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Dal suo esordio in Formula 1, nel 1996 con la Minardi, Giancarlo Fisichella ha aspettato ben otto stagioni prima di trionfare per la prima volta in un Gran Premio. E come se non bastasse l’attesa e la trepidazione, per il pilota romano nato il 14 gennaio 1973, la premiazione fu rimandata al successivo circuito per un disguido dei commissari Fia.
Sì perché il Gp del Brasile del 2003 che vinse il pilota passato nel frattempo alla Jordan fu semplicemente uno dei più rocamboleschi, assurdi, potenzialmente pericolosi e imprevedibili degli ultimi decenni. Sicuramente del nuovo secolo.

È il 6 aprile 2003, lo scenario è il circuito di Interlagos a San Paolo, terza gara della stagione appena cominciata. “Fisico” nei due precedenti Gp in Australia e Malesia non ha visto la bandiera a scacchi, essendosi ritirato prima della conclusione del tracciato. In Brasile pioveva copiosamente e sull’esito finale peserà la decisione delle scuderie, risalente all’ottobre precedente, di utilizzare un solo tipo di pneumatici da bagnato per evento. Questa scelta, motivata con la necessità di tagliare i costi, spinse Michelin e Bridgestone a fornire alle scuderie gomme intermedie, caratterizzate da una maggiore versatilità, tuttavia, queste coperture si rivelarono inadeguate in caso di forti precipitazioni come quelle avvenute nella gara brasiliana.

Poco prima della partenza sul circuito di Interlagos cominciò a diluviare così la partenza fu rinviata di un quarto d’ora, in modo da attendere la diminuzione dell’intensità e la gara fu fatta partire in regime di safety car. Frentzen, Verstappen, Fisichella, Panis, Pizzonia e Firman approfittarono della situazione per rifornire mentre gli altri proseguirono dietro alla vettura di sicurezza, che si fece da parte dopo otto giri.

Iniziò così lo show che alla fine contò 10 ritiri:  all’ottavo giro, a Nick Heidfeld cedette il motore, mentre otto giri dopo Justin Wilson andò in testacoda e anche lui è costretto al ritiro. Durante il 18º giro sulla vettura di Firman si ruppe senza preavviso la sospensione anteriore destra e la monoposto dell’irlandese, senza più controllo, si schiantò contro quella di Panis ed entrambi i piloti furono costretti al ritiro. Montoya, nel corso del 25º passaggio, uscì di pista alla curva Do Sol, andando a sbattere violentemente contro le barriere. Nello stesso punto uscirono di pista anche Pizzonia, la cui Jaguar colpì la monoposto del colombiano ferma nella via di fuga, e, due giri più tardi, Michael Schumacher.

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Con una continua e incessante presenza della safety car, il Gp stava procedendo a singhiozzo. Al giro 33, anche il pilota inglese Jenson Button della BAR uscì di pista alla curva Do Sol; poco prima, invece, si era ritirato per un testacoda dovuto ad un suo errore anche Jos Verstappen su Minardi, che al momento era ottavo. Il pilota olandese era partito con il serbatoio completamente pieno di benzina e, come ammise anni dopo l’allora proprietario del team faentino Paul Stoddart, se non avesse compiuto errori e fosse arrivato al traguardo avrebbe potuto conquistare il podio o addirittura la vittoria. La Minardi aveva infatti pianificato una strategia di gara che prevedeva un caos totale derivante da un possibile nubifragio.

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La gara ripartì al 34º passaggio, con Coulthard in testa davanti a Barrichello, Ralf Schumacher, Alonso, Räikkönen e Fisichella. Con la pista che si stava asciugando gradualmente il pilota finlandese risultò tra i più rapidi ad adattarsi alle condizioni variabili, portandosi rapidamente in terza posizione alle spalle di Barrichello. Quest’ultimo recuperò terreno su Coulthard, mettendo pressione all’avversario e sopravanzandolo nel corso del 44º passaggio. Una volta in testa alla corsa, Barrichello fece segnare il giro più veloce in gara, staccando nettamente Coulthard, ma tre tornate più tardi il pilota brasiliano fu costretto al ritiro per un problema di pescaggio del carburante.

