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Dicono che ogni squadra di calcio del pianeta sia disponibile al giusto prezzo. Ma in Italia ci sono diversi club che cercano attivamente acquirenti. Le squadre italiane di alto livello sono sempre richieste, soprattutto da denaro straniero, e gli investitori potrebbero piombare prima della fine dell’anno.

Genoa

Le prestazioni del Genoa in Serie A sono state dolorose negli ultimi tempi, con la retrocessione evitata nell’ultima giornata nelle ultime due stagioni. E i problemi finanziari hanno affondato il club, che ha ottenuto diversi prestiti, che però non aiutano le cose. Si parla di un’acquisizione e si pensa che il proprietario del Leeds United, Andrea Radrizzani, sia interessato. Parlando di un’offerta ricevuta di recente, Enrico Preziosi, il presidente del club, ha detto: “È un’offerta ridicola”.

Hellas Verona

Il presidente dell’Hellas Verona, Maurizio Setti, ha chiarito le sue intenzioni un anno fa quando ha detto: “Se qualcuno vuole il Verona per fare meglio di me, sono pronto”. E questa notizia ha immediatamente suscitato le voci di un’acquisizione da parte del supremo del West Ham David Sullivan, che sono state immediatamente respinte dal capo degli Hammers.

Sampdoria

La Sampdoria è un club in vendita, e c’era un accordo sul tavolo che avrebbe potuto vedere il cambio di proprietà non molto tempo fa. La Sampdoria è un club con una grande tifoseria e una lunga serie di giocatori con pedigree come Lombardo, Mancini e Gullit. Si può solo immaginare la quantità di scommesse sul calcio fatte quando questi grandi nomi erano in azione!

Un altro ex fuoriclasse della Samp, Gianluca Vialli, ha infatti rappresentato una cordata che era in trattativa per l’acquisto con Massimo Ferrero, presidente del club. Il gruppo di Vialli aveva il sostegno di Jamie Dinan, un gestore di hedge fund americano, nonché del fondatore del Pamplona Capital Management, Alex Knaster. La loro offerta era di $ 20 milioni inferiore al prezzo richiesto.

Parma

Parma, un club ricco di storia per quanto riguarda il calcio italiano, quindi non sorprende che ci sia interesse da parte degli investitori all’acquisto. Al momento in cui scrivo, Hisham Al Hamad Al Mana sta facendo un’offerta per una partecipazione di controllo nel club. Partendo da una quota del 51%, mira ad acquisire il 100% entro cinque anni dalla prima acquisizione. Al Mana, originario del Qatar, è coinvolto nel Gruppo Al Mana, che svolge molte attività nella regione dell’Estremo Oriente.

Sassuolo

Il titolare del Sassuolo, Giorgio Squinzi, purtroppo, è mancato l’anno scorso. È il presidente che ha portato il club dal calcio di quarta divisione in Italia alla massima serie. Dopo la sua morte, il club è passato alla sua famiglia, ma non sono sicuri di essere le persone giuste per portare avanti il Sassuolo. Si è scatenata la voce che potrebbe essere sul mercato per vendere il club di Serie A in modo che altri possano continuare il lavoro di Squinzi.

Torino

Non è chiaro se il Torino sia in vendita, come ha detto il loro presidente Urbano Cairo, “non incontrerò nessuno”. Ripeto che il club non è in vendita”. Tuttavia, a luglio, gli investitori locali hanno formato un gruppo chiamato Console and Partners e si sono quotati in borsa con l’intenzione di acquistare la squadra di Serie A italiana. Quindi, resta da vedere se Il Cairo venderà al giusto prezzo.

La pandemia e il rispettivo lockdown causati dal coronavirus hanno inevitabilmente stravolto vite e quotidianità su larga scala globale. La ripresa, seppur a singhiozzo, spinta dalla necessità di tornare a respirare aria di normalità e per non bloccare definitivamente interi sistemi economici, porta con sé i tanti dubbi sui danni e le ripercussioni che si avvertiranno nella seconda parte del 2020 e negli anni a seguire.

Anche il calcio ha subìto forti scossoni e la decisione, in Serie A così come negli altri principali campionati europei assieme a Champions League ed Europa League, di riprendere e concludere la stagione sportiva è una scelta ponderata per limitare i danni e tamponare il crollo delle finanze. E così anche il calciomercato è destinato a mutare regole, almeno nella formula ormai acquisita negli ultimi anni: l’impatto del Covid-19 sul player trading rischia di essere devastante secondo uno studio pubblicato da KPMG Football Benchmark, che ha analizzato gli effetti della pandemia sul valore dei giocatori.

