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Sarà un 2019 all’insegna del bel calcio grazie alla Nazionale italiana femminile che disputerà il Mondiale in Francia.

A Parigi c’è stata la cerimonia dei sorteggi. A vent’anni dall’ultima volta, le ragazze della ct Milena Bertolini se la vedranno contro l’Australia, il Brasile e la Giamaica nel girone C.

Nella prima partita le azzurre scenderanno in campo contro le oceaniche allo stadio Hainaut di Valenciennes, il 9 giugno prossimo.

Da nazionale in terza fascia, il girone non è certo semplice ma comunque è stato positivo evitare Stati Uniti e Giappone, le più forti in circolazione.

Per l’Italia il duro compito di cancellare il forfait maschile di quest’anno e provare a giocarsela al meglio pur sapendo che sarà un percorso difficilissimo. La sfrontatezza delle ragazze però, sarà un punto a loro favore e che gioverà nel corso del torneo. Inoltre, la nostra nazionale ha saputo farsi notare anche dalle avversarie grazie all’ottimo girone di qualificazione con sette successi su otto partite.

Il primo match sarà affascinante perché le Socceroos sono una nazionale ben affermata nel calcio femminile, al settimo Mondiale consecutivo, dopo aver saltato soltanto la prima edizione del 1991, in Cina.

L’allenatrice Bertolini sfida tre tecnici uomini, un segnale importante per il calcio mondiale.

Quando si arriva alla fase finale di un Mondiale tutte le gare sono dure, l’importante è giocarle con il massimo impegno come abbiamo sempre fatto fino a oggi. Siamo pronte per affrontare questa bellissima esperienza.

La seconda uscita sarà con la debuttante Giamaica. In questa partita le azzurre devono provare a vincerla per sperare in uno storico passaggio del turno, giocandosela a viso aperto contro il Brasile, della fuoriclasse Marta, nell’ultimo match martedì 18 giugno.

La stella verdeoro è una vera e propria bomber, miglior marcatrice del Mondiale con 15 reti.  La nazionale sudamericana è tecnica ma forse pecca ancora un po’ di errori tattici che la capitana Sara Gama e compagne dovranno sfruttare al meglio.

Fuori dal girone azzurro ci sarà anche la prima calciatrice che ha vinto un Pallone d’oro. Si tratta della norvegese, Ada Hegerberg, l’attaccante del Lione è stella della nazionale scandinava nel girone A.

Roberto Mancini, ct dell’Italia, ci stava pensando da un po’, ma è arrivata, prontamente, la contromossa della Nazionale brasiliana: il commissario tecnico Tite, infatti, ha convocato Allan che finalmente farà il suo esordio con maglia verdeoro per la prima volta nelle amichevoli contro Uruguay, il 16 novembre, e Camerun, il 20 dello stesso mese.

Il centrocampista del Napoli è da un paio di stagioni al top della sua condizione e uno dei calciatori con il più alto rendimento in Serie A: già con Sarri si è ritagliato un ruolo imprescindibile nel centrocampo azzurro sia come incontrista e spezza-azioni avversarie sia come costruttore della manovra. Con Ancelotti, Allan sta mantenendo lo stesso alto e proficuo rendimento (chiede al Paris Saint-Germain e a Mbappè, in Champions League) e, ovviamente, i radar della Seleção si sono attivati.

 

«Il modulo tattico del Napoli di Sarri era molto simile al nostro», ha detto Sylvinho, ex membro dello staff dell’Inter, ora assistente di Tite, che ha osservato vari giocatori in Europa. «Con Ancelotti è cambiato poco. Allan è molto dinamico nella gestione del gioco a centrocampo». Inevitabile la soddisfazione del giocatore per la sua prima chiamata con il Brasile: «È una gioia immensa, sono emozionatissimo per questa convocazione. Ringrazio tutto il Napoli: la società, il mister e il gruppo con i quali condivido la mia felicità».

