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Ottimo scalatore, buon passista, bravo nelle volate ristrette, «uno scattista che faceva male e al quale non bisognava rispondere per non rimanere secchi sui pedali»: questo è il ritratto che il francese Hinault ha fatto di Giovanni Battaglin, ciclista marosticense che ha messo a segno un’impresa destinata a rimanere nella storia.

È il 1981 e all’età di trent’anni Giovanni Battaglin porta a casa una magica doppietta, vincendo il Giro d’Italia e la Vuelta a España nello stesso anno. Il doppio successo è stato raggiunto soltanto da Eddy Merckx nel 1973 e da Alberto Contador nel 2008. Per il resto, nel corso  della sua carriera professionistica, il ciclista di Marostica ha ottenuto 84 vittorie, partecipando a dieci Giri d’Italia, cinque Tour de France, una Vuelta a España  e otto Campionati del Mondo.

All’età di 21 anni esordisce tra i professionisti al Giro d’Italia. È il 1973, Giovanni corre per la Jollyceramica. In quell’anno partecipano al Giro, leggende del calibro di Gimondi, Fuente e lo stesso Merckx. Il ragazzo di Marostica è un ottimo scalatore, quando arrivano le salite mette in mostra tutto il suo talento. Conclude il Giro di terza posizione. Non male per un esordiente!

L’anno successivo vince il Giro dell’Appennino e partecipa per la prima volta al Tour de France. Nel 1979 conquista la maglia a pois al Tour e conclude la competizione al sesto posto. Ma il 1979 è anche l’anno della grande delusione, di quelle che bruciano tutta una vita, perché solo per un soffio (e qualche gomitata di troppo) il sogno di Giovanni si infrange a pochi metri dall’arrivo.

Il 25 agosto del ’79 si corre il mondiale in Olanda, a Valkenburg. Giovanni è tra i protagonisti dello sprint finale. Degli otto al comando, rimangono in sei, poi in quattro. A circa duecento metri dall’arrivo il ciclista italiano esce allo scoperto, ma il corridore tedesco Thurau, con una brusca deviazione da sinistra a destra, stringe Giovanni in una morsa e l’olandese Raas, beniamino di casa e favorito della gara, con una gomitata lo manda a terra. Un epilogo frustrante. A nulla servirono i reclami di Alfredo Martini per la scorrettezza ricevuta da Battaglin. La giuria, dopo un ora di consulti, attribuì la vittoria a Raas.

Ma l’occasione di rifarsi per Giovanni arrivò presto. Nel 1980 termina terzo al Giro d’Italia. L’anno successivo invece è quello della consacrazione, della gioia infinita, del sogno di tutta una carriera passata sui pedali, dalle salite del Grappa alle vette d’Italia e di mezza Europa. È l’anno del Giro e della Vuelta. Una grande rivincita per il torto subito due anni prima.

Il ritiro per Giovanni Battaglin arriva presto, nel 1984 a soli 33 anni, sulla scia di numerosi infortuni. Dopo tante corse, cadute e traguardi tagliati per primo, oggi il ciclista marosticense ha un’azienda tutta sua. Di cosa?

Biciclette ovviamente!

 

L’Italia non vince il Mondiale da 11 anni, il ct azzurro Davide Cassani si sporge dall’ammiraglia per aggiornare Trentin e incitarlo per gli ultimi chilometri di corsa. Ne mancano otto, «è finita la corsa, ci siete solo voi», dice. Gli azzurri in fuga sono due su quattro, c’è anche Gianni Moscon, Trentin allo sprint ha già vinto in carriera, parte bene ma si pianta sul più bello. E Pedersen, che ne ha di più, va a tagliare il traguardo proprio per una questione di metri e vince il torneo iridato.

L’occasione forse della carriera per Matteo Trentin sfuma perché dopo oltre sei ore di corsa sotto la pioggia e alle prese con il freddo le gambe non sono quelle necessarie per andare a prendersi un oro che dopo la resa del grande favorito, l’olandese Van der Poel, sembrava essere davvero alla portata. A vincere in volata, invece, è il 23enne danese Mads Pedersen che ha più gamba di Trentin e lo beffa sul traguardo di Harrogate, alla fine di un Mondiale 2019 nello Yorkshire che regala sorprese anche nella prova in linea maschile.