Lo studio di KPMG

La minor disponibilità di liquidità da parte dei club a causa dei mancati introiti provenienti dal botteghino e dai diritti tv porterà le società a concentrarsi più sul risanamento dei debiti che a buttarsi sul mercato, ma non solo: a pesare, secondo lo studio, ci saranno anche la differenza di condizioni fra il mercato del venditore e quello del compratore con questi ultimi potrebbero trarre vantaggio dalla necessità di vendere che colpirà alcuni club, la durata dei contratti, l’età dei calciatori e la possibilità di affidarsi al settore giovanile.  E da qui deriva una prima conseguenza: la forbice fra club ricchi, in grado di mantenere una certa liquidità, e società costrette a vendere i propri giocatori per ripianare i bilanci è destinata ad allargarsi.

Di quali percentuali di decrescita parliamo sui cartellini dei singoli calciatori? L’Insider di Betway ha realizzato un approfondimento incrociando i dati di KPMG, CIES e Transfermarkt sul valore e le stime dei cartellini dei calciatori più costosi sull’attuale panorama calcistico. Kylian Mbappé, il cui cartellino a inizio 2020 si aggirava su un valore complessivo che oscillava da 200 a 260 milioni di euro, avrebbe oggi un ribasso del 20% circa. Stessa sorte per Raheem Sterling, Neymar, Jadon Sancho e così via.

Mbappé, il garage dell'attaccante: prima Ferrari e Mercedes, poi ...

KPMG partendo dallo studio di 10 campionati di riferimento –  la Pro League in Belgio, l’Eredivisie in Olanda, la Premier League, la English Championship, la Ligue1, la Bundesliga, la Serie A, la Liga, la Liga Nos portoghese e la Super Lig turca – ha ricavato delle stime sulla base della decisione comune di continuare a giocare, ma a porte chiuse (dato “smentito” dalla realtà perché in Francia e in Belgio la stagione è terminata a marzo). In questo caso i cartellini dei calciatori perderebbero  il 17,7%, per un totale di 6 miliardi e 617 milioni di euro. La Premier League rimarrebbe il campionato più colpito con una perdita di 3,93 milioni in media a calciatore, mentre Eden Hazard, giocatore del Real Madrid, sarebbe il calciatore più svalutato con un -25,5% sul costo del cartellino. In Serie A, invece, il Lecce dovrebbe essere il club a dover fronteggiare la perdita di valore più sensibile (26,3%), seguito da Sampdoria (22,2%) e Spal (19,9%).

 

Nell’ultimo secolo, moltissime sportive sono riuscite ad avere un impatto molto forte nel mondo dello sport e sono servite come ispirazione a tutte le ragazze che un giorno avrebbero voluto fare lo stesso. Secondo uno studio del 2018, l’84% di fan sportivi generali ora hanno interesse anche per le attività sportive femminili. Da Serena Williams a Simone Biles, dalle wrestler professioniste alle nuotatrici che detengono svariati record mondiali. Entriamo nel vivo delle cose e iniziamo la lista delle sportive più iconiche di sempre che sono riuscite a mettere gli sport femminili sotto i riflettori.

Serena Williams

Serena Williams è considerata una delle giocatrici di tennis più famose di sempre. Tutte le sue vittorie l’hanno fatta diventare la figura d’ispirazione che ora è negli sport, specialmente per i più giovani. Nel 2019 è stata l’unica donna nella lista di Forbes degli atleti più pagati del mondo. Insieme alla sorella Venus, sono considerate le pioniere di una nuova era per le donne nel tennis.

Ronda Rousey

La wrestler professionista donna più famosa del mondo è Ronda Rousey, una delle più grandi atlete della storia dato che è l’unica donna ad aver vinto sia il campionato UFC che il WWE. È anche stata la prima combattente donna ad essere messa nella UFC Hall of Fame nel 2018, lo stesso anno in cui ha firmato un contratto con WWE e ha iniziato ad essere una wrestler professionista. Prima infatti faceva arti marziali e nel 2008 aveva addirittura vinto una medaglia di bronzo alle Olimpiadi in judo.

Vanessa Selbst

Vanessa Selbst è una giocatrice di New York, la 26esima nella All Time Money List, la classifica dei migliori giocatori live, e la prima nella Women’s All Time Money List. La sua carriera inizia nel lontano 2006, dopo anni e anni passati ad allenarsi online ai casinò, è riuscita ad arrivare ai vertici del World Poker Tour e dell’European Poker Tour. Vanessa non è solo brava nel mondo del poker, ma ha anche una laurea in scienze politiche e ha vinto una borsa di studio per andare in Spagna per un anno. Tutti i suoi successi nel mondo del gioco non potranno mai essere superati, perché da qualche anno ha deciso di ritirarsi da questo mondo. Di certo però rimarrà nella storia delle migliori giocatrici di poker di sempre.