La caparbietà ammirata in campo del centrocampista ex Udinese è anche la dimostrazione della sua forza di volontà nel continuare a credere e a inseguire una convocazione arrivata, forse, per il rotto della cuffia. A gennaio, il ragazzo nato a Rio de Janeiro, compirà 28 anni e dopo anni di impegno e sacrifici, ecco la grande soddisfazione. Un punto di partenza per ruggire e sovrastare a centrocampo, anche con la maglie del Brasile.

Il nome Pelè è da sempre una leggenda del calcio. Punto di riferimento per i nuovi giocatori e fuoriclasse degli anni passati, il calciatore brasiliano rappresenta ancora oggi un’icona.

Ed è per questo che ha suscitato molto interesse il tweet che ha postato sulla sua pagina, dove mostra al mondo il pallone con cui ha cominciato la sua carriera.

Il calciatore ormai settantenne, forse spinto dalla nostalgia degli anni d’oro, ha deciso di condividere questo ricordo per lui molto importante, che permette di rievocare il momento in cui tutto è cominciato. Da quel primo pallone calciato per la prima volta negli anni ’50, Pelè ne ha fatta di strada, diventando il più grande giocatore di tutti i tempi. 

Definito calciatore del secolo, premiato con il Pallone d’oro FIFA e unico ad aver vinto tre edizioni del campionato mondiale con il Brasile (1958-1962-1970), Pelè ha registrato diversi record nella sua carriera calcistica, relativa al numero di reti, e ancora oggi, nonostante il suo ritiro anni fa, è osannato e ammirato come il primo giorno.

Ed è strano guardare proprio quel suo primo pallone e immaginare che nonostante non fosse uno di quelli di ultima generazione, Pelè sia riuscito ad ottenere dei risultati così eccezionali. Merito, dunque, del suo incredibile talento, capace di diventare un grande anche usando mezzi decisamente “antiquati”.

Ed è questo il messaggio che O Rei vuole lanciare a chi lo segue:

Questo è il primo pallone che ho mai calciato. Ho giocato il mio primo match con lui. Continuate a credere che tutto è possibile!

 

Ayrton Senna è stato un grandissimo pilota di Formula 1 e anche oggi, dopo 24 anni dalla sua scomparsa, il ricordo è sempre vivo nel cuore e nella mente di tutti.

Sicuramente non è stato dimenticato dai brasiliani che lo hanno sempre stimato come pilota e come uomo. Ha portato il Brasile in alto nei motori e la sua morte ha sconvolto il mondo intero.

Nato a San Paolo, il pilota carioca sta per essere omaggiato dal Corinthians, squadra della sua città e della quale ne era tifoso. Il club ha presentato la terza maglia per questa stagione, interamente dedicata al campione di Formula 1, in ricorrenza del 30esimo anniversario dalla vittoria del primo Mondiale del circus, nel 1988.

I colori della maglia sono il nero e il dorato, colori della storica Lotus 97T guidata dal pilota verdeoro nelle stagione ’85, con la quale vinse il primo Gran Premio a Estoril in Portogallo.

Oltre al colore della monoposto, la maglietta ha altri due riferimenti del celebre Senna: la sua firma che è presente sul petto e di 41 strisce d’oro, ognuna in riferimento alle vittorie del pilota in Formula 1. Inoltre all’interno, dietro al collo, una scritta in maiuscolo #SENNASEMPRE, mentre sui pantaloncini la parola ETERNO.

L’idea di questa maglia è nata dalla Nike, sponsor tecnico del club brasiliano, e l’Ayrton Senna Institute.

Non è certo stata la prima volta che il Corinthians ha voluto omaggiare l’ex pilota. Nel 2014 i calciatori erano entrati in campo indossando il famoso casco giallo di Senna, in occasione del ventennale della morte all’autodromo di Imola.

E’ di nuovo la Polonia sul tetto del mondo della pallavolo. Dopo il capolavoro del 2014 quando vinsero il torneo iridato da padroni di casa, i polacchi centrano una storica doppietta. Nella finale di Torino la squadra di Vital Heynen ha superato il Brasile nel remake della finale quattro anni fa. Brasile che, per inciso, ha disputato la quinta finale consecutiva, piegandosi ad un netto 3-0 (26-28, 20-25, 23-25) sotto i colpi di Bartosz Kurek, protagonista con una prova straordinaria, portata a casa con 24 punti.

