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C’è Fulvio Collovati che nella trasmissione Quelli che il calcio, con pochezza di pensiero, frettolosamente e senza dare peso alle parole afferma che le donne non capiscono nulla di tattiche; poi ci sono le Iene, programma televisivo Mediaset, che in una settimana mandando in onda due “scherzoni” ad altrettanti calciatori: il gelosone Insigne talmente geloso di sua moglie Genoveffa Darone da privarle social e rapporti lavorativi, arrivando a farla dormire sul divano dopo una discussione; e poi il talentino della Roma, Nicolò Zaniolo, imbarazzato per un’intervista sciatta, maligna e importunante rivolta alla mamma del calciatore con domande davvero pesanti e personali.

Cliché a volontà di un mondo palesemente machista e che non si rende conto di esserlo, amplificato e anche legittimato da consensi social tra bomberismi e differenze sociali e di credibilità in base al sesso. E prendete, poi, una giornalista che scrivere un libro sul calcio gay in Italia. Francesca Muzzi del Corriere di Arezzo, per Ultra Edizioni, ha scritto “Giochiamo anche noi: L’Italia del calcio gay”, un libro reportage che raccoglie testimonianze e storie che ci restituiscono la dimensione di un mondo in cui lo sport, invece di unire, crea ancora separazioni e distanze.

Non so se ho mai giocato con un compagno omosessuale. Se l’ho fatto, non me ne sono accorto. Non avrei potuto: un giocatore omosessuale non è diverso da uno etero. Ma queste sono solo parole, perché se c’è bisogno di un libro che racconta dei calciatori gay e ci fa sapere che ci sono, allora siamo ancora molto distanti da un mondo sportivo sano. Peggio ancora, siamo dentro un calcio fatto di ignoranza

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E le parole di Tomas Locatelli, ex giocatore di serie A, come prefazione del libro sono emblematiche, ma d’altronde, Francesca Muzzi spiega molto bene nella sua prefazione che «essere gay in un mondo machista non è molto diverso dall’essere donna in un mondo di soli uomini» e tutti noi, o meglio tutti coloro che vogliono essere onesti e lucidi, sappiamo che anche il giornalismo sportivo è certamente prevalentemente maschile. Con tutte le implicazioni connesse, compreso chi vuol trarne vantaggi.

Il libro è un viaggio attraverso un’Italia ancora poco conosciuta, fatta di ragazzi che si sono organizzati e hanno deciso di coltivare la loro passione per il calcio, formando squadre Lgbt, organizzando tornei, creando reti d’inclusione e sana sportività. Come la storia di Giorgio, ragazzo napoletano, che fino a 26 anni ha fatto il fantino e, ora, calca i palcoscenici italiani come attore. Storia, che ci restituisce la temperatura di un’esistenza fatta di paure affrontate e vinte, quella per i cavalli, quella legata alla balbuzie e quella relativa al suo orientamento sessuale, che ha sconfitto mettendo su una squadra di calcio gay, i Pochos Napoli, la cui presentazione alla stampa, nel 2013, fu un clamoroso coming out mediatico.

Oppure la storia di Andrea, arbitro e gay, cacciato dalla federazione dell’Aia, per aver arbitrato amichevolmente, senza permesso, una partita di squadre formate da ragazzi gay a Torre del Lago. O, ancora, la divertentissima storia del Fantacalcio Gay, ideato da un ragazzo omosessuale, che oggi conta circa sessanta giocatori sparsi in tutta Italia. E poi, particolarmente interessante, il contributo di Antonello Sannino, ex presidente di Arcigay Napoli con delega nazionale allo Sport, che analizza le ingerenze costruttive tra associazionismo Lgbt e mondo dello sport.

Francesca Muzzi con questo libro prova a dare un segno per riscattare il silenzio e l’esclusione, è un libro che parla di rinascite, di battaglie vinte e di conquiste importanti. Di trofei. Trofei esistenziali. “Certo, la strada è ancora lunga. Che si cominci a percorrerla, però, è un buon segno. Fischio d’inizio”.

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Fonte: gaynews.it

Non ci sono particolari ragioni per cui chi non abbia visto URSS-Colombia del 1962 se ne debba crucciare. Ma, in fondo, non ci sono motivi neanche motivi per cui chi si sia imbattuto nella sintesi o nei semplici highlights di quell’incontro non ne voglia rinverdire un po’ la memoria. Del resto, le fasi finali della Coppa del mondo offrono a volte match dagli abbinamenti un po’ esotici che regalano inaspettatamente gol, errori ed emozioni e questo fu il destino della sfida tra sovietici e Cafeteros andata in scena nella città cilena di Arica il 3 giugno 1962.

Siamo alla seconda partita della fase a gironi. La Colombia, all’esordio in una fase finale, ha perso 2-1 contro l’Uruguay il primo incontro, l’URSS –campione d’Europa in carica- ha sconfitto 2-0 la Jugoslavia nella riedizione dell’atto conclusivo di Euro 1960. Questo fa dei sovietici i favoriti per uno dei due pass che valgono l’accesso ai quarti e come tali essi si comportano in avvio del match.
Al 14′, infatti, il risultato dice 3-0 grazie a una bordata di sinistro dal limite di Ivanov, non trattenuta dal portiere colombiano Sanchez, al raddoppio ottenuto da una proiezione di Čislenko in area avversaria e a un’altra rete di Ivanov, stavolta con un tiro in diagonale di destro. I sudamericani si risvegliano e al 20′ un bel passaggio filtrante di Serrano trova libero Aceros in area, tiro sotto la traversa e il grande Jašin è battuto. Per festeggiare un colombiano ribatte la palla in porta e buca la rete, evento tutt’altro che raro in quella Coppa del mondo…

Ad ogni modo fin qui tutto normale; anzi, le cose diventano ancor più normali quando al 6′ della ripresa una bello scambio Voronin-Ponedelnik manda quest’ultimo a tu per tu con Sanchez e il 4-1 è cosa fatta.

Abbiamo già capito dall’incipit che la Colombia rimonterà, ma la cosa davvero incredibile è che il tutto inizia grazie a un errore gigantesco del giocatore sovietico più rappresentativo: la palla su un corner di Marcos Coll, effettato, ma decisamente lento, entra rimbalzando in rete senza che Jašin neanche provi a piegarsi per raccoglierla. In Spagna lo chiamano “gol olímpico”, in Portogallo “cantinho”, fatto sta che a tutt’oggi quello di Coll è l’unico gol realizzato direttamente su angolo in una fase finale di un Mondiale.
Dieci minuti dopo, al 77′, siamo già 4-4 per i gol di Rada e Klinger (e anche in questo caso c’è da sottolineare l’uscita a vanvera del portiere sovietico), il risultato non cambierà più, ma, a dire il vero, l’inatteso pareggio non cambierà di molto il destino delle due formazioni: i Cafeteros verranno travolti 5-0 dalla Jugoslavia e usciranno subito, i sovietici batteranno l’Uruguay, ma si fermeranno nei quarti davanti al Cile padrone di casa.

 Il gol da angolo al minuto 6:07

La storia completa è su Calcio Romantico