Katie Ledecky

Tra le nuotatrici migliori del mondo, Katie Ledecky ha vinto cinque medaglie d’oro alle Olimpiadi e 14 medaglie d’oro ai campionati mondiali. Al momento detiene anche il record nel freestyle di 400, 800 e 1500 metri. Il suo debutto in campo internazionale risale alle Olimpiadi a Londra del 2012, quando la quindicenne Katie sorprese tutti vincendo la medaglia d’oro nel freestyle di 800 metri. Bastò aspettare le Olimpiadi successive per sorprendere ancora di più gli spettatori di tutto il mondo, quando vinse ben quattro medaglie d’oro, una d’argento e due record mondiali.

Simone Biles

Simone Biles è la ginnasta più premiata dell’America, con 25 medaglie delle Olimpiadi e dei campionati mondiali, senza contare che vinse quattro di queste medaglie d’oro alle stesse Olimpiadi, quelle del 2016 a Rio. Tutto questo a soli 22 anni.

Alex Morgan

Alex Morgan è la co-capitana della squadra femminile di calcio e ha vinto il campionato FIFA due volte di fila, una prima volta nel 2015 e poi nel 2019. Nel 2012 Morgan ha fatto 28 goal e 21 assist, entrando nei record per essere la seconda donna nella storia a raggiungere questi numeri, senza contare che diventò anche la sesta e più giovane giocatrice ad aver fatto 20 goal in un anno solo.

Danica Patrick

Nel campo delle corse, nessuno può stare dietro a Danica Patrick. È stata la prima e unica donna ad aver vinto la gara IndyCar Series all’Indy Japan 300 e ha avuto i tempi migliori di sempre nelle gare femminili nella gare Indianapolis 500 e Daytona 500. In un mondo principalmente dominato dagli uomini, anche più di tutti gli altri sport precedentemente nominati, Danica Patrick è riuscita ad ispirare molte donne ad entrare nel mondo delle gare professionistiche.

 

Le camionette della polizia e della guardia di finanza negli stadi, le immagini riprese in diretta dalla trasmissione “90° minuto”, gli arresti. Non per colpa di tafferugli sugli spalti da parte dei tifosi, ma a finire in manette furono calciatori professionisti e di dirigenti di squadra di Serie A e Serie B. Il 23 marzo 1980 il pallone tricolore finì in galera, il primo scandalo calcioscommesse, il Totonero, match truccati attraverso scommesse clandestine.

Questo è lo sfondo torbido di quei primi giorni di primavera. Tra le società indagate nell’inchiesta oltre ad Avellino, Bologna, Juventus, Lazio, Milan, Napoli, Pescara, c’era anche il Perugia di Paolo Rossi, alla fine squalificato per due anni, costretto a saltare gli Europei del 1980 in casa. Passato inevitabilmente in secondo piano, quel 23 marzo 1980 il Perugia segnò anche un momento storico per il calcio italiano: fu la prima società in Serie A a debuttare ufficialmente con un sponsor sulla propria maglia.

Già negli anni Settanta i club avevano provato qualche escamotage per raggirare le rigide regole della Figc che imponeva sulle casacche dei giocatori solo lo sponsor tecnico. Con il passare degli anni, il mondo del calcio italiano si fece sempre più insofferente verso i divieti federali, tanto che oltre agli addetti ai lavori anche i mass media, con il Guerin Sportivo capofila, si fecero portavoce di una campagna a favore dell’arrivo della pubblicità sopra le maglie da calcio. L’Udinese, in Serie B, nella stagione 1978-1979 provò a fare breccia sfruttando cavilli burocratici apponendo il nome della ditta Gelati Sanson sui pantaloncini della squadra. Con annessa multa di 10 milioni di euro.

Risultato immagini per udinese gelati sanson

Il tabù però era destinato a cadere e passò solo un anno: il 26 agosto 1979 con l’esordio in Coppa Italia della prima maglia di calcio italiana griffata da uno sponsor, quella del Perugia.  Artefice di ciò fu il presidente dei grifoni, Franco D’Attoma, il quale per reperire i 700 milioni necessari al prestito in Umbria dell’attaccante Paolo Rossi, si accordò col gruppo alimentare IBP Buitoni-Perugina da cui ne ottenne 400; in cambio, il nome del loro pastificio Ponte sarebbe comparso sulle divise e sui capi d’allenamento della squadra. La Figc ancora non contemplava la presenza di un logo diverso da quello del fornitore sui capi tecnici dei calciatori, così come la stessa Lega aveva respinto in estate l’ingresso della pubblicità sopra le mute da calcio italiane. Dato che l’unica forma di sponsorizzazione all’epoca permessa era quella relativa l’abbigliamento tecnico, in quarantott’ore D’Attoma aggirò le regole federali fondando un maglificio col nome del pastificio, la Ponte Sportswear, che di diritto figurava come semplice fornitore tecnico delle casacche — potendo quindi comparire formalmente, col suo marchio, anche su di esse —, ma che di fatto fu il primo vero sponsor di maglia del calcio italiano.

