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È stato uno dei talenti delle giovanili della Juventus, con la quale ha vinto anche un campionato con gli Allievi e una Supercoppa Italiana Primavera. Da qualche settimana si è trasferito in Polonia per vestire la maglia del Legia Varsavia con cui si sta giocando la qualificazione per la prossima Champions League.

Stiamo parlando di Cristian Pasquato, attaccante tecnico (all’evenienza trequartista) classe ‘89, che, dopo diversi anni in giro per alcune squadre italiane e l’ultima stagione in Russia nello Krylya Sovetov Samara, ha deciso di trasferirsi in una delle squadre più blasonate e trionfanti della storia del calcio polacco.

Numero 10 dotato di piedi molto buoni e specialista anche dei calci di punizione, Pasquato ha intenzione di lasciare il segno a Varsavia e il video di presentazione già significa molto. Il primo obiettivo stagionale da raggiungere è sicuramente il girone della Coppa dei Campioni. Dopo aver eliminato in maniera netta il Mariehamn (squadra finlandese) ora deve rincorrere la squadra kazaka dell’Astana che, nella gara d’andata, è passata per 3-1. Nell’occasione l’italiano Pasquato è entrato nella ripresa per dare una scossa aiutando i compagni a segnare la rete per accorciare le distanze. Tuttavia il ritorno in casa, seppur con due gol di svantaggio, potrà essere determinante per il passaggio del turno.

La decisione di lasciare l’Italia per volare in Polonia è stata una scelta presa abbastanza facilmente da Cristian Pasquato, data anche l’esperienza già in Russian Premier League.
A Torino è rientrato da esubero e, non appena si è presentata un’offerta importante ha deciso prima di valutarla per poi trasferirsi definitivamente.

Decisione affrettata l’ha presa qualche anno fa quando era un giovane promessa della Juventus. La Vecchia Signora era allenata da Antonio Conte il quale aveva fatto avvicinare il baby talento alla prima squadra. Pasquato era riuscito ad entrare nelle gerarchie del mister fino a quando la società non acquistò altri 3 giocatori d’attacco e il giovane Pasquato, in fretta e furia, decise di chiedere il trasferimento altrove per cercare una maglia da titolare. Il trasferimento a Lecce prima e a Torino, sponda granata, non sortirono risultati che sperava.

Dopodiché diversi giri in molte piazze calcistiche italiane di Serie A e B: Udinese, Bologna, Padova, Livorno e Pescara. Stagioni anche abbastanza positive per il numero 10 Pasquato che però non riesce a trovare una concretezza nei progetti del squadra che lo acquistano.

Da queste esperienze, scatta l’idea di provare un’avventura estera. Il Krylya Sovetov Samara decide di tesserarlo in prestito dalla Juventus dopo una buona stagione. Venticinque presenze con i russi e 5 reti all’attivo.

Tuttavia a fine stagione il ritorno a Torino e ora la nuova avventura in Polonia con il sogno di poter giocare la Champions League.

Dario Sette

Dai biancoverdi di Siviglia ai biancoverdi di Lisbona. Continua con questi colori l’esperienza estera del 24enne terzino toscano, Cristiano Piccini, ex Primavera della Fiorentina.

Il difensore classe ‘92, dopo l’esperienza in Liga nel Real Betis di Siviglia, sbarca quindi in Portogallo in una delle squadre più blasonate e vincenti del campionato, lo Sporting Portugal di Lisbona.

Il costo dell’operazione si aggira introno ai tre milioni e un contratto quinquennale per il calciatore fiorentino. La società, inoltre, ha inserito una sostanziosa clausola rescissoria di 45 milioni di euro. I lusitani, per aggiudicarsi Piccini, hanno battuto la forte concorrenza del West Bromwich Albion, club di Premier League.


Nuova esperienza quindi per il terzino destro che, nella squadra dei Leoni di Lisbona, va a ritrovare una vecchia conoscenza della Serie A: l’ex Inter e Atalanta Ezequiel Schelotto. Lo stesso El Galgo Schelotto non è stato il primo italiano a trasferirsi nella capitale portoghese. Prima di lui, infatti, l’attuale centrocampista del Sassuolo, Alberto Aquilani, ha trascorso una stagione prima di rientrare in Italia.

Sono molto felice per essere arrivato qui, il club più grande e importante del Portogallo. I tifosi dello Sporting sono fantastici, voglio sfruttare questa occasione. La squadra otterrà da me un lavoro continuo e cercherò di sfornare tanti assist dalla fascia destra. Obiettivi? Voglio migliorare e portare lo Sporting a vincere dei titoli.

