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Quando Ronaldo –  Luís Nazário de Lima – compie gli anni, per il web è sempre una bella occasione per spulciare vecchie giocate, foto retrò, numeri da circo tra sbuffi e sospiri pensando alla sua forza, alle sue vittorie e a quello che poteva fare ancor di più se le ginocchia non l’avessero tradito.

Eroe del Mondiale 2002 del Brasile, eroe mancato quattro anni prima, nella finale persa senza attenuanti per 3-0 contro la Francia e tutto l’alone di mistero che circondava il suo stato di salute. Di Coppe del Mondo, in realtà, la stella brasiliana ne ha vinte due, la prima nel 1994 anche se da comprimario.

Del Fenomeno, di quello che ha lasciato nella nostra memoria, sappiamo quasi tutti. Sul suo giorno di nascita, invece, aleggia un aneddoto. Si festeggia il 18 o il 22 di settembre? 

Ebbene Ronaldo, terzo figlio di Nelio Nazario de Lima e Sonia dos Santos Barata, nacque nel quartiere di Bento Ribeiro, nella zona nord-ovest di Rio de Janeiro, non il giorno 22, ma quattro giorni prima, il 18! I genitori lo chiamarono “Ronaldo” in onore del medico Ronaldo Valente, che fece nascere il bambino, ma la madre si attardò nel registrarlo all’anagrafe e lo fece quattro giorni dopo.

Un’inchiesta del giornalista-scrittore James Mosley, autore di Ronaldo : the journey of a genius, dopo una serie di ricerche si è accertato: Ronaldo nacque effettivamente nato il 18 settembre 1976.

Ronaldo, con la maglia del Brasile, è riuscito a diventare il miglior marcatore delle fasi finali dei Mondiali: in tre edizioni ha infatti segnato 15 gol (4 nel 1998, 8 nel 2002 e tre nel 2006), record battuto nel 2014 da Miroslav Klose, uno in più di Gerd Müller, precedente detentore del record, e due più di Just Fontaine (13).

Quindici anni di carriera in una sola istantanea. Anzi, in una sola maglia realizzata cucendo lembi di tutte le casacche oranje che Wesley Sneijder ha indossato in vita sua. E’ lo speciale ringraziamento con cui l’ex calciatore dell’Inter ha voluto dire addio alla sua lunga esperienza con la nazionale olandese, chiusa ufficialmente giovedì 6 settembre 2018 con la vittoria in amichevole per 2-1 dell’Olanda sul Perù.

 

Seduto su un divano al centro del campo alla Johan Cruijjff Arena di Amsterdam guardando il “best of” delle sue giocate, assieme a sua moglie e ai suoi figli. E tutt’attorno i tifosi intonavano per l’ultima volta il suo nome, mentre Wesley non ha saputo trattenere le lacrime.

Dal suo esordio in nazionale maggiore, a 18 anni e 10 mesi, voluto da Dick Advocaat e mandato in campo il 30 aprile 2003, passando per una sola presenza nell’Under 21, il mese prima, l’avventura arancione del 34enne di Utrecht è stata entusiasmante e inarrivabile: l’eroe del triplete nerazzurro è il recordman di presenze con l’Olanda (134 gettoni) dopo aver superato Van der Sar nel giugno 2017, nessuno meglio di lui anche al Mondiale sia per presenze (17 come Van Persie) sia per numero di gol in una singola edizione (5 in Sudafrica). Ma c’è dell’altro: Wes ha segnato 31 reti, due in più di una leggenda come Cruijff.

Indelebile il ricordo soprattutto della cavalcata del Mondiale del 2010, concluso solo in finale al cospetto della Spagna e di Iniesta. Così sulla maglia piena di “toppe”, oltre al numero 10, campeggia sulla manica sinistra la patch della manifestazione sudafricana e sotto al logo della nazionale olandese, il tributo al match contro il Brasile del 2 luglio 2010 deciso proprio dalla doppietta del fantasista (il secondo gol, inusuale, di testa).

Esploso nell’Ajax, fucina di talenti, Sneijder è stato al Real Madrid prima di passare all’Inter di Mourinho che l’ha consacrato come tra i migliori nel panorama mondiale. Successivamente ha giocato nel Galatasaray, nel Nizza e dal gennaio 2018 è nell’Al Gharafa, formazione del Qatar.

