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Se il calcio femminile in Europa è diventato professionistico da diversi anni con squadre affermatissime nei principali campionati, compresi in quello italiano, in Sudamerica è tutto un po’ ancora fermo.

Il primo passo verso una vera e propria svolta l’ha fatta il San Lorenzo. Lo storico club di Buenos Aires ha aperto le porte al calcio femminile professionistico, facendo firmare ben 15 contratti pro alle proprie calciatrici.

Un cambio di rotta importante per l’America Latina che finora non aveva abbracciato mai quest’idea nonostante negli ultimi anni ci siano stati dei grossi passi in avanti nel resto del mondo.

Il San Lorenzo, appunto, è la prima società a voltare pagina e chissà che a ruota non sarà seguita da molti altri club argentini oltre che brasiliani ecc…

Gioia immensa per le calciatrici alla firma del contratto per quella che è una battaglia socioculturale vinta. Emozionatissima l’attaccante Macarena Sanchez, una delle più attive in questa dura lotta fatta di pregiudizi. Sanchez, a inizio anno quando giocava ancora nell’UAI Urquiza (squadra argentina di Primera division), aveva protestato contro il salario di soli 11 euro e aveva ricevuto addirittura minacce di morte oltre a esser stata messa fuori rosa dal club.

Dopo aver pensato di gettare la spugna e smettere con il calcio, il post liberatorio:

 

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El 5 de enero me echaron. Ese mismo día había decidido dejar de jugar. 20 años dedicados al fútbol se desmoronaron en un abrir y cerrar de ojos. El esfuerzo, el amor y la dedicación de tanto tiempo no habían servido. Durante 3 meses mastique bronca y comí mucha mierda. Pero el amor recibido fue muchísimo mayor y más fuerte. Hoy, 12 de abril, me encuentro firmando mi primer contrato profesional. – Gracias a mis hermanas @emisanchezj @solsanchezj @cotisanchezj, a mi mamá y a mi papá por pelearla conmigo, gracias @micacannataro @chinagrayani y @lakolombina por aguantarme. Gracias @abofemargentina por acompañarme. Y gracias @sanlorenzo por confiar en mi. – El esfuerzo, el amor y la dedicación si sirven. Y los sueños se cumplen. La lucha va a seguir mientras haya UNA SOLA JUGADORA que siga teniendo que soportar el desprecio del sistema. – #futbolfemeninoprofesional #orgulloazulgrana #macaesdeboedo 💙❤️ #vamoslassantitas

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L’accordo firmato prevede una parte dell’esborso a carico del club rossoblu e la restante dalla Federazione calcistica argentina.

L’Afa, inoltre, ha dato l’ok alla creazione di una lega di calcio femminile su scala nazionale, supportando economicamente quei club che mettano sotto contratto professionistico almeno 8 calciatrici.

Raccontare l’Italia è sempre qualcosa di unico e coinvolgente, specie se lo si fa con i ricordi e con cimeli della storia del nazionale italiana di calcio.

Grazie alla mostra “Un Secolo d’Azzurro” a Bari, tutti gli amanti dello sport e del calcio hanno avuto modo di tuffarsi nella centenaria storia della nostra nazionale, toccando con mano oggetti che sono stati il simbolo del Tricolore sul rettangolo verde.

Già perchè sembra strano immaginare scarpini da calcio che non siano di brand sportivi ultramilionari, o maglie che non siano aderenti, traspiranti e comodissime e invece, ripercorrendo tutta la storia dell’Italia di calcio si può certamente notare quanto sia stato difficile giocare a calcio nei primi decenni del ‘900 con scarpe adattate, palloni pesanti e maglie pungenti.

Scarpini usati durante il Mondiale del ’34

Se si pensa che i tacchetti delle scarpe erano attaccati con dei chiodi che spesso perforavano la suola provocando dolori ai piedi, se si pensa che il tessuto del pallone si inzuppava d’acqua durante i temporali aumentando il proprio peso fino a raggiungere il chilogrammo, beh diremmo che è veramente strano.

