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Se parliamo della Storia dei Mondiali USA 1994, ci vengono in mente diversi ricordi, non tutti piacevoli. Si va, infatti, dalla squalifica per doping a Maradona, che sancisce di fatto la fine della sua carriera, all’uccisione di Escobar, al rigore fallito di Baggio; passando per il caldo infernale a cui sono sottoposti i calciatori, per giovane Ronaldo che non esordisce al mondiale e per gli schemi innovativi di Sacchi.

Quest’edizione dei Mondiali è, quindi, ricca di colpi di scena e avvenimenti memorabili. La Selecao vince la sua quarta Coppa del Mondo ai danni di un’Italia molto stanca che si classifica al secondo posto ma regge fino ai calci di rigore; in quest’occasione, il giocatore azzurro più rappresentativo, Roberto Baggio, la manda alta sopra traversa. La scena del divin codino in lacrime segna la fine della rassegna iridata nordamericana, che termina con la vittoria del Brasile.

Storia Mondiali USA 1994 – I Vincitori

Il Brasile non è ricchissimo di talenti come in passato e sembra una selezione di scarti del nostro campionato e, in generale, molto europea. Fa parte di quella squadra anche un giovanissimo Ronaldo, che il commissario tecnico Parreira, contro il parere di tutti, rifiuta categoricamente di far entrare in campo anche per un solo minuto. In attacco c’è il duo delle meraviglie Romario-Bebeto, che fa impaurire qualsiasi difesa e a centrocampo la solidità del mastino Dunga.

La prima partita vede i verdeoro impegnati contro la Russia, che termina con la vittoria dei sudamericani per due a zero, con reti di Romario e Raì. Nella seconda gara dei gruppo B, la Selecao sconfigge il Camerun per tre a zero, grazie ai gol di Romario, Marcio Santos e Bebeto, dimostrando anche una grande solidità difensiva. L’ultima contro la Svezia è una formalità e termina per uno a uno e Romario va ancora a segno.

Gli ottavi di finale mettono gli USA di fronte al Brasile, che soffre molto, anche perché rimane in dieci per l’espulsione di Leonardo, autore di una brutta gomitata ai danni di Ramos. Nella ripresa, però, Romario manda in porta Bebeto, che segna e porta la sua squadra ai Quarti.

La gara successiva è contro una buona Olanda, ricca di giovani talenti e dotata di un grande tasso tecnico, nonostante le assenze di Van Basten e Gullit. Il Brasile va in vantaggio per due a zero con Romario e Bebeto ma viene raggiunto dalle reti di Bergkamp e Winter ma una punizione formidabile di Branco regala la semifinale ai brasiliani.

In semifinale c’è ancora la Svezia, che dà del filo da torcere al Brasile finché, a dieci minuti dalla fine, non la sblocca il solito Romario. Nel video seguente, vediamo il gol del fortissimo attaccante brasiliano.

 

I Convocati

Portieri: Taffarel, Gilmar, Zetti;

Difensori: Aldair, Cafù, Branco, Marcio Santos, Jorginho, Ronaldao, Ricardo Rocha;

Centrocampisti: Dunga, Leonardo, Zinho, Mazinho, Paulo Sergio, Raì, Mauro Silva;

Attaccanti: Romario, Bebeto, Ronaldo, Muller, Viola.

 

Storia Mondiali USA 1994 – I Vinti

L’Italia comincia malissimo e perde la sfida dell’esordio contro l’EIRE, per via di un gol di Houghton da fuori area, che batte un Pagliuca inspiegabilmente molto avanzato. La seconda contro la Norvegia vede l’espulsione di Pagliuca e si complica drasticamente; a seguito di questa decisione dell’arbitro, Sacchi toglie Baggio che gli dà del “pazzo” in mondovisione. Alla fine gli azzurri vincono grazie a Dino Baggio. L’ultima contro il Messico termina per uno a uno, grazie alle reti di Massaro e Bernal e l’Italia passa come ripescata.

Agli ottavi, la nazionale pesca un’ottima Nigeria, che va in vantaggio con Amunike che batte Marchegiani; l’Italia non brilla e un arbitro scandaloso espelle anche Zola. Quando tutto sembra perduto, sale in cattedra un sinora assente Roberto Baggio, che segna allo scadere il gol del pareggio e ai supplementari realizza un calcio di rigore.

Ai quarti di finale, l’Italia trova la Spagna e la batte per due a uno grazie alle reti di Dino e Roberto Baggio, mentre per le “Furie Rosse” Caminero realizza il gol del momentaneo pareggio. La partita è viziata da una scorrettezza di Tassotti che rompe il naso a Luis Enrique in area ma, per fortuna dell’Italia, l’arbitro non vede.