Tra le varie voci di mercato che si sono susseguite, per Piccini era apparso anche un papabile ritorno nella sua Firenze, ma la strada intrapresa poi è stata un’altra. Tuttavia la prossima stagione sarà comunque ad alti livelli dato che il club lusitano, oltre a competere a livello nazionale, prenderà parte ai preliminari di Champions League.
A Siviglia, Cristiano Piccini ha disputato buone stagioni, totalizzando 58 presenze con tre gol e quattro assist.

Il trasferimento in Spagna gli è stato consigliato direttamente dall’ex compagno in Viola, Joaquin. Nonostante alcuni infortuni di cui uno grave al ginocchio, il terzino non ha mollato e in questa stagione di Liga che sta per chiudersi può ritenersi più che soddisfatto del suo rendimento. A Lisbona vola con la voglia di fare bene e di ambientarsi subito per mettersi in mostra.

Un po’ di nostalgia per l’Italia sicuramente c’è. A Firenze ha dei bei ricordi soprattutto nel settore giovanile. Con gli Allievi ha vinto uno scudetto mentre con la Primavera una storica Coppa Italia, con tanto di gol in finale all’Olimpico contro la Roma. L’esordio in Serie A arriva al Franchi il 5 dicembre 2010 proprio con la prima squadra Viola, quando l’ex allenatore Sinisa Mihajlovic lo fece entrare al posto del capitano Pasqual contro il Cagliari.

Dopo l’esordio in Serie A, Piccini ha fatto molta altra gavetta tra Carrarese, Spezia e Livorno, prima della chiamata in Segunda division spagnola da parte proprio del Real Betis con la quale ottiene la promozione in Liga.
Ora non spetta che sperare in una bella esperienza a Lisbona, nella squadra dove sono nati esplosi fuoriclasse come Luis Figo e Cristiano Ronaldo, e chissà che un giorno possa rientrare in Italia.

Dario Sette

La sua carriera in Serie A è iniziata con l’etichettatura di eterno secondo, ma in oltre 20 anni di carriera mister Carlo Ancelotti ha sfatato qualsiasi mito diventando l’allenatore re d’Europa grazie alle conquiste dei titoli nazionali dei maggiori campionati europei: Italia, Francia, Inghilterra e Germania; e la decima Champions League del Real Madrid in Spagna.

Ancelotti, con il suo 19esimo titolo in bacheca, è diventato così il re Mida italiano: dove arriva lui, la sua squadra vince. L’ultimo successo in ordine cronologico è stato il Meisterschale in Bundesliga con il Bayern Monaco, avvenuta dopo la delusione per l’uscita dalla Champions League contro il Real Madrid.

Proprio in Spagna quando era allenatore dei blancos, mister Ancelotti non è riuscito a portare a casa la Liga; in compenso però ha avuto modo di ottenere la tanto desiderata quanto storica Décima Coppa dei Campioni.

Nella lista degli allenatori più vincenti della storia del calcio moderno europeo c’è sicuramente il suo nome. Uno sportivo che, dopo i successi con Milan e Roma da calciatore, ha avuto modo di ottenere tantissimi trionfi anche dalla panchina. In effetti, Carlo Magno  (come lo hanno definito alcuni media spagnoli durante la sua esperienza al Real), dopo le due Champions vinte da calciatore, ha avuto modo di alzare altre 3 volte la coppa dalle grandi orecchie: 2 col Milan (2003 e 2007) e una col Real Madrid nel 2014.

In bacheca però ci sono anche e soprattutto i campionati che ha vinto negli ultimi 20 anni.

Dopo un inizio di carriera positivo grazie al raggiungimento di uno inaspettato secondo posto con il Parma nella stagione 1996/97, Carletto subisce un calo dovuto anche alla sfortuna nei primi anni 2000 a Torino, sponda bianconera. Nella Juventus infatti, arriva con l’intento di fare bene e di vincere dopo gli anni trionfanti di Marcello Lippi. Le attese però non vengono ripagate perché nelle due stagioni alla guida della Vecchia Signora  non va oltre due secondi posti (1999/00 Scudetto alla Lazio e 2000/01 Scudetto alla Roma ed etichetta di “perdente di successo”.

In seguito all’esperienza negativa sulla panchina bianconera, nel 2001 Ancelotti si trasferisce al Milan. Nelle otto stagioni trascorse tra i rossoneri, l’allenatore di Reggiolo vince praticamente tutto, diventando anche  il secondo tecnico per numero di presenze della squadra milanese dopo Nereo Rocco. Unica amarezza in rossonero è l’amara sconfitta a Istanbul nella finale di Champions nel 2005 contro il Liverpool, vendicata due anni più tardi ad Atene.

Dal 2009 in poi il tecnico decide di provare esperienze all’estero. La prima avventura fuori dai confini italiani è la Premier League nel Chelsea post Mourinho e Hiddink. A Londra vince campionato, FA Cup e Community Shield. Nel maggio 2011, il presidente dei Blues, Roman Abramovich, in seguito a una stagione inferiore alle aspettative con un secondo posto in campionato e l’eliminazione in Champions League, decide di esonerarlo.