Si inizia ancora prima della partenza, con il percorso accorciato a causa del maltempo che non lascia un attimo di tregua per tutta la giornata. Tanti grandi nomi escono dal gruppo dopo pochi chilometri, senza però avere ambizioni di successo: si muovono tra gli altri Roglic, Quintana e Carapaz, che però non avranno voce in capitolo per la vittoria finale. Un ruolo importante potrebbe averlo Gilbert che però resta coinvolto in una caduta a 124 km dalla fine ed è costretto al ritiro, seguito da altri nomi importanti come il campione del mondo 2018 Valverde e l’altro spagnolo Luis Leon Sanchez. L’Italia, invece, perde per strada solo uno sfortunato Ulissi e tatticamente si impone all’interno del gruppo. Prima Gianni Moscon si infila in un tentativo di allungo ai 40 km circa dal traguardo, quando poi a muoversi in prima persona è l’olandese Van der Poel ai meno 33 il primo a reagire con grande prontezza è Matteo Trentin.

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l duo italo-olandese recupera sugli altri attaccanti e così in testa restano in cinque, con due italiani, Trentin e Moscon, l’olandese Van der Poel, lo svizzero Kung e il danese Pedersen. Da dietro il gruppo non si organizza e nessuna squadra ha la forza per ricucire il margine che si crea. I colpi di scena però non sono ancora finiti, perché mentre tutti attendono il duello Trentin-Van der Poel, a 12 km dalla fine, l’olandese va in crisi di fame e si sfila scuotendo la testa, abbandonando così i propri sogni di vittoria. La strada sembra allora spianata per Trentin, l’ammiraglia azzurra urla che la corsa è praticamente finita e che a giocarsela sono i quattro superstiti di una giornata infinita. Moscon si stacca, Trentin si prepara alla volata finale e scatta a circa 200 metri dall’arrivo, la gamba però non lo accompagna, Pedersen lo sorpassa e si prende un successo dolce e inaspettato, lasciando all’Italia un argento che oggi non può che avere il gusto misto di gioia, rabbia e rammarico.

Le parole del ct Davide Cassani:

Siamo partiti ad aprile con un progetto per farci trovare pronti e non abbiamo sbagliato niente Sono orgoglioso della mia nazionale e dei miei ragazzi, erano una cosa sola e hanno corso per vincere, il nostro capitano Trentin è stato superlativo. Negli ultimi 30 metri ha trovato qualcuno più forte e resta l’amarezza perché a quel punto tutti noi speravamo nella vittoria. Ma resta anche il viaggio, l’esperienza, questa Nazionale che ha fatto entusiasmare tanti italiani. Ci abbiamo provato fino alla fine e ci riproveremo dalla prossima edizione

Dietro l’americano Quin Simmons è spuntato da solo, a un certo punto, Alessio Martinelli. L’argento della prova in linea juniores, la terza medaglia azzurra ai Mondiali di Harrogate, è nato a 25 km dall’arrivo. Lo statunitense, nella prova da Richmond ad Harrogate, lunga 144,5 chilometri, è scattato a 33 km dall’arrivo e ha creato il vuoto. Il 18enne valtellinese è riuscito a staccare gli altri compagni di fuga, ma sul traguardo ha accusato 56″ di ritardo da Simmons. Il bronzo va a un altro statunitense, Magnus Sheffield, che regola in volata, fra gli altri, Gianmarco Garofoli, alla fine quinto, a completare l’ottima giornata per i colori italiani che vede piazzarsi tredicesimo Antonio Tiberi, già vincitore della crono iridata junior.

