Tag

camerun

Browsing

Lo stadio pieno, le televisioni di tutto il mondo collegate, un po’ di coreografie con fiori, coriandoli, colombe e gente che indossa i costumi tipici, una bella cantata, il richiamo al fairplay e poi il fischio di inizio che dà il via alla competizione. Il rito della partita inaugurale, così come lo pensiamo oggi, è stato introdotto nel 1966 ed è cresciuto via via che la spettacolarizzazione dell’evento Mondiale è divenuta una cosa non secondaria.

Riservata all’esordio della squadra di casa o a quello della squadra campione in carica, il match che ha segnato l’avvio della Coppa del Mondo dall’edizione inglese in poi è stato spesso fonte di risultati inattesi. Vandenbergh, Omam Biyik e Bouba Diop sono stati i protagonisti di tre sconfitte subite dai detentori del titolo. Se, però, lo sgambetto del Belgio vicecampione d’Europa ai danni dell’Argentina di Maradona nel 1982 ci poteva anche stare, ben diverso fu l’impatto della vittoria del Camerun nuovamente sull’Argentina a Italia ’90 e del successo del Senegal sui francesi nel 2002.
Sono, infatti, bene impresse nella mente le immagini dei leoni indomabili, in dieci per quasi tutta la ripresa per l’espulsione di Kana Biyik e in nove negli ultimi minuti per il rosso a Massing, e nonostante tutto vincenti grazie al volo in cielo di Omam Biyik e all’indecisione di Pumpido. E sono altrettanto vividi i ricordi di Diouf che fa impazzire la difesa transalpina e di Bouba Diop che con un tap in regala all’esordiente Senegal la vittoria.

Ad analizzar più a fondo i risultati, si scopre che le prime quattro partite inaugurali finirono 0-0: Inghilterra-Uruguay nel 1966, Messico-URSS nel 1970, Brasile-Jugoslavia nel 1974, Germania Ovest-Polonia nel 1978. E visto che anche l’Italia nel 1986 non riuscì a vincere contro la Bulgaria, 1-1 con reti di Altobelli e pareggio di Nasko Sirakov a pochi minuti dal termine, bisogna attendere il 1994 per vedere finalmente la squadra detentrice del titolo vincere il match inaugurale. In quell’occasione fu la Germania a uscire vittoriosa: 1-0 sulla Bolivia rimasta in dieci per l’espulsione affrettata di Etcheverry comminata dal fiscale Brizio Carter (il nome vi dice qualcosa?). Il gol di Klinsmann fu però oscurato dal gesto tecnico che regalò in mondovisione Diana Ross, fuor di dubbio la vetta più alta raggiunta in una cerimonia inaugurale.

I tedeschi vinsero anche il match di apertura del 2006, stavolta in qualità di paese ospitante (4-2 al Costarica di Wanchope il risultato finale). Due successi nella partita inaugurale li possono vantare anche i brasiliani e curiosamente anche per loro ce ne fu uno da campioni in carica, 2-1 sulla Scozia nel 1998, e uno da padroni di casa, 3-1 alla Croazia -con aiuto arbitrale– nel 2014. A Johannesburg, l’11 giugno del 2010, infine, fu registrato il sesto pareggio nella storia dei match di apertura della Coppa del Mondo; Tshabalala portò in vantaggio i sudafricani, poi Rafa Marquez pareggiò per il Messico, strozzando in gola l’urlo dei tifosi di casa.