In seguito alla parentesi londinese, mister Ancelotti vola in Ligue 1 nel Paris Saint Germain del presidente Al-Khelaifi. Nella capitale francese riesce a riportare il titolo dopo quasi venti anni di digiuno. La stagione 2012/13 con la vittoria del terzo Hexagonal il Psg non si è più fermato diventando una macchina perfetta in campionato e una realtà concreta anche a livello europeo.

In Spagna nel Real Madrid post Mourinho ha il compito di cambiare totalmente filosofia di calcio rispetto a quella del portoghese e ci riesce. Seppur in Liga non ottiene nessun titolo (3° nel 2013/14 e 2° nel 2014/15) riesce a portare la decima Champions League nella capitale spagnola dopo 12 lunghi anni d’attesa.

L’ultima gioia per Carlo è la Germania. Dopo un anno sabbatico torna a sedere in panchina, nella squadra più titolata in Bundesliga. Con i bavaresi ottiene il suo 19esimo titolo personale e il 27esimo trionfo tedesco della storia del club in Bundes, il quinto di fila (anche questo è un record). La prossima stagione dovrebbe essere ancora a Monaco di Baviera ma chissà se in mente ha ancora altre terre da conquistare. Gli resta poco da esplorare, ma a Carlo Magno sa come e dove vincere.

Dario Sette

Si ferma in finale il sogno Champions League della Sir Safety Conad Perugia: il sestetto umbro è stato sconfitto infatti 3-0 (15-25, 23-25, 14-25), dai russi dello Zenit Kazan, nella finalissima che si è disputata al Palalottomatica di Roma. Per i russi si tratta della quinta vittoria in Champions, la terza consecutiva. Terzo posto per Civitanova, che ha battuto Berlino 3-1 (29-27, 22-25, 25-21, 25-21).

Prova di forza impressionante della formazione di coach Alekno che mostra i muscoli al servizio (11 ace, 4 di uno scatenato Leon) ed in attacco (stratosferico 63% di squadra), non consente a Perugia, con l’eccezione del secondo set, di restare attaccata nel punteggio e si porta a casa la terza Champions League consecutiva dimostrando di essere probabilmente la miglior squadra a livello mondiale.

Escono comunque tra gli applausi del loro popolo i Block Devils di Lorenzo Bernardi arrivati con merito all’atto conclusivo della manifestazione e che si portano a casa una medaglia d’argento comunque di grande valore. Ci hanno provato i bianconeri con uno Zaytsev in grande spolvero (14 punti, best scorer dei suoi e 3 muri vincenti) e con il cuore. C’è poco da rammaricarsi, Kazan si è dimostrata più forte, peccato per il secondo set, giocato punto a punto fino in fondo e deciso dall’Mvp della manifestazione Mikhailov.

SIR SICOMA COLUSSI PERUGIA – ZENIT KAZAN 0-3

Parziali: 15-25, 23-25, 14-25

SIR SAFETY CONAD PERUGIA: De Cecco 1, Atanasijevic 9, Podrascanin 6, Buti 4, Berger 2, Zaytsev 14, Bari (libero), Tosi (libero), Della Lunga, Mitic, Chernokozhev, Birarelli. N.e.: Paris, Franceschini. All. Bernardi, vice all. Fontana.

ZENIT KAZAN: Butko 4, Mikhailov 19, Volvich 3, Gutsalyuk 8, Anderson 7, Leon Venero 16, Verbov (libero), Sivozhelez. N.e.: Salparov (libero), Kobzar, Ashchev, Krotkov, Zemchekov. All. Alekno, vice all. Totolo.

Arbitri: Vladimir Simonovic (SRB) – Erdal Akinci (TUR)

LE CIFRE – PERUGIA: 10 b.s., 3 ace, 41% ric. pos., 15% ric. prf., 42% att., 6 muri. KAZAN: 15 b.s., 11 ace, 58% ric. pos., 21% ric. prf., 63% att., 8 muri.

Si ferma in finale il sogno Champions League della Sir Safety Conad Perugia: il sestetto umbro è stato sconfitto infatti 3-0 (15-25, 23-25, 14-25), dai russi dello Zenit Kazan, nella finalissima che si è disputata al Palalottomatica di Roma. Per i russi si tratta della quinta vittoria in Champions, la terza consecutiva. Terzo posto per Civitanova, che ha battuto Berlino 3-1 (29-27, 22-25, 25-21, 25-21).

Prova di forza impressionante della formazione di coach Alekno che mostra i muscoli al servizio (11 ace, 4 di uno scatenato Leon) ed in attacco (stratosferico 63% di squadra), non consente a Perugia, con l’eccezione del secondo set, di restare attaccata nel punteggio e si porta a casa la terza Champions League consecutiva dimostrando di essere probabilmente la miglior squadra a livello mondiale.

