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Articolo tratto dal Post

Alle 14:17 di domenica 1 maggio 1994 la dottoressa Maria Teresa Fiandri, allora primario del reparto di rianimazione e del 118 dell’Ospedale Maggiore di Bologna, non era in servizio ma era reperibile. Stava guardando in televisione insieme ai suoi figli il Gran Premio di San Marino di Formula 1, terza gara del Mondiale, che si correva sulla pista di Imola, e aveva appena visto un incidente che l’aveva indotta a mettersi in macchina e raggiungere l’ospedale ancor prima che il suo cercapersone cominciasse a suonare. Quattro ore e mezzo circa più tardi, poco prima delle 19, la dottoressa Fiandri – accerchiata da decine di giornalisti, in una sala dell’ospedale – annunciò in diretta televisiva:

Alle 18:40 il cuore di Senna ha smesso di battere, e quindi Senna è morto alle ore 18:40

Nel mondo degli appassionati di motori e di Formula 1 – e non solo tra loro – il weekend del 1° maggio 1994 viene ricordato come il più tragico di sempre. Fu il weekend della morte di Ayrton Senna, che viene da molti definito ancora oggi come il più grande pilota di tutti i tempi, e chi lo sostiene lo fa solitamente con una nettezza e un’espressione raramente rintracciabili sul volto di chi – quando si finisce a parlare dei più grandi di sempre – cita altri campioni leggendari invece che lui (Jim Clark, Juan Manuel Fangio, Michael Schumacher). La tragicità di quel fine settimana fu determinata da una serie di eventi incredibili e sfortunati, e la morte di Senna fu soltanto l’ultima e più clamorosa notizia.

Si dice spesso che in Italia non ci siano altri sport a parte il calcio, ma in quei giorni non si parlò di altro che di Senna, e la notizia della sua morte stravolse completamente la gerarchia delle notizie e le consuetudini. Il 2 maggio, giorno in cui le edicole sarebbero potute teoricamente restare chiuse per via della festa del 1° maggio, diversi giornali andarono comunque in stampa con un’edizione speciale, e molte edicole aprirono fin dal mattino. Dino Zoffportiere della nazionale italiana campione del mondo nel 1982, e appassionato di corse – il 1° maggio del 1994 allenava la Lazio. Nella prefazione a un bel libro recente dedicato a Senna, scritto dal giornalista sportivo Leo Turrini, Zoff racconta:

L’1 maggio 1994, quando la sorte gli tagliò la strada a Imola, io stavo in panchina, come allenatore della Lazio, per una partita del campionato di Serie A. Non ricordo assolutamente il risultato

Per capire perché il weekend del 1° maggio 1994 ebbe un impatto così devastante per il mondo della Formula 1, conviene raccontarlo tutto, dall’inizio.

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Su quel volo maledetto mai partito dall’aeroporto di Monaco di Baviera c’era anche lui, Harry Gregg, assieme a tutto il Manchester United, la sua squadra da qualche mese. Acquistato nel dicembre 1957 per 23.500 sterline, il suo fu il trasferimento più costoso in quel momento storico per un portiere.  La sua vita non si è fermata quel 6 febbraio 1958 su quella pista innevata, la sua fu una sorte diversa meno beffarda ma comunque crudele perché spazzò via parte dei suoi compagni, i “Busby Babes”: 23 dei 44 passeggeri persero la vita, otto sono giocatori, tre dello staff, muoiono anche otto giornalisti e quattro membri dell’equipaggio.

 

Harry Gregg, è morto il 17 febbraio 2020, all’età di 87 anni ed è considerato uno degli eroi del disastro aereo di Monaco che decimò la squadra del Manchester United. Lo ha annunciato la fondazione che porta il suo nome. Portiere di ruolo, Gregg salvò diverse persone, tra cui un bambino e i compagni di squadra Jackie Blanchflower e Bobby Charlton, rimasto ora  l’ultimo sopravvissuto.

Gregg ha più volte dichiarato di non voler essere ricordato solamente per essere l’eroe di Monaco, ma anche per la sua carriera. Il ricordo di quei momenti di paura e di follia lo hanno tormentato per tutta la vita, e a questo dolore Gregg ha sempre risposto con risultati, prestazioni e fedeltà alla casacca dei Red Devils. Vinse il Golden Glove (premio per il miglior portiere) ai Mondiali di Svezia nel 1958, davanti a una leggenda come il portiere russo Lev Yashin, e con lo United si tolse la soddisfazione di vincere un campionato, una Community Shield e una Coppa d’Inghilterra.

