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Ha sfidato l’Italia, il 14 giugno 1990, nel Mondiale azzurro, giocando per 81 minuti prima di essere sostituito dal coach Gansler per far entrare Stollmeyer. Ha marcato Schillaci, ha visto Giannini esultare e mandare in visibilio una Nazione, ha collezionato 35 presenze con gli Stati Uniti d’America tra il 1986 e il 1991. Ma una piccola stramberia (agli occhi di oggi) ha accompagnato la storia calcistica di Jimmy Bansk, ex difensore, morto a 54 anni il 26 aprile 2019: non ha mai giocato una partita del campionato americano, avendo trascorso tutta la sua carriera nel calcio indoor, indossando la maglia del Milwaukee Wave.

Da tempo malato di cancro al pancreas, Banks è cresciuto nel Wisconsin e dopo essersi laureato ha deciso di rimanere nella città in cui è cresciuto giocando per sei stagioni, dal 1987 al 1993 per il Milwaukee Wave nell’American Indoor Soccer Association. Il 5 febbraio 1986 la sua prima convocazione con la Nazionale a stelle e strisce nel pareggio senza reti contro il Canada. Poi, come detto, il sogno di giocare due partite da titolare nel Mondiale del 1990 contro l’Italia e Austria.

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Profondo e significativo, il messaggio della Federazione americana:

La Federazione americana è profondamente rattristata dalla morte di Jimmy Banks. In un periodo in cui pochi afroamericani raggiunsero il livello più alto nel calcio, la carriera di Jimmy ai Mondiali del 1990 ispirò una nuova generazione di giocatori

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Il fantasma di Maradona ha imprigionato il talento di Messi, lasciandone le briciole, e forse neanche quelle, tra i prati di Russia. E’ una frustrazione, quella della Pulce, che inizia già dall’inno nazionale: mentre a Nižnij Novgorod risuonano le note dell’Himno Nacional Argentino la telecamera indugia su Leo, che si copre il volto con una mano, rifuggendo dalle attenzioni mediatiche.

Non lo preoccupa troppo la Croazia, forse ha già i cattivi presagi di quello che sarà, forse intravede l’ombra del Pibe de Oro, forse non sta bene come sospettano i giornali argentini, forse semplicemente non ha più la forza di caricarsi la Selección sulle sue spalle. L’ha già fatto in passato, durante le tribolate qualificazioni mondiali, con la tripletta decisiva nella sfida di Quito contro l’Ecuador. L’ha fatto in tredici anni, dal 2005 a oggi, diventando il miglior marcatore nella storia dell’Albiceleste, 64 gol in 125 partite, +30 su Maradona che si era fermato a 34 in 91 gare.

Ma non basta, perché Leo è Messi ma non ancora il Messia fino a quando non porterà la Coppa del Mondo a casa, come fatto da Diego nel 1986. Il 10 del Barcellona è stato troppe volte il manifesto perdente di una squadra tanto talentuosa quanto fragile nei momenti decisivi: tre sconfitte consecutive in finale negli ultimi anni tra Coppa America (Cile) e Mondiale (Germania), unico sigillo l’oro olimpico del 2008. Troppo poco per sé e il suo popolo.

Un fardello che aveva portato el diez a ritirarsi dalla sua Nazionale nel 2016, prima di tornare sulla sua decisione.

Triste, solitario y final, la Pulce ha le mani davanti agli occhi quando si parla di Nazionale. Non guarda le telecamere, non ha quella garra che Maradona esibì al mondo intero durante l’inno argentino nella finale di Italia ’90, l’8 luglio allo stadio Olimpico di Roma. Ancora scottato dai rigori nefasti della semifinale di Napoli, il pubblico capitolino fischiò l’inno biancoceleste, provocando le ire di Diego che esclamò “Hijos de p…” in mondovisione.

La rabbia prima delle lacrime per la sconfitta al 90’. Ancora la Germania, con un rigore generoso trasformato da Brehme e concesso tra le polemiche dall’arbitro messicano Codesal. Ma il fuoriclasse del Napoli aveva già esorcizzato l’Alemania quattro anni prima in Messico, nel torneo che lo consacrò al mondo tra la mano de Dios e il gol del Siglo contro l’Inghilterra.

Maradona aveva salutato la Nazionale con gli occhi spiritati del gol contro la Grecia a Usa ’94 e con l’infermiera che lo prelevava in campo dopo essere risultato positivo ai test antidoping al termine del match contro la Nigeria.

Gli africani sono il prossimo e forse ultimo appuntamento con la storia della Selección per Lionel: vincere potrebbe non bastare, l’infermiera di Messi avrà le sembianze del fantasma di Maradona.

