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Aveva detto addio alla sua Roma, che era un po’ per preannunciane il suo ritiro o quanto meno iniziare a metabolizzare. Ora è arrivato: Daniele De Rossi, a 36 anni compiuti, lascia il Boca Juniors dove era arrivato a luglio, e soprattutto il calcio giocato e dice addio a un pezzo della sua vita. Per lui la decisione, annunciata il 6 gennaio 2020 e presa fondamentalmente per motivi familiari, soprattutto pensando alla figlia Gaia di 14 anni, non è stata certo facile:

Ci pensavo da ottobre-novembre – ha detto oggi – e la notte tante volte non ci dormivo. Lasciare il calcio giocato per me è stato molto difficile, ma ora voglio rimanere in questo mondo e allenare. Non voglio entrare nei dettagli ma la mia figlia più grande, di un altro matrimonio, è rimasta in Italia e una ragazza ha bisogno che suo padre le sia vicino. In teoria, potrebbe essere in pericolo e io devo avvicinarmi. Qui siamo lontani, fare 14 ore di volo non è come andare in auto da Trigoria a casa mia. Se avessi avuto 25 anni avrei deciso in modo diverso, ma questo è

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Centrocampista, difensore centrale all’occorrenza, per il bene della sua Roma. Ben 616 partite con i giallorossi, 63 gol e 54 assist prima di volare dall’altro lato del mondo, il tempo di giocare 6 partite e segnare una rete. Bandiera di un ventennio del calcio italiano, degli anni Duemila, che forse con la maglia della Nazionale verrà sciaguratamente ricordato per la gomitata contro gli Stati Uniti nel Mondiale del 2006  e la squalifica che lo fa rientrare giusto il tempo della finale per segnare un rigore perfetto contro la Francia. E di quella squadra allenata da Lippi sopravvive solo Buffon come ultimo campione del Mondo ancora in pista, eppure DDR è stato il primo marcatore, nel Girone di qualificazione, di quella cavalcata trionfale.

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Anzi, c’è di meglio: Daniele De Rossi, che aveva da poco compiuto 21 anni, il 4 settembre del 2004 contro la Norvegia segnò non solo il primo gol della nuova Italia di Marcello Lippi (dopo la prima amichevole fallimentare persa 2-0 contro l’Islanda), ma anche al suo debutto assoluto con la maglia azzurra dei grandi. Impiegò quattro minuti, su cross di Favalli, per metterci la zampata e segnare il gol del momentaneo 1-1 (Carew aveva segnato dopo 40 secondi e l’Italia vincerà 2-1 con rete decisiva di Toni).

In totale, Daniele De Rossi ha vestito la maglia azzurra per 117 volte, segnando 21 reti. Ha superato Pirlo e Zoff (116 e 112) ed è quarto nella classifica all-time dietro Buffon, Cannavaro e Maldini.

C’è del sadismo autoinflitto nel rivedere, di proposito, le immagini di Italia – Corea del Sud del Mondiale del 2002. Il Golden goal miserabilmente chiamato “the sudden death” (la morte improvvisa) dagli inglesi, l’arbitro Byron Moreno, Vieri che dilania occasioni su occasioni, Trapattoni tarantolato che se la prende con il mondo interno.
Tra le istantanee che più fanno male, però, ce n’è una in un certo senso epocale: lo stacco di Ahn che lascia a terra Paolo Maldini, preso in controtempo, e sigla la rete del 2-1 che elimina l’Italia dalla Coppa del Mondo.
Poi l’immagine del capitano azzurro, mentre tutto attorno è una bolgia rossa, che con un’espressione sofferente, si mette la mano sinistra tra i capelli, alzando il braccio che mostra visibilmente la fascia di capitano.

Fu l’ultima immagine del leader azzurro in Nazionale: il giorno dopo la stampa italiana non risparmiò indecorose critiche e Paolo, per preservare le sue ginocchia e focalizzarsi solo ed esclusivamente sul Milan, decise di salutare tutti togliendosi di dosso la maglia azzurra.
Ben 126 presenze, quattro Mondiali, uno più beffardo dell’altro. Un pegno dantesco per fargli pesare come un macigno le tantissime soddisfazioni che ha conquistato con il suo club eterno. Mentre inanellava Scudetti, Coppe dei Campioni e Campionati mondiali, in Nazionale Maldini ha preso solo tanti schiaffi.

