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Chi è cresciuto a pane e PlayStation può capire il senso di devozione nei confronti di un mito pixelato. Quando l’unica preoccupazione del pomeriggio era andare a giocare a calcio al parco o rintanarsi in camera e divorare i joypad con gli amici tra esilaranti sfide al vecchio Iss Pro (il precedente nome dell’attuale Pes). Lui, Roberto Larcos era dogma.
Nell’era dei nomi taroccati per mancanza di licenze, quello che era a tutti gli effetti l’alter ego di Roberto Carlos, aveva e avrà per sempre un posto speciale nell’olimpio videoludico. Un re Mida che trasformava in oro ogni pallone che toccava. Anzi, dal suo sinistro esplodevano autentiche mine in grado di mandare all’aria patti d’amicizia decennali.

La sua rincorsa ritmica, a piccoli passi per poi accelerare, incantava chi era dinanzi allo schermo, non fosse per altro che al tempo la Konami, la casa che produceva e produceva Pes, lasciava pochi spazi alla personalizzazione di mosse e dell’aspetto dei calciatori. La punizione di R. Larcos era un unicum al pari dei due triangoli verdi che aveva in testa Taribo West, istrionico difensore della Nigeria con le treccine colorate.

Avere il terzino brasiliano in squadra, insomma, era sinonimo di potere. Che poi, in realtà, forse nemmeno i puristi del genere hanno effettivamente schierato R. Larcos nel suo naturale ruolo di terzino.
Sì perché nella trasposizione irreale del gioco, nella mitologica possibilità di alterare le formazioni, sfido a trovare qualcuno che non abbia mai schierato il numero sei brasiliano in attacco. Potenza di tiro massima, velocità elevata, era una spina ai fianchi delle difese avversarie.
Era la mossa della disperazione quando si stava perdendo o quando si voleva strafare. Insomma un po’ Mr. Wolf nel film “Pulp Fiction” di Quentin Tarantino: risolve problemi.

Per qualcuno il calcio è rimasto come passione, per altri è diventato un mestiere. Come per Mario Rui, il terzino portoghese che tanto bene ha fatto a Empoli e ora gioca nel Napoli. Chiamatela coincidenza, ma anche Mario Rui è stato un devoto del nostro mito Larcos:

Ricordo che alla Play tutti i nomi erano sbagliati. La coppia d’attacco era Ronaride -Roberto Larcos, ovviamente Ronaldo e Roberto Carlos. Come tutti mettevo Roberto Carlos in attacco perché era piccolo, velocissimo e aveva un tiro impressionante. Da lì ha cominciato a piacermi e non so se sia stato il destino, ma ho cominciato anche io a giocare da terzino…

 

Insomma, tra Chalivert, Batutista e tutti i leggendari calciatori della Master League (Castolo su tutti), Roberto Larcos sale sul gradino più alto del podio. E qualcuno, preso da una botta di nostalgia, ha deciso di ricreare l‘incredibile punizione da centrocampo tutta carica d’effetto, a 115 km/h, che il giocatore passato dall’Inter e divenuto leggenda nel Real Madrid, segnò con la Seleçao contro la Francia nel 1997. Oltre ai pali spigolosi, trovate altre differenze?

A settembre compirà 30 anni, eppure ha lasciato il ricordo di una meteora che sarebbe potuta diventare una stella. E invece è rimasto fermo alle gesta di quando non aveva neanche 20 anni. Dieci anni fa Alexandre Pato era considerato uno dei giovani più promettenti sul panorama internazionale. Oggi riparte per la seconda volta dal San Paolo dopo i due anni in Cina nel Tianjin Quanjian. Ha firmato un contratto fino al 2022 scegliendo il club che ha battuto la concorrenza di Palmeiras, Santos e Galatasaray.