Il coraggio, la forza e la spregiudicatezza di Simmons sono stati premiati e lo stesso vale per Sheffield, altro talento a stelle e strisce, che si è aggiudicato uno sprint ristretto a pochi corridori, ma giunti alle spalle di Martinelli. Anche stavolta, come era avvenuto nella prova a cronometro degli juniores, l’inizio di gara non è stato fortunato per l’Italia, a causa della caduta di Andrea Piccolo, una delle punte di diamante dello schieramento azzurro; per il resto, la squadra è sempre stata in gara, tenendo il ritmo degli avversari e mettendo un uomo sempre negli attacchi. Tranne che nell’occasione in cui Simmons e Sheffield hanno spazzato la corsa, insieme all’inglese Askey, allo spagnolo Rodriguez Cano e al ceco Bittner. Quando il gruppo, tirato soprattutto dagli azzurri, si stava riportando sul drappello di testa, Simmons ha contrattaccato, creando il vuoto alle proprie spalle e ponendo i presupposti per l’impresa iridata che è assolutamente meritata.

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Lo statunitense ha spinto a tutta e, dal gruppetto degli inseguitori, il solo Martinelli è riuscito a uscire per tentare un’impresa disperata. Forse troppo per risultare credibile. Martinelli, quando mancavamo circa 25 km all’arrivo, ha rischiato, lanciandosi in un inseguimento in solitaria. Il 18enne valtellinese, pur non riuscendo a riacciuffare il futuro campione del mondo, ha comunque collezionato secondi preziosi fra sé e gli ormai ex compagni di fuga, mettendosi al collo un argento che vale quasi oro.

Lo vedevo, gli sono arrivato sotto anche a 25″, ma lui è più cronoman di me e non sono riuscito a prenderlo. Non avevamo le radioline e abbiamo scoperto che era fuori soltanto una volta passati sotto il traguardo, a due giri dalla fine. Da allora è stato un lungo, vano inseguimento, ma nessun rimpianto perché questo è un grande argento. Simmons è andato fortissimo, era uno che avevamo cerchiato in rosso. Prima della gara non mi sarei mai aspettato di finire secondo. Bene così

Non mollare mai fino alla fine

È questa la frase che ha accompagnato la vita di Felice Gimondi e che guiderà gli azzurri alla partenza del Mondiale di ciclismo in programma nello Yorkshire. La citazione, seguita dalla firma del campione di Sedrina, sarà infatti presente sulla maglia della Nazionale italiana il prossimo 29 settembre, nella data che sarebbe coincisa con il 77esimo compleanno del ciclista orobico.

La indosseranno gli italiani, dunque, ma non Vincenzo Nibali perché il ciclista ha deciso di non partecipare alla rassegna iridata in programma dal 22 al 29 settembre. Lo Squalo ha detto di non essere abbastanza in forma per far parte della Nazionale italiana, che sarà tra l’altro impegnata in un percorso poco adatto alle sue caratteristiche: «La maglia azzurra per me è sacra e va rispettata. Non sono al top e non è giusto che porti via il posto a un compagno».

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Il commissario tecnico Davide Cassani lo aveva incluso nella lista provvisoria di sedici corridori, dalla quale ora ne dovranno essere tagliati altri sette. I ciclisti di punta della nazionale in Inghilterra saranno Matteo Trentin e Sonny Colbrelli. Ma quella di Nibali non è l’unica “defezione” eccellente: anche Egan Bernal, il vincitore dell’ultimo Tour de France, ha infatti deciso di rinunciare alla rassegna iridata perché non si sente abbastanza in forma dopo il trionfo alla Grande Boucle, in seguito all’apoteosi in giallo si è visto soltanto alla Clasica di San Sebastian e si sta ancora riprendendo dalle fatiche delle tre settimane in terra transalpina.

Assente anche il polacco Michal Kwiatkowski, campione del Mondo 2014, che ha affermato di avere bisogno di riposo dopo il Tour visto che da quel momento i suoi risultati non sono stati dei migliori.

Da San Martino di Lupari, 13 mila abitanti nel padovano, al tetto del mondo. Con una vittoria, per di più, al fotofinish che la rende perfetta. Camilla Alessio ha realizzato una nuova impresa: ai Mondiali di Francoforte si è laureata campionessa iridata juniores di ciclismo su pista nella specialità dell’inseguimento a squadre.

La 18enne di San Martino di Lupari e le sue compagne Giorgia Catarzi, Sofia Collinelli ed Eleonora Gasparrini sono riuscite a concedere il bis dopo il titolo europeo trionfando per soli sette millesimi contro il quartetto della Nuova Zelanda nell’ovale di Francoforte.