Per questo, nonostante le numerose soddisfazioni, ha più volte detto che la semifinale di Italia ’90 contro l’Argentina è la sua delusione più grande. Tre Mondiali fatti fuori ai calci di rigore, il quarto e l’ultimo per il Golden goal: semplicemente non era il suo destino.
In terra asiatica, quel 2002, si chiuse un ciclo iniziato il 31 marzo 1988 con il debutto in Nazionale maggiore, a 19 anni, a Spalato nel match tra Jugoslavia e Italia terminato 1-1. Voluto da Azeglio Vicini che ebbe il compito di “rifondare” la squadra dopo la fallimentare spedizione nel Mondiale del 1986, Maldini fu il pilastro, nonostante la giovane età, dell’Europeo del 1988, ma soprattutto del Mondiale casalingo del 1990.

Se l’esordio è avvenuto nel 1988, ci sono voluti ben cinque anni per vederlo esultare per il primo gol con la maglia azzurra: il 20 gennaio 1993, infatti, Maldini realizza la rete del 2-0 contro il Messico:

Nelle 126 apparizioni, che lo collocano al terzo posto nella classifica assoluta di presenze alle spalle di Cannavaro (136 gettoni) e Buffon (169), Maldini ha realizzato sette reti. Dopo la prima rete, Paolo impiega due mesi per realizzare la seconda: il 24 marzo 1993 segna il 5-1 (6-1, il risultato finale) dell’Italia su Malta nel girone di qualificazione per il Mondiale del 1994:

Con Arrigo Sacchi in panchina, Maldini segna un’altra volta, l’11 novembre 1995, siglando la rete definitiva del 3-1 sull’Ucraina, questa volta nel girone di qualificazione per gli Europei dell’anno dopo. Un gol davvero davvero bello:

Il 29 marzo 1997 segna nella nuova avventura con suo padre, Cesare Maldini, come ct azzurro: il terzino sinistro apre le marcature, con una pregevole azione personale, nel 3-0 contro la Moldavia e si rifà, nello stesso girone di qualificazione, segnando il 2-0 contro la Polonia (3-0 il finale), un mese dopo, il 30 aprile 1997:

Un anno dopo, il 22 aprile 1998, nell’amichevole contro il Paraguay va nuovamente a segno in avvio, al 5’, nel match che vede l’Italia imporsi per 3-1:

L’ultima rete in azzurro la segna il 5 giugno 1999, allo stadio Dall’Ara di Bologna, contro il Galles. Sulla panchina c’è Zoff, la Nazionale gioca per conquistare l’accesso all’Europeo del 2000 e Maldini sigla la rete del 3-0, un gol che Bruno Pizzul definisce “spettacoloso”:

Questione di “loyalty”, di fedeltà. Quella di Paolo Di Canio verso il West Ham e quella del West Ham e di tutta la tifoseria verso l’ex calciatore. Non solo perché con gli Hammers, Di Canio ha giocato quattro stagioni e mezza, ma anche perché è la maglia che ha indossato per più partite, 135, e con cui ha segnato anche il maggior numero di gol, 51 tra Premier League e coppe.

A proposito di reti e di come entrare nel cuore dei tifosi dalla porta principale. Il 31 gennaio 1999, contro il Wimbledon, il giocatore romano fa il suo esordio con il West Ham. Ancora contro il Wimbledon, il 26 marzo 2000, realizza QUEL gol in sforbiciata. Per il magazine FourFourTwo è il terzo più bel gol nella storia della Premier League, per i tifosi di quella parte di Londra che hanno tatuato sulla loro pelle l’inno “I’m Forever Blowing Bubbles” è semplicemente il gol più bello di sempre realizzato nel vecchio stadio, il Boleyn Ground o Upton Park, casa dal 1904 fino al 2016.

In oltre un secolo di partite, la rete di Di Canio svetta su tutte le altre. Destro al volo, in area di rigore, da posizione defilata su perfetto cross di Trevor Sinclair. Nota a margine con un filo di nostalgia: l‘azione è partita da Marc-Vivien Foé che intercetta il pallone a centrocampo e apre con un sventagliata sul lato destro.