Un talento fermato da un fisico fragile

Pato, tuttavia, non potrà disputare il campionato paulista (dello Stato di San Paolo) perché la lista da presentare alla federazione scadeva il 22 marzo. Potrà rifarsi nel Brasileirao, con l’esordio tra un mese contro il Botafogo. Per il Papero è la terza esperienza in patria. Esploso nell’Internacional di Porto Alegre, dove ha militato nelle giovanili, Pato era approdato al Corinthians dopo gli anni rossoneri. Prima di emigrare in Cina era passato, senza troppe fortune, da Chelsea e Villareal, racimolando solo 26 presenze (di cui la miseria di due gettoni con i Blues) e 7 reti tra il 2014 e il 2016.

La prima parentesi al San Paolo era stata di tutto rispetto. Tra il 2014 e il 2016 scende in campo in 100 partite segnando 38 gol, solo 26 nel 2015 con il titolo di capocannoniere del club. Poi il biennio in Cina con 46 centri in 58 partite. Numeri confortanti lontani, però, da quel calcio europeo in cui aveva fatto sognare i tifosi del Milan. Pato si mette in vetrina quel 13 gennaio 2008 con quell’esordio pirotecnico contro il Napoli. I continui guai fisici gli impediranno di esprimere a pieno il suo potenziale, visto solo a sprazzi. Come nelle notti europee da ricordare al Bernabeu (prima vittoria del Milan contro il Real a domicilio) o al Camp Nou. Eppure, se chiedete a un tifoso del Diavolo di Pato, molti vi ricorderanno il mancato scambio con Tevez nel 2012 a causa della relazione dell’attaccante brasiliano con Barbara Berlusconi.

Se nasci oriundo e diventi calciatore, arriva prima o poi quel momento in cui decidere da che parte stare. Quali colori indossare, quale inno nazionale cantare. Chiedere informazioni a Luiz Felipe Ramos Marchi, giovane difensore della Lazio che qualche giorno fa ha risposto alla convocazione dell’Under 21 di Di Biagio. Di origini italiane, Luiz Felipe aveva fatto la sua scelta. Al verdeoro della torcida aveva preferito l’azzurro vivo. Ma probabilmente è stato solo un momento di debolezza, visto che il sangue brasiliano ha avuto alla fine la meglio.

I motivi del No

Dopo aver raggiunto il ritiro dell’under, il difensore laziale ha fatto marcia indietro. Ha riflettuto, ha capito che quella non sarebbe stata la Nazionale sognata da bambino. E per rispetto suo e dei colori italiani ha abbandonato il ritiro di Roma. In un post su instagram Luiz Felipe ha fatto poi chiarezza. Ha ringraziato Di Biagio e la Federazione, si è detto lusingato di poter indossare «la prestigiosa maglia della Nazionale italiana». Ma tutto questo non bastava.

Il calcio è soprattutto una questione di cuore e sentimento e sono sicuro che la mia scelta verrà compresa

E dire che un eventuale debutto azzurro non avrebbe precluso le chance di Luiz Felipe di giocare con la maglia della Seleçao. Ma il cuore ha avuto la meglio e mister Luigi Di Biagio ha capito la scelta.

Ne ho preso atto, ci ha sorpreso, ma siamo rispettosi di quello che ci ha detto il giocatore. Mi dispiace, lo avrei valutato per queste due gare e avrei magari capito se poteva far parte o meno del nostro gruppo, così non è stato.

Gli azzurrini sono in ritiro a Roma per preparare le amichevoli contro l’Austria a Trieste giovedì e la Croazia, a Frosinone lunedì prossimo. Sullo sfondo ci sono gli Europei Under 21 che l’Italia giocherà in casa dal 16 al 30 giugno (in coabitazione con San Marino). Gli azzurrini non vincono la competizione dal 2004, in finale 3-0 contro la Serbia Montenegro.


 

Ancora una volta, l’ennesima volta è sempre Lionel Messi.

Il campione argentino del Barcellona ha dimostrato che il Barcellona è ancora lui. Nel match di Liga contro il Siviglia ha sfoderato una prestazione super che gli ha permesso di segnare un nuovo record, che si va ad aggiungere già alla ricca lista di risultati individuali ottenuti in Spagne e in Europa.