Il volo 609 della British European Airways riprova per la terza volta il decollo. C’è troppa neve, all’aeroporto di Monaco-Riem di Monaco di Baviera, dalla cabina di controllo sconsigliano la manovra, ma il pilota ci riprova un’ultima, tragica volta. Quel volo non si alzerà mai, finirà dritto contro le mura di un edificio, in fondo alla pista. In quell’aereo c’è tutto il meglio del futuro e del talento del calcio inglese, una parte dei “Busby Babes” del Manchester United. Sono le 15:04 del 6 febbraio 1958 e 23 dei 44 passeggeri perdono la vita. Otto sono giocatori, tre dello staff, muoiono anche otto giornalisti e quattro membri dell’equipaggio. Ancora oggi ci sono orologi in giro per Manchester bloccati a quell’ora nefasta.

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Il club aveva noleggiato un aereo per fare ritorno dalla partita di Coppa dei Campioni contro la squadra jugoslava della Stella Rossa di Belgrado, terminata con un pareggio per 3-3 e con questo risultato il Manchester United si era qualificato alle semifinali, avendo vinto la gara di andata per 2-1. Il decollo da Belgrado fu ritardato di un’ora perché il giocatore del Manchester United Johnny Berry aveva perso il suo passaporto, ma poi l’aereo fece una fermata programmata a Monaco per rifornirsi di carburante.

Il capitano James Thain, il pilota, tentò di decollare due volte, ma entrambi i tentativi furono infruttuosi per un surriscaldamento del motore sinistro. Al terzo tentativo di decollo si decise di ovviare al surriscaldamento del motore sinistro “ritardandone” l’accelerazione, facendo percorrere all’aereo una lunghezza maggiore di quella usualmente richiesta. Per questo l’aereo fu costretto a utilizzare un tratto di pista non percorso quel giorno dagli altri aerei. In quella zona della pista era presente un sottile strato di neve sciolta, che ostacolò l’accelerazione dell’aereo, impedendo così il decollo. Durante questa operazione l’aereo raggiunse i 217 chilometri orari, ma nel tratto finale calò a 194, una velocità troppo bassa per poter volare e con troppa poca pista per poter interrompere il decollo.

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Alle 15:04 l’aeroplano si schiantò sulla recinzione che circondava l’aeroporto e poi su una casa, che in quel momento era vuota. Parte dell’ala e parte della coda vennero strappate. Il velivolo prese fuoco. Il lato sinistro della cabina di pilotaggio colpì un albero, il lato destro della fusoliera un capanno di legno, all’interno del quale c’era un camion pieno di pneumatici e carburante, che esplose.

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Matt Busby sopravvive allo schianto, anche se per ben due volte all’ospedale gli danno l’estrema unzione. Lo “scozzese di ferro” ce la fa, così come Bobby Charlton, che negli anni a venire proprio con Busby e un trio d’attacco indimenticabile ricostruirà una squadra leggendaria. Senza Duncan Edwards, morto anche lui e a soli 21 anni. Forse il talento più grande, la gemma più preziosa di quel Manchester con cui giocò 177 partite e segnò 21 reti, vincendo due Premier. Divenne il più giovane a debuttare in Nazionale, a 18 anni e 183 giorni. Per tutti era il successore di Billy Wright, il capitano. Come scrive Francesco Cavallini in Io gioco pulito (qui lettura completa):

Duncan può diventare o più amato di Matthews, più famoso di Puskas, e forse più forte di Di Stefano. Destro, sinistro, lancio lungo, tiro da fuori, visione di gioco. Ogni cosa, ogni singola qualità si incastra perfettamente in lui. Busby lo fa giocare da mediano, ma se volesse potrebbe schierarlo persino in porta. Nessun obiettivo gli è precluso. La gloria, quella gloria che ha già assaggiato con la maglia del Manchester United, sarà sua compagna per la vita. Duncan Edwards, il più grande calciatore di tutti i tempi. È scritto nel suo destino. E in Svezia nell’estate 1958 se ne accorgeranno tutti, proprio come se ne è accorto Matt. E invece no. Il mondo scopre Pelé e Garrincha. Non Duncan. E a sollevare la Coppa del Mondo del 1966 non sono le sue mani. Nell’immagine da consegnare alla leggenda c’è Bobby Moore. Ci sono Gordon Banks, Geoffrey Hurst, c’è persino Bobby Charlton, che era su quell’aereo con lui. Ci sono tutti. Ma non Duncan Edwards.

