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È atterrato a Toronto in una fredda giornata di febbraio nel 2015 ma, sin dai primi passi, ha capito che l’avventura in Canada sarebbe stato qualcosa di speciale. In effetti è così. Da subito Sebastian Giovinco si è ambientato in un campionato diverso da quello italiano. Un’altra cosa però ha portato via dal calcio italiano , oltre al talento: la voglia di vincere!

In una lettera commovente, il numero 10 del Toronto Fc ha voluto descrivere i suoi tre anni nella città canadese che lo ha accolto come un campione e lo venera come un divinità.

“Sono arrivato a Toronto da quasi tre anni e ci sono due cose che devo ancora vedere. Una sono le Cascate del Niagara. E ci andrò, alla fine. Ma prima, c’è qualcos’altro che voglio vedere. Che devo vedere: il Toronto FC che vince la MLS. L’anno scorso ci siamo andati abbastanza vicini, ma andarci vicino non è abbastanza. Vengo dall’Italia e lì ho giocato per la maggior parte della mia carriera. E in Italia abbiamo detto questo: è come andare a Roma e non vedere il Papa. Ora, non voglio confrontare il titolo della MLS con una visita in Vaticano o altro, ma …. Non sono venuto fin qui per non vedere Toronto vincere un campionato. Questo è tutto.

Ricordo il primo campo che ho calcato a Torino da bambino. Non c’era erba, solo sporcizia e linee di gesso che mi avrebbero polverizzato in qualsiasi momento con una caduta o una scivolata sbagliata. Su questo terreno difficile, se fossi caduto, è probabile che mi sarei rotto qualcosa. Ma quel campo era tutto quello che avevamo. Non c’era un grande cinema o un centro commerciale nella nostra città. Niente. Potevi giocare a calcio o … potevi giocare a calcio. Solo su quel terribile campo. Ma senza esso, non avrei iniziato a giocare a calcio. Non ero come gli altri bambini italiani che sognavano di giocare in Serie A. Non l’ho nemmeno guardato tanto in televisione. Per lo più rimanevo in giro con mia madre. Lavorava al piccolo bar che mio zio ha possedeva. Ma poi, ci sarebbe stato quel campo.

Passavo tutto il tempo con i miei amici. A volte vorrei guardare i ragazzi che giocano a calcio su quel campo. Alcuni squadre regionali. Un giorno, la squadra locale stava giocando a una partita 7 contro 7 e mancava un giocatore. All’epoca avevo solo sei o sette anni e i ragazzi della squadra erano molto più vecchi. Penso fossero disperati perché – visto che ero l’unico in giro – mi hanno buttato dentro.

E subito avevo capito: tutto sarà diverso per me. Giocare a calcio … mi ha reso felice. È stato divertente. Mi ha aiutato a crearmi nuovi amici. Quando sono tornato a casa quel giorno ho detto a mio padre della squadra e che volevo continuare a giocare per loro. Il giorno dopo sono tornato. E il giorno dopo pure.Ho iniziato come centrocampista, mi piaceva fare assist. Ma poi ho capito che l’unica cosa che mi rendeva più felice di fare un assist per un gol, era farlo. Per me, i gol erano la cosa più importante: è come vincere.

Divenne una specie di scuola per me. Ho passato tutto il tempo ad allenarmi con questa squadra: si chiamava San Giorgio Azzurri. Avrei giocato ovunque potevo, in una piazzola, nei parchi cittadini, e anche nel piccolo appartamento della mia famiglia con il mio fratellino, Giuseppe. Era un piccolo posto per noi quattro. C’era solo una camera da letto, quella per miei genitori, i capi. Io e mio fratello abbiamo dovuto dormire nel salotto. Durante la giornata giocavamo a calcio contro pareti di casa. Mia madre impazziva.

Almost the same @giuseppegiovinco

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Non avevamo molto. Vivevamo a sole 15 miglia dallo Stadio delle Alpi, ma non abbiamo mai comprato i biglietti per guardare la Juventus. Sicuramente non potevamo permetterci di comprare qualsiasi cosa. Ricordo che mio padre, che era un duro lavoratore, ha dovuto risparmiare un intero anno per comprarmi i miei primi scarpini da calcio. Scarpette, scarpini, qualunque cosa: non mi importava. Essere sul campo era l’unica cosa che contava.

Dopo un anno con la mia squadra, uno scout della Juventus mi ha invitato a giocare per le giovanili del club. Probabilmente sembra folle, ma fu così veloce. Un giorno stai giocando per la tua piccola squadra locale e poi ti chiama un club di Serie A. Almeno questo è stato per me. Un giorno un signore si è presentato, ha parlato con me e mio padre, e il giorno successivo facevo parte del vivaio della Juve.

Vivevo vicino al centro sportivo, sono quindi rimasto nella casa dei miei genitori. Ogni mattina mio padre mi portava al campo con la sua piccola Renault 5. Quindi tornava a casa, prendeva mia madre e la lasciava al bar dove lavorava. Alla fine della giornata, prendeva la mamma e la portava a casa in modo da poter preparare la cena mentre finivo l’allenamento. Vi giuro che ha fatto così tanti chilometri su quella piccola Renault che avrebbe dovuto cambiare auto ogni due anni.

Mio padre non era un fan del calcio. È stato un tifoso del Milan in quanto veniva da Milano, ed era la squadra più forte in quegli anni. Ma non ha mai giocato o visto una partita di calcio su un televisore. Quindi lui era contento di vedermi giocare alla Juventus finché io sarei stato felice di farlo.

Ma per un po’ non fui felice. Quando avevo circa 15 o 16 anni avevo tempo solo per giocare. E molte volte tornando a casa, salivo in macchina e piangevo. Un giorno, papà fermò la macchina. “Seba,” disse, “non ti voglio riportare lì domani.” Lo guardai in faccia, asciugandomi le lacrime: “Perché?” “Perché non ti porto qui per piangere.” Ho pensato per un momento: ok, non ho intenzione di piangere. Devo solo lavorare sodo. E vincere. Cosa che, onestamente, era tutto ciò che si aspettava il club. Niente lacrime. Zero. C’è questa mentalità alla Juventus. È abbastanza semplice ….Vincere. Ti insegnano il rispetto e il vincere con rispetto. Ma alla fine della giornata, conta solo una cosa. Aver vinto. Quella mentalità mi è stata inculcata dal momento in cui sono arrivato alla Juve. Vincere e basta.

