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Francia 2019

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Suo papà è congolese, sua mamma triestina. Nata a Trieste il 27 marzo 1989, a sette anni ha cominciato a giocare a pallone, a diciassette ha debuttato in serie A col Tavagnacco, a diciannove la prima volta in azzurro. Laureata in Lingue e Letterature Straniere all’Università di Udine, parla quattro lingue (oltre all’italiano anche inglese, francese e spagnolo). Oggi Sara Gama è capitano bianconero e della Nazionale azzurra, condottiera e leader nella formazione che è arrivata fino ai quarti di finale del Mondiale francese del 2019.

Sara ha vestito, tra le altre, anche le maglie del Paris Saint Germain e del Brescia, formazione con la quale ha vinto uno Scudetto, una Coppa Italia e due Supercoppe Italiane, titoli che si aggiungono all’Europeo Under 19 conquistato con le Azzurrine nel 2008. Difensore solido e roccioso, Sara non è soltanto uno dei più importanti talenti in circolazione ma anche, e soprattutto, un vero e proprio punto di riferimento per l’intero movimento calcistico femminile italiano: Gama è impegnata in Federazione come membro del Federal Board e Presidente della Commissione per lo Sviluppo della figura femminile del calcio.

Barbie rende omaggio a Sara Gama - Juventus.com

Non è, dunque, un caso se Sara Gama è stata selezionata nel 2018 dalla Mattel come “Shero”, unica italiana sportiva tra le 17 personalità del presente e del passato che hanno saputo diventare fonte di ispirazione per le generazioni di ragazze del futuro, proprio in occasione della Giornata Internazionale della Donna.

Un riconoscimento accompagnato dalla creazione di una bambola Barbie “One of a kind” che riproduce le fattezze di Sara Gama, con la maglia della Juventus e la fascia da capitano.

Essere un esempio per le nuove generazioni nell’abbattere le barriere della società di cui lo sport a volte è specchio: questo è l’obiettivo che mi spinge a dare sempre di più. Barbie accompagna da tempo l’infanzia delle bambine e mi piace il fatto che le ispiri a sperimentare i propri sogni attraverso il gioco

Un vero e proprio “Role Model” che ha saputo alzare la voce dopo l’esaltante Mondiale per pretendere parità contrattuale e condizione economica per il movimento calcistico femminile in Italia.

Sara Gama, discorso al Quirinale: “120 anni, tempo relativo ...

Accadde Oggi: A Selma, il 17 marzo 1972 nasceva Mariel Margaret Hamm detta Mia, ex calciatrice statunitense, di ruolo attaccante, ritenuta la migliore calciatrice della storia

 

Per un breve infinito istante, sembrava che il tempo si fosse fermato nell’estate del 1999. In una calda giornata californiana, uno stadio stracolmo con oltre 90.000 tifosi rimase in silenzioso e immobile, carico di ansia e paure, mentre Brandi Chastain si preparava a prendere la rincorsa per calciare il rigore che avrebbe potuto consegnare la Coppa del Mondo al suo Paese, agli Stati Uniti, padroni di casa.

Era il 10 luglio e il Rose Bowl di Pasadena ribolliva di afa e sudore. Una partita infinita, quella contro la Cina, dopo lo 0-0 dei 90’ minuti e dei supplementari. La terza finale del Mondiale femminile si sarebbe decisa ai calci di rigore. Brandi Chastain, destro naturale, era stata allenata per calciare anche di sinistro ,e anche se non aveva mai tirato dagli 11 metri col suo piede debole, decise di andarci col sinistro. Aveva già alzato al cielo la prima storica Coppa del Mondo, nel 1991, e a lei toccava il quinto e ultimo rigore dopo che la cinese Liu Ailing aveva fallito il suo tentativo. Un’ultima esitazione, poi il tiro e il boato.

Before a packed and jubilant stadium, the U.S team received their gold medals.

Un ruggito travolse  Chastain: tutto il team della Nazionale femminile statunitense corse verso la propria eroina; lei si strappò la maglia, la sventò per aria prima di crollare sulle sue ginocchia. Quella, a sua insaputa, diventerà l’esultanza più iconica nel calcio femminile anche perché quella finale, a suo modo, segnerà il passo decisivo verso la crescita esponenziale di un movimento e di una credibilità agli occhi di tutto il mondo.

