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giuseppe meazza

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Si chiamerà Internazionale, perché noi siamo fratelli del mondo

In una sala del ristorante milanese L’Orologio, la sera del 9 marzo 1908, riecheggiano queste parole. Con moto d’orgoglio e fierezza, a pronunciarle è Giorgio Muggiani, socio fondatore di un nuovo club meneghino: il Football Club Internazionale Milano. Fratelli del mondo, sì perché a creare questa squadra sono 44 dirigenti dissidenti del Milan, ribellati al divieto imposto dei rossoneri di tesserare altri calciatori stranieri oltre a quelli già presenti nella rosa.

E’ questo impulso, quest’ideologia da preservare che porta alla nascita dell’Internazionale ed è lo stesso Muggiani, con l’estetica da pittore qual è, a scegliere i colori: nero e azzurro, simbolicamente in opposizione al rosso, dicotomia classica come si vede ancora oggi in qualche biliardino di periferia.

14 nerazzurri italiani hanno vinto un Mondiale

Dopo 110 anni di storia, una cosa è certa: sfogliando i libri cartacei (pochi) e virtuali (molti) di statistica, l’Inter non ha perso il suo allure internazionale. Se il club neroazzurro è, di fatto, il secondo ad aver “fornito” i propri tesserati alla Nazionale italiana (109 calciatori – sopra c’è solo la Juventus), ben 14 di questi hanno anche vinto un Mondiale. Giuseppe Meazza, a dire il vero, ha alzato la coppa Rimet due volte al cielo, nel 1934 e nel 1938.

Nel 1934, i quattro convocati azzurri sono Luigi Allemandi, Armando Castellazzi, Attilio Demaría e il già citato Meazza; quattro anni dopo, nel 1938, sono addirittura cinque con Giovanni Ferrari, Pietro Ferraris (conosciuto anche come Ferraris II per distinguerlo da Mario), Ugo Locatelli, il “solito” Meazza e Renato Olmi.

Il vuoto plurigenerazionale di assenze di successi viene colmato nel 1982, in Spagna, e anche qui l’Inter consegna a Enzo Bearzot cinque tasselli fondamentali come Alessandro Altobelli, Beppe Bergomi, Ivano Bordon, Gianpiero Marini e Gabriele Oriali. Il quattordicesimo è anche l’ultimo italiano a segnare in un finale mondiale durante i tempi regolamentari: siamo nel 2006, siamo a Berlino e parliamo di Marco Materazzi.

Ci sono anche 5 stranieri sul gradino più alto del mondo

Ma che Internazionale sarebbe senza prendere in considerazione i giocatori stranieri? Ecco, infatti, che l’Inter è al terzo posto nella particolare classifica dei club che vantano giocatori campioni del mondo con la propria Nazionale. Oltre ai 14 italiani già citati, ci sono cinque stranieri: Andreas Brehme, Jürgen Klinsmann e Lothar Matthäus, campioni nel 1990 con la Germania; Youri Djorkaeff campione nel 1998 con la Francia e, infine, Ronaldo campione nel 2002 con il Brasile. Sono 19 in tutto, solo Juventus (con 24) e Bayern Monaco (23) hanno fatto meglio.

L’Inter è sempre in finale dal 1982 a oggi

Quattro o cinque giocatori in meno che hanno alzato il trofeo iridato, d’accordo, ma nel complesso, stando all’ultima edizione del Mondiale, quella del 2014, in Brasile, l’Inter può gonfiare il petto per essere il club che ha dato il maggior numero di giocatori alle rispettive nazionali, durante i vari campionati del mondo, bene 114 e di saperci fare anche sotto porta: i calciatori nerazzurri, infatti, hanno anche realizzato il maggior numero di reti nella manifestazione, 68.

Di queste sessantotto, sette (ed è record anche questo) sono pesantissime perché segnate proprio in finale: Roberto Boninsegna in Brasile-Italia 4-1 del 1970 (gol del momentaneo 1-1); Alessandro Altobelli in Italia-Germania 3-1 del 1982 (gol del momentaneo 3-0); Karl-Heinz Rummenigge in Argentina-Germania 3-2 del 1986 (gol del momentaneo 2-1); Andreas Brehme in Germania-Argentina 1-0 del 1990 (gol del definitivo 1-0 su rigore); Ronaldo in Brasile-Germania 2-0 del 2002 (doppietta decisiva) e Marco Materazzi in Italia-Francia del 2006, vinta dagli azzurri 6-4 dopo i calci di rigore (gol del definitivo 1-1).