Difficile scindere l’immagine che si crea nella nostra mente se pensiamo alla Nazionale del Messico e alla sua istrionica maglia verde che, a cavallo degli anni ’90, ha visto contornarsi di splendidi rilievi della cultura azteca. Non a caso il Messico deve il suo soprannome El Tricolor (spesso abbreviato El Tri) proprio perché la sua divisa tipica si è sempre contraddistinta coi colori verde per la maglia, bianco per i pantaloncini e rosso per i calzettoni, un richiamo alla bandiera nazionale.

Eppure il verde sgargiante entra nella timeline della camiseta messicana solo verso la fine degli anni ’50: dalla prima partita del 1923, passando per il 1929 – anno di affiliazione alla Fifa – e oltre il 1930, quando i messicani parteciparono alla prima Coppa del Mondo in Uruguay, i colori dominanti erano il granata per la maglia e il blu per i pantaloncini.
Questa trentennale monocromia fu interrotta curiosamente nel 1950, per un solo giorno, per una sola partita. E il Messico indossò il bianco e blu.

Mondiali in Brasile, 2 luglio 1950. Allo Estádio dos Eucaliptos di Porto Alegre,  si disputò l’incontro tra Messico – Svizzera. Un match che non contava più nulla perché nel gruppo A il Brasile aveva ormai superato il turno classificandosi per primo. La partita, però, venne ritardata di venticinque minuti: l’arbitro, lo svedese Ivan Eklind, infatti si accorse che le due compagini vestivano maglie di tonalità pressoché simili. Granata i centroamericani, rossa gli elvetici.
La soluzione? Chiedere in prestito le casacche della squadra locale del Cruzeiro, appunto con strisce orizzontali bianche e blu. La scelta venne stabilita tramite sorteggio: in realtà vinsero i messicani che, per galanteria, decisero comunque di indossare la nuova uniforme. Uniforme amara perché a vincere fu la Svizzera per 2-1.

 

In realtà non è stato il primo e unico episodio nella storia del Mondiali di calcio. Riavvolgendo le lancette arriviamo alla Coppa Jules Rimet del 1934, quella disputata in Italia e che vide proprio gli azzurri alzare il trofeo dopo aver battuto per 2-1 la Cecoslovacchia in finale.
La “finalina”, appellativo grezzo per indicare la finale che decide il terzo e quarto posto, venne disputata dall’Austria e dalla Germania, entrambe solite giocare con maglietta bianca. Anche qui fu necessario un sorteggio per decidere quali uniformi indossare, l’Austria perse, ma non aveva portato con se la seconda maglia. Il calcio popolare, quello cittadino, corse nuovamente in aiuto: il match si giocava a Napoli così per quel giorno, gli austriaci vestirono di blu, mantenendo però il nero dei pantaloncini e dei calzini, regalando un accoppiamento alquanto bizzarro per la storia dell’Austria.

Nel Mondiale del 1958 in Svezia, invece, si assistette a una controtendenza: rispetto ai due casi citati, le strisce furono sostituite da un unico colore. L’Argentina, dopo 24 anni dall’ultima apparizione, tornò in una fase finale dei Mondiali. L’esordio fu a Malmö contro la Germania Ovest e non andò bene: i sudamericani persero 3-1 e furono costretti a giocare con altri colori, il giallo dell’Ifk  Malmö, una delle squadre più storiche del calcio svedese.

Messico, Austria e Argentina. Tutte e tre con divise di club locali, tutte e tre sconfitte. A segnare un passaggio “storico” fu la Francia, nel 1978. In quegli anni, ancora buona parte delle famiglie non aveva una tv a colori: il bianco e nero rendeva difficile riconoscere le squadra guardando la partita comodamente dalla poltrona. Così quando il blu della Francia incontrò il rosso dell’Ungheria nel Mondiale in Argentina (stesso girone dell’Italia che passò per prima alle spalle dei padroni di casa), qualcuno doveva cambiare. Quel qualcuno fu la Francia, e il tutto fu stabilito, da protocollo, prima dell’arrivo delle due squadre allo stadio. Ma per un assurdo errore dei responsabili delle due squadre, entrambe si presentarono con casacche bianche. L’incontro, ovviamente, fu ritardato di 40 minuti per permettere l’arrivo del kit di sostituzione, le maglie della squadra locale del Kimberley, con strisce bianche e verdi. Con la vittoria per 3-1, la Francia fu la prima squadra a trionfare con addosso una maglia non sua.

