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Un roboante 7-0 contro il Genoa nell’ultima giornata di Serie B, giocata sabato 16 febbraio, e tre punti che certificano la cavalcata vincente della squadra femminile dell’Inter che ha centrato la quindicesima vittoria in altrettante partite di campionato. Punteggio pieno, la squadra allenata dall’argentino De la Fuente ha 14 punti di vantaggio sulla seconda con 55 gol fatti e solamente 5 reti subite. E’ un cammino trionfante, al momento, che conferma un’indicazione già avvertita a inizio stagione con il cambio di proprietà: quest’anno l’Inter non vuole perdere la chance della promozione in Serie A.

 

 

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All together!🖤💙 #amale #interwomen #senzafretta #senzatregua

Un post condiviso da Regina Baresi (@reginabaresi9) in data:

Perché l’attuale gestione della squadra neroazzurra di Milano è importante e indicativa nel panorama di crescita del calcio femminile? Punto primo: a differenza di Juventus, Milan e Roma (squadre in Serie A) che hanno comprato il titolo sportivo delle loro attuali squadre femminili da club già esistenti (la Juventus dal Cuneo, il Milan dal Brescia), la dirigenza dell’Inter maschile ha  rilevato il titolo sportivo di proprietà dell’allora ASD Femminile Inter Milano, facendola diventare a tutti gli effetti la squadra femminile di riferimento dell’Internazionale Milano, e con essa anche la formazione Primavera. L’ASD era stata fondata nel 2009 da Elena Tagliabue, fino all’anno scorso presidente della società, moglie di Giuseppe Baresi – ex capitano e vice allenatore dell’Inter – e madre di Regina, attaccante e capitana della formazione.

L’anno scorso l’Inter femminile non è riuscita a ottenere la promozione dalla Serie B, concludendo la stagione al secondo posto dietro l’Orobica, ma aveva e, come conferma la partenza a razzo di quest’anno, ha tuttora una rosa ben strutturata e organizzata. Quello che è servito al club per il salto di qualità è “dietro le quinte”: l’Inter ha riorganizzato la squadra a partire dalla nomina di Maria Ilaria Pasqui – ex calciatrice ora avvocato in materia di diritto civile e dello sport – a responsabile dello sviluppo del settore femminile e lo staff è stato migliorato con l’arrivo di nuovi preparatori.

Nella Serie B femminile è stato possibile anche perché solo Empoli, Lazio e Cittadella sono affiliate a club maschili e le altre squadre sono, quindi, ancora indipendenti e quindi con mezzi e risorse estremamente limitati che le rendono poco competitive. Per le squadre femminili associarsi ai club già esistenti, oltre agli indubbi benefici sportivi, serve anche ad avvicinarsi al pubblico. L’Inter, per esempio, era solita giocare le sue partite a Sedriano, un piccolo comune distante una ventina di chilometri da Milano. Le ultime partite di campionato le ha però disputate al Centro di Formazione Suning in memoria di Giacinto Facchetti tra Niguarda e Bresso – dove si allenano le giovanili dell’Inter – ben più vicino al centro di Milano.

Se non è stata una “maggioranza bulgara”, poco c’è mancato: 142 voti su 155 disponibili, un’annata da incorniciare per giocate e gol e con la Coppa Uefa alzata davanti ai musi lunghi dei tedeschi del Borussia Dortmund. Il 28 dicembre 1993, Roberto Baggio vince il Pallone d’oro. Con la Juventus, il Divin Codino si afferma e si consacra nel panorama calcistico internazionale. Il riconoscimento della rivista francese France Football non lascia dubbi: nessuno può eguagliare il talento italiano. Alle sue spalle, distaccati, l’olandese Dennis  Bergkamp, che quell’estate passerà dall’Ajax all’Inter, e l’istrionico francese Eric Cantona, idolo tra i tifosi del Manchester United.