Escono comunque tra gli applausi del loro popolo i Block Devils di Lorenzo Bernardi arrivati con merito all’atto conclusivo della manifestazione e che si portano a casa una medaglia d’argento comunque di grande valore. Ci hanno provato i bianconeri con uno Zaytsev in grande spolvero (14 punti, best scorer dei suoi e 3 muri vincenti) e con il cuore. C’è poco da rammaricarsi, Kazan si è dimostrata più forte, peccato per il secondo set, giocato punto a punto fino in fondo e deciso dall’Mvp della manifestazione Mikhailov.

SIR SICOMA COLUSSI PERUGIA – ZENIT KAZAN 0-3

Parziali: 15-25, 23-25, 14-25

SIR SAFETY CONAD PERUGIA: De Cecco 1, Atanasijevic 9, Podrascanin 6, Buti 4, Berger 2, Zaytsev 14, Bari (libero), Tosi (libero), Della Lunga, Mitic, Chernokozhev, Birarelli. N.e.: Paris, Franceschini. All. Bernardi, vice all. Fontana.

ZENIT KAZAN: Butko 4, Mikhailov 19, Volvich 3, Gutsalyuk 8, Anderson 7, Leon Venero 16, Verbov (libero), Sivozhelez. N.e.: Salparov (libero), Kobzar, Ashchev, Krotkov, Zemchekov. All. Alekno, vice all. Totolo.

Arbitri: Vladimir Simonovic (SRB) – Erdal Akinci (TUR)

LE CIFRE – PERUGIA: 10 b.s., 3 ace, 41% ric. pos., 15% ric. prf., 42% att., 6 muri. KAZAN: 15 b.s., 11 ace, 58% ric. pos., 21% ric. prf., 63% att., 8 muri.

A Dortmund in pochi, questa notte, sono riusciti a chiudere occhio. Il terrore bussa alla finestra, vuole entrare nei cuori e disfare le menti. E’ imprevedibile: colpisce quando meno te lo aspetti. E attacca chiunque.
Ieri aveva puntato i calciatori del Borussia Dortmund. Il martedì della Champions League, una di quelle partite che contano davvero durante la stagione. Contro i francesi del Monaco, nell’affascinante stadio del Signal Iduna Park.

Superate da poco le 19, il pullman che portava la squadra tedesco verso lo stadio è stato attaccato. Tre esplosioni, una dopo l’altra, a 10 km dallo stadio, lungo la Wittbraeucker Strasse. Un attacco mirato, preciso, organizzato da professionisti, da chi, insomma, sa come collegare e piazzare ordigni.
Circolano ipotesi, si fanno idee. Tante teorie, ovviamente, che mettono in mezzo gruppi antifascisti e terrorismo internazionale. La polizia, spiega il giornale Süddeutsche Zeitung, sta seguendo varie piste, ma nelle ultime ore ha preso corpo la pista islamica. Una lettera, la cui autenticità va tutta confermata, trovata nei pressi dell’esplosione comincerebbe con le parole “In nome di Allah il compassionevole, il misericordioso”.

I giocatori, ovviamente, sono sotto shock. Partita rinviata (si giocherà oggi alle 18.45), ma per fortuna, considerando il potenziale rischio di una strage, a riportare delle ferite è il solo centrale spagnolo Marc Bartra. Inizialmente si parlava di lievi ferite al braccio, mentre secondo le ultime informazioni è stato operato al polso per una frattura e per rimuovere le schegge.
Il portiere svizzero Roman Bürki è stato l’unico a parlare, colto dai giornalisti arrivati sul posto: «L’autobus ha girato sulla strada principale e c’è stata un’enorme detonazione. Io ero seduto in fondo vicino a Bartra, che è stato raggiunto da schegge di vetro. Dopo l’esplosione, eravamo spaventati, non sapevamo se potesse succedere altro. La polizia è arrivata rapidamente e ci ha rassicurati».
«Immagini del genere non escono dalla testa»
, ha detto, invece, il direttore generale del Borussia Dortmund, Hans-Joachim Watzke.

.Il terrore, come detto, bussa. Ma Dortmund non lo vuole fare entrare. L’umanità, lo spirito che unisce le persone, le fa abbracciare, è stato superiore. Ha vinto a tavolino contro la paura.
I tifosi francesi che ero già all’interno dello stadio, dopo aver saputo dell’attacco agli avversari hanno iniziato a intonare un potente coro, all’unisono. “Dortmund, Dortmund” hanno gridato, con quella loro “r moscia” riconoscibile ovunque, levando al cielo la voglia di affermare energie positive.

