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Il Mondiale 2018 ha da poco alzato il sipario e sono già tante le emozioni e provato dentro e fuori dal campo.

Tra le celebri routine che da molti anni a questa parte accompagnano la Fifa World Cup ci sono sicuramente gli inni ufficiali che, nel giro di pochi mesi, diventano veri e propri tormentoni musicali. In effetti questa tradizione è iniziata oramai dal lontano 1962 nell’edizione cilena del Mondiale.

Per questa edizione russa il compito di spopolare con la canzone rappresentativa del Campionato del Mondo è stato affidato al cantante Jason Derulo che con Colors sta già iniziando a spopolare su YouTube. Il testo è stato scritto in collaborazione con Maluma.

Come già detto il primo inno risale a Cile ’62 con la canzone El Rock del Mundial dei Los Ramblers.

Un Rock and Roll che ha accompagnato tutti gli appassionati di calcio in quel torneo.
Qualche anno più tardi, nell’edizione di Messico 1970, a scrivere e interpretare il pezzo Fútbol Mexico 70 è il cantante Roberto do Nascimento. Pelé e compagni saliranno sul tetto del Mondo proprio con questa canzone.

Facendo un salto di 8 anni, ad Argentina 1978, troviamo un marchio di fabbrica tutto italiano nella composizione dell’inno al mondiale sudamericano. È il maestro Ennio Morricone ad incaricarsi della stesura delle note di questa edizione. Una sinfonia dal nome El Mundial.

Nel 1982 a spingere l’Italia alla vittoria Mondiale contro la Germania è Placido Domingo con la sua Mundial ’82. Un vero e proprio inno spagnolo che ha caricato gli azzurri fino al trionfo finale.

Tra gli inni più nostalgici non può che esserci Un’estate italiana di Edoardo Bennato & Gianna Nannini del Mondiale di Italia ’90. Un brano che ha accompagnato tutti i tifosi di calcio nelle Notti Magiche. Una vera e propria canzone che ha caricato la nazionale azzurra in tutto il percorso Mondiale, finito ai rigori contro l’Argentina al San Paolo di Napoli.

All’edizione di Francia ’98 è l’artista portoricano, Ricky Martin, a cantare La Copa de la Vida. Testo che porta sicuramente fortuna alla Francia che andrà poi a vincerlo quel Mondiale giocato in casa.

Per l’Italia vincente del 2006 i tifosi certo ricordano più il tormentone targato The White Stripes intitolato Seven Nation Army cantato anche negli stadi tedeschi in tutto il cammino azzurro fino alla vittoria finale a Berlino, anziché l’inno ufficiale Celebrate the Day – Herbert Grönemeyer feat. Mali Amadou & Mariam.

Il Waka Waka di Shakira ha fatto ballare tutto il mondo nel 2010. Al primo Mondiale in Africa la cantante colombiana ha cantato un inno che legasse tutti gli abitanti del Mondo al continente africano.

Particolare, quanto sciagurata, è stata però la decisione della Coca Cola (sponsor ufficiale del torneo) di “appoggiare” l’idea di sostenere un altro inno per quella edizione, la canzone Wavin’ Flag di K’Naan.

Pittbull con Jennifer Lopez hanno accompagnato il Mondiale 2014 in Brasile con la loro We Are One (Ole Ola).

In Italia però è a spopolare anche la canzone di Emis Killa – Maracanà.

Da un lato Messico, Costa Rica, Stati Uniti, Nigeria e Cina. Dall’altro, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Brasile, Arabia Saudita e Sudafrica. No, non sono due gironi di chissà quale para-esotica competizione tra Nazionali di calcio, ma sono le squadre che hanno partecipato alle fasi finali di un Mondiale allenate da due autentici giramondo. Se è vero che il calcio è mediamente conosciuto in ogni latitudine e longitudine di questo planisfero, Bora Milutinovic e Carlos Alberto Parreira l’hanno voluto sperimentare sulla propria pelle: il serbo e il brasiliano sono infatti gli unici due allenatori ad aver guidato cinque Nazionali differenti in altrettanti Mondiali.
Inoltre Parreira, che ha portato i verdeoro sul tetto del mondo nel 1994 vincendo contro l’Italia, riprendendo la guida della Seleçao nel 2006, ha partecipato così sei Mondiali, primato assoluto, mentre Milutinovic detiene il record di primo allenatore ad aver portato quattro squadre diverse dopo il primo turno, prima di fallire con la Cina nel 2002.