Al Sánchez Pizjuán il numero 10 argentino ha registrato il 50esimo hat-trick della sua immensa carriera da professionista, la 44esima con la maglia blaugrana (le altre sei con la nazionale argentina).

Quelli realizzati non sono stati gol “scontati”, sono stati gol alla Messi, sia per peso ma soprattutto di rara bellezza. Una tripletta mozzafiato che per gli amanti del calcio sono un inno allo sport: la prima rete è stata segnata al volo con una girata di prima intenzione sull’altezza del dischetto del rigore, la seconda con un tiro di destro (non è il suo piede) sotto all’incrocio e per concludere un cucchiaio delizioso a beffare il portiere del Siviglia, Tomas Vaclik.

Una grande risposta a tutti coloro che avessero ancora qualche dubbio su Leo Messi. La squadra catalana lo ha voluto omaggiare attraverso un tweet, definendolo il “più forte di sempre!”.

Parole forti che riaccendono la polemica e la diatriba con Ronaldo per chi sia il più forte calciatore attuale e della storia.
Una tripletta che comunque entra di diritto negli annali del calcio. Con il 44esimo hat-trick in azulgrana, di cui 29 messe a segno al Camp Nou e altre 15 sparse nei vari stadi spagnoli ed europei.

L’esultanza al terzo gol è stato un déjà vu. Il pugno destro in alto tra le braccia del compagno Dembélé ha infatti scomodato una leggenda come Pelé.
Difficile trovare le differenze tra il 2019 e il lontano 1970, quando O Rei segnò all’Italia nella finalissima mondiale all’Estadio Azteca vinta 4-1 dal Brasile: stessa espressione di gioia e stesso pugno alzato mentre è Jairzinho a portarlo in trionfo. Un’immagine e un accostamento che sta facendo il giro della Spagna, suggestivo parallelo tra due campioni che occupano di diritto un posto nell’Olimpo del calcio.

I campi della Serie A gli avrebbe potuto assaporarli già nel 2011, quando la Juventus lo aveva cercato e portato a Torino salvo poi firmare per il Chelsea e volare in Inghilterra.

Questa sera allo stadio Bentegodi di Verona contro la Roma, Lucas Piazon dovrebbe debuttare in Serie A con la maglia del Chievo.

 

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Official presentation! Home for the next 4 months! FORZA CHIEVO 💙💛

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Preso in prestito dai Blues nella finestra di mercato invernale, il brasiliano classe ’94 farà il suo esordio nel campionato italiano 8 anni dopo esserci andato vicino se fosse arrivato a Torino.

Destini e situazioni completamente diversi rispetto a qualche anno fa. Quella Juventus era in fase di crescita dopo gli anni bui ma che stava per vivere una della annate più belle con Antonio Conte allenatore; i clivensi, invece, ora sono ultimi in classifica e hanno bisogno di punti per allontanare la sempre più presente ombra della Serie B.

Tuttavia Piazon ha deciso di accettare l’offerta dei veneti per mettersi in gioco in un campionato difficile com’è quello italiano e magari sarà un modo per dimostrare le sue qualità per quello che in molti definivano come il “nuovo Kakà”.

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Lucas Piazon al suo arrivo a Torino. Il quotidiano Tuttosport esaltava le sue doti

Proprio come l’ex Pallone d’oro rossonero, Piazon è arrivato in Europa dal San Paolo nel gennaio 2012, per volare a Londra. Gli inglesi lo acquistano l’allora 17enne per 7,5 milioni di euro offrendogli un contratto di un milione di euro.
Uno dei motivi primari per il suo mancato approdo a Torino è stato proprio l’ingaggio.

Sono onorato di non aver preso Piazon a queste con­dizioni. Non sarebbe stato etico riconoscere a un minorenne uno stipendio così alto!

avrebbe detto qualche anno dopo l’ex ad bianconero, Beppe Marotta.