Ma non è tutto: lo stesso Borussia, sul suo profilo Twitter, ha lanciato l’hashtag #bedforawayfans. In buona sostanza, considerando il giorno in più di permanenza per molti supporter monegaschi, vari tifosi Bvb hanno deciso di accoglierli in casa, facendoli riposare e passando una serata particolare. Guardare le immagini per credere: se il terrorismo prova a dividere, il calcio sicuramente unisce. Das ist Fußball!

 

Giovanni Sgobba

Questa è una storia che ha dell’incredibile. Riguarda un buon difensore, roccioso e serio professionista che si avviava verso una buona carriera in serie A in squadre di fascia medio bassa, una carriera probabilmente senza acuti ma sicuramente da onesto mestierante del pallone.

Almeno finché non è passato un treno diretto con destinazione Principato di Monaco. E i treni bisogna saperli prendere. Andrea Raggi su quel treno ci ha costruito la sua fortuna, diventando l’ennesimo talento incompreso del nostro calcio.

GLI ALBORI DELLA CARRIERA

Andrea Raggi nasce ad Arsina, paesino abbarbicato sulle pendici della Val di Vara, in provincia di La Spezia e cresce calcisticamente nell’Empoli dove esordisce in Serie B nel 2004/2005, dopo la prima convincente annata da professionista alla Carrarese nell’allora serie C2, con l’etichetta di giovane difensore solido e di sicuro avvenire.
E la prova del campo conferma quanto di buono si dice di lui sulla carta stampata. Raggi ottiene infatti subito la promozione nella massima serie, diventando ben presto colonna portante della difesa empolese.
Al Castellani rimane per altre tre stagioni in Serie A, sempre da titolare, contribuendo a tre salvezze consecutive con due picchi di assoluto valore come l’8° posto del 2005/2006 e il 7° del 2006/2007 condito dai quarti di finale di Coppa Italia.
Alla fine della stagione 2007/2008 passa al Palermo di Zamparini per ben 7 milioni di euro quale fulcro indiscusso della difesa studiata da Colantuono ma, dopo la prima da titolare, subisce gli effetti della ben nota ira del presidente e, con l’esonero del mister romano e l’arrivo di Ballardini, viene declassato a riserva.
Da lì inizia un continuo peregrinare che lo porta prima a Genova, sponda Samp, poi a Bologna e, con biglietto di andata e ritorno, a Bari, prima di giocare da titolare la stagione 2011/2012 nella squadra emiliana. Al termine della stagione, però, rimane svincolato, perché il Bologna non esercita l’opzione per il suo acquisto.

LA SVOLTA

La fine dei suoi sogni di gloria? Tutto il contrario. E’ l’inizio della seconda carriera di Raggi, una seconda giovinezza che lo porterà a raggiungere vette che, scommettiamo, nemmeno nei suoi sogni più inconfessabili avrebbe immaginato di raggiungere.
Si, perché nel momento più difficile della sua carriera di calciatore, quello della perdita delle certezze, dell’insinuarsi dei dubbi sulle proprie qualità, arrivò una telefonata. Una benedetta telefonata.
Dall’altro lato della cornetta Claudio Ranieri che voleva fortemente il difensore spezzino nella sua nuova esperienza straniera con lo scopo di riportare il Monaco, precipitato in Ligue 2, agli antichi fasti.

Il Monaco è un club prestigioso con una grande storia. Lo ritengo una grande squadra, anche se gioca in Ligue 2. Ha ambizioni importantissime con un grande progetto: non potevo rifiutare

Così si presentò Raggi ai microfoni della tv ufficiale del Monaco, subito dopo il suo arrivo a Montecarlo.

E fu subito gloria. Il Monaco vince la Ligue 2 e torna nella serie che gli compete e Raggi con 35 presenze e ben 4 reti diventa subito l’idolo dei tifosi.
Da lì in poi la crescita di Raggi non conosce soste. Il Monaco, neopromosso, torna subito nelle posizioni di vetta e nei successivi tre campionati colleziona un secondo (2013/2014) e due terzi posti (2014/2015 e 2015/2016). La società investe cifre importanti, gli obiettivi sono sempre più ambiziosi, i giocatori vanno e vengono ma ce n’è uno che non si muove di un centimetro: Andrea Raggi rimane ben saldo al suo posto a difesa della porta monegasca, dimostrando di poter reggere palcoscenici da brividi come quello della Champions League e tenendo alta la fama del Made in Italy.

E si arriva così ai giorni nostri, a una stagione che ha consacrato il Monaco come protagonista assoluto della Champions League grazie all’impresa contro il City dove l’11 di Jardim ha annichilito Aguero e compagni nel doppio confronto, in un modo assai più netto di quanto il risultato finale abbia dimostrato, segnando forse la fine del guardiolismo.
E Raggi? Raggi è stato assoluto protagonista, togliendo spazio d’azione ad un fenomeno come Aguero nel match decisivo del Parco dei Principi, con una marcatura d’altri tempi, asfissiante, degna della vecchia scuola italiana di mostri sacri come Gentile e Burgnich.
Ed ora sotto con la sfida al Borussia Dortmund nei quarti, dove i monegaschi, pur sfavoriti, partono tutt’altro che battuti.

