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Da San Martino di Lupari, 13 mila abitanti nel padovano, al tetto del mondo. Con una vittoria, per di più, al fotofinish che la rende perfetta. Camilla Alessio ha realizzato una nuova impresa: ai Mondiali di Francoforte si è laureata campionessa iridata juniores di ciclismo su pista nella specialità dell’inseguimento a squadre.

La 18enne di San Martino di Lupari e le sue compagne Giorgia Catarzi, Sofia Collinelli ed Eleonora Gasparrini sono riuscite a concedere il bis dopo il titolo europeo trionfando per soli sette millesimi contro il quartetto della Nuova Zelanda nell’ovale di Francoforte.

 

Oltre la gioia, immensa, anche una dedica speciale: «Grazie alle mie compagne, allo staff, agli allenatori e alla mia super famiglia. Questa medaglia è per te Samuele Manfredi, che ogni giorno mi insegni a lottare per ciò in cui credo».

Samuele Manfredi è un talentuoso ciclista italiano classe 2000 originario di Pietra Ligure che nel dicembre 2018 ha avuto un grave incidente stradale e che si sta riprendendo dopo essere rimasto anche per un mese in coma farmacologico.

Le lacrime di un compagno di vita. «Stavolta perdo io». Nelle ore dell’addio a Felice Gimondi, il ricordo dell’amico-rivale di sempre Eddy Merckx è il più toccante. Il “Cannibale” all’Ansa ha detto:

Perdo prima di tutto un amico e poi l’avversario di una vita. Abbiamo gareggiato per anni sulle strade l’un contro l’altroma siamo diventati amici a fine carriera. L’avevo sentito due settimane fa così come capitava ogni tanto. Che dire, sono distrutto

Sebbene scosso, Merckx tratteggia con lucidità le virtù di Gimondi: «Felice è stato prima di tutto un grande uomo, un grande campione, purtroppo ce lo hanno portato via. È una grande perdita per il ciclismo. Mi vengono in mente tutte le lotte che abbiamo fatto insieme…Un uomo come Gimondi non nasce tutti i giorni, con lui se ne va una fetta della mia vita. È stato tra i più grandi di sempre».

Lo sport italiano è in lutto. A 76 anni è morto Felice Gimondi, campionissimo del ciclismo mondiale. In vacanza insieme alla famiglia, era ospite di una struttura alberghiera di Giardini Naxos, la località turistica del messinese nei pressi di Taormina. Quando si è sentito male stava facendo il bagno. Nello specchio d’acqua è intervenuta anche una motovedetta della Guardia Costiera, ma tutti i tentativi di rianimarlo da parte dei medici sono stati inutili. L’ex campione italiano, che era sofferente di cuore, secondo i soccorritori sarebbe morto per un infarto.

Gimondi era uno dei sette corridori ad aver vinto tutti e tre i grandi Giri: il Giro d’Italia (per tre volte, nel 1967, 1969 e 1976), il Tour de France (nel 1965) e la Vuelta a España (nel 1968). Ha vinto anche un Campionato del Mondo nel 1973.

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Altro che “eterno secondo”, come qualcuno l’aveva definito per quella lunga e durissima sfida con Eddy Merckx ed i tanti piazzamenti alle spalle del belga. Originario di Sedrina, in Val Brembana, classe 1942, avrebbe compiuto 77 anni il 29 settembre. Invece fu l’unico a resistere alla vena vorace del ‘Cannibale’ Merckx, secondo in assoluto – dopo Anquetil – a completare la Tripla Corona nei Grandi Giri, campione del Mondo nel 1973 a Barcellona, padrone del pavé di Roubaix e delle insidie della Sanremo.
Gianni Brera, che ne descrisse le imprese, per lui aveva coniato i soprannomi Felix de Mondi e Nuvola Rossa. La sua carriera cominciò nel decennio dopo la fine di quella di Magni. Si presentò al Tour de France del 1965, vinse a sorpresa e solo l’indomani si dimise da postino, «perché al posto di lavoro ci tenevo» spiegò. Quel Tour, per l’esuberanza fisica e il modo spericolato di correre, è uno dei tre momenti fondamentali della sua carriera. «Poi c’e’ il Giro del 1976 (il terzo vinto dopo quelli del ’67 e del ’69, ndr), quando in gruppo ero considerato un vecchietto, per la tattica e la gestione della corsa – raccontò lui stesso anni dopo – E il Campionato del Mondo (del 1971, ndr), per averci creduto fino in fondo anche sapendo di essere battuto», ancora una volta dal ‘Cannibale’. Quello era un po’ il motto di Gimondi, costretto ad arrendersi solo contro Merckx. Rimase a lungo la sua «delusione più grande» essere battuto dal belga a cronometro per la prima volta, al Giro di Catalogna: «Ho impiegato due anni a capirlo: Merckx era piu’ forte di me».