Trevor ha avuto un grande ruolo, il suo passaggio fu assolutamente fantastico. Se la palla non fosse arrivata in quel modo, non sarei riuscito a calciarla così bene. Ad essere onesto, non so come abbia fatto quel gol. In allenamento provavamo spesso un’azione simile, ma io calciavo da centro area. Da una posizione così defilata è stato molto, molto, molto difficile. Devo ringraziare Trevor e Dio, per me è stato un momento magico, anche se non era una finale di Champions League.

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Se sei consapevole di non essere un goleador attieniti a una semplice regola: fai in modo che quelle poche reti messe a segno siano autentiche prodezze al punto di rimanere scolpite nella memoria e negli annali del calcio. Se segui questa indicazione, che poi è la legge della vita “una chance, un’opportunità, giocatela al meglio”, è molto probabile che utilizzeranno Andrea Dossena come termine di paragona.

Quell’Andrea Dossena che ha segnato 12 gol nella sua lunga carriera, due dei quali con il Liverpool. Stesso suo numero di maglia che in zona Anfield ricordano ancora. Arrivato nell’estate del 2008 dall’Udinese per rimpiazzare il partente John Arne Riise – altro calciatore ricordato per discrete prodezze con il suo micidiale mancino – sulla fascia sinistra, il terzino italiano ha avuto difficoltà all’inizio ad ambientarsi al calcio inglese, a Liverpool e alle indicazioni di Rafa Benitez.  Difficile sfilare la titolarità di Fabio Aurelio, così Dossena si accomoda in panchina e proprio partendo dalla panchina vive quattro giorni, solamente quattro giorni, da apoteosi.

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Il 10 marzo 2009 ad Anfield si gioca il ritorno degli ottavi di finale di Champions League e il Liverpool, già vittorioso all’andata per 1-0, attende il Real Madrid. Il match si indirizza già nella prima mezz’ora con i padroni di casa in doppio vantaggio con le reti di Fernando Torres e Steven Gerrard. Poi il capitano fa 3-0 al 47’, tagliando gambe e possibili aneliti di rimonta spagnoli. Benitez toglie dunque sia il centrocampista e al minuto 83’ toglie anche Torres per tributargli una standing ovation della Kop e di tutto lo stadio. Al suo posto proprio Andrea Dossena che cinque minuti dopo, si ritrova, non si sa perché in area di rigore avversaria e sigilla il match con il gol del 4-0.

Dossena che segna al Real Madrid. E che batte il palmo della mano sullo stella del Liverpool. Mica male no? Ma il ragazzo nato a Lodi nel 1981 ci prende talmente tanto gusto che, appena quattro giorni dopo, decide definitivamente di entrare nella storia del club rosso del Merseyside. Ok il Real Madrid, ma volete mettere segnare ai rivali di sempre del Manchester United all’Old Trafford?

Ancora quattro gol, inaspettati dopo le fatiche mentali e fisiche del match in Champions League, ma anche la banda di Ferguson è scarica. E’ una lotta scudetto o quantomeno l’ultimo tentativo per riaprire la Premier League: segna prima Cristiano Ronaldo, poi esplodono Torres e Gerrard. Fabio Aurelio sigla il 3-1 su punizione e poi arriva Dossena, ancora una volta dal nulla, ancora una volta il più offensivo degli 11 del Liverpool. E’ il 90’, pieno recupero, Reina lancia il pallone lontano, un rimbalzo che scavalca il difensore dei Red Devils, Dossena aspetta l’istante giusto e di prima, con un tocco morbidissimo da fuori area, alza un dolce pallonetto che supera l’alto Van der Sar.

Dossena non segnerà altri gol con il Liverpool. Ma la storia è già scritta così.

Sono 770 i gol segnati in carriera da Cristiano Ronaldo nelle partite ufficiali giocate per i club e per la nazionale portoghese. Il campione della Juventus ha raggiunto questo traguardo grazie alla tripletta contro il Cagliari di domenica 14 marzo. Una data da ricordare non soltanto per la risposta che il campione ha dato ai detrattori che lo avevano attaccato dopo la prestazione negativa contro il Porto – con i bianconeri eliminati dalla Champions League – ma anche e soprattutto per il raggiungimento di un record storico, difficilmente eguagliabile nei prossimi anni: CR7 ha infatti definitivamente superato il numero di gol ufficiali segnati da Pelé.

