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Disastro aereo di Monaco di Baviera

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Il volo 609 della British European Airways riprova per la terza volta il decollo. C’è troppa neve, all’aeroporto di Monaco-Riem di Monaco di Baviera, dalla cabina di controllo sconsigliano la manovra, ma il pilota ci riprova un’ultima, tragica volta. Quel volo non si alzerà mai, finirà dritto contro le mura di un edificio, in fondo alla pista. In quell’aereo c’è tutto il meglio del futuro e del talento del calcio inglese, una parte dei “Busby Babes” del Manchester United. Sono le 15:04 del 6 febbraio 1958 e 23 dei 44 passeggeri perdono la vita. Otto sono giocatori, tre dello staff, muoiono anche otto giornalisti e quattro membri dell’equipaggio. Ancora oggi ci sono orologi in giro per Manchester bloccati a quell’ora nefasta.

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Il club aveva noleggiato un aereo per fare ritorno dalla partita di Coppa dei Campioni contro la squadra jugoslava della Stella Rossa di Belgrado, terminata con un pareggio per 3-3 e con questo risultato il Manchester United si era qualificato alle semifinali, avendo vinto la gara di andata per 2-1. Il decollo da Belgrado fu ritardato di un’ora perché il giocatore del Manchester United Johnny Berry aveva perso il suo passaporto, ma poi l’aereo fece una fermata programmata a Monaco per rifornirsi di carburante.

Il capitano James Thain, il pilota, tentò di decollare due volte, ma entrambi i tentativi furono infruttuosi per un surriscaldamento del motore sinistro. Al terzo tentativo di decollo si decise di ovviare al surriscaldamento del motore sinistro “ritardandone” l’accelerazione, facendo percorrere all’aereo una lunghezza maggiore di quella usualmente richiesta. Per questo l’aereo fu costretto a utilizzare un tratto di pista non percorso quel giorno dagli altri aerei. In quella zona della pista era presente un sottile strato di neve sciolta, che ostacolò l’accelerazione dell’aereo, impedendo così il decollo. Durante questa operazione l’aereo raggiunse i 217 chilometri orari, ma nel tratto finale calò a 194, una velocità troppo bassa per poter volare e con troppa poca pista per poter interrompere il decollo.

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Alle 15:04 l’aeroplano si schiantò sulla recinzione che circondava l’aeroporto e poi su una casa, che in quel momento era vuota. Parte dell’ala e parte della coda vennero strappate. Il velivolo prese fuoco. Il lato sinistro della cabina di pilotaggio colpì un albero, il lato destro della fusoliera un capanno di legno, all’interno del quale c’era un camion pieno di pneumatici e carburante, che esplose.

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Matt Busby sopravvive allo schianto, anche se per ben due volte all’ospedale gli danno l’estrema unzione. Lo “scozzese di ferro” ce la fa, così come Bobby Charlton, che negli anni a venire proprio con Busby e un trio d’attacco indimenticabile ricostruirà una squadra leggendaria. Senza Duncan Edwards, morto anche lui e a soli 21 anni. Forse il talento più grande, la gemma più preziosa di quel Manchester con cui giocò 177 partite e segnò 21 reti, vincendo due Premier. Divenne il più giovane a debuttare in Nazionale, a 18 anni e 183 giorni. Per tutti era il successore di Billy Wright, il capitano. Come scrive Francesco Cavallini in Io gioco pulito (qui lettura completa):

Duncan può diventare o più amato di Matthews, più famoso di Puskas, e forse più forte di Di Stefano. Destro, sinistro, lancio lungo, tiro da fuori, visione di gioco. Ogni cosa, ogni singola qualità si incastra perfettamente in lui. Busby lo fa giocare da mediano, ma se volesse potrebbe schierarlo persino in porta. Nessun obiettivo gli è precluso. La gloria, quella gloria che ha già assaggiato con la maglia del Manchester United, sarà sua compagna per la vita. Duncan Edwards, il più grande calciatore di tutti i tempi. È scritto nel suo destino. E in Svezia nell’estate 1958 se ne accorgeranno tutti, proprio come se ne è accorto Matt. E invece no. Il mondo scopre Pelé e Garrincha. Non Duncan. E a sollevare la Coppa del Mondo del 1966 non sono le sue mani. Nell’immagine da consegnare alla leggenda c’è Bobby Moore. Ci sono Gordon Banks, Geoffrey Hurst, c’è persino Bobby Charlton, che era su quell’aereo con lui. Ci sono tutti. Ma non Duncan Edwards.

Poco prima della manovra di decollo Edwards riesce a spedire un telegramma alla sua padrona di casa per avvertirla che per problemi atmosferici avrebbe trascorso la notte in Germania. La stella dell’Old trafford si spegne 15 giorni dopo, e con lei un pezzo di quel grande Manchester. Con un ultima frase, però, che Big Dunc riuscì a pronunciare al Dottore poco prima di andarsene:

Quante chance ho di giocare in Premier la settimana prossima?

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