Poco prima della manovra di decollo Edwards riesce a spedire un telegramma alla sua padrona di casa per avvertirla che per problemi atmosferici avrebbe trascorso la notte in Germania. La stella dell’Old trafford si spegne 15 giorni dopo, e con lei un pezzo di quel grande Manchester. Con un ultima frase, però, che Big Dunc riuscì a pronunciare al Dottore poco prima di andarsene:

Quante chance ho di giocare in Premier la settimana prossima?

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Non sembrò possibile che stesse succedendo davvero, e a rivederlo oggi il video dell’ultima partita di Kobe Bryant su un campo di NBA sembra ancora più incredibile. Segnò 60 punti, e negli ultimi tre minuti guidò i Lakers a una rimonta pazzesca contro gli Utah Jazz, era il 13 aprile del 2016. Il numero 24 della squadra di Los Angeles in realtà aveva fatto anche meglio in passato come gli 81 punti messi a segno il 22 gennaio 2006 contro i Toronto Raptors. Bryant, che con quell’exploit firmò il secondo record di sempre dietro soltanto ai 100 punti di Wilt Chamberlain con i suoi Philadelphia Warriors contro i New York Kniks.

Alla sua ultima partita c’erano tutti, compreso O’Neal accanto alla panchina, e nei momenti più spettacolari del finale le telecamere si soffermarono più volte su Gianna, seduta in prima fila. Bryant ha chiuso la sua carriera con 33.643 punti realizzati in 1.346 partite, quarto miglior realizzatore in assoluto di tutti i tempi, scavalcato da LeBron James con i 29 punti realizzati contro Philadelphia proprio nella notte tra il 25 e 26 gennaio, giorno della morte dello stesso Kobe che su Twitter si era complimentato con il collega-amico.

 

Oltre al danno, la beffa. La stagione di Formula 1 per la Ferrari si sta archiviando nel peggiore dei modi possibili, mostrando platealmente tutte le difficoltà di una scuderia che non riesce a imporsi nelle gerarchie dei suoi due piloti. Al termine di una domenica bestiale Max Verstappen ha conquistato il GP del Brasile di F1: il pilota della Red Bull ha mostrato i muscoli e si è preso la vittoria con due sorpassi da urlo su Hamilton. La follia, invece, si è manifestata dietro tra Leclerc e Vettel che si sono buttati fuori nel finale. Secondo Gasly con la Toro Rosso dopo due safety car, mentre Hamilton è stato penalizzato per il contatto con Albon e ha perso il terzo posto che è andato a Sainz.

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Idue piloti Ferrari, Sebastian Vettel e Charles Leclerc, hanno letteralmente perso la testa, commettendo un errore gravissimo buttandosi fuori a pochi giri dalla fine quando erano in lotta per la quarta posizione. Nessun ordine di scuderia dal muretto e i due piloti hanno deciso di dar vita a una lotta all’ultimo sangue che li ha penalizzati. Contatto e foratura per entrambi che sono stati costretti a parcheggiare le loro SF90 nell’erba. Il tedesco è stato opaco per tutta la gara perdendo la posizione al via da Hamilton e poi da Albon nel corso della gara. Più pimpante il monegasco che, scattato dalla 14.esima piazza, stava rimontando alla grande.

Un finale di gara grottesco, che sottolinea ancora una volta la convivenza ormai impossibile tra chi ha vinto quattro titoli mondiali  ai tempi della Red Bull  e un ragazzino baciato dal talento che non ha alcuna voglia di mettere la divisa del gregario. Una squadra in difficoltà vede finalmente la luce, ma a spegnerla a intermittenza sono proprio i suoi piloti.

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Una carriera in ascesa, una personalità umile e tanta strada da percorrere per inseguire il suo sogno: Jules Bianchi, il pilota di formula 1 rimasto vittima di un incidente in gara, non è mai stato dimenticato, né dalla sua famiglia né dai suoi sostenitori.

A due anni di distanza dalla sua tragica scomparsa, la sua famiglia ha deciso di farlo rivivere in un’associazione intitolata proprio a lui.

