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Sono passati quasi 29 anni da quel 17 settembre 1989 in cui un giovanissimo Roberto Baggio salì in cattedra al san Paolo di Napoli per segnare un gol “alla Maradona”.

Un match sentitissimo quello tra i partenopei, guidati dal Pibe de Oro, e la Viola da un promettente Divin Codino che, da lì a poco, diventerà icona del calcio mondiale.

Un Napoli ricco di campioni, capace di vincere poi il secondo scudetto della storia, e una Fiorentina incognita che poi chiuderà a 28 punti, raggiungendo a fatica la salvezza.

Quella partita però è rimasta nella storia del calcio italiano, non tanto per il risultato, ma per come è stata interpretata soprattutto dal giovane Baggio. Complice l’assenza di Diego Armando Maradona, lasciato il primo tempo a a riposo in panchina, il numero 10 viola è riuscito a mettere in mostra tutto il suo talento.

In effetti, nei primi 45 minuti il funambolico fantasista viola realizza una doppietta, portando i toscani sul 2-0 all’intervallo, davanti a uno sorpreso Maradona, fremente in panchina.

Baggio segna una doppietta: la prima rete  su rigore al 22esimo minuto dopo che lui stesso se lo procura. Il numero 10 entra in area dribblando Renica che da terra lo stende. Dal dischetto Roby non sbaglia.

Ma il meglio deve ancora venire. Nove minuti più tardi Baggio decide di prendere palla a centrocampo e partire puntando diritto verso la porta napoletana. Salta nuovamente il difensore Renica e anche un terzino, per poi trovarsi di fronte il portiere Giuliani. Diagonale? Scavetto? No! Il numero 10 decide di spostarsi la palla con la suola (tocco di pura classe), mettendo a sedere l’estremo difensore, per poi calciare a porta vuota. San Paolo annichilito e Roby Baggio scrive una bellissima pagina di calcio a casa di Maradona.

Il match poi sarà vinto dal Napoli grazie a una grandissima rimonta guidata da Maradona, ma in quel giorno a brillare è stata la stella di Baggio, stella che continuerà a brillare per tantissimi anni.

In Serie A non siamo certi abituati a vedere l’attaccante nerazzurro Mauro Icardi disperarsi e arrabbiarsi con se stesso per un gol mancato, piuttosto siamo pronti a vederlo sorridere e a esultare dopo un gol messo a segno.

Qualcosa però durante il derby di Milano è successo. Il numero 9 argentino ha perso quello smalto e quella lucidità che lo contraddistingue in area di rigore e, per una volta, è stato lui a disperarsi e il peggiore in campo del match.

Due gol letteralmente mangiati a Donnarumma battuto, uno negli ultimi secondi di gioco, e che avrebbe significato tre punti per i nerazzurri.

Per i tifosi interisti non resta che riderci su e pensare che per una notte il loro capitano sia stato sciagurato così come il giornalista Gianni Brera coniò il soprannome di “Sciagurato Egidio” all’attaccante Egidio Calloni. Brera prese spunto dal personaggio de “I promessi sposi” di Alessandro Manzoni, anche lui chiamato Egidio, seduttore della Monaca di Monza e definito, nel romanzo, “un giovine, scellerato di professione”.

Approdato al Milan a 22 anni, Calloni era un giovane più che promettente con la garanzia di segnare valanghe di gol, peccato però poi divenne famoso più per quelli sbagliati.

Un soprannome che proprio non andava giù all’attaccante rossonero il quale, anche a distanza di anni dal suo ritiro dal rettangolo verde, ha sempre declinato qualsiasi invito televisivo e giornalistico.

Giorgio Porrà, altro grande giornalista, lanciò addirittura un fortunatissimo programma con uno sguardo romantico sul pallone intitolandolo proprio “Lo Sciagurato Egidio”.

Egidio Calloni si è trovato anche in un’epoca in cui i cronisti punzecchiavano non poco che non aveva feeling col gol. A Calloni a porta vuota di gol ne sbagliò, se così si può dire, uno soltanto, arrivando in ritardo in spaccata su un diagonale che aveva superato il portiere. Per quella che doveva essere l’ennesima domenica di noia la penna di Brera cercò di rendere più frizzante quella giornata indicando nel centravanti rossonero la causa di tutti i mali.

Nel derby di Milano stavolta la sfortuna è caduta sul calciatore nerazzurro Icardi il quale, per una notte, è stato “Sciagurato Egidio”.

Lo sport italiano riesce ad esportare i propri talenti in tutto il mondo e in tutte le discipline sportive: non solo calcio, pallavolo o pallacanestro ma anche nella pallamano.