In chiusura non possiamo, però, dimenticare che senza colombe, fiori, balli e quasi senza spettatori, agli ordini dell’uruguayano Lombardi, lo stesso Messico e la Francia si ritrovarono di fronte sul campo di Pocitos, a Montevideo, il 13 luglio 1930, in uno stadio che sarebbe stato demolito da lì a poco.
In contemporanea al Gran Parque Central era in programma Stati Uniti-Belgio. Lo stadio del Centenario non era ancora pronto e così gli organizzatori avevano deciso di far disputare le prime partite sui terreni di gioco allora usati da Peñarol e Nacional e, in attesa dello stadio giusto, di non far scendere in campo i padroni di casa.
Così l’onore della prima rete della storia dei Mondiali -anzi, della Coppa Rimet- toccò a un francese, con qualche minuto di anticipo sullo statunitense Bart McGhee. A Pocitos les bleus vinsero agevolmente 4-1 e fu Lucien Laurent al 19′ a portare i suoi in vantaggio. Quasi un segno del destino. Perché di quella Francia, che non sarebbe riuscita a passare il turno, solo Laurent sarebbe vissuto tanto a lungo da assistere al trionfo mondiale del 1998.

 

“Un leone non muore mai, ma dorme”. Un modo di dire che i tifosi del Camerun nel corso degli anni sono soliti pronunciare per stigmatizzare la morte, staccarsi da questa. L’avevano scritto su uno striscione nel 2003 dopo la prematura scomparsa di Marc-Vivien Foé; torna in questi giorni di bocca in bocca tra i sostenitori della Nazionale africana per un’altra dolorsa scomparsa. Uno degli idoli tra i “Leoni indomabili” che fecero sfaville nel Mondiali 1990 disputato in Italia.

Il  9 dicembre, Benjamin Massing, ex-difensore del Camerun, si è spento a 55 anni nella sua casa a Édéa. Il nome di Massing è legato ai più bei traguardi che ha raggiunto la nazionale calcistica camerunense: nel 1988 i Leoni indomabili portano a casa per la seconda volta la Coppa d’Africa e due anni dopo, per la prima volta partecipò ai Mondiali riuscendo a sconfiggere a sopresa l’Argentina di Diego Maradona, campione del mondo, nel match d’esordio, e raggiungendo il gradino dei quarti di finale persi contro l’Inghilterra in un indimenticabile 3-2.

Patrick Mboma, altro idolo camerunense, è stato uno dei primi giocatori a rendergli tributo sui social:

Tutti abbiamo i nostri eroi. E’ brutto svegliarsi e sapere che uno di questi non c’è più. Un leone non muore mai, ma dorme! Addio, campione

Thomas Nkono, Roger Milla e Francois Omam-Biyik, il giustiziere dell’Argentina nel match d’esordio a San Siro l’8 giugno 1990.  Anche Massing, a modo suo, fu protagonista di quel match: il difensore è tutt’oggi ricordato per un’entrata durissima e pericolosa su Claudio Caniggia, falciato in contropiede a due minuti dalla fine dei regolamentari. Massing, che in quella feroce scivolata perse anche uno scarpino, fu espulso e costretto a saltare le due partite successive della fase a gironi, ma quel Camerun dei miracoli proseguì la sua strada arrivò fino ai quarti di finale.

La sorte ha voluto che il 15 giugno 1982, giorno del debutto nel calcio che conta davvero, il Camerun debba affrontare il Perù. Un assist per la redazione de La Stampa che con sapiente ironia coloniale individua i veri primattori del match: gli “stregoni, che [da ambo le parti] stanno combattendo una battaglia a colpi di spilloni e filtri magici contro il malocchio e i rispettivi nemici”.
Il 18 giugno 1990 su L’Unità si parla ancora di Gris-Gris, stregoni e marabuti, a margine delle incredibili imprese che la nazionale camerunese sta compiendo nel Mondiale italiano, ma sembra solo folklore giornalistico teso ad alimentare la sottocultura da rotocalco. I veri maghi sono i giocatori, che dopo otto anni di successi in Africa sono pronti a regalarsi un sogno grande quanto il mondo.

