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Il calcio americano oramai da anni parla italiano e, dalla Major League Soccer sino alle serie minori, alcuni giocatori nostrani decidono di volare negli States per un’avventura sportiva tutta da raccontare.

Uno di questi Italians volati in Usa è sicuramente Jacopo Camilli, attaccante romano classe ’86, che milita nel Miami United Fc (un’altra squadra di Miami dopo quella allenata da Alessandro Nesta).

Camilli con il suo Miami United sono nel campionato di National Premier Soccer League, abbreviata in NPSL.

Come procede l’avventura americana e il campionato a Miami?

La mia avventura a Miami sta andando alla grande. Sono stato accolto benissimo e mi trovo bene con tutto l’ambiente. Il campionato l’abbiamo chiuso al secondo posto a 2 punti dai nostri rivali dei Miami Fusion.

Come mai hai deciso di volare in America e giocare a Miami?

Sono stato qui a Miami già 3 anni fa vincendo un campionato. Qui ho lasciato un pezzo di cuore, a gennaio sono stato ricontatto dall’attuale presidente del club, l’italiano Roberto Sacca, il quale mi ha voluto fortemente. Ho chiesto il permesso alla società italiana in cui giocavo, di poter finire il campionato anticipatamente  e così sono ritornato.

Non è la prima che voli all’estero. Dove sei stato?

Sono stato a Malta e anche lì è stata una bella esperienza calcistica nel Birkirkara. Proprio grazie alla squadra maltese sono riuscito a partecipare a una partita dei preliminari di Champions League al primo anno, e quelli di Europa League al secondo. Le vetrine europee riescono a offrire una grande visibilità.

Rifaresti la scelta di volare altrove?

Certo! Rifarei tutte le scelte prese fino ad ora perché grazie ad esse ho avuto la possibilità di interfacciarmi con nuove culture e modi di pensare. Devo dire che proprio queste situazioni mi hanno aiutato molto anche nel vita di tutti i giorni extracalcistica.

Dal punto di vista personale e umano, come si trova nel contesto culturale americano?

È un contesto in cui vale la meritocrazia. Riesci ad emergere se sei più bravo degli altri. All’inizio di quest’anno ho fatto un po’ più di fatica ad ambientarmi a differenza del primo anno di Miami . Durante la prima parentesi eravamo sette italiani, mentre ora solo uno è rimasto a Miami: Marco Viviano. Quest’anno sono l’unico italiano ad eccezione del mister Stefano Agresti. L’allenatore è una persona eccezionale professionista esemplare però, posso confermare, che quando giochi bene e fai gol le cose scivolano con più facilità. Qui vivo con la mia ragazza Roberta e con il mio cane Ruggero e il tempo libero lo dedichiamo alla visita di posti.

Hai avuto anche un’esperienza nel Cervia di “Campioni il Sogno”, come la valuti?

L’esperienza fatta a Cervia la tengo custodita come un bellissimo ricordo anche se, per un brutto infortunio che mi ha tenuto lontano dai campi per circa un anno, mi ha fatto concludere prima l’avventura. Mi sento fortunato di esser stato protagonista di quel gruppo, tanti ragazzi avrebbero voluto stare al mio posto.

La preparazione è simile a quella del calcio europeo?

Dire di sì. Dato che il mister è italiano, abbiamo una preparazione molto all’italiana. Cambia solamente la routine nello spogliatoio. C’è sempre la musica e prima di ogni gara e allenamento preghiamo tutti insieme. Ciò aiuta anche nel migliorare il feeling tra i compagni.

Le piacerebbe tornare in Italia?

L’Italia è nel mio cuore. Il resto dovrà essere vissuto per poter essere scritto.

Dario Sette