Globetrotter pallonari, emissari di tattica ed esperienza in Paesi periferia del calcio, i due allenatori hanno vissuto con la valigia sempre chiusa pronta per essere imbarcata verso chissà quale destinazione. Tra club e rappresentanze nazionali, hanno letteralmente allenato ovunque, in tutti i continenti tranne che in Oceania.

Parreira, più legato al suo Brasile (è stato più volte sulla panchina del Fluminense, ma anche San Paolo, Santos, Corinthians e Internacional) si è spostato nel Nord America per allenare i New York MetroStars, è stato in Africa come ct del Ghana, poi in Asia e in Europa come tecnico, a metà degli anni ’90, del Valencia e del Fenerbaçhe. La prima Nazione che traghetta ai Mondiali è il Kuwait in Spagna ’82: al suo debutto, il Paese asiatico ottiene un pareggio per 1-1 contro la Cecoslovacchia e due sconfitte contro Inghilterra e Francia. Nel ’90, in Italia, ci riprova con un’altra asiatica, gli Emirati Arabi Uniti, ma fa peggio, uscendo sempre al primo turno, ma con tre sconfitte su tre nel proprio girone.
La gloria la ottiene nel 1994, nel Mondiale degli States, alla guida del Brasile, mentre quattro anni dopo è nuovamente su un’altra panchina, ancora attratto dalla sfida di portare una Nazionale che non mastica calcio. Parreira porta l’Arabia Saudita a Francia ’98, ma anche qui non va oltre alla prima fase, ottenendo solo un pareggio per 2-2 contro il Sudafrica, squadra che, dopo il ritorno di fiamma con il Brasile nel 2006, allenerà nel 2010 per il Mondiale giocato in casa. Quella coi Bafana Bafana è l’ultima esperienza come allenatore: Il 25 giugno 2010, ha annunciato, infatti, il suo ritiro.

Milutinovic, invece, jugoslavo di nascita, poi serbo dopo la dissoluzione del Paese e, infine, messicano d’adozione, inizia proprio qui la sua carriera di allenatore nel 1977, nel Pumas Unam (suo ultimo club come calciatore) per poi essere scelto come commissario tecnico del Messico per i prestigiosi Mondiali in casa del 1986, dove arrivano fino ai quarti, sconfitti ai rigori dalla Germania Ovest. Milutinovic dimostra di saperci fare con le sfide ardue e pressoché impossibili: quattro anni dopo ci prova con il Costa Rica, non solo portando la Nazionale costaricana ai Mondiali in Italia del 1990, ma toccando gli ottavi di finale persi contro la Cecoslovacchia.
Il suo stile di gioco e il suo modo di allenare, stuzzicano la federazione degli Stati Uniti che, per il Mondiale del ’94, in casa, scelgono proprio lui: a differenza di Parreira, sempre bloccato al primo turno, Bora porta le sue squadre al di là della prima fase. Negli ottavi, incontra proprio il ct brasiliano, che poi vincerà quell’edizione. Stessa sorte con la Nigeria nel 1998 anche se rimarrà nei ricordi la vittoria per 3-2 contro la Spagna, mentre quattro anni dopo, prova l’avventura cinese, ma sulla panchina asiatica fallisce, per la prima volta, il suo accesso al turno successivo.