La Polonia, con il primo successo datato 1974 in Messico, raggiunge proprio l’Italia al terzo posto nello storico medagliere con tre Mondiali e un argento, dietro a Brasile e all’irraggiungibile Urss. Per la nazione polacca, che ha nel volley lo sport nazional-popolare, è un trionfo in grado di coinvolgere tutto il paese, dai tifosi più accaniti a quelli che si sono ritrovati a Varsavia travolti dai festeggiamenti. Più del calcio, è la pallavolo la disciplina praticata nelle palestre e nelle scuole: alle spalle c’è una struttura consolidata, un’organizzazione in grado di sfornare talenti e atleti che sanno fare la differenza.

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Da Katowice a Torino, dal Mondiale a domicilio di quattro anni fa a quello in trasferta, eppure i ragazzi di Vital Heynen venivano dalla delusione degli ultimi Europei e da una deludente Final Six della Nations League; ma la Polonia si è fatta trovare pronta nel momento più importante, quella che nel weekend decisivo ne aveva più delle altre, eclissando a turno Usa e Campioni Olimpici.

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E se sono loro i più forti del globo, l’apoteosi è totale pensando al fenomeno Wilfredo Leon: lo schiacciatore di origini cubane, da molti considerato il miglior giocatore al mondo, è stato naturalizzato per matrimonio e dopo aver vinto tutto con lo Zenit Kazan è pronto a incantare prima a Perugia e poi con la sua nuova nazionale, appunto la Polonia.

Quando Ronaldo –  Luís Nazário de Lima – compie gli anni, per il web è sempre una bella occasione per spulciare vecchie giocate, foto retrò, numeri da circo tra sbuffi e sospiri pensando alla sua forza, alle sue vittorie e a quello che poteva fare ancor di più se le ginocchia non l’avessero tradito.

Eroe del Mondiale 2002 del Brasile, eroe mancato quattro anni prima, nella finale persa senza attenuanti per 3-0 contro la Francia e tutto l’alone di mistero che circondava il suo stato di salute. Di Coppe del Mondo, in realtà, la stella brasiliana ne ha vinte due, la prima nel 1994 anche se da comprimario.

Del Fenomeno, di quello che ha lasciato nella nostra memoria, sappiamo quasi tutti. Sul suo giorno di nascita, invece, aleggia un aneddoto. Si festeggia il 18 o il 22 di settembre? 

Ebbene Ronaldo, terzo figlio di Nelio Nazario de Lima e Sonia dos Santos Barata, nacque nel quartiere di Bento Ribeiro, nella zona nord-ovest di Rio de Janeiro, non il giorno 22, ma quattro giorni prima, il 18! I genitori lo chiamarono “Ronaldo” in onore del medico Ronaldo Valente, che fece nascere il bambino, ma la madre si attardò nel registrarlo all’anagrafe e lo fece quattro giorni dopo.

Un’inchiesta del giornalista-scrittore James Mosley, autore di Ronaldo : the journey of a genius, dopo una serie di ricerche si è accertato: Ronaldo nacque effettivamente nato il 18 settembre 1976.

Ronaldo, con la maglia del Brasile, è riuscito a diventare il miglior marcatore delle fasi finali dei Mondiali: in tre edizioni ha infatti segnato 15 gol (4 nel 1998, 8 nel 2002 e tre nel 2006), record battuto nel 2014 da Miroslav Klose, uno in più di Gerd Müller, precedente detentore del record, e due più di Just Fontaine (13).

Quindici anni di carriera in una sola istantanea. Anzi, in una sola maglia realizzata cucendo lembi di tutte le casacche oranje che Wesley Sneijder ha indossato in vita sua. E’ lo speciale ringraziamento con cui l’ex calciatore dell’Inter ha voluto dire addio alla sua lunga esperienza con la nazionale olandese, chiusa ufficialmente giovedì 6 settembre 2018 con la vittoria in amichevole per 2-1 dell’Olanda sul Perù.