Dopo la convincente vittoria della Juventus per 3-1, nell’andata della finale di Coppa Uefa contro il Borussia Dortmund al Westfalenstadion, è lo stesso calciatore nato a Caldogno a ironizzare, dopo avere segnato una doppietta, sulla sua possibilità di alzare il trofeo dorato: «Il Pallone d’oro io a Baggio lo darei».
Con il 3-1 all’andata e il 3-0 al ritorno a Torino, quei pochi scettici si convincono della strepitosa annata del talento con il numero 10 cucito sulle spalle. Del resto, i numeri della stagione 1992-1993 parlano chiaro, chiarissimo: in Serie A, Baggio gioca 27 partite e realizza 21 rete, il suo rendimento migliore dopo la rinascita a Bologna nel 1997-1998 dove segnerà 22 marcature. Letale anche in Coppa Uefa con 6 gol in 7 gettoni.

Attorno ai suoi tocchi, alle sue giocate e al suo talento, la Juventus vuole ricucire i suoi successi, smarriti dopo l’addio di un altro fuoriclasse come Michelle Platini. Ma il Milan di Fabio Capello sfugge e, nonostante, il ricco bottino di segnature di Baggio (solo Signori fece meglio con 26 reti), la Juventus concluderà quarta con 39 punti, meno 11 rispetto al Milan. Unica pacata consolazione per il Divin Codino è la splendida rete che segna a San Siro, nella “Scala del calcio”, proprio ai rossoneri:

E’ in Europa, come detto, che la Juventus e Baggio trovano gloria: è proprio il fantasista ad aprire le marcature europee del club torinese nel 6-1 del primo turno contro i ciprioti dell’Anorthosis Famagosta. Poi un digiuno che si interrompe in semifinale, quando, contro il Paris Saint Germain, tira fuori tutta la sua classe segnando una doppietta nella vittoria per 2-1 all’andata e per 1-0 in terra transalpina. Da antologia i due gol segnati a Torino:

Alla premiazione del Pallone d’oro, Roberto Baggio disse:

Il Pallone d’oro è una cosa mia: sono sicuro che se scendeste in strada a chiedere ai tifosi cosa vorrebbero che vincessi vi risponderebbero lo scudetto, se sono juventini; il Mondiale, se non lo sono. Infatti i miei veri traguardi sono questi, come per un attore è bello vincere l’Oscar, ma è molto meglio se il pubblico apprezza il suo film

Il Mondiale negli Stati Uniti è, forse, il più grande rammarico nella carriera di Baggio e dei tanti tifosi che, in lui, avevano riposto speranze di successo. Dopo una stagione da protagonista, con la Juventus che è riuscita a issarsi al secondo posto, dietro sempre al Milan, nel 1994 Baggio trascinò l’Italia, praticamente da solo, in una storica finale contro il Brasile. Ma quel pomeriggio avverso, furono i rigori a strozzare le grida di gioia.
Il Divin Codino, però, non si è mai dato per sconfitto: al Milan, tra alti e bassi, non ha espresso tutta la sua grazia. E’ rinato a Bologna, è diventato leggenda a Brescia.

In una lettera rivolta ai giovani e ai suo figli, durante una serata del festival di Sanremo nel 2013, si intuisce perché è arrivato fin là, avendo il rispetto di tifoserie e avversi rivali. E’ stato e, forse lo è tutt’ora, il più grande calciatore italiano – e uomo- di sempre:

La lettera di Roberto Baggio indirizzata ai giovani 14-02-2013 (Sanremo 2013) from dioddo on Vimeo.

Il suo soprannome è Filippa proprio come il beniamino di cui è fan sfegatata: Filippo Inzaghi. Lei si chiama Ni-Min vive a Shanghai e ha macinato migliaia di chilometri per salutare il suo mito, l’allenatore del Bologna. O meglio, ex-allenatore perché nella giornata di lunedì 28 gennaio, Inzaghi è stato esonerato dopo la pesante sconfitta per 4-0 subita contro il Frosinone.

Tempismo davvero notevole, quello di Ni-Min che si è presentata al centro allenamenti di Casteldebole per scattare una foto assieme a Inzaghi e ha scoperto la rottura del rapporto tra l’ex giocatore del Milan e la società emiliana. E dire pure che la cinese era sotto l’ombra delle Due Torri da quattro giorni, s’è vista pure la brutta partita allo stadio Dall’Ara pur di aumentare la collezione di cimeli a tema “SuperPippo” tra foto, autografi e calendari.

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Ai giornalisti fa vedere i video di qualche incontro passato come quello dell’anno scorso quando era ancora sulla panchina del Venezia, ma a questo giro, la sua giornata tutta speranzosa e positiva si è trasformata in una mattinata infelice.  Un incubo che unisce la tifosa e Inzaghi: entrambi hanno perso il sorriso.