La riproduzione della Coppa Rimet dei Mondiali 1934 e 1938 e la Coppa del Mondo 1982 e 2006 sono sicuramente gli oggetti che qualsiasi persona voglia tenere in mano anche per qualche secondo, così come indossare i guantoni di Buffon o la maglia di campioni come Maldini, Costacurta e Baggio quando erano ancora sponsor oppure quella del “Mo je faccio er cucchiaio!” di Totti a Euro2000.

Immaginare il gioco del Subbuteo dei primi anni ’60, sfiorare le maglie azzurre con lo stemma sabaudo, rileggere i titoloni il giorno dopo la vittoria del Mondiale, toccare il pallone della finale di Berlino ’06: sono solo alcune delle emozioni che “Un Secolo d’Azzurro” offre.

È considerata una delle calciatrici più forti della storia, oltre a essere una delle più prolifiche sotto porta: l’americana Alex Morgan raggiunge quota 100 reti in 159 presenze con la nazionale statunitense ed entra nell’élite delle giocatrici di calcio con più reti realizzate per il proprio Paese.

La stella dell’Orlando Pride e degli Usa ha tagliato questo importantissimo traguardo nel match amichevole giocatosi a Commerce City in Colorado contro l’Australia. La partita si è conclusa con una netta vittoria per le statunitensi per 5-3 in cui la capitana, originaria di San Dimas, ha messo a segno la rete che ha sbloccato il match al minuto 13 di gioco.

Cifra tondissima e festeggiamenti con tutte le compagne di squadra.

Come detto Alex Morgan ora è nella cerchia delle sette calciatrici ad aver tagliato questo grandissimo traguardo, inoltre per età è la terza con soli 29 anni e 276 giorni.

Di tutte le reti, 58 sono state realizzate con il mancino, suo piede naturale, 25 con il destro, 14 di testa e 3 con altre parti del corpo.

Uno score che è iniziato nel 2010 con quattro reti ed è anadto in crescendo sempre più con gli apici nel 2012 (28), 2016 (17) e 2018 (18).

Morgan detiene il record del gol più rapido con la nazionale a stelle e strisce, ben 12 secondi durante una partita di qualificazione olimpiche.

Con le 100 reti ha così raggiunto a Tiffeny Milbrett (100 reti in 206 gare dal 1991 al 2005) e ora punta la compagna di Nazionale – e unica ancora in attività – Carli Lloyd che si trova a quota 105 reti (ma in 269 partite).

Più avanti nella classifica si trovano le pioniere Michelle Akers (107 reti in 155 gare dal 1985 al 2000), Kristine Lilly (130 gol in 354 partite dal 1987 al 2010) e Mia Hamm (158 reti in 276 gare dal 1987 al 2004). In vetta e difficilmente raggiungibile invece si trova Abby Wambach con 184 reti segnate in 256 presenze.

Stando ai dati della Lega Serie A, la durata media di ciascuna partita della scorsa stagione 2017-2018 è stata di 95 minuti e 19 secondi anche se, tolte tutte le interruzioni, il tempo effettivo di gioco è stato solamente di 51 minuti e 8 secondi. Si è giocato, dunque, poco più del 53% dei minuti a disposizione. Ma se pensate a un problema tutto italiano, non è esattamente così: in Premier League il tempo effettivo è di 56 minuti e 35 secondi, in Bundesliga 56 minuti e 31 secondi, mentre nella Liga spagnola si viaggia sui 53 minuti e 18 secondi.

Il calcio sta cambiando drasticamente ed è inevitabile seguire il flusso dei tempi: dalle bombolette spray in dotazione agli arbitri per rispettare le distanze, alla preziosa goal-line technology fino alla madre di tutte le rivoluzioni dell’era moderna: l’introduzione del Var, il Video Assistant Referee, “la moviola” tanto cara al Biscardi nazionale, essenziale aiuto tecnologico per l’arbitro stesso.

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E i tempi sono necessariamente dilatati rispetto al calcio di soli cinque o sei anni fa: il check del giudice di gara che rivede un’azione dal monitor per convincersi di un rigore o di un’espulsione, il confronto con l’assistente per rasserenarsi su una decisione delicata, l’attesa necessaria per rivedere i replay, incidono sul ritmo di gara. Che, attenzione, non è assolutamente un male.