Cari tifosi di Jules, siccome vogliamo mantenere vivo il suo ricordo, abbiamo creato un’associazione che porta il suo nome. Jules ha ricevuto così tanto sostegno e amore quando era in vita che abbiamo pensato fosse giusto restituirlo, e aiutare le persone bisognose. Questo spazio è rimasto silente per troppo tempo e, da oggi in poi, posteremo le attività dell’associazione e condivideremo i ricordi di Jules

Un’iniziativa per tenere sempre vivo il suo ricordo e al contempo aiutare le famiglie bisognose. E così si rianima quel profilo twitter che da tantissimo tempo ormai non veniva aggiornato. Adesso servirà per dare le news sulla nascente associazione.

Jules Bianchi era un giovanissimo pilota di Formula 1 che ha iniziato la sua carriera nel 2009, quando fu introdotto nella Scuderia Ferrari. Da allora ha disputato ben 34 Gran premi di Formula 1, fino all’ultima sua grande sfida in Giappone, dove cominciò la battaglia più dura della sua vita.

La sua partecipazione al Gran premio di Giappone del 2014 fu l’ultima sua prova su pista e segnò l’inizio di un calvario durato quasi un anno. Durante la corsa ebbe un incidente violento che gli causò delle lesioni cerebrali piuttosto gravi e rimase in coma fino al 25 luglio 2015. Quel giorno Jules Bianchi morì, lasciando un gran vuoto non solo nella sua famiglia, ma anche nella Formula 1 e nei suoi fans.

Una vita breve ma intensa che ha lasciato il segno: oggi nasce l’associazione in suo onore, ma tempo prima erano già state avviate altre iniziative per ricordarlo per sempre.

Subito dopo la sua morte il Presidente della FIA Jean Todt ha deciso di eliminare il numero 17 dalle gare, per onorare la memoria del pilota scomparso precocemente.

E nella sua città d’origine, Nizza, all’inizio dell’anno è stata intitolata anche una via in suo nome: Rue du Sapin ha cambiato nome in Rue Jules Bianchi”. (Leggi qui)

Insomma, è chiaro che Jules Bianchi non è stato mai dimenticato e che la sua morte ha scosso tutti. Queste iniziative servono però a non lasciare che la sua scomparsa diventi solo un lontano ricordo col passare del tempo e sperano di onorare la sua memoria per sempre.

La famiglia di Nicky Hayden, morto il 22 maggio all’ospedale di Cesena per le ferite riportate in un grave incidente stradale mentre si allenava in bicicletta, ha deciso di chiedere i danni al conducente della vettura che lo ha investito.

Secondo ‘Il Resto del Carlino’, la famiglia di Hayden si è affidata all’avvocato Moreno Maresi che ha inviato una lettera direttamente al giovane che era al volante della Peugeot.

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Il conducente del veicolo è risultato negativo all’alcol test ma ha dichiarato:

“Stavo andando al lavoro, lui è sbucato di colpo da una via laterale e nulla ho potuto per evitarlo”.

Secondo alcune ricostruzioni, Hayden sulla sua bici da corsa non avrebbe dato la precedenza all’incrociovenendo investito dalla Peugeot, il cui guidatore non è riuscito a evitare l’impatto. L’auto sembra però viaggiasse ad una velocità superiore ai 50 Km/h consentiti.

Max Biaggi è ricoverato all’ospedale San Camillo di Roma dopo un incidente in moto sulla pista Sagittario di Latina. Il centauro romano è stato trasportato in eliambulanza ma è vigile e cosciente e non risulta in pericolo di vita.

Stando alle prime informazioni ha sofferto la frattura di diverse costole e un trauma toracico “importante”. Emanuele Guglielmelli, direttore del Pronto Soccorso del San Camillo di Roma, ha fatto sapere ai microfoni di Sky Sport che Biaggi

“non ha mai perso conoscenza nè immediatamente dopo l’evento, nè dopo il trasporto, nè da noi in pronto soccorso – spiega – Ha un trauma toracico importante, motivo per cui lo teniamo in osservazione per vari accertamenti e nel corso delle prossime ore verrà ricoverata in rianimazione dove continueremo a monitorarlo almeno per tutta la notte e poi vedremo come vanno le cose”. Biaggi è in prognosi riservata “ma è un passaggio di routine”.

“Com’era l’umore? Era addolorato perché le fratture costali sono molto dolorose ed era triste perchè gli impediranno per 20-30 giorni di fare attività di qualsiasi tipo, le costole rotte sono tante”.