La storia di Ni-Min ricorda un episodio altrettanto rocambolesco vissuto nel 2012 da un giornalista giapponese, Daisuke Nakajima, esperto di calcio scozzese per aver seguito, per diversi anni, le gesta del mito nipponico Shunsuke Nakamura nel Celtic. Lui, però, era tifoso dei rivali protestanti, i Rangers che in quegli anni, dopo il fallimento, era scesi nei bassi fondi della piramide calcistica scozzese.

Nakajima non aveva smarrito l’entusiasmo e quando gli si presentò l’opportunità di assistere a un match dal vivo, si imbarcò sull’aereo in direzione Scozia, precisamente a Elgin, città dove si sarebbe svolta la partita. Ben 10mila chilometri, 14 ore di viaggio in aereo e circa cinque in treno, poi l’amara scoperta: il match tra Elgin e Rangers era stato annullato.

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Il motivo? Il presidente dell’Elgin City, fiutando affari e soldi facili per un partita di così altro prestigio nonostante fosse in terza divisione, aveva deciso non solo di alzare i prezzi dei singoli biglietti, ma di venderne molti di più della capienza massimo dello stadio. La polizia, dunque, per motivi di sicurezza aveva deciso di chiudere i cancelli dello Borough Briggs e rinviare la partita.

Ma c’è un lieto fine, se così si può dire, per Daisuke Nakajima (e chissà magari si concretizza anche a Ni-Min): i dirigenti del Rangers, venuti a conoscenza dell’assurda disavventura, l’hanno invitato a partecipare ad un tour all’interno della sala trofei dell’Ibrox Stadium.

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Il testo è un estratto del racconto di Giovanni Sgobba, autore di “1966-2016: Union Berlin, 50 anni di dissenso nella Germania Est” che potete leggere e scaricare gratuitamente a questo link 

Doveva essere una sorpresa, anzi, addirittura, un segreto di stato. Il nome della terza squadra di Berlino Est non doveva essere svelato prima della riunione inaugurale che prese il via più o meno alle 17.00 del 20 gennaio 1966. Arrivare a quel punto non fu affatto semplice: la presenza asfissiante della DDR, con i suoi continui cambi nell’organizzazione calcistica, costrinse molti club a modificare organigramma societario, nomi e persino sede. I contrasti, inoltre, tra la federazione calcistica e la federazione sportiva rendevano pesante il clima.

In quel periodo, almeno teoricamente, poteva esistere solo una squadra di calcio per distretto: Berlino risultava un’eccezione perché sullo stesso suolo si trovavano la Dynamo Berlin, squadra del Ministero degli Interni e ancor più loscamente legata alla Stasi e la Vorwärts Berlin, società, invece, del Ministero della Difesa. In realtà esisteva anche un terzo club, definito “civile” e quindi più vicino al popolo, nato dalla fusione del SC Rotation Berlin, del SC Einheit Berlin e del TSC Oberschöneweide (questa a sua volta discendeva dalla FC Olympia Oberschöneweide, fondata nel giugno 1906 da un gruppo di studenti e prima e vera genitrice dell’odierno Union). Il nome era più semplicemente TSC Berlin e costituì una vera e propria polisportiva con sedi sparse su tutto il lato est della città e che comprendeva ciclismo, hockey, atletica leggera, tennis, pallamano, discipline acquatiche e calcio.

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Con la riorganizzazione delle società e delle leghe, questa realtà era in forte pericolo di estinzione, ma qui intervenne Herbert Warnke, presidente della FDGB (Federazione dei sindacati della Germania Est) che insistette per la creazione di una squadra in rappresentanza dei lavoratori.