Tutto ha inizio un po’ prima dell’incontro di La Coruña con il Perù. Solo un’altra squadra dell’Africa subsahariana si è qualificata per la fase finale di una Coppa del Mondo prima del 1982: lo Zaire nel 1974 ed è finita malissimo. Dal Mondiale spagnolo la Confederazione Africana ha due posti a disposizione, ma la nazionale del Camerun non è certo tra le favorite. Del resto è in attività solo dai primi anni sessanta e vanta come miglior risultato della sua storia un terzo posto nella Coppa d’Africa del 1972, di cui era anche nazionale ospitante (e questo si sa che aiuta).
Il fatto è che la rosa dei verdi ha qualcosa che permette loro di battere nettamente le avversarie nelle qualificazioni e di ben sperare per il futuro. Qualcosa che gli zairesi, nel 1974, non avevano: giocatori che militano in Europa, più precisamente in Francia. Tra loro spicca Roger Milla, trentenne attaccante del Bastia, forte fisicamente e dotato di buona tecnica individuale, trascinatore dei suoi nello spareggio col Marocco.

Al Riazor, contro il Perù della perla nera Cubillas, Milla si presenta subito con un sinistro da fuori (deviato in angolo dal discusso Quiroga), con un colpo di testa che finisce sul palo e con un gol ingiustamente annullato per fuorigioco. Il Perù esce alla distanza, ma lo 0-0 non si schioda perché il Camerun è stato ben disposto in campo dal francese Jean Vincent e perché in porta c’è un altro giocatore destinato a rimanere nella memoria di tutti: il venticinquenne Thomas N’Kono, che a guardarlo, con la sua lunga tuta nera da dopolavoro, sembra uno messo a fare il portiere per caso e che, invece, è agilissimo e bravo nelle uscite, anche se a volte esagera.
Il Camerun ha già fatto meglio dello Zaire, ma tutti sono pronti a scommettere che contro la Polonia per i simpatici africani ci sarà poco da fare. Invece, Boniek e compagni si devono accontentare di uno 0-0: Lato coglie la traversa, c’è un salvataggio di Ndjeya sulla linea, ma nel finale è Młynarczyk a fare gli straordinari sui tiri di Kunde (centrocampista di quantità che ci accompagnerà a lungo in questa storia), di M’Bida e di Milla.

L’1-1 con l’Italia futura campione del mondo vale poi come una vittoria, anche se fa passare il turno solo agli azzurri, per via del gol segnato in più a parità di differenza reti. Il pareggio di M’Bida a un minuto di distanza dalla rete di Graziani e la poca propensione all’attacco dei leoni indomabili nella parte finale del match (nonostante il risultato li svantaggi) sono stati motivi di spunto alcuni anni dopo per un’indagine giornalistica condotta da Oliviero Beha e Roberto Chiodi, che ha suffragato l’ipotesi di un accordo sotto banco in cui era certamente coinvolto Vincent.
Ad ogni modo da quel pareggio escono tutti contenti e, mentre l’Italia in silenzio stampa volerà verso una inattesa vittoria, il Camerun torna in patria e si gode il bagno di folla per le sue non sconfitte. Adesso c’è un continente su cui far valere personalità ed esperienza maturata nell’avventura spagnola.

Nelle tre edizioni successive della Coppa d’Africa il Camerun ottiene due vittorie e un secondo posto, anche se una inattesa débacle patita a Lusaka contro lo Zambia il 7 aprile 1985, lo costringe a vedere i Mondiali messicani in TV.
Il primo trionfo continentale arriva nel 1984. La fase finale è in Costa d’Avorio e sono proprio i camerunesi a far fuori, con un secco 2-0, i padroni di casa nell’ultimo turno del girone eliminatorio. Milla, autore del gol del vantaggio contro gli ivoriani sigla poi uno dei rigori che decidono la semifinale senza reti con l’Algeria di Madjer ed entra nell’azione decisiva della finale. Con la Nigeria la partita è sull’1-1, per i gol di Lawal (solo omonimo dell’ala che propizierà l’autorete di Zubizarreta ai Mondiali del 1998) e di N’Djeya su punizione. Siamo all’79’ quando Théophile Abega parte in azione personale sulla parte destra del campo, chiede e ottiene triangolo con Milla a limite dell’area e batte il portiere Okala. Poi Ebongué sigla il definitivo 3-1 con un gran tiro che s’infila sotto la traversa.