Risultati immagini per Brandi Chastain

Fu la finale di fine millennio e mai una folla così festante e voluminosa si era riunita precedentemente per un evento sportivo femminile. Non solo presenti allo stadio e durante tutto il Mondiale, ma per estensione quasi 40milioni americani videro quel match. Certo, lo sport ha corso tantissimo negli ultimi decessi, sono state raggiunte nuove vette e nuovi record, ma dopo 20 anni, l’eredità lasciata dalle “99ers” (come vengono chiamate in America le eroine del 1999) è ancora sotto gli occhi di tutti. Un’eredità che si è espansa oltre i confini patriottici e di cui ne ha beneficiato tutto il calcio e le donne stesse.

Alla fine degli anni ’90, il calcio femminile era nella  sua acerba formazione, stava sbocciando com’era evidente dalla mancanza di risorse economiche e copertura mediatica. Formata nel 1985, la Nazionale americana, partecipò al suo primo torneo in Italia, un quadrangolare che vedeva anche l’Inghilterra e la Danimarca, ma più che essere una squadra, più di sentire addosso il peso della maglia, era un agglomerato di atlete prim’ancora che calciatrici. Michelle Akers, forza del centrocampo di quell’epoca, ricorda che nonostante le strigliate del coach, fu solo quando iniziarono a subire cocenti sconfitte che l’orgoglio venne scalfito e decisero di impegnarsi e radicalizzare il calcio nella loro cultura.

Captain Carla Overbeck (4) raises the World Cup trophy aloft, elevating women's football to another level in the country.

I meriti furono, poi, di Anson Dorrance, che nel 1986, prese le redini della Nazionale femminile e instillò nelle giocatrici la massima filosofia possibile: era un sogno, una visione, vedere gli Stati Uniti arrivare in alto, essere la squadra migliore al mondo. Un seme piantato in ciascuna ragazza che come leggenda o mitologia è stato poi consegnato anche alle generazioni successive.

E proprio lavorando sulla generazione successiva, gli Usa hanno alzato per competenza e professionalità l’approccio al calcio. Così Mia Hamm, Kristine Lilly e Julie Foudy, appena adolescenti, furono invitate a prendere parte a una sessione d’allenamento e furono scelte al posto di colleghe decisamente più esperte. L’intuizione fu determinante e, con gli occhi del presente, ovvia: Kristine Lilly, con 354 presenze e 23 anni di militanza, è ancora la calciatrice con più presenze in Nazionale. E che dire di Mia Hamm? Ha vestito la casacca a stelle e strisce dal 1987 al 2004, segnando 158 in 276 partite, vincendo la Coppa del Mondo nel 1991 e 1999, aggiudicandosi l’alloro alle Olimpiadi di Atlanta 1996 e Atene 2004. Ritenuta la migliore calciatrice della storia, ha vestito per diciassette anni la maglia della Nazionale statunitense, ha vinto due FIFA Women’s World Player of the Year (2001 e 2002) ed è una delle sole due donne incluse nella FIFA 100, la lista dei migliori 125 calciatori di tutti i tempi.

Per far breccia nella cultura popolare e sdoganare pregiudizi, la Mattel, per promuovere e rilanciare il Mondiale del 1999, mise in commercio la Barbie “Soccer Teresa”, ispirandosi alla silhouette della stessa Hamm che, però, in campo giocava per un solo obiettivo: la sua grinta era pari alla sua umiltà e tutto quello che fecero di eroico era per migliorare il loro sport.

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Sia dentro che fuori dal campo, le “99ers” hanno mostrato al mondo di cosa erano capaci le atlete e, di riflesso, di cosa erano capaci le donne. Erano altruiste, autentiche e determinate a fare la differenza. Bill Clinton, al tempo presidente americano, era tra i 90.000 presenti e ospitando le vincitrici alla Casa Bianca, disse: «Il vostro successo avrà un impatto enorme, più di quanto le persone possano rendersene conto oggi e avrà un impatto di vasta portata non solo negli Stati Uniti, ma anche negli altri paesi».

US President Bill Clinton (L), First Lady Hillary Clinton (C) and daughter Chelsea Clinton with members of the U.S. Women's soccer team in the locker room.