A proposito di finali, ultima statistica (promesso): dalla finale del 1982 ad oggi, i tifosi interisti hanno visto un loro giocatore giocare la finale di un Mondiale. Per nove edizioni consecutive, striscia da record e tutt’ora aperta: Altobelli, Bergomi e Oriali nel 1982, Rummenigge nel 1986, Brehme, Matthaus e Klinsmann nel 1990, Berti nel 1994, Ronaldo e Djorkaeff nel 1998, Ronaldo nel 2002, Materazzi nel 2006, Sneijder nel 2010 e Palacio nel 2014.

Insomma, non vorremmo mica tradire lo spirito di Giorgio Muggiani proprio ai Mondiai di Russia 2018?

Luci a San Siro di quella sera
che c’è di strano siamo stati tutti là,
ricordi il gioco dentro la nebbia?
Tu ti nascondi e se ti trovo ti amo là.

Ha ispirato Roberto Vecchioni, di soprannomi ne ha avuti tanti così come di classe e di fantasia di quei calciatori che hanno corso sul suo manto erboso. San Siro, la “Scala del calcio” o il “Tempio del calcio”, simbolo dell’élite meneghina, di quel calcio condotto con fierezza da mecenati del pallone milanese che contendevano a Torino la corona della capitale “pallonara” d’Italia.
Metà casa del Milan, metà casa dell’Inter, San Siro, inaugurato il 19 settembre 1926 accanto all’ippodromo del troppo su volere dell’allora presidente del Milan, Piero Pirelli, ha una capienza di oltre 80mila spettatori. Un catino con i suoi vortici laterali venerato e osannato dagli appassionati sportivi.

Il 2 marzo 1980 lo stadio è stato intitolato a Giuseppe Meazza, eterno campione scomparso il 21 agosto dell’anno prima. L’occasione fu quella del derby, vinto per 1-0 dall’Inter con un gol di Lele Oriali al 77′. Un suggello che impreziosì l’annata neroazzurra conclusasi con la vittoria del 12esimo scudetto.

Senza troppo giri di parole Meazza è considerato tra i più grandi calciatori italiani di tutti i tempi: ha vinto due Mondiali (nel ’34 e nel ’38), per tre volte è stato capocannoniere del campionato di Serie A e ha vinto tre volte lo scudetto.
Era soprannominato “Balilla” perché, quando fu aggregato nella prima squadra dell’Ambrosiana Inter, a 16 anni, dall’allenatore Arpad Weisz, alla lettura della formazione titolare, Leopoldo Conti, tra i più anziani, sorpreso esclamò: «Adesso facciamo giocare anche i balilla!», ovvero i ragazzini.
Ma ben presto si intuirono le sue doti: in carriera ha segnato più di 250 gol tra Inter, Milan, Juventus, Varese e Atalanta, ma è con la Nazionale guidata da Vittorio Pozzo che è diventato davvero immortale.

 

Esordì non ancora ventenne, il 9 febbraio 1930 nel match tra Italia e Svezia finito 4-2 con due sue gol. Trascinatore nell’eroica vittoria per 5-0 a Budapest contro l’Ungheria, autentica forza del tempo, Giuseppe Meazza fu anche il leader che portò gli azzurri a vincere il primo Mondiale, quello del 1934 in casa.
La prima Coppa Rimet alzata al cielo. Quattro le reti in quella manifestazione: due contro la Grecia nei preliminari, una contro gli Stati Uniti negli ottavi e una nei quarti di finale, ripetuti, contro la Spagna.

Quattro anni dopo, Meazza, è ancora il condottiero azzurro: diverso il ruolo, centrocampista, ma con più responsabilità rappresentata dalla fascia di capitano al braccio. In semifinale, contro il Brasile, Meazza segnò l’ultima delle sue 33 reti realizzate con la maglia azzurra. Fu una rete decisiva (l’Italia si impose 2-1), ma anche tragicomica: a causa della rottura dell’elastico dei pantaloncini, tirò il rigore tenendoli con una mano.
Il suo record di gol sarà raggiunto dal solo Gigi Riva nel 1973 per un totale di 35 reti con la Nazionale.