La Francia nel 1978 non è stata l’ultima nazionale a indossare la maglia di un club. Fu il Costa Rica, per un motivo nobile e apprezzabile. Ritorniamo in Italia, nel 1990. I costaricensi nel match d’esordio contro la Scozia, indossarono la loro classica “mise” rossa, ma nei successivi due incontri del girone scelsero di stravolgere il loro look scegliendo una maglia a strisce bianconere. Un omaggio al club più antico del paese, La Libertad, che aveva dichiarato bancarotta nei mesi precedenti.
Con la nuova casacca, coincidenza, giocarono la seconda gara a Torino, casa della Juventus, perdendo 4-1 contro il Brasile, ma si riscattarono vincendo 2-1 sulla Svezia e passando così il girone. Il Costa Rica, alla sua prima storica partecipazione, si fermò agli ottavi perdendo 4-1 contro la Cecoslovacchia.
Per inciso, il club La Libertad, fondato a San José nel 1905, giocò il suo primo incontro ufficiale nel luglio dell’anno dopo contro il club La Juventud.

In realtà, diversi anni dopo, nel 2014 in un’intervista rilasciata alla Gazzetta dello Sport, il ct di quell’avventura, Bora Milutinovic (allenatore giramondo dei record “mondiali”), ha ammesso un’altra verità:

Allenavo il Costa Rica. Io sono tifoso del Partizan di Belgrado e volevo giocare il Mondiale con le maglie bianconere, ma non sapevo come fare. Così chiamai Montezemolo che mi diede il numero di Boniperti: lui mi fece arrivare 44 maglie. Quando entrammo in campo contro il Brasile tutto lo stadio era con noi. Prendemmo solo un gol e con la Svezia vincemmo

 

È stata definita la generazione d’oro perché non si era mai vista una Colombia così ricca di talento. E così, dopo 28 anni dall’ultima volta nel 1990, i Cafeteros raggiungono la qualificazione alla fase finale di un Mondiale di calcio.

In effetti era proprio a Cile ’62 che la nazionale colombiana si è affacciata nel calcio che conta.

Era la generazione dei campioni come il portiere Rene Higuita, i centrocampisti Carlos “El Pibe” Valderrama e Leonel Alvarez e l’attaccante Fredy Rincon. Una nazionale ricca di “pazzia” che ha espresso un gioco tecnico chiamato “toque-toque sotto l’ex allenatore dell’Atletico Nacional, Francisco Maturana.

Il loro approccio a Italia ’90 non è stato per niente semplice dato che si è ritrovata nel girone dei futuri campioni del mondo della Germania, la Jugoslavia e gli Emirati Arabi Uniti, debuttante nella competizione.

Primo match al Bentegodi di Bologna contro gli arabi. Match vinto per 2-0 dai sudamericani grazie alle reti di Bernardo Redin del Deportivo Cali che ha aperto le marcature al minuto 50, grazie all’assist di Alvarez.

A quattro minuti dalla fine è il turno del capitano Valderrama che chiude i conti regalando così la prima vittoria della “Tricolor” in un Campionato del Mondo.

Festa in Colombia tra le vie di Bogotá, per quella che è stata una vittoria storica per quella che era una nazionale spesso criticata dal fatto che fosse “controllata” dal narcocalcio.

Il secondo match contro la Jugoslavia è un remake di quella che era stata una pesante sconfitta da parte dei colombiani (5-0 a Cile ’62). L’esito è però simile, sconfitta per 1-0 contro i balcanici e tutto rimandato all’ultimo match del girone contro la Germania Ovest di capitan Matthäus.

Contro i tedeschi sarebbe bastato solo un pareggio e così è. I Cafeteros riescono a strappare l’1-1 a pochi minuti dal fischio finale dopo il vantaggio siglato da Pierre Littbarsky. A salvare Higuita e compagni è stato l’attaccante Rincon che ha superato agilmente il portiere tedesco Illgner. Un gol che porta la Colombia direttamente agli ottavi di finale di Italia ’90.

La gioia per aver passato per la prima volta il girone in una fase finale ai Mondiali. Agli ottavi i sudamericani se la vedono contro un’altra rivelazione del Mondiale italiano, il Camerun.
Il match tra le due scoperte è avvincente. Al san Paolo di Napoli si va oltre i minuti regolamentari. A sbloccarla però sono gli africani con il subentrante Roger Milla al 106esimo.
Lo stesso Milla si ripete qualche minuto più tardi su una grave ingenuità del portiere colombiano Higuita.
Quella dell’estremo difensore sudamericano si è rilevata come una vera e propria pazzia. Non era certo la prima volta che il numero 1 dai capelli ricci si è addentrava in avventure rischiose. Quella degli ottavi è stata una scelta sbagliata, quanto sfortunata.

Il gol di Rincon permette solamente di pensare ai rimpianti per un match buttato via con sregolatezza. Quella partita è stata quella della beffa per la generazione d’oro, per quella che è stata considerata come la Colombia più forte di tutti i tempi.