E quando ho compiuto 17 anni avevo la possibilità di firmare il mio primo contratto ufficiale con la Juventus. Da quando ero piccolo, mio padre veniva con me. Avevo bisogno che mio padre venisse con me per firmare la carta per un nuovo appartamento. Era una delle prime cose che ho comprato per la mia famiglia: una stanza per tutti.

Ricordo la prima volta che ho fatto un passo sul campo allo stadio. Non era niente di simile a quello del mio primo campetto. Stavo giocando accanto a Del Piero, stavo servendo Trezeguet. Sono stato orgoglioso di aver lavorato per tornare in Serie A dopo solo una stagione. Non credo che avrei avuto l’opportunità di giocare tanto se non fossi stato in Serie B. Ma la promozione non era qualcosa di cui si parlava molto. Come ho detto, c’è solo una cosa che conta alla Juventus. E non importa come sia fatto. E per me, come sempre, tutto ciò che contava era che io fossi in campo.

Ma dopo qualche anno, sapevo che non avrei avuto più molti minuti in campo con la Juventus. Sono andato in giro per l’Italia con un paio di prestiti, e mentre il mio contratto alla Juve giungeva al termine ho iniziato a pensare di trasferirmi in MLS. Toronto fu il club che mi raggiunse e il colloquio tra le parti fu abbastanza veloce. Quindi, da quel momento c’era solo una squadra di cui mi importava: Toronto Fc. Entro due o tre giorni abbiamo raggiunto un accordo. Sarei venuto a giocare a Toronto.

La prima volta che sono arrivato a Toronto è stato nel febbraio 2015. E quando il mio aereo è atterrato … beh … diciamo solo che il freddo è la cosa che mi ricordo di più di quel giorno. Quello, e le centinaia di tifosi che sono venuti ad accogliermi in aeroporto.

E ho imparato due cose da quel momento:
1) che una giacca di Canada Goose mi terrà sempre al caldo (la squadra me ne diede una il giorno in cui ho atterrai);
2) che i tifosi di Toronto Fc saranno sempre accanto a noi.

Non credo di sapere quanto fosse bella questa città. È strano. È una sensazione strana. Ho giocato per altri club in altre città, e so non è facile spostare la propria vita, la propria carriera. Non è facile arrivare in un nuovo posto e avere i tifosi che ti accolgono. Ma a Toronto mi sono sentito subito a casa. Tutti volevano fare una sola cosa. Vincere. E lo abbiamo fatto.

Nel 2015, la mia prima stagione qui, abbiamo fatto la postseason per la prima volta nella storia del team. Ma credo che ci fosse un altro ostacolo davanti a noi. Dopo aver conquistato il nostro posto ai playoff, abbiamo festeggiato troppo. Abbiamo perso i nostri ultimi due match di campionato. E poi siamo stati eliminati nel primo round dei playoff a Montreal.

Vedi, c’è questa altra parte della mentalità della Juventus che penso che dobbiamo imparare qui a Toronto. Si vince oggi, si smette di festeggiare oggi e si passa avanti.

Quella sconfitta contro Montreal, però, è stata per me un’emozione. Volevo dimostrare qualcosa alla squadra, alla città. Volevo mostrare perché sono qui e cosa potevamo fare. Tutti hanno imparato da quella partita. Era una sorta di inizio di un viaggio per la nostra squadra. Abbiamo pensato che potevamo farcela nel 2016. Abbiamo imparato da Montreal nei playoff ma poi lo abbiamo rifatto in finale.

Ma, quella finale. Voglio dire, cosa puoi dire veramente su di essa? Se devo essere onesto, ho avuto questa sensazione un paio di giorni prima. Non lo so, c’era solo qualcosa dentro la mia mente che mi diceva che le cose non sarebbero andate per il verso giusto. Ho parlato con un paio di miei familiari e amici di questa cosa. E tentarono di scuotermi per il giorno della finale. Abbiamo avuto le nostre opportunità, ma non siamo riusciti a finirla. Non ho potuto finirla. Potrei chiedermi cosa sarebbe successo se non fossi uscito dal campo per crampi. Potrei chiedermi cosa sarebbe successo se avessi fatto questo o quello. Ma credo sia la stessa cosa di se vinci o perdi … devi andare avanti. Devi andare avanti.

Così abbiamo fatto i piccoli cambiamenti qua e là che dovevamo fare. Ed eravamo già abbastanza forti, per il semplice fatto che abbiamo due grandi giocatori:

C’è Michael Bradley. E ‘il nostro leader sul campo e nello spogliatoio. E dopo tutto quel tempo passato a giocare a Roma anche il suo italiano è abbastanza buono (forse anche meglio del mio!). Ma la cosa più importante è che lui sta dando consigli ai giovani e ci carica tutti prima di una partita.

E c’è poi Jozy. E ‘il mio uomo. È divertente, nel mio primo anno in MLS nessuno conosceva il mio stile di gioco, così potevo mettere a segno tanti gol quando i compagni mi servivano in area. Il secondo anno, immagino che gli avversari mi siano stati più attaccati. Sono stato coperto un po ‘di più. Ma quei ragazzi, come Jozy, si sono allenati per migliorare. E lo hanno fatto. Non lo so, io sento questo legame naturale con lui sul campo. Non abbiamo lunghe conversazioni prima di una partita. Andiamo là fuori e sappiamo dove l’altro sta andando.

Immagino che non sto veramente chiacchierando molto con nessuno, davvero. Forse è una cosa linguistica. Ma poi ci sono ragazzi che dimostrano sul campo il loro parlare. Del Piero era molto simile. E quando non parlo, ascolto. Sto ascoltando i nostri tifosi. Sarò onesto: ancora non capisco molti dei cori (sto imparando!), ma sento quando il mio nome viene cantato dalla folla al BMO. L’ho sentito. E lo sento.

Chiama la nostra stagione un ritorno, una storia di redenzione, qualunque cosa tu voglia. Siamo stati in cima tutto l’anno. Ma non siamo soddisfatti. E dopo ogni vittoriafermiamo i festeggiamenti e andiamo avanti. E non ci fermeremo finché non lo vedremo: uno scudetto a Toronto. E poi – dopo che ci vedrò sollevare la Coppa del MLS – so cosa farò.