Vengono alla mente ricordi lontani, ma non remoti, istantanee di quel Monaco che nel 2003/2004 sfiorò una storica vittoria nella massima competizione europea per club venendo sconfitto ad un respiro dal traguardo da un’altra assoluta sorpresa: quel Porto che avrebbe dato inizio all’era dorata dello Special One, Josè Mourinho.
Pensare che questo Monaco possa riuscire a ripetere quell’impresa non è poi così assurdo. Magari nella magnifica cornice del National Stadium of Wales di Cardiff potrebbero trovarsi di fronte la Juventus. E sarebbe la ciliegina sulla torta per Andrea Raggi, un calciatore che in Italia non aveva futuro ma che ha fatto jackpot nel Principato.

Michele De Martin

Vi ricordate quando da ragazzini, nei primi pomeriggi caldi, il vostro amico vi citofonava per scendere a giocare a pallone e vostra madre vi obbligava a rimanere a casa per finire i compiti? «Bisogna prima pensare alla scuola, al dovere, poi avrai tempo di giocare», diceva. E se si andava a scuola calcio, la situazione era pressoché la stessa: mai dare priorità al calcio, «non metterti in testa di diventare un calciatore professionista!».

E i genitori non transigono, nemmeno quando hai un ottavo di Champions League da disputare. E’ la curiosa storia di Kai Havertz, ragazzo di appena 17 anni, centrocampista del Bayer Leverkusen, squadra di Bundesliga. Non propriamente un calcio amatoriale da campetto fangoso di periferia.
Eppure Kai ha l’esame di maturità che si avvicina sempre più, deve studiare e non perdere la concentrazione. Così, per il delicato ritorno di Champions League contro l’Atletico Madrid, in accordo con la società, ha preferito non partecipare alla trasferta per rimanere a casa e preparare gli esami.
La conferma è arrivata dal profilo Twitter della società tedesca con la lista dei giocatori indisponibili, ed è esilarante:

Oltre ai canonici assenti per infortunio e squalifica, si legge che Havertz non può prendere parte perché «ha importanti esami a scuola». A onor del vero, va comunque detto che l’impresa del Leverkusen di espugnare il Vicente Calderon era davvero tosta in partenza dopo aver perso miseramente 4-2 all’andata. E infatti, contro i colchoneros di Simeone, i ragazzi del neo arrivato Tayfun Korkut non sono andati oltre allo 0-0.

Havertz ha esordito in Bundesliga il 15 ottobre 2016 contro il Werder Brema, a 17 anni e 4 mesi, e ha scalato le gerarchie del centrocampo del Bayer Leverkusen in brevissimo tempo, collezionando 16 presente e quattro assist. Deve ancora compiere 18 anni, prova a vivere la vita di un normale adolescente, ma immaginatelo tra i compagni di classe: mentre loro guardano la Champions League in televisione, lui può dire di aver esordito, nella competizione europea più importante, il 2 novembre 2016 a Wembley, nella vittoria 0-1 contro il Tottenham della fase a gironi.

Ma, al momento, deve rimanere coi piedi per terra. Anzi, dietro alla scrivania per preparare l’esame di maturità, un traguardo essenziale e formativo nella vita di qualsiasi adolescente.

Possiamo srotolare tutti gli appellativi prendendo prestiti dalla cultura di massa, dalla letteratura, mitologia o dalla musica: la sfida di Champions League tra Napoli e Real Madrid, in 180 minuti da giocare al Bernabeu e al San Paolo, può avere numerose etichette.
La classica, quella più inflazionata, ci porta alla battaglia tra il gigante Golia e Davide, reminiscenze bibliche che trovano eco nel primo libro di Samuele. Il guerriero filisteo che, a prima vista sembrava invincibile, sconfitto dall’arguzia di Davide e dalle cinque pietre scagliate con la sua frombola.
Dalle citazioni coraniche fino alle opere di Caravaggio, del Bernini o di Tanzio, il dualismo intelletto-forza bruta si è propagato nel linguaggio più comune dei nostri giorni.

Tra i tanti ricami saltati fuori attorno a quest’entusiasmante sfida, oltre al ricordo dell’unico doppio precedente (nel 1987, 2-0 per i merengues all’andata in un Bernabeu a porte chiuse; 1-1 al ritorno in casa dei partenopei), Napoli contro la squadra bianca di Madrid è un match di campioni. Tanti sono i calciatori vincenti che hanno sfilato tra la penisola flegrea e quella sorrentina, tra Puerta del Sol e il Palacio Real. Tra loro ci sono anche discreti campioni del Mondo.