Abega, il “dottore”, Pallone d’oro Africano nel 1984, uno dei più amati in patria e uno dei più rappresentativi tra i leoni indomabili, è anche tra i selezionati per la Coppa d’Africa 1986, ma gioca solo uno spezzone della prima partita, vinta 3-2 a fatica contro il solito ostico Zambia. L’allenatore francese Claude Le Roy, in carica dal 1984, ha iniziato il necessario cambio generazionale dopo l’imprevista eliminazione nella corsa a Messico ’86. Milla, Kunde e N’Kono sono, però, ancora lì e Roger, in particolare segna quattro gol, che, insieme ai due gol di M’Fede allo Zambia e ai due di Kana Biyik all’Algeria, permettono al Camerun di raggiungere la finale, dove lo attende l’Egitto padrone di casa. Questa volta non porta fortuna né incontrare il paese ospitante, né arrivare ai rigori: l’errore di Kana Biyik al sesto tiro e la realizzazione di Kasem danno la terza Coppa d’Africa agli egiziani, venticinque anni dopo l’ultimo successo ottenuto come R.A.U..
I leoni indomabili si rifanno, alla grande, nel 1988. 1-0 all’esordio nel girone, proprio contro l’Egitto grazie a un gol di Milla, ovviamente. Seguono due pareggi e l’approdo in semifinale, dove ancora una volta li attende la Nazionale del paese ospitante, che stavolta è il Marocco. A risolvere è il talentuoso Makanaky, ancora in versione capello corto, con un “destraccio al volo forse deviato”, come lo si definisce in modo poco lusinghiero nella telecronaca di Telecapodistria. In finale la Nigeria è favorita, ma ci pensa Milla con una sua accelerazione a rompere l’equilibrio. Eboigbe lo falcia appena arrivato in area e Kunde trasforma il rigore, nonostante l’opposizione di Rufai. La formazione che farà miracoli a Italia 90 è quasi pronta: oltre Makanaky anche i difensori Massing e Tataw si sono ritagliati un posto da titolari, mentre i centrocampisti M’Fede, M’Bouh e Kana Biyik lo sono ormai da due anni. Omam Biyik è invece in panchina, a far compagnia a Le Roy. In quel 1988 manca solo N’Kono, che è all’Espanyol da tempo e quell’anno arriverà a un attimo dal conquistare la Coppa UEFA.

Chi è, invece, ormai ritenuto superfluo è Le Roy, inaspettatamente allontanato dalla Federazione prima dell’inizio delle Qualificazioni Mondiali. Al suo posto arriva lo sconosciuto sovietico Nepomnyashchy, che, pur rinunciando a un ormai attempato Milla, non fallisce l’obiettivo. Il “vecchio” leone ha, infatti, deciso di lasciare il campionato francese dopo dodici anni e di prendersi una vacanza nell’isola di Réunion, dove gioca con la Jeunesse Sportif Saint-Pierruase, Poco prima dei Mondiali, però, una telefonata del presidente Biya obbliga praticamente Nepomnyashchy ad aggregarlo alla rosa dei partenti. Sembra un’operazione nostalgia. Non lo sarà.

Anche Thomas N’Kono è dato per panchinaro, a vantaggio di Bell, titolare nelle ultime due Coppe d’Africa. E, invece, l’altro “ambasciatore del Camerun”, a dispetto anche del suo numero 16 sulla maglia, si ritrova in campo titolare contro l’Argentina campione del mondo il giorno in cui a San Siro inizia il Mondiale italiano. Milla quel giorno entra in campo solo all’82’, perché Vautrot, il principe dei fischietti servili, si adegua subito alle nuove direttive diramate da Blatter ed espelle Kana-Biyik a inizio ripresa per un fallo da dietro, ma non da ultimo uomo, su Caniggia. Prima della fine i leoni indomabili rimangono addirittura in nove per l’espulsione di Massing, ma -quel che più conta- vanno in gol grazie a Omam Biyik, che sale in cielo e schiaccia di testa, e grazie a Neri Alberto Pumpido, che vede sbattere la palla sul suo ginocchio e finire in rete.