Inoltre, sento che il lato canadese delle cascate del Niagara è molto più bello.”

Grande Seba!

Dario Sette

Un paragone per evidenziare i potenziali rallentamenti e le interruzioni di gioco. Senza troppa ironia, ma un’uscita che a molti è sembrata infelice e fuori luogo. La scorsa domenica, 1° ottobre, dopo il pareggio 2-2 della Juventus sul campo dell’Atalanta, Massimiliano Allegri in conferenza stampa ha criticato ed espresso giudizi perplessi sull’utilizzo del VAR. Ecco quello che ha detto:

Per il calcio secondo me non va bene. Perché altrimenti bisognerebbe mettere i falli intenzionali, il gioco effettivo, e quindi poi si diventa come il baseball in America, si sta dieci ore allo stadio si mangiano le noccioline, si fa una azione ogni quarto d’ora

Apriti cielo per il riferimento al baseball e alla durata delle gare da 10 ore. Con tanto di noccioline da sgranocchiare. Ecco allora che il presidente della Federazione Italiana Baseball Softball, Andrea Marcon, ha scritto la seguente lettera aperta al mister Allegri, già recapitata all’ufficio stampa del club torinese. Una risposta con piacevoli riferimenti alla qualità di questa disciplina e aneddoti storici.

Stimatissimo mister Allegri,

 

è stato molto bello sentirla, domenica sera, pronunciare quella frase: “Sennò, diventiamo come il baseball”. Non aveva nessuno lì, di fianco a lei, ma il tono era quello di uno che sta dando di gomito al vicino di posto. “Si sta dieci ore allo stadio… si mangiano le noccioline…si fa un’azione ogni quarto d’ora.”

Ho il piacere di dirle che 10 ore è un po’ esagerato, ma in effetti dai noi si gioca finché ce n’è bisogno e, prima e dopo la partita, si sta molto bene nella festa di sport che quotidianamente viene organizzata. E c’è anche il vantaggio che nessuno s’arrabbia per la durata del tempo di recupero. Ma sono sottigliezze.

La sua frase mi ha fatto sorridere. Era una riflessione che sottendeva un giudizio, negativo e del tutto lecito; mi viene però il sospetto che sia dettato dalla scarsa conoscenza della materia. Peccato: Lei è livornese, città che ha una bella tradizione del nostro sport. A Livorno è stata giocata la prima partita di baseball sul suolo italiano: marinai della fregata Lancaster contro marinai della corvetta Guinnebaug. Era il 23 gennaio 1884.

Il sospetto che Lei conosca poco il nostro Gioco mi è venuto quando lo ha accostato ai concetti di ‘fallo intenzionale’ e ‘tempo effettivo’ che, come sa, appartengono al basket. Ma anche questi sono dettagli. Ugualmente il Suo tono canzonatorio ha un po’ indisposto molti di noi. Migliaia di appassionati in Italia si sono sentiti offesi, e per milioni di altri nel mondo sarebbe stato lo stesso, se avessero assistito alla diretta tv: l’allenatore della Juventus, una squadra celeberrima in tutti i continenti, che sembra sbeffeggiare milioni di sportivi…Non tanto bello, ne converrà.

Le garantisco che anche nel nostro baseball italiano – e ancora di più nel baseball americano da Lei citato – in molti avrebbero da dire su tanti aspetti del calcio, che mai e poi mai vorrebbero mutuare nel nostro Gioco. Ma in generale le donne e gli uomini di baseball, come si conviene alla gente di sport, non mancano di rispetto a nessuno.

Quindi, la prego, venga a vedere una nostra partita. Della nostra Nazionale magari. Potrebbe scoprire che le pause, da noi, hanno ognuna il proprio bel significato. Magari poi non apprezzerà, ma qualche spunto interessante lo troverà sicuramente. E forse si stupirà nel constatare che da noi l’allenatore è vestito come i suoi giocatori. Sono certo che afferrerebbe il significato della cosa.

Andrea Marcon
Presidente FIBS

P.S. Le noccioline le porto io.

 

Arriverà la risposta di Allegri? E andrà a vedere una partita su invitp di Marcon?

La Ferrari, quest’anno, sta andando davvero bene e sta alimentando l’entusiasmo sempre più coinvolgente di tanti supporter. La doppietta rossa al Gp d’Ungheria di domenica 30 luglio, poi, ha elettrizzato ancor di più l’ambiente: Sebastian Vettel è arrivato primo al termine di una gara da brividi, nella quale è stato a lungo alle prese con grossi problemi allo sterzo. Il tedesco della Ferrari ha siglato un capolavoro anche e soprattutto grazie al compagno finlandese Kimi Raikkonen che lo ha difeso, da buon gregario, scortandolo per tutto il tracciato.

Un’autentica impresa e tra chi si è complimentato con i due piloti, nel pomeriggio domenicale c’era anche Leonardo Bonucci, il difensore che ha infiammato il calciomercato passando dalla Juventus al Milan. Ecco il suo post su Facebook:

Tra vari hashtag ed emoji di rito, Bonucci ha definito Vettel e Raikkonen “stoici” aggettivo che riferendosi storicamente alla stoa, cioè alla scuola filosofica fondata da Zenone di Cizio, per estensione significa coloro che dimostrano fortezza d’animo dinanzi alle avversità. Tipo Vettel e il problema allo sterzo.
Tutto chiaro, no? Macché! Molti utenti di Facebook, la maggior parte juventini ancora infuriati/delusi e con la bile carica di frustrazione, hanno iniziato a ironizzare e sbeffeggiare il centrale difensivo perché, a loro giudizio, si sarebbe dimenticato la lettera erre. Insomma no “stoici”, bensì “storici”.

Oltre a sfottò da bontemponi misti a gravi offese, strappa più di un sorriso leggere certi commenti (tutti visibili sotto il post di Bonucci). Tipo Giulio Guidobaldi che dice: “Da quando sei del milan non sai più neanche scrivere”. Dario Maulini, invece, vede strane connessioni con la Cina: “Hai dimenticato la “L” di “STOLICI” #bilancinese #madeinchina”.
Come un disco rotto, l’accostamento con la nuova proprietà orientale è in loop: Antonio Lubraco commenta con “Un mese al milan già ha preso l’accento cinese #stoici”; poi c’è quello che, da fine conoscitore della lingua italiana, fa notare l’errore, lo corregge, scivolando, a sua volta, su una buccia di banana, tipo Giovanni Tamburrino: “Storici se mai Leo”. Semmai, Giovanni, semmai!