L’esperienza con i Blues, tuttora, non è stata delle migliori.
Dopo le buone apparizioni con la squadra giovanile con la quale vince la FA Youth Cup e il premio di “Miglior Giovane del Chelsea”, debutta con la prima squadra, ma collezionerà solo tre presenze. Il brasiliano, infatti, nel corso delle stagioni gira un po’ nei vari campionati europei: Malaga (Spagna), Reading e Fulham (Inghilterra), Vitesse (Olanda) e Eintracht Francoforte (Germania).

Tra le sue stagioni migliori, sicuramente le due appena trascorse tra le fila dei Cottagers in Championship e quella in Eredivise con il Vitesse nel 2013/14.

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Piazon con la maglia del Fulham

In Olanda, club satellite dei Blues, ha ottenuto 31 presenze con 11 gol e 8 passaggi vincenti. Con i bianconeri londinesi, invece, ha giocato 58 partite arricchite con 12 reti e 9 assist che hanno aiutato la squadra a raggiungere i playoff e la successiva promozione in Premier League.

Ritornato al Chelsea, sperava che Sarri gli concedesse qualche chance.  Alla corte dell’ex allenatore del Napoli, però, è riuscito solamente a ottenere una convocazione in panchina contro il Tottenham, in Coppa di Lega. Da questa situazione è nata l’idea di provare l’esperienza italiana con il Chievo, che l’ha ottenuto in prestito con diritto di riscatto.

La scelta di venire in Italia deriva dal mio desiderio di tornare ad essere protagonista in campo e combattere per qualcosa.

L’ambiente clivense potrebbe certo giovargli e potrebbe essere il luogo giusto in cui dimostrare il valore di cui tutti si sono stupiti nel 2011, quando riuscì a guidare il Brasile U17 al trionfo nel Campionato Sudamericano di categoria.

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Ci sono stati tanti portieri brasiliani che sono arrivati in Italia e hanno contribuito alle vittorie delle proprie squadre, guidando la difesa in maniera egregia e mettendo in mostra parate sensazionali.

C’è stato il glorioso tempo di Cláudio Taffarel, campione del Mondo 1994 e numero 1 del Parma dei primi anni ’90, Nelson Dida trionfatore con il Milan di due Champions League, l’ex giallorosso Doni, e Julio Cesar, protagonista del triplete nerazzurro nel 2010.

Il passaggio di Julio Sergio e di Neto (ora al Valencia), così come l’attuale portiere del Liverpool e dalla Seleção, Alisson Becker. Tra questi anche alcuni mezzi flop come Gabriel (ex Milan ora al Perugia), Rafael (ex Napoli ora terzo alla Samp), Da Costa (secondo del Bologna) e Rubinho (ex terzo portiere della Juve).

La scuola italiana dei portieri è sempre ottima ma, spesso, si vola in Sudamerica per fiutare le giuste occasioni.

È quello che è capitato a Inter e Genoa. Le due società si sono assicurati due nuovi estremi difensori, il grifone per l’attualità, i nerazzurri per il futuro.
Si tratta di Jandrei e Brazão. Il primo è un classe ’93 ed è arrivato a Genova dalla Chapecoense, il secondo è un 2000 ed è stato prelevato dal Cruzeiro. Quest’ultimo, in realtà, è stato acquistato dal Chievo in stretta collaborazione col club di proprietà della famiglia Zhang. Un’operazione simile a quella fatta con Julio Cesar.