Con la Romania, al caldo del pomeriggio barese, il mondo rivede lo N’Kono di un tempo, bravo sulle punizioni di Hagi, ma sempre approssimativo nelle uscite. Per il resto sembra una partita incanalata verso lo 0-0, quando entra Roger Milla. Il trentottenne attaccante rincorre un pallone al limite dell’area di rigore, lo sottrae ad Andone e batte Lung in uscita. Non contento, dieci minuti dopo, fa fuori di nuovo Andone con una finta e manda la palla sotto la traversa. Due prodezze che lo fanno diventare il più anziano marcatore in un Mondiale, due festeggiamenti vicino alla bandierina del corner degni del miglior Juary. Il gol finale di Balint non cambia nulla, il Camerun è già agli ottavi  e Nepomnyashchy può permettersi l’omaggio alla sua URSS che sta morendo come nazione e che è già fuori dal Mondiale come squadra.

L’articolo completo è su Calcio Romantico

Battere un rigore a tempo scaduto quando il risultato è ancora in bilico, è una di quelle responsabilità che solo i giocatori di personalità sanno assumersi. Ma se quel rigore vale un’intera stagione o il sogno di una vita, allora anche le gambe dei giocatori più esperti tremano, la loro vista vacilla, la loro mente prova a pensare ad altro. E le cose non vanno come devono andare.

Pensiamo a quanto accade allo stadio Riazor di La Coruña il 14 maggio 1994 nell’ultima giornata della Liga. Il Deportivo è ancora sullo 0-0 contro il Valencia, mentre il Barcellona dopo enormi sofferenze è avanti 5-2 contro il Siviglia: questo vorrebbe dire arrivo a pari punti e scudetto ai catalani per miglior differenza reti, nonostante il Superdepor sia in testa dalla 14° giornata.
Al minuto 89 il biancoblù Nando è messo giù da Serer e l’arbitro Lopez Nieto assegna l’indiscutibile penalty: il primo scudetto della storia dei galiziani è distante undici metri. Donato, il rigorista, è uscito, Bebeto non se la sente di tirare e allora sul dischetto si presenta il difensore Miroslav Ðukić che si sente in dover di prender la squadra per mano. Con i rigori, però, il serbo non ha molta familiarità e il suo tiro centrale e fiacco finisce nelle mani del portiere González che neanche volendo potrebbe mancare la presa. La Liga va ancora in Catalogna nell’incredulo silenzio del Riazor.

Un sogno che non si concretizza, come quello del Ghana ai Mondiali sudafricani, anche se in questo caso il sogno è molto più grande e sul dischetto ci va l’uomo giusto.

Quarti di finale tra Ghana e Uruguay. I 90′ regolamentari si sono chiusi sull’1-1 con un gol per tempo (Muntari e Forlan). Tutti si aspettano supplementari dominati dalla paura e in parte hanno ragione, solo che la squadra africana, forte di una maggiore freschezza atletica, nel finale pigia sull’acceleratore e sfiora il vantaggio. Al 120′ l’ultima occasione: sugli sviluppi di una punizione, a Muslera battuto, Suarez prima si oppone di piede a un tiro di Appiah da pochi passi, poi in tuffo para un colpo di testa di Adiyah. Rigore netto e Suarez espulso.

Sul dischetto va Asamoah Gyan, che ha già segnato il rigore vincente con la Serbia e il gol del 2-1 ai supplementari contro gli USA. Solo che la palla invece di finire in rete scheggia la traversa e vola fuori. L’arbitro fischia la fine e si va ai tiri dal dischetto: Gyan stavolta segna, ma la strada è ormai segnata perché Mensah e Adiyah sbagliano. El loco Abreu con un cucchiaio segna per gli uruguayani il rigore del 4-2 e l’Africa è ancora una volta fuori dalle semifinali.