I 90 minuti, però, iniziano a esser stretti e non possono i minuti di recupero essere un’effettiva risposta come dimostrano le tre rocambolesche partite giocate nel 15esimo turno di Serie A: il 2-2 finale di Cagliari – Roma è stato deciso al 96’ con la rete di Sau dopo che precedentemente ci sono state due espulsione (quella di Ceppitelli e Srna) quattro minuti dopo il 90’; stesso risultato, stesso finale infuocato per Lazio – Sampdoria con Immobile che trasforma il rigore al 96’ e Saponara che trova nuovamente il pari a nove minuti oltre il tempo regolamentare; e per chiudere i pirotecnici pareggi, il 3-3 tra Sassuolo e Fiorentina ha la stessa trama e lo stesso finale: Mirallas segna al minuto 96. E che dire poi del 3-2 del Frosinone sul Parma alla 30esima giornata con il rigore di Ciofani segnato al minuto 103 dopo un lunghissima consultazione (ben 10 minuti) tra  l’arbitro Manganiello e gli assistenti al Var?

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Chris Nawrat e Steve Hutchings, nel libro “The Sunday Times Illustrated History of Football” del 1996 raccontano l’aneddoto che ha portato l’introduzione dei minuti di recupero, nel 1892, durante una partita tra Stoke e Aston Villa, e oggi utilizzato e segnalato dall’arbitro in base al numero di sostituzioni, interruzioni causa infortuni e che solitamente va dal minuto a tre-quattro minuti: in quella gara lo Stoke, che stava perdendo 1-0, aveva conquistato un calcio di rigore a due minuti dalla fine, ma il portiere dell’Aston Villa, William Dunning, calciò il pallone fuori dal campo e prima che si riuscisse a ritrovarlo l’arbitro fu costretto a decretare la fine della partita, essendo già passato il 90° minuto.

E se nel calcio, dunque, si introducesse il tempo effettivo di gioco? In alcuni sport sono previste sospensioni del cronometro durante il time-out o parzialmente come avviene nel football americano. Nel calcio a 5, invece, il cronometro si interrompe ogniqualvolta si ferma il gioco o per battere una rimessa o quando la palla esce sul fondo o quando si fischia un fallo.

Chissà cosa penserebbe di tutto questo Renato Cesarini...

La maglia d’allenamento le va un po’ aderente, il necessario per accentuare la sua pancia e l’attesa della figlia. Sydney Leroux, calciatrice dell’Orlando Pride, squadra della NWSL – la massima divisione statunitense – ha iniziato la preparazione per la nuova stagione incinta al quinto mese e mezzo di gravidanza.

Tra le attaccanti più forti nel panorama americano e mondiale, Sydney Leroux ha deciso di non stare ferma e di essere presenta sin dal primo giorno d’allenamento: «Non pensavo di iniziare la preparazione incinta di 5 mesi e mezzo, ma eccoci qua», ha scritto sul suo profilo Twitter.

 

La 28enne è la moglie di Dom Dwyer, attaccante di Orlando City in MLS, e ha collezionato in carriera 77 presenze con la nazionale americana e ci tiene a rassicurare tutti sul tipo di lavoro fisico che dovrà svolgere in queste settimane: «Mi alleno senza contatti fisici ed evitando qualsiasi pericolo per il bambino. Lavoro col pallone e non faccio sforzi ad alta intensità. Chi sa meglio di me cosa posso e non posso fare con il mio corpo?».

La scelta quella dell’ex centravanti di Sporting Kansas City e Vancouver è stata accolta con eccitazione sia dai tifosi che l’hanno incoraggiata, ma anche dalle compagne di squadra, una su tutte Alex Morgan, una delle più forti calciatrici attualmente: «Sono orgoglioso di essere in squadra con te. Non vedo l’ora di tornare a fare coppia con te in attacco».

 

Oltre ai complimenti e alle felicitazioni di tanti sostenitori, però, è stata anche bersagliata dagli insulti di molte persone. L’accusa principale, sostanzialmente, è che sta mettendo in pericolo la vita della figlia per i soldi. Ma Sydney ha avuto la fermezza di rispondere a modo e con convinzione della propria scelta: «Il 99 per cento di chi critica il fatto che mi alleno sono uomini. Finché non tirate fuori un bambino dalla vagina, statene fuori».