 

 

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This T-shirt is made of all the shirts I played in for the Dutch national team in the last 15 years!! ⚽️? #GreatPresent

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È tristemente noto che la Russia è molto severa con chi viola le regole legate all’omosessualità. Nessuna propaganda gay è considerata lecita e, di conseguenza, tutti i riferimenti alla cultura LGBT sono banditi dal paese.

Pena l’arresto, per chi decide di sfidare il governo in tal senso.

E anche durante la manifestazione mondiale, che da un mese circa ha attirato per le sue vie persone provenienti da tutto il mondo, niente è cambiato in termini di tolleranza.

Ma c’è chi decide di svincolarsi da questa legislazione discriminativa e camminare apertamente mostrando i colori dell’LGBT. Geniali quanto originali, un gruppo di attivisti ha sfoggiato una bandiera arcobaleno del tutto in tema con il clima calcistico del momento e pertanto non passibile di alcuna accusa.

Ecco come si presenta la cosiddetta “The Hidden Flag”, o bandiera nascosta, con i sei colori dell’arcobaleno LGBT realizzati attraverso le maglie di alcune squadre partecipanti alla rassegna iridata: Spagna, Olanda, Brasile, Messico, Argentina e Colombia.

Un effetto ottico che rimanda immediatamente alla comunità attivista per i diritti sui gay, ma che può circolare per il paese senza subire alcuna condanna.

L’idea è di un’agenzia pubblicitaria spagnola, con l’intento di dare una scossa alla burocrazia russa e indirizzare il paese verso una maggiore tolleranza della diversità.

Ecco come giustificano questa trovata:

Quando Gilbert Baker disegnò la bandiera arcobaleno nel 1978, lo fece per creare un simbolo e un’icona per la comunità Lgbt. Un simbolo, riconoscibile in tutto il mondo, che le persone potessero usare per esprimere il loro orgoglio. Purtroppo, 40 anni dopo, ci sono ancora Paesi in cui l’omosessualità è perseguitata, a volte anche con il carcere, e in cui la bandiera arcobaleno è vietata. La Russia è uno di questi Paesi. Per questo motivo, abbiamo approfittato del fatto che il Paese ospita la Coppa del mondo contemporaneamente al Pride Month, per denunciare questo comportamento e portare la bandiera arcobaleno nelle strade della Russia. Sì, alla luce del sole, di fronte alle autorità russe, alla società russa e al mondo intero, sventoliamo la bandiera con orgoglio

I sei coraggiosi attivisti sono ormai delle celebrità, soprattutto tra le fila dei sostenitori del movimento LGBT. I loro nomi sono Marta Márquez (spagnola), Eric Houter (olandese), Eloi Pierozan Junior (brasiliano), Guillermo León (messicano), Vanesa Paola Ferrario (argentina) e Mateo Fernández Gómez (colombiano).

Che siano tifosi o meno delle nazionali di cui indossano la maglia non è importante. Ciò che conta è che il loro escamotage è di sicuro un ottimo modo per sostenere la propria causa e al contempo promuovere iniziative volte al confronto e all’unione anche tra nazionalità diverse.

I Mondiali di Russia 2018 sono ormai all’atto conclusivo e domenica 15 luglio conosceremo il nome dei nuovi Campioni del Mondo, ma fino ad allora la bandiera LGBT ha il “permesso” di continuare ad aggirarsi per le strade della Russia e diffondere i suoi colori, nella speranza di ottenere da parte del governo un’apertura che al momento è solo un’utopia.

In un pomeriggio del lontano 1998, tre bambini si fanno scattare una foto con la maglia della squadra del cuore. Nonostante la nazionalità belga, il cuore batte per la squadra di Zidane, che ha regalato loro emozioni indescrivibili nei Mondiali di Francia.

Sono gli anni in cui il Belgio non è ancora la grande squadra che conosciamo oggi e che in Russia, nel 2018, ha battuto il Brasile favorito per approdare in semifinale.

Ma quei tre bambini, oggi diventati adulti, si ritrovano nell’imminente sfida tra Belgio e Francia con il cuore diviso a metà, tra i sogni legati all’infanzia e le speranze di vedere la propria nazionale in vetta al mondo.

E la cosa che fa più sorridere è l’identità di questi piccoli protagonisti, che oltre ad essere tutti calciatori, militano anche nella nazionale belga.