“Non c’è giocatore al mondo che non sia cresciuto ascoltando storie sui suoi giochi, i suoi obiettivi e i suoi successi, e io non faccio eccezione – ha commentato Cristiano Ronaldo in un lungo post su Instagram –. E per questo motivo, sono pieno di gioia e orgoglio quando riconosco l’obiettivo che mi ha messo in cima alla lista dei gol del mondo, superando il record di Pelé, qualcosa che non avrei mai potuto sognare mentre crescevo da bambino di Madeira”. E nonostante in molti gli abbiano da tempo attribuito il record, CR7 ha voluto invece aspettare, riconoscendo nei 767 il primato di gol del brasiliano e non nei 757, perché – ha aggiunto – non “possiamo semplicemente cancellare la storia secondo i nostri interessi”.

Pelé, dal canto suo, si è congratulato, sempre su Instagram, dichiarando il suo affetto e la stima che prova per il portoghese: “Ti ammiro molto, mi piace guardarti giocare e questo non è un segreto per nessuno. […] Il mio unico rimpianto è non averti potuto abbracciare oggi”.

Ma come si arriva ad un traguardo simile e, soprattutto, perché Cristiano Ronaldo è diverso dagli altri giocatori e non ha eguali nella storia del calcio? La risposta, come lui stesso ha più volte sottolineato nelle interviste rilasciate, è semplicemente una: la mente. Quando si chiede a CR7 quale sia il suo punto di forza, lui risponde sempre e solo “la testa”. Ovvero quella mentalità che lo porta ad allenarsi in un certo modo, a nutrirsi in un certo modo e, in generale, a seguire tutti quegli accorgimenti necessari per raggiungere una forma fisica specifica e uno stato di salute ottimale.

Molti sostengono che Ronaldo sia costruito, come se questo fosse un difetto o un problema, e gli attribuiscono una mancanza di talento – evidente invece nel suo storico rivale Lionel Messi – sopperita quindi con l’edificazione di una macchina studiata a tavolino. Del resto, quando si chiede al portoghese cosa occorre per arrivare al suo livello, la risposta è sempre “dedizione, costanza e lavoro duro”. Il talento non basta, quindi, e CR7 questo lo ha capito molto presto, già ai tempi del Manchester United, quando cominciò a contrastare la magrezza eccessiva con il fitness, che ancora oggi risulta essere parte fondamentale del suo allenamento quotidiano.

Un po’ macchina, un po’ personaggio, dunque, che fa spesso parlare di sé per ciò che fa dentro il campo e non solo. Cristiano Ronaldo è infatti noto anche per la sua proverbiale schiettezza e la tendenza a rispondere alle domande di chi lo intervista dicendo sempre quello che pensa; come è avvenuto anche recentemente in occasione dei Globe Soccer Awards, in cui è stato premiato come miglior giocatore del secolo. Quando gli è stato chiesto cosa si provi a giocare senza tifosi, CR7 ha infatti risposto senza mezzi termini: “Giocare a calcio in uno stadio vuoto è noioso, è alquanto bizzarro giocare in queste condizioni”. E non è evidentemente l’unico a porsi il problema di quanto il calcio senza tifosi abbia influito anche sull’andamento di alcuni giocatori e delle relative squadre.

Ma nonostante reputi profondamente noioso giocare senza pubblico, lui che ama stare al centro della scena ed essere osannato, la sua professionalità non viene mai meno. Perché è diverso dagli altri, dunque? Perché a 36 anni e dopo aver vinto tutto ciò che c’era da vincere – sia a livello di club che individualmente – è ancora il primo ad arrivare al campo di allenamento e l’ultimo ad andarsene; è quello che lascia il centro sportivo solo dopo la sessione di crioterapia che gli permette di recuperare rapidamente la capacità muscolare; è quello per il quale non esistono feste, riposi o ferie, perché c’è sempre e comunque il tempo per dedicarsi agli esercizi quotidiani, anche a casa.

Perché la costruzione del corpo di Cristiano Ronaldo, al contrario di ciò che pensano in molti, non è dettata da semplice vanità: c’è un motivo se CR7 non si infortuna quasi mai o comunque si riprende più in fretta di altri; c’è un motivo se corre ad una certa velocità; e c’è un motivo se salta più in alto di chiunque. E il motivo è in quel corpo costruito a tavolino, certo, non soltanto per mera vanagloria, ma soprattutto per essere una macchina efficiente al massimo del suo potenziale. E ci vuole una mentalità davvero vincente e sempre focalizzata sugli obiettivi per riuscire, a 36 anni, a mantenere gli stessi standard qualitativi, anno dopo anno, senza mai arretrare di un passo o mostrare il benché minimo cenno di cedimento. “Dedizione, costanza e lavoro duro”, quindi, a trecentosessanta gradi: dall’esercizio fisico alla dieta, passando per il riposo.

