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Continua il viaggio di “Italians” alla ricerca di sportivi italiani che militano all’estero in attività sportive e campionati culturalmente diversi da quelli europei.

Torniamo in Nord America per riparlare di calcio. Ebbene sì nel campionato soccer di Mls, precisamente in Canada, non ci sono solamente fenomeni italiani come Giovinco, Mancosu e Donadel, ma tra i pali del Vancouver Whitecaps milita il milanese Paolo Tornaghi.

Portiere cresciuto nelle giovanili dell’Inter e in assoluto il primo italiano a firmare con una squadra di Major league soccer, lo ha fatto nel 2012 con i Chicago Fire.

In Italia, purtroppo, non ha avuto una carriera facilissima. Le esperienze in prestito dall’Inter in Lega Pro (Como e Rimini) non hanno sortito in Paolo Tornaghi quella situazione di stabilità anche a causa di infortuni.

Da lì il progetto di volare oltreoceano, firmando un contratto con il Chicago Fire e la stagione successiva con il Vancouver Whitecaps dove ora è un pilastro dello spogliatoio.

Come sta andando la tua esperienza a Vancouver?

Sono alla quarta stagione nei Whitecaps. Direi che dopo i primi anni di soddisfazioni (playoff Mls e vittoria Canadian Cup), quest’anno abbiamo fatto un po’ più fatica. Per fortuna siamo arrivati fino alla semifinale di Concacaf Champions League a febbraio, che è stata un traguardo storico per il club.

Come mai hai scelto di volare in America?

Dal 2010-2011 ho iniziato a pensare concretamente di fare un’esperienza all’estero. Ho vissuto da dentro il fallimento del Rimini in Lega Pro, con le grandi difficoltà che comporta per un calciatore e forse poi il lungo infortunio per pubalgia che ho avuto mi ha caricato ancora di più. Nel gennaio 2012 si fecero avanti i Chicago Fire che cercavano un portiere da affiancare al titolare che sarebbe stato impegnato spesso con la nazionale Usa per le Olimpiadi. Ho preso i guanti e sono partito.

Cresciuto nelle giovanili dell’Inter, difficilmente poi si sfonda nel calcio che conta. Che cosa si deve fare per entrare nel giro delle grandi squadre?

Vuoi per il ruolo, vuoi per la situazione nel post Mourinho, all’Inter regnava tanta confusione a quel tempo. Mi era molto chiaro che le mie opportunità le avrei dovute cercare altrove. Sono pochi coloro che ce l’hanno fatta (Balotelli, Bonucci, Destro e Santon). Direi che già a livello Primavera bisogna veramente imporsi tra i 4-5 migliori giocatori dell’intero campionato. Ovviamente ci vogliono qualità, umiltà ma anche tanto impegno e una buona dose di fortuna.

Come sono i rapporti nello spogliatoio?

La nostra squadra rispecchia molto la città dal punto di vista multietnico. Siamo il club con più stranieri Il fatto che ci sono molti sudamericani sento meno la nostalgia dell’Italia. I nordamericani fanno da collante tra i vari stranieri ed è grazie a loro che il gruppo è unito.

Come si vive a Vancouver?

Vancouver è una città molto vivibile e multietnica, in cima a tante classifiche mondiali per qualità della vita. In inverno non fa freddissimo ma devi avere con te sempre l’ombrello (ride, ndr). Molti qui fanno sport invernali ma chiaramente a me non è permesso. Per fortuna con l’arrivo dell’estate ci si può rilassare in spiaggia, camminare o andare in bicicletta nei grandi parchi cittadini o per il lungomare. Grazie alle tante culture presenti, anche i ristoranti sono particolari e di qualità. Seguo anche altri sport come l’Nba e il Football.

Com’è stato l’ambientamento in America?

L’impatto con gli Usa è stato imponente dato che non sono venuto qui come turista. Ai tempi poi i Chicago Fire non mi diedero una grossa mano ad adattarmi e dovetti arrangiarmi da solo ad esempio per trovare casa. Ci sono stati episodi anche goffi come la difficoltà ad abituarsi a dormire senza oscurare le finestre. Qui sono abituati a non avere persiane e le prime notti sono state da incubo con il sole negli occhi come ti sveglia. Nel mio primo appartamento, inoltre, la lavanderia era in comune a tutto il palazzo, come succede in molti edifici americani, non si contano le volte che ho dimenticato il bucato nella lavatrice per tutta la notte o anche fino alla sera dopo (ride, ndr).

