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Grande Torino

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Il 2 marzo 1886, a Torino, nasce l’allenatore più vincente della storia della nostra Nazionale, un fiero condottiero che seppe portare gli Azzurri al successo in due edizioni consecutive della massima competizione mondiale (1934 e 1938) – allora chiamata Coppa Rimet –  inframezzando questi exploit con la vittoria nell’Olimpiade del ’36 (l’unica per i nostri colori) e condendo il tutto con l’affermazione in due Coppe Internazionali (manifestazione antesignana degli Europei) nel 1930 e 1935.

Risultati che ne fanno senza dubbio uno dei più grandi personaggi unificatori dello sport italiano. Vittorio Pozzo: il Re Mida della Nazionale.

LA VITA

Pozzo nacque il 2 marzo 1886 a Ponderano, a due passi dalla Torino in pieno sviluppo industriale di fine ‘800, da una famiglia della piccola borghesia.
Un’infanzia non facile quella di Vittorio, connotata da modeste opportunità economiche ma, grazie agli sforzi dei genitori, caratterizzata anche da una buona educazione che, unita alle sue indubbie doti personali, contribuì a formarlo come uomo integro che faceva della preparazione e dello studio la sua dote peculiare e del piacere di viaggiare e scoprire nuove culture il segreto della sua evoluzione personale.
E fu proprio grazie ad un viaggio in Inghilterra che scoprì quel football che avrebbe riempito i suoi giorni e lo avrebbe accompagnato verso la gloria imperitura. Iniziò la sua carriera fondando la Football Club Torinese (l’attuale squadra granata di Torino) da “Presidente – giocatore” ma a 25 anni smise i panni del calciatore per concentrarsi sugli studi e diventare, poi, dirigente della Pirelli.
Ma fu al termine della Grande Guerra, dove si distinse come tenente degli alpini, che si vide la svolta della sua carriera sportiva. Grazie alla sua competenza, si guadagnò l’attenzione del mondo sportivo entrando nel mondo della nazionale di calcio, della quale diventa più di una volta commissario unico.

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LA LEGGENDA

È l’inizio della leggenda. Quella dell’allenatore che riuscì in ciò a cui nessun altro CT seppe mai avvicinarsi: vincere due Mondiali consecutivi (1934 e 1938). Per capire la portata dell’impresa, basti pensare che, dopo gli azzurri, solo il grande Brasile di Pelè, Didì, Vavà e Garrincha e soci riuscì a vincere due edizioni consecutive del Mondiale, nel ’58 in Svezia e nel ’62 in Cile ma con due commissari tecnici differenti, rispettivamente Feola e Moreira.

Viene da chiedersi quali furono i segreti per un successo così clamoroso.
Ebbene, Pozzo ci riuscì con i suoi metodi che univano la sua formazione militare e la sua capacità di dirigere il gruppo, in modo autorevole ma non autoritario, battendo sulle corde dell’identità e dell’orgoglio nazionale, traendo così il meglio dai suoi calciatori. Ingredienti semplici per imprese epiche.

Emblematiche della sua duplice natura, militaresca ma non autoritaria, e del forte legame, anche umano, instaurato con i propri calciatori, sono le parole che disse Piola con riferimento ai duri allenamenti nel ritiro pre – Mondiale del ’38:

Eravamo reduci da due mesi di strettissimo ritiro. Donne niente. E in campo vedevamo non uno, ma due palloni!”

Piola raccontava poi che in quella situazione, Giuseppe Meazza si trovò a supplicare Pozzo per una mezza giornata di riposo. Nonostante la preferenza per rigore e disciplina, Pozzo non si dimenticò di ascoltare i suoi ragazzi e concesse la mezza giornata. Con l’epilogo trionfale che tutti conosciamo.