Sydney e Dom hanno già un figlio, Cassius apparso a novembre in un post sempre su Twitter quando la calciatrice aveva annunciato a tutti che avrebbe avuto un secondogenito.

 

Un manga che ha segnato più di una generazione e un cartone animato che ha ispirato più di un futuro campione. Chiamatelo “Holly e Benji” o “Captain Tsubasa” nella versione originale, di certo è un must per gli appassionati di calcio e da oggi, a Tokyo, c’è una stazione ferroviaria totalmente dedicata al fumetto calcistico.

La stazione in questione è la Yotsugi e dal pavimento al soffitto è stata completamente riempita con le immagini del famoso manga: al taglio del nastro c’era anche l’autore Yoichi Takahashi, ma anche il campione spagnolo Andres Iniesta, fan dichiarato e sfegatato dell’anime nipponico. L’ex blaugrana, oggi centrocampista del Vissel Kobe ha detto: «Ricordo gli stili di gioco unici dei personaggi e sono felice di giocare in Giappone, dove è stato realizzato l’anime».

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Entrando nella stazione si compie un autentico viaggio nelle avventure di Oliver Hutton e Benjamin Price, grazie a giganteschi murales che mostrano le gesta dei protagonisti della serie. Camminando all’interno si entra in un campo da calcio, sulle pareti e sul soffitto è un susseguirsi di calci di rigore, parate, dribbling e quei tiri supersonici dei giovani calciatori con le maglie immortali della New Team o della Muppet e  che hanno alimentato la fantasia, e le aspettative, di milioni di giocatori in erba.

A Tokyo la stazione di Yotsugi è già stata ribattezzata come la Mecca per i fan di Holly e Benji. La voce del protagonista è utilizzata negli annunci della stazione, mentre la sigla del cartone è utilizzata per segnalare l’arrivo di un convoglio. Ma c’è di più perché lì vicino ci sono anche le statue dei leggendari fuoriclasse: nel parco adiacente c’è la statua di Holly nel parco, quella più rappresentativa dell’intero allestimento curato in città. Rappresenta il campioncino che, pallone tra i piedi, si stringe al braccio la fascia da capitano. In bronzo e fatta ad altezza naturale, si tratta di una delle prime istallazioni: le altre, in tutto sono otto, sono dedicate a Mark Lenders , a Benji Price, a Bruce Harper, alla mitica Patty e al grandissimo Roberto Sedinho (Roberto Hongo), sono disseminate in giro per il paese. Sulle strade, appese ai lampioni, campeggiano le gigantografie di Tom Becker e degli altri campioni della nazionale giapponese dei cartoni.

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La serie manga è stata pubblicata per la prima volta nel 1981 e in pochi anni è diventata un successo planetario, anche grazie all’anime lanciato nel 1983 in Giappone e trasmesso per la prima volta in Italia nel 1986. Per quarant’anni è rimasta popolare, ancora oggi viene trasmessa dalle televisioni di tanti paesi, e nell’aprile dello scorso anno è partito il remake della prima serie. Un successo puntuale come un treno giapponese.

 

Andare allo stadio può essere divertente anche restando fuori a caccia del prezioso biglietto. Ma non per entrarvi e tifare la squadra del cuore. L’obiettivo è quello di aggiungere pezzi a una collezione di 25mila esemplari che ricostruisce la storia del calcio dell’ultimo secolo. Se si va nel modenese, per la precisione a Savignano sul Panaro, bisogna chiedere di Maurizio Montaguti e del suo archivio sterminato di tagliandi di partite. Da Uruguay Argentina, prima finale Mondiale del 1930, a Italia Germania 4-3 dell’Azteca. Ci sono le reliquie di tutti i match degli azzurri alla Coppa del Mondo. Ci sono la serie A, le Coppe, veri e proprio archivi divisi per squadre partendo dall’Acireale. Un lavoro d’archivio meticoloso raccontato dalla Gazzetta di Modena e ripreso dal Corriere della Sera.