Come valuta attualmente il livello del campionato Mls?

Il livello è cresciuto molto e si sta sviluppando sempre più. Direi che una grossa mano l’hanno data i tanti giocatori sudamericani che, non essendo ancora pronti per il calcio europeo, passano prima in Mls. Poi certo, giocatori come Giovinco, Villa, Drogba e Pirlo fanno il 70% della fase offensiva di una squadra, facendo gol e creando occasioni in ogni partita.

C’è qualche sogno che non hai ancora realizzato?

Beh si certo tantissimi. Quello sicuramente più grande, che ho potuto assaporare da ospite quando ero aggregato alla prima squadra all’Inter è quello di giocare una partita di Champions League. Per un giocatore sarebbe il top sentire l’inno direttamente in campo.

Hai sempre avuto una propensione nel fare il portiere o c’è stato qualcuno o qualcosa che ti ha spinto per caso a stare tra i pali?

Ho iniziato all’età di 7 anni come attaccante nella squadra del mio paese, Cormano. Durante un esercizio di tiri in una porta vuota bisognava andare a recuperare il proprio pallone appena calciato nella rete. Io, dopo aver calciato e recuperato il mio, mi fermai nella porta aspettando il tiro del mio compagno. Quattro tiri parati e l’allenatore mi chiese se volevo fare il portiere e da li iniziò tutto.

Tra le varie esperienze estere quale ti ha soddisfatto di più a livello professionale e umano?

Sia a Chicago che qui a Vancouver ho vissuto belle stagioni. L’esordio con i Fire davanti a 60mila spettatori è stato emozionante. Lo staff aveva grande fiducia in me. In Canada invece vivo bene anche per i bellissimi rapporti umani coltivati con i compagni e le loro famiglie e per la vita nella città.

Hai intenzione di rientrare in Italia?

Facendo questo mestiere non si può porre limiti al futuro. Io non escludo veramente niente pensando al prosieguo della mia carriera. Dopo quasi 6 anni cosi lontano dall’Italia e dall’Europa sono sincero che sento la mancanza di tanti aspetti e se dovesse capitare un’opportunità ci penserei veramente su. Ma se ciò non dovesse succedere andrò avanti insieme a tutta la Mls in questa incredibile crescita del calcio americano.

Il portiere ha voluto salutare i nostri lettori…


Dario Sette

Ricominciare dallo Sparta Praga con l’imperativo di vincere il titolo e qualificarsi ai preliminari di Champions League. È l’obiettivo che punterà per la prossima stagione il neo allenatore della squadra ceca, Andrea Stramaccioni, il quale, dopo un periodo di stasi, ha deciso di riprendere l’attività continuando l’esperienza all’estero.

In effetti, il 41enne ex allenatore di Inter e Udinese è già alla sua seconda avventura lontana dall’Italia: prima di approdare nella capitale ceca ha guidato i greci del Panathinaikos, in una stagione che certo non si ricorda positivamente. Infatti, con i biancoverdi c’è stato sia un rendimento altalenante dal punto di vista delle prestazioni e dei risultati ma soprattutto ci sono state situazioni al limite dal punto del vista dell’ambiente: in molti casi i tifosi greci hanno creato subbuglio, tafferugli tanto che la squadra viene addirittura penalizzata in classifica.

L’allenatore romano, prima di firmare con la nuova società, ha risolto il contratto con il club ateniese con cui era legato fino al 2018.
Con lo Sparta, invece, ha firmato un contratto biennale da 1,5 milioni di euro a stagione, e insieme a lui ci saranno altri sette elementi all’interno dello staff. Tra questi potrebbero esserci anche l’ex difensore della Fiorentina, Tomáš Ujfaluši, e l’ex bomber del Cagliari e Udinese, Roberto Muzzi, già vice allenatore nel Panathinaikos.

I granata quest’anno hanno chiuso al terzo posto, che vale l’accesso ai preliminari di Europa League (sarà testa di serie, impossibile l’incrocio col Milan), quindi non c’è tempo da perdere, la società ha subito definito l’allenatore con cui si cercherà di mettere le basi su quella che sarà la rosa per il 2017/2018.
Il presidente Daniel Křetinsky, magnate dell’energia e tra i dieci più ricchi della Repubblica Ceca, ha grosse ambizioni per il suo club: lo scopo è quello di ottenere la vittoria del campionato che manca da tre anni.