Coulthard tornò quindi al comando davanti a Räikkönen, Fisichella, Alonso, Frentzen, Villeneuve, Trulli e Webber: lo scozzese rifornì per l’ultima volta cinque giri più tardi, rientrando in pista in terza posizione. Räikkönen, in crisi con le gomme, commise un errore, cedendo la posizione a Fisichella e rientrando ai box a sua volta nel corso del 54º giro. Nel frattempo, però Webber perse il controllo della sua Jaguar nelle ultime, veloci curve che precedono il rettilineo d’arrivo, andando a sbattere violentemente contro le barriere e disseminando il tracciato di detriti. Alonso, arrivato troppo velocemente nella zona dell’incidente, colpì una delle ruote della monoposto dell’australiano, sbattendo a sua volta contro le barriere di protezione. La gravità di questi incidenti, in particolare quello del pilota spagnolo che fu trasportato in ospedale per accertamenti, spinse la direzione gara ad esporre la bandiera rossa interrompendo la gara.

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Al momento dell’interruzione Fisichella, in testa alla corsa, aveva appena completato il 55º giro, iniziando il 56º. Secondo il regolamento la classifica avrebbe dovuto essere stilata in base all’ordine dei piloti due tornate prima della sospensione della gara, quindi al termine del 54º passaggio. Tuttavia, per un errore del sistema di cronometraggio, la direzione gara considerò il Gran Premio concluso prima del transito di Fisichella sotto il traguardo, riportando quindi l’ordine di arrivo al 53º giro, quando Räikkönen era al comando della gara. Il pilota finlandese fu dichiarato vincitore, davanti a Fisichella, Alonso, Coulthard, Frentzen, Villeneuve, Webber e Trulli.

Accortasi dell’errore, la Fia convocò una riunione al termine della quale fu ristabilito il corretto ordine di arrivo e Fisichella fu proclamato vincitore. Il pilota romano, vincitore per la prima volta in carriera, ricevette il primo premio da Räikkönen in occasione del successivo Gran Premio di San Marino. “Fisico” fu il primo italiano a vincere una gara di F1 dopo ben undici anni di digiuno: l’ultimo a riuscirci è stato Riccardo Patrese al Gran Premio del Giappone 1992.

Le vittorie, nelle partite di calcio, maturano non solo grazie alle reti degli attaccanti ma anche delle parate dei portieri. Questa regola vale anche nei Mondiali di calcio. Se pensiamo alle parate di Dino Zoff nel 1982 e di Gigi Buffon nel 2006, non possiamo che avere conferma.
Una parata però è entrata di prepotenza nella storia dei Mondiali di calcio.

Messico 1970 e la partita in questione è Brasile – Inghilterra. I carioca sono favoritissimi per la vittoria, tant’è che poi vinceranno il titolo ai danni dell’Italia per 4-1. Tra le fila verdeoro spicca il talento e la forza di Pelé oltre che i gol di Jairzinho. L’Inghilterra invece risponde con una difesa tosta e difficile da penetrare. Nella retroguardia inglese c’è il portiere 33enne, Gordon Banks, estremo difensore dello Stoke City. Da quel giorno il portiere Banks si è fatto conoscere in tutto il mondo.

Al 15esimo minuto, su un cross dalla destra di Jairzinho, Pelé si alza indisturbato e di testa schiaccia la palla all’angolo opposto al portiere inglese. Non si sa come, non si sa il perché, ma il portiere Banks si ritrova sulla zolla d’erba d’impatto della palla. Una specie di carrellata in stile calcio balilla da destra verso sinistra, e il guanto ferma la sfera sulla linea di porta. Il Telstar (il pallone usato al mondiale di Messico ’70) s’inarca oltre la traversa.

Il numero 10 brasiliano rimane di sasso, convinto di aver sbloccato il risultato, ma in quel caso fu il portiere inglese Banks ad avere la meglio. Convinti del gran gesto atletico, i compagni di squadra si complimentarono con il numero 1 britannico, mentre i 70mila dello stadio Jalisco di Guadalajara rimasero meravigliati.

Gordon Banks però non esultò e forse è uno dei suoi rimpianti.