Nella roulette dei calci di rigore, gli Stati Uniti trionfarono 5-4 e a determinare l’errore della cinese Liu Ailing fu il portiere Briana Scurry. Oltre a essere una delle primi giocatrici afro-americane professioniste, Scurry è stata anche una delle prime calciatrici apertamente gay e ha promosso campagne per l’uguaglianza di genere. Ha dato voce alla battaglia sulla discriminazione salariale ed è tra le pionieristiche fondatrici della WUSA, l’associazione di calcio femminile statunitense. A distanza di anni, la sua missione è ancora la stessa: «Anche se non giochiamo più, vogliamo fare tutto il possibile per progredire nel gioco e nell’uguaglianza in termini di diritti e di opportunità».

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Fonte: Cnn

Il 2019 è stato un anno importante per il calcio femminile, complice l’edizione più seguita dei Mondiali e in cui molti campionati europei hanno assistito a un rapido aumento di interesse e popolarità. Italia compresa. Così il Guardian ha realizzato una lista delle 100 migliori calciatrici del 2019 e, anche se l’edizione della Coppa del Mondo francese ha visto il predominio degli Stati Uniti, il tabloid inglese ha premiato l’attaccante australiana Samantha Kerr, il cui recente trasferimento al Chelsea è stato uno dei più costosi nella storia dei campionati femminili. Classe 1993, è la calciatrice più pagata al mondo con 600 mila dollari d’ingaggio e un totale di 2 milioni, bonus compresi. Megan Rapinoe, recente vincitrice del Pallone d’oro, si è piazzata al terzo posto, dietro l’inglese Lucy Bronze, difensore dell’Olympique Lione campione d’Europa in carica da quattro anni.

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Gli Stati Uniti, però, sono la Nazionale più rappresentata, con diciannove giocatrici in lista, seguiti da Francia, Inghilterra, Svezia e Germania, che non a caso sono i paesi europei con i campionati femminili più competitivi. È calato invece il Brasile, la cui prima giocatrice in classifica è Debinha al ventiduesimo posto seguita da Marta Da Silva, miglior marcatrice nella storia dei Mondiali, al ventiseiesimo. L’Italia e la Serie A sono rappresentate soltanto dall’attaccante della Juventus Barbara Bonansea, in cinquantatreesima posizione. Il Guardian ha spiegato che la capitana della Nazionale Sara Gama ha ricevuto molte preferenze, ma non abbastanza da entrare nella classifica.

Il Mondiale storico giocata da protagonista e da leader. Poi l’accoglienza del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. E ancora gli impegni di qualificazione a Euro 2021 con la Nazionale, ancora tante battaglie con la maglia della Juventus e ora anche un riconoscimento. Sara Gama, capitano dell’Italia femminile e del club di Torino, infatti, è l’unica calciatrice azzurra inserita tra le 55 candidate per il FIFA FIFPro Women’s World11, il premio dedicato alla squadra “ideale” dell’ultima stagione.

Il riconoscimento per il miglior undici femminile dell’anno, introdotto per la prima volta quest’anno, sarà svelato il prossimo 23 settembre al Teatro della Scala di Milano in occasione della cerimonia per il Best FIFA Football Awards. La nazionale più rappresentata è quella delle campionesse del Mondo, gli Stati Uniti, con 14 candidate, a seguire Inghilterra e Olanda (7 calciatrici a testa) e Francia (6). Fra i club invece il primato spetta al Lione, con 13 candidate.

Le 55 calciatrici candidate al ‘FIFA FIFPro Women’s World11 2019’

Portieri (5)

Sarah Bouhaddi (FRA) – Olympique Lione
Christiane Endler (CHI) – Paris Saint-Germain
Hedvig Lindahl (SWE) – Chelsea/Wolfsburg
Alyssa Naeher (USA) – Chicago Red Stars
Sari van Veenendaal (NED) – Arsenal/Atletico Madrid

Difensori (20)

Millie Bright (ENG) – Chelsea
Lucy Bronze (ENG) – Olympique Lione
Kadeisha Buchanan (CAN) – Olympique Lione
Abby Dahlkemper (USA) – North Carolina Courage
Crystal Dunn (USA) – North Carolina Courage
Nilla Fischer (SWE) – Linkopings
Sara Gama (ITA) – Juventus
Alex Greenwood (ENG) – Manchester United/Olympique Lione
Steph Houghton (ENG) – Manchester City
Ali Krieger (USA) – Orlando Pride
Saki Kumagai (JPN) – Olympique Lione
Amel Majri (FRA) – Olympique Lione
Griedge Mbock (FRA) – Olympique Lione
Maren Mjelde (NOR) – Chelsea
Kelley O’Hara (USA) – Utah Royals
Wendie Renard (FRA) – Olympique Lione
Michelle Romero (VEN) – Deportivo La Coruna
Camila Saez (CHI) – Rayo Vallecano
Becky Sauerbrunn (USA) – Utah Royals
Stefanie van der Gragt (NED) – FC Barcellona