 

Seduto su un divano al centro del campo alla Johan Cruijjff Arena di Amsterdam guardando il “best of” delle sue giocate, assieme a sua moglie e ai suoi figli. E tutt’attorno i tifosi intonavano per l’ultima volta il suo nome, mentre Wesley non ha saputo trattenere le lacrime.

Dal suo esordio in nazionale maggiore, a 18 anni e 10 mesi, voluto da Dick Advocaat e mandato in campo il 30 aprile 2003, passando per una sola presenza nell’Under 21, il mese prima, l’avventura arancione del 34enne di Utrecht è stata entusiasmante e inarrivabile: l’eroe del triplete nerazzurro è il recordman di presenze con l’Olanda (134 gettoni) dopo aver superato Van der Sar nel giugno 2017, nessuno meglio di lui anche al Mondiale sia per presenze (17 come Van Persie) sia per numero di gol in una singola edizione (5 in Sudafrica). Ma c’è dell’altro: Wes ha segnato 31 reti, due in più di una leggenda come Cruijff.

Indelebile il ricordo soprattutto della cavalcata del Mondiale del 2010, concluso solo in finale al cospetto della Spagna e di Iniesta. Così sulla maglia piena di “toppe”, oltre al numero 10, campeggia sulla manica sinistra la patch della manifestazione sudafricana e sotto al logo della nazionale olandese, il tributo al match contro il Brasile del 2 luglio 2010 deciso proprio dalla doppietta del fantasista (il secondo gol, inusuale, di testa).

Esploso nell’Ajax, fucina di talenti, Sneijder è stato al Real Madrid prima di passare all’Inter di Mourinho che l’ha consacrato come tra i migliori nel panorama mondiale. Successivamente ha giocato nel Galatasaray, nel Nizza e dal gennaio 2018 è nell’Al Gharafa, formazione del Qatar.

 

 

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This T-shirt is made of all the shirts I played in for the Dutch national team in the last 15 years!! ⚽️? #GreatPresent

Un post condiviso da Wesley Sneijder (@sneijder10official) in data:

È tristemente noto che la Russia è molto severa con chi viola le regole legate all’omosessualità. Nessuna propaganda gay è considerata lecita e, di conseguenza, tutti i riferimenti alla cultura LGBT sono banditi dal paese.

Pena l’arresto, per chi decide di sfidare il governo in tal senso.

E anche durante la manifestazione mondiale, che da un mese circa ha attirato per le sue vie persone provenienti da tutto il mondo, niente è cambiato in termini di tolleranza.

Ma c’è chi decide di svincolarsi da questa legislazione discriminativa e camminare apertamente mostrando i colori dell’LGBT. Geniali quanto originali, un gruppo di attivisti ha sfoggiato una bandiera arcobaleno del tutto in tema con il clima calcistico del momento e pertanto non passibile di alcuna accusa.

Ecco come si presenta la cosiddetta “The Hidden Flag”, o bandiera nascosta, con i sei colori dell’arcobaleno LGBT realizzati attraverso le maglie di alcune squadre partecipanti alla rassegna iridata: Spagna, Olanda, Brasile, Messico, Argentina e Colombia.

Un effetto ottico che rimanda immediatamente alla comunità attivista per i diritti sui gay, ma che può circolare per il paese senza subire alcuna condanna.

L’idea è di un’agenzia pubblicitaria spagnola, con l’intento di dare una scossa alla burocrazia russa e indirizzare il paese verso una maggiore tolleranza della diversità.

Ecco come giustificano questa trovata:

Quando Gilbert Baker disegnò la bandiera arcobaleno nel 1978, lo fece per creare un simbolo e un’icona per la comunità Lgbt. Un simbolo, riconoscibile in tutto il mondo, che le persone potessero usare per esprimere il loro orgoglio. Purtroppo, 40 anni dopo, ci sono ancora Paesi in cui l’omosessualità è perseguitata, a volte anche con il carcere, e in cui la bandiera arcobaleno è vietata. La Russia è uno di questi Paesi. Per questo motivo, abbiamo approfittato del fatto che il Paese ospita la Coppa del mondo contemporaneamente al Pride Month, per denunciare questo comportamento e portare la bandiera arcobaleno nelle strade della Russia. Sì, alla luce del sole, di fronte alle autorità russe, alla società russa e al mondo intero, sventoliamo la bandiera con orgoglio

I sei coraggiosi attivisti sono ormai delle celebrità, soprattutto tra le fila dei sostenitori del movimento LGBT. I loro nomi sono Marta Márquez (spagnola), Eric Houter (olandese), Eloi Pierozan Junior (brasiliano), Guillermo León (messicano), Vanesa Paola Ferrario (argentina) e Mateo Fernández Gómez (colombiano).

