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Se non è stata una “maggioranza bulgara”, poco c’è mancato: 142 voti su 155 disponibili, un’annata da incorniciare per giocate e gol e con la Coppa Uefa alzata davanti ai musi lunghi dei tedeschi del Borussia Dortmund. Il 28 dicembre 1993, Roberto Baggio vince il Pallone d’oro. Con la Juventus, il Divin Codino si afferma e si consacra nel panorama calcistico internazionale. Il riconoscimento della rivista francese France Football non lascia dubbi: nessuno può eguagliare il talento italiano. Alle sue spalle, distaccati, l’olandese Dennis  Bergkamp, che quell’estate passerà dall’Ajax all’Inter, e l’istrionico francese Eric Cantona, idolo tra i tifosi del Manchester United.

Dopo la convincente vittoria della Juventus per 3-1, nell’andata della finale di Coppa Uefa contro il Borussia Dortmund al Westfalenstadion, è lo stesso calciatore nato a Caldogno a ironizzare, dopo avere segnato una doppietta, sulla sua possibilità di alzare il trofeo dorato: «Il Pallone d’oro io a Baggio lo darei».
Con il 3-1 all’andata e il 3-0 al ritorno a Torino, quei pochi scettici si convincono della strepitosa annata del talento con il numero 10 cucito sulle spalle. Del resto, i numeri della stagione 1992-1993 parlano chiaro, chiarissimo: in Serie A, Baggio gioca 27 partite e realizza 21 rete, il suo rendimento migliore dopo la rinascita a Bologna nel 1997-1998 dove segnerà 22 marcature. Letale anche in Coppa Uefa con 6 gol in 7 gettoni.

Attorno ai suoi tocchi, alle sue giocate e al suo talento, la Juventus vuole ricucire i suoi successi, smarriti dopo l’addio di un altro fuoriclasse come Michelle Platini. Ma il Milan di Fabio Capello sfugge e, nonostante, il ricco bottino di segnature di Baggio (solo Signori fece meglio con 26 reti), la Juventus concluderà quarta con 39 punti, meno 11 rispetto al Milan. Unica pacata consolazione per il Divin Codino è la splendida rete che segna a San Siro, nella “Scala del calcio”, proprio ai rossoneri:

E’ in Europa, come detto, che la Juventus e Baggio trovano gloria: è proprio il fantasista ad aprire le marcature europee del club torinese nel 6-1 del primo turno contro i ciprioti dell’Anorthosis Famagosta. Poi un digiuno che si interrompe in semifinale, quando, contro il Paris Saint Germain, tira fuori tutta la sua classe segnando una doppietta nella vittoria per 2-1 all’andata e per 1-0 in terra transalpina. Da antologia i due gol segnati a Torino:

Alla premiazione del Pallone d’oro, Roberto Baggio disse:

Il Pallone d’oro è una cosa mia: sono sicuro che se scendeste in strada a chiedere ai tifosi cosa vorrebbero che vincessi vi risponderebbero lo scudetto, se sono juventini; il Mondiale, se non lo sono. Infatti i miei veri traguardi sono questi, come per un attore è bello vincere l’Oscar, ma è molto meglio se il pubblico apprezza il suo film

Il Mondiale negli Stati Uniti è, forse, il più grande rammarico nella carriera di Baggio e dei tanti tifosi che, in lui, avevano riposto speranze di successo. Dopo una stagione da protagonista, con la Juventus che è riuscita a issarsi al secondo posto, dietro sempre al Milan, nel 1994 Baggio trascinò l’Italia, praticamente da solo, in una storica finale contro il Brasile. Ma quel pomeriggio avverso, furono i rigori a strozzare le grida di gioia.
Il Divin Codino, però, non si è mai dato per sconfitto: al Milan, tra alti e bassi, non ha espresso tutta la sua grazia. E’ rinato a Bologna, è diventato leggenda a Brescia.