Centrocampisti (15)

Andressa Alves (BRA) – AS Roma
Kosovare Asllani (SWE) – CD Tacon
Sara Daebritz (GER) – Paris Saint-Germain
Julie Ertz (USA) – Chicago Red Stars
Formiga (BRA) – Paris Saint-Germain
Jackie Groenen (NED) – FFC Francoforte / Manchester United
Amandine Henry (FRA) – Olympique Lione
Lindsey Horan (USA) – Portland Thorns
Rose Lavelle (USA) – Washington Spirit
Carli Lloyd (USA) – Sky Blue
Dzsenifer Marozsan (GER) – Olympique Lione
Samantha Mewis (USA) – North Carolina Courage
Sherida Spitse (NED) – Valerenga
Danielle van de Donk (NED) – Arsenal
Keira Walsh (ENG) – Manchester City

Attaccanti (15)

Oriana Altuve (VEN) – Rayo Vallecano
Caroline Graham Hansen (NOR) – FC Barcellona
Pernille Harder (DEN) – Wolfsburg
Tobin Heath (USA) – Portland Thorns
Ada Hegerberg (NOR) – Olympique Lione
Jennifer Hermoso (ESP) – Atletico Madrid/FC Barcellona
Sam Kerr (AUS) – Chicago Red Stars
Eugenie Le Sommer (FRA) – Olympique Lione
Marta (BRA) – Orlando Pride
Lieke Martens (NED) – FC Barcellona
Vivianne Miedema (NED) – Arsenal
Alex Morgan (USA) – Orlando Pride
Nikita Parris (ENG) – Manchester City/Olympique Lione
Megan Rapinoe (USA) – Reign FC
Ellen White (ENG) – Birmingham City/Manchester City

Campionesse sul campo, fuori e negli store. Gli Stati Uniti fanno bottino pieno al Mondiale femminile di Francia 2019.

Le americane hanno meritatamente vinto il loro quarto titolo iridato, battendo l’Olanda per 2-0 nella finale di Lione. Ma il successo è stato anche dal punto di vista del merchandising. La Nike, sponsor tecnico della nazionale a stelle e strisce, ha annunciato che la maglia Usa è stata la più venduta nella categoria calcio sul sito ufficiale dell’azienda. Battute anche quelle maschili e squadre come Brasile e Barcellona.

A confermarlo è stato anche il ceo di Nike, Mark Parker.

Una vera e propria bomba per tutto il mondo calcistico, nessuno mai si sarebbe aspettato che in così poco tempo la volontà di abbracciare il calcio femminile prendesse piede. Ma i numeri parlano chiaro, la maglia statunitense trascina gli introiti della azienda sportiva.

 

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It took all of U.S. We love you. WE WON THE WORLD CUP.

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La Nike ha puntato tantissimo nel Mondiale appena concluso: spot mozzafiato e campagne di sensibilizzazione hanno certamente aiutato. Inoltre, l’esposizione è stata tanta grazie anche al fatto che quasi due terzi delle 24 squadre partecipanti hanno vestito Nike.

La forte visibilità ha contribuito a far salire i ricavi nel segmento delle donne dell’11% a circa 7,4 miliardi di dollari nel corso dell’anno fino al 31 maggio scorso.

E alla fine sono rimaste in due. La finale dei Mondiali femminili tra Stati Uniti e Olanda (in programma domenica 7 luglio ore 17 su Sky e Rai Sport) promette di essere un’occasione storica anche per le trame intriganti e intrecciate tra storie nelle storie. Alla fine a contenderci la Coppa del Mondo ci arriva la squadra detentrice del trofeo e l’attuale campione d’Europa: gli Stati Uniti sono alla loro terza finale consecutiva, con un numero di giocatrici già presenti quattro anni fa in Canada. Jill Ellis, l’allenatrice oggi come allora alla guida della Nazionale, è proprio sull’esperienza già acquisita che preme come arma di forza.

