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Stando ai dati della Lega Serie A, la durata media di ciascuna partita della scorsa stagione 2017-2018 è stata di 95 minuti e 19 secondi anche se, tolte tutte le interruzioni, il tempo effettivo di gioco è stato solamente di 51 minuti e 8 secondi. Si è giocato, dunque, poco più del 53% dei minuti a disposizione. Ma se pensate a un problema tutto italiano, non è esattamente così: in Premier League il tempo effettivo è di 56 minuti e 35 secondi, in Bundesliga 56 minuti e 31 secondi, mentre nella Liga spagnola si viaggia sui 53 minuti e 18 secondi.

Il calcio sta cambiando drasticamente ed è inevitabile seguire il flusso dei tempi: dalle bombolette spray in dotazione agli arbitri per rispettare le distanze, alla preziosa goal-line technology fino alla madre di tutte le rivoluzioni dell’era moderna: l’introduzione del Var, il Video Assistant Referee, “la moviola” tanto cara al Biscardi nazionale, essenziale aiuto tecnologico per l’arbitro stesso.

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E i tempi sono necessariamente dilatati rispetto al calcio di soli cinque o sei anni fa: il check del giudice di gara che rivede un’azione dal monitor per convincersi di un rigore o di un’espulsione, il confronto con l’assistente per rasserenarsi su una decisione delicata, l’attesa necessaria per rivedere i replay, incidono sul ritmo di gara. Che, attenzione, non è assolutamente un male.

I 90 minuti, però, iniziano a esser stretti e non possono i minuti di recupero essere un’effettiva risposta come dimostrano le tre rocambolesche partite giocate nel 15esimo turno di Serie A: il 2-2 finale di Cagliari – Roma è stato deciso al 96’ con la rete di Sau dopo che precedentemente ci sono state due espulsione (quella di Ceppitelli e Srna) quattro minuti dopo il 90’; stesso risultato, stesso finale infuocato per Lazio – Sampdoria con Immobile che trasforma il rigore al 96’ e Saponara che trova nuovamente il pari a nove minuti oltre il tempo regolamentare; e per chiudere i pirotecnici pareggi, il 3-3 tra Sassuolo e Fiorentina ha la stessa trama e lo stesso finale: Mirallas segna al minuto 96.

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Chris Nawrat e Steve Hutchings, nel libro “The Sunday Times Illustrated History of Football” del 1996 raccontano l’aneddoto che ha portato l’introduzione dei minuti di recupero, nel 1892, durante una partita tra Stoke e Aston Villa, e oggi utilizzato e segnalato dall’arbitro in base al numero di sostituzioni, interruzioni causa infortuni e che solitamente va dal minuto a tre-quattro minuti: in quella gara lo Stoke, che stava perdendo 1-0, aveva conquistato un calcio di rigore a due minuti dalla fine, ma il portiere dell’Aston Villa, William Dunning, calciò il pallone fuori dal campo e prima che si riuscisse a ritrovarlo l’arbitro fu costretto a decretare la fine della partita, essendo già passato il 90° minuto.

E se nel calcio, dunque, si introducesse il tempo effettivo di gioco? In alcuni sport sono previste sospensioni del cronometro durante il time-out o parzialmente come avviene nel football americano. Nel calcio a 5, invece, il cronometro si interrompe ogniqualvolta si ferma il gioco o per battere una rimessa o quando la palla esce sul fondo o quando si fischia un fallo.

Chissà cosa penserebbe di tutto questo Renato Cesarini...

La cartolina dallo stadio San Nicola girata sui social domenica 3 dicembre a qualcuno ha smosso discrete emozioni, ad altri un magone ricordanti fasti ormai andati. L’illusione a vedere la curva Nord durante Bari – Nocerina, partita di Serie D, gruppo I, è che quella foto era un fermo immagine preso direttamente dai primi anni Novanta, ma lo stadio, ovviamente non pieno, e i petali che continuano a staccarsi dall’astronave progettata da Renzo Piano ci rimbalzano nel 2018.

Una tifoseria spesso esigente, più volte meritevole di altre e alte piazze, altre categorie, è ancora presente nella nuova rinascita della squadra del capoluogo pugliese, dopo l’assurdo commiato del 16 luglio 2018 con il fallimento societario, un debito di 17 milioni di euro e la conseguente mancata iscrizione al campionato di Serie B. Un’estate focosa, travagliata, l’ennesima nel recente passato biancorosso, il titolo sportivo del Football Club Bari revocato.