Si tratta di Kylian, Torghan ed Eden Hazard, che del calcio hanno fatto il proprio lavoro e giocano nei club del Venlo, del Borussia Mönchengladbach e del Chelsea.

 

Due di loro, Torghan ed Eden, sono parte del team belga che ai Mondiali di Russia 2018 proveranno a riscrivere la storia proprio contro quella squadra che li ha fatti sognare da piccoli.

Il capitano della nazionale belga, Eden Hazard, non può rinnegare il periodo in cui tifava Francia:

Con i miei fratelli, siamo sempre stati più sostenitori della Francia che del Belgio perché siamo cresciuti con la squadra del ’98. All’epoca non c’era la maglia del Belgio, ecco perché indossavamo quella della Francia! Non voglio denigrare la squadra belga del tempo, c’erano giocatori molto bravi. Ma a quel tempo, c’era la Francia

Ma oggi è con la maglia del suo paese di origine che deve fare i conti e mettere da parte, per un attimo, quei bei ricordi per concentrarsi sulla sfida imminente che lo vedrà battersi, faccia a faccia, proprio con gli avversari francesi.

Nonostante il paradosso, che dopo circa 20 anni, mette a confronto Francia e Belgio proprio quando a giocare nella nazionale ci siano i fratelli Hazard, entrambi si batteranno con il cuore.

Il Belgio, a questo punto, mira alla Coppa del Mondo e di certo darà del filo da torcere ad una Francia che al momento è una delle favorite. Comunque vada, però, il rispetto e l’ammirazione per la squadra francese non verrà mai meno durante la partita.

Chissà se Hazard e compagni riusciranno a cambiare le sorti del loro paese e vedere un giorno tre bambini francesi con la maglia del Belgio!

«Cosa ci faccio qui?». L’attacco di responsabilità arrivò a sorpresa, subdolo e devastante: ma fu solo un attimo. Il bello dell’attimo è che dura un attimo: già, altrimenti che attimo sarebbe? A neanche 24 anni poi, gli attacchi di responsabilità sono per loro natura transitori, passeggeri: a 34 anni di meno, a 44 cominciano a farsi preoccupanti, a 54…beh, lasciamo perdere.

Ma allora, 5 luglio 1982, ero giovane e forte, come si dice nelle favole: e per l’appunto stavo vivendo una sorta di favola, un sogno nel quale ero immerso, con tutte le scarpe, da una settimana: da quando cioè mi trovavo a Barcellona, assieme a due pazzi scatenati, a seguire i Mondiali di calcio. Anzi, il Mundial.
Quando mi colse la domanda fatidica ero allo stadio Sarrià, in tribuna, proprio sotto la telecamera della Tv, a “los cinco de la tarde”: sole ancora dardeggiante, non si respira, come faranno fra poco quei disgraziati a correre 90 minuti e più?… Sì, l’attacco di responsabilità era già svanito, ora erano altre le domande che si affacciavano alla mia mente: ce la faremo? Zico, Socrates, Falcao, Eder, Cerezo…Ci vorrà qualcosa più di un miracolo! E Rossi che non vede palla? Chi la butta dentro? No, mettiamoci l’anima in pace, si torna a casa: noi sul serio, all’indomani, col nostro cassone; loro, gli azzurri, poche ore più tardi. Già rulla sulla pista de “El prat” un bel Boeing targato Alitalia…

Inni nazionali cantati a squarciagola, emozione al diapason, si comincia. Cinque minuti e la mia bottiglietta d’acqua è già finita: morirò di sete, me lo sento…Altri cinque e la t-shirt è tolta: maledizione come picchia, almeno me l’avvolgo attorno alla testa per non rischiare un coccolone.
Siamo quasi 10.000 italiani, in questo catino ribollente al centro della città di Gaudì, fra palazzoni che sbucano da dietro le tribune, e che sembrano pure loro assistere interessati allo spettacolo; gli altri però, la torcida, tutti rigorosamente in maglia gialla, sono minimo il doppio. Cantano, ballano sugli spalti, fieri, e consapevoli di essere i migliori. I più forti. Quelli che riporteranno a casa la Coppa, non hanno dubbi, dopo aver fatto fuori Maradona&C. appena tre giorni prima sul medesimo infiammato palcoscenico. Ero presente. E mi hanno fatto paura. No, non ce la possiamo fare…

Anche Samuel, il mio nuovo amico di Belo Horizonte conosciuto nel 2 stelle che ci ospita proprio dietro le ramblas, è convinto: ha già in tasca il biglietto per la semifinale del Camp Nou, mi ha detto la mattina a colazione:

Hombre, ti voglio bene, a te e a tutti los italianos, ma noi dobbiamo fare la storia…Mi dispiace!