Rimasi a terra seduto accanto al palo con la testa bassa. Nelle foto sembro uno sconfitto, e una foto è per sempre. Ero esausto e se devo dirla tutta non sapevo neppure dove fosse finita la palla. Non mi ero accorto di aver evitato il gol.
Avevo sentito Pelé gridare: Goool. E poi il boato della folla. Non capii nulla fino ai complimenti dei compagni. Fu allora che mi voltai e vidi il pallone sui cartelloni pubblicitari, non in fondo alla rete. Il boato era per me. Cooper mi passò un mano tra i capelli. Pelé disse, Ti odio. Bobby Moore mi fece ridere, Stai diventando vecchio Banksy, un tempo l’avresti bloccata

Calzava 38. Per alcuni addirittura 37.
Era alto più di un metro e novanta. E il 38 di piede fa strano.
Era soprannominato, per ovvie associazioni, “o Magrão”.
Condottiero del centrocampo e della vita.
Era soprannominato anche “o Doutor” perché aveva una laurea in medicina.
Il padre, un buon uomo di sinistra e appassionato di letteratura greca, lo chiamò Sócrates.
In realtà il suo vero nome è Sócrates Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira.
W la “democrazia corinthiana”. Durante la dittatura in Brasile, siamo alla fine degli anni ’70, Sócrates introdusse nel Corinthians una sorta di autogestione. Dal magazziniere, al presidente, passando per i giocatori, tutti avevano diritto di voto su qualsiasi decisione del club.

Pazzia? Tenacia! La squadra brasiliana così vinse due titoli. E non succedeva da più di un quarto di secolo.
Aveva la numero 8. E sgroppante come una gazzella, schiena dritta, ha segnato il gol dell’1-1 in Brasile – Italia, Mondiali del 1982.
Diavolo se era bello vederlo giocare!

Ha vestito anche la maglia della Fiorentina. Al suo arrivo in Italia, un giornalista gli chiese: «Quale italiano stimi di più, Mazzola o Rivera?».

Risposta:
Non li conosco. Sono qui per leggere Gramsci in lingua originale e studiare la storia del movimento operaio
L’altro suo soprannome era “o calcanhar que a bola pediu a Deus”“Il tacco che la palla chiese a Dio”. E leggetelo ad alta voce anche voi: tutt’attorno si fa magico, una musica leggera, una bosso nova magari, che vi intorpidisce.
E a saperlo che si poteva essere speciali anche con un 38 di piede.
Il calcio ti ringrazia. Anzi o futebol.

Obrigado, Socrates.
Obrigato, Doutor.

Clamoroso epilogo al Bezerrao, dove il Brasile centra la seconda rimonta consecutiva dopo il capolavoro in semifinale contro la Francia conquistando il suo quarto titolo Mondiale U17. Il trionfo verdeoro arriva solo negli ultimi 10 minuti, quando il Messico assaporava il trionfo e l’ennesima beffa all’Amarelinha, già sconfitta in finale nel 2005. Invece i padroni di casa si prendono la rivincita, vincendo per 2-1 e spezzando un tabù che durava da 14 anni grazie ai lampi nel finale di Kaio Jorge, che chiude da vicecapocannoniere del torneo con 5 centri, e di Lazaro. Polemiche messicane per il rigore del momentaneo pareggio brasiliano all’83’.

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La sfida non tradisce le aspettative infiammando i 22 mila presenti al Bezerrao. Merito soprattutto di un Brasile che parte a mille, esercitando un pressing asfissiante e sfondando con facilità lungo la corsia destra grazie alla spinta costante di Yan Couto. A mettersi in evidenza è soprattutto Gabriel Veron, imprendibile nell’uno contro uno e fulminante in progressione. Netto lo strapotere dell’Amarelinha nei primi 45′ segnati da due grandi occasioni di Veron (colpevole di un grossolano errore a porta spalancata) e da una traversa di Peglow. Copione simile anche nella ripresa nonostante il Messico cerchi di alzare ritmo e baricentro. La stellina tricolor, Alvarez, non riesce a incidere perché costretto ad abbassarsi troppo per trovare qualche pallone giocabile, tanto da giustificarne la sostituzione dopo 55′ anonimi.

