Un anno dopo, sempre durante la fase ai gironi, Juve Manchester è la partita conclusiva del girone B. Inglesi già qualificati, la Juve deve vincere e sperare che nel gruppo D il Rosenborg non vinca ad Atene contro l’Olympiakos. In questo modo i bianconeri passerebbero tra le migliori seconde. All’84’ a Torino la gara è bloccata ancora sullo 0-0 mentre i norvegesi stanno vincendo in Grecia. In un minuto cambia tutto: Inzaghi segna di testa su assist di Zidane, Djordjevic pareggia su punizione per l’Olympiakos. Al Delle Alpi si può festeggiare.

Champions League 1998 – 1999. Le due squadre si incontrano per il terzo anno consecutivo, questa volta in semifinale. All’andata Giggs aveva rimediato a tempo scaduto alla rete di Conte. Era la Juve di Ancelotti, subentrato a Conte, a caccia di una storica quarta finale di Champions consecutiva. Non andrà così per l’incredibile rimonta del Manchester al ritorno. Dopo la mortifera doppietta di Inzaghi, lo United rimonta 2-3 con i Calypso Boys Yorke e Cole assieme al capitano Roy Keane.

Champions League 2002 – 2003.  All’inizio degli anni 2000 la Champions aveva una seconda fase a gironi che precedeva la fase a eliminazione diretta dai quarti di finale in poi. Nel febbraio 2003 la squadra di Ferguson espugna nuovamente il Delle Alpi con un secco 0-3. La doppietta di Giggs e la rete di Van Nistelrooij annichiliscono la Juventus di Lippi. I bianconeri troveranno poi la qualificazione con un gol di Tudor a tempo scaduto nella gara contro il Deportivo La Coruna.

 

Ben 51 anni fa nasceva, in una cittadina del profondo Veneto a due passi da Vicenza, quello che, a detta di molti, è stato il più cristallino talento che il nostro calcio abbia saputo plasmare nel Dopoguerra, un calciatore che con la sua eleganza di tocco e di movenze sapeva far apparire semplice anche il più complesso esercizio di tecnica, che ha saputo essere decisivo con il proprio club e con la Nazionale, riuscendo a raggiungere nel 1993 il massimo riconoscimento a cui un calciatore possa ambire: il Pallone d’Oro. Nasceva Roberto Baggio.

Le sue gesta sono state capaci di un unire forte un paese, l’Italia, sicuramente più propenso a dividersi nelle opinioni e nei comportamenti, dove si reputa forte chi critica più aspramente, chi si dimostra più sprezzante ed offensivo.Si può facilmente ammettere che Baggio sia stato l’idolo senza maglia.

Con Roberto Baggio tutto questo non era possibile: lui era il calcio, non potevi non amarlo. Al più, potevi sentirti tradito come da una compagna che ti ha lasciato senza apparente motivo ma a cui sei comunque legato, come accadde ai tifosi della Fiorentina quando, nella stagione 90/91, Roby passò alla corte dell’odiata Juventus di Gigi Maifredi per 16 miliardi di lire e il cartellino di un altro dei prospetti più interessanti del calcio di quegli anni, Renato Buso. A Firenze ci furono proteste di piazza contro la Presidenza Pontello e scontri che mai si erano visti per la cessione di un giocatore ma il troppo amore può portare anche a questo, ad andare oltre le righe.

Il suo nome è inscindibilmente legato a due eventi: la vittoria del Pallone d’Oro 1993 e il Mondiale di Usa ’94.

IL PALLONE D’ORO 1993

Il 1993 è un’annata dorata per il fenomeno di Caldogno: Baggio, nonostante la miriade di infortuni già patiti nel corso della sua giovane carriera, riesce infatti ad essere decisivo per la conquista della Coppa Uefa da parte della Juventus con tanto di doppietta nella finale di andata contro il Borussia Dortmund.
Quell’anno non ce n’è per nessuno: Roby vince il Pallone d’Oro davanti a Dennis Bergkamp e Eric Cantona, il Fifa World Player e l’Onze d’Or guadagnandosi un posto indelebile nella storia del calcio.

