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Lothar Matthäus ha appeso gli scarpini al chiodo annunciando il suo definitivo ritiro dal calcio giocato. No, non siamo arrivati tardi di 18 anni rispetto alla sua partita d’addio giocata nel 2000 dopo l’ultima eclettica esperienza in America, nei Metro Stars.

Campione del Mondo con la Germania nel 1990 e Pallone d’Oro lo stesso anno, il primo a ottenere questo riconoscimento con la casacca dell’Inter, Matthäus questa volta ha davvero detto basta. Ma prima, aveva un ultimo desiderio da realizzare nonostante i tanti, tantissimi successi. Con oltre 750 presenze tra Borussia Mönchengladbach, Bayern Monaco e Inter e ben 150 gettoni con la Die Mannschaft, al carismatico centrocampista mancava una sola partita.
Una partita d’affetto e di amore: giocare ancora un’ultima volta con il club della sua adolescenza, la squadra da dove ha spiccato le ali sul finire degli anni Settanta, l’Fc Herzogenaurach.

Il 57enne ha chiuso il cerchio della sua vita sportiva, tornando alle radici: domenica 13 maggio ha indossato la fascia di capitano e la maglia azzurro scuro, si è accovacciato per la “consueta” foto di gruppo prima del fischio iniziale e ha giocato 50 minuti nella vittoria per 3-0 dei padroni di casa contro lo SpVgg Hüttenbach-Simmelsdorf. Davanti a mille tifosi, nell’ultimo match della Bavarian Landesliga, sesta categoria nella piramide calcistica tedesca.

Dalle giovanili alla prima squadra, passando per l’under 17 e l’under 19, Lothar Matthäus deve tutto alla società di Herzogenaurach che, nel 1979, ha accettato di cedere il promettente centrocampista al Gladbach. Da lì un’ascesa unica che l’ha portato a vincere (ci perdonerete per il lungo elenco) sette Meisterschale, tre Dfb-Pokal e una Supercoppa di Germania con il Bayern Monaco, uno Scudetto e una Supercoppa italiana con l’Inter, un campionato americano con la compagine dei New York Metro Stars, due Coppe Uefa, un Europeo con la Germania e il Mondiale 1990.

L’iniziativa è stata supportata dalla Puma, sponsor tecnico della formazione, e che proprio a Herzogenaurach, 70 anni fa, ha fondato il suo quartiere generale. La città a 200 chilometri da Monaco, infatti, è famosa per aver visto nascere dalla stessa costola familiare sia l’Adidas che, appunto, la Puma. Un paese diviso, fatto di gelosie e antipatie al punto da essere soprannominata “la città dei colli piegati”: una persona, prima di salutare e iniziare una conversazione con un’altra persona, controllava quali scarpe avesse addosso.

Ma nell’ultimo match da professionista di Lothar, che nel frattempo ha intrapreso una vincente carriera da allenatore, non si è pensato a questo. Era il suo sogno, ha detto a fine gara abbastanza sudato e provato. Ha ammesso di esser stato poco utile in copertura, ma ha provato qualche giocata di classe e qualche colpo che gli riesce ancora bene.

Però deve rassegnarsi: nonostante sia il detentore del record per numero di partecipazioni a un Mondiale (cinque  insieme al messicano Antonio Carbajal e all’italiano Gianluigi Buffon) e il calciatore con più presenze assolute nelle fasi finali della rassegna iridata, ben 25, non è stato inserito dal ct Joachim Löw  nella lista dei convocato per Russia 2018.

Eterno “panzer” Lothar!

I precedenti sono quelli che sono e va bene così. Manuel Neuer è stato molto vicino a rompere l’egemonia Messi – Cristiano Ronaldo nella rincorsa al Pallone d’Oro. Ed è stato, beffardamente, osannato nel 2014, dopo il Mondiale vinto. Tutti a incensare le gesta del tedesco, su Facebook a pubblicare i video delle sue parate, delle sue mirabolanti uscite.