E se invece come un sogno che sfugge di nuovo, la mancata vittoria fosse accolta dai tifosi come un dovere non compiuto? Beh, le conseguenze sarebbero imprevedibili come sa il buon Pierre Wome.

Continua la lettura del pezzo su Calcio Romantico

 

Continuano le qualificazioni maschili per il Mondiale di Volley che avrà inizio nel settembre 2018. Ancora qualche sfida da disputare, ma è già quasi al completo l’elenco delle squadre che si disputeranno il titolo di campioni del mondo.

Da poco è toccato all’Egitto e al Camerun, che superano le qualificazioni e possono accedere al mondiale. Ma nella formazione delle squadre africane la vera sorpresa è rappresentata dalla Tunisia, che proprio ieri ha battuto l’Egitto per 3-0 conquistandosi il diritto di partecipare alla prossima rassegna iridata.

Un trionfo assoluto per i giocatori tunisini capitanati dall’italiano Giacobbe Antonio, che è riuscito a condurre la sua squadra ad un alto livello in grado di superare con maestria l’ottima tattica di gioco dei giocatori egiziani, che da sei edizioni erano imbattuti.

Vediamo dunque quali sono i paesi che vedremo contendersi il titolo nel 2018:

Italia, Bulgaria, Polonia, Francia, Paesi bassi, Slovenia, Russia, Serbia, Finlandia, Belgio, USA, Repubblica Dominicana, Canada, Giappone, Australia, Iran, Cina, Egitto, Tunisia, Camerun, Brasile, Argentina.

Restano ancora due posti da decidere per le ultimissime qualificazioni che saranno disputate tra Cuba, Porto Rico, Messico, Guatemala.

Volley 2018 tra Italia e Bulgaria

Con grande soddisfazione, i prossimi Mondiali di Volley saranno disputati anche nel nostro paese. Le partite si giocheranno tra Italia e Bulgaria dal 9 al 30 settembre 2018.

Le città italiane interessate sono Roma, Bari, Firenze, Bologna e Milano mentre quelle bulgare sono Sòfia, Varna e Ruse. La finalissima avrà luogo direttamente in Italia nella città di Torino.

È la terza volta che il nostro paese ha l’onore di ospitare questa rassegna mondiale di tale entità: in passato ha accolto i mondiali maschili del 2010 e i mondiali femminili del 2014.

Il Campionato del mondo maschile di pallavolo per la prima volta viene diviso tra due paesi differenti, in un accordo che nasce dalla collaborazione tra la Federazione Italiana con quella bulgara.

Il Presidente Magri, con orgoglio manifesta così la sua soddisfazione:

Voglio ringraziare tutte le persone che in questi mesi mi hanno sostenuto, il Consiglio Federale, il Comitato Olimpico e le istituzioni politiche, perché senza il loro appoggio non avrei potuto presentare una candidatura così importante. Penso che l’organizzazione di un Mondiale in Italia sia qualcosa di cui debba andare orgoglioso non solo l’intero mondo pallavolistico, ma tutto il nostro paese. Spero che questo attestato di fiducia verso la nostra federazione possa essere di buon auspicio per la Candidatura Olimpica di Roma 2024.

L’Italia gioca in casa, dunque, e non esiste occasione migliore per dimostrare il suo talento e prendersi la sua rivincita dopo la bruciante delusione degli Europei 2017 che hanno visto la nazionale azzurra maschile essere schiacciata per 3-0 sia dall’Olanda che dal Belgio.

Si tende ad una svolta che i giocatori di volley vogliono dare al loro percorso proprio nella prossima competizione mondiale, con il tifo e il sostegno di tutto il paese.