In semifinale, contro la Bulgaria, ci pensa ancora Baggio, che segna una doppietta. La Bulgaria accorcia le distanze con Stoichkov (capocannoniere del torneo assieme a Salenko) ma non riesce a pareggiare. Il divin codino, però, esce dal campo dolorante perché subisce un intervento molto duro e ne risentirà in finale. Di seguito le reti con cui il dieci abbatte la Bulgaria.

 

I Convocati

Portieri: Pagliuca, Marchegiani, Bucci;

Difensori: Maldini, Baresi, Benarrivo, Tassotti, Costacurta, Apolloni, Mussi, Minotti;

Centrocampisti: Albertini, Dino Baggio, Berti, Donadoni, Conte, Evani;

Attaccanti: Casiraghi, Roberto Baggio, Signori, Zola, Massaro.

Storia Mondiali USA 1994 – La Finale

La finale si gioca a Pasadena e, per esigenze televisive, il calcio d’inizio è alle ore 12:30 e i giocatori sono esposti a una temperatura di 36 gradi, con il 70% di umidità. Il risultato di questa follia è una delle finali più brutte della storia dei Mondiali; con ventidue giocatori che giocano sotto un caldo soffocante e puntano più a non farsi male che a segnare.

Nel Brasile non cambia nulla mentre l‘Italia di Sacchi recupera  Franco Baresi, infortunatosi al menisco nella seconda del girone contro la Norvegia. Anche Roberto Baggio è in campo, sebbene abbia un problema al polpaccio destro, rimediato in semifinale contro la Bulgaria. Sacchi non fa turnover e opta per una squadra in cui diversi giocatori non stanno in piedi, tenendo in panchina gente come Conte, Casiraghi, Signori e Zola; deve, inoltre, fare a meno di due pilastri del calibro di Tassotti e Costacurta, squalificati.

Dopo qualche tentativo del Brasile, arriva una grandissima occasione per Massaro al diciottesimo ma il milanista si lascia ipnotizzare da Taffarel. Nella prima frazione di gioco, Perreira perde Jorginho e lo sostituisce con Cafù, sicuramente uno dei migliori in campo; Sacchi, invece, deve far fronte all’infortunio di Mussi e manda in campo Apolloni. La Selecao gioca un po’ meglio ma gli attaccanti si scontrano con il muro difensivo dell’Italia, guidato da Baresi, che non fa letteralmente toccare palla a Romario e Bebeto. Nel video c’è la sintesi della prestazione sontuosa del capitano azzurro, senza dubbio il migliore in campo.

 

I verdeoro si affacciano con maggiore frequenza in area azzurra ma il muro regge e l’occasione più pericolosa è un tiro di Mauro Silva; la palla sfugge dalle mani di Pagliuca, sbatte contro il palo e torna tra le braccia del portiere azzurro. Baggio non gioca male ma si vede che non è nel suo momento di forma migliore; spreca, infatti, un paio di occasioni da rete in modo a lui non abituale. Si va, quindi, ai calci di rigore e sbagliano proprio Baggio e Baresi, i migliori al mondo nei loro ruoli, accompagnati da Massaro. Pertanto, il Brasile diventa campione del mondo per la quarta volta nella sua storia.

Qualche volta capita che un giocatore senza contratto continui ad allenarsi da solo in attesa di una squadra e questo è il caso di Dani Alves svincolato che cerca squadra. Come nel famoso precedente di Roberto Baggio, che si allenava con il suo preparatore atletico prima di andare al Brescia, il brasiliano è attualmente senza squadra, dopo la rottura con il San Paolo. Circa un mese fa, infatti, per via del mancato pagamento di stipendi arretrati, l’ex terzino di Barcellona e Juve non si è presentato agli allenamenti.

Per questo motivo, il club ha annunciato ufficialmente la cessazione del rapporto di lavoro con l’atleta; che, comunque, continua ad allenarsi perché vuole continuare a giocare.

Dani Alves svincolato cerca squadra – La Situazione

Il trentottenne terzino destro, ha ancora voglia di stupire e ha un grande entusiasmo, che lo ha portato a vestire la maglia brasiliana alle Olimpiadi 2021, terminate con l’oro per il suo Brasile nella finale contro la Spagna. Dani Alves ha dichiarato di volere giocare per vincere ancora trofei importanti e, evidentemente, non è ancora sazio; nemmeno dopo aver conquistato, con la nazionale olimpica del Brasile, il suo quarantaquattresimo trofeo.