In una lettera rivolta ai giovani e ai suo figli, durante una serata del festival di Sanremo nel 2013, si intuisce perché è arrivato fin là, avendo il rispetto di tifoserie e avversi rivali. E’ stato e, forse lo è tutt’ora, il più grande calciatore italiano – e uomo- di sempre:

La lettera di Roberto Baggio indirizzata ai giovani 14-02-2013 (Sanremo 2013) from dioddo on Vimeo.

Lunedì 3 febbraio il Napoli ha battuto la Sampdoria per 4-2 nel posticipo della 22^ giornata di Serie A. La squadra di Gattuso, dopo esser passata in vantaggio per 2-0 in 16 minuti con i gol di Milik ed Elmas si è fatta raggiungere dalle reti di Quagliarella prima e Gabbiadini dopo, su rigore, al minuto 73. Dieci minuti dopo è stato Diego Demme, subentrato all’ora di gioco al posto dell’altro neo arrivato Lobotka, a siglare la rete del nuovo vantaggio poi perfezionato dalla marcatura di Mertens al 98’.

Quella messa a segno allo stadio Ferraris dal giocatore ex-Lipsia è una piacevole coincidenza perché il Napoli vede nuovamente un giocatore di nome Diego andare in gol con la maglia azzurra: l’ultima volta fu, infatti, Diego Armando Maradona a firmare la sua ultima rete proprio contro la Sampdoria il 24 marzo del 1991, nello stesso stadio. Esattamente 10543 dopo un altro Diego va in gol. Gli unici due della storia partenopea.

Il centrocampista difensivo classe 1992 è di origini italiane, è nato in Germania a Herford, ma con il papà calabrese. Enzo, padre del calciatore, ha anche confidato:

Il nome dato a mio figlio? Mia moglie voleva chiamarlo Fabio, in onore di Cannavaro. Ma Diego ha prevalso in onore del grande Maradona

Quello del 1985 è un gennaio freddo, rigido e con forte nevicate in gran parte del Nord Italia. Le città sono paralizzate, le strade ghiacciate e chiuse e, con loro, molte attività commerciali. Il Milan, domenica 20 gennaio, deve giocare in trasferta sul campo dell’Udinese, ma il match è a rischio.

La partita, complice l’arduo e generoso lavoro degli inservienti e degli spalatori, si riesce a giocare, ma sul pullman per la partita friulana non sale Tassotti. Al suo posto, alla prima convocazione in prima squadra, ci va Paolo Maldini.
Il figlio di Cesare, appena 16 anni, si accomoda in panchina con la maglia numero 14, accanto a Nuciari, Ferrari, Cimmino e Giunta. In campo, invece, l’allenatore Liedholm schiera in porta Terraneo, in difesa Galli, Baresi, Russo e Di Bartolomei, a centrocampo Evani, Verza, Battistini e Manzo dietro alle due punte Hateley e Incocciati.

L’Udinese passa in vantaggio al minuto 11 con la bella rete di Selvaggi che dribbla in area difensore e portiere, mentre Battistini si infortuna poco prima dell’intervallo. Durante la fine del primo tempo, Maldini, che non pensava minimamente alla possibilità di esordire in Serie A e pensava solo a coprirsi dal gelo, fu richiamato da Liedholm: «Dove preferisci giocare?», disse lui. «Io solitamente gioco a destra, mister», rispose l’erede di Cesare.

Così il ragazzino di 17 anni inizia la sua lunga storia d’amore con il Milan. Sul campo è già sicuro e determinato: lo si vede chiudere in scivolata un paio di interventi, marchio di fabbrica per tempismo e puntualità della sua carriera. Il Milan raggiunge il pareggio al 63’ con la rete dell’inglese Hateley, abile a cogliere per primo una punizione deviata di Di Bartolomei.