In occasione del Mondiale del 2014 giocato in Brasile, il tabloid inglese Daily Mail pubblicò un articolo sui team e, di riflesso, sui campionati maggiori nazionali che hanno avuto il maggior numero di calciatori vincitori di un Mondiale mentre erano tesserati tra le loro file. Nel complesso, la Serie A ha avuto ben 90 calciatori laureatisi campioni del Mondo (con la Juve in testa con 22, seguita dall’Inter con 18).
Anche la Triestina o la Lucchese o il Lecce possono vantare un menzione speciale, ma tra i pezzi da novanta, a Napoli, ricorderanno con piacere uno in particolare, tanto da dedicargli un altarino in via San Biagio dei Librai: nato a Lanús il 30 ottobre 1960 e con l’azzurro, il bianco e il sole cuciti sulla pelle, che sia dell’Argentina o del golfo, “El Pibe de oro”, Diego Armando Maradona.

Ecco che l’accezione Davide contro Golia acquista una sfumatura in più che ne aumenta la tensione, l’ansia e la scaramanzia. Ma che innalza anche la qualità. Se Maradona è l’unico “napoletano” campione del Mondo, il Real Madrid, infatti, può sfoggiare quasi una formazione intera: ben 10 hanno sollevato in trionfo la gloriosa coppa d’oro di Silvio Gazzaniga.
L’infornata più grande, va detto, è merito della Spagna totalizzante dell’ultima era, con due Europei e il Mondiale vinto nel 2010 nella finale contro l’Olanda decisa da Iniesta.

Ben cinque facevano parte di quella spedizione: il portiere Iker Casillas, i difensori Sergio Ramos, Álvaro Arbeloa e Raúl Albiol (ex di questo incontro assieme a José Callejon) e il centrocampista Xabi Alonso.
A completare la formazione ideale ci sono ancora: il terzino brasiliano Roberto Carlos (Corea del Sud-Giappone 2002) che chiude la difesa a 4, così come 4 sono i centrocampisti con il francese Christian Karembeu (Francia 1998) e il duo tedesco Günter Netzer (Germania Ovest 1974) e Sami Khedira (Brasile 2014). Mancherebbe una punta per completare il modulo, ma al Madrid può bastare un solo attaccante: l’argentino Jorge Valdano (Messico 1986).

Nella storia gloriosa a ritmi alterni del Napoli, Maradona è lui l’unico trofeo che i partenopei possono vantare di più di ogni altra cosa. Perché nel Mondiale del 1986, il numero 10 argentino dimostrò che si possono avere tanti campioni in squadra, ma lui era diverso. Speciale, irriverente, imprendibile, leader. Quello che non erano gli altri.
Quello del 1986 fu un Mondiale perfetto nella sua complessità, nelle sue polemiche, nelle sue tensioni politiche. Forse, anche per questo, irripetibile.
Ma senza ombra di dubbio fu un’edizione piena di stelle: dalla Francia di Platini, all’Inghilterra di Linecker, passando per il Brasile di Socrates e la Germania di Rummenigge. E di una rete fantasmagorica: il gol degli “11 tocchi” di Maradona contro l’Inghilterra, seguita dal telecronista sudamericano che non riesce a stargli dietro e si limita a esclamare “ta-ta-ta”.
Qualche istante prima, invece, la marcatura, altrettanto memorabile, passata alla storia come la “mano de Dios”. La più grande scorrettezza e la più bella magia, insieme nella stesa partita. Solo a Diego è concesso fare questo. Tra la guerra delle Malvine, la crisi diplomatica tra due paesi che, per il controllo delle Folkland, hanno impugnato le armi; tra Inghilterra e Argentina c’era solo lui.

Per tutti gli argentini e per gli sportivi, quello sarà per sempre il Mondiale di Maradona. Lui è riuscito a segnare un passaggio importante nel calcio: si può essere trascinatori di un’intera squadra. Anche da soli.
Come ha detto Giovanni Galli, portiere dell’Italia quell’anno:

Se Maradona avesse vestito la maglia della Corea, quell’anno la Corea avrebbe vinto il Mondiale

Prima della nascita della Coppa del mondo per club sotto la supervisione della Fifa, in passato ci sono stati svariati tentativi di organizzare un torneo “sovranazionale” per decretare il miglior club a livello internazionale e mondiale. Riconosciuti o meno, organizzati da mecenati o poco dopo soppressi, il desiderio di scegliere la squadra più forte del globo risale ai primi anni del ‘900 quando il calcio era ancora dilettantistico e una forma embrionale di quello che è oggi.