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«Dietro alla sua ruota ci sarò» recita anche un verso della canzone che gli dedicò Enrico Ruggeri, “Gimondi e il Cannibale”, L’ultimo giro d’Italia cui partecipò fu quello del 1978: si piazzo’ undicesimo, ma contribuì in maniera decisiva al successo finale di Johan De Muynck, che aveva battuto due anni prima, ora diventato suo compagno di squadra. Concluse la carriera su strada nell’ottobre 1978 partecipando al Giro dell’Emilia. Sotto contratto da professionista con la Bianchi-Faema anche nel 1979, ottenne come ultimo piazzamento, nel febbraio di quell’anno, il terzo posto nel campionato italiano di omnium indoor. Nelle quindici stagioni da pro vinse in totale 141 corse. Dopo il ritiro Gimondi fu direttore sportivo della Gewiss-Bianchi nel 1988, e successivamente, nel 2000, presidente della Mercatone Uno-Albacom, la squadra di Marco Pantani.

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Dopo aver trionfato a Londra, Elia Viviani si prende anche il titolo di campione europeo su strada. L’olimpionico dell’Omnium di Rio 2016 ha vinto infatti allo sprint la prova in linea individuale su strada degli Europei di ciclismo ad Alkmaar, in Olanda. Argento al belga Yves Lampaert, bronzo al tedesco Pascal Ackermann. Ieri la fidanzata di Viviani, Elena Cecchini, aveva conquistato l’argento nella prova femminile. Nell’albo d’oro degli Europei il veneto succede ad un altro azzurro, Matteo Trentin.

 

L’Italia si conferma dunque sul tetto continentale garzie al velocista veronese, che ha conquisatato l’oro al termine di una corsa tutta all’attacco conclusa da un epilogo a due col compagno di club Yves Lampaert. Una gara condotta in modo perfetto dalla squadra italiana, che conclude alla grande una settimana ricca di soddisfazioni: 4 ori, 1 argento e 4 bronzi nell’intera rassegna.

A tutti gli amanti di Netflix e delle serie tv, sicuramente Stranger Things è una delle più seguite e apprezzate.
Da qualche giorno è stata inserita sulla piattaforma streaming la terza stagione e qualche curiosità è saltata fuori.

Tra una ricerca e un’altra per trovare l’ospite del Mind Flayer e per trovare il modo per sconfiggerlo, l’occhio è caduto su uno dei personaggi chiave: Lucas Sinclair (interpretato da Caleb McLaughlin).

Nella quarta puntata, infatti, il ragazzino indossa un cappellino da ciclista del team Ariostea.

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Lucas che sfoggia il cappellino dell’Ariostea, accanto alla fidanzatina Max

La squadra è stata una grande protagonista delle due ruote tra la seconda metà degli anni ’80 e gli anni ’90. Attiva nel professionismo dal 1984, la squadra prende nome dallo sponsor Ariostea Ceramiche con sede a Castellarano, in provincia di Reggio Emilia e fondata nel 1961 da Oriello Pederzoli.

Un dettaglio che ha fatto sorgere molte domande agli appassionati. L’azienda sin dagli anni ottanta ha avuto modo di mettere radici anche negli States, certo fa strano vederlo sfoggiare da un adolescente dell’Indiana.
In nove anni di attività il team ha partecipato a dieci edizioni del Giro d’Italia e quattro Tour de France. Nella corsa rosa del ’91, Massimiliano Lelli vinse la classifica dei giovani.

Nel team, inoltre, ha anche gareggiato l’attuale ct della nazionale italiana, Davide Cassani. L’ex ciclista ha corso tra 1990 e il 1993.

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La divisa della Ceramiche Ariostea nel 1992

All’uscita della puntata, dai profili social della Ariostea Ceramiche qalceh simpatico post:

 

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Strange things happen… #StrangerThings #StrangerThings3 #StrangerThingsSeason3

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Da Reggio Emilia ad Hawkins, un cimelio italiano è dentro Stranger Things.