La emozioni si moltiplicano nell’ultima mezz’ora, quando al Brasile viene il sospetto di essere vittima di un sortilegio: il trio offensivo verdeoro semina il panico nella retroguardia rivale sprecando di tutto, mentre al 66′ arriva il lampo di Gonzalez che, come un fulmine a ciel sereno, regala il vantaggio ai messicani nell’unica occasione su azione manovrata confezionata fino a quel momento. La furibonda reazione verdeoro porta a tre chiare chance con altrettanti tiri dal limite dell’area e a un’altra traversa colta da Cabral. Sembra finita per i padroni di casa. Ma all’83’ Veron conquista un sacrosanto rigore che s’incarica di realizzare Kaio Jorge. Senza respiro gli ultimi minuti, durante i quali il Brasile dà fondo alle energie residue trovando il ribaltone in pieno recupero grazie a un inserimento del nuovo entrato Lazaro.

FRANCIA TERZA

Dalla rimonta subita dal Brasile, quella costata la finale, al ribaltone rifilato all’Olanda (3-1) che vale il terzo posto. La Francia si prende una parziale consolazione conquistando il gradino più basso del podio grazie a un incontenibile Muinga, autore di una tripletta che lo proietta a quota 5 reti, vicecapocannoniere a braccetto con il compagno Mbuku. Sotto al 15′ a causa della rete messa a segno da Taabouni, la squadra di Giuntini ha ristabilito l’equilibrio al 22′ prima di mettere la freccia e chiudere i conti tra il 54′ e il 62′ per mano del centravanti del Psg.

L’Italia di Carmine Nunziata manca l’approdo alle semifinali dei Mondiali Under 17 in Brasile. Gli Azzurrini perdono infatti per 2-0 contro i padroni di casa verdeoro, non senza rimpianti. Patryck porta in vantaggio i suoi già al 6′, l’Italia costruisce diverse occasioni per il pari, ma subisce il raddoppio di Peglow al 40′. Nel finale Gnonto potrebbe riaprire tutto, ma sciupa. Ora per il Brasile c’è la Francia, che travolge per 6-1 la Spagna.

Finisce a Goiania, nel cuore del Brasile, il sogno mondiale dei ragazzi di Carmine Nunziata che cadono al cospetto dei padroni di casa e abbandonano la competizione al termine di una partita già chiaramente indirizzata dopo il primo tempo, ma in cui non mancano i rimpianti. Nonostante la presenza in campo dal primo minuto di tutti i protagonisti delle vittorie su Isole Salomone e Messico nel girone e Ecuador negli ottavi (i due attaccanti Cudrig e Gnonto, Tongya a supporto e capitan Panada in cabina di regia), gli Azzurrini si fanno infatti schiacciare fin dai primissimi minuti e il Brasile passa dopo appena 6 minuti. Merito di Patryck, che trova spazio sulla fascia sinistra e libera un mancino su cui il portiere azzurro Molla si fa sorprendere. Il Brasile segna al primo tiro in porta, poi l’Italia cresce ma pur giocando anche meglio rispetto ai padroni di casa non ne approfitta: Tongya spaventa Donelli, ma il suo destro a giro finisce di poco sul fondo. Il portiere di casa, quindi, si oppone al gran colpo di testa di Dalle Mura su calcio d’angolo. Brentan sfiora la traversa su calcio di punizione e su un altro calcio da fermo il colpo di testa di Gnonto è alto di un soffio. L’Italia crea molto, ma a segnare è il Brasile: al 40′ Pedro Lucas verticalizza in maniera splendida per Peglow, che incrocia il rasoterra e raddoppia.

Italy and Brazil make their way out for the start in Goiania - FIFA U-17 World Cup Brazil 2019

Il secondo gol del Brasile inevitabilmente fiacca l’Italia, che nella ripresa ci mette più di dieci minuti a raccapezzarsi. Ma la partita rimane stregata: Cudrig prova a chiamare la carica con una prima iniziativa sulla fascia che non trova compagni pronti, quindi proprio lui in spaccata sfiora di nuovo il gol su palla di Ruggeri proveniente dalla sinistra. Nunziata si gioca la carta di Oristanio, ma nemmeno l’uomo della vittoria sull’Ecuador riesce a cambiare il senso della partita. Anzi, è il Brasile a tornare ad affacciarsi dalle parti di Molla, che si deve impegnare per evitare il tris di Veron. Lo stesso portiere azzurro nega quindi la doppietta a Patryck, pericoloso dalla distanza, e l’ingresso di un altro attaccante come Capone non ha frutti. L’ultima grande occasione è infatti di Gnonto, che all’82’ potrebbe riaprire tutto grazie a una fuga solitaria con il pallone, stroncata però dalla puntuale uscita di Donelli.