La 25enne campionessa, Anika Niederwieser, originaria di Bressanone, dopo una lunga permanenza dal (2011 al 2016) nella Esercito-Figh Futura Roma, ha deciso di trasferirsi in Germania in Bundesliga nel Thüringer HC.
Purtroppo il terzino sinistro a causa di un infortunio alla spalla ha concluso anzitempo la stagione e non potrà nemmeno partecipare alla spedizione europea della Nazionale italiana handball in Croazia il prossimo giugno, ma farà il tifo da casa. Anika, operata dal professor Tauber, ha ribadito che sta migliorando giorno per giorno anche grazie alle terapie di riabilitazione e punta alla prossima stagione.

Dal punto di vista professionale per ora preferisce restare all’estero per competere ad alti livelli anche dal punto di vista internazionale.

Come procede al stagione con il Thüringer?

La stagione volge al termine e siamo in lotta ancora per 2 obiettivi: la coppa di Germania, dove ci siamo qualificate per la Final Four e mantenere il  secondo posto in Bundesliga che garantirebbe l’accesso alla EHF Champions League. Quest’anno in Champions siamo usciti al main round e non siamo riuscite a qualificarci per i quarti di finale. Abbiamo margini di miglioramento non è un caso che il Thüringer abbia vinto consecutivamente le ultime sei edizioni della Bundesliga.

Aldilà dell’infortunio, come reputi la tua esperienza sinora nel campionato tedesco?

Sono molto soddisfatta delle mie prestazioni che seppur condizionate dal mio infortunio sono state sicuramente di alto livello. Ho iniziato la mia avventura in Germania giocando e vincendo la Supercoppa da protagonista segnando 8 gol davanti a un pubblico molto numeroso (circa 2000 spettatori) e caldo. Questa è già una grandissima differenza perché in Italia non è così seguita. Ancora siamo un po’ indietro rispetto agli altri Paesi europei ma, analizzando il percorso che la Federazione italiana gioco handball ha intrapreso negli ultimi anni e che sta programmando per il futuro, posso dire che si potrà benissimo diminuire il gap.

La stagione è lunga e pesante?

Sì la stagione parte un mese e mezzo prima dell’inizio del campionato con focus prima riguardo la parte fisica e atletica e poi molti test match. Durante la settimana prepariamo le partite studiando in maniera meticolosa le mosse dell’avversario.

Com’è il tuo rapporto con squadra e mister?

Con le mie compagne mi trovo bene. È stato facile integrarsi nel gruppo perché fin da subito mi hanno messo a mio agio. Siamo un bel gruppo e anche questo è importante. Anche con l’allenatore ho un buon rapporto, crede fortemente in me e ha la grande abilità di saper tirar fuori il meglio da ogni sua giocatrice.

Sinora qual è il tuo più grande successo personale e di squadra?

Il mio più grande successo personale è stato il premio come miglior difensore del Mondiale di Beach Handball 2014 disputato a Recife in Brasile. Con la Nazionale di Beach Handball abbiamo anche conquistato la medaglia d’oro ai Giochi del Mediterraneo nel 2015. Nell’indoor è stato l’accesso ai playoff dei Mondiali che si disputeranno in Germania il prossimo dicembre (la prima volta nella storia).
Mentre una delle emozioni più forti le ho provate al debutto in EHF Champions League, ma non posso dimenticare i brividi che sento quando con l’Italia canto l’inno nazionale insieme alle mie compagne e al pubblico. Da pelle d’oca.

 

Dal punto di vista sportivo-culturale cosa preferisci della Germania rispetto all’Italia?

La cosa che mi ha colpito di più è che in Germania esiste già un’attività propedeutica allo sport quando si è bambini nelle scuole. Puntano molto all’educazione sotto ogni punto di vista.

Passando più sul personale. Dov’è nata la passione per la pallamano?

La tradizione della pallamano della mia famiglia ha radici molto antiche, già mia nonna amava questo sport. Sin da piccola ho trascorso ogni sabato a vedere le partite di mio padre. Ho provato dapprima altri sport (pallavolo, nuoto e atletica leggera) ma crescendo mi sono accorta che i miei geni ospitavano la passione per la pallamano sia indoor che la beach handball.

Durante la tua permanenza in Germania ti è capitata qualche situazione goffa?

Durante il viaggio per affrontare la prima trasferta, a seguito di una frenata dell’autobus, mi si è rovesciato addosso tutto il piatto di spaghetti alla bolognese (ride, ndr).

A cosa ti dedichi nel tempo libero?

Nei momenti in cui sono lontana dai campi, studio o mi incontro con i miei compagni di squadra. In particolare mi piace viaggiare e scoprire nuovi posti.

Credi che dopo la fine del tuo contratto tornerai in Italia?

A me piacerebbe restare ancora all’estero per alcuni anni per giocare ad alti livelli internazionali.

Dario Sette