Poi la rinascita sotto nuove spoglie, sotto nuovi nomi per LA Bari (rigorosamente femminile secondo dogma dei supporter): il nuovo titolo sportivo ceduto dal sindaco Antonio Decaro alla Filmauro Srl, proprietaria anche del Napoli, con Luigi De Laurentiis nuovo presidente e Giovanni Cornacchini nuovo allenatore. Altra rinascita, dunque, con un paio di certezze solide per la Stella del Sud: il galletto nel nuovo logo nonostante la ridenominazione in Società Sportiva Calcio Bari Società Sportiva Dilettantistica, la presenza dei tifosi della Nord e anche della birra Peroni, istituzione locale, che è nuovamente sponsor sulle maglie dei calciatori.

E in campo il Bari ha fretta di risalire, voglia di ritornare nel calcio professionistico dopo essersi levato di dosso cattive gestioni che hanno inquinato e ammalato tutto l’ambiente. Inserito, come detto, nel Girone I della Serie D, la formazione pugliese è alla prima concreta minifuga della stagione: la vittoria per 3-0 sul campo del Portici, alla 14esima giornata e la contemporanea sconfitta della Turris, secondo in classifica, ha portato i baresi a 36 punti, più nove proprio sulla squadra di Torre del Greco. E i prossimi quattro impegni ravvicinati in 15 giorni diranno molto sulle ambizioni di promozioni dei ragazzi di mister Cornacchini già prima di Natale.

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I numeri impreziosiscono la marcia pugliese: la vittoria contro la Nocerina per 4-0 è stata anche la più rotonda fino ad adesso e conferma due impressioni, la capacità di andare in rete facilmente con tutto l’organico (il capocannoniere del Bari è Simone Simeri con 6 reti, ma hanno segnato in 12) e di subire pochissimi gol, solo 4, largamente la miglior difesa di tutta la Serie D. Nella sessione di mercato invernale, la società ha confermato l’arrivo di Pasquale Iadaresta, attaccante con oltre 120 gol in carriera, capitano del Latina con cui ha giocato nel Girone G. E altro dato da non sottovalutare, il Bari è ad oggi imbattuto, unica squadra nella categoria assieme al Lecco nel Girone A.

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Giocare per la regione in cui si è nati e cresciuti, avendo il carattere e l’idea legata alla propria terra d’origine è segno d’orgoglio.

Con questa idea è nata la Natzionale sarda de bòcia, Nazionale di calcio sarda: squadra che si inserisce tra le “nazioni che non sono Stati”. Un progetto alternativo a quello delle vere nazionali, con una propria federazione alle spalle com’è la Fins, Federatzione isport natzionale sardu.

Il simbolo della Natzionale de bòcia Sardigna, presenti i quattro mori

Potranno essere convocati tutti i calciatori sardi in circolazione e, ovviamente, si strizza l’occhio ai professionisti di Serie A e B. A guidare il gruppo sarà il commissàriu tècnicu, Bernardo Mereu, proveniente dal settore giovanile del Cagliari ma che ha allenato anche l’Olbia il Lega Pro.

L’idea è nata seguendo le orme di altre nazionali già presenti nel panorama del calcio europeo e mondiale: come la Padania (territorio del nord Italia) campione d’Europa nel 2017 e la Transcarpazia (regione ucraina) che si è laureata campione del Mondo lo scorso giugno a Londra.

La nazionale di calcio della Padania vincitrice dell’Europeo 2017

Seguendo proprio i successi della nazionale padana, la federazione sarda ha voluto lanciare la sua formazione di calcio a 11, dopo che sono state create già le nazionali di calcio a 5 e si attende anche il basket.

Ovviamente ora c’è il totonomi dei calciatori che potrebbero essere convocati e che avrebbero addirittura la possibilità di disputare l’Europeo in programma il prossimo anno ad Artsakh, in Armenia.

La manifestazione è organizzata dal Conifa, federazione che accoglie molte rappresentative extra-nazionali e associazioni che non fanno parte della Fifa.

Le prime convocazioni il 10 dicembre e pare che abbiano già risposto presente importanti calciatori di Serie A che hanno vestito e vestono la maglia del Cagliari. Su tutti il centrocampista Andrea Cossu, ritiratosi dal calcio giocato, ma che ha una gran voglia di aiutare questo progetto e di mettere su una bella nazionale.