Quel pomeriggio del 20 gennaio 1966 era tutto pronto: il nome, impresso su una grande targa, era coperto da un velo, mentre in una stanza accanto era in corso la riunione per l’approvazione. Qualcosa, però, non andò secondo i piani perché il sipario, che celava il nome, venne giù involontariamente. Il grande annuncio fu di per sé un po’ goffo: dalla scissione della squadra di calcio dalla polisportiva TSC Berlin nacque l’1. FC Union Berlin. Ma perché si scelse Union? La proposta rimandava al SC Union Oberschöneweide, ovvero la squadra nata da chi decise di restare e non fuggire. Un segno distintivo di resistenza che il club porterà avanti negli anni successivi, ma quello che contò, allora, era che alle 19.00 del 20 gennaio 1966, dopo un’inaugurazione improvvisata, Heinz Busch, capo della sezione berlinese dell’associazione sportiva della Germania Est, pronunciò le parole che ancora oggi sono il motto della società: «Es lebe der 1. FC Union Berlin!» (Evviva l’Union Berlin!).

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Già durante la riunione inaugurale si delineò l’ambizione del club: Paul Verner, primo segretario del distretto di Berlino, sottolineò l’obbligo del neonato Union di puntare direttamente alla massima ambizione: giocare in Oberliga (simile alla Serie A italiana). Detto fatto, la stagione 1965-1966 della DDR-Liga Nord (da intendersi come una Serie B, invece) vide trionfare proprio il club rot und weiß con protagonisti, tra gli altri, il capitano Ulrich Prüfke e l’attaccante Ralf Quest (decisiva la sua doppietta nella penultima gara contro il Vorwärts Rostock vinta per 3-1). Proprio a Rostock, il 6 agosto 1966, l’Union Berlin fece il suo debutto assoluto nella stagione 1966- 1976 di Oberliga.

Qui il racconto si trasforma in romanzo, assume contorni mitici, e, perché no, anche un po’ fantozziani. Sotto una fitta pioggia e dopo pochi istanti dal fischio di inizio, il libero della squadra berlinese, Wolfgang Wruck, detto Ate, si scontrò duramente contro un avversario in un duello aereo. Infortunato, uscì dal campo, ma non essendoci ancora le sostituzioni, dopo cinque minuti passati a bordo campo decise comunque di continuare a giocare. E qui avvenne l’imponderabile: al 17’, appena oltre la metà campo, Wruck lasciò partire un tiro (più probabile un cross) verso la porta avversaria, il portiere scivolò a causa del campo bagnato e non riuscì ad alzarsi in tempo. La sfera, così, si insaccò in rete. Tra il comico e il grottesco, il giorno dopo, i giornali di Rostock attribuirono il gol a Prüfke. Il match, poi, finì 1-1 e l’Union Berlin chiuse la sua prima stagione con un ottimo sesto posto. Wruck (ricordate anche il suo nome), che si è spento il 5 settembre 2014 dopo una lunga malattia, passerà alla storia per essere stato il primo giocatore a segnare con l’Union Berlin in Oberliga.

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Lo ricorda lui stesso con un tweet breve, carico di emozione, con l’hashtag #ComingOut e l’emoticon arcobaleno. Sono passati cinque anni da quando, l’8 gennaio 2014, Thomas Hitzlsperger, ex-calciatore tedesco, ha pubblicamente detto di essere gay in un’intervista al giornale Zeit. Hitzlsperger, cinque anni fa, aveva 31 anni e si era ritirato solamente da qualche mese dopo una serie di infortuni, dopo aver giocato, nel corso della sua carriera nell’Aston Villa, nello Stoccarda e nella Lazio, e collezionato 52 partite nella Germania.

Sul suo profilo Twitter dice di non poter essere più felice e ringrazia tutti per il supporto, ma dopo cinque anni Hitzlsperger è rimasto ancora l’unico calciatore “più famoso” ad aver dichiarato la propria omosessualità nel calcio. Ha raccontato di non avere avuto particolari problemi da giocatore in Inghilterra, in Germania e in Italia, anche se l’omosessualità è una questione «ignorata» nel calcio e che non viene mai affrontata «seriamente» negli spogliatoi:

Il mondo del calcio sta discutendo tutto questo più apertamente che mai. Non sempre vediamo dei chiari progressi, ma è evidente come le persone siano ora disposte a cambiare il mondo del pallone

Secondo Stonewall, associazione britannica che punta all’inclusione lgbt nel calcio, ben il 72 per cento dei tifosi ha ascoltato almeno una volta un coro omofobo in una partita giocata negli ultimi cinque anni. Anche per questo motivo, probabilmente, complici atteggiamenti da cameratismo, esprimere il proprio orientamento sessuale nel calcio è ancora relegato nella categoria tabù: attualmente esistono in Europa casi isolati di calciatori professionisti in attività che si siano dichiarati gay e la stragrande maggioranza, in serie e categorie inferiori.

