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Non ci sono particolari ragioni per cui chi non abbia visto URSS-Colombia del 1962 se ne debba crucciare. Ma, in fondo, non ci sono motivi neanche motivi per cui chi si sia imbattuto nella sintesi o nei semplici highlights di quell’incontro non ne voglia rinverdire un po’ la memoria. Del resto, le fasi finali della Coppa del mondo offrono a volte match dagli abbinamenti un po’ esotici che regalano inaspettatamente gol, errori ed emozioni e questo fu il destino della sfida tra sovietici e Cafeteros andata in scena nella città cilena di Arica il 3 giugno 1962.

Siamo alla seconda partita della fase a gironi. La Colombia, all’esordio in una fase finale, ha perso 2-1 contro l’Uruguay il primo incontro, l’URSS –campione d’Europa in carica- ha sconfitto 2-0 la Jugoslavia nella riedizione dell’atto conclusivo di Euro 1960. Questo fa dei sovietici i favoriti per uno dei due pass che valgono l’accesso ai quarti e come tali essi si comportano in avvio del match.
Al 14′, infatti, il risultato dice 3-0 grazie a una bordata di sinistro dal limite di Ivanov, non trattenuta dal portiere colombiano Sanchez, al raddoppio ottenuto da una proiezione di Čislenko in area avversaria e a un’altra rete di Ivanov, stavolta con un tiro in diagonale di destro. I sudamericani si risvegliano e al 20′ un bel passaggio filtrante di Serrano trova libero Aceros in area, tiro sotto la traversa e il grande Jašin è battuto. Per festeggiare un colombiano ribatte la palla in porta e buca la rete, evento tutt’altro che raro in quella Coppa del mondo…

Ad ogni modo fin qui tutto normale; anzi, le cose diventano ancor più normali quando al 6′ della ripresa una bello scambio Voronin-Ponedelnik manda quest’ultimo a tu per tu con Sanchez e il 4-1 è cosa fatta.

Abbiamo già capito dall’incipit che la Colombia rimonterà, ma la cosa davvero incredibile è che il tutto inizia grazie a un errore gigantesco del giocatore sovietico più rappresentativo: la palla su un corner di Marcos Coll, effettato, ma decisamente lento, entra rimbalzando in rete senza che Jašin neanche provi a piegarsi per raccoglierla. In Spagna lo chiamano “gol olímpico”, in Portogallo “cantinho”, fatto sta che a tutt’oggi quello di Coll è l’unico gol realizzato direttamente su angolo in una fase finale di un Mondiale.
Dieci minuti dopo, al 77′, siamo già 4-4 per i gol di Rada e Klinger (e anche in questo caso c’è da sottolineare l’uscita a vanvera del portiere sovietico), il risultato non cambierà più, ma, a dire il vero, l’inatteso pareggio non cambierà di molto il destino delle due formazioni: i Cafeteros verranno travolti 5-0 dalla Jugoslavia e usciranno subito, i sovietici batteranno l’Uruguay, ma si fermeranno nei quarti davanti al Cile padrone di casa.

 Il gol da angolo al minuto 6:07

La storia completa è su Calcio Romantico

L’apoteosi dell’effetto o l’esaltazione della curvatura che il piede riesce a imprimere quasi con innaturalezza. I gol da calcio d’angolo sono così, perché sono riservati a pochi “eletti” e perché non se ne vedono spesso. Poi si devono incastrare una serie di fortunati fattori e variabili: qualità del tiratore, blocchi giusti al momento giusto per ostacolare il portiere, agenti atmosferici (il vento, per esempio) che possono favorire la traiettoria e così via. Fisica, matematica, meteorologia e tanto caso.

Dal Papu Gomez contro il Carpi o Maradona, passando per Roberto Baggio contro il Lecce, Stankovic nel derby del 2-0 al 3-2, due volte Recoba, nella lista di nomi illustri e dal guizzo geniale andrebbero inseriti anche Jordan Veretout (anche se la Lega ha poi assegnato autogol a Mirante) ed Erik Pulgar che, nella stessa partita Bologna – Fiorentina del 4 febbraio 2018 e a distanza di tre minuti l’un l’altro (tra il 41’ e il 44’ del primo tempo) hanno estratto il coniglio dal cilindro trovando il “sette” direttamente dalla bandierina.

E poi c’è Massimo Palanca, uno che dalla bandierina ha fatto partire 13 storie d’amore. Tra il vezzo e il vizio, nel suo repertorio c’era anche questo. Era detto “Piedino d’oro” o anche “Piedino di fata” perché calzava il numero 37 di scarpa al punto che l’azienda Pantofola d’oro gli faceva recapitare su commissione un paio personalizzato. A Catanzaro, piazza che ha reso grande, veniva soprannominato O’ Rey ed è facile intuire come sia rimasto nei cuori del club calabrese.
Quasi 600 partite in carriera, 367 passate nel Catanzaro andando dalla Serie B alla Serie A nella prima fase della sua avventura e ritornandoci, dopo giri a vuoto tra Napoli, Como e Foligno, per riabbracciare la sua città adottiva in Serie C1 e nuovamente in B.

Ha segnato tanto Palanca, oltre 200 reti, 137 con la maglia delle Aquile del Sud che vissero il massimo splendore con il presidentissimo Nicola Ceravolo, con Gianni Di Marzio in panchina e Claudio Ranieri come difensore. A rendere ancor più mitologica la figura del baffuto Massimo Palanca quel record davvero unico: 13 gol segnati da calcio d’angolo. Lui sistemava la palla sulla lunetta, contava i passi, faceva partire il suo mancino (Sandro Ciotti lo definì tra i migliori sinistri in Europa).

Tredici gol e qualche aneddoto e qualche partita da ricordare: il 4 marzo 1979, Roma – Catanzaro 1-3. All’Olimpico. Palanca realizza una tripletta: nemmeno a dirlo, il primo gol su corner, poi una fucilata di sinistro e il terzo gol di destro con un tocco delicato.

All’andata avevo già segnato a Paolo Conti da corner ma sulla riga Francesco Rocca aveva sfiorato la palla e non mi avevano assegnato il gol. Così ci riprovai

Semplice. Ci ha riprovato. Per 13 volte in tutto.