E’ forse uno dei miracoli più riusciti nella musica italiana. Una canzone in grado di oltrepassare i confini del tempo, trascinando le stesse identiche emozioni e di coinvolgere chi, all’alba degli anni ’90, non era nemmeno nato. Per tutti è “Notti magiche”, ma in realtà è entrata così tanto nella cultura popolare da veder storpiato il nome originale, “Un’estate italiana”. Assieme alla mascotte “Ciao”, l’inno dei Mondiali del ’90, rappresenta uno dei ricordi più piacevoli e romantici di quell’edizione.

Il brano musicale è stato composto da Giorgio Moroder, in occasione dei Mondiali di calcio del 1990 che si sono disputati in Italia, con il titolo originale “To Be Number One”; in Italia è stato portato alla ribalta grazie alla bravura e all’entusiasmo elettrizzante dei due interpreti, Gianna Nannini ed Edoardo Bennato, che riscrissero il testo per la versione italiana portando la canzone in vetta alle classiche.
Da gennaio a settembre del 1990, “Un’estate italiana” è stato il singolo più venduto in Italia e ha rappresentato l’ultimo vero 45 giri a ottenere un successo commerciale prima del definito tramonto all’interno del mercato discografico.

Twine: Be a better creative

L’8 giugno 1990, allo stadio San Siro di Milano, durante la cerimonia inaugurale, la canzone fu eseguita in playback dalla Nannini e da Bennato. Seguì, successivamente, una coloratissima sfilata dove modelli e modelle che rappresentavano i cinque continenti sfilarono con capi disegnati da alcuni grandi stilisti italiani: l’America, per esempio, aveva abiti firmati da Valentino e in rosso, l’Africa con Missoni in nero, l’Asia, invece, con Mila Schön in giallo, e l’Europa con Gianfranco Ferré in verde.

San Siro ospitò la prima partita del torneo: quell‘Argentina-Camerun passata alla storia con la sorprendente vittoria degli africani per 1-0, in nove uomini, con la rete di  François Omam-Biyik al 66′.

Domenica 5 febbraio cala il sipario sull’edizione 2017 della Coppa d’Africa. Entusiasmante come sempre ha regalato tante sorprese e qualche curiosità che solo la magia della terra africana sa regalarci. In finale ci arrivano l’Egitto e il Camerun, una rematch della sfida del 2008 dove, a trionfare, furono i Faraoni per 1-0. Miglior portiere di quella edizione fu Essam El-Hadary, ancora in campo oggi, a 44 anni.
Le sensazioni, le sorprese, le grandi cadute e uno sguardo al Mondiale in Russia: una chiacchierata con il giornalista Karim Barnabei, inviato di Fox Sports in Gabon.

La Coppa d’Africa 2017 che è edizione è stata? Era lecito aspettarsi qualcosa di più dai padroni di casa del Gabon trascinati dal giocatore del Borussia Dortmund, Aubameyang, o magari dall’Algeria con i vari Ghoulam, Mahrez, Slimani e Brahimi?

«E’ stata un’edizione sorprendente con le favorite che hanno mollato sin da subito all’inizio, proprio come Gabon e Algeria. Ma finalmente si è iniziato a capire che è necessario progettualità nel calcio, anche in Africa, anche con le Nazionali. Perché l’Algeria ha ripreso l’allenatore Georges Leekens, dopo 13 anni, solo il 28 ottobre, mentre il Gabon ha preso José Camacho a tre settimane prima dell’inizio del torneo.
Si sta capendo che l’allenatore, da solo, non può cambiare tutto: serve che ci sia sinergia con la federazione e con i giocatori. Infatti, sono andati avanti Nazionali che hanno avuto sostegno completo da parte della federazione, come Hugo Broos, ct del Camerun, nonostante le critiche iniziali dei giornalisti o come Paulo Duarte per il Burkina Faso che ha saputo costruire un rapporto a lungo termine».