Per aiutare il tecnico italiano alla conquista del titolo, potrà esser acquistato qualche attaccante direttamente dalla Serie A. Piacciono il macedone Nestorovski del Palermo e il croato Budimir della Sampdoria, ma il vero sogno è l’argentino Rodrigo PalacioEl Trenza potrebbe sbarcare in Repubblica Ceca proprio grazie a Stramaccioni che lo conosce bene avendolo allenato all’Inter. Il 30 giugno prossimo scade il contratto con i nerazzurri e, seppur con 35 primavere alle spalle, Palacio è un professionista che si allena quotidianamente a pieno ritmo e porterebbe esperienza, vivacità all’interno del gruppo e voglia di vincere.

Andrea Stramaccioni auspica che sia una stagione ricca di soddisfazioni dopo le parentesi non proprio felici con l’Inter (65 presenze e tanti rammarichi), Udinese (41 presenze e record negativo per la società friulana) e Panathinaikos (52 presenze). Che Praga sia un trampolino di lancio per un allenatore ancora giovane ma che è nel mondo professionistico già da parecchi anni.

Dario Sette

La parola “remuntada” tanto in voga nella terminologia moderna e abusata del calcio, la inventarono proprio quelli del Barcellona, nel 2010, dopo la semifinale di andata contro l’Inter, persa 3-1 a San Siro. Una parola tanto inflazionata quanto di per sé poco appropriata perché, fino a quel giorno, di rimonta non se ne vide l’ombra. Il Barcellona, nel match di ritorno vinse 1-0, ma non riuscì a ribaltare il risultato.
Fino a quel giorno, appunto. Perché proprio i blaugrana hanno riscritto il capitolo “rimonte pazzesche e insperate” nell’ottavo di ritorno dell’edizione 2017 della Champions League. Dopo la disfatta all’andata contro il Psg capace di vincere 4-0, i ragazzi di Luis Enrique hanno sbaragliato la storia con un clamoroso 6-1, tanto roboante quanto drammaticamente realizzato negli ultimi minuti di partita.

Se lo sport sa regalarci imprese titaniche (ricordiamo il recente Super Bowl vinto dai Patriots e da Tom Brady o la più scanzonata rimonta di Steven Bradbury) è sul campo verde di gioco che abbiamo assistito a epinici drammaticamente emozionanti. Ecco alcune rimonte storiche:

1957, Charlton – Huddersfield 7-6

E’ la più incredibile rimonta nella lunga e gloriosa storia del football della Regina. Il Charlton Athletic, retrocesso in First Division, riesce nell’impresa di segnare ben sei reti in meno di mezz’ora. Alla vigilia di Natale, è il dicembre 1957,  l’Huddersfield Town di Bill Shankly (che renderà felici, in futuro, i tifosi del Liverpool) conduce per 5-1 grazie anche all’infortunio di Derek Ufton, capitano del Charlton che si è slogato una spalla dopo 17 minuti, lasciando la squadra in 10 uomini.
Johnny Summers è il condottiero di questa impresa: lui è l’autore del primo gol, poi serve l’assist a Johnny Ryan per il 5-2 ed è lui stesso a realizzare altre due reti fino al 78’. Quattro gol per lui e 5-5. Passano ancora tre minuti e Summers segna la sua quinta rete, ma l’Huddersfield non ci sta e a quattro minuti dallo scadere realizza il 6-6.
L’ultimo sussurro, però, porta la firma di Ryan che, nuovamente su assist del tarantolato Summers, realizza il definito 7-6.
L’Huddersfield è l’unica squadra inglese a perdere una partita nonostante la realizzazione di sei gol. Attorno a questa partita leggendaria c’è un aneddoto: a fine primo tempo Summers è stato costretto a cambiare le sue scarpe “fortunate” perché malconce.  Lui, mancino naturale, segnò tutte le reti col piede destro;

 