Inizialmente la Federazione non tollerò questo escamotage e multò la società umbra per 20 milioni, imponendo inoltre l’esclusione dalle divise perugine del logo Ponte prima dell’inizio del campionato; tuttavia D’Attoma, a sua volta squalificato, non si perse d’animo e proseguì nei suoi intenti commerciali, apponendo il nome dello sponsor sopra tute e altri indumenti di gioco dei biancorossi nonché, in maniera pionieristica, perfino sulle reti e sull’erba dello stadio Renato Curi. Pochi mesi dopo, al termine d’una discreta trafila burocratica, la Lega Nazionale Professionisti autorizzò infine il Perugia a scendere in campo col marchio pubblicitario sulle proprie maglie; il “secondo” debutto dello sponsor — stavolta coi crismi dell’ufficialità — avvenne in Serie A il 23 marzo 1980, nella trasferta all’Olimpico contro la Roma persa per 4-0.

Risultato immagini per perugia sponsor ponte

Un ultimo passaggio su Paolo Rossi: tornò a giocare il 29 aprile 1982, disputando solo le ultime tre partite di campionato con la Juventus; nonostante lo scarso numero di gare giocate il ct Enzo Bearzot lo inserì nella lista dei convocati per il Mondiale del 1982.

Dalla prima edizione del 1960, i Campionati europei di calcio si sono giocati con regolarità ogni quattro anni. Euro2020, la prima manifestazione “paneuropea” non giocata in un’unica Nazione, è stato posticipato nell’estate 2021 a causa della pandemia del Coronavirus. Sono coinvolte 12 città europee e l’inaugurazione è prevista a Roma, allo stadio Olimpico, l’11 giugno 2021

E’ dal 1980 che l’Italia non ospita gli Europei e quell’edizione, la sesta, fu a suo modo “storica”. La formula di Euro ’80 mutò radicalmente rispetto a quella delle precedenti edizioni: in primo luogo, il Paese organizzatore fu designato ancor prima dell’avvio delle qualificazioni e l’Italia divenne l primo Paese a organizzare per la seconda volta il campionato europeo di calcio e la Nazionale azzurra fu ammessa d’ufficio alla fase finale. Il torneo passò poi a otto squadre: le altre nazionali si affrontarono in gironi di qualificazione, che determinarono le altre sette ammesse alla fase finale.

Il campionato fu vinto dalla Germania Ovest, che nella finale di Roma sconfisse per 2-1 il Belgio e fu l’unica edizione in cui non si disputarono le semifinali. L’Italia chiuse al quarto posto, dopo la sconfitta nella “finalina” ai calci di rigore contro la Cecoslovacchia, una serie di otto nove rigori, l’ultimo sbagliato da Collovati, dopo che i tempi regolamentari si erano conclusi 1-1.

Italia ’80 fu anche la prima edizione a presentare un personaggio immaginario che rappresentasse il torneo, insomma la mascotte che già Mondiali e Olimpiadi erano soliti utilizzati. Per noi italiani fu celebre “Ciao” di Italia ’90, ma precursore fu, invece, Pinocchio. Fiaba principe dei racconti per bambini e che in quell’epoca andava in tv grazie ad una serie televisiva, interpretata da Nino Manfredi nei panni di Geppetto, Gina Lollobrigida come Fata Turchina mentre Andrea Balestri era il piccolo bambino attore che rese il burattino di legno famoso in tutto il mondo.

Così il burattino nato alla fine del XIX secolo dalla penna di Carlo Collodi venne rappresentato con un pallone sotto al braccio, il naso tricolore e un cappellino da marinaio sulla testa con la scritta Europa 80. Presentata alla stampa nell’ottobre del 1979, alla mascotte non fu inizialmente assegnato un nome ufficiale perché, come spiegò allora il presidente dell’Uefa e della Figc, Artemio Franchi, i diritti di Pinocchio appartenevano alla Disney. Quando la Fondazione Collodi ricordò che i diritti d’autore sul libro erano ormai scaduti da 50 anni, il comitato organizzatore di Euro 80 poté finalmente ribattezzare la mascotte ufficiale.

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Le scommesse risultati esatti sono sicuramente una delle opportunità più ghiotte per uno scommettitore che desidera monetizzare nel migliore dei modi le proprie intuizioni. Le quote per questo genere di scommesse sono infatti piuttosto elevate, considerato che non dovremmo indicarci a segnalare chi vince o quanti gol sono realizzati, bensì indovinare correttamente anche in che modo i gol vengono distribuiti.

Insomma, per i motivi di cui sopra le scommesse risultati esatti sono generalmente accreditate di quote molto succulente, garantendo delle vincite elevate anche a fronte di puntate piuttosto contenute. Ed è proprio per questo motivo che sono sempre di più le persone che si mettono alla ricerca di informazioni, suggerimenti e consigli su come poter ottenere il meglio dalle scommesse con i risultati esatti. Cerchiamo di saperne di più!