A ostacolare la quarta stella per gli Stati Uniti c’è l’Olanda che ha raggiunto la prima finale di Coppa del Mondo femminile alla sua seconda apparizione assoluta. La loro ascesa così dirompente è stata alimentata da una generazione d’oro, guidata dall’attacco di Vivianne Miedema, Lieke Martens e Shanice van de Sanden.

Chi si aggiudica il titolo di capocannoniere?

E proprio pensando all’eccezionale talento offensivo di entrambe le squadre, la finale di questa ottava edizione dovrebbe essere allettante con la lotta intestina per aggiudicarsi anche l’Adidas Golden Boot, il riconoscimento per il capocannoniere del torneo: da un lato c’è Alex Morgan con 6 gol e Megan Rapinoe, dietro di una rete, mentre per le avversarie difficilmente Miedema, con tre marcature, può insidiare i sogni delle due americane.

Dopo un Gruppo F dominato in lungo e in largo con 18 gol fatti e zero subiti e 9 punti ottenuti battendo Svezia, Thailandia e Cile, le americane si sono trovate dal lato più insidioso e complesso del tabellone costrette ad affrontare Spagna agli ottavi, le padrone di casa della Francia ai quarti e l’ostica Inghilterra in semifinale. Tre match con tre difficoltà differenti risolte con il medesimo risultato di 2-1.  Al contrario, come ha detto la calciatrice Daniëlle van de Donk, le Oranjeleeuwinnen arrivano a questa finale per la prima volta a Francia 2019 come sfavorite dopo aver completato il Gruppo E a punteggio pieno lasciandosi alle spalle Canada, Nuova Zelanda e Camerun e dopo aver battuto Giappone agli ottavi, l’Italia ai quarti e di misura, per 1-0, la Svezia in semifinale. Ma la squadra ha anche ripetutamente dichiarato di non aver ancora mostrato il loro miglior calcio in Francia e sicuramente dovranno fare il massimo per battere le più quotate avversarie. Nelle loro mani c’è ancora una volta la possibilità di stupire il mondo intero.

Come arrivano gli Stati Uniti

Jill Ellis ha più volte sottolineate alle giocatrici l’importanza di iniziare ogni singola sfida con il piede giusto e sul campo le americane hanno risposto con un dato sorprendente: sono andate a segno nei primi 12 minuti di ogni partita di questo Mondiale. Megan Rapinoe non ha giocato la semifinale a causa di un stiramento al bicipite femorale e anche l’eclettica centrocampista Rose Lavelle si è infortunata allo stesso muscolo. Anche se non al 100% le due calciatrici saranno disponibili per la finale. Gli Stati Uniti sanno di avere una forza nella panchina lunga, con Christen Press e Sam Mewis che hanno dimostrato di poter sostituire questo duo.

Come arriva l’Olanda

Squarci di gran bel calcio. L’Olanda, in questo Mondiale, ha mostrato bellissimi triangoli tra le tre centrocampiste, sprazzi di velocità da Shanice van de Sanden e momenti di splendore agonistico da Lieke Martens, come il suo meraviglioso gol nei quarti di finale contro l’Italia. E quando questa squadra inizia a girare, sa essere molto molto letale. Ma croce e delizia, appoggiarsi su singoli talenti qualche volta non ripaga: Shanice van de Sanden durante tutto il torneo ha cercato la forma migliore, Lieke Martens sta lavorando con un infortunio al piede e il portiere titolare Sari van Veenendaal è uscito dal campo dopo aver battuto la Svezia nella semifinale mercoledì con una mano gonfia. La vera preoccupazione per l’Oranjeleeuwinnen sarà ciò che accadrà se uno o più dei suoi protagonisti non è in tempo per recuperare.

Colpaccio svedese nella finale per ma medaglia di bronzo al Mondiale di Francia2019.

Le ragazze, guidate dal ct Peter Gerhardsson, hanno battuto l’Inghilterra per 2-1 grazie alle reti di Asllani e Jakobsson in avvio di gara, seguite da quello di Kirby alla mezz’ora.

Terzo bronzo per le scandinave dopo quelli centrati nel 1991 e nel 2011, senza dimenticare la cocente sconfitta in finale nel 2003 a favore della Germania. La nazionale di Phil Neville, invece, non riesce bissare il gradino più basso del podio ottenuto a Canada2015.