Prontamente e con tanta ironia, altri utenti hanno fatto notare l’esistenza dell’aggettivo “stoici”. Insomma, deliri domenicali causa assenza pennichella. Come fece Alessandro Manzoni con i suoi “Promessi sposi, forse un sarebbe opportuno “sciacquare i panni in Arno”. Sperando che non venga fraintesa pure questa.

 

È stato uno dei talenti delle giovanili della Juventus, con la quale ha vinto anche un campionato con gli Allievi e una Supercoppa Italiana Primavera. Da qualche settimana si è trasferito in Polonia per vestire la maglia del Legia Varsavia con cui si sta giocando la qualificazione per la prossima Champions League.

Stiamo parlando di Cristian Pasquato, attaccante tecnico (all’evenienza trequartista) classe ‘89, che, dopo diversi anni in giro per alcune squadre italiane e l’ultima stagione in Russia nello Krylya Sovetov Samara, ha deciso di trasferirsi in una delle squadre più blasonate e trionfanti della storia del calcio polacco.

Numero 10 dotato di piedi molto buoni e specialista anche dei calci di punizione, Pasquato ha intenzione di lasciare il segno a Varsavia e il video di presentazione già significa molto. Il primo obiettivo stagionale da raggiungere è sicuramente il girone della Coppa dei Campioni. Dopo aver eliminato in maniera netta il Mariehamn (squadra finlandese) ora deve rincorrere la squadra kazaka dell’Astana che, nella gara d’andata, è passata per 3-1. Nell’occasione l’italiano Pasquato è entrato nella ripresa per dare una scossa aiutando i compagni a segnare la rete per accorciare le distanze. Tuttavia il ritorno in casa, seppur con due gol di svantaggio, potrà essere determinante per il passaggio del turno.

La decisione di lasciare l’Italia per volare in Polonia è stata una scelta presa abbastanza facilmente da Cristian Pasquato, data anche l’esperienza già in Russian Premier League.
A Torino è rientrato da esubero e, non appena si è presentata un’offerta importante ha deciso prima di valutarla per poi trasferirsi definitivamente.

Decisione affrettata l’ha presa qualche anno fa quando era un giovane promessa della Juventus. La Vecchia Signora era allenata da Antonio Conte il quale aveva fatto avvicinare il baby talento alla prima squadra. Pasquato era riuscito ad entrare nelle gerarchie del mister fino a quando la società non acquistò altri 3 giocatori d’attacco e il giovane Pasquato, in fretta e furia, decise di chiedere il trasferimento altrove per cercare una maglia da titolare. Il trasferimento a Lecce prima e a Torino, sponda granata, non sortirono risultati che sperava.

Dopodiché diversi giri in molte piazze calcistiche italiane di Serie A e B: Udinese, Bologna, Padova, Livorno e Pescara. Stagioni anche abbastanza positive per il numero 10 Pasquato che però non riesce a trovare una concretezza nei progetti del squadra che lo acquistano.

Da queste esperienze, scatta l’idea di provare un’avventura estera. Il Krylya Sovetov Samara decide di tesserarlo in prestito dalla Juventus dopo una buona stagione. Venticinque presenze con i russi e 5 reti all’attivo.

Tuttavia a fine stagione il ritorno a Torino e ora la nuova avventura in Polonia con il sogno di poter giocare la Champions League.

Dario Sette

Sospeso tra il futuro e il passato. Tra un progetto su cui sta lavorando da un po’ e che non vuole svelare e quel rigore sbagliato nella finale del Mondiale del 1994. Tra le prime 50 candeline spente e il nome di un giocatore che segue con interesse. Ma attenzione a parlare di erede perché di Roberto Baggio ne esisterà sempre e solo uno. Il Corriere della Sera, in occasione della presentazione di una nuova linea Diadora completamente dedicata al numero 10, ha intervistato il Divin Codino, da poco 50enne.

Ha fatto il nome dell’argentino Ricardo Centurión, da appassionato di calcio sudamericano lo stima molto anche se deve mettere la testa a posto; poi un tuffo nel passato: ricorda l’evoluzione del calcio degli anni ’90 ordita da Sacchi e del rifiuto di Ancelotti di volerlo al Parma perché non idoneo al 4-4-2.

Spazia tra quello che verrà e quello che è stato, non c’è nostalgia, ma la mente ritorna sempre a quegli anni, a quel tiro dagli 11 metri calciato nel cielo di Pasadena. Una riflessione anche su Pep Guardiola, compagno ai tempi del Brescia, ma già lungimirante e l’intramontabile domanda: che numero ti daresti in campo? E la risposta è sempre quella, come disse Platini: un 9,5, a metà tra la fantasia del 10 e l’istinto da cannoniere del 9.

A proposito di campioni: chi è il difensore più difficile contro cui ha giocato?
«Paolo Maldini. Quando te lo trovavi davanti sapevi che non passavi. Era grosso. Ed era forte di testa, di destro, di sinistro… Dovevi mettere insieme 15 giocatori per fare uno come lui».
E il giocatore con cui scambiava più volentieri la maglia?
«Marco van Basten. E mi sarebbe anche piaciuto giocarci insieme». 
Ha visto l’addio al calcio di Totti?
«No, ero via».
Ma avrà saputo del suo tormento. Per lei fu diverso. Lei disse: «Finalmente». 
«Sì, per me fu una liberazione purtroppo. Purtroppo perché, senza tutti quei problemi, non avrei smesso».

Continua a leggere l’intervista completa sul Corriere della Sera

La stagione calcistica da poco conclusasi è stata abbastanza positiva per gli allenatori di calcio italiani sparsi in tutta Europa e in tutto il mondo. Se Ancelotti e Conte hanno trionfato in campionati blasonati come Bundesliga e Premier League, c’è chi ha alzato la coppa nazionale maltese dopo oltre vent’anni di digiuno.