I sogni non possono essere che il centrocampista Nicolò Barella e il portiere Salvatore Sirigu entrambi però al centro della nuova nazionale italiana guidata da Roberto Mancini.

Nicolò Barella e Salvatore Sirigu con la maglia della Nazionale italiana. Contro gli Usa per la prima volta sono stati schierati titolari due sardi

Dalla squadra cagliaritana avrebbero dato l’ok: l’attaccante Marco Sau, il difensore Francesco Pisano, il portiere Simone Aresti oltre al capitano Daniele Dossena, nato a Parma ma cagliaritano d’adozione dato che i suoi nonni sono sardi e gioca da anni a Cagliari.
Dalla Serie B, invece, dovrebbero fare parte del progetto: il portiere Mauro Vigorito e il centrocampista Marco Mancosu (entrambi a Lecce) e l’attaccante del Pescara Andrea Cocco.

C’è da lavorare se la Sa Natzionale vuole arrivare pronta per l’Europeo 2019 guidati e spinti dall’inno sardo.

Domenica 18 novembre si è conclusa la sedicesima edizione della Homeless World Cup, il Mondiale di calcio riservato ai senzatetto. Disputato al centro della suggestiva piazza el Zócalo, a Città del Messico, il torneo ha visto il dominio assoluto proprio delle formazioni maschili e femminili messicane.

Le donne hanno battuto la Colombia, al suo primo Mondiale, per  5-3 dopo un duello serrato e combattuto fino alla fine che poteva avere anche esiti differenti. Per loro è il sesto trofeo che alzano al cielo dopo i trionfi dell’ultimo lustro tra Messico 2012, Poznan 2013, Amsterdam 2015, Glasgow 2016 e Oslo 2017.

A tener testa alla compagine femminile, c’hanno pensato i ragazzi messicani che – dati largamente per favoriti alla vigilia della competizione – hanno vinto 6-3 contro il Cile dando vita a un emozionante secondo tempo dopo che il primo parziale si era concluso 2-1. Finalisti perdenti a Oslo l’anno scorso (sconfitti 4-3 dal Brasile), i messicani conquistano il loro terzo torneo iridato dopo quelli del 2015 e 2016.

Alla Homeless World Cup,  che si disputa a cadenza annuale, hanno partecipato oltre 450 giocatori, sono state giocate 328 partite, con 56 squadre provenienti da 42 paesi, in un torneo durato sei, entusiasmanti, giorni.

Il cammino dell’Italia

L’Italia, che è stata inizialmente inserita nel Gruppo A assieme ai padroni di casa del Messico, Austria, Kirghizistan e Hong Kong, non ha superato il girone di qualificazione, ma grazie alla vittoria 3-2 proprio contro Hong Kong è stata inserita in un altro raggruppamento dove ha battuto la Slovenia 6-2 e la Svezia 5-4, chiudendo a 6 punti dopo la sconfitta contro la Colombia per 7-1. Ricordiamo che la nazionale italiana (Nazionale Solidale) è volata nel Centro America con sette giocatori: il portiere Nicola Brusa, Eugenio Embranati, Michael Scroletti, Riccardo Lenzi, Cleber Resca, Alessio Nigro, tutti supportati dalla cooperativa di appartenenza Approdo e Simone Schiavulli, invece, proveniente dalla Comunità Nuova gestita dall’associazione Io tifo positivo.

L’idea di organizzare un torneo di calcio per senzatetto venne a Mel Young, cofondatore della Big Issue Scotland, e Harold Schmied, editore della Megaphon, durante l’International Network of Street Papers Conference tenutasi a Città del Capo nel 2001. Diciotto mesi dopo il loro incontro, venne organizzata la prima edizione della Homeless Word Cup a Graz, in Austria. Il successo ottenuto li spinse a proseguire con questo progetto che, annualmente, vede sempre maggior partecipazione. L’edizione 2019, la numero 17 della Homeless World Cup, si giocherà a Cardiff, in Galles.