Cristiano Ronaldo non manca mai un allenamento, dorme otto ore a notte, non beve alcolici, non assume zuccheri, non mangia cibo spazzatura. Mai. Da oltre quindici anni segue una routine controllata e regolare, che non conosce sgarri. Per alcuni potrà sembrare un’esagerazione e un’ossessione da fissati, per CR7 è soltanto la mentalità e il duro lavoro che lo hanno portato a 770 gol e a diventare il più grande marcatore nella storia del calcio.

L’ultimo rossonero ad aver firmato la vittoria del Milan in un derby di campionato giocato fuori casa? Risposta quasi scontata: Zlatan Ibrahimovic. Correva la 12esima giornata 2010/2011 e al minuto numero 5 un rigore del campione svedese, tornato a vestire la casacca del Diavolo solo qualche settimana fa, risultò decisivo per lo 0-1 finale. Successivamente ecco 5 successi dell’Inter, il più recente per 1-0 nello scorso campionato con Icardi man of the match al 92’, e 3 pareggi.

Cercando negli almanacchi di calcio i precedenti Inter-Milan giocati proprio alla 23esima giornata di Serie A, ci imbattiamo 5 stracittadine. Nel 1929/1930, all’esordio del campionato con la formula del girone unico, ecco un 2-0 firmato Serantoni. Nel 1934/1935 altro 2-0, stavolta frutto delle reti di Porta e Demaria. Nel 1956/1957 primo punto per il Milan grazie all’1-1 con marcatori Bean (M) e Invernizzi (I). Nel 1962/1963 furono Mazzola (I) e Sani (M) gli artefici del secondo pareggio per 1-1. Mentre nel 1975/1976 arrivò il primo segno 2 in schedina, 0-1 con Bigon uomo gol decisivo. Insomma, il bilancio di questo mini ciclo racconta di 2 successi Inter, altrettanti pareggi, 1 vittoria del Milan. Soprattutto, 6 marcature per i nerazzurri a fronte delle 3 per i rossoneri.

La compagine di mister Conte in casa ha fatto 22 punti (6V – 4X – 1P con 19GF/8GS). Lo scorso weekend con l’Udinese ha ritrovato quei tre punti che mancavano da qualche settimana. Prima, difatti, c’erano stati 3 pareggi senza soluzione di continuità. È in serie positiva da 15 turni: 9 affermazioni più 6 match chiusi in parità. L’undici del tecnico Pioli in trasferta ha raccolto 18 punti (6V – 0X – 5P con 12GF/14GS). L’ultima volta con un pareggio risale al 20 aprile 2019, 1-1 a Parma. Col Verona ha fatto 1-1, un risultato da non sottovalutare alla luce della prestazione degli scaligeri a Roma, e raggiunto quota 5 gare a punti di fila. È la miglior performance di stagione.

Chiusura con due dati dalla classifica all time di A, rossoneri a 4.699 gol marcati, e di rendimento, per entrambe le difese 8 clean sheet in questo campionato.

CONFRONTI DIRETTI CON L’INTER PADRONA DI CASA (SERIE A)*

85 incontri disputati
32 (27) vittorie Inter
30 (35) pareggi
23 (23) vittorie Milan
123 (57) gol fatti Inter
111 (48) gol fatti Milan

ULTIME 5 SFIDE IN SERIE A CON L’INTER PADRONA DI CASA

2014/2015, 31° giornata, Inter-Milan 0-0
2015/2016, 3° giornata, Inter-Milan 1-0
2016/2017, 32° giornata, Inter-Milan 2-2
2017/2018, 8° giornata, Inter-Milan 3-2
2018/2019, 9° giornata, Inter-Milan 1-0

RISULTATI PIU’ RICORRENTI IN SERIE A CON L’INTER PADRONA DI CASA

1-1 comparso per 13 volte, l’ultima nel 2012/2013 (El Shaarawy 21’ – Schelotto 71’)
2-2 comparso per 8 volte, l’ultima nel 2016/2017 (Candreva 36’ – Icardi 44’ – Romagnoli 83’ – Zapata 97’)
0-0 comparso per 8 volte, l’ultima nel 2014/2015