In Italia lo ricordano come un capitano dal grande cuore e centrocampista grintoso. Ma da quest’anno è arrivato il primo successo da allenatore per, Giovanni Tedesco, sulla panchina isolana del Floriana Fc.

Il tecnico palermitano ha infatti vinto la coppa nazionale di Malta la “Maltese FA Trophy” contro lo Sliema per 2-0 (reti di Borg e Ruiz) e quindi conseguente qualificazione ai preliminari di Europa League.

C’è molta Italia all’interno dell’organico della squadra maltese. Infatti, oltre al mister Tedesco, ben cinque sono i calciatori italiani che vestono la maglia biancoverde del Floriana Football Club. Su tutti la presenza del bomber Mario Fontanella che, con i suoi 18 gol stagionali, ha contribuito al successo della squadra.

Da sottolineare anche il fatto che la società è in mano a proprietà italiana. Il presidente è Riccardo Gaucci, figlio del più famoso Luciano, ex storico presidente del Perugia e noto soprattutto per le vicende giudiziarie. Lo stesso Riccardo nel novembre 2011 è stato assolto dall’accusa di appropriazione indebita.

Nel 2014, anno dell’acquisizione del club da parte di Gaucci, viene nominato allenatore Giovanni Tedesco, cuore palermitano e storica bandiera perugina che, sotto un vero e proprio diluvio, l’ultima gara della stagione 2000 fermò la Juventus di Ancelotti  consegnando lo Scudetto alla Lazio di Eriksson.

Dopo una prima stagione seduto sulla panchina biancoverde (quinto posto raggiunto) si trasferisce al Birkirkara, altra società maltese, con cui disputa i preliminari di Europa League, venendo eliminato dal West Ham.

Dopo l’esperienza maltese torna sull’isola dov’è nato: la Sicilia. A Palermo ottiene un ruolo prima di allenatore ad interim e poi come vice e come collaboratore tecnico.

Nel 2016 decide di ritornare a Malta per riabbracciare il progetto del Floriana Fc di Gaucci. Il piano è quello di tornare al successo dopo anni bui. La società, infatti, ha vinto un trofeo storico dato che dal 1994 non si portava a casa qualcosa di concreto.
Ora mister Tedesco si gode i festeggiamenti con un occhio rivolto alla prossima stagione concentrandosi in primis in vista della partita per l’Europa League e magari cercare di giocarsela appieno e raggiungere la tanto desiderata fase a gironi.

Dario Sette

 

“Noi siamo figli delle stelle” cantava Alan Sorrenti nel 1977. Un moto irrequieto, una voglia di fare, di spaccare il mondo, di salire sul tetto del mondo…e chissà magari proprio loro saranno le stelle del domani.
Quel che è certo, però, è che hanno già scritto la storia spingendosi fino alle semifinali del Mondiale Under-20. Nessun’altra Nazionale azzurra era arrivata così vicino dalla finale. Sono i ragazzi terribili allenati da Alberigo Evani, è la Nazionale italiana Under-20 che, in Corea del Sud, sta mietendo vittime su vittime, spingendosi oltre i confini dell’immaginazione.

Nei quarti di finale contro lo Zambia, si è capito che i ragazzi non scherzano: in dieci da fine primo tempo e sotto di un gol fino all’88’, gli azzurrini sono riusciti a ribaltare la situazione acciuffando il pareggio e mettendo la freccia del sorpasso ai supplementari.
Agli ottavi hanno buttato fuori i cugini rivali francesi per 2-1, mentre nella fase a gironi, hanno chiuso al secondo posto alle spalle dell’Uruguay.

Il gioiellino che più è brillato in questi giorni è Riccardo Orsolini, comprato dalla Juventus a gennaio, ma che si sta svezzando ad Ascoli, la sua città, capocannoniere azzurro con quattro gol realizzati durante il torneo. Il ragazzo, che ha fatto il suo esordio nella Nazionale Under-20 il 6 ottobre 2016, è già a sette reti in dieci incontri.
Lui è l’avamposto di un gruppo di ragazzi del 1997, ma ci sono anche due 1998 e un 2000. Orsolini è uno dei cinque giocatori di proprietà del club bianconero, il più rappresentato prima di Milan, con tre giocatori, e Genoa e Udinese con 2 a testa. Quattro di loro hanno già debuttato in Serie A, uno addirittura in Europa League.

Al di là di come andrà la loro avventura, ecco chi sono questi piccoli futuri campioni che ci stanno facendo emozionare sempre più:

Portieri

Andrea Zaccagno è il portiere titolare degli Azzurrini. Nato a Padova il 27 maggio 1997 è cresciuto nei biancoscudati prima di passare alla Primavera del Torino. Di proprietà dei granata, quest’anno ha raccolto due presenze in Serie B e una in Coppa Italia con la maglia della Pro Vercelli;

Samuele Perisan è il secondo portiere. Nato il 21 agosto 1997 a San Vito al Tagliamento, in provincia di Pordenone, gioca nella Primavera dell’Udinese. Quest’anno ha disputato cinque partite nel campionato di Primavera B e una in Coppa Primavera;

Alessandro Plizzari è il terzo portiere. Ha da poco compiuto 17 anni: è nato a Crema il 12 marzo 2000 e gioca nella Primavera del Milan. Con il club rossonero, quest’anno, è sceso in campo nove volte nel Campionato di Primavera A e due gettoni in Coppa Italia Primavera;

DIFENSORI

Giuseppe Scalera, terzino destro, nato ad Acquaviva delle Fonti, in provincia di Bari, il 26 gennaio 1998. Ha già fatto il suo debutto in Serie B, con i Galletti, il 17 dicembre 2016, quando gioca tutti i 90 minuti in Bari-Avellino, vinto dai pugliesi per 2-0. Gioca altre due gare in biancorosso prima di passare in prestito alla Fiorentina, il 23 gennaio 2017, che lo inserisce nella formazione Primavera con nove presenze nel campionato Primavera e una in Coppa Italia Primavera;

 

Filippo Romagna, difensore centrale, nato a Fano, provincia di Pesaro e Urbino, il 26 maggio 1997. Di proprietà della Juventus, Romagna gennaio ha giocato fino a gennaio nel Novara con quattro presenze in Serie B, una in Coppa Italia e una nel campionato Primavera; poi è andato in prestito al Brescia dove ha giocato con continuità: ben 14 presenze in Serie B;