In tal modo, è diventato il giocatore più vincente al mondo; non pago di ciò, ha dichiarato che accoglierebbe a braccia aperte una chiamata da parte della squadra con cui ha vinto di più. Parliamo, naturalmente, del Barcellona, con cui il terzino ha vinto praticamente tutto; la squadra, però, non è partita benissimo in questa prima parte di stagione e nell’ultima sessione di mercato ha perso Messi.

Il club blaugrana, però, sembra non essere intenzionato a puntare ancora una volta sul brasiliano, che anche grazie a lui ha vinto ben tre Champions League e sei campionati spagnoli, oltre a molte altre coppe. Ad ogni modo, la società sembra decisa a puntare sui giovani per aprire un nuovo ciclo. Lo stesso allenatore Koeman ha, inoltre, dichiarato di non sapere nulla in merito a un’eventuale trattativa per Alves.

Vista anche la freddezza del Barcellona, l’opzione più probabile è, al momento, un trasferimento al Flamengo; il quale, secondo i media brasiliani sarebbe in contatto con il forte giocatore.

In alcune circostanze, giocatori relativamente giovani decidono di voler smettere di rappresentare la loro nazione e l’annuncio dell‘Addio di Neymar alla Nazionale del Brasile ne è un esempio. Pur avendo solo 29 anni e nonostante i suoi numeri dicano che, con 69 reti all’attivo, è il secondo marcatore di sempre dei verdeoro (dopo Pelé), sembra aver deciso di dire basta.

L’attaccante del PSG, infatti, annuncia che Qatar 2022 sarà probabilmente il suo ultimo mondiale perché non sa se dopo avrà ancora la capacità di esprimersi ad altissimo livello. O Ney, quindi, lascia intendere che potrebbe lasciare addirittura il calcio giocato anche se per ora nulla è ancora certo. A ogni modo, il giocatore dichiara che si preparerà al prossimo mondiale come se fosse l’ultimo e cercherà in tutti i modi di vincere con il Brasile, per coronare il suo sogno da bambino.

Il suo compagno di nazionale, Thiago Silva, sembra capire lo stato d’animo della stella del PSG, con cui ha condiviso delle esperienze poco piacevoli, tra cui il mondiale 2014; le critiche che seguono a tali avvenimenti sono spietate e a volte fanno passare la voglia di giocare. Per questo, il difensore augura a Neymar di non perdere mai la gioia e di essere felice per quello che fa.

Nel video seguente ci sono alcuni dei suoi numeri, che testimoniano la sua tecnica indiscutibile.

Addio Neymar alla Nazionale- Storia

La storia di Neymar con la casacca del Brasile inizia nel 2009, in occasione dei Mondiali Under17. Il suo esordio in nazionale maggiore, invece, risale al 10 agosto 2010, quando Menezes lo manda in campo nella gara amichevole contro gli USA; lui ha solo 18 anni e in quell’occasione segna il suo primo gol con i “grandi” della Selecao.

Nell’estate del 2011, O Ney partecipa alla Coppa America e realizza due reti ma il Brasile esce ai quarti di finale contro il Paraguay, che passa dopo i calci di rigore. Gioca anche in occasione delle Olimpiadi del 2012 e segna due reti ma non riesce a portare a casa l’oro perché la sua nazionale perde la finale contro il Messico per 2 -1.

L’anno successivo conquista la Confederations Cup 2013, a cui contribuisce attivamente mettendo a segno ben quattro gol in cinque incontri. Una di queste reti arriva nella finale contro la Spagna, che il Brasile batte per tre a zero; al termine della competizione O Ney viene eletto come miglior giocatore dell’edizione.

Dal Brasile2014 ai giorni nostri

Il Mondiale Brasile 2014 è un’ottima occasione per salire sul tetto del mondo e la manifestazione parte molto bene per lui e per la selecao. Il Brasile, infatti, nella gara d’esordio, batte la Croazia per tre a uno e Neymar sigla una doppietta. Nella terza partita del girone, contro il Camerun, l’attaccante si ripete e mette la firma su altre due reti. In occasione dei quarti di finale, però, l’asso del PSG si infortuna, per via di un intervento molto scomposto del colombiano Zuniga. Qui finisce il suo Mondiale 2014 e, nella partita successiva, anche quello del Brasile; che contro la Germania subisce una sconfitta per sette a uno, forse la peggiore caduta della sua storia.

Partecipa, ovviamente, anche ai Mondiali Russia 2018 e realizza segna due gol, contro Costa Rica e Messico; ai quarti di finale, però, la sua squadra perde contro il Belgio e lui riceve molte critiche perché non riesce a incidere come dovrebbe.