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Prima guerra mondiale, Natale 1914, regione belga delle Fiandre. In diversi punti lungo la linea del fronte occidentale, i soldati tedeschi, britannici e in parte minore francesi, misero in atto un “cessate il fuoco” spontaneo, non ufficiale e autorizzato. Uscirono dalle loro trincee e iniziarono timidamente a fraternizzare. Alcuni affermano che siano stati i tedeschi a iniziare, intonando canti natalizi e addobbando con alberi di Natale le loro trincee.
Un accordo di massima, una stretta di mano da signori: «Voi non sparate, noi non spariamo», così i soldati si incontrarono nella terra di nessuno per fraternizzare, scambiarsi cibo, doni e souvenir. Seppellirono i caduti dopo funzioni religiose comuni, scattarono foto ricordo assieme, bevvero liquori e addirittura organizzarono improvvisate partite di calcio. Il tutto venne ricordato negli anni come la Tregua di Natale.

La partita tra inglesi e francesi durante la Tregua di Natale del 1914

Gli eventi, però, non furono immediatamente riportati dai media: ci fu un po’ di autocensura rotta il 31 dicembre 1914 dal The New York Times, rivista statunitense, paese in quel momento ancora neutrale. I giornali britannici seguirono questo esempio e nei primi giorni del 2015 riportarono numerosi resoconti in prima persona degli stessi soldati, presi dalle lettere inviate alle famiglie. Insomma, la tregua venne vista come gesto miracoloso e positivo. Diversa, invece, la percezione che ci fu in Germania, con molti giornali critici nei confronti dei soldati tanto che nessuna immagine dell’evento fu pubblicata.

In diverse zone del fronte i combattimenti proseguirono per tutto il giorno di Natale, ma è anche vero che episodi di “cessate il fuoco” si verificarono anche in altre zone. E con essi anche le partite di calcio. Il calcio, il “football”, in quegli anni aveva preso ormai piede come passatempo e divertimento sia in Gran Bretagna che in Germania. E’ probabile, dunque, che presi da un momento di ristoro e di gioia, soldati di entrambi i fronti abbiano tirato un paio di calci a un pallone improvvisato.
Le prime notizie vennero raccolte e diffuse dal The New York Times il 1° gennaio 2015, con la pubblicazione di una lettera scritta da un medico della Rifle Brigade, che parlava di

Una partita di calcio… giocata tra loro e noi davanti alla trincea

La scultura “All together now” dell’artista britannico Andrew Edwards

La più dettagliata di queste storie proviene, però, dal versante tedesco: il 133esimo reggimento Reale Sassone, infatti, racconta di  un match nato per casualità tra la formazione di Tommy e quella di Fritz (nomi comuni per indicare i britannici e i tedeschi):

Il terreno gelato non era un grande problema. Poi abbiamo organizzato ogni lato in squadre, allineando in righe multicolori, il calcio al centro. La partita si è conclusa 3-2 per la squadra di Fritz

E’ difficile affermare con certezza quello che è successo: il risultato, però, trova conferme anche negli scritti di Robert Graves, un rinomato poeta britannico, scrittore e veterano di guerra, che ha ricostruito l’incontro in una storia pubblicata nel 1962. Nella versione di Graves, il punteggio resta 3-2 per la tedeschi, ma lo scrittore aggiunge una serie di sfumature fantasiose che danno un tocco di finzione ed epicità.
Quello che rimane è il gesto, un atto di libertà, di unione, che lo sport, in ogni sua forma ha sempre trasmesso e veicolato.

Sembra un ossimoro, è vero: è cacofonico mettere nella stessa frase le parole derby, amici, Hertha e Union. Eppure tra le due squadre berlinesi, che ancora oggi rappresentano l’ovest e l’est, fino agli inizi degli anni ’90 non c’era rivalità. Anzi, il sentimento predominante era la simpatia. Facile credere che molto sia dipeso dall’ingombrante presenza del Muro che per 30 anni ha tenuto lontano le due realtà calcistiche, ma le due tifoserie, dagli anni ’70 fino al crollo della cortina, avevano un reciproco rapporto di stima. Con la nascita della Bundesliga nel 1963 (in Germania Ovest) e con la trasmissione delle partite sulla televisione occidentale, ma che aveva diffusione su tutto il territorio, per molti appassionati di calcio dell’est divenne quasi naturale avere un debole per una squadra oltre il Muro. Il più spettacolare esempio di identificazione è stata l’amicizia tra i sostenitori dell’Union e quelli dell’Hertha.