Collin Martin, centrocampista statunitense di 23 anni del Minnesota United (nella Mls) ha dichiarato la propria omosessualità, attraverso il suo profilo Instagram avvolto in una bandiera arcobaleno, durante l’ultimo Pride Night, una serata dedicata al rispetto dei diritti degli omosessuali nel 49° anniversario dei Moti di Stonewall, accese proteste a seguito dell’irruzione della polizia di New York, nella notte tra il 27 e il 28 giugno del 1969, all’interno del locale Stonewall Inn. che rappresentava un punto di riferimento per la comunità lgbt.

 

In passato solo un calciatore professionista francese ha espresso la sua omosessualità, Olivier Rouyer, ma solo molti anni dopo il ritiro, così come in Germania ci fu la testimonianza di Marcus Urban, nel 1990, ma quando la sua carriera era pressoché terminata.  La storia più tristemente celebre è quella di Justin Fashanu, sempre nel 1990, ma in Inghilterra: la sua carriera e la sua vita diventarono molto difficili, tra insulti – anche quelli del suo allenatore, il celebre Brian Clough – e polemiche.
Lo stesso fratello John lo rinnegò pubblicamente, e le reazioni ebbero un effetto devastante su Fashanu, che confessò di sentirsi «solo e disperato». Il suo rendimento sportivo calò ulteriormente, in quella che sembrava una spirale discendente senza fine e, dopo esser stato coinvolto in un intricato caso di violenza sessuale nei confronti di un minore, Fashanu il 3 maggio 1998 si uccise impiccandosi nel garage di casa.

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Nel dicembre 2017, l’Uefa ha scelto Liam Davis, calciatore gay inglese, come testimonial della campagna #EqualGame, lanciata contro ogni discriminazione etnica, di religione o di orientamento sessuale. Intervistato dal Daily Telegraph, Liam Davis ha raccontato che la sua omosessualità venne accidentalmente rivelata nel 2014 da un quotidiano locale; lui, però, non ha mai vissuto la cosa come “un rischio” e di non avere mai avuto problemi, in nessuna delle squadre in cui ha giocato, né con i compagni, né con gli allenatori, né con la dirigenza:

Penso che sia giusto raccontare la mia visione positiva delle cose…A coloro che sono ancora riluttanti nel fare coming out voglio dire che non ho mai avuto alcun problema, niente se non riscontri positivi. Se c’è una cosa che voglio dire è che il calcio è un ambiente meravigliosamente di supporto

In realtà, nel novembre 2018, Oliver Giroud, attaccante del Chelsea ha affermato che nel calcio è impossibile dichiararsi omosessuale. L’intervista all’ex di Arsenal e Montpellier, che nel 2012 ha posato in copertina su Têtu, una rivista per i diritti degli omosessuali e in Premier League ha più volte indossato “Rainbow Laces” a sostegno del comunità gay, ha riaperto il dibattito:

Il giorno in cui ho scoperto che l’omosessualità è un tabù per il calcio è stato quando ho visto il tedesco Thomas Hitzlsperger raccontarsi, nel 2014: è stato molto emozionante. È qui che mi sono detto che era impossibile mostrare la propria omosessualità nel nostro mondo. Nello spogliatoio c’è molto testosterone, si sta tutti insieme, ci sono le docce collettive. È difficile ma è così. Capisco il dolore e la difficoltà dei ragazzi che si raccontano, è una vera e propria prova dopo aver lavorato su se stessi per anni».

Mancano da oltre un mese i tre punti in casa Udinese e al Friuli oggi c’è una buonissima occasione per far gioire i tifosi e per chiudere l’anno nel migliore dei modi.

I ragazzi di mister Nicola ospitano il Cagliari di Maran. Le due squadre si sfidano con morale diversi, i bianconeri nel boxing day hanno ottenuto un misero pareggio contro la Spal a Ferrara, mentre i sardi hanno battuto il Genoa per 1-0 con gol dell’attaccante brasiliano Farias.