Quell’annuncio sul “Guerin Sportivo”

La sua storia inizia nel 1995 con un annuncio sul Guerin Sportivo di un signore di Pavia che cercava biglietti per scambiarli. Da oltre vent’anni custodisce i preziosi cimeli nel suo museo di casa, tre stanze al quarto piano. Un almanacco diviso persino per settori dello stadio, tra curve, distinti e tribune. Immergersi nei suoi raccoglitori significa fare un viaggio nel tempo del pallone. Dal primo e unico spareggio per lo scudetto come Bologna Inter (1964) ai biglietti delle finali di Coppa dei Campioni di Juventus e Roma, perse contro Amburgo e Liverpool (1983-1984). Nel 1998, per la semifinale di Coppa delle Coppe Vicenza Chelsea, Maurizio si apposta fuori dal “Menti” per la caccia al tesoro dopo la partita.

Dalla Juventus all’Acireale

Un biglietto raccolto, infatti, non basta. Meglio se ne trova qualcuno in più che diventa merce di scambio con altri collezionisti sparsi in tutto il mondo. Un manipolo di bigliettai che ormai si riconoscono tra di loro. Si appostano all’uscita degli stadi per recuperare i tagliandi. Vale per una partita di serie A come per le gare dei Mondiali. Dalla Juventus all’Acireale fino al suo Modena. Con la stessa emozione quando il postino, al mattino, gli consegna i biglietti richiesti qua e là per il mondo.

C’è Fulvio Collovati che nella trasmissione Quelli che il calcio, con pochezza di pensiero, frettolosamente e senza dare peso alle parole afferma che le donne non capiscono nulla di tattiche; poi ci sono le Iene, programma televisivo Mediaset, che in una settimana mandando in onda due “scherzoni” ad altrettanti calciatori: il gelosone Insigne talmente geloso di sua moglie Genoveffa Darone da privarle social e rapporti lavorativi, arrivando a farla dormire sul divano dopo una discussione; e poi il talentino della Roma, Nicolò Zaniolo, imbarazzato per un’intervista sciatta, maligna e importunante rivolta alla mamma del calciatore con domande davvero pesanti e personali.

Cliché a volontà di un mondo palesemente machista e che non si rende conto di esserlo, amplificato e anche legittimato da consensi social tra bomberismi e differenze sociali e di credibilità in base al sesso. E prendete, poi, una giornalista che scrivere un libro sul calcio gay in Italia. Francesca Muzzi del Corriere di Arezzo, per Ultra Edizioni, ha scritto “Giochiamo anche noi: L’Italia del calcio gay”, un libro reportage che raccoglie testimonianze e storie che ci restituiscono la dimensione di un mondo in cui lo sport, invece di unire, crea ancora separazioni e distanze.

Non so se ho mai giocato con un compagno omosessuale. Se l’ho fatto, non me ne sono accorto. Non avrei potuto: un giocatore omosessuale non è diverso da uno etero. Ma queste sono solo parole, perché se c’è bisogno di un libro che racconta dei calciatori gay e ci fa sapere che ci sono, allora siamo ancora molto distanti da un mondo sportivo sano. Peggio ancora, siamo dentro un calcio fatto di ignoranza

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E le parole di Tomas Locatelli, ex giocatore di serie A, come prefazione del libro sono emblematiche, ma d’altronde, Francesca Muzzi spiega molto bene nella sua prefazione che «essere gay in un mondo machista non è molto diverso dall’essere donna in un mondo di soli uomini» e tutti noi, o meglio tutti coloro che vogliono essere onesti e lucidi, sappiamo che anche il giornalismo sportivo è certamente prevalentemente maschile. Con tutte le implicazioni connesse, compreso chi vuol trarne vantaggi.

Il libro è un viaggio attraverso un’Italia ancora poco conosciuta, fatta di ragazzi che si sono organizzati e hanno deciso di coltivare la loro passione per il calcio, formando squadre Lgbt, organizzando tornei, creando reti d’inclusione e sana sportività. Come la storia di Giorgio, ragazzo napoletano, che fino a 26 anni ha fatto il fantino e, ora, calca i palcoscenici italiani come attore. Storia, che ci restituisce la temperatura di un’esistenza fatta di paure affrontate e vinte, quella per i cavalli, quella legata alla balbuzie e quella relativa al suo orientamento sessuale, che ha sconfitto mettendo su una squadra di calcio gay, i Pochos Napoli, la cui presentazione alla stampa, nel 2013, fu un clamoroso coming out mediatico.