In cosa consistono le scommesse risultati esatti

Di norma quando parliamo di scommesse risultati esatti ci riferiamo alla possibilità di prevedere correttamente il risultato finale di una partita. Dunque, non solo dovremo cercare di capire chi vince e chi perde (o se entrambe le squadre pareggiano), ma anche con quale combinazione di gol.

Tuttavia, il mondo delle scommesse sui risultati esatti è ben più vario. Possiamo infatti annoverare la presenza dei risultati esatti parziale + finale, attraverso i quali pronosticare l’esito del primo e del secondo tempo in una sola giocata, o ancora le scommesse sui risultati esatti multipli, con i quali non dovremo limitarci a prevedere il risultato esatto di una sola partita, ma di più match.

Evidentemente, queste varianti di scommesse sui risultati esatti sono molto più difficili da prevedere delle scommesse singole. Ma, come puoi ben intuire, le vincite che potresti ottenere da esse sono molto, molto alte!

Generico calcio | DAILY MILAN

Consigli per le scommesse sui risultati esatti

Chiarito quanto sopra, cerchiamo di effettuare un piccolo passo in avanti e cercare di capire quali siano i migliori consigli per poter scommettere sui risultati esatti.

La prima cosa che vogliamo condividere è che non esistono dei “segreti” o dei “trucchi”, e che chi ti sta vendendo delle certezze su quale sarà l’esito di un match, ti sta vendendo illusioni. Non è infatti possibile prevedere con sicurezza il risultato esatto di una partita e, dunque, non si potrà che ambire a questo obiettivo procedendo per gradi, e con un po’ di intuito.

Per esempio, puoi aiutarti nel valutare i risultati esatti sulla base di quelli storicamente più frequenti. Tieni conto che in Serie A, ad esempio, i risultati più frequenti sono quelli con bassi scarti: 1-0, 2-1 o 1-1 sono alcune delle combinazioni più ricorrenti. Per quanto concerne i risultati esatti della Champions League, si hanno delle combinazioni piuttosto simili, anche se generalmente con più gol. Dunque, per la massima competizione calcistica europea i risultati più gettonati sono tradizionalmente 2-0, 2-1 e 3-1.

Un altro metodo che puoi usare per poter scommettere con maggiore consapevolezza sui risultati esatti è quello di puntare alla verifica dei passati match tra le due formazioni. La storia a volte insegna, e potresti cercare di utilizzare gli stessi criteri per poter pronosticare il futuro, soprattutto se ritieni che le condizioni delle due formazioni non siano cambiate radicalmente dall’ultimo match.

Uno strumento certamente utile  è il comparatore quote che ci consente di valutare quale tra i bookmaker AAMS propone la quota più alta per un determinato esito. Possiamo trovare questo tool su siti specializzati nelle scommesse sui risultati esatti, gestiti da esperti ed appassionati del settore che con grande passione si propongono di fornire consigli, pronostici, recensioni e notizie sul mondo del gioco online.

Ricordiamo sempre che il gioco può creare dipendenza ed è riservato ai maggiori di anni 18.

Da un lato Messico, Costa Rica, Stati Uniti, Nigeria e Cina. Dall’altro, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Brasile, Arabia Saudita e Sudafrica. No, non sono due gironi di chissà quale para-esotica competizione tra Nazionali di calcio, ma sono le squadre che hanno partecipato alle fasi finali di un Mondiale allenate da due autentici giramondo. Se è vero che il calcio è mediamente conosciuto in ogni latitudine e longitudine di questo planisfero, Bora Milutinovic e Carlos Alberto Parreira l’hanno voluto sperimentare sulla propria pelle: il serbo e il brasiliano sono infatti gli unici due allenatori ad aver guidato cinque Nazionali differenti in altrettanti Mondiali.
Inoltre Parreira, che ha portato i verdeoro sul tetto del mondo nel 1994 vincendo contro l’Italia, riprendendo la guida della Seleçao nel 2006, ha partecipato così sei Mondiali, primato assoluto, mentre Milutinovic detiene il record di primo allenatore ad aver portato quattro squadre diverse dopo il primo turno, prima di fallire con la Cina nel 2002.

Globetrotter pallonari, emissari di tattica ed esperienza in Paesi periferia del calcio, i due allenatori hanno vissuto con la valigia sempre chiusa pronta per essere imbarcata verso chissà quale destinazione. Tra club e rappresentanze nazionali, hanno letteralmente allenato ovunque, in tutti i continenti tranne che in Oceania.