Dove sarà, in mezzo a quell’enorme macchia color oro, che ondeggia minacciosa?

Mentre me lo chiedo fra me e me, Conti taglia il campo da destra a sinistra col suo mancino magico, dalla trequarti Cabrini la mette in mezzo ed accade l’incredibile: sì, il fantasma si ridesta all’improvviso, incrocia di testa sul palo lungo, Valdir Peres è battuto…Roba da matti, Rossi ha fatto goal!
E’ un unico maxi abbraccio fra me, Giuliano, Ivano, altri italianos lì vicino mai visti prima. Allora ce la giochiamo… Ce la giochiamo? Macchè, il dottore in viola caracolla in area, sulla destra, e trova un varco impossibile fra Zoff ed il palo. Dinone, ma che combini? Questa dovevi prenderla…

Riprendono fiato, e colore, i 20.000 canarini: tutto a posto, «Ora li sbraniamo», sembrano dire con il loro entusiasmo sempre più coinvolgente…Sì, in campo sono i più forti, ma il loro problema è che SI SENTONO i più forti: così, quando Oscar e Luisinho traccheggiano superbi dinanzi alla loro area di rigore, il numero 20 in maglia blu si inserisce furtivo, fa due passi e spara una bomba che il portiere neanche vede. Ecco, 2 a 1 per noi, Paolo è tornato d’improvviso Pablito, quello dell’Argentina!

Non ho più voce, gli occhi fuori dalle orbite, l’intervallo serve a calmarmi un po’… Poco però, la ripresa comincia con 11 assatanati che cingono d’assedio i nostri 16 metri, rimpalli, salvataggi, affanno perenne. Quella bottiglietta, inutile da un bel pezzo, chissà perché è ancora fra le mie mani: ne mordicchio il bordo nervosamente, la stringo sin quasi ad accartocciarla: no, va a finire che oggi ci lascio le penne, a 2000 chilometri da casa! Ma si può?
Quando Falcao, ad una 20ina di minuti dalla fine, la sbatte dentro, mi sento come quel condannato a morte che dopo lunga attesa sulla sedia elettrica, riceve la scossa fatale: sollevato, è paradossale, ma almeno così non soffro più… Grazie lo stesso azzurri, è stato bello, però quegli altri devono fare la storia…

La storia? Ma non gliel’ha detto nessuno, a quel diavolo: non lo hanno informato, si direbbe, che quel Boeing è là che li attende! E già, perché Paolino la ributta dentro, ed allora il vecchio Sarrià sembra crollare, sotto il peso dei 10.000 che impazziscono, e del sospiro atterrito dei 20.000: un gemito straziante. Non rammento più nulla da quel momento in avanti, se non il capitano che inchioda sulle linea la testata rabbiosa di Oscar.

Poi tutto sfumato, nebbioso, ma questa che vi dico ora la ricordo, eccome: al rientro in albergo, ebbri di felicità e non solo (qualche buona cerveza lungo il cammino ce la siamo concessa…), trovo Samuel ad aspettarmi: piange, di sicuro ininterrottamente da un paio d’ore o giù di lì. Ha in mano una maglia gialla, me la porge dicendo:

Tienila amigo, siete stati i migliori, suerte…Ora la Coppa portatela a casa voi!

Lo abbraccio, non son sicuro che una lacrimuccia –anche due-  non sia spuntata dai miei occhi. Prendo quel cimelio, ringraziando di cuore, con la mano sinistra: perbacco, cosa stringo nella destra?