Christian Dalle Mura of Italy reacts to a near chance against Brazil - FIFA U-17 World Cup Brazil 2019

L’Italia lascia il Mondiale, quello del Brasile continua contro la Francia che nell’altra partita dei quarti demolisce la Spagna per 6-1. Gli iberici si portano anche in vantaggio con Valera al 9′, ma poi vengono travolti: già il primo tempo si chiude con i Blues in vantaggio (Kouassi segna al 21′, Mbuku al 36′), nella ripresa arrivano altri quattro gol segnati da altrettante giovani promesse del calcio transalpino. Apre infatti Lihadji al 46′, poi arrivano le firme anche di Pembelé (54′), Rutter (59′) e Aouchiche (93′).

Potrà essere Nazionale maggiore, Under 21 o, come in questo caso Under 17, ma Italia-Brasile è una partita in grado di polarizzare sempre l’attenzione dei tifosi. Cresce l’attesa per i quarti di finale dei Mondiali Under 17 in corso di svolgimento proprio in Brasile. Per gli azzurri è probabilmente la squadra più competitiva della manifestazione che potrà contare anche sul supporto del proprio pubblico:  i verdeoro hanno inanellato quattro vittorie con 12 gol fatti e 3 subiti. 

Va da sé che gli azzurrini hanno vinto e convinto contro l’Ecuador e vogliono far valere le loro legittime ambizioni di passaggio del turno. I ragazzi di Carmine Nunziata se vogliono raggiungere la semifinale devono necessariamente tenere alta la guardia in fase difensiva e magari sfruttare qualche lacuna in fase di non possesso dei padroni di casa.

Brazilian players celebrate a goal in U17 FIFA World Cup

Il ct. azzurro, com’è accaduto anche nelle precedenti partite, si affiderà ai suoi punti fermi come Molla in porta. Dalle Mura-Pirola a comporre la coppia centrale di difesa. In mediana ci saranno Panada e Brentan, con lo juventino Tongya a dare fantasia. In attacco la rivelazione Gnonto insieme a Cudrig. Senza dimenticare le tante opzioni che potrebbe entrare a gara in corso come Oristanio decisivo agli ottavi. Proprio il giocatore della primavera dell’Inter, sul sito di Fifa.com, ha rilasciato una breve intervista:

«Poco prima del fischio dell’arbitro ho deciso di provarci. In allenamento faccio sempre un lavoro extra per migliorare sui calci di punizione. E’ stata una rete molto importante ma siamo stati anche fortunati sulla decisione del rigore non assegnato in seguito alla decisione del Var. Contro il Brasile, lo stadio sarà pieno e tutti tiferanno per la squadra di casa. Ma abbiamo il talento per batterli e possiamo andare avanti»

Il quarto di finale tra Italia-Brasile sarà trasmesso in diretta tv su Sky, in diretta streaming su Sky Go a partire dalle 00.00 di martedì 12 novembre.

Fa caldo, fa davvero tanto caldo al Rose Bowl di Pasadena, California. Italia Brasile, Usa ’94, è il 17 luglio 1994. La Fifa ha obbligato l’orario infernale di mezzogiorno, in piena estate. L’umidità toglie il respiro, il sole battente acceca la ragione. Fa molto caldo anche in Italia, dove un intero Paese si è fermato per vedere l’atto conclusivo del Mondiale americano. Si gioca alle ore 20, da Palermo a Milano passando da Roma. A reti unificate su Raiuno, la pay tv è agli albori e la Nazionale significa Bruno Pizzul (quel giorno in coppia con Carlo Nesti). In radio ci sono Sandro Ciotti e Riccardo Cucchi.

L’Italia è arrivata alla finale incerottata, stremata. Barese recuperato all’ultimo dopo l’intervento al menisco. Roberto Baggio, autentico trascinatore con Nigeria, Spagna e Bulgaria, con un ginocchio ko. Beppe Signori schierato terzino sulla fascia da Arrigo Sacchi. In avanti Massaro, dietro la cerniera milanista con il capitano rossonero e Paolo Maldini, sulla fasce Mussi e Benarrivo. In porta Pagliuca. E’ una Nazionale molto milanese e poco juventina, presente solo con i due Baggio, il divin Codino e Dino. Di contro il Brasile di Bebeto e Romario, Dunga e Taffarel, Branco e Mazinho. Il vate di Fusignano contro Carlos Alberto Parreira.