Nel 2019, non partecipa alla Coppa America, che si gioca in Brasile, per colpa di un infortunio e la selezione brasiliana vince il torneo battendo il Perù in finale. L’ultima edizione, della scorsa estate, lo vede scendere in campo con la maglia brasiliana e segnare due gol; a spuntarla è, però, l’Argentina del suo amico Messi, che batte proprio il Brasile in finale e vince la coppa America 2021.

Rimmel è una delle cose più immense della musica italiana. L’album e l’omonima canzone che racchiudono l’arte poetica di Francesco De Gregori, videro la luce nel 1975.
Franco Baresi aveva 15 anni e, già al tempo, era soprannominato “Piscinin” prima di cedere spazio e gloria al più pomposo nomignolo di “Kaiser Franz” in onore di Franz Beckenbauer. Il paragone regge e reggerà nel corso dei decenni calcistici: Franco Baresi, genio, anticipo, tackle, purezza e scorza. Tra i più completi liberi nella storia.

Anzi no. Completo tecnicamente, incompleto e incompiuto per quello che tanto ha dato al mondo del pallone e tanto poco ha ricevuto. Pallone ingrato. Dalle pagine chiare e ricche di trionfi con il Milan, legato sempre e per sempre (altra citazione di De Gregori) ai rossoneri, alle pagine scure della Nazionale.
Dalle pagine chiare di un Mondiale, quello del ’94, che l’ha visto leader anche fuori dal campo, con il recupero record in 20 e poco più giorni dall’infortunio al menisco, alle pagine scure del triste epilogo americano. Il sogno americano frantumato dagli 11 metri.

Franco Baresi, l'ultimo difensore

Il capitano della Nazionale allenata da Arrigo Sacchi si infortunò nella sfida contro la Norvegia. Era appena la seconda partita del girone. Che si fa, si torna a casa? Nemmeno per scherzo.
Decise di operarsi immediatamente, a meno di 24 ore dall’infortunio. Voleva rientrare a tutti i costi sperando in un successo dietro l’altro dei suoi compagni di squadra. A 34 anni si è saggi e stolti abbastanza per fare di tutto pur di acciuffare l’ultimo treno della vita: un Mondiale con la fascia di capitano.
Dopo sette giorni dall’operazione lasciò la clinica, senza stampelle e raggiunge il ritiro degli azzurri. «Un miracolo», dissero gli altri strabuzzando gli occhi.

Franco non crede ai miracoli, ma li sa fare (ancora De Gregori): in difesa è il leader, elegante, ordinato, deciso e sportivo. Dopo l’operazione non aveva bisogno di allenarsi, che gli serviva? Conosceva Sacchi, Maldini, Costacurta e Tassotti. Blocco Milan sinergico e amici di tante sfide.
Rimesso in piedi e in ottime condizioni fisiche e muscolari, non così scontato se si gioca a luglio, il 17, in un clima umido che sbalzava i gradi oltre i 40°.

Franco Baresi, un nome e un numero: 6 per sempre

La finale contro il Brasile è una delle sue migliori partite si sempre. Con il numero sei sulle spalle, annienta gli attaccanti verdeoro da Romario a Bebeto. Solo i crampi lo buttano a terra, ma al 120’ dopo i supplementari e prima dei calci di rigore.
Visto i continui rimandi a De Gregori, sarebbe lineare dire che non è da questi particolare che si giudica un giocatore. Vorremmo, quasi con paterna consolazione ripeterlo ancora oggi, dopo più di 20 anni, a Franco Baresi. Sussurrargli parole dolci e di conforto dopo il tiro, travolto dalla stanchezza, calciato alto, oltre la traversa.

E’ un eroe fragile, un eroe incompiuto e forse anche per questo è eterno nei ricordi degli appassionati. Perché si è dimostrato umano. Una divinità che, a 34 anni, dopo aver recuperato in meno di un mese da un infortunio serio, dopo i rigori falliti e la coppa del Mondo alzata dal Brasile, si è lasciato andare in un genuino pianto.
La Gazzetta dello Sport gli diede 9. A un passo dalla perfezione.