Milutinovic, che nella sua carriera, ha anche allenato l’Udinese per poi essere esonerato dopo sei sconfitte in nove partite, sulla sua esperienza cinese, raccontò questo aneddoto:

Prima del Mondiale entrai in una chiesa per parlare con Dio. Mi ha chiesto: cosa vuoi, Bora? E ho risposto: segnare come la Francia! E Dio mantenne la parola. Francia e Cina furono, in questo Mondiale, le uniche due squadre a non segnare gol. Certo che io mi riferivo a realizzare gli stessi gol della Francia nel 1998

La Guerra del Fútbol tra El Salvador e Honduras spostò il conflitto tra le due nazioni su un campo da calcio. Le parole di Gilberto Yearwood, ripercorrono quei momenti e le gesta dell’Honduras ai Mondiali del 1982, in uno spezzone tratto dal libro “Cenerentola ai Mondiali di Matteo Bruschetta

«Tra vicini di casa, capita spesso di litigare. Honduras, il paese in cui sono nato, ed El Salvador non si sono mai troppo amati e l’apice della violenza si raggiunse alla fine degli anni Sessanta, in quella che il giornalista polacco Ryszard Kapuściński definì in un libro “La Guerra del Fútbol”. Nonostante sia durato quattro giorni, dal 14 al 18 luglio 1969, è stato uno dei conflitti più sanguinosi della seconda metà del Novecento, con quasi seimila morti e oltre quindicimila feriti.

Tutto ebbe inizio nel 1960 quando gli USA, che avevano grande influenza in America Centrale, promossero la nascita del Mercado Común Centroamericano, un’area di libero scambio tra Costa Rica, Nicaragua, Guatemala, Honduras ed El Salvador. Ciò permetteva alle multinazionali USA di coltivare grandi piantagioni, soprattutto di banane, e avere manodopera a basso costo. Anche i cinque stati centramericani trassero dei benefici, per uscire dalla cronica arretratezza della loro agricoltura. Honduras era il paese tecnologicamente meno evoluto, El Salvador il più sviluppato e di conseguenza qui gli investimenti furono maggiori, permettendo una crescita economica e demografica.

El Salvador divenne presto lo stato più popoloso dell’America Centrale, dopo il Messico. Un aumento sproporzionato per un paese così piccolo, che si trovò ad avere problemi di disoccupazione. Temendo una rivolta contadina, il governo salvadoregno decise di chiedere aiuto all’Honduras, dove le condizioni erano opposte: arretratezza agricola e tanti chilometri quadrati di terre incolte. Nel 1967 i due Stati firmarono una convenzione bilaterale sull’immigrazione. Oltre 300.000 campesiños salvadoregni varcarono il confine e avviarono la coltivazione delle terre inutilizzate.

Il massiccio esodo non fu, però, ben accolto dagli agricoltori honduregni, già scesi in piazza per protesta. In Honduras la dittatura di Oswaldo López Arellano era appoggiata da USA e latifondisti, quindi non si potevano redistribuire le terre in mano a multinazionali e grandi proprietari terrieri. La via più semplice era confiscare la terra agli immigrati, in barba agli impegni presi. Nell’aprile 1969, un provvedimento del Ministero dell’Agricoltura honduregno decretava la confisca delle terre e l’espulsione di 300.000 campesiños salvadoregni. Era un grave illecito internazionale e le relazioni diplomatiche tra i due Stati si fecero tesissime.

In questo clima di tensione, Honduras ed El Salvador dovevano affrontarsi per le qualificazioni ai Mondiali di Messico 1970. La gara d’andata era in programma l’8 giugno 1969 a Tegucigalpa. Non fu semplice per El Salvador venire a giocare da noi. La notte della vigilia, centinaia di persone si radunarono sotto il loro albergo per impedir loro di dormire e il giorno dopo, mentre andavano allo stadio, sgonfiarono le ruote del loro pullman. La partita la vinse Honduras 1-0, con un gol all’ultimo minuto. A El Salvador la sconfitta non fu presa bene, una 18enne di nome Amelia Bolanos, figlia di un generale dell’esercito, si sparò un colpo di pistola al cuore, tanta era la delusione.

Lo stesso clima d’intimidazione, se non peggiore, ci fu nella partita di ritorno del 15 giugno a San Salvador. I tifosi di casa presero di mira l’Hotel Intercontinental, dove riposavano i nostri giocatori, con lancio di sassi, stracci puzzolenti, topi morti, uova marce e bombe artigianali, tanto da costringerli a rifugiarsi sul tetto. Il giorno dopo, la nostra nazionale fu accompagnata allo stadio a bordo di carri armati dell’esercito. Sul campo non ci fu storia: finì 3-0 per i salvadoregni. Tre gol e tre morti: due tifosi honduregni e l’accompagnatore della nazionale di Honduras, un ragazzo salvadoregno, ucciso a sassate dalla folla, non appena lasciò l’hotel.