Che siano tifosi o meno delle nazionali di cui indossano la maglia non è importante. Ciò che conta è che il loro escamotage è di sicuro un ottimo modo per sostenere la propria causa e al contempo promuovere iniziative volte al confronto e all’unione anche tra nazionalità diverse.

I Mondiali di Russia 2018 sono ormai all’atto conclusivo e domenica 15 luglio conosceremo il nome dei nuovi Campioni del Mondo, ma fino ad allora la bandiera LGBT ha il “permesso” di continuare ad aggirarsi per le strade della Russia e diffondere i suoi colori, nella speranza di ottenere da parte del governo un’apertura che al momento è solo un’utopia.

In un pomeriggio del lontano 1998, tre bambini si fanno scattare una foto con la maglia della squadra del cuore. Nonostante la nazionalità belga, il cuore batte per la squadra di Zidane, che ha regalato loro emozioni indescrivibili nei Mondiali di Francia.

Sono gli anni in cui il Belgio non è ancora la grande squadra che conosciamo oggi e che in Russia, nel 2018, ha battuto il Brasile favorito per approdare in semifinale.

Ma quei tre bambini, oggi diventati adulti, si ritrovano nell’imminente sfida tra Belgio e Francia con il cuore diviso a metà, tra i sogni legati all’infanzia e le speranze di vedere la propria nazionale in vetta al mondo.

E la cosa che fa più sorridere è l’identità di questi piccoli protagonisti, che oltre ad essere tutti calciatori, militano anche nella nazionale belga.

Si tratta di Kylian, Torghan ed Eden Hazard, che del calcio hanno fatto il proprio lavoro e giocano nei club del Venlo, del Borussia Mönchengladbach e del Chelsea.

 

Due di loro, Torghan ed Eden, sono parte del team belga che ai Mondiali di Russia 2018 proveranno a riscrivere la storia proprio contro quella squadra che li ha fatti sognare da piccoli.

Il capitano della nazionale belga, Eden Hazard, non può rinnegare il periodo in cui tifava Francia:

Con i miei fratelli, siamo sempre stati più sostenitori della Francia che del Belgio perché siamo cresciuti con la squadra del ’98. All’epoca non c’era la maglia del Belgio, ecco perché indossavamo quella della Francia! Non voglio denigrare la squadra belga del tempo, c’erano giocatori molto bravi. Ma a quel tempo, c’era la Francia

Ma oggi è con la maglia del suo paese di origine che deve fare i conti e mettere da parte, per un attimo, quei bei ricordi per concentrarsi sulla sfida imminente che lo vedrà battersi, faccia a faccia, proprio con gli avversari francesi.

Nonostante il paradosso, che dopo circa 20 anni, mette a confronto Francia e Belgio proprio quando a giocare nella nazionale ci siano i fratelli Hazard, entrambi si batteranno con il cuore.

Il Belgio, a questo punto, mira alla Coppa del Mondo e di certo darà del filo da torcere ad una Francia che al momento è una delle favorite. Comunque vada, però, il rispetto e l’ammirazione per la squadra francese non verrà mai meno durante la partita.

Chissà se Hazard e compagni riusciranno a cambiare le sorti del loro paese e vedere un giorno tre bambini francesi con la maglia del Belgio!

«Cosa ci faccio qui?». L’attacco di responsabilità arrivò a sorpresa, subdolo e devastante: ma fu solo un attimo. Il bello dell’attimo è che dura un attimo: già, altrimenti che attimo sarebbe? A neanche 24 anni poi, gli attacchi di responsabilità sono per loro natura transitori, passeggeri: a 34 anni di meno, a 44 cominciano a farsi preoccupanti, a 54…beh, lasciamo perdere.