 

Mauro Coppolaro è di Benevento ed è nato il 10 marzo 1997. E’ difensore centrale, cresciuto nella Reggina, ora di proprietà dell’Udinese che, quest’anno, l’ha girato al Latina, dove ha disputato 20 partite in Serie B;

 

Giuseppe Pezzella, terzino sinistro, è nato a Napoli il 29 novembre 1997. Ha già due anni di esperienza in Serie A con la maglia del Palermo: cresce nelle giovanili del Monteruscello, scuola calcio della sua città natale, nel 2013, all’età di 15 anni, viene acquistato dal Palermo dove fa tutta la trafila prima di debuttare nel massimo campionato il 6 dicembre 2015 in Atalanta-Palermo, terminata 3-0 in favore dei bergamaschi, entrando al 65’. Quest’anno ha collezionato dieci gettoni in Serie A;

 

Federico Dimarco, terzino sinistro dal piede educato (vedere il suo calcio di punizione per il 2-2 contro lo Zambia al 88’) è di proprietà dell’Inter che l’ha girato, quest’anno, all’Empoli dove ha giocato 12 partite in Serie A e una in Coppa Italia. E’ nato a Milano il 10 novembre 1997;

 

Riccardo Marchizza è un difensore centrale della Roma. E’ nato nella capitale il 26 marzo 1998. Quest’anno oltre alle 22 presenze nel campionato Primavera con cinque reti  e sei apparizioni in Coppa Italia Primavera con tre gol, Marchizza si è fatto le ossa anche in campo internazionale: cinque presenze nella Youth League, ma soprattutto una in Europa League, con i giallorossi, seppur solo un minuto contro l’Astra Giurgiu;

 

Leonardo Sernicola chiude la linea difensiva. Terzino sinistro, nato a Civita Castellana, in provincia di Viterbo, il 30 luglio 1997, quest’anno ha giocato nella Ternana (suo club d’appartenenza) sei presente in Serie B e due in Coppa Italia; poi da gennaio è in prestito all’Unicusano Fondi con cinque presenze in Lega Pro;

 

Centrocampisti

Rolando Mandragora è il capitano della Nazionale Under-20. Centrocampista centrale, nato a Napoli il 29 giugno 1997, è cresciuto nel settore giovanile del Genoa, esordendo in Serie A il 29 ottobre 2014. Passato in Serie B, al Pescara, viene acquistato dalla Juventus nel gennaio 2016 per sei milioni di euro. A fine aprile 2016 è costretto ad operarsi per la frattura del quinto metatarso del piede destro che lo porterà, anche alla Juventus, ad avere continue noie. Esordisce con la maglia della Juventus il 23 aprile 2017, subentrando a Marchisio nel finale della partita di campionato vinta 4-0 contro il Genoa;

 

Mattia Vitale, centrocampista centrale, è nato a Bologna il 1° ottobre 1997. Di proprietà della Juventus, la stagione 2016-2017 l’ha giocata in prestito al Cesena dove ha raccolto 21 presenze in Serie B e tre in Coppa Italia;

 

Francesco Cassata, centrocampista centrale, è nato a Sarzana, in provincia di La Spezia, il 16 luglio 1997. Cresciuto nella Primavera dell’Empoli, è passato alla Juventus che, nell’ultima stagione, l’ha girato all’Ascoli trovando un’ottima continuità: quasi sempre titolare, è sceso in campo 36 volte in Serie B segnando un gol proprio al debutto stagionale contro la Pro Vercelli;

 

Paolo Ghiglione è nato a Voghera, provincia di Pavia, il 2 febbraio 1997. E’ centrocampista destro, è di proprietà del Genoa e quest’anno ha giocato nella Spal, nella fortunata cavalcata verso la Serie A, disputando sette partite;

 

Nicolò Barella è il più “maturo” tra i giocatori della Nazionale. Premiato come miglior calciatore italiano classe 1997 nel 2012 e 2013, è nato il 7 febbraio 1997 a Cagliari, dov’è cresciuto fino a giocare in Serie A con costanza. Esordisce in Serie A il 4 maggio 2015, contro il Parma, nella partita vinta 4-0 dal Cagliari Centrocampista centrale. Quest’anno in campionato ha collezionato 28 presenze e due in Coppa Italia. Convocato per il Mondiale, ha giocato solo le prime due gare, uscendo per infortunio alla mano durante Italia-Sudafrica;

 

ATTACCANTI

Riccardo Orsolini, ala destra con il numero sette sulle spalle, è nato, come detto, ad Ascoli Piceno il 24 gennaio 1997. E’ stato acquistato a gennaio dalla Juventus che ha sbaragliato la concorrenza, ma è rimasto per tutta la stagione all’Ascoli dove ha disputato 41 presenze in Serie B con otto reti e una presenza in Coppa Italia;

 

Andrea Favilli, la punta centrale. Compagno d’avventura con Orsolini nell’Ascoli a suon di presenze e gol con 30 gettoni e otto realizzazioni. Nato a Pisa il 17 maggio 1997 è cresciuto nelle giovanili del Livorno, suo club di appartenenza, che l’ha girato all’Ascoli;

 

Giuseppe Panico, anche lui punta centrale, è nato a Ottaviano (provincia di Napoli), il 10 maggio 1997. E’ di proprietà del Genoa, ma quest’anno ha giocato al Cesena con 15 presenze in Serie B, due in Coppa Italia e tre nel campionato Primavera;

 

Andrea Bifulco è conterraneo di Panico. Nato a San Gennaro Vesuviano qualche mese prima del coetaneo, il 18 gennaio 1997, è cresciuto calcisticamente nel Napoli e nell’ultima stagione ha giocato in prestito al Carpi, collezionando 20 presenze e tre gol in Serie B;

 

Luca Vido, l’eroe della vittoria ai supplementari contro lo Zambia, con la maglia numero 10. Vido è nato a Bassano del Grappa, provincia di Vicenza, il 3 febbraio 1997. Ha giocato fino al 2009 nel settore giovanile del Treviso, prima di passare al Padova, dove ha giocato fino 2011, anno in cui è stato acquistato dal Milan. Con i rossoneri è rimasto fino a fine gennaio 2017, quando è stato ceduto in prestito per i successivi sei mesi al Cittadella, in Serie B. Per lui 12 partite nel torneo cadetto con quattro gol.