Quello che, invece, è mancato ai friulani sono stati proprio i gol dei suoi attaccanti. Perché all’ultima giornata d’andata il capocannoniere è De Paul con sei reti e tre assist, ed è un centrocampista.
Sono mancati i gol di Kevin Lasagna, l’attaccante è partito discretamente nelle prime giornate di campionato ma poi è rimasto fermo a tre marcature.

Della sua prima positiva parte di stagione si è accorto anche il commissario tecnico della nazionale, Roberto Mancini, il quale lo ha convocato per le partite di Nations League e per le amichevoli. Alla chiamata azzurra la punta ha risposto presente e ha contribuito alla permanenza in Lega A, grazie all’assist per il gol di Biraghi allo scadere di Polonia – Italia.

Alla Dacia Arena la punta ex Carpi ha la ghiotta occasione di regalare qualche bonus ai fantallenatori che hanno puntato su di lui in rosa. L’assenza dell’argentino De Paul si sentirà e mister Nicola dovrà adottare altre soluzioni per trovare la strada per un gol che a Lasagna manca da tre partite. L’ultima rete, infatti, risale alla partita casalinga contro l’Atalanta persa per 3-1.

Aumentare il bottino delle marcature per un attaccante è sempre importante, anche se, come ha già ribadito lo stesso Lasagna, l’importante sono i tre punti contro una diretta avversaria per la salvezza.

Sfruttare il fattore campo dev’essere fondamentale per una squadra che si gioca tutto per restare in Serie A ed è per questo che servono i gol di Lasagna.

Pochi si aspettavano un girone d’andata ad alti livelli e invece così è stato. Il Parma, dopo aver ottenuto tre promozioni di seguito, in questa stagione ha ben figurato e sorpreso anche in Serie A.

Merito è sicuramente dell’allenatore Roberto D’Aversa, giunto nella provincia emiliana nel dicembre 2016 dopo l’esonero di Luigi Apolloni, il quale è stato uno degli artefici della promozione in Serie B e l’anno scorso è arrivata la A.

Il grande salto non ha spaventato la società che ha dato fiducia al tecnico nato a Stoccarda ma cresciuto a Pescara. In queste prime 17 giornate i crociati hanno ottenuto 22 punti e in classifica sono alla posizione numero 12.

Il merito sta nei calciatori e nella dirigenza che ha avuto mezzi e abilità per creare una squadra competitiva per la massima serie.

Tra le piacevoli sorprese sicuramente l’ivoriano Gervinho. I ducali hanno scommesso su di lui, riportandolo in Italia dopo due anni di Cina all’Hebei Fortune. In molti pensavano in un investimento sbagliato per un calciatore che, seppure ancor 31enne, oramai finito fuori dal calcio che conta.

Per quello fatto finora, l’ivoriano ha pienamente dimostrato di poter essere ancora protagonista in Serie A dopo le bellissime stagioni trascorse a Roma con Rudi Garcia in panchina.

In undici presenze quest’anno la Freccia Nera ha messo a segno cinque reti risultando spesso come migliore in campo grazie alle sue sgroppate ubriacanti (se lo ricordano bene i calciatori del Cagliari).

La sua assenza delle ultime settimane ha pesato molto sui risultati dei ducali e oggi, in vista della trasferta di Firenze contro la Viola, la sua presenza è ancora in dubbio. Mister D’Aversa vuole preservarlo per evitare rischi di ricadute, quasi sicuramente non partirà titolare negli undici iniziali ma il tecnico potrà concedergli qualche minuto a partita in corso. Durante gli ultimi match i gialloblù hanno avuto un po’ di difficoltà a trovare la via del gol ed è per questo che serve il miglior Gervinho.

Prima guerra mondiale, Natale 1914, regione belga delle Fiandre. In diversi punti lungo la linea del fronte occidentale, i soldati tedeschi, britannici e in parte minore francesi, misero in atto un “cessate il fuoco” spontaneo, non ufficiale e autorizzato. Uscirono dalle loro trincee e iniziarono timidamente a fraternizzare. Alcuni affermano che siano stati i tedeschi a iniziare, intonando canti natalizi e addobbando con alberi di Natale le loro trincee.
Un accordo di massima, una stretta di mano da signori: «Voi non sparate, noi non spariamo», così i soldati si incontrarono nella terra di nessuno per fraternizzare, scambiarsi cibo, doni e souvenir. Seppellirono i caduti dopo funzioni religiose comuni, scattarono foto ricordo assieme, bevvero liquori e addirittura organizzarono improvvisate partite di calcio. Il tutto venne ricordato negli anni come la Tregua di Natale.