Non ci posso credere: quella bottiglietta di plastica, tutta mangiucchiata. Ebbene sì, ancora adesso, a distanza di 35 anni, la conservo gelosamente nel mio comodino accanto al letto, a casa: una reliquia!
Insieme a quella maglia (negli anni a venire sarà autografata da due campioni del mondo, quali Ciccio Graziani e Marcello Lippi: ma questa è un’altra storia…), che ogni tanto tuttora indosso, al mare. Capita che qualcuno mi dica «Bella, dove l’hai presa?». Ed io sorrido…

Un’ultima cosa. Forse qualcuno si domanderà di quell’attacco di responsabilità del quale parlavo all’inizio. Già, dovevo essere a Città di Castello, la mia città, a preparare l’esame di Procedura penale che mi avrebbe spalancato le porte verso la laurea in Giurisprudenza: ma quando i due pazzi mi telefonarono, a fine giugno, «Noi fra due giorni si va: tu che fai?». La risposta la sapete già.
E la mia laurea, fra festeggiamenti vari ed ubriacature solenni–figurate, ma anche no- post/Mundial, slittò di un bel po’, al 26 giugno 1984, giusto due anni più tardi quei giorni magici. Sapete una cosa? Non me ne sono mai pentito… 

Foto di proprietà dell’autore del pezzo

 

L’autore

Rebo (nom de plume) è un funzionario pubblico, ormai diversamente giovane, che però continua a praticare sport quasi quotidianamente, dopo averlo a lungo – e lo fa ancora – raccontato come cronista: sulla carta stampata, in radio, in tv. Ama la sfumature, i voli pindarici, in contrapposizione al necessario rigore espositivo di quando raccontava le partite del Perugia in serie A alla radio -e la pay-tv non aveva ancora preso il sopravvento-. Ma è il tennis il suo top-sport, e non si capacita di come sul campo di gioco non riesca ad avere la stessa efficacia di Federer (a vederlo sembra tutto così semplice…). Se vuoi, lo trovi alla mail renbor1958@libero.it .  

 

Si delinea sempre più il quadro dei quarti di finale di questo Mondiale tanto entusiasmante quanto particolare: le due sfide disputate oggi si sommano alle quattro divise tra sabato e domenica, mancano solo Svezia-Svizzera e Colombia-Inghilterra, entrambe in campo domani. Il Brasile supera gli ottavi grazie ai gol di Neymar e Firmino, abbandona la competizione il Messico di un ottimo Ochoa che nelle competizioni intercontinentali si esalta sempre; rimonta clamorosa del Belgio completata al 90′ con il gol decisivo di Chadli, il Giappone lascia la competizione.

La seconda sudamericana ad accedere ai quarti di finale è il Brasile di Tite che nel pomeriggio si è sbarazzato, con difficoltà, del Messico con il risultato di 2-0, scaturito dalle reti di Neymar e Firmino, entrambe nella ripresa. La selezione latinoamericana torna a casa con il grande rimpianto di aver perso la partita decisiva qualche giorno fa, quando la Svezia travolse 3-0 la Tricolor togliendole la prima posizione nel raggruppamento. I verde-oro crescono con il passare della kermesse, Neymar continua a segnare (e a scatenare polemiche riguardo la sua etica) e i sostenitori iniziano a sognare la sesta Coppa del Mondo.

Il Brasile affronterà il Belgio nei quarti di finale: la squadra allenata da Martinez rimonta due gol di scarto e all’ultimo secondo supera il Giappone grazie ad un gol di Chadli. Un’ora di gioco di grandissimo livello per i Samurai Blu che riescono ad andare sopra 2-0 ma la qualità dei propri giocatori permette agli europei di ribaltare il risultato. Una vittoria d’orgoglio che lancia questa formazione, iniettandosi una dose di adrenalina non indifferente che in una competizione come il Mondiale può fare la differenza.

Domani si concluderà il quadro degli ottavi di finale: si inizia alle ore 16:00 con la sfida tra Svezia e Svizzera valevole un posto tra le migliori otto al mondo; chi passerà il turno se la vedrà con la vincitrice tra Colombia ed Inghilterra che alle 20:00 daranno vita ad una delle partite più interessanti di questo Mondiale.

Le probabili formazioni:

Svezia: Olsen; Lustig, Lindelof, Granqvist, Augustinsson; Claesson, Hiljemark, Ekdal, Forsberg; Berg, Toivonen. CT: Andersson.
Svizzera: Sommer; Elvedi, Djourou, Akanji, Rodriguez; Behrami, Xhaka; Shaqiri, Dzemaili, Embolo; Gavranovic. CT: Petkovic.