1908, Il Torneo Internazionale Stampa Sportiva

Antesignano dell’attuale Mondiale per club è il Torneo Internazionale Stampa Sportiva, manifestazione sportiva del 1908, organizzata da La Stampa, quotidiano di Torino. Il formato prevedeva un mini-torneo di qualificazione interno per le squadre italiane che furono Ausonia Pro Gorla, Juventus, Piemonte e Torino, con la vincente che avrebbe poi partecipato al torneo vero e proprio, assieme agli svizzeri del Servette, ai tedeschi del Freiburger e ai francesi del Parisienne. Quell’edizione fu vinta dal Servette che sconfisse, in finale, il Torino per 3-1.

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1909-1911, Sir Thomas Lipton Trophy

Il Torneo Internazionale Stampa Sportiva piacque, c’era entusiasmo attorno, così, Thomas Lipton, imprenditore scozzese e mercante soprattutto di tè, sì offrì per sovvenzionare una seconda edizione che prese il suo nome. Così nacque la Sir Thomas Lipton Trophy, un torneo a scadenza biennale giocato nel 1909 e nel 1911. Alla competizione dovevano partecipare i club in testa nei campionati delle nazioni più forti in quel momento storico, ovvero Inghilterra, Svizzera, Germania, mentre per l’Italia si optò per una selezione dei migliori giocatori tra Torino, Juventus e Piemonte. Nell’edizione 1911 cambiarono leggermente le regole: non ci fu la squadra tedesca, per l’Inghilterra c’era la conferma della squadra detentrice del titolo, ovvero il West Auckland Town (che conquistò anche questa edizione), per la Svizzera il club in testa, mentre Juventus e Torino parteciparono distintamente.

1951-1952, Copa Rio

Nei primi anni 50 venne proposta una nuova competizione internazionale, organizzata dalla  Confederazione sportiva del Brasile, con un richiamo al Mondiale del ’50 disputato in Brasile dopo un vuoto causa guerra mondiale. Al torneo Copa Rio, infatti, partecipavano, su invito, le otto squadre campioni nazionali in carica delle nazioni che meglio si piazzarono al Campionato Mondiale. La prima edizione del 1951 vide la vittoria del Palmeiras contro la Juventus, mentre l’anno dopo, nel 1952, nel derby tutto brasiliano, la Fluminense ebbe la meglio sul Corinthians. Pur con riserva, la Fifa riconobbe la manifestazione del 1951 come il primo torneo per club di livello mondiale e, dunque, il Palmeiras può essere considerato il primo campione del mondo nella storia dei club.

1952-1975, Pequeña Copa del Mundo

Affascinante e poliedrica fu anche la Pequeña Copa del Mundo, torneo che si organizzò a Caracas, in Venezuela, nel 1952. Anche per questa manifestazione si poteva accedere solo tramite invito e, nelle 14 edizioni a intervalli irregolari fino al 1975, parteciparono squadre eterogenee: dal Real Madrid, ai colombiani del Millonarios, passando per il Valencia, il Benfica e il Chelsea, disputarono il trofeo anche la Roma nel 1953, arrivando seconda, e la Lazio, nel 1966, terza. Spazio anche per una Nazionale: nel 1975, il trofeo lo alzò al cielo la Germania Est.

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1960-2004, Coppa Intercontinentale

In quei stessi anni prese corpo un trofeo parallelo, ma che di fatto, diventerà la Coppa Intercontinentale ufficialmente riconosciuta da club e tifosi. Nata nel 1960, come torneo esclusivo tra  la vincitrice della Coppa dei Campioni d’Europa (poi Champions League), e la vincitrice della Coppa Libertadores, la Coppa dei due mondi ha subito modifiche nel corso degli anni: con cadenza annuale, dall’esordio nel 1960 all’edizione del 1979 le due sfidanti si incontravano in una gara d’andata e in una di ritorno nei rispettivi stadi.
Ma a causa di climi sempre più ostili in Sudamerica e a causa della difficile collocazione nel calendario tra i vari impegni, le squadre iniziarono a declinare la partecipazione: nel 1971, gli olandesi dell’Ajax furono i primi.
Negli anni ’80, per recuperare prestigio e creare stabilità, la Toyota decise di gestire direttamente la manifestazione, finanziandola e spostandola in Giappone con un match secco. Una formula che funzionò e che noi italiani ricordiamo soprattutto per le partite della Juventus nel 1996 e del Milan nel 1989, 1990 e nel 2003.

2004, Mondiale per Club

Nel 2004, la Fifa entra prepotentemente nella strutturazione della competizioni, estendendo il torneo a tutti i vincitori dei tornei continentali organizzati della sei confederazioni sotto etichetta della stessa Federazione internazionale. Così oltre Champions League e Libertadores, alla competizione prendono parte anche i campioni centro-nordamericani, quelli africani, quelli asiatici e quelli dell’Oceania. Dal 2007, inoltre, partecipa anche la squadra vincitrice del campionato della nazione ospitante.