 

La Figc ha reso noto che la semifinale contro l’Inghilterra verrà trasmessa in chiaro su RaiSport a partire dalle 13:

 

In Italia è ricordato come il collaboratore tecnico di Antonio Conte; colui che, negli anni di rinascita bianconera, ha dato il contributo alla vittoria dei primi tre scudetti accanto all’allenatore salentino.
A qualche anno di distanza però, Massimo Carrera è diventato finalmente il vero protagonista indiscusso del successo in un campionato di calcio, e lo ha fatto in Russia.

Il 53enne tecnico milanese è riuscito a trionfare con lo Spartak Mosca, ottenendo la decima Prem’er-Liga russa della storia del club moscovita dopo 16 lunghi anni d’attesa. Infatti, il titolo di campione  mancava in casa biancorossa dal lontano 2001, dopo che nelle prime dieci stagioni gli Spartachi erano riusciti a trionfare addirittura nove volte.
Il successo, per l’ex campione della Juventus, arriva anche grazie alla sconfitta dello Zenit San Pietroburgo per 1-0 contro il Terek.
Una stagione calcistica dominata sin dall’inizio. In effetti la squadra, a suon di vittorie, è riuscita a domare club molto più prestigiosi e blasonati come lo Zenit di mister Lucescu, e i rivali cittadini del Cska Mosca. Il tutto è stato appunto possibile grazie alla guida di Massimo Carrera che, dopo gli anni accanto ad Antonio Conte, è riuscito a mettere in pratica gli insegnamenti tanto da poi essere vincente anche da solo.

L’avventura in Russia inizia a rilento perché il tecnico lombardo entra nello staff del team in qualità di allenatore in seconda. Dopo la prima giornata di campionato però, prende provvisoriamente il posto del dimissionario Dmitrij Alenicev. Dopo la più che positiva partenza, il presidente del club moscovita, Leonid Fedun, lo ha confermato sulla panchina e lui ha ricambiato la fiducia con uno storico trionfo, ottenuto addirittura con tre giornate d’anticipo.

“Abbiamo pianto per l’emozione. Io e mia moglie Pinny. Al fischio finale ho provato un’emozione fortissima. Un risultato molto bello e importante per tutta la nostra famiglia e per la mia carriera. Sono felice per i giocatori, per i nostri tifosi e per il presidente. È la vittoria di tutti”.

A contribuire nella vittoria c’è anche un altro po’ di Italia. In effetti, all’interno della rosa biancorossa, c’è anche un altro italiano doc, Salvatore Bocchetti. Il difensore ex Genoa e Milan è oramai russo d’adozione poiché ha vestito anche la maglia del Rubin Kazan. Nel club, inoltre, militano anche altre conoscenze della Serie A come i brasiliani Luiz Adriano (ex Milan), Fernando (ex Sampdoria) e Mauricio (ex Lazio).

Un trionfo italiano in Russia quello di Massimo Carrera che si va ad aggiungere ai due campionati vinti da Luciano Spalletti nel 2010 e nel 2012 alla guida dello Zenit.
I complimenti per la vittoria del Russian Premier League sono arrivati anche dal club bianconero attraverso i social.

Per l’allenatore italiano ora non resta che chiudere al meglio il campionato per poi godersi le meritate vacanze in vista della prossima stagione che vedrà il club moscovita protagonista non solo in Russia ma anche in Europa in Champions League; e magari il destino potrà fare scontrare il tecnico lombardo con il suo mentore Antonio Conte, ora alla guida degli inglese del Chelsea.

Dario Sette

La sua carriera in Serie A è iniziata con l’etichettatura di eterno secondo, ma in oltre 20 anni di carriera mister Carlo Ancelotti ha sfatato qualsiasi mito diventando l’allenatore re d’Europa grazie alle conquiste dei titoli nazionali dei maggiori campionati europei: Italia, Francia, Inghilterra e Germania; e la decima Champions League del Real Madrid in Spagna.

Ancelotti, con il suo 19esimo titolo in bacheca, è diventato così il re Mida italiano: dove arriva lui, la sua squadra vince. L’ultimo successo in ordine cronologico è stato il Meisterschale in Bundesliga con il Bayern Monaco, avvenuta dopo la delusione per l’uscita dalla Champions League contro il Real Madrid.

Proprio in Spagna quando era allenatore dei blancos, mister Ancelotti non è riuscito a portare a casa la Liga; in compenso però ha avuto modo di ottenere la tanto desiderata quanto storica Décima Coppa dei Campioni.

Nella lista degli allenatori più vincenti della storia del calcio moderno europeo c’è sicuramente il suo nome. Uno sportivo che, dopo i successi con Milan e Roma da calciatore, ha avuto modo di ottenere tantissimi trionfi anche dalla panchina. In effetti, Carlo Magno  (come lo hanno definito alcuni media spagnoli durante la sua esperienza al Real), dopo le due Champions vinte da calciatore, ha avuto modo di alzare altre 3 volte la coppa dalle grandi orecchie: 2 col Milan (2003 e 2007) e una col Real Madrid nel 2014.

In bacheca però ci sono anche e soprattutto i campionati che ha vinto negli ultimi 20 anni.

Dopo un inizio di carriera positivo grazie al raggiungimento di uno inaspettato secondo posto con il Parma nella stagione 1996/97, Carletto subisce un calo dovuto anche alla sfortuna nei primi anni 2000 a Torino, sponda bianconera. Nella Juventus infatti, arriva con l’intento di fare bene e di vincere dopo gli anni trionfanti di Marcello Lippi. Le attese però non vengono ripagate perché nelle due stagioni alla guida della Vecchia Signora  non va oltre due secondi posti (1999/00 Scudetto alla Lazio e 2000/01 Scudetto alla Roma ed etichetta di “perdente di successo”.

In seguito all’esperienza negativa sulla panchina bianconera, nel 2001 Ancelotti si trasferisce al Milan. Nelle otto stagioni trascorse tra i rossoneri, l’allenatore di Reggiolo vince praticamente tutto, diventando anche  il secondo tecnico per numero di presenze della squadra milanese dopo Nereo Rocco. Unica amarezza in rossonero è l’amara sconfitta a Istanbul nella finale di Champions nel 2005 contro il Liverpool, vendicata due anni più tardi ad Atene.