Oppure la storia di Andrea, arbitro e gay, cacciato dalla federazione dell’Aia, per aver arbitrato amichevolmente, senza permesso, una partita di squadre formate da ragazzi gay a Torre del Lago. O, ancora, la divertentissima storia del Fantacalcio Gay, ideato da un ragazzo omosessuale, che oggi conta circa sessanta giocatori sparsi in tutta Italia. E poi, particolarmente interessante, il contributo di Antonello Sannino, ex presidente di Arcigay Napoli con delega nazionale allo Sport, che analizza le ingerenze costruttive tra associazionismo Lgbt e mondo dello sport.

Francesca Muzzi con questo libro prova a dare un segno per riscattare il silenzio e l’esclusione, è un libro che parla di rinascite, di battaglie vinte e di conquiste importanti. Di trofei. Trofei esistenziali. “Certo, la strada è ancora lunga. Che si cominci a percorrerla, però, è un buon segno. Fischio d’inizio”.

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Fonte: gaynews.it

Un roboante 7-0 contro il Genoa nell’ultima giornata di Serie B, giocata sabato 16 febbraio, e tre punti che certificano la cavalcata vincente della squadra femminile dell’Inter che ha centrato la quindicesima vittoria in altrettante partite di campionato. Punteggio pieno, la squadra allenata dall’argentino De la Fuente ha 14 punti di vantaggio sulla seconda con 55 gol fatti e solamente 5 reti subite. E’ un cammino trionfante, al momento, che conferma un’indicazione già avvertita a inizio stagione con il cambio di proprietà: quest’anno l’Inter non vuole perdere la chance della promozione in Serie A.

 

 

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All together!🖤💙 #amale #interwomen #senzafretta #senzatregua

Un post condiviso da Regina Baresi (@reginabaresi9) in data:

Perché l’attuale gestione della squadra neroazzurra di Milano è importante e indicativa nel panorama di crescita del calcio femminile? Punto primo: a differenza di Juventus, Milan e Roma (squadre in Serie A) che hanno comprato il titolo sportivo delle loro attuali squadre femminili da club già esistenti (la Juventus dal Cuneo, il Milan dal Brescia), la dirigenza dell’Inter maschile ha  rilevato il titolo sportivo di proprietà dell’allora ASD Femminile Inter Milano, facendola diventare a tutti gli effetti la squadra femminile di riferimento dell’Internazionale Milano, e con essa anche la formazione Primavera. L’ASD era stata fondata nel 2009 da Elena Tagliabue, fino all’anno scorso presidente della società, moglie di Giuseppe Baresi – ex capitano e vice allenatore dell’Inter – e madre di Regina, attaccante e capitana della formazione.

L’anno scorso l’Inter femminile non è riuscita a ottenere la promozione dalla Serie B, concludendo la stagione al secondo posto dietro l’Orobica, ma aveva e, come conferma la partenza a razzo di quest’anno, ha tuttora una rosa ben strutturata e organizzata. Quello che è servito al club per il salto di qualità è “dietro le quinte”: l’Inter ha riorganizzato la squadra a partire dalla nomina di Maria Ilaria Pasqui – ex calciatrice ora avvocato in materia di diritto civile e dello sport – a responsabile dello sviluppo del settore femminile e lo staff è stato migliorato con l’arrivo di nuovi preparatori.

Nella Serie B femminile è stato possibile anche perché solo Empoli, Lazio e Cittadella sono affiliate a club maschili e le altre squadre sono, quindi, ancora indipendenti e quindi con mezzi e risorse estremamente limitati che le rendono poco competitive. Per le squadre femminili associarsi ai club già esistenti, oltre agli indubbi benefici sportivi, serve anche ad avvicinarsi al pubblico. L’Inter, per esempio, era solita giocare le sue partite a Sedriano, un piccolo comune distante una ventina di chilometri da Milano. Le ultime partite di campionato le ha però disputate al Centro di Formazione Suning in memoria di Giacinto Facchetti tra Niguarda e Bresso – dove si allenano le giovanili dell’Inter – ben più vicino al centro di Milano.