Colombia: Ospina; Arias, Mina, D. Sánchez, Mojica; C. Sanchez, Uribe; Cuadrado, Quintero, Muriel; Falcao. CT: Pekerman
Inghilterra: Pickford; P. Jones, Maguire, G. Cahill; Trippier, Henderson, Alli, Young; Lingard, Kane, Sterling. CT: Southgate

Dall’album digitale a quello. La Panini ha accompagnato l’edizione 2018 dei Mondiali in Russia, con il suo immancabile album di figurine. Un cimelio da collezionare, la prima volta per molti giocatori, addirittura per due nazionali, Panama  e Islanda. Da scambiarli da bambini a ritrovare il proprio viso stampato con l’orgoglio di una famiglia, di una comunità, di una città: vedere  il proprio figlio indossare la maglia della nazione.

E poi c’è Pedro, un bambino di otto anni brasiliano, che queste figurine se l’è disegnate. Ben 126 sul totale di 682 presenti nell’album in commercio. Pedro ha il calcio nelle vene, vive nella città di Bauru e qui sanno cos’è il futebol: nel 1952 per quattro anni, Pelé ha iniziato a riscrivere il gioco del calcio prima di andare al Santos.

E Pedro, ha dedicato una sezione proprio alle leggende brasiliane: c’è O’ Rei, ma anche Ronaldinho, oltre all’attuale Neymar, Messi o Cristiano Ronaldo con tanto di pomo d’Adamo in rilievo. A lui di vedere i suoi amici incollare, aprire le bustine e barattarle proprio non andava giù, lui che è figlio della cassiera Gleice il cui stipendio “obbliga” a fare delle scelte e delle priorità.

Così lui il suo album se l’è creato con pastelli e matite: figurine che ricalcano i modelli originali con dati, altezza, peso e stemmi delle nazionali. Racchiuse in un quaderno stropicciato, ma su cui emerge il logo di Russia 2018.

L’opera di Pedro è uscita dai confini di Bauru, ed è arrivata fino alla sede messicana della Panini, che su Twitter ha promesso al piccolo disegnatore una sorpresa.

 

Chi dice che la “maledizione dei Mondiali” che colpisce le nazionali vincitrici sia solo una leggenda deve fare i conti con i dati evidenti che si registrano dal passato ad oggi.

Lo sa bene la Germania, che con rimpianti e delusione, è costretta a lasciare la Russia prima del previsto dopo essere stata battuta dalla Corea del Sud ed essere arrivata ultima nel suo gruppo.

Ancora una volta chi solleva la Coppa del mondo nella rassegna iridata precedente deve salutare il Mondiale prima del previsto perché non riesce a superare la fase a gironi. Una vera e propria maledizione che si ripete di volta in volta. La nazionale tedesca è l’ennesima squadra che deve fare i conti con questo triste mito.

Brasile a parte, che nel nuovo millennio misteriosamente sembra immune a questa infausta tradizione, a partire dal 2000 sono la Francia, l’Italia e la Spagna ad aver sfidato la sorte e esserne uscite sconfitte.

Nel 2002 sono i francesi campioni dei Mondiali 1998 a non passare il turno, poi nel 2010 tocca all’Italia, che reduce dal trionfo del 2006, saluta il Sud Africa prima del previsto. Infine, arriva il turno della Spagna, che non riesce a sfuggire alla maledizione dei Mondiali nel 2014.

Ma per la nazionale di Löw l’avventura in Russia si è conclusa nel peggiore dei modi, non solo per l’eliminazione ai gironi, ma anche perché suo malgrado ha conquistato un primato che non si vedeva da decenni.

Dal 1954 al 2014 la Germania è sempre riuscita a qualificarsi, facendosi largo tra le sue avversarie e arrivando almeno ai quarti di finale. Il 2018, però, è l’anno delle sorprese e ha interrotto quel ciclo fortunato che andava avanti da anni e anni.

Sarà finita? Sembra di no, perché si conferma protagonista anche di un’altra consuetudine che da tempo caratterizza i Mondiali di calcio. Si tratta della maledizione del gruppo F, che pare non sia favorevole alla vittoria finale. Nel tempo, coloro che si sono ritrovati inseriti in questa parte del tabellone, non sono mai riusciti a vincere il titolo mondiale. Ne sanno qualcosa l’Inghilterra (1986-1990), l’Olanda (1994), il Brasile (2006), l’Italia (2010), l’Argentina (2014) e gli stessi tedeschi nel 1998.