Per il calcio italiano e per quello internazionale, il 20 gennaio 1985 non è un giorno qualsiasi: cinque Champions League, sette scudetti, tanti riconoscimenti e 902 partite sempre con la stessa maglia, dopo tutto questo è ancora oggi ricordato come il giorno del debutto di Paolo Maldini. Con il Milan ha vinto tanto, tutto quello che si poteva conquistare in un club; rimarranno amare delusioni, invece, con la Nazionale. Pilastro della difesa, 126 presenze di cui 74 da capitano, Maldini ha disputato ben 4 Mondiali.

Nils Liedholm al termine di quella partita contro l’Udinesedisse:

Paolo ha un grande avvenire

 

La dinastia prima e dopo: da Cesare al nipote Daniel

Ma quello di Paolo Maldini sarebbe un racconto solo parziale se non citassimo il ciclo dinastico in rossonero aperto dal padre Cesare e continuato dal figlio Daniel.  Cesare Maldini, nato a Trieste il 5 febbraio 1932 e all’età di tredici anni, impressionò favorevolmente il massaggiatore della Triestina il quale lo fece provinare presso la società alabardata, dove all’interno della stessa compì poi tutta la trafila delle formazioni giovanili, superando in questi anni anche l’ostacolo fisico di una pleurite che rischiava di precludergli la futura carriera calcistica. Nei primi anni 1950 ebbe modo di conoscere per la prima volta Nereo Rocco, destinato a diventare una figura ricorrente della carriera e ancor più della vita di Maldini. Proprio il paròn decise in questi anni di aggregarlo stabilmente alla prima squadra, seppur l’esordio da professionista avvenne poi agli ordini di Mario Perazzolo il 24 maggio 1953, all’età di ventuno anni, per la sfida di Serie A sul campo del Palermo. La stagione dopo divenne titolare e, nonostante la giovane età, eletto capitano della formazione giuliana tornata dopo tre anni nelle mani di Rocco. Passò al Milan nel 1954 e il suo esordio in Serie A con la maglia rossonera fu, coincidenza, proprio contro la Triestina nel settembre dello stesso anno. Con il Milan disputò 386 partite, molte delle quali da capitano, vincendo quattro scudetti e la prima storica Coppa dei Campioni.

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E arriviamo a Daniel. San Siro ha applaudito anche lui, domenica 2 febbraio 2020 nel pareggio per 1-1 contro l’Hellas Verona. Classe 2001, primo giocatore del nuovo millennio a debuttare in prima squadra nel Milan, Pioli ha guardato la panchina cercando forze fresche da inserire. Ceduto Piatek, c’era solo un ragazzo della Primavera, talvolta aggregato alla prima squadra. Trequartista di ruolo, Maldini di cognome. Così Pioli ha mandato in campo il secondogenito di Paolo al 93’. «È stato un sogno, peccato per il risultato. Speriamo la prossima volta di riuscire a portare a casa i tre punti.Il Verona è una squadra tosta. Forse avremmo meritato la vittoria, ma ci dobbiamo accontentare del pari» dichiara il biondino sorridente. «L’esordio era un obiettivo, ora speriamo di andare avanti così. Ho provato un’emozione forte, ma mio padre mi tranquillizza». Ha Lasciato lo stadio con lo zainetto in spalla, mentre Paolo lo segue orgoglioso: «Il debutto non era preventivato. Non avrebbe dovuto essere convocato, non si era allenato per due giorni, non stava benissimo».

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Prima guerra mondiale, Natale 1914, regione belga delle Fiandre. In diversi punti lungo la linea del fronte occidentale, i soldati tedeschi, britannici e in parte minore francesi, misero in atto un “cessate il fuoco” spontaneo, non ufficiale e autorizzato. Uscirono dalle loro trincee e iniziarono timidamente a fraternizzare. Alcuni affermano che siano stati i tedeschi a iniziare, intonando canti natalizi e addobbando con alberi di Natale le loro trincee.
Un accordo di massima, una stretta di mano da signori: «Voi non sparate, noi non spariamo», così i soldati si incontrarono nella terra di nessuno per fraternizzare, scambiarsi cibo, doni e souvenir. Seppellirono i caduti dopo funzioni religiose comuni, scattarono foto ricordo assieme, bevvero liquori e addirittura organizzarono improvvisate partite di calcio. Il tutto venne ricordato negli anni come la Tregua di Natale.