Uno sguardo alla finale: l’Egitto si conferma ancora una volta dominante nel torneo, mentre il Camerun arriva quasi a sorpresa considerando il rifiuto di “leader europei”. Quali sono state le forze vincenti per le due squadre? 

«Sono squadre che hanno allenatori con una precisa organizzazione di gioco. Un’organizzazione certosina, direi. Prendiamo Héctor Cuper, per quanto usi il “catenaccio”, rimane un gioco costruito: ha quattro giocatori bloccati dietro fissi e l’Egitto ha subito solo un gol. Poi avanti è spinto dalla rapidità di Trezeguet e Salah che, pur non avendo avuto un andamento costante, quando gli è stato consentito di accendersi, ha sempre risolto la partita.
Il Camerun è lo stesso: pressing, incursioni, con Bassogog arma in più dulla destra. Hugo Bross ha messo su una squadra solida, nonostante abbia perso otto giocatori prima dell’inizio della Coppa d’Africa o per rinuncia o per infortunio, ma alla fine il Camerun è arrivato fino in fondo perché il calcio è uno sport di squadra.
L’Egitto non era tra le favorite: è una squadra da temere e rispettare per la storia che scritto in questa manifestazione. E’ un rullo compressore con nove partecipazioni e sette vittorie. Intimoriscono a differenza, però, delle qualificazioni mondiali dove non riescono ad fare il salto di qualità e dove la partecipazione a un Mondiale, manca da Italia ’90».

Parliamo delle curiosità: una è, senza dubbio, il portiere dell’Egitto, Essam El-Hadary, coi sui 44 anni. Ce ne puoi parlare? Quanto è stato decisivo?

«La storia di El-Hadary è frutto di un piano contorto della storia. C’era attesa per il calciatore più anziano a scendere in campo, ma inizialmente Cuper aveva scelto El Shenawy per la partita d’esordio contro il Mali. Ma, dopo nemmeno mezz’ora, è uscito per infortunio ed è iniziato il torneo di El-Hadary che ha chiuso la porta a chiave. Decisiva la parata su Bouhaddouz contro il Marocco nei quarti di finale, strepitoso in semifinale dove ha parato due rigori decisivi nella lotteria degli 11 metri, contro il Burkina Faso.
E’ una storia bellissima, una professionalità rara: El-Hadary, ha carisma, portamento fiero. Un ex allenatore egiziano ha detto che lui è l’unico calciatore che conosce ad aver comprato casa sopra al campo di allenamento. Il Cairo ha 15-20 milioni di abitanti se consideriamo l’hinterland e se rimani bloccato nel traffico è finita. Lui, invece, ha preso casa proprio lì in modo tale da poter arrivare anche in anticipo! Non è casualità, lui ha testa: parla sempre di amore per la maglia, dimostra fierezza.
E’ un leader morale: in squadra c’è gente che ha l’età di sua figlia, ma dice di essere un fratello maggiore più che un padre».

Proviamo a guardare oltre, andando verso il Mondiale del 2018. Con i gironi ancora aperti, cosa lascia questa Coppa d’Africa? Quali squadre potremmo vedere in Russia?

«Le qualificazioni, essendo con una diversa densità e spalmate su due anni, sono in pratica uno sport differente in Africa rispetto alla stessa Coppa. L’esempio dell’Egitto è il più eclatante perché manca ai Mondiali da ben 28 anni. Ne passano solo cinque, quindi sicuramente una tra Nigeria e Camerun starà fuori, così come una tra Marocco e Costa d’Avorio.
Non è lo scontro diretto a far la differenza, quindi aspettiamoci delle sorprese sicuramente perché vedremo delle big cadere. Mi incuriosisce il Burkina Faso, inserito nello stesso girone del Senegal perché ha fame, ha voglia di lottare ed è stata una sorpresa, con l’attaccante Aristide Bancé che a 32 anni riesce a fare ancora un lavoro enorme ed è stato l’unico a segnare a El-Hadary».