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Il portiere Julio Cesar con la maglia dell’Inter. Coi nerazzurri ha giocato 7 stagioni

L’ex portiere carioca è arrivato in Italia nel 2005. Comprato dall’Inter, viene girato in prestito proprio al club clivense poiché i nerazzurri hanno raggiunto il tetto massimo di tesserati extracomunitari. Per l’appunto il giovanissimo Brazão dovrebbe restare a Verona fino al termine della stagione per poi firmare un contratto quinquennale con l’Inter. Tuttavia prima del suo approdo in Italia, l’estremo difensore deve terminare la sua esperienza con la nazionale verdeoro al Sub20 che si sta tenendo in Sudamerica. Abile pararigori con l’Under 17, inoltre, ha vinto un Guanto d’oro ai Mondiali di categoria oltre che una medaglia d’oro al Sub17.

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Due stagioni con la Chapecoense per Jandrei. Ora la grande occasione europea

Per Jandrei, invece, il Genoa è già pronto a lanciarlo. Seppur in staffetta con l’attuale portiere titolare Radu, il brasiliano ha sicuramente scalzato Marchetti, sempre più ai margini del progetto. Arrivato per 900mila euro Jandrei ha firmato fino al 2021. Sino ad ora conta 76 partite nel campionato brasiliano, subendo 99 reti con 21 clean sheet. Contro il Milan probabile si accomodi in panchina, anche se mister Prandelli sa benissimo che potrebbe contare sulla sua esperienza e sulla tecnica.

Un attaccante giramondo che a 42 anni non ha intenzione di fermarsi e ha firmato l’ennesimo contratto da professionista.

Se lo chiamano El Loco un motivo ci sarà, o forse due: in primis perché spesso ha avuto atteggiamenti sopra le righe in campo ma anche per il suo continuo cambiar squadra.

È l’uruguaiano Sebastián Abreu, il quale ha detto sì alla 28esima squadra di calcio. Sì ben 28 club differenti in oltre 24 anni di carriera che gli hanno permesso di entrare addirittura nel libro dei Guinnes World Record già dal 2016, come calciatore ad aver indossato il maggior numero di maglie nella carriera professionistica.

La sua nuova avventura sarà nel Rio Branco, squadra che milita in quarta divisione brasiliana. Proprio in Brasile è già stato protagonista in passato con Gremio (nel 1998), Botafogo e Figueirense (tra il 2010 e il 2012) prima del passaggio al Bangu nel 2017.

La sua lunga carriera è stata ricca di gol e di apparizioni soprattutto in Sudamerica: in Argentina ha giocato con il River Plate, il Rosario Central e il San Lorenzo, oltre alle tante avventure in Uruguay, Paraguay, Messico, Cile, El Salvador ed Ecuador.
Nel gennaio del 1998 si trasferisce in Europa, agli spagnoli del Deportivo La Coruña. L’esperienza non è entusiasmante ed è per questo che poi è iniziato il suo girovagare, affascinato dall’idea di immedesimarsi in nuovi campionati e in diversi Paesi.

Nel 2008 ritorna in Europa, trasferendosi in Israele a Gerusalemme nel Beitar, prima di altre due esperienze nel vecchio continente: ancora in Liga nella Real Sociedad e ai greci dell’Aris Salonicco.

La sua bacheca è ricca di titoli: 5 campionati uruguaiani, 2 argentini, 1 campionato salvadoregno e 1 campionato carioca, oltre a tantissime classifiche di capocannoniere.

Con la Celeste ha giocato ben 70 partite, realizzando 26 reti, tra cui due nella vittoriosa Coppa America del 2011.

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El Loco Abreu durante la trinofante Coppa America 2011

Una sfilza lunghissima di club che forse lo stesso Abreu ha dimenticato. Una cosa è certa: non ha intenzione di fermarsi e il suo obiettivo è quello di dare il massimo per la sua nuova squadra e puntare alla promozione. Chissà poi cosa gli riserverà il futuro.

Grande attaccante brasiliano giunto in Italia a metà anni ’90: Marcio Amoroso è stato un calciatore con il vizio del gol, apprezzato da tutti.

A portarlo in Europa è stata l’Udinese, che lo preleva dal Flamengo nell’estate 1996, all’età di 22 anni.
Nella prima stagione europea realizza 12 reti in campionato.