“Un leone non muore mai, ma dorme”. Un modo di dire che i tifosi del Camerun nel corso degli anni sono soliti pronunciare per stigmatizzare la morte, staccarsi da questa. L’avevano scritto su uno striscione nel 2003 dopo la prematura scomparsa di Marc-Vivien Foé; torna in questi giorni di bocca in bocca tra i sostenitori della Nazionale africana per un’altra dolorsa scomparsa. Uno degli idoli tra i “Leoni indomabili” che fecero sfaville nel Mondiali 1990 disputato in Italia.

Il  9 dicembre, Benjamin Massing, ex-difensore del Camerun, si è spento a 55 anni nella sua casa a Édéa. Il nome di Massing è legato ai più bei traguardi che ha raggiunto la nazionale calcistica camerunense: nel 1988 i Leoni indomabili portano a casa per la seconda volta la Coppa d’Africa e due anni dopo, per la prima volta partecipò ai Mondiali riuscendo a sconfiggere a sopresa l’Argentina di Diego Maradona, campione del mondo, nel match d’esordio, e raggiungendo il gradino dei quarti di finale persi contro l’Inghilterra in un indimenticabile 3-2.

Patrick Mboma, altro idolo camerunense, è stato uno dei primi giocatori a rendergli tributo sui social:

Tutti abbiamo i nostri eroi. E’ brutto svegliarsi e sapere che uno di questi non c’è più. Un leone non muore mai, ma dorme! Addio, campione

Thomas Nkono, Roger Milla e Francois Omam-Biyik, il giustiziere dell’Argentina nel match d’esordio a San Siro l’8 giugno 1990.  Anche Massing, a modo suo, fu protagonista di quel match: il difensore è tutt’oggi ricordato per un’entrata durissima e pericolosa su Claudio Caniggia, falciato in contropiede a due minuti dalla fine dei regolamentari. Massing, che in quella feroce scivolata perse anche uno scarpino, fu espulso e costretto a saltare le due partite successive della fase a gironi, ma quel Camerun dei miracoli proseguì la sua strada arrivò fino ai quarti di finale.

Era il 24 giugno 1990 e allo stadio Meazza di San Siro a Milano, Germania Ovest e Olanda sono pronte a sfidarsi per un posto ai quarti di finale del Mondiale d’Italia ’90.

La cornice della “Scala del Calcio” mette a confronto due nazionali con grandi ambizioni per andare fino in fondo alla rassegna mondiale.

A confronto non solo due nazionali ma anche tanti campioni. Particolare è che sia nella squadra tedesca che in quella Orange giocano calciatori, protagonisti nel campionato italiano di Serie A.

Tra i tedeschi, i campioni d’Italia 1989 dell’Inter: Lothar Matthäus, Jürgen Klinsmann e Andreas Brehme; nell’Olanda, campione d’Europa 1988, il trio delle meraviglie del Milan: Ruud Gullit, Marco Van Basten e Frank Rijkaard.

Nella Germania anche altre conoscenze del calcio italiano di quegli anni, come l’attaccante della Roma Rudi Völler e il difensore Berthold, i futuri juventini Kholer e Reuter (in bianconero dal 1991), Möller (sempre Juventus, dal 1992), Häßler (che arriverà proprio dopo il Mondiale ‘90) e il laziale Riedle (anche lui subito dopo il Mondiale).
Dall’altra un trittico Orange che sbarcherà in Serie A due anni dopo: Van’t Schip (Genoa), Roy (Foggia) e Winter (Lazio).

Quella grande partita è stata una delle partite più sentite da parte dei tifosi, soprattutto per la miriade di campioni in campo. Peccato che a Milano non sia andata in scena la partita che ci si aspettava.

I nerazzurri Klinsmann al 51′ minuto e Brehme all’85 minuto spianano la strada alla Germania al passaggio del turno con un secco 2-1. Per gli olandesi, il gol del difensore Koeman da calcio
di rigore all’89esimo.
Una partita sentita che si è giocata con i nervi tesi e con gli ululati dei tifosi nei confronti dei giocatori neri olandesi. Uno spettacolo poco raccomandabile a Milano per quella che invece sarebbe stata una partita in cui il bel calcio avrebbe dovuto farla da padrona. Matthäus non disputa una grande partita ma riuscirà comunque a contribuire al successo della Germania Ovest e spianare così la vittoria del suo Pallone d’Oro.

In questo match però non si è parlato solo di calcio giocato. Al centro di alcune polemiche post gara ci sono stati due protagonisti principali: il tedesco Völler e l’olandese Rijkaard.
Al minuto 20, il numero 3 Orange stende l’ex romanista e l’arbitro argentino Loustau tira fuori il cartellino giallo nei confronti dell’ex milanista, il quale pensa bene anche di sputare addosso all’attaccante tedesco.