 

Oltre la gioia, immensa, anche una dedica speciale: «Grazie alle mie compagne, allo staff, agli allenatori e alla mia super famiglia. Questa medaglia è per te Samuele Manfredi, che ogni giorno mi insegni a lottare per ciò in cui credo».

Samuele Manfredi è un talentuoso ciclista italiano classe 2000 originario di Pietra Ligure che nel dicembre 2018 ha avuto un grave incidente stradale e che si sta riprendendo dopo essere rimasto anche per un mese in coma farmacologico.

Le lacrime di un compagno di vita. «Stavolta perdo io». Nelle ore dell’addio a Felice Gimondi, il ricordo dell’amico-rivale di sempre Eddy Merckx è il più toccante. Il “Cannibale” all’Ansa ha detto:

Perdo prima di tutto un amico e poi l’avversario di una vita. Abbiamo gareggiato per anni sulle strade l’un contro l’altroma siamo diventati amici a fine carriera. L’avevo sentito due settimane fa così come capitava ogni tanto. Che dire, sono distrutto

Sebbene scosso, Merckx tratteggia con lucidità le virtù di Gimondi: «Felice è stato prima di tutto un grande uomo, un grande campione, purtroppo ce lo hanno portato via. È una grande perdita per il ciclismo. Mi vengono in mente tutte le lotte che abbiamo fatto insieme…Un uomo come Gimondi non nasce tutti i giorni, con lui se ne va una fetta della mia vita. È stato tra i più grandi di sempre».

Lo sport italiano è in lutto. A 76 anni è morto Felice Gimondi, campionissimo del ciclismo mondiale. In vacanza insieme alla famiglia, era ospite di una struttura alberghiera di Giardini Naxos, la località turistica del messinese nei pressi di Taormina. Quando si è sentito male stava facendo il bagno. Nello specchio d’acqua è intervenuta anche una motovedetta della Guardia Costiera, ma tutti i tentativi di rianimarlo da parte dei medici sono stati inutili. L’ex campione italiano, che era sofferente di cuore, secondo i soccorritori sarebbe morto per un infarto.

Gimondi era uno dei sette corridori ad aver vinto tutti e tre i grandi Giri: il Giro d’Italia (per tre volte, nel 1967, 1969 e 1976), il Tour de France (nel 1965) e la Vuelta a España (nel 1968). Ha vinto anche un Campionato del Mondo nel 1973.

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Altro che “eterno secondo”, come qualcuno l’aveva definito per quella lunga e durissima sfida con Eddy Merckx ed i tanti piazzamenti alle spalle del belga. Originario di Sedrina, in Val Brembana, classe 1942, avrebbe compiuto 77 anni il 29 settembre. Invece fu l’unico a resistere alla vena vorace del ‘Cannibale’ Merckx, secondo in assoluto – dopo Anquetil – a completare la Tripla Corona nei Grandi Giri, campione del Mondo nel 1973 a Barcellona, padrone del pavé di Roubaix e delle insidie della Sanremo.
Gianni Brera, che ne descrisse le imprese, per lui aveva coniato i soprannomi Felix de Mondi e Nuvola Rossa. La sua carriera cominciò nel decennio dopo la fine di quella di Magni. Si presentò al Tour de France del 1965, vinse a sorpresa e solo l’indomani si dimise da postino, «perché al posto di lavoro ci tenevo» spiegò. Quel Tour, per l’esuberanza fisica e il modo spericolato di correre, è uno dei tre momenti fondamentali della sua carriera. «Poi c’e’ il Giro del 1976 (il terzo vinto dopo quelli del ’67 e del ’69, ndr), quando in gruppo ero considerato un vecchietto, per la tattica e la gestione della corsa – raccontò lui stesso anni dopo – E il Campionato del Mondo (del 1971, ndr), per averci creduto fino in fondo anche sapendo di essere battuto», ancora una volta dal ‘Cannibale’. Quello era un po’ il motto di Gimondi, costretto ad arrendersi solo contro Merckx. Rimase a lungo la sua «delusione più grande» essere battuto dal belga a cronometro per la prima volta, al Giro di Catalogna: «Ho impiegato due anni a capirlo: Merckx era piu’ forte di me».

