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È stata una sorpresa, una piacevole sorpresa. Gli azzurri del bowling hanno conquistato il titolo mondiale a Hong Kong, battendo in finale i campionissimi americani.

Davide che sconfigge Golia, si perché gli Stati Uniti sono il paese in cui è nato il bowling e da anni dominano incontrastati la scena mondiale. Da quest’anno non sarà così, perché sono arrivati gli italiani che sono riusciti a batterli contro qualsiasi pronostico.

Un secco 2-0 (189-169 e 210-166) nell’ultimo atto e medaglia d’oro al collo. La sorprendente realtà è che l’Italbowling è una nazionale di dilettanti che hanno sconfitto dei professionisti.

Non è da molto che la nazionale di bowling ha avuto la sua crescita. Possiamo tranquillamente ribadire che birilli e palla sono per lo più passatempo con gli amici durante i weekend invernali.

Ha saputo fare un egregio lavoro il commissario tecnico, Massimo Brandolini il quale convinto ha ribadito che

I tempi di Fonzie sono cambiati. Ci siamo rimboccati le maniche e abbiamo piano piano risalito la china, considerando che abbiamo dovuto affrontare anche la crisi economica, che ha portato alla chiusura di tanti bowling center.

E sicuramente questa vittoria avvicinerà il pubblico in maniera molto più sentita a questo sport che in America vanta tanti appassionati e professionisti.

La federazione italiana bowling non ha attraversato un bel periodo negli ultimi anni ed è per questo che la vittoria mondiale da prestigio e tanta nuova linfa.

I campioni sono: Pierpaolo De Filippi, Antonino Fiorentino, Marco Parapini, Nicola Pongolini, Marco Reviglio, il più grande con i suoi 53 anni, ed Erik Davolio, il più giovane del gruppo, classe 1996 che nella vita fa il panettiere.

È la stella dell’Italia del judo, ha scalato molto per raggiungere gli altissimi livelli in cui è ora. La campionessa azzurra Edwige Gwend, classe 1990, col suo carisma e la sua dedizione sportiva ha avuto modo di mettere in mostra tutto il suo talento. Atleta del gruppo Fiamme Gialle, da poco è stata insignita anche del premio migliore judoka del 2017.

Partiamo dal passato, come mai hai deciso di intraprendere l’attività sportiva del judo?

Posso confermare che il mio avvicinamento al judo è avvenuto in maniera abbastanza casuale. La mia famiglia è perlopiù di tradizione calcistica, tant’ è che anche mia sorella maggiore lo pratica.
Io a differenza del resto della mia famiglia seppur mediocre nel calcio, non me ne sono mai innamorata e  così già da piccola, a sei anni per la precisione, ho voluto provare qualcosa di diverso. Una palestra di judo vicino casa mi ha permesso di scoprire questo splendido sport e farlo mio

Cosa ti ha dato, nel corso degli anni, questo sport?

Questo sport mi ha dato tanto, e dico che non mi ha tolto niente. Sono cresciuta sia grazie ai miei genitori che grazie al judo che mi ha fatto anch’esso da “genitore”.
Il judo mi ha cresciuta, mi ha formata e ha reso l’Edwige che sono ora.
Questo sport  mi ha plasmato il carattere, mi ha fatto capire il significato dell’impegno, della sofferenza, della caparbietà, del porsi degli obiettivi e cos’è il rispetto. Il judo mi ha educata!

Hai mai pensato di provare a fare un’altra disciplina?

Forse da piccolina un po’ ci ho pensato, ma perché in realtà avrei voluto provare di tutto ero abbastanza curiosa. Il judo, però, mi ha allettata sin dall’inizio e non c’era niente di meglio dello stare scalzi sul tatami a correre qua e là con gli amici

Nel corso della tua carriera ci sono stati dei bei momenti, qual è il più bel ricordo che hai con addosso il judogi?

Lo dico sempre che il ricordo più bello per me è stato il mio primo campionato italiano all’età di 15 anni. Ebbi la possibilità finalmente di parteciparvi perché acquisii la cittadinanza italiana. La vittoria rese ancora il tutto più bello!

Quale, invece, è stato il periodo più buio?