Ma allora, 5 luglio 1982, ero giovane e forte, come si dice nelle favole: e per l’appunto stavo vivendo una sorta di favola, un sogno nel quale ero immerso, con tutte le scarpe, da una settimana: da quando cioè mi trovavo a Barcellona, assieme a due pazzi scatenati, a seguire i Mondiali di calcio. Anzi, il Mundial.
Quando mi colse la domanda fatidica ero allo stadio Sarrià, in tribuna, proprio sotto la telecamera della Tv, a “los cinco de la tarde”: sole ancora dardeggiante, non si respira, come faranno fra poco quei disgraziati a correre 90 minuti e più?… Sì, l’attacco di responsabilità era già svanito, ora erano altre le domande che si affacciavano alla mia mente: ce la faremo? Zico, Socrates, Falcao, Eder, Cerezo…Ci vorrà qualcosa più di un miracolo! E Rossi che non vede palla? Chi la butta dentro? No, mettiamoci l’anima in pace, si torna a casa: noi sul serio, all’indomani, col nostro cassone; loro, gli azzurri, poche ore più tardi. Già rulla sulla pista de “El prat” un bel Boeing targato Alitalia…

Inni nazionali cantati a squarciagola, emozione al diapason, si comincia. Cinque minuti e la mia bottiglietta d’acqua è già finita: morirò di sete, me lo sento…Altri cinque e la t-shirt è tolta: maledizione come picchia, almeno me l’avvolgo attorno alla testa per non rischiare un coccolone.
Siamo quasi 10.000 italiani, in questo catino ribollente al centro della città di Gaudì, fra palazzoni che sbucano da dietro le tribune, e che sembrano pure loro assistere interessati allo spettacolo; gli altri però, la torcida, tutti rigorosamente in maglia gialla, sono minimo il doppio. Cantano, ballano sugli spalti, fieri, e consapevoli di essere i migliori. I più forti. Quelli che riporteranno a casa la Coppa, non hanno dubbi, dopo aver fatto fuori Maradona&C. appena tre giorni prima sul medesimo infiammato palcoscenico. Ero presente. E mi hanno fatto paura. No, non ce la possiamo fare…

Anche Samuel, il mio nuovo amico di Belo Horizonte conosciuto nel 2 stelle che ci ospita proprio dietro le ramblas, è convinto: ha già in tasca il biglietto per la semifinale del Camp Nou, mi ha detto la mattina a colazione:

Hombre, ti voglio bene, a te e a tutti los italianos, ma noi dobbiamo fare la storia…Mi dispiace!

Dove sarà, in mezzo a quell’enorme macchia color oro, che ondeggia minacciosa?

Mentre me lo chiedo fra me e me, Conti taglia il campo da destra a sinistra col suo mancino magico, dalla trequarti Cabrini la mette in mezzo ed accade l’incredibile: sì, il fantasma si ridesta all’improvviso, incrocia di testa sul palo lungo, Valdir Peres è battuto…Roba da matti, Rossi ha fatto goal!
E’ un unico maxi abbraccio fra me, Giuliano, Ivano, altri italianos lì vicino mai visti prima. Allora ce la giochiamo… Ce la giochiamo? Macchè, il dottore in viola caracolla in area, sulla destra, e trova un varco impossibile fra Zoff ed il palo. Dinone, ma che combini? Questa dovevi prenderla…

Riprendono fiato, e colore, i 20.000 canarini: tutto a posto, «Ora li sbraniamo», sembrano dire con il loro entusiasmo sempre più coinvolgente…Sì, in campo sono i più forti, ma il loro problema è che SI SENTONO i più forti: così, quando Oscar e Luisinho traccheggiano superbi dinanzi alla loro area di rigore, il numero 20 in maglia blu si inserisce furtivo, fa due passi e spara una bomba che il portiere neanche vede. Ecco, 2 a 1 per noi, Paolo è tornato d’improvviso Pablito, quello dell’Argentina!