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«Dietro alla sua ruota ci sarò» recita anche un verso della canzone che gli dedicò Enrico Ruggeri, “Gimondi e il Cannibale”, L’ultimo giro d’Italia cui partecipò fu quello del 1978: si piazzo’ undicesimo, ma contribuì in maniera decisiva al successo finale di Johan De Muynck, che aveva battuto due anni prima, ora diventato suo compagno di squadra. Concluse la carriera su strada nell’ottobre 1978 partecipando al Giro dell’Emilia. Sotto contratto da professionista con la Bianchi-Faema anche nel 1979, ottenne come ultimo piazzamento, nel febbraio di quell’anno, il terzo posto nel campionato italiano di omnium indoor. Nelle quindici stagioni da pro vinse in totale 141 corse. Dopo il ritiro Gimondi fu direttore sportivo della Gewiss-Bianchi nel 1988, e successivamente, nel 2000, presidente della Mercatone Uno-Albacom, la squadra di Marco Pantani.

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Dopo aver trionfato a Londra, Elia Viviani si prende anche il titolo di campione europeo su strada. L’olimpionico dell’Omnium di Rio 2016 ha vinto infatti allo sprint la prova in linea individuale su strada degli Europei di ciclismo ad Alkmaar, in Olanda. Argento al belga Yves Lampaert, bronzo al tedesco Pascal Ackermann. Ieri la fidanzata di Viviani, Elena Cecchini, aveva conquistato l’argento nella prova femminile. Nell’albo d’oro degli Europei il veneto succede ad un altro azzurro, Matteo Trentin.

 

L’Italia si conferma dunque sul tetto continentale garzie al velocista veronese, che ha conquisatato l’oro al termine di una corsa tutta all’attacco conclusa da un epilogo a due col compagno di club Yves Lampaert. Una gara condotta in modo perfetto dalla squadra italiana, che conclude alla grande una settimana ricca di soddisfazioni: 4 ori, 1 argento e 4 bronzi nell’intera rassegna.

A tutti gli amanti di Netflix e delle serie tv, sicuramente Stranger Things è una delle più seguite e apprezzate.
Da qualche giorno è stata inserita sulla piattaforma streaming la terza stagione e qualche curiosità è saltata fuori.

Tra una ricerca e un’altra per trovare l’ospite del Mind Flayer e per trovare il modo per sconfiggerlo, l’occhio è caduto su uno dei personaggi chiave: Lucas Sinclair (interpretato da Caleb McLaughlin).

Nella quarta puntata, infatti, il ragazzino indossa un cappellino da ciclista del team Ariostea.

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Lucas che sfoggia il cappellino dell’Ariostea, accanto alla fidanzatina Max

La squadra è stata una grande protagonista delle due ruote tra la seconda metà degli anni ’80 e gli anni ’90. Attiva nel professionismo dal 1984, la squadra prende nome dallo sponsor Ariostea Ceramiche con sede a Castellarano, in provincia di Reggio Emilia e fondata nel 1961 da Oriello Pederzoli.

Un dettaglio che ha fatto sorgere molte domande agli appassionati. L’azienda sin dagli anni ottanta ha avuto modo di mettere radici anche negli States, certo fa strano vederlo sfoggiare da un adolescente dell’Indiana.
In nove anni di attività il team ha partecipato a dieci edizioni del Giro d’Italia e quattro Tour de France. Nella corsa rosa del ’91, Massimiliano Lelli vinse la classifica dei giovani.

Nel team, inoltre, ha anche gareggiato l’attuale ct della nazionale italiana, Davide Cassani. L’ex ciclista ha corso tra 1990 e il 1993.

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La divisa della Ceramiche Ariostea nel 1992

All’uscita della puntata, dai profili social della Ariostea Ceramiche qalceh simpatico post:

 

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Strange things happen… #StrangerThings #StrangerThings3 #StrangerThingsSeason3

Un post condiviso da Ariostea High Tech (@ariosteahightech) in data:

Da Reggio Emilia ad Hawkins, un cimelio italiano è dentro Stranger Things.

Non era mai successo, ed è per questo che la vittoria di Marta Bastianelli e Alberto Bettiol è ancora più emozionante e prestigiosa per il ciclismo italiano al Giro delle Fiandre.