Non era mai successo, ed è per questo che la vittoria di Marta Bastianelli e Alberto Bettiol è ancora più emozionante e prestigiosa per il ciclismo italiano al Giro delle Fiandre.

Tra le strade belga, in una delle più grandi classiche delle due ruote, il Tricolore ha fatto la voce grossa sia in campo maschile che femminile, con la prima grande vittoria in carriera del 25enne toscano della EF – Education First e l’affermazione della 31enne campionessa europea della Virtu Cycling.

Ad accumunare i due tronfi è stato il muro del Vecchio Kwaremont, a 18 km dal traguardo di Oudenaarde, in cui entrambi hanno sfoderato l’attacco decisivo per l’arrivo.

ALBERTO BETTIOL

Con un po’ di incredulità e dopo sei ore e 19 minuti, ha chiuso davanti a tutti con un vantaggio di 14” sul secondo (il danese Asgreen). Il classe ’93 ha disputato la miglior gara della sua carriera sfruttando al massimo le proprie doti, soprattutto quelle di cronoman che gli hanno permesso di sferrare l’attacco decisivo.

Professionista dal 2014, Bettiol non ha mai ottenuto importanti vittorie. Nel 2016 si è classificato terzo al Tour de Pologne e secondo alla Bretagne Classic Ouest-France; all’ultima Tirreno – Adriatica è giunto secondo nella cronometro finale.

Il prestigiosissimo Giro delle Fiandre rappresenta un grande successo per il ciclismo maschile italiano dato che l’ultimo trionfo azzurro risaliva al lontano 2007 (undicesimo successo azzurro). Dodici anni fa a salire sul podio più alto è stato Alessando Ballan, quest’anno addirittura c’è stata la doppietta con Bettiol e Marta Bastianelli tra le donne.

MARTA BASTIANELLI

A quasi 32 anni, li compirà il 30 aprile, la campionessa europea ha ruggito ancora e ha tenuto a bada l’olandese Van Vleuten e la danese Ludwig. Era dal 2015 che un’italiana non vinceva questa classicissima, allora a vincere è stata Elisa Longo Borghini.

 

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Cosa c’è dietro ad una vittoria epica come questa?… tanto; sacrificio, determinazione, costanza, squadra, passione, persone che credono in te … e potrei scrivere ancora tanto ma penso che queste parole raccolgono molto! Intanto penso a cosa “è successo” oggi, poi magari ci risentiamo 😆 … Grazie di cuore a tutti per l affetto e grazie ai Bos in ammiraglia #BjiarneRis @smallscoaching @rondevanvlaanderenofficial 👊🏻😎 📸 @barthazen . . . What is behind an epic victory like this? much; sacrifice, determination, perseverance, team, passion, people who believe in you, and I could still write a lot but I believe that these words gather a lot! Now I think a little about “what happened today”, then maybe we hear from friends again 😆 … Thank you very much for the affection 🥰🥰 Thanks Sponsor,Team,Staff and also a two big Boss in the car to day #BjiarneRis @smallscoaching @rondevanvlaanderenofficial 😎👊🏻 . . . @teamvirtucyclingwomen @fiammeazzurreciclismo @waoo.dk @kansasworkwear @sportful @cashback.world @munkebjerghotel @srmpower @boyumit @wurthindustridanmark @multiform @morganbluesportscare @ceramicspeed @storck.world @secrettrainingcc @hedwheels @kask_cycling @prologo.official @cycloposition @schwalbetires @tacxperience @beosilkeborg.dk @sportspharma @boerkopcykler @brdr.plagborg @autocentralen @kedgebike @bontcycling @pinotoni @robertodepatre

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Una carriera non semplice per la laziale di Velletri che, dopo esser diventata campionessa mondiale a Stoccarda 2007 a soli 20 anni, aveva smarrito un po’ di sicurezza fino al controverso episodio di doping in cui è stata trovata positiva.

Squalificata per due anni ha seriamente pensato di lasciare il ciclismo fino alla nascita di sua figlia Clarissa nel 2014, la quale è riuscita a dare una spinta notevole anche a livello sportivo. Nel 2015 ha conquistato il Gp della Liberazione, poi la Gand-Wevelgem, la Freccia del Brabante, il titolo di Campionessa d’Europa la scorsa stagione fino al trionfo nelle Fiandre.