Se poi vogliamo aggiungere la maledizione della Confederations Cup il quadro è completo: chi vince il titolo di certo non solleva la Coppa del Mondo. Lo dice la storia, vissuta sulla pelle di chi ha creduto di poter sfatare questo mito e si è ritrovato escluso dalle fasi finali del mondiale. Indovinate chi ha vinto l’ultima edizione contro il Cile?

Coincidenze o no, la Germania si ritrova in ognuna di queste situazioni e, confermandosi anche tra quelle nazionali campioni che hanno fallito nella partita d’esordio, chiude questa esperienza a testa bassa ma con tanti spunti di riflessione che dovranno servire per rimettere in piedi una nazionale più forte e più combattiva almeno per le prossime competizioni.

Diceva di avere più presenze di Cafù nella Seleçao. Sì, perché se il pendolino di Roma e Milan ha collezionato 142 gettoni con la maglia verdeoro, c’era chi, seppur non in campo, ha seguito ovunque il Brasile. La sua vita in quasi 160 partite viste negli stadi di tutto il mondo. E se i Pentacampeão si chiamano così per aver vinto cinque Mondiali, lui Clovis Acosta Fernandez, di Coppe del Mondo ne ha viste dal vivo ben sette.

Aggiungete pure altrettante edizioni della Copa America, quattro Confederation Cup ed una Olimpiade. Da Italia ‘90 a Brasile 2014, un percorso che gli ha permesso di respirare l’aria di 66 stati diversi: globetrotter di quel tifo puro e incontaminato, empatico a vederlo solo in viso.

Voi, noi tutti Clovis ce lo ricordiamo: i suoi occhi romantici e innamorati, i suoi baffoni grigio setola e il suo cappello gaucho pieno zeppo di spille racimolate in giro per il globo, da vero mandriano del Sudamerica. E le sue lacrime la notte del Mineirazo, la notte della tragedia di una nazione che alleva bambini che sanno prima controllare un pallone che parlare. Nella disfatta del 7-1 contro la Germania, noi Clovis l’abbiamo visto per l’ultima volta abbracciare teneramente la riproduzione del trofeo mondiale che coccolava da lustri lungo le sue avventure e consegnarla a una piccola tifosa tedesca dicendo, con gli occhi luminosi e umidi: «Non è semplice cedervela, ma ve la meritate. Portatela in finale». Il gesto più dolce nella notte più amara.

E’ nel solco generazionale che si cuce la storia, è il pallone che continua a girare, è il calcio che tenacemente fa venire i brividi e la pelle d’oca. Aveva cominciato nel 1970, a quindici anni, quando era rimasto incantato da quelle stesse casacche giallo-oro che dominarono ai Mondiali del Messico, quello delle prime volte, delle prime partita in tv a colori. Lì decise che avrebbe seguito il Brasile per tutta la vita, ma ci riuscì solo nell’edizione del 1990, in Italia. Ha venduto la sua macchina, una trebbiatrice, la moto e poi l’orologio, per accumulare un gruzzolo onesto per essere lì con la sua squadra a Usa ‘94, Francia ’98, Corea e Giappone 2002, Germania 2006 e Sudafrica 2010.

E quando la telecamera inquadrava Clovis il mondo sembrava più mite, era come se la nostra vita per 90 minuti venisse appagata da quelle scorie di ingiustizia che ci trasciniamo nell’ordinario. Clovis era la nostra coperta di Linus, la nostra sicurezza.
Ma i tempi verbali di questo racconto sono al passato perché il “Gaucho de Copa” se n’è andato nel settembre 2015, a 60 anni, per un cancro che l’ha tartassato per nove lunghi anni. In un ospedale di Porto Alegre che da tre anni sorride un po’ di meno. Fino all’ultimo con il suo cappello da cowboy del sud, carta d’identità per ricordare le sue origini.

Ma quel cappello vive ancora e il racconto cambia declinazione verbale e guarda al presente e al futuro. In Russia il cappello c’è e che anche una nuova Coppa del Mondo e dei nuovi baffi, più leggeri e più neri. Frank e Gostavo, i figli del tifoso leggendario, hanno deciso di intraprendere un nuovo viaggio che è un po’ un percorso di vita, un passaggio di consegne nella famiglia Fernandes.
Il posto sull’aereo rimane vuoto e quando gioca il Brasile, inconsciamente, speriamo di rivedere quei baffi paternali in tribuna. Le lacrime del suo ultimo Mondiale che scendevano lungo i profondi solchi delle sue guance rugose e un tempo paffute, sono un’ingiustizia di questa vita terrena.  E’ quella punta di malinconia, essenza stessa della bossa nova. E di tutto il Brasile.