In questi giorni, a Udine dopo quasi 23 anni, è tornato un altro Amoroso. Si tratta di Matteo figlio proprio dell’indimenticato Marcio. I tifosi friulani sono legati al brasiliano ed è per questo che la notizia dell’arrivo del secondogenito riempie di gioia la piazza bianconera.

Matteo è un centrocampista offensivo classe 2003 e ha firmato un contratto con la società dei Pozzo. La famiglia, proprietaria del club, ha voluto ricreare il binomio Amoroso-Udine per cercare di seguire le orme di papà Marcio.
Il giovane arriva da Granada, ex squadra di proprietà dei Pozzo, città in cui la famiglia Amoroso vive. Tuttavia l’ex attaccante ha deciso di seguire il proprio figlio e pertanto dalla prossima estate si ritrasferirà nel capoluogo friulano.

La salita per diventare un professionista è ancora lunga, intanto Matteo si è unito al gruppo degli Under 16 del club.

Ovviamente il sogno è quello di ripercorrere la strada di suo padre, come spesso accade nel mondo del calcio, con altri figli di ex campioni.

Non sempre il percorso è facile e spesso il cognome che si porta è troppo pesante da reggere in campo. Il cognome Amoroso, certo è uno di questi.

 

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“O Mundo da voltas, e milhões de voltas” Quando eu era criança, tinha um sonho de me tornar jogador de futebol e jogar no Campeonato Italiano, por ser o mais difícil do mundo.. Realizei meu sonho usando o manto Bianconero do meu querido clube @udinesecalcio, clube que tem como seu maior ídolo dois Camisas10, @zico_oficial e @totodinatalereal.. Hoje vejo meu filho @mattamoroso seguindo meus passos e tendo a oportunidade de jogar pelo clube que cresci no futebol europeu, me tornando artilheiro do Campeonato na temporada 98/99.. O semblante desse menino, que tem o mesmo sonho que o meu, é de sucesso!! Isso que te desejo filho, muito sucesso, humildade, caráter e profissionalismo.. Que você seja muito feliz vestindo essa camisa!! #AleUdin #Mandi #FuarceUdin #Totalmentedipendente ⚪️🖤 #MattAmoroso #UdineseCalcio16.. #Boraformarfisicamente #Boraformartaticamente

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A Udine Marcio Amoroso ha lasciato ricordi indelebili: nella stagione 1998/99 ha vinto il titolo di capocannoniere in serie A con 22 reti, trascinando l’Udinese a uno storico terzo posto in classifica. È stato, inoltre, l’ultimo brasiliano a imporsi nella graduatoria dei marcatori in Italia.

Il club friulano l’ha poi venduto al Parma di Callisto Tanzi per ben 64 miliardi di vecchie lire, con cui ha giocato due stagioni vincendo una Supercoppa Italiana, prima del trasferimento ai tedeschi del Borussia Dortmund. Con i gialloneri ha conquistato un Meisterschale nella stagione 2001/02.

Dopodiché una serie di avventure nuovamente in Brasile, tra cui al San Paolo con cui ha trionfato in Coppa Libertadores e al Mondiale per Club, nel 2005.
Un’altra breve apparizione italiana è avvenuta nella seconda parte di stagione 2006 a Milano, sponda rossonera. In cinque presenze (quattro in campionato e una in Coppa Italia) ha ralizzato una sola rete.

Con la nazionale brasiliana 19 presenze e 10 reti. Nel 1999 è stato tra i protagonisti della vittoria della Coppa America, in Paraguay.

Sarà un 2019 all’insegna del bel calcio grazie alla Nazionale italiana femminile che disputerà il Mondiale in Francia.

A Parigi c’è stata la cerimonia dei sorteggi. A vent’anni dall’ultima volta, le ragazze della ct Milena Bertolini se la vedranno contro l’Australia, il Brasile e la Giamaica nel girone C.

Nella prima partita le azzurre scenderanno in campo contro le oceaniche allo stadio Hainaut di Valenciennes, il 9 giugno prossimo.