A metà degli anni ‘70 ci furono i primi contatti tra le due tifoserie: allo stadio An der Alten Försterei si sentivano sempre più spesso cori a favore dei cugini blu; striscioni e slogan di incitamento si leggevano anche all’Olympiastadion durante i match casalinghi dell’Hertha. Indossavano anche sciarpe, berretti e giubbotti con i colori dell’altro club con delle patch fatte in casa con scritte del tipo “Amici dietro il filo spinato” o “Hertha e Union – una nazione”. Due giorni dopo la caduta del Muro, l’11 novembre 1989, l’Hertha giocava un match in casa contro il Wattenscheid 09: gli appassionati di calcio orientali colsero la palla al balzo, approfittando della libertà di circolazione, per assistere all’incontro. Lo stadio era stracolmo di 55.000 spettatori invece della solita affluenza di circa 10.000 tifosi. Tra i presenti, c’era anche qualche giocatore dell’Union assieme al loro allenatore Karsten Heine. L’Hertha ottenne con difficoltà il pareggio per 1-1, ma venne celebrata tra gli spalti come una grande vittoria. In futuro si dirà che l’allenatore del Wattenscheid, Hannes Bongartz, non avesse voluto vincere la partita per non rovinare l’atmosfera che si respirava quel giorno.

Hertha - Union

Sulla scia di questa positività ed euforia, il 27 gennaio 1990, nell’imponente cornice (agli occhi dei tifosi dell’Union) dell’Olympiastadion, si disputò il “Wiedervereinigungsspiel” ovvero la “partita della riunificazione”. Se qualcuno dovesse ridervi in faccia alla vostra affermazione sull’importanza anche politica che può rivestire il calcio, potete mostrare quanto accadde quel giorno: la Germania Ovest e la Germania Est si ritrovarono da un momento all’altro senza una barriera, erano “nude” e impreparate dinanzi al futuro e, in quel clima di incertezza, l’incontro tra Hertha e Union senza dubbio facilitò e alleggerì il dialogo tra le due nazioni.

Fu il primo, vero tentativo di cucitura: il match fu organizzato dalle Poste tedesche, il biglietto costava cinque marchi (non importava se fossero della Repubblica federale o quella democratica) ed era stata data libera possibilità di raggiungere lo stadio usando mezzi pubblici o privati (per la prima volta si videro le Trabant parcheggiate fuori). Così ben 51.720 tifosi si presentarono alle 14.30 per il fischio di inizio. I colori, tra gli spalti, si mescolavano: il blu e il rosso, in mezzo il bianco; era il giorno giusto per fraternizzare e i cori e gli striscioni, monotematici, esaltavano il doppio dominio delle due squadre separate dal fiume Sprea.

Sul campo, l’Hertha vinse 2-1 e l’ironia e il destino anche quel pomeriggio si divertirono a incrociare storie e coincidenze: ad aprire le marcature, infatti, fu Axel Kruse, ex attaccante dell’Hansa Rostock che l’8 luglio 1989, approfittando di un’amichevole della sua squadra a Copenaghen, scappò dalla DDR per rifugiarsi in Germania Ovest e si accasò proprio nell’Hertha. Nel tripudio generale delle tifoserie, il gol del pareggio dell’Union fu un momento toccante e da pelle d’oca: alla rete di André Sirocks, la prima storica marcatura della squadra dell’est su un campo fuori dai confini della Repubblica Democratica tedesca, anche i calciatori della squadra rivale si fermarono ad applaudire. Per finire, la rete del definitivo 2-1 fu segnata da René Unglaube, un ex-eisern con gli abiti blau-weiß. 19 Ben presto, però, l’atmosfera speranzosa e amichevole tra le due tifoserie andò scemando. Già nella seconda partita che si giocò all’Alte Försterei, il 12 agosto 1990, si presentarono poco meno di 4.000 spettatori. L’esigua capienza dello stadio e la data in pieno periodo estivo possono solo in parte motivare questa debacle: quello, forse, fu probabilmente il primo segno di reciproca indifferenza. Nel corso del tempo, i tifosi hanno sviluppato ripetutamente nuove antipatie e la vecchia “amicizia dietro il filo spinato” è rimasta un piacevole ricordo sbiadito.

 

Il racconto riportato qui sopra è un estratto del libro “1996 – 2016 Union Berlin. 50 anni di dissenso nella Germania Est”, scritto dall’autore dell’articolo, Giovanni Sgobba, in occasione dei 50 anni del club calcistico berlineseIl pdf dell’intero libro è disponibile a questo linkQui la pagina Facebook “Eisern Union Italia”, pagina italiana per gli appassionati dell’Union Berlin.