1966, Corea del Nord – Portogallo 3-5

Mondiali in Inghilterra. Nella patria delle scommesse folli, alla vigilia, nessuno avrebbe puntato un centesimo per vedere ai quarti di finale la Corea del Nord e l’acerbo Portogallo. Gli asiatici, però, avevano battuto incredibilmente l’Italia, mentre i lusitani potevano contare sull’estro di Eusébio. Eppure, il timore di un’altra sconfitta clamorosa simile a quella degli Azzurri, sembra prendere forma quando, alla stadio Goodison Park di Liverpool, la Corea del Nord conduce il match per 3-0 dopo 25 minuti.
Ma la pantera nera non ci sta e ruggisce: quattro sue gol permettono al Portogallo di rimontare mentre José Augusto realizza il definitivo 5-3;

 

1970, Germania Ovest- Inghilterra 3-2

Sono passati quattro anni dalla finale di Wembley del 1966 con la vittoria degli inglesi sui tedeschi. In Messico, per i Mondiali del ’70, Germania Ovest e Inghilterra si ritrovano di fronte nei quarti di finale, ma questa volta sono i teutonici ad alzare le braccia al cielo vincendo per 3-2, al termine di un match incredibile.
Gli inglesi, infatti, avanti 2-0, si fanno rimontare e superare nei tempi supplementari trascinati da un sontuoso Beckenbauer, fulcro e autore della prima rete e da Gerd Muller che realizza la rete del 3-2. La svolta del match però è l’ala destra Grabowski che, entrato sullo 0-2, è stato capace di mandare in tilt la difesa inglese;

 

1999, Manchester United – Bayern Monaco 2-1

 

Era moderna, stessa tragedia greca. Finale di Champions League edizione 1999, stadio Camp Nou di Barcellona.

Spuntai sul campo per la premiazione e rimasi confuso. Pensai: “Non è possibile, chi ha vinto sta piangendo e chi ha perso sta ballando”

Lennart Johansson, presidente dell’Uefa, si era allontanato proprio durante i minuti di recupero. Aveva lasciato il match sull’1-0 a favore dei bavaresi che erano passati in vantaggio al ‘6 con una punizione di Basler e aveva più volte sfiorato il raddoppio con pali e traverse.
Ma i Red Devils tentano il tutto per tutto ed entrano in campo i due attaccanti Teddy Sheringham e Ole Gunnar Solskjær. Incredibilmente sono proprio loro a ribaltare il risultato: infatti nei due minuti di recupero concessi da Pierluigi Collina, prima l’attaccante inglese corregge un tiro quasi innocuo di Ryan Giggs, poi sugli sviluppi di un corner la punta norvegese è rapidissimo a girare sotto la traversa il gol che regala al Manchester la coppa che mancava da 31 anni;

 

2001, Tottenham – Manchester United 3-5

E’ ancora il Manchester United, questa volta in Premier League, stagione 2001-2002. Nonostante gli acquisti di Veron e Ruud van Nisterlooy, il team di Alex Ferguson non riuscirà a vincere il quarto campionato di fila che passerà nelle mani dell’Arsenal.
Ma a Londra, al White Hart Lane, a settembre, il Manchester United si dimostra ancora bestia da rimonta: il Tottenham, sopra di tre reti nel primo tempo (Richards, Les Ferdinand e Ziege) si fa travolgere nella ripresa dai Red Devils con le marcature di Cole, Blanc, van Nistelrooy, Veron e Beckham;

 

2004, Deportivo la Coruña – Milan 4-0

E’ un momento storico favorevole al Milan: con l’arrivo di Ancelotti in panchina, i rossoneri ritornano a far paura in Europa e in Italia. Ma tra serate indimenticabili e gloriose, il Milan è anche scivolato clamorosamente, inspiegabilmente.
Nei quarti di finale di Champions League del 2004, il Milan forte del 4-1 all’andata sugli spagnoli anche grazie a un bellissimo gioco, si presenta al Riazor, ma si spegne la luce. Il Milan soccombe mentre sin dall’avvio, il Deportivo crede nella rimonta e va a segno prima con Pandiani dopo soli 5 minuti e poi con Valeron, Luque e Fran;

2004, Inter – Sampdoria 3-2

E’ il simbolo delle rimonte neroazzurre. E’ la personificazione pratica dell’Inter, della sua pazzia che sa coinvolgere i tifosi. Dalla disperazione all’esaltazione in sei minuti.
A San Siro, Tonetto porta in vantaggio la Sampdoria al termine del primo tempo, poi al 36’ è addirittura 0-2 con la firma di Kutuzov. Tifosi blucerchiati sorpresi, quelli interisti attoniti. Qualcuno inizia ad andare a casa, ma l’Inter resta sul campo, concentrata fino a quando non sente il fischio finale.
Prima Martins, poi Vieri e poi il sinistro chirurgico di Recoba. Antonioli rimane di pietra, Mancini, allenatore dell’Inter, balza da un lato all’altro della panchina. E’ delirio a San Siro;