Sembra ieri il suo scatto a Les Deux Alpes, sembra ieri la maglia gialla al Tour de France e ancor prima quella rosa al Giro d’Italia.

Sembra ieri la bandana in testa, quando i caschi non erano ancora obbligatori, sembra ieri il suo sguardo concentrato, la stanchezza che si sentiva ma si doveva domare.

Marco Pantani, ovunque sia passato con la sua bicicletta, ha lasciato il segno. Un ciclista che, con la sua professionalità, schiettezza e correttezza, ha saputo conquistare proprio tutti, appassionati e no del ciclismo.

L’estate del 1998 è stata la sua estate, ma anche la nostra estate. Una doppietta storica nei due dei più grandi giri del mondo: Giro d’Italia e Tour de France. Bis che era riuscito a fare soltanto un altro grande eroe dello sport italiano: Fausto Coppi nel 1949 e nel 1952. Una vittoria italiana alla Grande Boucle 33 anni dopo Felice Gimondi (1965).

In quella stagione milioni di italiani sono stati incollati alla tv per guardare le gesta di quell’umile ciclista romagnolo che però sapeva il fatto suo. Al Giro attaccò ripetutamente il suo diretto avversario Tonkov il quale non riuscì a tenere il passo del Pirata. Al termine della 19esima tappa, la Cavalese > Plan di Montecampione, Pantani conquistò tappa e mise le mani sulla maglia rosa che portò fino alla passerella finale a Milano. In quell’edizione Pantani fece sua anche la classifica scalatori battendo José Jaime González.

Braccia aperte per Pantani al traguardo di Plan di Montecampione

Le emozioni però si ripeterono qualche settimana più tardi, tra le strade francesi della Grande Boucle. Dopo le prime tappe in sordina, il Pirata mostra gli artigli all’undicesima tappa con arrivo a Plateau de Beille. Il ciclista romagnolo però, in classifica generale è dietro al tedesco Jan Ullrich che aveva dominato le cronometro.
Ma l’impronta del Pirata su quel Tour de France avvenne qualche giorno più tardi: il 27 luglio durante la 15esima tappa con arrivo a Les Deux Alpes.

Il Pirata all’inseguimento di Ullrich prima dell’attacco decisivo sulle Alpi

Pantani andò all’attacco sul colle del Galibier a quasi 50 chilometri dal traguardo e, nonostante la forte pioggia, riuscì a staccare il tedesco Ullrich arrivando al traguardo in solitaria, con quasi nove minuti di vantaggio. Quel giorno tutta l’Italia era con Pantani, tutta l’Italia pedalò insieme a quel grande atleta. E in quel giorno non solo vinse la tappa, ma si prese anche la maglia gialla, che avrebbe mantenuto fino a Parigi, conquistando l’edizione numero 85 della Grande Boucle.

Le imprese di quella caldissima estete del ’98 in cui Marco Pantani è entrato in maniera indelebile nei cuori degli italiani.

L’abbiamo abbandonato in una stanza d’albergo di Rimini, l’abbiamo negato ai nostri sentimenti, quasi dimenticato salvo poi riconvertici dopo la sua morte, il giorno di San Valentino, il 14 febbraio 2004. L’autopsia rivelò che la morte era stata causata da un edema polmonare e cerebrale, conseguenza di un’overdose di cocaina.
La mamma Tonina grida ancora giustizia, molte cose non quadrano, lei se lo sente, ha inviato più volte a riaprire il caso, poi richiuso: «E’ stato un omicidio e non un suicidio».
Intercettazioni parlano dell’intromissione della camorra, riferendosi all’episodio di Madonna di Campiglio, che alterando il sangue di Pantani lo portò all’esclusione dal Giro d’Italia 1999.