Inghilterra – Svezia 1-2

All’Allianz Riviera di Nizza succede tutto nei primi trenta minuti di gioco. Al primo vero affondo (11esimo minuto) Asllani sfrutta un errore di rinvio dell’esterno difensivo Greenwood e batte un’incolpevole Telford. Allo stesso angolo di porta colpisce anche la numero 10 Jakobsson con un grande tiro a giro al minuto 22.

La reazione britannica avviene con Kirby al 31esimo che taglia al centro e supera la numero 1 Lindahl con un sinistro preciso.
Il momentaneo pareggio lo realizza Ellen White due minuti più tardi con un sontuoso pallonetto. Il gol, però, viene annullato per un sospetto tocco di mani nel primo controllo dell’attaccante. Per la bomber sarebbe stato il suo settimo centro e avrebbe staccato Alex Morgan, ferma a sei.
Prima del termine della prima parte altre due ghiotte occasioni inglesi, non sfruttate da Blackstenius e ancora White.

Girandola di sostituzione nella ripresa che però non porta alle Leonesse i risultati sperati. Una carta per le inglesi è stata Karen Carney all’ultima partita in carriera, così come l’ultimo match è stato per la numero 1 svedese Lindahl.

Terzo posto in saccoccia per le Blagult e ora non ci resta che aspettare la finale di domani tra Usa – Olanda.

Certo avrebbero voluto giocarsi la partita decisiva in finale ma, Inghilterra e Svezia lotteranno per la conquista della medaglia di bronzo ai Mondiali di calcio femminili di Francia2019, all’Allianz Riviera di Nizza alle 17.

Le due formazioni, eliminate in semifinale rispettivamente contro Usa e Olanda, avranno modo di chiudere il cerchio di questo torneo comunque con un terzo posto che vale tanto, alle spalle delle campionesse uscenti e delle campionesse europee.

Per le inglesi del ct Phil Neville che comunque vuole terminare al meglio questo Campionato del Mondo in cui le Leonesse hanno dimostrato un grande spirito di gruppo e un forte carattere.

Quando il match contro gli Stati Uniti è finito, il mio primo pensiero è stato a ‘Come vinceremo sabato?’. So che le ragazze non mi deluderanno!

 

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Final #Lionesses training session for this one!! 😭🤩😍

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Della stessa convinzione è anche il ct scandinavo Peter Gerhardsson che dopo il ko contro l’Olanda ha ribadito di volere finire terzo

Perché è molto meglio che finire quarti e faremo tutto il possibile per riuscirci.

Prima di oggi, lo scorso 11 novembre le due formazioni si sono incontrate in un’amichevole, vinta dalle Blagult per 2-0 al New York Stadium di Rotherham, per quella che è stata la prima sconfitta casalinga per le Leonesse dal lontano 2015.

Scontro di gioco tra Sofia Jakobsson e Alice Greenwood nell’amichevole del 2018

Il ct Neville dovrà fare a meno della centrale Millie Bright, espulsa nella sfida contro gli States. Tuttavia l’Inghilterra vuole cercare di chiudere nel migliore dei modi questo Campionato del Mondo, magari puntando sul possesso del gioco, colmando la distanza tra difesa e centrocampo. Inoltre c’è uno stimolo in più per Ellen White che potrebbe ancora battere Alex Morgan per l’Adidas Golden Boot (entrambe sono appaiate a 6 gol).

Il ct Gerhardsson, invece, ha tutte a disposizione e la voglia di tornare in patria con una medaglia è tanta, specie perché il sogno finale è tramontato solamente ai tempi supplementari contro l’Olanda.

Una delle tante osservate speciali sarà il portiere Hedvig Lindahl. La 36enne di proprietà del Chelsea è quasi sicuramente alla sua ultima apparizione in un Mondiale e certo avrebbe voluto giocarsi la finale così com’è stato al suo esordio nel 2003 (finale contro Usa). In 16 anni di nazionale ha partecipato a quattro Coppe del Mondo con 19 presenze. Una Finale l’avrebbe vista arrivare al punto di partenza, ma invece la sua ventesima partita sarà una battaglia per il bronzo. Tuttavia, nonostante la rabbia e la delusione, è determinata a vincere.