Al tempo, non c’era la regola dei gol in trasferta e fu necessario un ulteriore spareggio in campo neutro, il 27 giugno all’Azteca di Città del Messico. El Salvador vinse 3-2 ai supplementari e, al termine della partita, ci furono scontri tra tifosi honduregni e salvadoregni nelle strade adiacenti all’Azteca. La sera stessa, il governo di Honduras ruppe le relazioni diplomatiche con El Salvador, la guerra era ormai alle porte e iniziò tre settimane dopo.La “Guerra del Fútbol” la ricordo bene, così come la sconfitta contro El Salvador. Fu la prima delusione calcistica della mia vita. Avevo tredici anni e frequentavo la scuola “La Salle”, a San Pedro Sula, la città in cui sono nato e cresciuto. Giocavo scalzo per strada, nel barrio Suyapa, quando il signor Nicolás Chaín mi vide e mi raccomandò al Real España, allenato da José de la Paz Herrera, conosciuto da tutti come Chelato Uclés. Fu lui che mi lanciò titolare in prima squadra a diciassette anni. Non potete immaginare la soddisfazione di vedere scritto sui giornali il mio nome: Gilberto Yearwood. Per la mia forza bruta ben presto mi soprannominarono “el Vikingo”, anche se i miei antenati erano africani. Giocavo al centro della difesa di una squadra che in tre anni vinse due campionati nazionali. Chelato Uclés non guardava la carta d’identità dei giocatori, il portiere titolare era un altro ragazzino, due anni più piccolo di me: Julio César Arzú.

Nel 1977 siamo stati entrambi convocati in nazionale giovanile, per la prima edizione del Mondiali Under-20 in Tunisia. Eravamo un equipazo: io, “Tile” Arzú, Héctor “Pecho de Aguila” Zelaya, Ramón “Primitiva” Maradiaga, Anthony “Cochero” Costly, Prudencio “Tecate” Norales, Armando “el Cañón” Betancourt, che aveva segnato undici gol nel girone di qualificazione disputato a Porto Rico. Tutti ragazzi che avrebbero fatto la storia del calcio honduregno.

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Non ci sono particolari ragioni per cui chi non abbia visto URSS-Colombia del 1962 se ne debba crucciare. Ma, in fondo, non ci sono motivi neanche motivi per cui chi si sia imbattuto nella sintesi o nei semplici highlights di quell’incontro non ne voglia rinverdire un po’ la memoria. Del resto, le fasi finali della Coppa del mondo offrono a volte match dagli abbinamenti un po’ esotici che regalano inaspettatamente gol, errori ed emozioni e questo fu il destino della sfida tra sovietici e Cafeteros andata in scena nella città cilena di Arica il 3 giugno 1962.

Siamo alla seconda partita della fase a gironi. La Colombia, all’esordio in una fase finale, ha perso 2-1 contro l’Uruguay il primo incontro, l’URSS –campione d’Europa in carica- ha sconfitto 2-0 la Jugoslavia nella riedizione dell’atto conclusivo di Euro 1960. Questo fa dei sovietici i favoriti per uno dei due pass che valgono l’accesso ai quarti e come tali essi si comportano in avvio del match.
Al 14′, infatti, il risultato dice 3-0 grazie a una bordata di sinistro dal limite di Ivanov, non trattenuta dal portiere colombiano Sanchez, al raddoppio ottenuto da una proiezione di Čislenko in area avversaria e a un’altra rete di Ivanov, stavolta con un tiro in diagonale di destro. I sudamericani si risvegliano e al 20′ un bel passaggio filtrante di Serrano trova libero Aceros in area, tiro sotto la traversa e il grande Jašin è battuto. Per festeggiare un colombiano ribatte la palla in porta e buca la rete, evento tutt’altro che raro in quella Coppa del mondo…

Ad ogni modo fin qui tutto normale; anzi, le cose diventano ancor più normali quando al 6′ della ripresa una bello scambio Voronin-Ponedelnik manda quest’ultimo a tu per tu con Sanchez e il 4-1 è cosa fatta.