Zona Cesarini. Chi di noi non ha mai sentito o detto queste due parole. Si tratta dell’espressione forse più famosa nel mondo del calcio, due parole che esprimono l’essenza stessa di questo sport, la voglia di crederci fino all’ultimo respiro, di spingere fino al novantesimo e oltre, nella speranza di trovare la zampata giusta per vincere la propria battaglia, perché la speranza è l’ultima a morire e ogni lasciata è persa. D’altronde per dirla con l’indimenticato Vujadin Boskov “La partita finisce quando arbitro fischia”.

Ma forse non tutti sanno chi ringraziare per la creazione di queste parole che sono diventate leggenda indiscussa tra addetti ai lavori e non, tanto da venire inserite nel vocabolario della lingua italiana.

Non si tratta di una star internazionale, un calciatore fenomenale che ha mosso le folle nella sua carriera, ma di un buon giocatore che non si distingueva dalla massa ma che, in varie occasioni nella carriera, è riuscito ad andare oltre l’ostacolo del cronometro, diventando decisivo nel momento più inaspettato, quando ormai stavano calando i titoli di coda.

Chi è Renato Cesarini?

Si perchè Renato Cesarini, detto Cè, nato sulle colline di Senigallia nel 1906, era un calciatore di buone qualità ma non eccelso. All’età di 2 anni era stato riportato in Argentina dai genitori e lì aveva iniziato la sua carriera distinguendosi con la maglia dei Chicharita Juniors e del Ferro Carril prima di essere acquistato dalla Juventus nel 1929, divenendo uno dei pilastri della cosiddetta Juve del Quinquennio che egemonizzò il calcio italiano nella prima metà degli anni 1930.

Bell’attaccante Renato, che vide aprirsi ben presto le porte della nazionale italiana in quella veste di oriundo che tanta fortuna portò ai nostri colori a quell’epoca. Con gli Azzurri disputò però solo qualche amichevole e qualche partita di Coppa Internazionale, per un totale di 9 presenze e 2 reti ma tanto gli bastò per entrare nella storia, nel lessico e, come dicevamo, nel dizionario.

La gloria

Accadde tutto nella fredda Torino del 13 dicembre del 1931 durante, anzi alla fine, della partita di Coppa Internazionale contro l’Ungheria: Cesarini, con l’arbitro già pronto al triplice fischio, segnò una rete all’ultimo respiro portando gli Azzurri alla vittoria per 3-2. Quello che rende speciale questa storia è che questo fu l’unico gol segnato all’ultimo giro di lancette in Nazionale dall’oriundo.

Cesarini si distinse per altre prodezze di questo tipo in serie A contro l’Alessandria nel ‘31, contro la Lazio nel ‘32 e contro il Genoa nel ‘33. Sono bastati 4 gol per salvarlo dall’oblio e consegnarlo all’immortalità. E poco importa che, anche dopo il ritiro dal calcio giocato, Cesarini si sia tolto delle soddisfazioni anche da Direttore Tecnico, arrivando a conseguire con la Juventus nell’annata 1959-1960 il double composto da scudetto e Coppa Italia, il primo nella storia del club piemontese.

Che dire. Proprio oggi ricorre l’anniversario della morte di questo calciatore, morto a Buenos Aires il 24 marzo del 1969, che ebbe una buona carriera, si tolse parecchie soddisfazioni ma mai avrebbe potuto anche solo pensare di diventare una leggenda di questa portata. Non resta che provare rispetto ed ammirazione: è l’unico calciatore ad essere diventato un modo di dire.

 

fonte: www.fispes.it

A San Juan De Los Lagos l’Italia esce dal tabellone principale del Mondiale di Calcio amputatisconfitta per 2-0 dall’Angola.
Partenza sprint della squadra africana col numero 9 Sonhi, che in un minuto tira per tre volte contro la porta italiana. Gli Azzurri riescono inizialmente a prendere le misure agli avversari, controllando i loro attacchi e provando a partire in contropiede con Emanuele Padoan. Al minuto 17 proprio su una ripartenza, Padoan prova a servire Daniele Piana in profondità, anticipato di poco dal portiere angolano. Sul capovolgimento di fronte, bella parata con i piedi del numero uno italiano Daniel Priami, che si ripete un minuto più tardi.
In avvio di ripresa, grande azione di capitan Messori, che recupera palla a centrocampo e triangola con Piana, ma arriva stanco davanti al portiere e tira centralmente.