* Fra parentesi i dati dei precedenti Inter-Milan in Serie A dopo la prima frazione di gioco

Conte versus Pioli: da Grosseto-Bari in Serie B

I primi scontri diretti fra Antonio Conte, Inter, e Stefano Pioli, Milan, sono andati in scena in cadetteria. Ne contiamo 3, infatti, fra il 2007/2008 (Grosseto-Bari 2-2) e il 2008/2009 (Piacenza-Bari 2-2). Il resto, 4, si sono svolti tutti in Serie A.

Conte annovera soltanto match positivi contro il collega e negli ultimi 3 incroci ha raccolto ben 9 punti vincendo sempre grazie a 2 reti marcate dalle sue formazioni (vale a scrivere la Juventus). Da segnalare, tuttavia, che la sfida fra i due tecnici mancava nel massimo campionato italiano dalla stagione 2013/2014.

Positivo, per l’allenatore leccese, il bilancio delle sfide al Milan. Fra l’altro nell’unica volta in cui le sue squadre non hanno segnato ha incassato la prima e sola sconfitta. Ben 14 i testa a testa fra il mister originario di Parma e l’Inter (che ha guidato per 23 panchine di A nel 2016/2017). I numeri strizzano l’occhio alla società nerazzurra. Pioli non batte la Beneamata dal 2015/2016, quando guidava la Lazio. Mentre l’ultimo scontro diretto ha prodotto un 3-3.

Da segnalare che al calcio d’inizio di Inter-Milan saranno 150 le panchine dell’ex ct nel massimo torneo italiano.

TUTTI I PRECEDENTI FRA CONTE E PIOLI IN CAMPIONATO

4 vittorie Conte
3 pareggi
0 vittorie Pioli
12 gol fatti squadre di Conte
6 gol fatti squadre di Pioli

TUTTI I PRECEDENTI FRA CONTE E IL MILAN IN CAMPIONATO

5 vittorie Conte
2 pareggi
1 vittoria Milan
12 gol fatti squadre di Conte
5 gol fatti Milan

TUTTI I PRECEDENTI FRA PIOLI E L’INTER IN CAMPIONATO

4 vittorie Pioli
4 pareggi
6 vittorie Inter
19 gol fatti squadre di Pioli
23 gol fatti Inter

I NUMERI DI CONTE IN SERIE A

149 panchine
101 vittorie
34 pareggi
14 sconfitte
135 gare a punti

I NUMERI DI PIOLI IN SERIE A

325 panchine
115 vittorie
94 pareggi
116 sconfitte
209 gare a punti

Il risultato più ricorrente all’intervallo di un Roma-Juventus è il pareggio. Negli 85 incontri disputati in Serie A dal 1929/1930 per 33 volte è comparso sotto forma di 0-0, l’1-1 s’è visto in 3 circostanze, mentre nel torneo 1961/1962 fu 2-2. Una tradizione che trova conferma anche negli ultimi dieci scontri diretti. Solo nel 2011/2012 le due squadre rientrarono negli spogliatoi per il tè con la schedina sprovvista del segno X: al minuto numero 6 aveva frantumato gli equilibri una rete di De Rossi.

Insomma, quella fra giallorossi e bianconeri sembra proprio una classica del calcio italiano che viene decisa nei secondi tempi e la Vecchia Signora è la migliore squadra della A 2019/2020 per differenza punti fra la prima e la seconda frazione di gioco. Gli uomini di mister Sarri, infatti, mostrano +17. La classifica stilata con i risultati al 45’ li vedrebbe a quota 28, mentre la graduatoria in vigore li trova a 45 punti.

Anche la Lupa mostra valori positivi in questa statistica: +5. I calciatori di Fonseca passano, infatti, dai 30 del primo ai 35 punti del secondo tempo. E pure l’andamento delle marcature dei due club sembra confermare il crescendo di prestazioni nell’arco dei novanta minuti di gioco. La Juventus ha segnato, infatti, 16 gol prima dell’intervallo e 19 reti dopo il rientro in campo. La Roma 15 prima del 45’ (più recuperi) e 18 fra il 46’ e il triplice fischio finale.