Abbiamo già capito dall’incipit che la Colombia rimonterà, ma la cosa davvero incredibile è che il tutto inizia grazie a un errore gigantesco del giocatore sovietico più rappresentativo: la palla su un corner di Marcos Coll, effettato, ma decisamente lento, entra rimbalzando in rete senza che Jašin neanche provi a piegarsi per raccoglierla. In Spagna lo chiamano “gol olímpico”, in Portogallo “cantinho”, fatto sta che a tutt’oggi quello di Coll è l’unico gol realizzato direttamente su angolo in una fase finale di un Mondiale.
Dieci minuti dopo, al 77′, siamo già 4-4 per i gol di Rada e Klinger (e anche in questo caso c’è da sottolineare l’uscita a vanvera del portiere sovietico), il risultato non cambierà più, ma, a dire il vero, l’inatteso pareggio non cambierà di molto il destino delle due formazioni: i Cafeteros verranno travolti 5-0 dalla Jugoslavia e usciranno subito, i sovietici batteranno l’Uruguay, ma si fermeranno nei quarti davanti al Cile padrone di casa.

 Il gol da angolo al minuto 6:07

La storia completa è su Calcio Romantico

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Il 25 maggio ha compiuto 26 anni e ora, Jón Daði Böðvarsson, si appresta a giocare il Mondiale con l’Islanda. L’attaccante, convocato anche lui per i Mondiali in Russia, è nato nella piccola Selfoss (neanche 7mila abitanti). Come tanti, si è messo in luce nel campionato locale (dove ha esordito, con la maglia del suo paese, in Inkassodeild neanche maggiorenne), per poi spiccare il volo e proseguire la sua carriera all’estero.

Oggi gioca con gli inglesi del Reading. formazione di bassa classifica della Championship inglese. La carriera dell’attaccante si è sviluppata soprattutto all’estero: Aarhus, Viking, Kaiserslautern e Wolverhampton le tappe del giocatore, prima dell’approdo al Reading.

LA CARRIERA DI JON DADI BODVARSSON NEI CLUB

2009-2012: Selfoss 80 (18)
2011: Aarhus (prestito) 0 (0)
2013-2015: Viking 81 (15)
2016: Kaiserslautern 15 (2)
2016-2017: Wolverhampton 42 (3)
2017-: Reading 27 (7)

LA CARRIERA DI JON DADI BODVARSSON IN NAZIONALE

Presenze: 36
Reti: 2. Autore di una delle reti islandesi nell’Europeo di Francia 2016: aprì le marcature nel 2-1 contro l’Austria.

Debutto: 14 novembre 2012 ad Andorra La Vella, contro Andorra, in amichevole. Vittoria Islanda per 2-0.

CURIOSITÀ

I numeri della carriera di Bodvarsson non fanno certo pensare a quelli di un rapace d’area di rigore. Il perché è presto detto: il giocatore ex Kaiserslautern non nasce come punta centrale, ma come ala destra. Solo successivamente è stato adattato nel ruolo di centravanti, pur con le sue caratteristiche.

Su Freezeland.it l’analisi completa di Bodvasrsson 

La capriola al volo in avanti e il gesto dell’ok, la sua firma al termine di ogni gol. Di capriole ne ha fatto più di 300 durante la sua lunga e prolifica carriera di attaccante, Miroslav Klose che si è ritirato a 38 anni, alla fine del 2016. Svincolato dalla Lazio dopo cinque anni in cui ha dimostrato di essere ancora attratto dal gol, rimasto senza squadra, ha rifiutato possibili trasferimenti esotici e ha deciso di appendere le scarpe al chiodo.