La partita tra inglesi e francesi durante la Tregua di Natale del 1914

Gli eventi, però, non furono immediatamente riportati dai media: ci fu un po’ di autocensura rotta il 31 dicembre 1914 dal The New York Times, rivista statunitense, paese in quel momento ancora neutrale. I giornali britannici seguirono questo esempio e nei primi giorni del 2015 riportarono numerosi resoconti in prima persona degli stessi soldati, presi dalle lettere inviate alle famiglie. Insomma, la tregua venne vista come gesto miracoloso e positivo. Diversa, invece, la percezione che ci fu in Germania, con molti giornali critici nei confronti dei soldati tanto che nessuna immagine dell’evento fu pubblicata.

In diverse zone del fronte i combattimenti proseguirono per tutto il giorno di Natale, ma è anche vero che episodi di “cessate il fuoco” si verificarono anche in altre zone. E con essi anche le partite di calcio. Il calcio, il “football”, in quegli anni aveva preso ormai piede come passatempo e divertimento sia in Gran Bretagna che in Germania. E’ probabile, dunque, che presi da un momento di ristoro e di gioia, soldati di entrambi i fronti abbiano tirato un paio di calci a un pallone improvvisato.
Le prime notizie vennero raccolte e diffuse dal The New York Times il 1° gennaio 2015, con la pubblicazione di una lettera scritta da un medico della Rifle Brigade, che parlava di

Una partita di calcio… giocata tra loro e noi davanti alla trincea

La scultura “All together now” dell’artista britannico Andrew Edwards

La più dettagliata di queste storie proviene, però, dal versante tedesco: il 133esimo reggimento Reale Sassone, infatti, racconta di  un match nato per casualità tra la formazione di Tommy e quella di Fritz (nomi comuni per indicare i britannici e i tedeschi):

Il terreno gelato non era un grande problema. Poi abbiamo organizzato ogni lato in squadre, allineando in righe multicolori, il calcio al centro. La partita si è conclusa 3-2 per la squadra di Fritz

E’ difficile affermare con certezza quello che è successo: il risultato, però, trova conferme anche negli scritti di Robert Graves, un rinomato poeta britannico, scrittore e veterano di guerra, che ha ricostruito l’incontro in una storia pubblicata nel 1962. Nella versione di Graves, il punteggio resta 3-2 per la tedeschi, ma lo scrittore aggiunge una serie di sfumature fantasiose che danno un tocco di finzione ed epicità.
Quello che rimane è il gesto, un atto di libertà, di unione, che lo sport, in ogni sua forma ha sempre trasmesso e veicolato.

EPISODIO 12

Matteo “HOLLY” Moglia e Matteo “BENJI” Biasin nella nuova avventura di Mondiali.it: ogni martedì e venerdì, in diretta streaming per consigli, commenti e pronostici sulla Serie A (e non solo…). Perché sappiamo quanto costa schierare la formazione giusta al fantacalcio e noi vogliamo essere accanto ai fantallenatori.

🔸 SERIE A REVIEW

– Possiamo dire di avervi consigliamo correttamente per la giornata 16 di Serie A! Avete schierato Zapata e lasciato in panca Higuain?
– Quest’anno sono davvero in pochi a salvarsi alla Roma: anche Robin Olsen fa la frittata. Me menomale c’è Justin Kluivert che potrebbe essere la freccia in più per Eusebio Di Francesco. La sua carica può aiutare la squadra;
– Simeone si sarà davvero sbloccato?
– MOMENTO, MOMENTO, MOMENTO: ha segnato Berardi!
– E che dire di questo Milan? Secondo pareggio consecutivo e nessuna risposta dopo l’eliminazione in Europa League.