La partita tra inglesi e francesi durante la Tregua di Natale del 1914

Gli eventi, però, non furono immediatamente riportati dai media: ci fu un po’ di autocensura rotta il 31 dicembre 1914 dal The New York Times, rivista statunitense, paese in quel momento ancora neutrale. I giornali britannici seguirono questo esempio e nei primi giorni del 2015 riportarono numerosi resoconti in prima persona degli stessi soldati, presi dalle lettere inviate alle famiglie. Insomma, la tregua venne vista come gesto miracoloso e positivo. Diversa, invece, la percezione che ci fu in Germania, con molti giornali critici nei confronti dei soldati tanto che nessuna immagine dell’evento fu pubblicata.

In diverse zone del fronte i combattimenti proseguirono per tutto il giorno di Natale, ma è anche vero che episodi di “cessate il fuoco” si verificarono anche in altre zone. E con essi anche le partite di calcio. Il calcio, il “football”, in quegli anni aveva preso ormai piede come passatempo e divertimento sia in Gran Bretagna che in Germania. E’ probabile, dunque, che presi da un momento di ristoro e di gioia, soldati di entrambi i fronti abbiano tirato un paio di calci a un pallone improvvisato.
Le prime notizie vennero raccolte e diffuse dal The New York Times il 1° gennaio 2015, con la pubblicazione di una lettera scritta da un medico della Rifle Brigade, che parlava di

Una partita di calcio… giocata tra loro e noi davanti alla trincea

La scultura “All together now” dell’artista britannico Andrew Edwards

La più dettagliata di queste storie proviene, però, dal versante tedesco: il 133esimo reggimento Reale Sassone, infatti, racconta di  un match nato per casualità tra la formazione di Tommy e quella di Fritz (nomi comuni per indicare i britannici e i tedeschi):

Il terreno gelato non era un grande problema. Poi abbiamo organizzato ogni lato in squadre, allineando in righe multicolori, il calcio al centro. La partita si è conclusa 3-2 per la squadra di Fritz

E’ difficile affermare con certezza quello che è successo: il risultato, però, trova conferme anche negli scritti di Robert Graves, un rinomato poeta britannico, scrittore e veterano di guerra, che ha ricostruito l’incontro in una storia pubblicata nel 1962. Nella versione di Graves, il punteggio resta 3-2 per la tedeschi, ma lo scrittore aggiunge una serie di sfumature fantasiose che danno un tocco di finzione ed epicità.
Quello che rimane è il gesto, un atto di libertà, di unione, che lo sport, in ogni sua forma ha sempre trasmesso e veicolato.

Non hanno concesso agli avversari incrociati la miseria di un punticino. È quanto fatto da un gruppetto di squadre pro che hanno viaggiato con l’acceleratore al massimo nello scorso mese di novembre. Sono il Carpi, nel girone B della Serie C; l’Inter, la
Juventus, la Lazio, tutte in Serie A; la Reggina nella Serie C girone C.

LA CLASSIFICA DI NOVEMBRE 2019*

Ordinando per media punti/match le cento squadre che battagliano nei tre livelli del calcio professionistico italiano scopriamo che cinque hanno raccolto unicamente vittorie nello scorso mese di novembre. Nella massima serie questa impresa è riuscita alle due contendi per lo scudetto, Inter e Juventus, ma perfino a una loro inseguitrice, la Lazio. Un ritmo eguagliato soltanto dal Carpi e dalla Reggina, club militanti in Serie C, gli emiliani nel girone B, i calabresi nel C. Insomma, delle squadre attualmente al comando di un campionato la media di 3 punti/match è stata tenuta soltanto da nerazzurri (Inter) e amaranto (Reggina). Il Benevento, cadetteria, e il Monza, gruppo A di Serie C, hanno tenuto un ritmo di 2,5 punti/match (3V – 1X). Mentre il Vicenza, Serie C girone B, ha osservato una velocità di crociera di 2,25 punti/match (3V – 1P). Dalla parte opposta di questa classifica rintracciamo il Brescia, Serie A, e il Fano, Serie C raggruppamento B, che hanno maturato esclusivamente KO e pertanto non hanno raccolto punti nel mese che si è chiuso qualche giorno fa.