Gettando uno sguardo sui precedenti scopriamo che i campioni d’Italia in carica non sbancano l’Olimpico giallorosso dal 2013/2014. Guarda caso anche allora il gol partita arrivò in zona Cesarini e lo marcò l’ex Osvaldo. Successivamente ecco 3 segni 1 in schedina e 2 pareggi. La passata stagione fu 2-0 per i padroni di casa, Florenzi e Dzeko i bomber.

CONFRONTI DIRETTI ROMA-JUVENTUS (SERIE A)*

85 incontri disputati
32 (30) vittorie Roma
28 (37) pareggi
25 (18) vittorie Juventus
122 (53) gol fatti Roma
98 (38) gol fatti Juventus

ULTIME 5 SFIDE ROMA-JUVENTUS (SERIE A)

2014/2015, 25° giornata, Roma-Juventus 1-1
2015/2016, 2° giornata, Roma-Juventus 2-1
2016/2017, 36° giornata, Roma-Juventus 3-1
2017/2018, 37° giornata, Roma-Juventus 0-0
2018/2019, 36° giornata, Roma-Juventus 2-0

RISULTATI PIU’ RICORRENTI IN SERIE A AL TERMINE DEI ROMA-JUVENTUS

1-1 comparso per 15 volte, l’ultima nel 2014/2015 (Tevez – Keita)
0-0 comparso per 8 volte, l’ultima nel 2017/2018
3-0 comparso per 7 volte, l’ultima nel 1994/1995 (Tacchinardi autogol – Fonseca – Balbo)
1-0 comparso per 7 volte, l’ultima nel 2012/2013 (Totti)

* Fra parentesi i dati dei precedenti Roma-Juventus in Serie A dopo la prima frazione di gioco.

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Luis Enrique, il primo mister della Roma americana, chiuse l’andata del torneo 2011/2012 con 31 punti (9V – 4X – 6P; ovviamente conteggiando anche il recupero della 18esima giornata col Catania). Dopo di lui, annata 2012/2013, fu la volta di Zdenek Zeman che in 19 turni di punti ne raccolse 32 (10V – 2X – 7P). Ecco quindi Rudi Garcia che con un bottino di 44 lunghezze (13V – 5X – 1P) fece sognare i tifosi capitolini durante il campionato 2013/2014. Passo simile per l’undici di Luciano Spalletti nel 2016/2017, 41 punti al giro di boa (13V – 2X – 4P). Mentre la squadra allenata da Eusebio Di Francesco, stagione 2017/2018, includendo la sfida con la Sampdoria prevista per settembre e slittata poi a fine gennaio, si fermò a quota 40 (12V – 4X – 3P).

Insomma, comunque vada il prossimo Roma-Juventus, Paulo Fonseca avrà fatto meglio, a questo punto della stagione, soltanto di Luis Enrique e Zdenek Zeman. Per chiudere con una vittoria il girone d’andata della Serie A 2019/2020 dovrà però fare sua la ‘doppia’ prima in Italia contro Maurizio Sarri e la Juventus.

A suo favore il bilancio in rosso del tecnico toscano quando affronta la Lupa. Su 8 scontri diretti dal torneo 2014/2015 in poi, rintracciamo 2 vittorie (ottenute entrambe col Napoli), 2 segni X (equamente divisi fra Empoli e campani) e ben 4 sconfitte (fra l’altro la più recente in occasione dell’ultimo incrocio, 2-4 al 27esimo turno 2017/2018).

Attenzione però, se la Vecchia Signora dovesse ritrovare quel successo che nell’Olimpico giallorosso le manca dal 2013/2014, ecco che i punti a metà torneo sarebbero 48 ed equivarrebbero alla quarta migliore prestazione dei bianconeri nella Serie A con i 3 punti a vittoria e dopo 19 giornate.