Articolo tratto dal Post

Alle 14:17 di domenica 1 maggio 1994 la dottoressa Maria Teresa Fiandri, allora primario del reparto di rianimazione e del 118 dell’Ospedale Maggiore di Bologna, non era in servizio ma era reperibile. Stava guardando in televisione insieme ai suoi figli il Gran Premio di San Marino di Formula 1, terza gara del Mondiale, che si correva sulla pista di Imola, e aveva appena visto un incidente che l’aveva indotta a mettersi in macchina e raggiungere l’ospedale ancor prima che il suo cercapersone cominciasse a suonare. Quattro ore e mezzo circa più tardi, poco prima delle 19, la dottoressa Fiandri – accerchiata da decine di giornalisti, in una sala dell’ospedale – annunciò in diretta televisiva:

Alle 18:40 il cuore di Senna ha smesso di battere, e quindi Senna è morto alle ore 18:40

Nel mondo degli appassionati di motori e di Formula 1 – e non solo tra loro – il weekend del 1° maggio 1994 viene ricordato come il più tragico di sempre. Fu il weekend della morte di Ayrton Senna, che viene da molti definito ancora oggi come il più grande pilota di tutti i tempi, e chi lo sostiene lo fa solitamente con una nettezza e un’espressione raramente rintracciabili sul volto di chi – quando si finisce a parlare dei più grandi di sempre – cita altri campioni leggendari invece che lui (Jim Clark, Juan Manuel Fangio, Michael Schumacher). La tragicità di quel fine settimana fu determinata da una serie di eventi incredibili e sfortunati, e la morte di Senna fu soltanto l’ultima e più clamorosa notizia.

Si dice spesso che in Italia non ci siano altri sport a parte il calcio, ma in quei giorni non si parlò di altro che di Senna, e la notizia della sua morte stravolse completamente la gerarchia delle notizie e le consuetudini. Il 2 maggio, giorno in cui le edicole sarebbero potute teoricamente restare chiuse per via della festa del 1° maggio, diversi giornali andarono comunque in stampa con un’edizione speciale, e molte edicole aprirono fin dal mattino. Dino Zoffportiere della nazionale italiana campione del mondo nel 1982, e appassionato di corse – il 1° maggio del 1994 allenava la Lazio. Nella prefazione a un bel libro recente dedicato a Senna, scritto dal giornalista sportivo Leo Turrini, Zoff racconta:

L’1 maggio 1994, quando la sorte gli tagliò la strada a Imola, io stavo in panchina, come allenatore della Lazio, per una partita del campionato di Serie A. Non ricordo assolutamente il risultato

Per capire perché il weekend del 1° maggio 1994 ebbe un impatto così devastante per il mondo della Formula 1, conviene raccontarlo tutto, dall’inizio.

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Cristiano Ronaldo – Messi – Messi – Messi – Messi – Cristiano Ronaldo – Cristiano Ronaldo – Messi – Cristiano Ronaldo – Cristiano Ronaldo. Sembra un testo futurista, ma così in maniera estesa, crea un ulteriore impatto. Un decennio governato da un’unica oligarchia: dieci edizioni del Pallone d’oro spartite tra il giocatore ex Real Madrid (anche se ha iniziato a collezionare trofei quando era ancora al Manchester United) e quello del Barcellona.

C’è un dopo, l’interruzione dell’egemonia e ha il nome e le fantasia di Luka Modric, vincitore dell’edizione 2018 del Pallone d’oro. Ma c’è stato un prima. Un’era precedente che ai nostri occhi sembra millenaria. E l’ultimo re di un impero calcistico un po’ più “umano” è stato Kakà. Nel 2007, la stella del Milan dall’eterno viso fanciullesco, dopo esser stato il trascinatore nella cavalcata che ha portato la Champions League contro il Liverpool, la Supercoppa Europea contro il Siviglia e il Mondiale per Club contro il Boca Juniors, trionfa anche nei riconoscimenti individuali, conquistando il Pallone d’oro dopo Fabio Cannavaro. Un voler rimarcare quanto di leggendario fatto quell’anno: il migliore al mondo è il brasiliano numero 22.

Ma in quel trofeo luccicante c’è il germe della “rivolta” perpetrata dal fantasmagorico duo: Kakà per innalzare il premio di France Football ha scalzato proprio Ronaldo, arrivato secondo, e Lionel Messi, giunto terzo. Da quel momento solo nel 2010 non vedremo sul podio entrambi i fuoriclasse: in quell’anno, infatti, fu all-in blaugrana con gli ambasciatori Xavi e Iniesta ad aprire le porte della gloria all’argentino.

San Siro è stata la navicella spaziale di Kaká, uno che veniva da un altro pianeta, è all’Old Trafford, nell’andata della semifinale di Champions del 2007, che mise in mostra, in mondovisione, tutto quello che aveva fatto vedere dal suo arrivo in Italia nell’estate del 2003: in particolare, una straordinaria capacità nel ribaltare l’azione, tagliando il campo a velocità supersonica e sempre con la palla al piede (destro o sinistro che fosse), sempre a testa alta e sempre con estrema purezza del gesto.