QUALCHE CURIOSITÀ

Cercando i club imbattuti identifichiamo 24 società. In Serie A: Cagliari, Inter, Juventus, Lazio, Parma e Sampdoria. In Serie B: Benevento, Cittadella, Pescara e Pordenone. In Serie C: Bari, Carpi, Catanzaro, Cesena, Gozzano, Imolese, Monza, Piacenza, Pro Patria, Pro Vercelli, Reggiana, Reggina, Renate, Ternana. Mentre le compagini che non hanno colto successo nei trenta giorni di novembre ammontano a 23. In Serie A: Bologna, Brescia, Fiorentina, Genoa, Milan, Napoli e Spal. In Serie B: Virtus Entella ed Empoli. In Serie C: Bisceglie, Carrarese, Fano, Fermana, Giana Erminio, Imolese Juventus U23, Olbia, Paganese, Pro Patria, Ravenna, Rieti, Virtus Francavilla, Viterbese. E proprio incrociando gli ultimi elenchi di 24 e 23 team scopriamo che Imolese e Pro Patria hanno saputo soltanto pareggiare a novembre.

Chiudiamo segnalando che la Reggina svetta su tutte le altre novantanove società anche per numero di gol marcati, 12, e media gol/match, 3 (quest’ultimo dato la vede condividere il gradino più alto del podio col Cagliari, 9 centri in 3 impegni). Mentre le difese meno battute sono quelle messe in campo da Benevento, Juventus, Reggina e Sampdoria, tutte con 1 marcatura al passivo (0,3/match).

* Considerate solo quelle gare realmente svolte nel mese di novembre 2019, valutando quindi la
data effettiva di anticipi e/o posticipi e/o recuperi in calendario.

E’ la seconda difesa meno perforata di questo campionato alle spalle della Juventus. Dall’altro lato una squadra che è riuscita ad andare a segno con 10 marcatori differenti, solo l’Inter ha fatto meglio con 11. Verona – Roma è il posticipo serale di domenica 1° dicembre ore 20.45 e vede di fronte due squadre in forma.

Martedì 26 novembre è venuto a mancare Bruno Nicolè, ala della Juventus a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Aveva 79 anni. Nato a Padova il 24 febbraio del 1940, Nicolè è stato il marcatore e il capitano più giovane della Nazionale italiana: segnò il primo gol (che poi si tramutò in doppietta) in maglia azzurra a 18 anni e 258 giorni, indossò la fascia a 21 anni e 61 giorni. Però smise presto di giocare, a soli 27 anni, e fece l’insegnante di educazione fisica.

I due gol del record in azzurro, che resiste tutt’ora, li realizzò il 9 novembre 1958, allo stadio di Colombes, in amichevole, contro la Francia terza al Mondiale di pochi mesi prima. Francesi avanti con Vincent, poi tra il 57’ e il 65’ si scatenò Nicolè. Che tempo dopo raccontò:

Il primo su angolo battuto da Bean, testa di Galli, il portiere Colonna respinge corto e io la butto entro, sempre di testa. Il secondo: Segato mi passa la palla, prolungo sulla sinistra per Bean che me la ridà sul lato corto dell’area. Appena dentro, destro incrociato, molto forte. Sul 2-1 ho anche preso un palo, forse sarebbe stato il gol più bello. A fine partita un signore mi mette in mano un bigliettino. Grazie a nome di tutti i minatori veneti che lavorano in Francia, c’era scritto