Se non è stata una “maggioranza bulgara”, poco c’è mancato: 142 voti su 155 disponibili, un’annata da incorniciare per giocate e gol e con la Coppa Uefa alzata davanti ai musi lunghi dei tedeschi del Borussia Dortmund. Il 28 dicembre 1993, Roberto Baggio vince il Pallone d’oro. Con la Juventus, il Divin Codino si afferma e si consacra nel panorama calcistico internazionale. Il riconoscimento della rivista francese France Football non lascia dubbi: nessuno può eguagliare il talento italiano. Alle sue spalle, distaccati, l’olandese Dennis  Bergkamp, che quell’estate passerà dall’Ajax all’Inter, e l’istrionico francese Eric Cantona, idolo tra i tifosi del Manchester United.

Dopo la convincente vittoria della Juventus per 3-1, nell’andata della finale di Coppa Uefa contro il Borussia Dortmund al Westfalenstadion, è lo stesso calciatore nato a Caldogno a ironizzare, dopo avere segnato una doppietta, sulla sua possibilità di alzare il trofeo dorato: «Il Pallone d’oro io a Baggio lo darei».
Con il 3-1 all’andata e il 3-0 al ritorno a Torino, quei pochi scettici si convincono della strepitosa annata del talento con il numero 10 cucito sulle spalle. Del resto, i numeri della stagione 1992-1993 parlano chiaro, chiarissimo: in Serie A, Baggio gioca 27 partite e realizza 21 rete, il suo rendimento migliore dopo la rinascita a Bologna nel 1997-1998 dove segnerà 22 marcature. Letale anche in Coppa Uefa con 6 gol in 7 gettoni.

Attorno ai suoi tocchi, alle sue giocate e al suo talento, la Juventus vuole ricucire i suoi successi, smarriti dopo l’addio di un altro fuoriclasse come Michelle Platini. Ma il Milan di Fabio Capello sfugge e, nonostante, il ricco bottino di segnature di Baggio (solo Signori fece meglio con 26 reti), la Juventus concluderà quarta con 39 punti, meno 11 rispetto al Milan. Unica pacata consolazione per il Divin Codino è la splendida rete che segna a San Siro, nella “Scala del calcio”, proprio ai rossoneri:

E’ in Europa, come detto, che la Juventus e Baggio trovano gloria: è proprio il fantasista ad aprire le marcature europee del club torinese nel 6-1 del primo turno contro i ciprioti dell’Anorthosis Famagosta. Poi un digiuno che si interrompe in semifinale, quando, contro il Paris Saint Germain, tira fuori tutta la sua classe segnando una doppietta nella vittoria per 2-1 all’andata e per 1-0 in terra transalpina. Da antologia i due gol segnati a Torino:

Alla premiazione del Pallone d’oro, Roberto Baggio disse:

Il Pallone d’oro è una cosa mia: sono sicuro che se scendeste in strada a chiedere ai tifosi cosa vorrebbero che vincessi vi risponderebbero lo scudetto, se sono juventini; il Mondiale, se non lo sono. Infatti i miei veri traguardi sono questi, come per un attore è bello vincere l’Oscar, ma è molto meglio se il pubblico apprezza il suo film

Il Mondiale negli Stati Uniti è, forse, il più grande rammarico nella carriera di Baggio e dei tanti tifosi che, in lui, avevano riposto speranze di successo. Dopo una stagione da protagonista, con la Juventus che è riuscita a issarsi al secondo posto, dietro sempre al Milan, nel 1994 Baggio trascinò l’Italia, praticamente da solo, in una storica finale contro il Brasile. Ma quel pomeriggio avverso, furono i rigori a strozzare le grida di gioia.
Il Divin Codino, però, non si è mai dato per sconfitto: al Milan, tra alti e bassi, non ha espresso tutta la sua grazia. E’ rinato a Bologna, è diventato leggenda a Brescia.

In una lettera rivolta ai giovani e ai suo figli, durante una serata del festival di Sanremo nel 2013, si intuisce perché è arrivato fin là, avendo il rispetto di tifoserie e avversi rivali. E’ stato e, forse lo è tutt’ora, il più grande calciatore italiano – e uomo- di sempre:

La lettera di Roberto Baggio indirizzata ai giovani 14-02-2013 (Sanremo 2013) from dioddo on Vimeo.