Cecchino di area di rigore, ariete puntuale con i suoi stacchi di testa o le incursioni sul filo del fuorigioco, Klose, nato a Opole, in Polonia, nel 1978, si è trasferito a Kusel, con papà Jozef e mamma Barbara, nel 1986. Ha iniziato nella squadra locale di Blaubach-Diedelkopf , da qui è iniziato il suo rapporto di “dipendenza” con la rete, con il gol e l’esultanza: 339 gol in totale tra Homburg, Kaiserslauter, Werder Brema, Bayern Monaco, Lazio e Nazionale di calcio tedesca, una sfilza di portieri impallinati e soprattutto il record di miglior marcatore assoluto nella storia dei Mondiali di calcio, con ben 16 reti.

Meglio di Ronaldo, fermo a 15 reti, meglio del so connazionale Gerd Müller coi suoi 14 gol; più letale del francese Fontaine (13 realizzazioni in una sola edizione, Svezia 1958) o di Pelé. Un traguardo raggiunto l’8 luglio 2014, durante il Mondiale in Brasile, nella semifinale passata alla storia per il 7-1 che i tedeschi hanno rifilato ai padroni di casa. Una convocazione acciuffata in extremis a 36 anni, la quarta partecipazione in una fase finale per l’attaccante di origini polacche che sin dal suo esordio, in Corea e Giappone nel 2002, si è presentato al mondo dimostrando di essere “über Alles”.

Al di sopra di tutto e tutti, lui che guarda gli altri dall’alto, dal suo imperioso e letale colpo di testa: nella prima inaugurale, contro l’Arabia Saudita, Klose segna tre gol con altrettanti colpi di testa. Anche Irlanda e Camerun si piegano al suo stacco, così, Miro chiude l’edizione del 2002 con cinque realizzazione. Bisogna aspettare il Mondiale del 2006, in casa, per vedere la prima rete realizzata di piede: doppietta, nel match inaugurale contro il Costa Rica e altri due gol anche contro l’Ecuador. Chiude quell’anno con una rete (ovviamente di testa) contro l’Argentina.

Klose non si ferma e al top della carriera, viene convocato anche per Sudafrica 2010: sono quattro le reti con Australia, Inghilterra e per due volte l’Argentina, costrette a soccombere. Con 14 reti realizzate in tre Mondiali e Ronaldo raggiunto in vetta, è proprio nella casa del Fenomeno che Klose completa la rimonta: nel trionfo della Germania che solleva la Coppa del Mondo c’è anche spazio per la gloria personale. Il gol segnato contro il Ghana è solo il preludio alla sedicesima rete messa a segno contro la Seleçao nella disfatta passata alla storia come il Mineirazo.

E’ salito sul tetto del mondo con la maglia della sua Nazionale, ha realizzato 71 gol in 131 incontri e da qui è ripartita la sua nuova avventura come assistente al fianco del ct Joachim Löw. Sul sito della federazione ha detto:

In Nazionale ho festeggiato i miei più grandi successi, che non dimenticherò mai. Mi piace tornare a disposizione della Dfb: volevo rimanere in piazza, ma farlo con una nuova prospettiva, quella di un allenatore che legge il gioco, sviluppa strategie e tattiche. Ringrazio Löw per l’opportunità

Calcio e musica: due passioni differenti, ma due mondi affini che si coinvolgono a vicenda, due rifugi dove ritrovare pace e cercare nuovi stimoli, due sfaccettature di un’unica arte. Due lingue che, se non contaminate dal moderno, corrotte dal capitalismo, possono essere portatrici di messaggi forti.
L’11 maggio si ricorda la scomparsa di colui che ha fatto della musica la sua vocazione e del calcio il suo diletto, la sua passione. Un piccolo omaggio a chi invece è stato gigante, a chi il termine “musicista” andrebbe troppo stretto, a Bob Marley.
Lui non ha lasciato un testamento, non ne sentì il bisogno: i suoi messaggi d’amore, di pace, di rispetto e disciplina, d’ammonimento verso il male, contro il razzismo, sono incisi nella sua musica, in quel genere musicale che viene spesso canticchiato e raramente vissuto nella sua profonda essenza.