TUTTI I PRECEDENTI FRA SARRI E LA ROMA IN CAMPIONATO

2 vittorie Sarri
2 pareggi
4 vittorie Roma
7 gol fatti squadre di Sarri
11 gol fatti Roma

I NUMERI DI FONSECA IN SERIE A

18 panchine
10 vittorie
5 pareggi
3 sconfitte
15 gare a punti

I NUMERI DI SARRI IN SERIE A

170 panchine
101 vittorie
43 pareggi
26 sconfitte
144 gare a punti

Dopo la sosta invernale la Serie A riprenderà giocando la 18esima giornata in calendario. Già in sette occasioni dall’introduzione dei tre punti a vittoria, stagione 1994/1995, il massimo campionato ha ripreso la corsa allo scudetto da questo particolare turno, l’ultima volta fu nel 2015/2016. Dando uno sguardo all’esito del primo match del nuovo anno per le big del campionato scopriamo che è il Napoli il club che ha in corso la striscia positiva più lunga: viene infatti da 8 vittorie senza soluzione di continuità. Alle spalle degli azzurri ecco la Juventus che è in serie OK da 6 stagioni (5V + 1X), l’Inter da 5 (2V + 3X), il Milan da 3 (3V), quindi la Roma che dopo il KO del 2017/2018 dodici mesi fa ha ritrovato il successo (1V).

E la Lazio? Nel gennaio del 2019 perse lo scontro diretto col Napoli. Poiché bianconeri e azzurri hanno disputato meno tornei di Serie A rispetto a Inter, Lazio, Milan e Roma dal 1994/1995 in poi, per stilare una graduatoria è necessario affidarci alle media punti/match. E le sorprese non mancano perché la miglior squadra nel primo match dell’anno risulta il Milan che viaggia a una media di 2,32 punti/match e si piazza davanti a Napoli (2,17), Juventus (2,08), Inter (1,88) e, appaiate, Lazio e Roma (1,56).

Concludiamo ricordando che nel 2016/2017, unica volta nel periodo da noi preso in considerazione, tutte e sei le squadre esaminate aprirono l’anno con un successo. Evento che, per causa del calendario che ha messo in programma Napoli-Inter, fra qualche giorno non potrà ripetersi.

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Diciannove novembre 1969. Per molti fedeli brasiliani è il giorno della sublimazione da corpo a sostanza aeriforme, da calciatore a divinità di, Edson Arantes do Nascimento, Pelé.
La sua squadra, il Santos, affronta al Maracanà di Rio de Janeiro il Vasco da Gama per la Taça de Prata, un torneo antico che si disputava prima ancora della nascita del campionato nazionale datata 1971. Quando Pelé gioca questa partita, dati statistici alla mano, ha realizzato 999 gol. Solo uno al millesimo. Un traguardo inimmaginabile, fuori da ogni schema logico per un giocatore che ha già vinto tutto col Santos (Libertadores e Intercontinentali), e con il Brasile (due coppe Rimet).
Facile intuire la tensione con la quale Pelé scende sul terreno di gioco: tifosi, pubblico, giornalisti e fotografi aspettano un suo lampo di genio. Paradossalmente quel tocco divino non arriva: nessuna giocata spettacolare, nessuna prodezza per O’ Rei, ma un “comune e mortale” calcio di rigore. E De Gregori può anche cantare che non è da un calcio di rigore sbagliato che si giudica un giocatore, ma per Pelé, per il Brasile intero, quel calcio di rigore, rappresenta l’intera essenza esistenziale.

 

Diciannove novembre 1969. O forse no? L’essere aeriforme sfugge e perde di concretezza. Non lo si può toccare, ma solo credere. E’ un dogma. Nel bianco e nero delle immagini, lo si dà per vero. La sfida tra il numero 10 del Santos ed il portiere Andrada, il gol, il millesimo gol, l’esultanza, il giocatore portato in trionfo, la partita sospesa e la notizia che piroetta in ogni angolo sportivo del globo.
Dubbi. Tanti. Cosa c’è dopo il gol? Dopo l’apoteosi? Della partita ci sono luci ed ombre e questo la dice lunga sulla risonanza mediatica che ebbe il calcio di rigore. C’è chi dice che il match finì quell’istante, altri affermano che finì regolarmente con la vittoria per 2-1 del Santos sul Vasco da Gama.
E se fosse stato il 1971 e non il 1969? Dubbi anche sull’anno, ma soprattutto…e se non fossero 1000 gol? In Brasile si faceva poca distinzione tra match ufficiali, amichevoli o semplice partitelle. A fine carriera gli saranno accreditate 1.281 reti. Manca l’ufficialità, ma spalleggiandoci tra una fede ed un’altra, questa volta sentiamoci meno San Tommaso.

 

 

Del resto, il giorno dopo il Mondiale del 1970, il Sunday Times intitolò: «How do you spell Pelè? G-O-D».
Amen.