La Francia pareggiò alla fine con Fontaine. Dopo quei gol, però, diventò celebre e Gianni Brera lo paragonò a Silvio Piola, titolando sul Guerin Sportivo: “Habemus Piolam: Ni-co-lè?”. Nicolè debuttò in A da sedicenne nel Padova di Nereo Rocco e dopo un solo campionato Giampiero Boniperti lo prese per 70 milioni e il prestito di Hamrin. Con la Juventus conquistò 3 scudetti e 2 Coppe Italia. Dal ‘63 al ‘65 cambiò 4 squadre: Mantova, Roma (un’altra Coppa Italia vinta), Sampdoria e Alessandria, dove concluse la carriera nel ‘67. In Nazionale giocò soltanto 8 partite, ma il suo record resiste ancora.

Esattamente 12 mesi fa ha scoperto di avere il cancro al testicolo e nel febbraio del 2019 ha iniziato la sua lotta contro la malattia. Lui è Max Taylor, difensore 19enne del Manchester United e la notizia che ci riappacifica con la vita è che il ragazzo è stato convocato per la prima volta in prima squadra e potrebbe esordire nel match di Europa League di giovedì 28 novembre contro l’Astana.

Max Taylor militava già nello United nel 2014, ma ci è ritornato solamente nel settembre 2019, con il Manchester United U23, quando gli è stato dato il via libera per potersi allenare di nuovo. Il suo corpo, dopo cicli di chemioterapia e lentissima ripresa, ha risposto bene tanto da spingere Solskjaer a convocarlo nella lista dei 23 in partenza per il Kazakistan.

 

 

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Dal momento che lo United è già qualificato per gli ottavi di Europa League, Solskjaer porterà in Kazakistan molti giovani, anche per testarli in vista dei prossimi appuntamenti Europei e di Premier dello United. E non è la prima volta che il tecnico dei Red Devils pesca materiale dallo Youth Club: in prima squadra hanno infatti già debuttato James Garner, Mason Greenwood e Dylan Levitt, i quali sono a tutti gli effetti parte integrante della rosa del Manchester.

Sto vivendo un sogno, sono felice. – ha dichiarato Max – Solskjaer ha chiamato molti giovani per questa partita. Spero che alcuni di noi giovedì possano esordire in prima squadra. Un anno fa iniziai la chemioterapiain quel periodo non avrei mai pensato che avrei avuto un’opportunità del genere

Una delle ultimi immagini, potenti, che legano Claudio Ranieri e la Roma risalgono alla fine dello scorso campionato con la curva giallorossa che omaggia il tecnico per essere accorso in aiuto in un momento di difficoltà per la Roma stessa. Alle spalle lo striscione, lui che ringrazia, si volta e poi piange. Nella capitale, Ranieri c’è nato nel 1951, ma anche la sua carriera da giocatore ha visto la luce con la maglia giallorossa. Poi un lungo girovagare soprattutto come allenatore, due anni belli e difficili a Roma nel 2009-2011 e il ritorno, per una breve parentesi, 10 anni dopo nel 2019. Adesso è alla prima panchina con la Sampdoria e il destino del calendario di Serie A ha beffardamente incrociato passato e presente.

Non ci sono precedenti testa a testa in campionato fra Antonio Conte, Inter, e Simone Inzaghi, Lazio.  Abbastanza normale se osserviamo che in occasione delle prime panchine fra i ‘grandi’ di mister Inzaghi, Conte era il ct degli Azzurri che stavano preparando l’avventura a Francia 2016.

Non mancano invece gli incroci in campionato fra il nerazzurro e la Lazio, 6, e fra il biancoceleste e l’Inter, 7. Ovviamente tutti in Serie A. Conte ha sfidato la Lazio sempre e solo con addosso la tuta della Juventus. L’ultima volta fu un 1-1 in occasione della 21esima giornata 2013/2014. Prima c’erano stati 4 successi e un altro pareggio. Non dobbiamo scordare, poi, che proprio contro gli Aquilotti il tecnico leccese ha vinto una Supercoppa, nella stagione 2013/2014.