Dal 2009 in poi il tecnico decide di provare esperienze all’estero. La prima avventura fuori dai confini italiani è la Premier League nel Chelsea post Mourinho e Hiddink. A Londra vince campionato, FA Cup e Community Shield. Nel maggio 2011, il presidente dei Blues, Roman Abramovich, in seguito a una stagione inferiore alle aspettative con un secondo posto in campionato e l’eliminazione in Champions League, decide di esonerarlo.

In seguito alla parentesi londinese, mister Ancelotti vola in Ligue 1 nel Paris Saint Germain del presidente Al-Khelaifi. Nella capitale francese riesce a riportare il titolo dopo quasi venti anni di digiuno. La stagione 2012/13 con la vittoria del terzo Hexagonal il Psg non si è più fermato diventando una macchina perfetta in campionato e una realtà concreta anche a livello europeo.

In Spagna nel Real Madrid post Mourinho ha il compito di cambiare totalmente filosofia di calcio rispetto a quella del portoghese e ci riesce. Seppur in Liga non ottiene nessun titolo (3° nel 2013/14 e 2° nel 2014/15) riesce a portare la decima Champions League nella capitale spagnola dopo 12 lunghi anni d’attesa.

L’ultima gioia per Carlo è la Germania. Dopo un anno sabbatico torna a sedere in panchina, nella squadra più titolata in Bundesliga. Con i bavaresi ottiene il suo 19esimo titolo personale e il 27esimo trionfo tedesco della storia del club in Bundes, il quinto di fila (anche questo è un record). La prossima stagione dovrebbe essere ancora a Monaco di Baviera ma chissà se in mente ha ancora altre terre da conquistare. Gli resta poco da esplorare, ma a Carlo Magno sa come e dove vincere.

Dario Sette

Davide Lanzafame, il “Lanciafiamme” italiano, ora fa faville nella terra di Puskas. L’esterno offensivo torinese, che ha da poco compiuto 30 anni, ha trovato la sua dimensione in Ungheria nel Budapest Honvéd Fc in quella che è stata la storica squadra del campione Ferenc Puskas nella quale ha segnato una miriade di gol, prima di accasarsi al Real Madrid.

Lanzafame, dopo anni in cui ha girato parecchie squadre italiane, ha trovato la sua serenità nella squadra della capitale ungherese allenata da un altro italiano doc, il mister Marco Rossi.
Con il sogno di poter vincere il campionato OTP Bank Liga, Davide Lanzafame sta contribuendo, a suon di gol, a raggiungere questo obiettivo che manca da oltre 20 anni.

dALLe giovanili DELLA juveNTUS Al Bari di Conte

Cresciuto nelle giovanili della sua squadra del cuore, la Juventus, il veloce esterno offensivo ha giocato in Primavera insieme a talenti come Claudio Marchisio e Sebastian Giovinco con cui ha vinto un campionato, una Coppa Italia, una Supercoppa Italiana e, con sette reti, la classifica marcatori del Torneo di Viareggio 2007.

Dopo l’esordio in prima squadra con la Juventus in Serie B, la stagione successiva è quella della consacrazione. Infatti, trasferitosi in prestito al Bari guidato dall’ex juventino Antonio Conte, il veloce attaccante si mette in mostra con prestazioni sontuose, arricchite da dieci reti. Salvezza in netto anticipo per i galletti, convocazione nell’Italia Under 21 e l’appellativo di “Lanzafame – Lanciafiamme” oltre al “Cristiano Ronaldo italiano”.

La stagione successiva viene ceduto in comproprietà al Palermo, in serie A, nell’operazione che porta l’attaccante brasiliano Amauri a Torino. Il giovane Lanzafame, però, non ha quella continuità che si aspettava e pertanto, durante il mercato invernale, ritorna a Bari dove colleziona 18 presenze con due gol, che contribuiscono alla vittoria del campionato e la conseguente promozione.

 

LA PRIMA DOPPIETTA IN SERIE A, PROPRIO CONTRO LA JUVE

Il ritorno in A è quello da batticuore, “Lanciafiamme” disputa un bellissimo campionato con il Parma in cui segna la sua prima doppietta nella massima serie proprio contro la sua squadra in cui è cresciuto, la Juventus. La bellissima stagione disputata tra i ducali fa sì che l’allora allenatore bianconero, Gigi Delneri, lo richiami a Torino per poterlo schierare nel suo classico 4-4-2.

Il ritorno, però, non è dei migliori tant’è che da lì in poi inizia una fase calante che lo porterà a girovagare in varie squadre: Catania, Brescia, Grosseto, la prima esperienza estera all’Honvéd e soprattutto il coinvolgimento nel filone Bari-bis dello scandalo calcioscommesse.

 

L’approdo all’Honvéd in Ungheria

Giunto in terra magiara nel mercato di riparazione 2013, Lanzafame riesce a conquistare un’epica qualificazione all’Europa League, ma si fa notare anche per un bisticcio con un suo compagno di squadra per la battuta di un calcio di rigore, con tanto di successiva espulsione.

Nel 2014 rientra in Italia per due stagioni: una stagione a Perugia e poi a Novara, prima di riprendere l’aereo per Budapest.
All’Honvéd, attualmente, ha trovato una giusta dimensione calcistica anche se il talento ammirato nella Juve Primavera, a Bari e a Parma non si è più realmente rivisto. Scelte sbagliate e occasioni sprecate hanno preso il sopravvento. Quest’anno però “Lanciafiamme” si è imposto l’obiettivo di vincere il campionato e ci sta provando dando un grosso aiuto l a suon di gol: otto le reti segnate sinora.
I tifosi magiari che sperano nella vittoria dell’OTP Bank Liga che manca da troppo tempo: il sogno è che la squadra rossonera possa ritornare a splendere come ai tempi del grandissimo Ferenc Puskas.

L’ottima stagione calcistica ha riacceso anche l’attenzione mediatica nei suoi confronti: i comici Pio&Amedeo, protagonisti della trasmissione Emigratis, in giro per Budapest, hanno sfruttato con il loro consueto modo “poco cortese” la disponibilità di Lanzafame, scroccando cibo, soldi e tanto, tanto altro…qui potete vedere il video.

Dario Sette