Non ho più voce, gli occhi fuori dalle orbite, l’intervallo serve a calmarmi un po’… Poco però, la ripresa comincia con 11 assatanati che cingono d’assedio i nostri 16 metri, rimpalli, salvataggi, affanno perenne. Quella bottiglietta, inutile da un bel pezzo, chissà perché è ancora fra le mie mani: ne mordicchio il bordo nervosamente, la stringo sin quasi ad accartocciarla: no, va a finire che oggi ci lascio le penne, a 2000 chilometri da casa! Ma si può?
Quando Falcao, ad una 20ina di minuti dalla fine, la sbatte dentro, mi sento come quel condannato a morte che dopo lunga attesa sulla sedia elettrica, riceve la scossa fatale: sollevato, è paradossale, ma almeno così non soffro più… Grazie lo stesso azzurri, è stato bello, però quegli altri devono fare la storia…

La storia? Ma non gliel’ha detto nessuno, a quel diavolo: non lo hanno informato, si direbbe, che quel Boeing è là che li attende! E già, perché Paolino la ributta dentro, ed allora il vecchio Sarrià sembra crollare, sotto il peso dei 10.000 che impazziscono, e del sospiro atterrito dei 20.000: un gemito straziante. Non rammento più nulla da quel momento in avanti, se non il capitano che inchioda sulle linea la testata rabbiosa di Oscar.

Poi tutto sfumato, nebbioso, ma questa che vi dico ora la ricordo, eccome: al rientro in albergo, ebbri di felicità e non solo (qualche buona cerveza lungo il cammino ce la siamo concessa…), trovo Samuel ad aspettarmi: piange, di sicuro ininterrottamente da un paio d’ore o giù di lì. Ha in mano una maglia gialla, me la porge dicendo:

Tienila amigo, siete stati i migliori, suerte…Ora la Coppa portatela a casa voi!

Lo abbraccio, non son sicuro che una lacrimuccia –anche due-  non sia spuntata dai miei occhi. Prendo quel cimelio, ringraziando di cuore, con la mano sinistra: perbacco, cosa stringo nella destra?

Non ci posso credere: quella bottiglietta di plastica, tutta mangiucchiata. Ebbene sì, ancora adesso, a distanza di 35 anni, la conservo gelosamente nel mio comodino accanto al letto, a casa: una reliquia!
Insieme a quella maglia (negli anni a venire sarà autografata da due campioni del mondo, quali Ciccio Graziani e Marcello Lippi: ma questa è un’altra storia…), che ogni tanto tuttora indosso, al mare. Capita che qualcuno mi dica «Bella, dove l’hai presa?». Ed io sorrido…

Un’ultima cosa. Forse qualcuno si domanderà di quell’attacco di responsabilità del quale parlavo all’inizio. Già, dovevo essere a Città di Castello, la mia città, a preparare l’esame di Procedura penale che mi avrebbe spalancato le porte verso la laurea in Giurisprudenza: ma quando i due pazzi mi telefonarono, a fine giugno, «Noi fra due giorni si va: tu che fai?». La risposta la sapete già.
E la mia laurea, fra festeggiamenti vari ed ubriacature solenni–figurate, ma anche no- post/Mundial, slittò di un bel po’, al 26 giugno 1984, giusto due anni più tardi quei giorni magici. Sapete una cosa? Non me ne sono mai pentito… 

Foto di proprietà dell’autore del pezzo

 

L’autore

Rebo (nom de plume) è un funzionario pubblico, ormai diversamente giovane, che però continua a praticare sport quasi quotidianamente, dopo averlo a lungo – e lo fa ancora – raccontato come cronista: sulla carta stampata, in radio, in tv. Ama la sfumature, i voli pindarici, in contrapposizione al necessario rigore espositivo di quando raccontava le partite del Perugia in serie A alla radio -e la pay-tv non aveva ancora preso il sopravvento-. Ma è il tennis il suo top-sport, e non si capacita di come sul campo di gioco non riesca ad avere la stessa efficacia di Federer (a vederlo sembra tutto così semplice…). Se vuoi, lo trovi alla mail renbor1958@libero.it .