2005, Liverpool – Milan 3-3

Sei minuti. E’ il giro di lancette più drammatico nella storia dei rossoneri. A Istanbul, 50esima finale di Champions League contro il Liverpool, ancora oggi in molti si chiedono cosa sia davvero successo. Il Milan è alla sua decima finale, un Milan spumeggiante con Kakà ormai affermato, Shevchenko e Crespo letali punte offensive, che sblocca il match già in apertura, dopo nemmeno un minuto, proprio con il capitano Paolo Maldini.
Poi Crespo ne fa due; il Milan sfiora anche il quarto gol, ma nella ripresa, in 360 secondi succede l’imponderabile: prima Gerrard di testa, poi Smicer da fuori area e poi Xabi Alonso sulla ribattuta di un rigore parato da Dida.
I rossoneri si scuotono, sfiorano la rete del vantaggio ma Dudek è in stato di grazia. Blinda tutto, con fare alla Grobbelaar, anche dagli 11 metri, durante la lotteria dei rigori;

2016, Liverpool – Borussia Dortmund 4-3

E’ la più fresca, ma anche la più pirotecnica vittoria in rimonta. In Inghilterra, il giorno dopo si parlava dei nuovi “Fab four”, reminiscenza dei Beatles, per descrivere le emozioni provate alle quattro reti. Anfield è il teatro di un match dai tanti sentimenti: Jurgen Klopp, sulla panchina dei Reds, ritrova il Dortmund che ha reso spettacolare e vincente.
Dall’inferno d’inizio partita (due gol del Dortmund in otto minuti con Mkhitaryan e Aubameyang) al paradiso dei minuti finali. Il 2-1 di Origi che dà speranza, poi la rete del 3-1 di Reus sembra chiudere i giochi. Ma la Kop spinge e crede nell’impresa: prima Coutinho, poi Sakho e, infine, Lovren di testa nel recupero. Dopo l’1-1 dell’andata i padroni di casa conquistano una semifinale che a un quarto d’ora dal termine della partita sembrava impossibile da agguantare.

Luci a San Siro di quella sera
che c’è di strano siamo stati tutti là,
ricordi il gioco dentro la nebbia?
Tu ti nascondi e se ti trovo ti amo là.

Ha ispirato Roberto Vecchioni, di soprannomi ne ha avuti tanti così come di classe e di fantasia di quei calciatori che hanno corso sul suo manto erboso. San Siro, la “Scala del calcio” o il “Tempio del calcio”, simbolo dell’élite meneghina, di quel calcio condotto con fierezza da mecenati del pallone milanese che contendevano a Torino la corona della capitale “pallonara” d’Italia.
Metà casa del Milan, metà casa dell’Inter, San Siro, inaugurato il 19 settembre 1926 accanto all’ippodromo del troppo su volere dell’allora presidente del Milan, Piero Pirelli, ha una capienza di oltre 80mila spettatori. Un catino con i suoi vortici laterali venerato e osannato dagli appassionati sportivi.

Il 2 marzo 1980 lo stadio è stato intitolato a Giuseppe Meazza, eterno campione scomparso il 21 agosto dell’anno prima. L’occasione fu quella del derby, vinto per 1-0 dall’Inter con un gol di Lele Oriali al 77′. Un suggello che impreziosì l’annata neroazzurra conclusasi con la vittoria del 12esimo scudetto.

Senza troppo giri di parole Meazza è considerato tra i più grandi calciatori italiani di tutti i tempi: ha vinto due Mondiali (nel ’34 e nel ’38), per tre volte è stato capocannoniere del campionato di Serie A e ha vinto tre volte lo scudetto.
Era soprannominato “Balilla” perché, quando fu aggregato nella prima squadra dell’Ambrosiana Inter, a 16 anni, dall’allenatore Arpad Weisz, alla lettura della formazione titolare, Leopoldo Conti, tra i più anziani, sorpreso esclamò: «Adesso facciamo giocare anche i balilla!», ovvero i ragazzini.
Ma ben presto si intuirono le sue doti: in carriera ha segnato più di 250 gol tra Inter, Milan, Juventus, Varese e Atalanta, ma è con la Nazionale guidata da Vittorio Pozzo che è diventato davvero immortale.