Ma il suo mito è sicuramente annodato alle sue clamorose prestazioni al mondiale americano dove risollevò dalle proprie ceneri un’intera Nazionale portandola ad un passo dalla più clamorosa delle vittorie Mondiali.

USA ‘94

 I mondiali di calcio, in quel ‘94 sarebbero stati disputati in America. Mossa, riuscita, voluta dalla Fifa per provare ad appassionare al “soccer” un popolo abituato a sport più sedentari come il baseball o il football americano.
La Nazionale di Sacchi arrivava negli States nell’occhio del ciclone della critica e con il morale sotto i tacchi dopo l’indimenticabile sconfitta 2-1 con il Pontedera in un’amichevole di preparazione, che aveva messo sulla graticola l’Arrigo nazionale e tutti i suoi fedelissimi.

E di certo i risultati del primo girone eliminatorio non autorizzavano a pensieri sereni visto che gli Azzurri superarono il turno per il rotto della cuffia come migliore terza grazie ad una sudatissima vittoria con la Norvegia, dopo una sconfitta con l’Eire e prima di un pareggio risicato (1-1 gol di Massaro) con il Messico.
Proprio contro i colossi scandinavi si assisteva al punto più basso della campagna statunitense di Baggio. Gli azzurri iniziano contratti e la Norvegia ci crede. Al 21’ Mussi sbaglia il fuorigioco, Leonhardsen si invola verso la porta e viene steso da Pagliuca: rosso inevitabile. Sacchi, preferendo la corsa di Signori alla creatività di Baggio, lo richiama in panchina.
Fortunatamente in squadra – guarda il caso – c’è un altro Baggio, Dino, che al 69’ trova la giusta incornata e scaccia l’incubo.

Agli ottavi c’è la Nigeria, squadra giovane e dinamica, che ha destato una grande impressione mettendo in mostra alcune perle assolute, come J.J. Okocha, Finidi George e Oliseh. Gli africani partono forte e vanno in vantaggio con Amunike, restiamo in 10 per il protagonismo del pessimo arbitro Brizio Carter e non ci sono scintille di reazione.

La partita sembra finita e sepolta, la Nazionale pronta alla giubilazione, all’esonero cruento Sacchi, alla decapitazione Matarrese. Sembra già tutto deciso, ma nessuno ha fatto i conti con due fattori che hanno poco di terreno: la Regola del 12 e un marziano di nome Roberto Baggio.
Mussi vince un rimpallo e fornisce a Baggio la palla della vita: Pareggio all’ultimo respiro. E’ qui che il “Divin codino” ci fa capire la sua grandezza: riesce a far sbottonare un rigido Sandro Ciotti che, durante la radiocronaca, esclamò un «Santo Dio, era ora!» che mette ancora i brividi.
Nei supplementari, Benarrivo si invola in area e viene steso: Roby insacca dal dischetto e portiamo a casa un’insperata qualificazione ai quarti.

Da quel momento in poi è storia nota: Roby si sblocca e, con prestazioni ai limiti dell’umano con Spagna (gol vittoria) e Bulgaria (doppietta d’autore), ci porta quasi da solo a Pasadena dove purtroppo il finale, al cospetto dell’eterno nemico Brasile, è quello che tutti ricordiamo. Davanti a Taffarel la tensione anestetizza Baresi, Massaro e proprio Baggio e la Coppa del Mondo va a Brasilia.

Ma tant’è: non è certo da un calcio di rigore che si giudica un giocatore. Baggio è stato la delizia degli allenatori che hanno avuto la fortuna di poterlo annoverare tra le fila delle loro squadre grazie al suo talento cristallino e alla sua capacità di determinare nei momenti decisivi. Qui sta la grandezza del calciatore. Certo, come tutti i geni, il suo temperamento era solo apparentemente remissivo, prova ne siano gli screzi avuti con Arrigo Sacchi e, ancor più, con Marcello Lippi, ma la sua professionalità e la sua dedizione alla causa sono sempre rimaste intatte. Qui sta la grandezza dell’uomo.