Da nazionale in terza fascia, il girone non è certo semplice ma comunque è stato positivo evitare Stati Uniti e Giappone, le più forti in circolazione.

Per l’Italia il duro compito di cancellare il forfait maschile di quest’anno e provare a giocarsela al meglio pur sapendo che sarà un percorso difficilissimo. La sfrontatezza delle ragazze però, sarà un punto a loro favore e che gioverà nel corso del torneo. Inoltre, la nostra nazionale ha saputo farsi notare anche dalle avversarie grazie all’ottimo girone di qualificazione con sette successi su otto partite.

Il primo match sarà affascinante perché le Socceroos sono una nazionale ben affermata nel calcio femminile, al settimo Mondiale consecutivo, dopo aver saltato soltanto la prima edizione del 1991, in Cina.

L’allenatrice Bertolini sfida tre tecnici uomini, un segnale importante per il calcio mondiale.

Quando si arriva alla fase finale di un Mondiale tutte le gare sono dure, l’importante è giocarle con il massimo impegno come abbiamo sempre fatto fino a oggi. Siamo pronte per affrontare questa bellissima esperienza.

La seconda uscita sarà con la debuttante Giamaica. In questa partita le azzurre devono provare a vincerla per sperare in uno storico passaggio del turno, giocandosela a viso aperto contro il Brasile, della fuoriclasse Marta, nell’ultimo match martedì 18 giugno.

La stella verdeoro è una vera e propria bomber, miglior marcatrice del Mondiale con 15 reti.  La nazionale sudamericana è tecnica ma forse pecca ancora un po’ di errori tattici che la capitana Sara Gama e compagne dovranno sfruttare al meglio.

Fuori dal girone azzurro ci sarà anche la prima calciatrice che ha vinto un Pallone d’oro. Si tratta della norvegese, Ada Hegerberg, l’attaccante del Lione è stella della nazionale scandinava nel girone A.

Roberto Mancini, ct dell’Italia, ci stava pensando da un po’, ma è arrivata, prontamente, la contromossa della Nazionale brasiliana: il commissario tecnico Tite, infatti, ha convocato Allan che finalmente farà il suo esordio con maglia verdeoro per la prima volta nelle amichevoli contro Uruguay, il 16 novembre, e Camerun, il 20 dello stesso mese.

Il centrocampista del Napoli è da un paio di stagioni al top della sua condizione e uno dei calciatori con il più alto rendimento in Serie A: già con Sarri si è ritagliato un ruolo imprescindibile nel centrocampo azzurro sia come incontrista e spezza-azioni avversarie sia come costruttore della manovra. Con Ancelotti, Allan sta mantenendo lo stesso alto e proficuo rendimento (chiede al Paris Saint-Germain e a Mbappè, in Champions League) e, ovviamente, i radar della Seleção si sono attivati.

 

«Il modulo tattico del Napoli di Sarri era molto simile al nostro», ha detto Sylvinho, ex membro dello staff dell’Inter, ora assistente di Tite, che ha osservato vari giocatori in Europa. «Con Ancelotti è cambiato poco. Allan è molto dinamico nella gestione del gioco a centrocampo». Inevitabile la soddisfazione del giocatore per la sua prima chiamata con il Brasile: «È una gioia immensa, sono emozionatissimo per questa convocazione. Ringrazio tutto il Napoli: la società, il mister e il gruppo con i quali condivido la mia felicità».

La caparbietà ammirata in campo del centrocampista ex Udinese è anche la dimostrazione della sua forza di volontà nel continuare a credere e a inseguire una convocazione arrivata, forse, per il rotto della cuffia. A gennaio, il ragazzo nato a Rio de Janeiro, compirà 28 anni e dopo anni di impegno e sacrifici, ecco la grande soddisfazione. Un punto di partenza per ruggire e sovrastare a centrocampo, anche con la maglie del Brasile.