Parreira, più legato al suo Brasile (è stato più volte sulla panchina del Fluminense, ma anche San Paolo, Santos, Corinthians e Internacional) si è spostato nel Nord America per allenare i New York MetroStars, è stato in Africa come ct del Ghana, poi in Asia e in Europa come tecnico, a metà degli anni ’90, del Valencia e del Fenerbaçhe. La prima Nazione che traghetta ai Mondiali è il Kuwait in Spagna ’82: al suo debutto, il Paese asiatico ottiene un pareggio per 1-1 contro la Cecoslovacchia e due sconfitte contro Inghilterra e Francia. Nel ’90, in Italia, ci riprova con un’altra asiatica, gli Emirati Arabi Uniti, ma fa peggio, uscendo sempre al primo turno, ma con tre sconfitte su tre nel proprio girone.
La gloria la ottiene nel 1994, nel Mondiale degli States, alla guida del Brasile, mentre quattro anni dopo è nuovamente su un’altra panchina, ancora attratto dalla sfida di portare una Nazionale che non mastica calcio. Parreira porta l’Arabia Saudita a Francia ’98, ma anche qui non va oltre alla prima fase, ottenendo solo un pareggio per 2-2 contro il Sudafrica, squadra che, dopo il ritorno di fiamma con il Brasile nel 2006, allenerà nel 2010 per il Mondiale giocato in casa. Quella coi Bafana Bafana è l’ultima esperienza come allenatore: Il 25 giugno 2010, ha annunciato, infatti, il suo ritiro.

Milutinovic, invece, jugoslavo di nascita, poi serbo dopo la dissoluzione del Paese e, infine, messicano d’adozione, inizia proprio qui la sua carriera di allenatore nel 1977, nel Pumas Unam (suo ultimo club come calciatore) per poi essere scelto come commissario tecnico del Messico per i prestigiosi Mondiali in casa del 1986, dove arrivano fino ai quarti, sconfitti ai rigori dalla Germania Ovest. Milutinovic dimostra di saperci fare con le sfide ardue e pressoché impossibili: quattro anni dopo ci prova con il Costa Rica, non solo portando la Nazionale costaricana ai Mondiali in Italia del 1990, ma toccando gli ottavi di finale persi contro la Cecoslovacchia.
Il suo stile di gioco e il suo modo di allenare, stuzzicano la federazione degli Stati Uniti che, per il Mondiale del ’94, in casa, scelgono proprio lui: a differenza di Parreira, sempre bloccato al primo turno, Bora porta le sue squadre al di là della prima fase. Negli ottavi, incontra proprio il ct brasiliano, che poi vincerà quell’edizione. Stessa sorte con la Nigeria nel 1998 anche se rimarrà nei ricordi la vittoria per 3-2 contro la Spagna, mentre quattro anni dopo, prova l’avventura cinese, ma sulla panchina asiatica fallisce, per la prima volta, il suo accesso al turno successivo.

Milutinovic, che nella sua carriera, ha anche allenato l’Udinese per poi essere esonerato dopo sei sconfitte in nove partite, sulla sua esperienza cinese, raccontò questo aneddoto:

Prima del Mondiale entrai in una chiesa per parlare con Dio. Mi ha chiesto: cosa vuoi, Bora? E ho risposto: segnare come la Francia! E Dio mantenne la parola. Francia e Cina furono, in questo Mondiale, le uniche due squadre a non segnare gol. Certo che io mi riferivo a realizzare gli stessi gol della Francia nel 1998

Se non è stata una “maggioranza bulgara”, poco c’è mancato: 142 voti su 155 disponibili, un’annata da incorniciare per giocate e gol e con la Coppa Uefa alzata davanti ai musi lunghi dei tedeschi del Borussia Dortmund. Il 28 dicembre 1993, Roberto Baggio vince il Pallone d’oro. Con la Juventus, il Divin Codino si afferma e si consacra nel panorama calcistico internazionale. Il riconoscimento della rivista francese France Football non lascia dubbi: nessuno può eguagliare il talento italiano. Alle sue spalle, distaccati, l’olandese Dennis  Bergkamp, che quell’estate passerà dall’Ajax all’Inter, e l’istrionico francese Eric Cantona, idolo tra i tifosi del Manchester United.

Dopo la convincente vittoria della Juventus per 3-1, nell’andata della finale di Coppa Uefa contro il Borussia Dortmund al Westfalenstadion, è lo stesso calciatore nato a Caldogno a ironizzare, dopo avere segnato una doppietta, sulla sua possibilità di alzare il trofeo dorato: «Il Pallone d’oro io a Baggio lo darei».
Con il 3-1 all’andata e il 3-0 al ritorno a Torino, quei pochi scettici si convincono della strepitosa annata del talento con il numero 10 cucito sulle spalle. Del resto, i numeri della stagione 1992-1993 parlano chiaro, chiarissimo: in Serie A, Baggio gioca 27 partite e realizza 21 rete, il suo rendimento migliore dopo la rinascita a Bologna nel 1997-1998 dove segnerà 22 marcature. Letale anche in Coppa Uefa con 6 gol in 7 gettoni.