Völler protesta, si tocca continuamente lo sputo tra i capelli e lo mostra all’arbitro, il quale imbarazzato lo ammonisce e comincia a farsi la sua idea sul come risolvere la faccenda.

Poco dopo si batte la punizione e Völler si proietta sul cross e scontrandosi con Van Breukelen, da qui ne nasce una rissa. A farne le spese sono proprio Völler e Rijkaard i quali vengono espulsi e continueranno a punzecchiarsi  anche nel tunnel degli spogliatoi.

Il commentatore inglese ed ex rugbista Brian Moore parlava di questo gesto come un pessimo esempio calcistico e sportivo, soprattutto se fatto da un fuoriclasse come Rijkaard.

Le due espulsioni facilitano la Germania che riesce a vincere la partita grazie alla rete Brehme, il quale sarà anche l’eroe della finale contro l’Argentina di Maradona all’Olimpico di Roma. L’ex terzino dell’Inter, infatti, sarà l’autore del gol decisivo per la vittoria del Campionato del Mondo. Trasformerà il rigore decisivo contro l’Albiceleste. In tale occasione preferirà calciare di destro, superando il portiere avversario Sergio Goycochea il quale, nel corso del torneo, aveva neutralizzato quattro tiri dal dischetto.

La sorte ha voluto che il 15 giugno 1982, giorno del debutto nel calcio che conta davvero, il Camerun debba affrontare il Perù. Un assist per la redazione de La Stampa che con sapiente ironia coloniale individua i veri primattori del match: gli “stregoni, che [da ambo le parti] stanno combattendo una battaglia a colpi di spilloni e filtri magici contro il malocchio e i rispettivi nemici”.
Il 18 giugno 1990 su L’Unità si parla ancora di Gris-Gris, stregoni e marabuti, a margine delle incredibili imprese che la nazionale camerunese sta compiendo nel Mondiale italiano, ma sembra solo folklore giornalistico teso ad alimentare la sottocultura da rotocalco. I veri maghi sono i giocatori, che dopo otto anni di successi in Africa sono pronti a regalarsi un sogno grande quanto il mondo.

Tutto ha inizio un po’ prima dell’incontro di La Coruña con il Perù. Solo un’altra squadra dell’Africa subsahariana si è qualificata per la fase finale di una Coppa del Mondo prima del 1982: lo Zaire nel 1974 ed è finita malissimo. Dal Mondiale spagnolo la Confederazione Africana ha due posti a disposizione, ma la nazionale del Camerun non è certo tra le favorite. Del resto è in attività solo dai primi anni sessanta e vanta come miglior risultato della sua storia un terzo posto nella Coppa d’Africa del 1972, di cui era anche nazionale ospitante (e questo si sa che aiuta).
Il fatto è che la rosa dei verdi ha qualcosa che permette loro di battere nettamente le avversarie nelle qualificazioni e di ben sperare per il futuro. Qualcosa che gli zairesi, nel 1974, non avevano: giocatori che militano in Europa, più precisamente in Francia. Tra loro spicca Roger Milla, trentenne attaccante del Bastia, forte fisicamente e dotato di buona tecnica individuale, trascinatore dei suoi nello spareggio col Marocco.

Al Riazor, contro il Perù della perla nera Cubillas, Milla si presenta subito con un sinistro da fuori (deviato in angolo dal discusso Quiroga), con un colpo di testa che finisce sul palo e con un gol ingiustamente annullato per fuorigioco. Il Perù esce alla distanza, ma lo 0-0 non si schioda perché il Camerun è stato ben disposto in campo dal francese Jean Vincent e perché in porta c’è un altro giocatore destinato a rimanere nella memoria di tutti: il venticinquenne Thomas N’Kono, che a guardarlo, con la sua lunga tuta nera da dopolavoro, sembra uno messo a fare il portiere per caso e che, invece, è agilissimo e bravo nelle uscite, anche se a volte esagera.
Il Camerun ha già fatto meglio dello Zaire, ma tutti sono pronti a scommettere che contro la Polonia per i simpatici africani ci sarà poco da fare. Invece, Boniek e compagni si devono accontentare di uno 0-0: Lato coglie la traversa, c’è un salvataggio di Ndjeya sulla linea, ma nel finale è Młynarczyk a fare gli straordinari sui tiri di Kunde (centrocampista di quantità che ci accompagnerà a lungo in questa storia), di M’Bida e di Milla.