La morte del “Pirata” ha lasciato sgomenti tutti gli appassionati non solo del ciclismo: a testa bassa, abbiamo rimpianto la perdita di un grande corridore, uno degli sportivi italiani più popolari, influenti e belli da vedere dal dopoguerra. Protagonista di tante imprese, anche e soprattutto umane.
Il suo mito, fatto di semplicità e di sacrificio, si è addentrato nella cultura popolare italiana, abbracciando ogni momento della quotidianità. Dal look della sua bandana alle corse tra amici fatte gridando il suo nome passando per il suo impegno sulle due ruote: ha vinto il Giro d’Italia nel 1998, per la prima volta, e nello stesso anno anche Tour de France, 33 anni dopo Felice Gimondi. E chi si dimentica l’incredibile successo nella tappa Les Deux Alpes?
L’accoppiata Giro-Tour è un’impresa riuscita a pochi, pochissimi. Si è ritirato, è ritornato nel 2000 ma non era più lo stesso: durante il Tour de France abbozza una sfida con Lance Armstrong, qualche schermaglia, qualche sussulto finale, prima di lasciare il dominio statunitense.

Anche la musica lo ha celebrato, osannato e ha puntato il dito sulla cecità di chi l’ha abbandonato. Già nel 1999, I Litfiba hanno dedicato a Marco Pantani la canzone Prendi in mano i tuoi anni, pubblicata nel 1999 nell’album Infinito. A differenza di tutte le altre, questa è l’unica canzone scritta quando il ciclista era ancora in vita:

Il tempo corre sul filo segnano il nostro cammino
so già che vuole averla sempre vinta lui
duello duro col tempo con il passato e il presente
e pure oggi mi dovrò affilare le unghie
la luce rossa dice “c’è corrente”
perché qualcosa stimola la mente
il mio futuro è nel passato e nel presente
ehi, dove sei? cosa aspetti ancora?
gioca la tua partita non sarà mai finita
la corsa nel tempo in salita forse è la mia preferita

Poi c’è stato Riccardo Maffoni con Uomo in fuga; Francesco Baccini e la sua In fuga; Alexia ha scritto Senza un vincitore. Tanti artisti differenti come Gli Stadio che hanno scritto appositamente per lui E mi alzo sui pedali, nel quale hanno integrato il testo della canzone con alcuni pensieri scritti dallo stesso ciclista e ritrovati su fogliettini sparsi nella stanza d’albergo:

E mi rialzo sui pedali con il sole sulla faccia
e mi tiro su gli occhiali al traguardo della tappa
ma quando scendo dal sellino sento la malinconia
un elefante magrolino che scriveva poesie
solo per te… solo per te…
io sono un campione questo lo so
un po’ come tutti aspetto il domani
in questo posto dove io sto
chiedete di Marco, Marco Pantani

Nel febbraio 2006, invece, nell’album Con me o contro di me, i Nomadi gli hanno dedicato la canzone L’ultima salita:

Cerchi questo giorno d’inverno
il sole che non tramonta mai
lo cerchi in questa stanza d’albergo
solo e sempre con i tuoi guai.
dammi la mano fammi sognare
dimmi se ancora avrai
al traguardo ad aspettarti
qualcuno oppure no

 

Una canzone dura, ma che ben racconta la critica di una società miope che ha puntato il dito contro quelli che erano i suoi miti per poi scaricarli, secondo logiche morali e ipocrite, è quella scritta da Antonello Venditti nel 2007. Con Tradimento e perdono, il cantautore romano si sofferma non solo su Marco Pantani, ma anche su Agostino Di Bartolomei e Luigi Tengo, uomini che hanno in comune un solo difetto, non esser stati compresi:

Mi ricordi di Marco e di un albergo
nudo e lasciato lì
era San Valentino l’ultimo arrivo
e l’hai tagliato tu
questo mondo coglione piange il campione
quando non serve più
ci vorrebbe attenzione verso l’errore oggi saresti qui
se ci fosse più amore per il campione oggi saresti qui

 

La strada è sempre stata il suo ossigeno, quella di cui si nutriva per emettere il suo respiro da fenomeno. Quell’asfalto presto porterà il suo nome perché via, anzi piazza Marco Pantani sarà presto realtà. Nella sua Cesenatico, dove tutto è iniziato e dove tutto non potrà mai finire, lo sanno anche i muri, le statue e le strade. L’annuncio è arrivato direttamente dal sindaco della città romagnola, Marco Gozzoli, nel giorno in cui il Pirata avrebbe compiuto 49 anni, lo scorso 13 gennaio.