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IL “METODO”

Era un allenatore estremamente preparato che non rinnegò mai il suo legame con il proprio passato militare ma che seppe unirci una forte volontà di evoluzione, riuscendo a portare innovazione in un calcio che, da ormai 30 anni, era fossilizzato sul metodo della Piramide di Cambridge, quel 2-3-5 a piramide rovesciata di matrice anglosassone e, di lì, si diffuse nel mondo intero.
Fu proprio Pozzo, infatti, insieme al collega Meisl allenatore del Wunderteam austriaco, a rielaborare questo modulo ed evolverlo nel cosiddetto “metodo”, una sorta di 2-3-2-3 che si fondava sulla centralità del centromediano e che prevedeva l’accentramento dei terzini e il loro avanzamento in funzione della tattica del fuorigioco e che fu il segreto dei successi del Grande Torino, che vinse cinque scudetti consecutivi dal 1942-1943 fino alla tragedia di Superga.

Pareva doveroso rendere onore, nel giorno della sua nascita, ad un uomo che deve essere considerato, di diritto, uno dei fautori della modernizzazione del calcio e che seppe diventare leggenda italiana nel momento storico più difficile per la nostra Nazione. Ciò che rende speciale il successo di Pozzo è infatti essere riuscito ad ottenerlo in un periodo come quello degli anni ’30 del Novecento, raccogliendo i cocci della drammatica esperienza della Grande Guerra ed ergendosi ad assoluto punto di riferimento per un intero movimento sportivo con una sequela incredibile di successi che mai si sarebbe ripetuta e che, probabilmente, mai potrà ripetersi.

All’età di 92 anni si è spenta l’ultima grande figura legata al Grande Torino. Ci ha lasciato Sauro Tomà, ultimo superstite della tragedia di Superga.

La sua vita è stata graziata da un infortunio che non gli ha permesso di prendere parte alla tragica trasferta, ma la sua carriera da quel giorno non è stata più la stessa. I suoi esordi, infatti, lo hanno legato quasi fin da subito al Torino, con il quale vinse due scudetti. Ottimi rapporti lo legavano a Valentino Mazzola e tutto il team torinese, che gli aveva affibbiato anche un simpatico soprannome: “due metri e settanta” per sottolineare la sua scarsa capacità di rilanciare la palla oltre i tre metri. Ma Tomà sorrideva per quell’appellativo, segno di un rapporto di sincerità e confidenza con i compagni di squadra.

Ed è stato proprio il pensiero dei compagni non sopravvissuti al disastro aereo che lo ha schiacciato in un dolore mai sopito, che lo ha spinto poi anche a cambiare squadra. Approda quindi prima al Brescia nel 1951 e successivamente si sposta al Bari nel 1955.

Nella stesso anno arriva la decisione di ritirarsi, lasciandosi tutto il tempo necessario per mantenere vivo il ricordo e le esperienze del Grande Torino, insieme all’altro superstite della vicenda, il portiere Renato Gandolfi, morto nel 2011.

Entrambi dovevano essere su quell’aereo che il 4 maggio 1949 portava il Grande Torino a casa, dopo la trasferta che la squadra aveva giocato contro il Benfica. La partecipazione di Tomà, però fu messa in discussione da un infortunio al menisco, che gli salvò la vita. Per il portiere invece la “fortuna” di non essere stato scelto come convocato per quell’incontro.

Doveva essere un viaggio come tanti altri ma si concluse nella maniera più triste e inaspettata. L’intero team non arrivò mai a destinazione: ogni membro all’interno dell’aereo morì in seguito allo scontro del velivolo contro la collina di Superga.

Lo shock per la tragedia fu davvero troppo grande per Sauro Tomà, che non riuscì mai a darsi pace. Sentiva dentro di sé sempre quel desiderio di fare qualcosa per rinnovare la memoria degli scomparsi.  Così, dopo aver appeso le scarpe al chiodo, si dedicò anima e corpo al Grande Torino, raccontando le sue gesta sia in incontri dedicati che attraverso i libri. Questo divenne lo scopo della sua vita fino al 10 aprile 2018, giorno della sua morte.

Dopo la scomparsa recente di Mondonico, legato al Toro, se ne va anche un altro rappresentante della squadra Granata e il mondo del calcio ancora una volta si ritrova in lutto.

Resta solo una consolazione: “Gli Invincibili” continueranno a vivere anche per merito delle sue opere e, d’ora in poi, anche Sauro Tomà entra a far parte di quel team leggendario che ci guarda da lassù e non sarà mai dimenticato.