Aneddoti, storielle più o meno plausibili si intrecciano attorno alla sua immagine, il mito si insinua tra i dati storici, confondendoli e confondendoci e proprio attorno alla sua morte sono state tramandate differenti versioni. Quella più “popolare”, lasciateci passare il termine, vuole che sia deceduto per overdose, ma la sua vita non è mai stata improntata sull’eccesso: non si sarebbe mai permesso di tradire quei precetti morali, quel rigore religioso che lui stesso diffondeva attraverso la musica, l’unica cosa veramente “eccessiva” nella sua vita.

Partiamo da quello che è l’accaduto più vicino alla realtà: nel 1977 scoprì di avere una ferita all’alluce destro. Inizialmente pensò di essersi fatto male forse durante una partitella giocata a Parigi tra giornalisti francesi e i suoi “frattelli-amici” The Wailers, nella quale rimediò un duro colpo al piede, oppure in un’altra partita precedente dove, si dice, un suo amico gli lacerò l’alluce con un tacchetto arrugginito.

Ma successivamente, sempre giocando a calcio, l’unghia dell’alluce si staccò. Solo a quel punto fu fatta la diagnosi corretta: melanoma maligno che non venne mai curato in quanto la sua religione non consente l’amputazione degli arti per rispetto dell’integrità del corpo.
Bob Marley scelse solo di rimuovere la pelle al di sotto dell’unghia, ma  il melanoma non fu curato del tutto e progredì fino al cervello.

Quel che è certo è che Bob vedeva nel calcio una forma di espressione autentica, genuina come quel luogo povero e semplice che è la Giamaica. Disse:

Se non fossi diventato un cantante sarei stato un calciatore o un rivoluzionario. Il calcio significa libertà, creatività, significa dare libero corso alla propria ispirazione

Per questo quando giocava, si racconta, non aveva un ruolo preciso, non pensava agli schemi, non pensava a nulla, giocava per il gusto semplice di calciare un pallone e condividere momenti spensierati della giornata con gli amici.
Si spense l’11 maggio del 1981 e fu sepolto vicino a Nine Mile, riabbracciando quel luogo che lo vide nascere e dal quale Bob mai si separò e mai gli voltò le spalle. Si portò con se una chitarra, una piantina di marijuana, una bibbia ed un pallone: la sua esistenza racchiusa in quattro oggetti semplici. Semplice come l’ultima frase sussurrata al figlio:

I soldi non comprano la vita

Ed è facile intuire ed immaginare che il calcio di oggi, dell’era moderna, di Babilonia e del Dio Denaro, di sicuro non gli sarebbe piaciuto.

Se vuoi conoscermi devi giocare a calcio contro me e i the Wailers

È stata una giornata storica quella tra le due Coree. Prove di disgelo tra i due Paesi asiatici dopo anni di tensioni.

I due presidenti si sono incontrati in uno storico faccia a faccia in cui hanno parlato di pace. Una svolta epocale che potrebbe stabilire quiete in una parte di mondo sempre a rischio di conflitti.

Uno spiraglio positivo lo si è visto già qualche mese fa durante le Olimpiadi Invernali di PyeongChang. Proprio durante la rassegna olimpica le due Coree hanno avuto modo di sfilare nella cerimonia d’apertura sotto la stessa bandiera, quella della penisola coreana.

Quello di PyeonChang ha segnato un primo passaggio importante per i due Paesi. E oggi sono aperti anche le intermediazioni per una denuclearizzazione del territorio.

A livello calcistico, però, le due nazionali giocano autonomamente da quasi sempre.

Storico è stato il primo derby calcistico, avvenuto nel lontano 6 maggio 1976.

L’incontro si è disputato in Thailandia a Bangkok, match valido per le semifinali dei Campionati asiatici di calcio giovanili. La partita si concluse con la vittoria stringata (1-0) da parte della Corea del Nord.

Uno scenario particolare che vide a confronto due realtà da sempre sotto i riflettori per i conflitti bellici.

Quello attuale è un momento importante che potrebbe aprire altri scenari.