 

Esordì non ancora ventenne, il 9 febbraio 1930 nel match tra Italia e Svezia finito 4-2 con due sue gol. Trascinatore nell’eroica vittoria per 5-0 a Budapest contro l’Ungheria, autentica forza del tempo, Giuseppe Meazza fu anche il leader che portò gli azzurri a vincere il primo Mondiale, quello del 1934 in casa.
La prima Coppa Rimet alzata al cielo. Quattro le reti in quella manifestazione: due contro la Grecia nei preliminari, una contro gli Stati Uniti negli ottavi e una nei quarti di finale, ripetuti, contro la Spagna.

Quattro anni dopo, Meazza, è ancora il condottiero azzurro: diverso il ruolo, centrocampista, ma con più responsabilità rappresentata dalla fascia di capitano al braccio. In semifinale, contro il Brasile, Meazza segnò l’ultima delle sue 33 reti realizzate con la maglia azzurra. Fu una rete decisiva (l’Italia si impose 2-1), ma anche tragicomica: a causa della rottura dell’elastico dei pantaloncini, tirò il rigore tenendoli con una mano.
Il suo record di gol sarà raggiunto dal solo Gigi Riva nel 1973 per un totale di 35 reti con la Nazionale.

Avete presente quelli che lavorano dietro le quinte?

Ecco, prenderemo il caso di uno che si è sempre preso in carico la gestione completa del backstage delle squadre di calcio. Uno di quelli che finiscono poco in copertina, ma fanno il lavoro di più persone messe assieme.

Andrea Butti non vi dirà nulla come nome: non è uno di quei manager sulla cresta dell’onda. I prezzemolini del mestiere.

Magari l’avete visto di riflesso in qualche foto o video.

Nel curriculum ha un’incisione che gli resterà scolpita a vita e si chiama triplete.

Perchè se nel 2010 in formazione c’erano degli eroi, magari lo si può dire altrettanto per i dirigenti della grande Inter 2.0 targata Mourinho. Butti era il team manager di una squadra che andò in all in e vinse tutto.

Per lui poi ci sono state le esperienze all’estero, e proprio per questo Andrea Butti calza a pennello nella categoria italians, perchè com’è normale per un manager (fuori dall’Italia), con l’avanzare della sua carriera, gli incarichi e le responsabilità sono aumentate, in Francia e in Inghilterra.

Zenga e Butti con il capitano dei Wolves Batth, dopo il rinnovo fino al 2020

Partiamo dalla descrizione del ruolo. Il team manager fondamentalmente è il tramite tra la squadra e la società, il responsabile della logistica, quindi delle trasferte e degli spostamenti, l’uomo che si rapporta anche con i direttori di gara.

3 motivi per i quali giudicarlo un bravo team manager: 

1. jose’ mourinho

L’allenatore meno gestibile del pianeta: mettiamoci nei suoi panni, lì al suo fianco, pronto per fare una sostituzione, con Mou che mostra le manette al mondo intero.

2. Mario Balotelli

Il giocatore meno gestibile del pianeta. Metti che perda la testa, ed è successo spesso, come nella semifinale d’andata della Champions League 2010; Mario butta la maglia a terra, con uno spogliatoio, e un popolo, pronti ad aggredirlo.

3. Zlatan Ibrahimovic

Gli anni della gestione Ibra, un ciclone, l’uomo dal mal di pancia facile, delle pillole tipo: “Non mi serve il Pallone d’Oro per sapere di essere il migliore al mondo”.

Monaco

Andrea Butti allo stadio di Monte Carlo, lo stade Louis II

Dopo 12 anni di Inter (prima da addetto stampa, poi da team manager) va in Francia, al Monaco, dove resta per 3 stagioni. Molto legato e stimato in UEFA (lavorò nello staff degli Europei 2007 U21 e degli Europei 2008 in Svizzera), è responsabile organizzativo del club.