La partita si gioca molto a centrocampo, con l’Angola che fa girare palla, ma non trova spazi e l’Italia che prova a ripartire. Al 32’ un’azione ancora di Padoan dalla grande distanza, ma il pallone finisce di poco alla sinistra del portiere. Al 43’ l’Angola segna sugli sviluppi di un calcio piazzato: la palla finisce al numero 10 Antonio che controlla e lascia partire un rasoterra a fil di palo. Imprendibile.
Gli Azzurri tentano di reagire spostando in avanti il baricentro, ma non trovano spazi. In pieno recupero arriva il raddoppio, ancora sugli sviluppi di un calcio piazzato. La palla, dopo un rimpallo, arriva al numero 3 Manuel che si libera di Padoan con un fallo non ravvisato dal direttore di gara, e tira un missile che colpisce il palo alla sinistra di Priami prima di terminare in rete.
Il ct Renco Vergnani è comunque soddisfatto della prestazione della squadra:

I ragazzi hanno dato tutto quello che avevano, sono orgoglioso di loro. Abbiamo tenuto testa per tutta la partita ad un team più attrezzato di noi, che ha tutte le carte in regola per giocarsi il titolo di campione del mondo, proprio come ha fatto quattro anni fa

L’avventura dell’Italia al Mondiale però non termina qui.
Oggi, venerdì 2 novembrealle 22 ora italiana (le 15 locali) gli Azzurri scenderanno in campo contro Haiti, in un match che, nel tabellone, attribuisce dalla nona alla sedicesima posizione del ranking mondiale. Quella contro Haiti è una sfida già vista in un Mondiale: nel 2014 le due formazioni si sono incontrate agli ottavi di finale con i centro-americani che hanno superato l’Italia solo ai calci di rigore. In questi Campionati, le due squadre hanno dimostrato di essere cresciute molto, passando entrambe il proprio girone a punteggio pieno, ma subendo un sorteggio sfavorevole.

I Mondiali di Calcio amputati sono trasmessi in diretta streaming sul canale Facebook di San Juan TV:

Risultati degli ottavi
Inghilterra – Argentina 2-0
Brasile – Francia 2-1
Haiti – Polonia 1-2
Italia – Angola 0-2
Colombia – Spagna 0-0 (2-3 ai rigori)
Messico – Giappone 2-0
Turchia – Irlanda 4-0
Russia – Kenya 4-1

Quarti di finale
Inghilterra – Brasile
Messico – Spagna
Polonia – Angola
Turchia – Russia

 

Turno infrasettimanale per la Serie B, valida per la decima giornata del campionato, che riprende dopo l’importante Consiglio federale di oggi, presidiato per la prima volta dal neo presidente Gravina. Stamane si è deciso che la serie cadetta resta a 19 squadre e pertanto si può riprendere regolarmente a giocare, anche in Serie C; in attesa dell’udienza collegiale del 15 novembre prossimo.

Diversi match interessanti in programma tra cui Perugia – Padova, partita che mette di fronte due squadre che non sono molto in salute e a cui servono punti per salire un po’ in classifica. Per l’allenatore perugino, Alessandro Nesta, una vittoria contro i veneti è fondamentale per trovare serenità e consapevolezza.

Con solamente 6 punti in classifica cerca punti anche il Venezia che va in trasferta a Cremona. Dopo l’esonero di Stefano Vecchi, Walter Zenga ha raccolto due pareggi contro Verona e Palermo, squadre più attrezzate e in lizza per la promozione in Serie A.

La capolista Pescara vola in Calabria a Cosenza. Dopo la sconfitta in casa contro il Cittadella, gli abruzzesi hanno una trasferta difficile perché i calabresi dei sette punti ottenuti, cinque gli hanno conquistati in casa. L’attacco pescarese sarà guidato dal centravanti Mancuso, autore finora di 5 gol.

Trasferte anche per Verona e Palermo. I gialloblu saranno di scena ad Ascoli, mentre i siciliani a Carpi. Per l’Ascoli lo stadio Del Duca è un fortino, otto dei nove punti in classifica sono stati raccolti sul campo di casa. Per il Verona non sarà per nulla semplice uscire vincitore.