Di lui si dirà sempre che è stato un giocatore elegante, nonostante le galoppate e gli strappi di direzione. E se all’Old Trafford – il tempio del calcio – innalzò davanti a CR7 il manifesto della sua arte, fu con la maglia del Brasile che Kakà ammutolì sul campo Messi.
Bisogna riavvolgere le lancette di un anno, è il 3 settembre 2006 e mentre in Italia si contano i danni di calciopoli nonostante una Coppa del Mondo appena sollevata, in giro per il globo è già tempo di amichevoli nazionali per impostare i nuovi cicli. E a Londra si gioca un’amichevole che di “fraterno” non ha nulla: Brasile contro Argentina. La nuova Seleçao di Dunga rifila tre reti all’Albiceleste: doppietta di Elano, 3-0 di uno straripante Kakà, con Robinho “man of the match”.

Anche in estate, anche a settembre dopo un Mondiale, il ragazzo del Milan veste il suo smoking bianco. Entrato al 59’ al posto di Daniel Carvalho, a un minuto dal 90’, fa quello che gli riesce meglio: prende palla dalla difesa approfittando di un errato controllo di un giocatore argentino, alza lo sguardo e punta la porta nonostante tre/quarti di campo ancora da fare. Parte, si lascia alle spalle lo stesso giocatore, supera il cerchio di centrocampo, procede incalzante, poi tocco a cambiare direzione in uscita che manda a terra il difensore Milito e tocco che sa di sentenza mentre Abbondanzieri prova a intercettare il tiro in uscita bassa.

 

E’ il gesto di una carriera, ripetuto all’impazzata seminando avversari lungo la pista verde, ma questo è speciale perché è partito proprio rubando palla a Messi e superandolo in velocità in una corsa generazionale. Messi ha ancora 19 anni, va detto, ma ha le stimmate del campione. In quell’istante però, in quei quattro secondi di partita, l’ordine delle cose ha ristabilito il suo flusso: nell’ultima fase dei mortali, Kakà è di un altro pianeta.

Chi è cresciuto a pane e PlayStation può capire il senso di devozione nei confronti di un mito pixelato. Quando l’unica preoccupazione del pomeriggio era andare a giocare a calcio al parco o rintanarsi in camera e divorare i joypad con gli amici tra esilaranti sfide al vecchio Iss Pro (il precedente nome dell’attuale Pes). Lui, Roberto Larcos era dogma.
Nell’era dei nomi taroccati per mancanza di licenze, quello che era a tutti gli effetti l’alter ego di Roberto Carlos, aveva e avrà per sempre un posto speciale nell’olimpio videoludico. Un re Mida che trasformava in oro ogni pallone che toccava. Anzi, dal suo sinistro esplodevano autentiche mine in grado di mandare all’aria patti d’amicizia decennali.

La sua rincorsa ritmica, a piccoli passi per poi accelerare, incantava chi era dinanzi allo schermo, non fosse per altro che al tempo la Konami, la casa che produceva e produceva Pes, lasciava pochi spazi alla personalizzazione di mosse e dell’aspetto dei calciatori. La punizione di R. Larcos era un unicum al pari dei due triangoli verdi che aveva in testa Taribo West, istrionico difensore della Nigeria con le treccine colorate.

Avere il terzino brasiliano in squadra, insomma, era sinonimo di potere. Che poi, in realtà, forse nemmeno i puristi del genere hanno effettivamente schierato R. Larcos nel suo naturale ruolo di terzino.
Sì perché nella trasposizione irreale del gioco, nella mitologica possibilità di alterare le formazioni, sfido a trovare qualcuno che non abbia mai schierato il numero sei brasiliano in attacco. Potenza di tiro massima, velocità elevata, era una spina ai fianchi delle difese avversarie.
Era la mossa della disperazione quando si stava perdendo o quando si voleva strafare. Insomma un po’ Mr. Wolf nel film “Pulp Fiction” di Quentin Tarantino: risolve problemi.

Per qualcuno il calcio è rimasto come passione, per altri è diventato un mestiere. Come per Mario Rui, il terzino portoghese che tanto bene ha fatto a Empoli e ora gioca nel Napoli. Chiamatela coincidenza, ma anche Mario Rui è stato un devoto del nostro mito Larcos:

Ricordo che alla Play tutti i nomi erano sbagliati. La coppia d’attacco era Ronaride -Roberto Larcos, ovviamente Ronaldo e Roberto Carlos. Come tutti mettevo Roberto Carlos in attacco perché era piccolo, velocissimo e aveva un tiro impressionante. Da lì ha cominciato a piacermi e non so se sia stato il destino, ma ho cominciato anche io a giocare da terzino…

 

Insomma, tra Chalivert, Batutista e tutti i leggendari calciatori della Master League (Castolo su tutti), Roberto Larcos sale sul gradino più alto del podio. E qualcuno, preso da una botta di nostalgia, ha deciso di ricreare l‘incredibile punizione da centrocampo tutta carica d’effetto, a 115 km/h, che il giocatore passato dall’Inter e divenuto leggenda nel Real Madrid, segnò con la Seleçao contro la Francia nel 1997. Oltre ai pali spigolosi, trovate altre differenze?