La partita

La partita è bloccata, noiosa, impaurita. Il caldo frena qualsiasi tentativo di spettacolo. Baggio, che in campo cammina, appare spento. Massaro spreca una buona occasione, un giovane Cafu sostituisce l’infortunato Jorginho. Copia incolla per Apolloni con Mussi. Branco cerca la sortita su punizione, ma nulla accade. Anche il secondo tempo va avanti stancamente. Alla mezz’ora ci prova dai 30 metri Mauro Silva, onesto centrocampista di ripiegamento del Deportivo La Coruña. Un tiro apparentemente innocuo per Pagliuca che però sottovaluta il pericolo. Il pallone gli sfugge, rimbalza per terra, sembra poter superare la linea di porta.

Il palo

Italia e Brasile trattengono il respiro. Paura e delirio avvolte in un attimo. Il pallone dopo il rimbalzo sbatte sul palo e torna in possesso del portiere italiano. Pagliuca lo recupera, ma riconoscente torna indietro. Un bacio su quel montante di legno che lo aveva aiutato. Lo aveva salvato dalla gogna eterna. “La papera di Pagliuca decide la finale”, erano pronti i titolisti. Invece dovranno attendere i supplementari e poi i rigori. Gli errori di Baresi e Massaro, il tiro al cielo di Baggio. Pagliuca para il penalty di Marcio Santos, ma non basta. Il primo Mondiale finito ai rigori lo vince il Brasile. Lo aveva deciso anche un palo baciato dal pallone. E da Pagliuca.

Alzi la mano chi quel 22 giugno avrebbe previsto una finale di Coppa America tra Brasile e Perù. Quel sabato i padroni di casa verdeoro passeggiarono senza problemi contro la Bicolor per 5-0 nella terza gara del girone A. Due settimane dopo, domenica 7 luglio, Brasile e Perù si incroceranno di nuovo ma in finale, al Maracanà di Rio de Janeiro (diretta Dazn ore 22). L’impresa è tutta della squadra di Ricardo Gareca che nella semifinale di Porto Alegre ha demolito per 3-0 i campioni in carica del Cile. Per i peruviani è la terza finale della loro storia, dopo i trionfi nel 1939 e nel 1975.

La partita

Intensità, ritmo, pressione asfissiante. Le armi di Guerrero e compagni in questa semifinale sono state chiare sin dall’inizio. Vidal e compagni ci hanno capito ben poco e sono andati sotto al 21’ con Flores. Al 38’ il portiere cileno Arias la combina grossa con un’uscita senza senso e, sul prosieguo dell’azione, Yotun lo castiga per il raddoppio peruviano. Nella ripresa gli assalti di Vargas, Sanchez e Pulgar sono vani, neutralizzati dalla super partita del portiere avversario Pedro Gallese. Guerrero al 91’ ha chiuso i giochi, prima che Vargas concludesse la sua serata no con uno sciagurato rigore a cucchiaio a tempo scaduto, parato ancora da Gallese.


Niente tris per i campioni uscenti cileni. Dovranno accontentarsi della finale per il terzo posto contro l’Argentina, replay delle ultime due edizioni di Coppa America vinte dal Cile ai rigori contro l’Albiceleste. Il Perù, invece, ha già migliorato il risultato del 2011 e del 2015, quando si classificò per due volte consecutive al terzo posto. Dopo il Mondiale dello scorso anno (torneo al quale i peruviani mancavano dal 1982), la Bicolor ha la possibilità di tornare sul tetto del Sudamerica dopo 44 anni. L’impresa sarà difficilissima contro il Brasile padrone di casa, ma lo stratega Gareca ha già dimostrato di saper capovolgere pronostici già scritti.

È stato un bel Superclasico e, stavolta, a spuntarla sono stati i padroni di casa del Brasile che vola in finale di Coppa America dopo 12 anni.

Nello stadio di Belo Horizonte la Seleçao tornano a vincere dopo l’umiliante sconfitta subita dalla Germania nel Mondiale del 2014. Ora può veramente sognare: il tifo c’è, la squadra anche. Si attende di sapere solamente chi sarà l’avversaria tra Cile-Perù nel capitolo finale.