Il periodo più brutto è indubbiamente stato quello dopo l’Olimpiade di Rio de Janeiro 2016. È stato un pessimo periodo sia dal punto di vista sportivo per come si era conclusa la gara in Brasile che familiare, a causa della perdita del mio fratello più grande

Cosa ti aspetti, a livello sportivo, per il futuro prossimo? Immagino anche Tokyo 2020?

Per quanto riguarda gli obiettivi Tokyo 2020 è indubbiamente il più grande e il più importante. Ma ad oggi, dopo aver acquisito una certa maturità, cerco di pensare e a pormi obiettivi a breve/medio termine.
Diciamo che preferisco vivere passo dopo passo i miei piani sportivi così che possa trovare sempre gli stimoli giusti. Lo scopo primario è quello di arricchire il mio palmares e concretizzarlo ancor più possibile

Come avviene la preparazione fisica e mentale per una gara?

La preparazione fisica varia in base alla gara o meglio ancora in base all’obiettivo di gara.
In base a ciò varierà il carico di lavoro: dalla tecnica allo studio dell’avversario. A livello mentale si ricerca sempre la tranquillità interiore, pensando ai propri punti di forza da sfruttare al massimo sul tatami

Il judo oltre a essere uno sport è anche uno stile di vita. È vero?

Verissimo! Una cosa che spesso diciamo è : “una volta judoka, sempre judoka!”.
Il perché sta nel fatto che il judo ti forma, diventa quindi parte della tua vita, parte di te!
Il judo ti insegna a cadere per poi saperti rialzare nello sport così come nella vita! Devo ammettere che senza questo sport, tanti episodi della mia vita scuramente non li avrei superati e non sarei stata in grado di superarli nemmeno oggi

Arrivata in Italia da piccolina, ti senti un po’ anche africana? Hai ancora qualche caro in Camerun?

Italianissima nel cuore! Ma nelle radici c’è anche un bel po’ della mia splendida Africa, del mio splendido Camerun! Mi sento anche una Leonessa d’Africa! Sono super fortunata di aver questo connubio dentro di me.
Della cultura camerunense mi piace il senso di solidarietà che si crea tra i connazionali, specialmente quando si emigra, e il senso di rispetto verso le persone più adulte.
In Camerun ho tantissimi familiari, molti zii e cugini pensa che nemmeno li conosco tutti! (ride, ndr)

Cosa pensi sulla legge dello Ius Soli?

Credo fermamente che lo Ius Soli sia la strada più che giusta da intraprendere. È una legge che per quanto e come sia cambiato il mondo mi pare assurdo non sia ancora in vigore. Per quanto tempo ancora vogliamo negare l’italianità a ragazzi italiani, solo perché nati da genitori stranieri?
Il fenomeno delle seconde generazioni è in atto da un bel po’ di tempo più di quanto si pensi! Pertanto a mio avviso è seriamente assurdo che una legge come lo Ius Soli non sia ancora stata attuata

Sono parole che esprimono grande soddisfazione quelle di Giovanni Malagò sullo sport italiano durante l’anno appena concluso.

Il Presidente del Coni, intervistato dai giornalista di radio 1, si dice molto orgoglioso dei risultati raggiunti e dei trofei conquistati a livello mondiale.

Sono diversi, infatti, i titoli mondiali che a livello individuale sono stati vinti dagli atleti azzurri nelle diverse discipline sportive e questo fa ben sperare anche nella prossima importante competizione dei Giochi Olimpici Invernali di Pyeongchang che avranno inizio il prossimo 9 febbraio 2018 fino al 25 febbraio.

Alle Olimpiadi di PyeongChang l’Italia si presenta con una rappresentanza record e certamente farà bene. Siamo stati dal presidente della Repubblica a ricevere il tricolore, mai come questa volta c’è una rappresentanza quantitativa record da parte del nostro paese, 14 sport su 15 qualificati, 95 discipline su 102

E aggiunge:

Abbiamo moltissime possibilità di andare a medaglia in tante discipline, forse mai nella storia sportiva delle Olimpiadi invernali ne abbiamo avute così tante, penso faremo bene perché ci siamo messi in condizione di fare bene

L’Italia al primo posto in moltissimi sport, come la scherma e il tiro, per un po’ riesce anche a far dimenticare l’insuccesso e la delusione a cui purtroppo si è assistito nel panorama calcistico. Con la nazionale azzurra fuori dai Mondiali 2018 è il calcio l’unico neo nello sport italiano, almeno per il momento:

Allo sport italiano assegno un bel 7 come voto, mentre al mondo del calcio non posso che dare un’insufficienza per la mancata qualificazione al Mondiale. Nella vita sbagliamo tutti, errare è umano ma non lo è perseverare. Abbiamo aggiunto questa nuova delusione, che mancava dal 1958. All’epoca le squadre che si qualificavano al Mondiale erano 16, ora sono 32: questa ferita ha condizionato tante cose, non solo all’interno del mondo del calcio, che pure fa molto per farmi preoccupare

E nonostante a livello di squadre non ci sono stati trofei mondiali, Malagò è soddisfatto perché l’Italia si è comunque fatta onore dimostrando talento e tenacia e guadagnandosi sempre almeno i quarti di finale:

A parte il softball non abbiamo vinto nulla, è vero, ma siamo andati nei quarti in tutte le competizioni in cui ci siamo iscritti, compresi pallavolo e basket uomini e donne. Nel mondo non esistono altri paesi che hanno ottenuto gli stessi risultati, forse la Spagna

Ora si attendono con ansia le Olimpiadi invernali in Corea del Sud e le aspettative sono davvero tante, non solo da parte del Presidente del Coni ma anche di tutto il paese. Gli atleti azzurri in gara sono tra i più forti e, con tutta probabilità, porteranno alta la bandiera italiana anche nel 2018.

Sa dal sapore amaro parlare di basket femminile dopo la sconfitta contro il Belgio delle azzurre nell’Europeo che si sta disputando in Repubblica Ceca, ma c’è comunque da complimentarsi con le ragazze di coach Capobianco che ora sperano di battere la Lettonia per strappare il pass Mondiale 2018.

A guidare le ragazze dell’Italbasket la capitana e veterana, Raffaella Masciadri giocatrice del Famila Schio.
Nata a Como nel 1980, rappresenta una delle cestiste italiane più vincenti della storia del basket femminile, con ben 12 scudetti in bacheca.

Per l’ala azzurra, che da qualche settimana ha ottenuto un ruolo come presidente della Commissione atleti del Coni, un passato anche in America nella WNba, patria del basket mondiale. Per diverse stagioni, infatti, la comasca ha indossato la maglia del Los Angeles Sparks le “sorelle” dei più noti Lakers della Nba maschile.

Un onore per il basket italiano, che oltre ad avere cestisti azzurri tra gli uomini (vedi Belinelli, Bargnani, Gallinari e prima anche Datome), esporta anche talenti femminili negli Stati Uniti.

La capitana Masciadri, nel 2004 viene “notata” dall’allora coach losangelino, Michael Cooper, che decide di chiamarla a sé per inserirla nel gruppo di squadra per l’inizio del campionato WNba che si gioca in estate.

La stagione 2004 non è delle più semplici. Nonostante la fiducia che Cooper ha nei confronti della comasca, Raffaella Masciadri deve sgomitare molto per inerirsi negli schemi e nella realtà americana. Il primo campionato si chiude con 17 presenze e una media di 1,6 punti per partita in quasi 7 minuti di gioco.

Sebbene la prima stagione non sia stata esaltante la società richiama l’azzurra per l’anno seguente. Le cose, infatti, vanno decisamente meglio: si alza la media dei minuti giocati oltre che quella realizzativa, soprattutto dai tre punti.

In Italia rientra gli inverni per giocare con Schio e con la Nazionale. Proprio i molteplici impegni portano la comasca a decidere di “riposarsi” dagli impegni americani, prima di ritornarci nel 2008. Proprio in quella stagione, forse la migliore, le Sparks per un soffio non agguantano le Finals.

Un’esperienza unica per l’ala comasca che porta con sé ricordi indelebili della parentesi statunitense.
L’Italia e il basket italiano però non sono mai stati dimenticati, tant’è che alla prima occasione Raffaella ci è tornata e ha vinto tanto a Schio con la Famila.

Ora a 37 anni, oramai è una veterana ed è nella fase finale della carriera e vuole dare un apporto maggiore ora che ha un ruolo come presidente nella Commissione atleti Coni. In effetti la campionessa, parallelamente alla vita sul parquet, si è anche laureata in Scienze giuridiche.

Studiare e giocare è una cosa che si può fare senza eccessivi eroismi. Basta essere determinate!

E sicuramente lei lo è stata.

Dario Sette