Da un lato Messico, Costa Rica, Stati Uniti, Nigeria e Cina. Dall’altro, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Brasile, Arabia Saudita e Sudafrica. No, non sono due gironi di chissà quale para-esotica competizione tra Nazionali di calcio, ma sono le squadre che hanno partecipato alle fasi finali di un Mondiale allenate da due autentici giramondo. Se è vero che il calcio è mediamente conosciuto in ogni latitudine e longitudine di questo planisfero, Bora Milutinovic e Carlos Alberto Parreira l’hanno voluto sperimentare sulla propria pelle: il serbo e il brasiliano sono infatti gli unici due allenatori ad aver guidato cinque Nazionali differenti in altrettanti Mondiali.
Inoltre Parreira, che ha portato i verdeoro sul tetto del mondo nel 1994 vincendo contro l’Italia, riprendendo la guida della Seleçao nel 2006, ha partecipato così sei Mondiali, primato assoluto, mentre Milutinovic detiene il record di primo allenatore ad aver portato quattro squadre diverse dopo il primo turno, prima di fallire con la Cina nel 2002.

Globetrotter pallonari, emissari di tattica ed esperienza in Paesi periferia del calcio, i due allenatori hanno vissuto con la valigia sempre chiusa pronta per essere imbarcata verso chissà quale destinazione. Tra club e rappresentanze nazionali, hanno letteralmente allenato ovunque, in tutti i continenti tranne che in Oceania.

Parreira, più legato al suo Brasile (è stato più volte sulla panchina del Fluminense, ma anche San Paolo, Santos, Corinthians e Internacional) si è spostato nel Nord America per allenare i New York MetroStars, è stato in Africa come ct del Ghana, poi in Asia e in Europa come tecnico, a metà degli anni ’90, del Valencia e del Fenerbaçhe. La prima Nazione che traghetta ai Mondiali è il Kuwait in Spagna ’82: al suo debutto, il Paese asiatico ottiene un pareggio per 1-1 contro la Cecoslovacchia e due sconfitte contro Inghilterra e Francia. Nel ’90, in Italia, ci riprova con un’altra asiatica, gli Emirati Arabi Uniti, ma fa peggio, uscendo sempre al primo turno, ma con tre sconfitte su tre nel proprio girone.
La gloria la ottiene nel 1994, nel Mondiale degli States, alla guida del Brasile, mentre quattro anni dopo è nuovamente su un’altra panchina, ancora attratto dalla sfida di portare una Nazionale che non mastica calcio. Parreira porta l’Arabia Saudita a Francia ’98, ma anche qui non va oltre alla prima fase, ottenendo solo un pareggio per 2-2 contro il Sudafrica, squadra che, dopo il ritorno di fiamma con il Brasile nel 2006, allenerà nel 2010 per il Mondiale giocato in casa. Quella coi Bafana Bafana è l’ultima esperienza come allenatore: Il 25 giugno 2010, ha annunciato, infatti, il suo ritiro.

Milutinovic, invece, jugoslavo di nascita, poi serbo dopo la dissoluzione del Paese e, infine, messicano d’adozione, inizia proprio qui la sua carriera di allenatore nel 1977, nel Pumas Unam (suo ultimo club come calciatore) per poi essere scelto come commissario tecnico del Messico per i prestigiosi Mondiali in casa del 1986, dove arrivano fino ai quarti, sconfitti ai rigori dalla Germania Ovest. Milutinovic dimostra di saperci fare con le sfide ardue e pressoché impossibili: quattro anni dopo ci prova con il Costa Rica, non solo portando la Nazionale costaricana ai Mondiali in Italia del 1990, ma toccando gli ottavi di finale persi contro la Cecoslovacchia.
Il suo stile di gioco e il suo modo di allenare, stuzzicano la federazione degli Stati Uniti che, per il Mondiale del ’94, in casa, scelgono proprio lui: a differenza di Parreira, sempre bloccato al primo turno, Bora porta le sue squadre al di là della prima fase. Negli ottavi, incontra proprio il ct brasiliano, che poi vincerà quell’edizione. Stessa sorte con la Nigeria nel 1998 anche se rimarrà nei ricordi la vittoria per 3-2 contro la Spagna, mentre quattro anni dopo, prova l’avventura cinese, ma sulla panchina asiatica fallisce, per la prima volta, il suo accesso al turno successivo.