🔸 SORTEGGIO CHAMPIONS ED EUROPA LEAGUE

– Cosa dobbiamo aspettarci dalle italiane rimaste in Europa? L’urna di Nyon è stata clemente

🔸  CURIOSITA’&NOTIZIE BOMBA

– Dopo esser stato esonerato dal Chelsea, esattamente tre anni dopo José Mourinho chiude anche al Manchester United. Da Special One a Special…Once. C’era una volta il famigerato allenatore portoghese. E poi dicembre gli porta davvero sfiga. Il pezzo di Giovanni Sgobba;

– E Wanda Nara, moglie e procuratrice di Icardi, che lancia la bomba? Quest’estate la Juventus avrebbe cercato l’attaccante argentino da affiancare a Cristiano Ronaldo. Ma voi ce lo vedete in bianconero? Vincenzo Pastore prova a immaginarlo nell’articolo;

– Fantacalcio, in ottica prospettiva…futura! Vi ricordate Marcio Amoroso, attaccante brasiliano capocannoniere nel 1999 con l’Udinese? Bene, 20 anni dopo, suo figlio segue le sue stesse orme, ancora in Italia, ancora all’Udinese! Dario Sette ha raccontato la storia.

Stando ai dati della Lega Serie A, la durata media di ciascuna partita della scorsa stagione 2017-2018 è stata di 95 minuti e 19 secondi anche se, tolte tutte le interruzioni, il tempo effettivo di gioco è stato solamente di 51 minuti e 8 secondi. Si è giocato, dunque, poco più del 53% dei minuti a disposizione. Ma se pensate a un problema tutto italiano, non è esattamente così: in Premier League il tempo effettivo è di 56 minuti e 35 secondi, in Bundesliga 56 minuti e 31 secondi, mentre nella Liga spagnola si viaggia sui 53 minuti e 18 secondi.

Il calcio sta cambiando drasticamente ed è inevitabile seguire il flusso dei tempi: dalle bombolette spray in dotazione agli arbitri per rispettare le distanze, alla preziosa goal-line technology fino alla madre di tutte le rivoluzioni dell’era moderna: l’introduzione del Var, il Video Assistant Referee, “la moviola” tanto cara al Biscardi nazionale, essenziale aiuto tecnologico per l’arbitro stesso.

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E i tempi sono necessariamente dilatati rispetto al calcio di soli cinque o sei anni fa: il check del giudice di gara che rivede un’azione dal monitor per convincersi di un rigore o di un’espulsione, il confronto con l’assistente per rasserenarsi su una decisione delicata, l’attesa necessaria per rivedere i replay, incidono sul ritmo di gara. Che, attenzione, non è assolutamente un male.

I 90 minuti, però, iniziano a esser stretti e non possono i minuti di recupero essere un’effettiva risposta come dimostrano le tre rocambolesche partite giocate nel 15esimo turno di Serie A: il 2-2 finale di Cagliari – Roma è stato deciso al 96’ con la rete di Sau dopo che precedentemente ci sono state due espulsione (quella di Ceppitelli e Srna) quattro minuti dopo il 90’; stesso risultato, stesso finale infuocato per Lazio – Sampdoria con Immobile che trasforma il rigore al 96’ e Saponara che trova nuovamente il pari a nove minuti oltre il tempo regolamentare; e per chiudere i pirotecnici pareggi, il 3-3 tra Sassuolo e Fiorentina ha la stessa trama e lo stesso finale: Mirallas segna al minuto 96.

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Chris Nawrat e Steve Hutchings, nel libro “The Sunday Times Illustrated History of Football” del 1996 raccontano l’aneddoto che ha portato l’introduzione dei minuti di recupero, nel 1892, durante una partita tra Stoke e Aston Villa, e oggi utilizzato e segnalato dall’arbitro in base al numero di sostituzioni, interruzioni causa infortuni e che solitamente va dal minuto a tre-quattro minuti: in quella gara lo Stoke, che stava perdendo 1-0, aveva conquistato un calcio di rigore a due minuti dalla fine, ma il portiere dell’Aston Villa, William Dunning, calciò il pallone fuori dal campo e prima che si riuscisse a ritrovarlo l’arbitro fu costretto a decretare la fine della partita, essendo già passato il 90° minuto.

E se nel calcio, dunque, si introducesse il tempo effettivo di gioco? In alcuni sport sono previste sospensioni del cronometro durante il time-out o parzialmente come avviene nel football americano. Nel calcio a 5, invece, il cronometro si interrompe ogniqualvolta si ferma il gioco o per battere una rimessa o quando la palla esce sul fondo o quando si fischia un fallo.

Chissà cosa penserebbe di tutto questo Renato Cesarini...