Tra le strade belga, in una delle più grandi classiche delle due ruote, il Tricolore ha fatto la voce grossa sia in campo maschile che femminile, con la prima grande vittoria in carriera del 25enne toscano della EF – Education First e l’affermazione della 31enne campionessa europea della Virtu Cycling.

Ad accumunare i due tronfi è stato il muro del Vecchio Kwaremont, a 18 km dal traguardo di Oudenaarde, in cui entrambi hanno sfoderato l’attacco decisivo per l’arrivo.

ALBERTO BETTIOL

Con un po’ di incredulità e dopo sei ore e 19 minuti, ha chiuso davanti a tutti con un vantaggio di 14” sul secondo (il danese Asgreen). Il classe ’93 ha disputato la miglior gara della sua carriera sfruttando al massimo le proprie doti, soprattutto quelle di cronoman che gli hanno permesso di sferrare l’attacco decisivo.

Professionista dal 2014, Bettiol non ha mai ottenuto importanti vittorie. Nel 2016 si è classificato terzo al Tour de Pologne e secondo alla Bretagne Classic Ouest-France; all’ultima Tirreno – Adriatica è giunto secondo nella cronometro finale.

Il prestigiosissimo Giro delle Fiandre rappresenta un grande successo per il ciclismo maschile italiano dato che l’ultimo trionfo azzurro risaliva al lontano 2007 (undicesimo successo azzurro). Dodici anni fa a salire sul podio più alto è stato Alessando Ballan, quest’anno addirittura c’è stata la doppietta con Bettiol e Marta Bastianelli tra le donne.

MARTA BASTIANELLI

A quasi 32 anni, li compirà il 30 aprile, la campionessa europea ha ruggito ancora e ha tenuto a bada l’olandese Van Vleuten e la danese Ludwig. Era dal 2015 che un’italiana non vinceva questa classicissima, allora a vincere è stata Elisa Longo Borghini.

 

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Cosa c’è dietro ad una vittoria epica come questa?… tanto; sacrificio, determinazione, costanza, squadra, passione, persone che credono in te … e potrei scrivere ancora tanto ma penso che queste parole raccolgono molto! Intanto penso a cosa “è successo” oggi, poi magari ci risentiamo 😆 … Grazie di cuore a tutti per l affetto e grazie ai Bos in ammiraglia #BjiarneRis @smallscoaching @rondevanvlaanderenofficial 👊🏻😎 📸 @barthazen . . . What is behind an epic victory like this? much; sacrifice, determination, perseverance, team, passion, people who believe in you, and I could still write a lot but I believe that these words gather a lot! Now I think a little about “what happened today”, then maybe we hear from friends again 😆 … Thank you very much for the affection 🥰🥰 Thanks Sponsor,Team,Staff and also a two big Boss in the car to day #BjiarneRis @smallscoaching @rondevanvlaanderenofficial 😎👊🏻 . . . @teamvirtucyclingwomen @fiammeazzurreciclismo @waoo.dk @kansasworkwear @sportful @cashback.world @munkebjerghotel @srmpower @boyumit @wurthindustridanmark @multiform @morganbluesportscare @ceramicspeed @storck.world @secrettrainingcc @hedwheels @kask_cycling @prologo.official @cycloposition @schwalbetires @tacxperience @beosilkeborg.dk @sportspharma @boerkopcykler @brdr.plagborg @autocentralen @kedgebike @bontcycling @pinotoni @robertodepatre

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Una carriera non semplice per la laziale di Velletri che, dopo esser diventata campionessa mondiale a Stoccarda 2007 a soli 20 anni, aveva smarrito un po’ di sicurezza fino al controverso episodio di doping in cui è stata trovata positiva.

Squalificata per due anni ha seriamente pensato di lasciare il ciclismo fino alla nascita di sua figlia Clarissa nel 2014, la quale è riuscita a dare una spinta notevole anche a livello sportivo. Nel 2015 ha conquistato il Gp della Liberazione, poi la Gand-Wevelgem, la Freccia del Brabante, il titolo di Campionessa d’Europa la scorsa stagione fino al trionfo nelle Fiandre.