22 aprile 2015, lo 0-0 regala alla Juve la semifinale dopo 12 anni

Lavora con mister Ranieri. A livello sportivo la squadra si batte alla grande dietro il Psg. Non vince (gli tolgono alla spicciolata Falcao, James Rodriguez, Abidal, Kondogbia) ma è sempre lì: secondi nel 2014, terzi nel 2015 e 2016. In Champions nel 2015 arriva ai quarti con la Juve.

Wolverhampton

E poi arriva l’estate 2016, con la chance di seguire Walter Zenga ai Wolves, nella Championship inglese, squadra nel bel mezzo di un cambio proprietà. Ruolo: general manager. Mica male.

Le cose non vanno come si spera, la squadra, allestita per il salto in Premier, fa un filotto negativo di 1 pari e 4 sconfitte e Zenga viene esonerato e dopo poco più 3 mesi, a fine ottobre, fa le valigie anche Butti. Lo si considera parte dello staff dell’ex “Uomo ragno”, o perlomeno optano per questa versione i tabloid inglesi.

Ed ora?

Un dirigente del genere può soddisfare l’appetito di molti club, tanto che Butti, con l’esonero di Frank De Boer, venne fatto salire sul treno (sarà poi vero?) che avrebbe portato Guus Hiddink sulla panchina dell’Inter. Non se ne fece nulla.

Che poi: siamo sicuri voglia tornare in Italia? Specialmente in ambito dirigenziale, è raro vedere cavalli di ritorno, ma non si sa mai.

Davide Ferracin
@davideferracin

Sarà un derby speciale, il prossimo Milan–Inter, anzi sarà un derby mondiale: le stime parlano di 643.165.764 persone che seguiranno la partita in tv da ogni parte del pianeta. Ma non solo: anche la tribuna stampa di San Siro sarà composita con 250 giornalisti accreditati pronti a scommettere su chi sarà più decisivo tra Donnarumma o Icardi, tra Niang o Handanovic.
E’ il derby, dunque, anche dei giovani, delle possibili sorprese per alcuni o della prova di maturità per altri; di chi, insomma, potrebbe ritagliarsi uno spazio importante durante i prossimi Mondiali del 2018 in Russia. E proviamo a immaginare, pescando dalle rose di Milan e Inter, l’11 migliore in prospettiva. Il modulo è il 3-4-3.

Portiere

Gigio Donnarumma: nel 2018, il giovane talentuoso portiere del Milan avrà 19 anni. Anche se Buffon dimostra ancora di essere una garanzia tra i pali e vero leader nello spogliatoio, il ragazzotto è il futuro della Nazionale italiana e, se diamo per sicura la sua convocazione in Russia, è auspicabile anche un suo impiego;

alessio-romagnoli

Difesa

Jeison Murillo: anche se la sua Colombia ha perso 3-0 nell’ultima sfida contro l’Argentina ed è momentaneamente a due punti dal quarto posto che significa qualificazione matematica per Russia 2018, il difensore dell’Inter, classe 1992, è una certezza nelle retrovie della Nazionale sudamericana;

Alessio Romagnoli: da acquisto troppo costoso per il suo reale valore (il Milan l’ha preso dalla Roma a 25 milioni) a incrociare le dita (e relativi scongiuri dall’altra sponda di Milano) per vederlo in campo nel derby. Ha il numero 13, come quello di Alessandro Nesta, non da poco. In Nazione ha esordito lo scorso 6 ottobre 2016, a 21 anni, giocando titolare nella partita pareggiata 1-1 contro la Spagna. Il Milan e Ventura possono sorridere: il ragazzo si farà;

Miranda: a suo modo, può essere una sorpresa. Il centrale brasiliano dell’Inter non è più tanto giovane (nel 2018 avrà 34 anni), ma è stato in grado di conquistare il posto nella difesa del Brasile, spodestando Thiago Silva e David Luiz. Ma il difensore esploso nel San Paolo e portato in Europa dall’Atletico Madrid, è una garanzia: con lui in campo, la Nazionale carioca, ha perso solo contro il Cile nell’ottobre 2015; poi tre pareggi e otto vittorie;

marcelo-brozovic

Centrocampo

Manuel Locatelli: il The Guardian l’ha inserito nella lista dei migliori cinquanta calciatori nati nel 1998. Le premesse ci sono tutte. Il ragazzo di 18 anni ha segnato il suo primo gol in Serie A con un bel gol da fuori area, nella partita vinta per 4-3 contro il Sassuolo, dopo essere subentrato a Montolivo. Qualche settimana dopo ha castigato anche la Juventus nella vittoria per 1-0. Personalità e piedi buoni per il centrocampista. Al momento è stato convocato dal ct Di Biagio dell’Under-21, ma una coppia Verratti-Locatelli sarebbe affascinante, non trovate?