Roberto Baggio è stato una perla preziosa, una stella del firmamento calcistico.
A questo punto, che si può dire di fronte a un campione di queste dimensioni nel giorno del suo cinquantesimo compleanno? Forse la semplicità è la soluzione migliore: Buon compleanno Divin Codino. E grazie di tutto.

Shane Smeltz,  il cui nome alla maggior parte di noi italiani potrebbe non dire nulla, ai suoi nipoti potrà raccontare di esser stato uno dei più amari dispiaceri nella storia pallonara della penisola verde, bianca e rossa.
E dirà anche di avere una percentuale realizzativa, contro gli azzurri, davvero invidiabile: due partite giocate contro la Nazionale italiana, due gol.

Smeltz, a 36 anni, ha deciso di ritirarsi dal calcio e in patria, in Nuova Zelanda, è passato da mito a leggenda. Nato a Göppingen, in Germania nel 1981, Shane Smeltz è stato l’attaccante degli All Whites (appellativo dato, nel 1981, alla Nazionale di calcio neozelandese in contrapposizione agli All Blacks più famosi del rugby) durante lo storico Mondiale del 2010 in Sudafrica, il secondo nella storia dello stato insulare dell’Oceania dopo l’edizione del 1982 (tre sconfitte sue tre incontri con 12 gol subiti).

Con il numero 9 sulle spalle, Smeltz ha trascinato la squadra in un’autentica impresa sportiva: inseriti nel Girone F, il 15 giugno 2010, nella partita d’esordio contro la Slovacchia, gli All Whites scrivono la storia, conquistando il primo punto nella fase finale di un campionato mondiale. La partita termina infatti 1-1, grazie al pareggio raggiunto dai neozelandesi al 93’ con Winston Reid su assist proprio di Shane Smeltz. Ma è cinque giorni dopo, il 20 giugno, che succede l’imponderabile: la Nuova Zelanda riesce a impalare l’Italia, detentrice della Coppa del Mondo, sull’1-1. La rete del vantaggio degli oceaniani arriva al 7’ nemmeno a dirlo con Smeltz che approfitta di un goffo e impacciato intervento di Cannavaro.

Iaquinta, su dischetto, riesce solo a pareggiare la situazione: il pareggio – con la successiva sconfitta dell’Italia contro la Slovacchia e l’eliminazione al primo turno – sancisce uno dei punti più bassi della Nazionale.  Anche la Nuova Zelanda esce al primo turno, ma nell’ultima partita trova un altro un pareggio, 0-0, contro il Paraguay. Con grande gli oceaniani chiudono al terzo posto e alla fine della manifestazione iridata quella neozelandese risulterà l’unica nazionale del Mondiale ad aver concluso il torneo senza sconfitte.

Smeltz, che in 18 anni di carriera da professionista ha giocato in Inghilterra, Turchia, Indonesia, Malaysia e soprattutto in Australia, ha segnato 24 gol con la maglia neozelandese, uno score che gli vale il secondo posto nella classifica dei cannoniere di tutti i tempi alle spalle di Vaughan Coveny con 28.
Di certo il peso specifico di quella rete “mondiale” contro gli Azzurri è ineguagliabile. Ma non è tutto: perché, come detto in apertura, l’attaccante ha incontrato l’Italia un’altra volta nella sua carriera segnando nuovamente il referto dell’arbitro con il suo nome.

Sempre in Sudafrica, ma un anno prima, in un’amichevole di preparazione alla Confederations Cup del 2009 che sarebbe iniziata di lì a poco e che vedeva sia Italia che neozelandesi impegnati in due gironi differenti (l’Italia con Egitto, Brasile e Stati Uniti si piazzerà terza nel girone).
Nel test-match giocato il 10 giugno, anche in questa circostanza Shane Smeltz apre i giochi segnando la rete del momentaneo vantaggio. La partita, a dir poco rocambolesca, verrà vinta dall’Italia 4-3, ma per Smeltz e per i suoi compagni fu solo l’antipasto di una partita memorabile da incorniciare e da raccontare ai propri nipoti.