Grande partita per tutta la formazione guidata dal ct Tite, trascinata da un sempreverde Dani Alves e da Gabriel Jesus. Il terzino e capitano ha preso in mano la squadra oltre a esser stato l’ispiratore del primo gol, l’attaccante del City ha finalmente fatto la voce grossa nel reparto offensivo.

Nell’Albiceleste per 60 minuti si è visto un buon Messi, soprattutto con il palo colpito a inizio ripresa. Gli argentini nel complesso avrebbero meritato qualcosa in più, i verdeoro sono stati cinici.
La Pulce è stato ripreso da tutte le telecamere durante l’inno nazionale. Non aveva mai cantato e questa questione ha smosso mezzo pianeta.


La partita è stata vivace con il Brasile più dinamico all’inizio del match, ma con l’Argentina che sfiora il vantaggio con un tiro dalla distanza di Paredes.
A sbloccare l’equilibrio al 19esimo è Gabriel Jesus dopo una magistrale azione di Dani Alves. Il terzino ha superato con un sombrero Acuña e con un dribbling Paredes, per poi allargare su Firmino che, con precisione, ha offerto la palla all’attaccante Citizens.

Nell’Argentina la ghiotta pallagol arriva ad Aguero che di testa ha colpito la traversa. Nel secondo tempo il capitolo è lo stesso con la Selección che ha provato a pungere ma è stato il Brasile a chiudere il match con la rete dell’attaccante del Liverpool, servito da Gabriel Jesus, autore di una grande giocata.

Finale prevista domenica al Maracanà di Rio de Janeiro. Per il Brasile sarà un nuovo banco di prova davanti a uno stadio che in alcune occasioni viene ricordato per momenti poco felici.

Si è fermato agli ottavi di finale contro le padrone di casa della Francia il cammino Mondiale del Brasile. Una sconfitta per 2-1 nei tempi supplementari dopo 90 minuti terminati sull’1-1.

La tristezza sul volto delle ragazze brasiliane al termine del match ha preso il sopravvento, ma c’è chi ha avuto la forza e la lucidità di rivolgersi al pubblico in maniera diretta.

È stata la campionessa Marta che, nell’intervista post partita, ha voluto lanciare un vero e proprio appello alle donne brasiliane. Un messaggio forte nel quale la numero 10 verdeoro ha invitato il mondo femminile a giocare al calcio a mettere in pratica le proprie qualità calcistiche, perché le varie Formiga, Cristiane e Marta non sono immortali e la Seleção ha bisogno di nuove giocatrici.

Uno sguardo profondo e diretto alla telecamera perché da sempre Marta non fa nulla per caso e, mettendoci la faccia, cerca di smuovere la massa.

Il calcio femminile dipende da te, se vuole sopravvivere! Quindi pensaci di più e valorizzalo.
Piangi all’inizio, così puoi sorridere alla fine!

Marta, anche se il Brasile non è riuscita ancora una volta a vincere il Mondiale, ha trascinato le compagne nelle quattro partite disputate.
Contro l’Italia è arrivato il gol dei record, il numero 17 che le è valso il titolo di goleador iridata, superando anche l’ex attaccante tedesco Miroslav Klose (rimasto a 16).

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L’esultanza di Marta dopo il gol all’Italia. Rete 17 in Coppa del Mondo

In 20 anni di Campionato del Mondo il Brasile non è riuscito mai a vincere il trofeo, nonostante abbia partecipato a tutte le edizioni. La volta che ci è andato più vicino è stato nel 2007, battuto dalla Germania. In quella Coppa del Mondo, una delle protagoniste assolute è stata proprio Marta che, con le 7 reti realizzate, è stata premiata come la miglior marcatrice e miglior giocatrice.

Tornando al commovente messaggio nel dopo gara, per alcuni è sembrato un discorso d’addio, ma Marta ha poi confermato di non avere piani immediati per allontanarsi dal campo.

Non posso continuare a pensare al futuro e pensare, ‘Oh, è quando andrò in pensione!’. Scherzando ho chiesto l’elisir di giovinezza a Formiga!

Tuttavia, se il Brasile si dovesse aggiudicare la candidatura al la gara per ospitare la Coppa del Mondo femminile 2023, avrebbe ancora più motivazione per continuare a giocare.