Il Cittadella ospita il Foggia. I pugliesi giungono dopo un scoppiettante derby contro il Lecce, terminato 2-2. I granata hanno il morale altissimo dopo il colpaccio in trasferta all’Adriatico di Pescara.

Rinviata su decisione del prefetto, Spezia – Benevento. Alla base del provvedimento, le avverse condizioni meteo che da alcuni giorni stanno caratterizzando la provincia spezzina con allerta meteo rossa.

Chiudono la giornata domani Salernitana – Livorno e Lecce – Crotone.

Ottimismo, entusiasmo, orgoglio e tanta voglia di vivere quello che fino a poco tempo fa era semplicemente un sogno. Ci sono questi ingredienti e queste emozioni nei bagagli che i ragazzi della Nazionale italiana di calcio amputati portano con loro nella spedizione in Messico dove, dal 27 ottobre al 4 novembre, si giocheranno i Mondiali.

A guardarsi indietro è incredibile: tutto è nato nel 2012 da un post su Facebook, anzi da un gruppo creato da Francesco Messori, il capitano del team azzurro e 20 anni ancora da compiere, che attraverso il popolare social network ha cercato in giro per l’Italia amici e colleghi per metter su una squadra. Poi il Csi e la Fispes, la Federazione Italiana Sport Paralimpici e Sperimentali, ha dato concretezza e robustezza al progetto. Due anni dopo, nel 2014, gli Azzurri erano già alla loro storica prima Coppa del Mondo, sempre in Messico, e seppur acerbi sono usciti agli ottavi ai calci di rigore contro Haiti.

La Coppa del Mondo vede la partecipazione di 24 squadre, suddivise in sei gruppi e passano agli ottavi le prime due classificate di ciascun girone e le quattro migliori terze. I ragazzi del ct Renzo Vergnani sono stati inseriti nel Girone B e, a Guadalajara, se la vedranno contro Argentina, Francia e Ghana. Proprio contro l’incognita africana, il 28 ottobre, il debutto  degli Azzurri. L’Italia ritrova, così, la Francia, team incontrato sette volte negli scorsi sei anni, e battuto 1-0 agli Europei in Turchia del 2017, vittoria che ha regalato agli Azzurri la qualificazione mondiale.

Vergnani ha parlato così del sorteggio e del cammino dell’Italia:

Le squadre del nostro gruppo sono tutte abbordabili. Se da un lato è un bene stare lontani dalla Russia, campioni del mondo del 2014, e dalla Turchia, prima in Europa, dall’altro siamo obbligati ad arrivare primi nel girone per evitare abbinamenti duri. Dobbiamo cercare di credere nelle nostre capacità fino in fondo e trovare la convinzione di poter vincere

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Sono 14 gli azzurri convocati: Vincenzo De Fazio (ASD Levante C Pelliese) Mattia Del Pastro (ASD Stampelle Azzurre) Marcello Cirisano (ASD Stampelle Azzurre) Pier Mario Gardino (ASD Stampelle Azzurre) Salvatore La Manna (ASD Stampelle Azzurre) Luigi Magi (ASD Stampelle Azzurre) Lorenzo Marcantognini (ASD Stampelle Azzurre) Ivan Martucci (ASD Stampelle Azzurre) Francesco Messori (ASD Stampelle Azzurre) Emanuele Padoan (ASD Stampelle Azzurre) Daniele Piana (ASD Stampelle Azzurre) Daniel Priami (ASD Stampelle Azzurre) Marco Pollicino (ASD Levante C Pelliese) Riccardo Tondi (ASD Stampelle Azzurre).

I Gironi e le partite in programma

Girone A: Messico, Inghilterra, Irlanda, Uruguay

Girone B: Argentina, Italia, Francia, Ghana

Girone C: Polonia, Giappone, Colombia, Costarica

Girone D: Angola, Haiti, Ucraina, Spagna

Girone E: Russia, Brasile, El Salvador, Nigeria

Girone F: Turchia, Stati Uniti, Kenya, Iran

Partite dell’Italia:

Domenica 28 ottobre: Italia vs Ghana alle 20 locali (ore 3 italiane)

Lunedì 29 ottobre: Italia vs Francia alle 16 locali (ore 23 italiane)

Martedì 30 ottobre: Italia vs Argentina alle 17 locali (ore 24 italiane)

Giovedì 1 novembre: ottavi di finale

Venerdì 2 novembre: quarti di finale

Sabato 3 novembre: semifinali

Domenica 4 novembre: finale