L’1-1 con l’Italia futura campione del mondo vale poi come una vittoria, anche se fa passare il turno solo agli azzurri, per via del gol segnato in più a parità di differenza reti. Il pareggio di M’Bida a un minuto di distanza dalla rete di Graziani e la poca propensione all’attacco dei leoni indomabili nella parte finale del match (nonostante il risultato li svantaggi) sono stati motivi di spunto alcuni anni dopo per un’indagine giornalistica condotta da Oliviero Beha e Roberto Chiodi, che ha suffragato l’ipotesi di un accordo sotto banco in cui era certamente coinvolto Vincent.
Ad ogni modo da quel pareggio escono tutti contenti e, mentre l’Italia in silenzio stampa volerà verso una inattesa vittoria, il Camerun torna in patria e si gode il bagno di folla per le sue non sconfitte. Adesso c’è un continente su cui far valere personalità ed esperienza maturata nell’avventura spagnola.

Nelle tre edizioni successive della Coppa d’Africa il Camerun ottiene due vittorie e un secondo posto, anche se una inattesa débacle patita a Lusaka contro lo Zambia il 7 aprile 1985, lo costringe a vedere i Mondiali messicani in TV.
Il primo trionfo continentale arriva nel 1984. La fase finale è in Costa d’Avorio e sono proprio i camerunesi a far fuori, con un secco 2-0, i padroni di casa nell’ultimo turno del girone eliminatorio. Milla, autore del gol del vantaggio contro gli ivoriani sigla poi uno dei rigori che decidono la semifinale senza reti con l’Algeria di Madjer ed entra nell’azione decisiva della finale. Con la Nigeria la partita è sull’1-1, per i gol di Lawal (solo omonimo dell’ala che propizierà l’autorete di Zubizarreta ai Mondiali del 1998) e di N’Djeya su punizione. Siamo all’79’ quando Théophile Abega parte in azione personale sulla parte destra del campo, chiede e ottiene triangolo con Milla a limite dell’area e batte il portiere Okala. Poi Ebongué sigla il definitivo 3-1 con un gran tiro che s’infila sotto la traversa.

Abega, il “dottore”, Pallone d’oro Africano nel 1984, uno dei più amati in patria e uno dei più rappresentativi tra i leoni indomabili, è anche tra i selezionati per la Coppa d’Africa 1986, ma gioca solo uno spezzone della prima partita, vinta 3-2 a fatica contro il solito ostico Zambia. L’allenatore francese Claude Le Roy, in carica dal 1984, ha iniziato il necessario cambio generazionale dopo l’imprevista eliminazione nella corsa a Messico ’86. Milla, Kunde e N’Kono sono, però, ancora lì e Roger, in particolare segna quattro gol, che, insieme ai due gol di M’Fede allo Zambia e ai due di Kana Biyik all’Algeria, permettono al Camerun di raggiungere la finale, dove lo attende l’Egitto padrone di casa. Questa volta non porta fortuna né incontrare il paese ospitante, né arrivare ai rigori: l’errore di Kana Biyik al sesto tiro e la realizzazione di Kasem danno la terza Coppa d’Africa agli egiziani, venticinque anni dopo l’ultimo successo ottenuto come R.A.U..
I leoni indomabili si rifanno, alla grande, nel 1988. 1-0 all’esordio nel girone, proprio contro l’Egitto grazie a un gol di Milla, ovviamente. Seguono due pareggi e l’approdo in semifinale, dove ancora una volta li attende la Nazionale del paese ospitante, che stavolta è il Marocco. A risolvere è il talentuoso Makanaky, ancora in versione capello corto, con un “destraccio al volo forse deviato”, come lo si definisce in modo poco lusinghiero nella telecronaca di Telecapodistria. In finale la Nigeria è favorita, ma ci pensa Milla con una sua accelerazione a rompere l’equilibrio. Eboigbe lo falcia appena arrivato in area e Kunde trasforma il rigore, nonostante l’opposizione di Rufai. La formazione che farà miracoli a Italia 90 è quasi pronta: oltre Makanaky anche i difensori Massing e Tataw si sono ritagliati un posto da titolari, mentre i centrocampisti M’Fede, M’Bouh e Kana Biyik lo sono ormai da due anni. Omam Biyik è invece in panchina, a far compagnia a Le Roy. In quel 1988 manca solo N’Kono, che è all’Espanyol da tempo e quell’anno arriverà a un attimo dal conquistare la Coppa UEFA.

Chi è, invece, ormai ritenuto superfluo è Le Roy, inaspettatamente allontanato dalla Federazione prima dell’inizio delle Qualificazioni Mondiali. Al suo posto arriva lo sconosciuto sovietico Nepomnyashchy, che, pur rinunciando a un ormai attempato Milla, non fallisce l’obiettivo. Il “vecchio” leone ha, infatti, deciso di lasciare il campionato francese dopo dodici anni e di prendersi una vacanza nell’isola di Réunion, dove gioca con la Jeunesse Sportif Saint-Pierruase, Poco prima dei Mondiali, però, una telefonata del presidente Biya obbliga praticamente Nepomnyashchy ad aggregarlo alla rosa dei partenti. Sembra un’operazione nostalgia. Non lo sarà.