Ultimo aggiornamento: 13 maggio 2018

 

Le chiamiamo “bandiere” o, forse, alcuni parlano già al passato convinti che la fedeltà nel calcio sia svanita e quindi via sentimentalismi e senso di appartenenza per fare spazio ad altro che conta nel pallone moderno. E niente più Zanetti, niente più Totti, niente più Maldini o Del Piero.
La realtà, però, non è così malaccia: il Cies, il centro studi svizzero sul calcio europeo, nel suo ultimo report, ha raccolto la lista dei giocatori che all’interno dei maggiori campionati Uefa, indossano da più (tante) stagioni la stessa maglia. Dei veterani, insomma.

Sono 61 i calciatori che militano almeno da 10 anni nello stesso club. Alcuni indossano la fascia di capitano, come Buffon, altri ci sono arrivati dopo aver fatto tutta la gavetta nelle giovanili come De Rossi nella Roma, e poi ci sono simboli che hanno scritto la storia della squadra pur venendo dall’estero. Messi, è uno di questi.  E poi ci sono società che hanno cambiato così tanti giocatori nel recente passato da non avere una bandiera in senso assoluto di tempi: uno, per esempio, è il Crotone che ha in Martella – quattro stagioni – il giocatore da più tempo in rosa.

La lista completa la potete sfogliare qui, noi abbiamo scelto i giocatori con almeno 12 anni nella stessa squadra.

Xabi Prieto scolpito sulla maglia

Sabato 12 maggio, la Real Sociedad per omaggiare il suo leader Xabi Prieto, ha deciso di sostituire il proprio logo con il volto del capitano. Prieto ha deciso di ritirarsi al termine della stagione e la società con un comunicato ha detto:

Xabi ha sempre portato lo stemma della Real. La Real porterà stavolta lui come stemma

Nonostante la pubalgia che l’ha bloccato ai box nella seconda parte di stagione, il capitano basco è entrato a sette minuti dalla fine nella partita vinta 3-2 contro il Leganés. Xabi Prieto ha messo insieme in carriera quasi 580 apparizioni, e tra squadra A e B sono state tutte gare disputate con la maglia della stessa squadra.
Nella stessa partita è stato reso omaggio anche a Carlos Martinez, difensora dal 2007 in prima squadra (già dal 2004 nella squadra B).

 

Stefan Kiessling saluta il Leverkusen. E il Bayer saluta lui

Dopo 12 stagioni con la stessa maglia del Leverkusen, Kiessling decide di ascoltare il suo fisico, così a 34 anni decide di ritirarsi dal calcio giocato. Si conclude una delle più belle pagine del calcio moderno: 444 partite, 162 gol, 75 assist e capocannoniere nella stagione 2012-2013.  Anche per lui sette minuti di passerella nella vittoria per 3-2 delle aspirine contro l’Hannover.

Che la Russia sia un Paese enorme, nella fattispecie il più esteso del mondo, è noto a tutti e ciò, oltre ad indiscutibili vantaggi, può creare anche qualche disagio ai suoi cittadini.

Ne sanno qualcosa i tifosi del Baltika Kaliningrad, squadra di calcio della seconda divisione russa, che hanno deciso di seguire la loro squadra del cuore nella trasferta contro il Luch Energiya, squadra di Vladivostok.

Kaliningrad, la vecchia Königsberg, città della Prussia orientale che diede i natali al filosofo Immanuel Kant, è una exlclave russa che si affaccia sul Mar Baltico, situata tra Polonia e Lituania, mentre Vladivostok, letteralmente Dominatrice dell’Oriente, si affaccia sull’oceano pacifico, nei pressi del confine con la Cina e la Corea del Nord, punto di arrivo della ferrovia Transiberiana.

La distanza in linea d’aria tra le due città è di circa 7350 km, percorribili in 12 ore e mezza di volo, o in una settimana in treno, nel qual caso i chilometri da percorrere diventano oltre 10000.

Una maratona estenuante per tutta la squadra del Baltika Kaliningrad e soprattutto per i suoi tifosi più temerari e fedeli, i quali probabilmente saranno tornati a casa con una certa dose di delusione, oltre che di stanchezza: la partita infatti si è conclusa sul punteggio di 0 a 0, come ha sottolineato ironicamente il giornalista sportivo Michael Yokhin su Twitter. In classifica il Baltika Kaliningrad è ora al quarto posto, mentre il Luch Energiya è solo quindicesimo.