Il percorso burocratico è iniziato lo scorso settembre per iniziativa del consigliere Pd Daniele Grassi. Per una volta le forze politiche sono state unanimi nella condivisione della proposta. Ora la palla passa al prefetto che dovrà completare l’iter previsto in questi casi. La piazza in questione è intitolata a Guglielmo Marconi, il sindaco ha già promesso che sarà trovata un luogo alternativo all’inventore del telegrafo. Nella zona è già presente un monumento che Cesenatico aveva dedicato al campione in bicicletta. Via dei Mille, storica residenza dei Pantani, si trova proprio da quelle parti.

La statua dedicata a Marco Pantani a Cesenatico

 

Marco Pantani è scomparso quasi 15 anni fa, il 14 febbraio 2004. E’ stato uno dei campioni che più ha fatto innamorare gli appassionati sportivi delle sue gesta. Ha infiammato il popolo delle due ruote e non con le sue scalate, le sue bandane, le sue imprese leggendarie, i suoi scatti, i suoi successi e le sue cadute. E da buon eroe maledetto è andato via per alimentare ancor di più la leggenda. Marco Pantani, il fenomeno, il pirata, la piazza.

La targa in ricordo di Pantani nei pressi della statua

 

Sarà un 2019 tutto da vivere per gli appassionati di ciclismo e per i tifosi dello Squalo, Vincenzo Nibali.

Il corridore siciliano ha sciolto ogni dubbio ribadendo che prenderà parte ai due più importanti grandi giri del mondo delle due ruote: il Giro d’Italia e il Tour de France.

Il capitano della Bahrain Merida, a 34 anni, ha voglia di riprovarci, sente il bisogno di credere che possa essere ancora protagonista e di fare la voce grossa in due delle competizioni più importanti della stagione ciclistica.

L’anno scorso ha pesato tanto dire di no alla corsa rosa, per partecipare alla Grande Boucle e al Mondiale di Innsbruck. Per quest’anno, l’idea è quella di fare doppietta: solamente in due occasioni il messinese ha optato alla partecipazione in Italia e in Francia. La prima volta dieci anni fa, quando era molto giovane, e nel 2016, quando ha detto sì al Tour con la maglia Rosa addosso.

Nibali ha ponderato bene la sua scelta e sa di aver raggiunto una maturità tale da poter pianificare il tutto in maniera adeguata.
Prima dell’inizio del Giro, in programma il prossimo 11 maggio, lo Squalo parteciperà anche ad alcune classiche come la Milano – Sanremo, che ha vinto lo scorso anno, e la Liegi – Bastogne – Liegi.

Meno corse nella prima parte, più lavoro in allenamento e in altura per fare il “fondo”. Il debutto stagionale dovrebbe avvenire il 24 febbraio ad Abu Dhabi per l’Uae Tour. Un altro importante test sarà anche la Tirreno – Adriatica programmata dal 13 al 19 marzo, minitour che Nibali ha già vinto in due occasioni.

La vittoria di Nibali al Giro d’Italia 2016

Il siciliano, già entrato nella stretta cerchia dei grandi corridori italiani ad aver vinto in tutti i Grandi Giri, vuole diventare un vero mito. Vincendo la sua terza corsa rosa dopo i trionfi del 2013 e del 2016, affiancherebbe tra gli altri Bartali, Gimondi, Magni e Hinault. Se, invece, dovesse centrare il secondo Tour, appaierebbe Bottecchia, lo stesso Bartali e Coppi.

Tante certezze dunque per il messinese per il 2019. C’è solamente un dubbio ancora da cancellare e riguarda il suo futuro: il contratto con la Bahrain è in scadenza e si devono valutare tanti punti di vista.

Di sicuro a livello finanziario e strutturale in casa Merida stanno cambiando tanti aspetti. La casa automobilistica della McLaren ha acquistato il 50% delle azioni. Non è una semplice sponsorizzazione economica ma un vero e proprio progetto a lungo termine che prenderà il via con il World Tour.

La squadra che, invece, parteciperà per l’ultima volta alla stagione ciclistica è Sky, quella dei campioni Chris Froome e Geraint Thomas.
Sky ha debuttato nel ciclismo professionistico nel 2008, attraverso una collaborazione con la federazione ciclistica britannica e con la dichiarata ambizione di diventare la prima squadra a vincere il Tour de France con un ciclista britannico. Ci è riuscita nel 2012 con Bradley Wiggins. Nei suoi dieci anni di attività, inoltre, ha vinto più di 300 corse, compresi otto Grandi Giri e sei degli ultimi sette Tour de France, con Chris Froome protagonista.