Anche Inzaghi ha affrontato l’Inter vestendo sempre la stessa divisa sociale, quella della Lazio. Il bilancio è negativo con le sconfitte che sono il doppio dei trionfi, 4-2. Tuttavia a colpire la nostra attenzione è un altro dato. Quando la squadra del tecnico originario di Piacenza è andata ko gli avversari hanno sempre marcato 3 reti. E due stagioni fa quel 2-3 all’Olimpico all’ultima giornata gli costò l’accesso alla Champions League in virtù di un peggiore rendimento negli scontri diretti. Le due compagini avevano chiuso il campionato a quota 72 punti, ma alla Scala del calcio c’era scappato un pareggio ad occhiali, vale a dire 0-0.

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TUTTI I PRECEDENTI FRA CONTE E LA LAZIO IN CAMPIONATO

4 vittorie Conte

2 pareggi

0 vittorie Lazio

10 gol fatti squadre di Conte

3 gol fatti Lazio

TUTTI I PRECEDENTI FRA INZAGHI E L’INTER IN CAMPIONATO

2 vittorie Inzaghi

1 pareggio

4 vittorie Inter

6 gol fatti squadre di Inzaghi

12 gol fatti Inter

I NUMERI DI CONTE IN SERIE A

131 panchine

90 vittorie

28 pareggi

13 sconfitte

118 gare a punti

I NUMERI DI INZAGHI IN SERIE A

125 panchine

65 vittorie

25 pareggi

35 sconfitte

90 gare a punti

Inter-Lazio: arbitra Fabio Maresca

La prima gara in Serie A fu in occasione di Lazio-Bologna alla 38esima giornata del 2013/2014. L’ultima nel massimo campionato è stata Cagliari-Inter al secondo turno del 2019/2020. All’Olimpico fischiò un rigore in favore dei biancocelesti. Alla Sardegna Arena ha sanzionato un penalty per i nerazzurri. E’ stato designato Fabio Maresca per dirigere il prossimo Inter-Lazio di campionato. Napoletano classe 1981, vanta nel massimo torneo italiano già 55 presenze (distribuite lungo 7 stagioni) con un bilancio di 26 vittorie per le squadre di casa, 16 segni X, 13 successi per chi giocava in trasferta. In questo avvio di stagione è sceso in campo per Parma-Juventus 0-1 e nella già citata Cagliari-Inter 1-2.

Con i nerazzurri vanta 4 incroci in Serie A, equamente divisi fra affermazioni e battute d’arresto. Curiosamente però mai prima di questo turno infrasettimanale aveva diretto il Biscione al Meazza, sempre in trasferta. Da segnalare che entrambe le vittorie sono arrivate col punteggio di 2-1 (c’è, infatti, anche uno Spal-Inter).

Lo stesso score dei successi esterni della Lazio con Maresca in campo: Udinese-Lazio 1-2 e Sampdoria-Lazio 1-2, tutte e due disputate nel 2018/2019. In totale sono già 9 gli incroci fra il club capitolino e l’arbitro campano, con 4 giocati lontano dall’Olimpico. Il bilancio è positivo, sia quello generale, casa più fuori, che quello parziale, solo in esterna.

TUTTI I PRECEDENTI FRA MARESCA E L’INTER IN CAMPIONATO*

2 (0) vittorie Inter

0 (0) pareggi

2 (0) sconfitte

5 (0) gol fatti Inter

7 (0) gol subiti

TUTTI I PRECEDENTI FRA MARESCA E LA LAZIO IN CAMPIONATO**

6 (2) vittorie Lazio

2 (2) pareggi

1 (0) sconfitta

19 (7) gol fatti Lazio

8 (5) gol subiti

* Fra parentesi i numeri degli incontri casalinghi.

** Fra parentesi i numeri degli incontri esterni.

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