Biaggi stava girando sul circuito di Latina in vista della gara di domenica valida per gli Internazionali di Supermoto nella classe Onroad.

Arrivano buone notizie sulle condizioni di Valentino Rossi, da ieri sera all’Ospedale “Infermi” di Rimini dopo una caduta durante un allenamento di motocross sulla pista di Cavallara, a Mondavio, nella provincia di Pesaro e Urbino.

Escluse fratture e patologie traumatiche, il Dottore aveva riportato un leggero trauma toracico e addominale ma dalla Yamaha fanno sapere che si registrano progressi positivi. Il 38enne centauro di Tavullia ha trascorso una notte tranquilla in osservazione ed è stato visitato stamane dai medici.

Rossi ha spiegato di sentire meno dolore sia al petto che all’addome rispetto a ieri sera. Le lievi lesioni al fegato e al rene, causa del dolore, non si sono evolute, fortunatamente, in ulteriori complicazioni. Il pilota pesarese continuerà a ricevere delle cure per alleviare il dolore nelle prossime 12 ore e nel corso della giornata sarà sottoposto ad altri accertamenti di routine.

Se i risultati saranno positivi, potrebbe essere dimesso già in giornata. Nessuna informazione sulla presenza o meno di Rossi in occasione del Gran Premio d’Italia che si correrà al Mugello il prossimo 4 giugno e dove il Dottore vorrebbe provare a riscattare il flop di Le Mans con la caduta all’ultimo giro mentre lottava per la vittoria col compagno di squadra Maverick Vinales.

Perdere contro una persona che ti sta simpatica è un po’ meno duro, rende la cosa più dolce

La mente vola al 2006, Gran Premio di Valencia. Valentino Rossi, al tempo era sul sellino della Yamaha, aveva otto punti di vantaggio sullo statunitense Nicky Hayden, pilota Honda, prima dell’inizio dell’ultimo tracciato dell’anno.
Inaspettatamente il Dottore andò giù lungo, fuori dalla pista, fuori dai sogni di alzare il titolo che passò nella mani del Kentucky Kid.
Al termine, mentre il paddock era diviso tra euforia e disperazione, Rossi, ancora in pista, raggiunge Hayden che stringe la bandiera americana. Sotto i caschi e le visiere impermeabili agli sguardi il ragazzotto di Tavullia si sarà complimentato, sinceramente.

I due piloti hanno incrociato le loro moto e i loro destini in tante, entusiasmanti sfide, ma Valentino Rossi non dimentica la prima volta che l’ha visto:

Mi ricorderò sempre la prima volta in cui lo incontrai. Era arrivato dagli USA in Giappone e lo vidi alla stazione di Tokyo, era vestito ‘da americano’ e sembrava un pesce fuor d’acqua. Poi abbiamo passato tanto tempo insieme, era una persona simpatica a tutti, un vero figo

Un figo, ma anche un ragazzo semplice, genuino e che ti strappa un sorriso. Hayden, classe 1981, è morto dopo cinque giorni di coma, il 22 maggio dopo esser stato investito il 17 maggio mentre si stava allenando in bicicletta sulla strada provinciale Riccione-Tavoleto, non lontano da Misano Adriatico.
E gli stessi abitanti, nel giorno in cui la salma del pilota tornava a casa, a Owensboro, hanno voluto rendere omaggio al numero 69, appoggiando la bandiera americana sulla Ducati guidata dall’australiano Troy Bayliss ed esposta al centro di una rotonda spartitraffico.

Un gesto sentito, spontaneo, come i tanti che hanno segnato il rapporto tra Rossi e Hayden. Le congratulazioni dell’italiano nel 2006 a Valencia, come visto, oppure sempre in Spagna, quando nel 2015, Rossi era uscito sconfitto dalla lotta per il titolo e Hayden era alla sua ultima gara in MotoGP con l’americano che si è avvicinato a consolarlo e a dargli forza.

Ma c’è un piccolo gesto che, rivisto oggi con questo video a rallentatore, mette un po’ di magone e lascia sospirare: nel 2012, durante il Gran Premio degli Stati Uniti d’America di Laguna Seca, Valentino Rossi, ritiratosi per una caduta, chiede un passaggio in moto proprio a Nicky che lo fa montare su prima di allontanarsi, assieme, salutando il pubblico di casa:

Giovanni Sgobba