Alla sua seconda partecipazione assoluta ai Mondiali, l’Olanda centra per la prima volta la finale. La decide Jackie Groenen al minuto 99 dei supplementari dopo una partita molto equilibrata tra Olanda e Svezia.

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L’esultanza di Jackie Groenen dopo la rete decisiva

Le campionesse europee sono riuscite a raggiungere gli Stati Uniti grazie al lampo di una delle tante campionesse in squadra. La numero 14 (in onore del grande Cruijff) ha insaccato la palle alle spalle del portiere Lindahl con un bel tiro da fuori area.

Le parate della numero 1 van Veenendaal hanno sicuramente tenuto sempre in vita le orange.

Prima vera palla gol per la Hurtig al 37′. Nella ripresa palo della Fischer e traversa di Miedema, ma il risultato non si sblocca. Nei supplementari arriva il gol che manda l’Olanda a giocarsi il titolo contro gli Stati Uniti e che consacra un biennio notevole dopo la conquista dell’Europeo nel 2017.

OLANDA-SVEZIA 1-0 

Primo tempo abbastanza equilibrato con le scandinave che vanno vicine al vantaggio con la punta Hurtig: una zampata in mischia dopo un corner, salvata benissimo d’istinto col piede dalla van Veenendaal.

Anche la ripresa è un po’ piatta dal punto di vista del gioco, meno per quanto riguarda le occasioni da rete con la Svezia che ci prova con la centrale Fischer con un rasoterra parato dall’estremo difensore olandese e il colpo di testa dell’attaccante Miedema sfiorato quanto basta da Lindahl.

Ai tempi supplementari a tirar fuori il coniglio dal cilindro è Groenen con un gran destro dai venti metri, palla rasoterra diretta sul secondo palo e imprendibile.

99′ Groenen

OLANDA (4-3-3): van Veenendaal; van Lunteren, van der Gragt, Bloodworth, van Dongen; Groenen, van de Donk, Spitse; Beerensteyn (72′ van de Sanden), Miedema, Martens (46′ Roord). Ct: Wiegman

SVEZIA (4-2-3-1): Lindahl; Glas, Fischer, Sembrant, Eriksson (111′ Andersson); Rubensson (78′ Zigiotti Olme), Seger; Jakobsson, Asllani, Hurtig (79′ Janogy); Blackstenius (111′ Larsson). Ct: Gerhardsson

Ammonite: Spitse (O), Zigiotti Olme (S), van de Donk (O)

Con gli Stati Uniti già in finale, siamo in attesa di capire chi tra Olanda – Svezia avrà modo di sfidare le campionesse del mondo uscenti in questa edizione di Francia2019.

Al Parc OL di Lione sarà un match tutto da vivere (diretta su Rai Sport alle 21) tra due squadre che, sin qui, hanno fatto un gran bel cammino sottolineando che entrambe si reputano nazionali outsider.
Sì perché le Orange, già campionesse europee, si giocano per la prima volta un posto nella finalissima; la Svezia, invece, è alla quarta semifinale Mondiale. Le scandinave, però, sono riuscite a volare in finale solamente nel 2003, sconfitte dagli States.

Le due formazioni si sono affrontate anche durante l’Europeo 2017, con le Oranjeleeuwinnen che sono uscite vincenti agli ottavi di finale per 2-0 grazie alle reti di Lieke Martens e Vivianne Miedema, tuttora colonne portanti dell’attacco olandese.

Una giocata di Vivianne Miedema durante l’ottavo di finale a Euro2017

Le due squadre, però, partono abbastanza alla pari. Le olandesi hanno fatto bene contro l’Italia, grazie alle ottime azioni da calcio piazzato; la Svezia è galvanizzata dalla vittoria importantissima contro la Germania: un exploit che ha regalato gioia e consapevolezza dei propri mezzi.

Tra le Blagult sarà assente l’attaccante Fridolina Rolfo per squalifica. Fortunatamente il ct Peter Gerhardsson ha trovato una degna sostituta in Lina Hurtig. Per le scandinave il problema principale sarà arginare l’offensiva olandese che è il punto di forza Orange, perché a livello difensivo qualcosa concedono.

Per le ragazze di Sarina Wiegman sarà un vero banco di prova per capire se ci sono le possibilità di contrastare il grande dominio degli Stati Uniti.