Milutinovic, che nella sua carriera, ha anche allenato l’Udinese per poi essere esonerato dopo sei sconfitte in nove partite, sulla sua esperienza cinese, raccontò questo aneddoto:

Prima del Mondiale entrai in una chiesa per parlare con Dio. Mi ha chiesto: cosa vuoi, Bora? E ho risposto: segnare come la Francia! E Dio mantenne la parola. Francia e Cina furono, in questo Mondiale, le uniche due squadre a non segnare gol. Certo che io mi riferivo a realizzare gli stessi gol della Francia nel 1998

Calzava 38. Per alcuni addirittura 37.
Era alto più di un metro e novanta. E il 38 di piede fa strano.
Era soprannominato, per ovvie associazioni, “o Magrão”.
Condottiero del centrocampo e della vita.
Era soprannominato anche “o Doutor” perché aveva una laurea in medicina.
Il padre, un buon uomo di sinistra e appassionato di letteratura greca, lo chiamò Sócrates.
In realtà il suo vero nome è Sócrates Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira.
W la “democrazia corinthiana”. Durante la dittatura in Brasile, siamo alla fine degli anni ’70, Sócrates introdusse nel Corinthians una sorta di autogestione. Dal magazziniere, al presidente, passando per i giocatori, tutti avevano diritto di voto su qualsiasi decisione del club.

Pazzia? Tenacia! La squadra brasiliana così vinse due titoli. E non succedeva da più di un quarto di secolo.
Aveva la numero 8. E sgroppante come una gazzella, schiena dritta, ha segnato il gol dell’1-1 in Brasile – Italia, Mondiali del 1982.
Diavolo se era bello vederlo giocare!

Ha vestito anche la maglia della Fiorentina. Al suo arrivo in Italia, un giornalista gli chiese: «Quale italiano stimi di più, Mazzola o Rivera?».

Risposta:
Non li conosco. Sono qui per leggere Gramsci in lingua originale e studiare la storia del movimento operaio
L’altro suo soprannome era “o calcanhar que a bola pediu a Deus”“Il tacco che la palla chiese a Dio”. E leggetelo ad alta voce anche voi: tutt’attorno si fa magico, una musica leggera, una bosso nova magari, che vi intorpidisce.
E a saperlo che si poteva essere speciali anche con un 38 di piede.
Il calcio ti ringrazia. Anzi o futebol.

Obrigado, Socrates.
Obrigato, Doutor.

Era il quinto rigorista designato nel Brasile nella lotteria dei calci di rigore, contro l’Italia, nella finale dei Mondiali del 1994 negli Stati Uniti d’America. Un rigore che, Bebeto, non ha mai calciato perché non ce ne fu bisogno, dopo l’errore di Roberto Baggio che andò ad aggiungersi a quelli di Franco Baresi e Daniele Massaro.
Il suo, personale, Mondiale, non verrà ricordato per quel non-rigore, ma per un’esultanza, spontanea e istintiva che ancora oggi è icona emulata sui campi da calcio, da quelli professionisti a quelli di periferia.

Era il 62’ di Brasile – Olanda, quarti di finale. I Verdeoro avevano sbloccato il match 10 minuti prima con Romario, ma è proprio il brevilineo centravanti che al tempo giocava in Spagna, nel Deportivo de La Coruña, a realizzare la rete del raddoppio, insinuandosi tra i due centrali Oranje e dribblando il portiere Ed de Goey.

Poi l’esultanza: con le mani unite fa finta di cullare un bebè. Una dedica speciale, al suo terzo figlio, nato due giorni prima, il sette luglio 1994. Fu istintivo e non programmato, ma Mazinho e Romario lo affiancarono creando un movimento ritmico e ipnotico che solo il sangue brasiliano sa alimentare.
Il match si concluderà poi 3-2 per i brasiliani, con la terza rete messa a segno da Branco, nonostante la rimonta olandese firmata Dennis Bergkamp e Aron Winter.

Ecco, 23 anni dopo quel bebè che tutto il mondo conobbe per l’esultanza del padre ha firmato con lo Sporting Lisbona. Mattheus è un calciatore professionista che si è fatto tutta la trafila nel Flamengo prima di volare in Europa, in Portogallo, acquistato dall’Estoril nel 2015.

 

E’ lo stesso Bebeto, ad annunciare su Twitter, il cambio di maglia di suo figlio pronto a fare il salto di qualità: per lui, infatti, un contratto di cinque anni con i Leões che l’hanno acquistato per un milione di euro.
Figli predestinati crescono…