Attorno ai suoi tocchi, alle sue giocate e al suo talento, la Juventus vuole ricucire i suoi successi, smarriti dopo l’addio di un altro fuoriclasse come Michelle Platini. Ma il Milan di Fabio Capello sfugge e, nonostante, il ricco bottino di segnature di Baggio (solo Signori fece meglio con 26 reti), la Juventus concluderà quarta con 39 punti, meno 11 rispetto al Milan. Unica pacata consolazione per il Divin Codino è la splendida rete che segna a San Siro, nella “Scala del calcio”, proprio ai rossoneri:

E’ in Europa, come detto, che la Juventus e Baggio trovano gloria: è proprio il fantasista ad aprire le marcature europee del club torinese nel 6-1 del primo turno contro i ciprioti dell’Anorthosis Famagosta. Poi un digiuno che si interrompe in semifinale, quando, contro il Paris Saint Germain, tira fuori tutta la sua classe segnando una doppietta nella vittoria per 2-1 all’andata e per 1-0 in terra transalpina. Da antologia i due gol segnati a Torino:

Alla premiazione del Pallone d’oro, Roberto Baggio disse:

Il Pallone d’oro è una cosa mia: sono sicuro che se scendeste in strada a chiedere ai tifosi cosa vorrebbero che vincessi vi risponderebbero lo scudetto, se sono juventini; il Mondiale, se non lo sono. Infatti i miei veri traguardi sono questi, come per un attore è bello vincere l’Oscar, ma è molto meglio se il pubblico apprezza il suo film

Il Mondiale negli Stati Uniti è, forse, il più grande rammarico nella carriera di Baggio e dei tanti tifosi che, in lui, avevano riposto speranze di successo. Dopo una stagione da protagonista, con la Juventus che è riuscita a issarsi al secondo posto, dietro sempre al Milan, nel 1994 Baggio trascinò l’Italia, praticamente da solo, in una storica finale contro il Brasile. Ma quel pomeriggio avverso, furono i rigori a strozzare le grida di gioia.
Il Divin Codino, però, non si è mai dato per sconfitto: al Milan, tra alti e bassi, non ha espresso tutta la sua grazia. E’ rinato a Bologna, è diventato leggenda a Brescia.

In una lettera rivolta ai giovani e ai suo figli, durante una serata del festival di Sanremo nel 2013, si intuisce perché è arrivato fin là, avendo il rispetto di tifoserie e avversi rivali. E’ stato e, forse lo è tutt’ora, il più grande calciatore italiano – e uomo- di sempre:

La lettera di Roberto Baggio indirizzata ai giovani 14-02-2013 (Sanremo 2013) from dioddo on Vimeo.

Lunedì 3 febbraio il Napoli ha battuto la Sampdoria per 4-2 nel posticipo della 22^ giornata di Serie A. La squadra di Gattuso, dopo esser passata in vantaggio per 2-0 in 16 minuti con i gol di Milik ed Elmas si è fatta raggiungere dalle reti di Quagliarella prima e Gabbiadini dopo, su rigore, al minuto 73. Dieci minuti dopo è stato Diego Demme, subentrato all’ora di gioco al posto dell’altro neo arrivato Lobotka, a siglare la rete del nuovo vantaggio poi perfezionato dalla marcatura di Mertens al 98’.

Quella messa a segno allo stadio Ferraris dal giocatore ex-Lipsia è una piacevole coincidenza perché il Napoli vede nuovamente un giocatore di nome Diego andare in gol con la maglia azzurra: l’ultima volta fu, infatti, Diego Armando Maradona a firmare la sua ultima rete proprio contro la Sampdoria il 24 marzo del 1991, nello stesso stadio. Esattamente 10543 dopo un altro Diego va in gol. Gli unici due della storia partenopea.

Il centrocampista difensivo classe 1992 è di origini italiane, è nato in Germania a Herford, ma con il papà calabrese. Enzo, padre del calciatore, ha anche confidato:

Il nome dato a mio figlio? Mia moglie voleva chiamarlo Fabio, in onore di Cannavaro. Ma Diego ha prevalso in onore del grande Maradona

Quello del 1985 è un gennaio freddo, rigido e con forte nevicate in gran parte del Nord Italia. Le città sono paralizzate, le strade ghiacciate e chiuse e, con loro, molte attività commerciali. Il Milan, domenica 20 gennaio, deve giocare in trasferta sul campo dell’Udinese, ma il match è a rischio.