Anche Thomas N’Kono è dato per panchinaro, a vantaggio di Bell, titolare nelle ultime due Coppe d’Africa. E, invece, l’altro “ambasciatore del Camerun”, a dispetto anche del suo numero 16 sulla maglia, si ritrova in campo titolare contro l’Argentina campione del mondo il giorno in cui a San Siro inizia il Mondiale italiano. Milla quel giorno entra in campo solo all’82’, perché Vautrot, il principe dei fischietti servili, si adegua subito alle nuove direttive diramate da Blatter ed espelle Kana-Biyik a inizio ripresa per un fallo da dietro, ma non da ultimo uomo, su Caniggia. Prima della fine i leoni indomabili rimangono addirittura in nove per l’espulsione di Massing, ma -quel che più conta- vanno in gol grazie a Omam Biyik, che sale in cielo e schiaccia di testa, e grazie a Neri Alberto Pumpido, che vede sbattere la palla sul suo ginocchio e finire in rete.

Con la Romania, al caldo del pomeriggio barese, il mondo rivede lo N’Kono di un tempo, bravo sulle punizioni di Hagi, ma sempre approssimativo nelle uscite. Per il resto sembra una partita incanalata verso lo 0-0, quando entra Roger Milla. Il trentottenne attaccante rincorre un pallone al limite dell’area di rigore, lo sottrae ad Andone e batte Lung in uscita. Non contento, dieci minuti dopo, fa fuori di nuovo Andone con una finta e manda la palla sotto la traversa. Due prodezze che lo fanno diventare il più anziano marcatore in un Mondiale, due festeggiamenti vicino alla bandierina del corner degni del miglior Juary. Il gol finale di Balint non cambia nulla, il Camerun è già agli ottavi  e Nepomnyashchy può permettersi l’omaggio alla sua URSS che sta morendo come nazione e che è già fuori dal Mondiale come squadra.

L’articolo completo è su Calcio Romantico

Lothar Matthäus ha appeso gli scarpini al chiodo annunciando il suo definitivo ritiro dal calcio giocato. No, non siamo arrivati tardi di 18 anni rispetto alla sua partita d’addio giocata nel 2000 dopo l’ultima eclettica esperienza in America, nei Metro Stars.

Campione del Mondo con la Germania nel 1990 e Pallone d’Oro lo stesso anno, il primo a ottenere questo riconoscimento con la casacca dell’Inter, Matthäus questa volta ha davvero detto basta. Ma prima, aveva un ultimo desiderio da realizzare nonostante i tanti, tantissimi successi. Con oltre 750 presenze tra Borussia Mönchengladbach, Bayern Monaco e Inter e ben 150 gettoni con la Die Mannschaft, al carismatico centrocampista mancava una sola partita.
Una partita d’affetto e di amore: giocare ancora un’ultima volta con il club della sua adolescenza, la squadra da dove ha spiccato le ali sul finire degli anni Settanta, l’Fc Herzogenaurach.

Il 57enne ha chiuso il cerchio della sua vita sportiva, tornando alle radici: domenica 13 maggio ha indossato la fascia di capitano e la maglia azzurro scuro, si è accovacciato per la “consueta” foto di gruppo prima del fischio iniziale e ha giocato 50 minuti nella vittoria per 3-0 dei padroni di casa contro lo SpVgg Hüttenbach-Simmelsdorf. Davanti a mille tifosi, nell’ultimo match della Bavarian Landesliga, sesta categoria nella piramide calcistica tedesca.

Dalle giovanili alla prima squadra, passando per l’under 17 e l’under 19, Lothar Matthäus deve tutto alla società di Herzogenaurach che, nel 1979, ha accettato di cedere il promettente centrocampista al Gladbach. Da lì un’ascesa unica che l’ha portato a vincere (ci perdonerete per il lungo elenco) sette Meisterschale, tre Dfb-Pokal e una Supercoppa di Germania con il Bayern Monaco, uno Scudetto e una Supercoppa italiana con l’Inter, un campionato americano con la compagine dei New York Metro Stars, due Coppe Uefa, un Europeo con la Germania e il Mondiale 1990.