Questo Mondiale non smette mai di stupirci, quanti verdetti anche nella giornata odierna: il più rumoroso è quello riguardante la Germania, sconfitta 2-0 dalla Corea del Sud e costretta ad abbandonare la competizione; la Svezia si prende la prima posizione nel Girone demolendo 3-0 il Messico; il Brasile vince il proprio raggruppamento e fa fuori la Serbia, al secondo posto si classifica la Svizzera, 2-2 contro il Costa Rica.

Girone E – Il Brasile si prende con una prestazione più che buona la prima posizione nel proprio gruppo superando 2-0 la Serbia, fuori dal Mondiale: Paulinho, assistito da Paulinho, sblocca la partita nella prima frazione mentre Thiago Silva firma il successo definitivo nella ripresa. Nell’altra parte del girone rocambolesco 2-2 tra Svizzera e Costa Rica: si portano avanti gli elvetici con Dzemaili, pareggia Waston, Drmic porta di nuovo avanti la squadra di Petkovic ma allo scadere un autorete permette ai centro-americani di abbandonare la competizione con almeno un punto.

Girone F – Clamoroso in Russia! La Germania si classifica quarta nel proprio girone eliminatorio ed è costretta ad abbandonare anzitempo la competizione: un risultato che ha del clamoroso, oltre che dello storico, in particolare pensando all’incredibile iniezione di fiducia successiva al gol allo scadere di Kroos contro gli scandinavi. Ad impedire ai tedeschi di accedere agli ottavi ci pensa la Corea del Sud che, nonostante l’eliminazione quasi certa, hanno giocato molto concentrati ed hanno trovato il gol grazie a Kim e Son, entrambi a segno nel secondo minuto di recupero. La prima posizione del girone se la prende la Svezia che demolisce i messicani con un sonoro quanto inaspettato 3-0, arrivato interamente nella ripresa: i latino-americani si piazzano secondi.

Domani si concluderà la fase a gironi di questo Mondiale, con le squadre dei gruppi G ed H in campo rispettivamente alle 20:00 e alle 16:00: nel pomeriggio il Giappone, primo, sfida la Polonia già eliminata per blindare un posto agli ottavi; nell’altra sfida invece la Colombia è costretta a battere il Senegal per superare questo turno eliminatorio; nell’altro raggruppamento riflettori puntati su Inghilterra-Belgio per scoprire chi arriverà primo mentre Panama-Tunisia ci rivelerà quale delle due squadre abbandonerà la competizione al terzo posto e quale come ultima.

Le probabili formazioni:

Giappone: Kawashima; Sakai, Yoshida, Shoji, Nagatomo; Shibasaki, Hasebe; Haraguchi, Kagawa, Inui; Osako. All. Nishino
Polonia: Szczesny; Piszczek, Bednarek, Pazdan; Bereszynski, Goralski, Krychowiak, Rybus; Zielinski, Lewandowski, Kownacki. All. Nawalka

Senegal: K.N’Diaye; Wagué, Sané, Koulibaly, Sabaly; NDiaye, Gana Gueye, A. N’Diaye, Mané, Niang, Sarr. All. Cissé
Colombia: Ospina; Arias, Mina, Mojica, Sánchez; Barrios, Aguilar; Cuadrado, James Rodriguez, Quintero; Falcao. All. Pekerman

Inghilterra: Pickford; Jones, Stones, Cahill; Alexander-Arnold, Dele Alli, Dier, Lingard, Rose; Kane, Rashford. All. Southgate
Belgio: Courtois; Kompany, Boyata, Vermaelen; Januzaj, Fellaini, Dembelé, Carrasco; Tielemans, T. Hazard; Batshuayi. All. Martinez

Panama: Penedo; Murillo, Escobar, R. Torres, Davis; Gomez, Godoy; Barcenas, Cooper, J. Rodriguez; Perez. All. Gomez
Tunisia: Ben Mustapha; Nagguez, Meriah, Benalouane, Maaloul; Sassi, Skhiri; Badri, Khaoui, Ben Youssef F.; Khazri. All. Maaloul