La partita, complice l’arduo e generoso lavoro degli inservienti e degli spalatori, si riesce a giocare, ma sul pullman per la partita friulana non sale Tassotti. Al suo posto, alla prima convocazione in prima squadra, ci va Paolo Maldini.
Il figlio di Cesare, appena 16 anni, si accomoda in panchina con la maglia numero 14, accanto a Nuciari, Ferrari, Cimmino e Giunta. In campo, invece, l’allenatore Liedholm schiera in porta Terraneo, in difesa Galli, Baresi, Russo e Di Bartolomei, a centrocampo Evani, Verza, Battistini e Manzo dietro alle due punte Hateley e Incocciati.

L’Udinese passa in vantaggio al minuto 11 con la bella rete di Selvaggi che dribbla in area difensore e portiere, mentre Battistini si infortuna poco prima dell’intervallo. Durante la fine del primo tempo, Maldini, che non pensava minimamente alla possibilità di esordire in Serie A e pensava solo a coprirsi dal gelo, fu richiamato da Liedholm: «Dove preferisci giocare?», disse lui. «Io solitamente gioco a destra, mister», rispose l’erede di Cesare.

Così il ragazzino di 17 anni inizia la sua lunga storia d’amore con il Milan. Sul campo è già sicuro e determinato: lo si vede chiudere in scivolata un paio di interventi, marchio di fabbrica per tempismo e puntualità della sua carriera. Il Milan raggiunge il pareggio al 63’ con la rete dell’inglese Hateley, abile a cogliere per primo una punizione deviata di Di Bartolomei.

Per il calcio italiano e per quello internazionale, il 20 gennaio 1985 non è un giorno qualsiasi: cinque Champions League, sette scudetti, tanti riconoscimenti e 902 partite sempre con la stessa maglia, dopo tutto questo è ancora oggi ricordato come il giorno del debutto di Paolo Maldini. Con il Milan ha vinto tanto, tutto quello che si poteva conquistare in un club; rimarranno amare delusioni, invece, con la Nazionale. Pilastro della difesa, 126 presenze di cui 74 da capitano, Maldini ha disputato ben 4 Mondiali.

Nils Liedholm al termine di quella partita contro l’Udinesedisse:

Paolo ha un grande avvenire

 

La dinastia prima e dopo: da Cesare al nipote Daniel

Ma quello di Paolo Maldini sarebbe un racconto solo parziale se non citassimo il ciclo dinastico in rossonero aperto dal padre Cesare e continuato dal figlio Daniel.  Cesare Maldini, nato a Trieste il 5 febbraio 1932 e all’età di tredici anni, impressionò favorevolmente il massaggiatore della Triestina il quale lo fece provinare presso la società alabardata, dove all’interno della stessa compì poi tutta la trafila delle formazioni giovanili, superando in questi anni anche l’ostacolo fisico di una pleurite che rischiava di precludergli la futura carriera calcistica. Nei primi anni 1950 ebbe modo di conoscere per la prima volta Nereo Rocco, destinato a diventare una figura ricorrente della carriera e ancor più della vita di Maldini. Proprio il paròn decise in questi anni di aggregarlo stabilmente alla prima squadra, seppur l’esordio da professionista avvenne poi agli ordini di Mario Perazzolo il 24 maggio 1953, all’età di ventuno anni, per la sfida di Serie A sul campo del Palermo. La stagione dopo divenne titolare e, nonostante la giovane età, eletto capitano della formazione giuliana tornata dopo tre anni nelle mani di Rocco. Passò al Milan nel 1954 e il suo esordio in Serie A con la maglia rossonera fu, coincidenza, proprio contro la Triestina nel settembre dello stesso anno. Con il Milan disputò 386 partite, molte delle quali da capitano, vincendo quattro scudetti e la prima storica Coppa dei Campioni.

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E arriviamo a Daniel. San Siro ha applaudito anche lui, domenica 2 febbraio 2020 nel pareggio per 1-1 contro l’Hellas Verona. Classe 2001, primo giocatore del nuovo millennio a debuttare in prima squadra nel Milan, Pioli ha guardato la panchina cercando forze fresche da inserire. Ceduto Piatek, c’era solo un ragazzo della Primavera, talvolta aggregato alla prima squadra. Trequartista di ruolo, Maldini di cognome. Così Pioli ha mandato in campo il secondogenito di Paolo al 93’. «È stato un sogno, peccato per il risultato. Speriamo la prossima volta di riuscire a portare a casa i tre punti.Il Verona è una squadra tosta. Forse avremmo meritato la vittoria, ma ci dobbiamo accontentare del pari» dichiara il biondino sorridente. «L’esordio era un obiettivo, ora speriamo di andare avanti così. Ho provato un’emozione forte, ma mio padre mi tranquillizza». Ha Lasciato lo stadio con lo zainetto in spalla, mentre Paolo lo segue orgoglioso: «Il debutto non era preventivato. Non avrebbe dovuto essere convocato, non si era allenato per due giorni, non stava benissimo».

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