L’iniziativa è stata supportata dalla Puma, sponsor tecnico della formazione, e che proprio a Herzogenaurach, 70 anni fa, ha fondato il suo quartiere generale. La città a 200 chilometri da Monaco, infatti, è famosa per aver visto nascere dalla stessa costola familiare sia l’Adidas che, appunto, la Puma. Un paese diviso, fatto di gelosie e antipatie al punto da essere soprannominata “la città dei colli piegati”: una persona, prima di salutare e iniziare una conversazione con un’altra persona, controllava quali scarpe avesse addosso.

Ma nell’ultimo match da professionista di Lothar, che nel frattempo ha intrapreso una vincente carriera da allenatore, non si è pensato a questo. Era il suo sogno, ha detto a fine gara abbastanza sudato e provato. Ha ammesso di esser stato poco utile in copertura, ma ha provato qualche giocata di classe e qualche colpo che gli riesce ancora bene.

Però deve rassegnarsi: nonostante sia il detentore del record per numero di partecipazioni a un Mondiale (cinque  insieme al messicano Antonio Carbajal e all’italiano Gianluigi Buffon) e il calciatore con più presenze assolute nelle fasi finali della rassegna iridata, ben 25, non è stato inserito dal ct Joachim Löw  nella lista dei convocato per Russia 2018.

Eterno “panzer” Lothar!

È uno stato uno dei calciatori più longevi del calcio moderno, grande capitano della Germania Parliamo di Lothar Matthäus, il tedesco dei record mondiali.

Se il portiere azzurro, Gigi Buffon, fosse andato al Mondiale in Russia, sarebbe diventato il calciatore con più convocazioni alle fasi finali di un Campionato del Mondo, ben sei.

Tuttavia è stato impossibile superare proprio il campione tedesco che ha disputato cinque mondiali da protagonista (1982, 1986, 1990, 1994, 1998). Da sottolineare il fatto che sinora (a differenza di Buffon) il centrocampista Matthäus ha almeno giocato una partita di questi tornei, cosa che il numero 1 azzurro non è riuscito a fare (nel 1998 era il terzo portiere dopo Pagliuca e Toldo).

Il regista ex Inter ha collezionato 150 presenze con la maglia della Mannschaft, e tuttora ne detiene il record. Per entrare nel dettaglio dei Mondiali, il numero 10 ha il maggior numero di partite giocate nelle fasi finali dei Mondiali: 25.

Con la Germania, infatti, per tre volte ha raggiunto una finalissima del Campionato del Mondo. Dopo i due argenti a Spagna ’82 e Messico ’86, è stato proprio capitan Matthäus ad alzare la coppa al cielo allo stadio Olimpico di Roma nel Mondiale italiano del 1990.

A fine anno, proprio grazie alla vittoria di Italia ’90 nel quale è stato eletto miglior giocatore della manifestazione, ottenne il Pallone d’oro, proseguendo la striscia di successi l’anno successivo, aggiudicandosi la prima edizione del FIFA World Player. Mica male!

La sua prima rete con la nazionale tedesca in una fase finale mondiale è stata realizzata su punizione il 17 giugno 1986 allo stadio Universitario di San Nicolás de los Garza in Messico contro il Marocco negli ottavi di finali; rete che risultò decisiva per il passaggio del turno.

Matthäus ha deciso di lasciare la nazionale a 39 anni, dopo 20 anni di maglia tedesca. L’ultimo match l’ha disputato il 20 giugno 2000 nella netta sconfitta contro il Portogallo per 3-0 nell’Europeo disputatosi in Belgio e Olanda.

È morto a Brescia l’ex commissario tecnico della Nazionale Azeglio Vicini. Nato a Cesena nel 1933, avrebbe compiuto 85 anni il 20 marzo. È stato il tecnico degli azzurri ai Mondiali di Italia 90 ed è rimasto ct fino al 1991 prima di lasciare la Nazionale ad Arrigo Sacchi. Nel Mondiale del 1990 portò l’Italia al terzo posto, vincendo per 2-1 la finale del terzo e quarto posto contro l’Inghilterra, grazie alle reti di Roberto Baggio e Totò Schillaci. Una consolazione dietro a un grande rammarico: quel campionato del mondo fu macchiato dalla beffa in semifinale contro l’Argentina di Maradona, che ci battè ai calci di rigore.

Da calciatore Azeglio Vicini vestì tre sole maglie: Vicenza, che porta alla promozione in serie A, Sampdoria (con cui disputa 7 campionati) e Brescia, dove nel 1966 chiude la carriera a 33 anni. L’anno successivo iniziò la sua carriera da allenatore proprio sulla panchina delle Rondinelle, esperienza conclusa con la retrocessione in serie B. Poi entra nel settore tecnico della Nazionale e dopo dieci anni tra Under 23 e Under 21 approda nel 1986 alla Nazionale maggiore, prendendo il posto di Enzo Bearzot.