João Mário: all’Inter, società e tifosi, aspettano di vedere il reale potenziale del portoghese, acquistato quest’estate dallo Sporting Lisbona e tra i protagonisti del trionfo del Portogallo nell’Europeo francese. In patria ha fatto vedere ottime cose in qualità di mediano, in Serie A, complice il disastroso inizio di stagione dei neroazzurri, ha avuto difficoltà a caricarsi sulle spalle le responsabilità del controcampo. A 23 anni c’è tempo ancora per crescere e diventare leader anche della sua Nazionale;

Suso: è maturato nel Genoa, succursale per certi versi del Milan. Da possibile meteora rossonera, da quando Montella siede sulla panchina, il fantasista spagnolo sta diventando sempre più prezioso e pedina insostituibile. Fosforo e piedi buoni per il 23enne di Cadice che in Serie A sta dimostrando personalità. Sarà, però, sufficiente per trovare una maglia nella Spagna dove il tasso tecnico è estremamente elevato? Intanto il ct Lopetegui, nell’ultimo giro di partite l’ha inserito nella lista dei pre-convocati. Anche se nel suo ruolo c’è Isco, Lopetegui conosce molto bene Suso, avendolo già convocato negli anni scorsi con le nazionali giovanili, Under-19 e Under-21. Bisogna crederci;

Marcelo Brozović: la sua Croazia ha un girone di qualificazione molto abbordabile. Il primo posto in classifica e una buona chance di arrivare in Russia è, dunque, abbastanza possibile. La sua è stata un’estate travagliata, tra voci di calciomercato e difficoltà nel trovare continuità tra i vari allenatori, ma il centrocampista 24enne dell’Inter, cresciuto tantissimo dal suo arrivo in Italia nel gennaio 2015, è il giocatore di maggior spessore e tecnica tra le pedine a disposizione di Pioli. E’ stato convocato per i Mondiali 2014 senza aver mai vestito la maglia della Nazionale maggiore in precedenza;

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ATTACCO

Gabriel Barbosa, Gabigol: troppi punti interrogativi aleggiano attorno a lui e alla sua esperienza interista. Il 20enne brasiliano, messosi in luce nell’ultima Olimpiade a Rio, dove ha vinto la medaglia d’oro con la Nazionale brasiliana, è stato l’acquisto di punta della scorsa estate. Quasi 30 milioni di euro, uno spot di presentazione sfarzoso, qualche minuto giocato con il Bologna e nulla più. Con il 2016 ormai al termine, può essere il 2017 il suo anno? Inter e Brasile ci sperano;

Gianluca Lapadula: la sua è una nomina romantica per caparbietà e determinazione che caratterizzano l’attaccante di Torino che ha fatto bene nel Teramo prima di esplodere al Pescara. Nel maggio del 2016 ha rifiutato la proposta della Nazionale peruviana di prendere parte alla Copa América perché, in cuor suo, ha sperato in una convocazione italiana. Arriva, infatti, nello scorso match, dopo il forfait di Manolo Gabbiadini, viene convocato da Ventura per la sfida contro il Liechtenstein e l’amichevole contro la Germania;

Mauro Icardi: tra Higuain, Aguero, Messi, Dybala e Di Maria, gli spazi, in attacco, sembrano serrati. L’Argentina, che sta arrancando nel girone di qualificazione, in avanti può vantare tra i migliori bomber nel panorama calcistico mondiale. L’attaccante dell’Inter che, a 23 anni, stringe al braccio la fascia di capitano, sul campo dimostra di essere predatore d’area, come pochi. I guai, però, sono tutti fuori dal terreno di gioco. Nell’Albiceleste, tra i grandi, non ha ancora debuttato; Maradona e Messi sono contrari: riuscirà a dimostrare tranquillità e maturità per ottenere la fiducia del ct Bauza?

Ecco la formazione al completo: Donnarumma – Miranda, Romagnoli, Murillo – Suso, João Mário, Locatelli, Brozović – Gabigol, Lapadula, Icardi.