Endorsement vari, uno ai tempi proveniente addirittura dall’Argentina e portava la firma di Diego Armando Maradona. Ma poi come va a finire? Esattamente come quando tutti criticano pubblicamente il signor B. e alla fine il suo partito vince(va) sempre le elezioni. E poi “Manuanoja” è arrivato terzo, nel 2014, e nemmeno secondo. Dietro Messi. E ti pareva anche questo.

Strano ruolo, quello del portiere. E così chapeau per Lev Jašin (ma voi chiamatelo Yashin) primo ed ultimo estremo difensore a vincere questo riconoscimento. Era il 1963, il trofeo non aveva neppure dieci anni, diciamo che eravamo tutti più innocenti e sbarbatelli.
Così, Manuel non ti resta che tenere a mente queste parole dello scrittore Eduardo Galeano nel libro “Splendori e miserie del gioco del calcio”: ricordati, la maledizione ti perseguiterà fino alla fine dei tuoi giorni. Hai scelto di essere un portiere e, in quanto tale, sei uno sfigato. Con affetto.

Lo chiamano anche portiere, numero uno, estremo difensore, guardapali, ma potrebbero benissimo chiamarlo martire, paganini (nella zona rioplatense indica scherzosamente chi paga il conto), penitente, pagliaccio da circo. Dicono che dove passa lui non cresce l’erba. E’ un solitario. Condannato a guardare la partita da lontano. Senza muoversi dalla porta attende in solitudine, fra i tre pali, la sua fucilazione. Prima vestiva di nero come l’arbitro. Ora l’arbitro non è più mascherato da corvo e il portiere consola la sua solitudine con la fantasia dei colori. Lui i gol non li segna. Sta lì per impedire che vengano fatti. Il gol, festa del calcio: il goleador crea l’allegria e il portiere, guastafeste, la disfa. Porta sulle spalle il numero uno. Primo nel guadagnare? No, primo a pagare. Il portiere ha sempre la colpa. E se non ce l’ha paga lo stesso. Quando un giocatore qualsiasi commette un fallo da rigore, il castigato è lui: lo lasciano lì, abbandonato davanti al suo carnefice, nell’immensità della porta vuota. E quando la squadra ha una giornata negativa, è lui che paga il conto sotto una grandinata di palloni, espiando peccati altrui. Gli altri giocatori possono sbagliarsi di brutto una volta o anche di più, ma si riscattano con una finta spettacolare, un passaggio magistrale, un tiro a colpo sicuro: lui no. La folla non perdona il portiere. E’ uscito a vuoto? Ha fatto una papera? Gli è sfuggito il pallone? Le mani di acciaio sono diventate di seta? Con una sola papera il portiere rovina una partita o perde un campionato, e allora il pubblico dimentica immediatamente tutte le prodezze e lo condanna alla disgrazia eterna. La maledizione lo perseguiterà fino alla fine dei suoi giorni

Ps. il Mondiale – in attesa del prossimo in Russia – Neuer l’ha vinto. Messi (ancora) no.

Nella piazzetta antistante alla mastodontica e moderna Allianz Arena, a Monaco di Baviera, c’è una targa con il volto di un uomo in bassorilievo e sull’epigrafe bronzea si legge: “Kurt Landauer – Der Präsident des Bayern München”. In verità, la scritta in tedesco è accompagnata da una frase tradotta anche in ebraico e la stessa piazzetta (come la via che sbuca dinanzi allo stadio), nel dicembre 2015 è stata intitolata all’ex-presidente bavarese che ha rivestito la carica, in tre periodi differenti, dal 1913 al 1951, ottenendo il mandato più lungo, ben 19 anni, non ancora eguagliato. Sotto la sua guida il club ha vinto, nel 1932, il suo primo titolo nazionale e gettato le basi dei suoi futuri e attuali successi sportivi.

Presentazione della targa commemorativa alla presenza di Franz Beckenbauer, presidente onorario del Bayern
Nato il 28 luglio 1884 a Planegg, paesino non lontano da Monaco, da una famiglia ebrea che gestiva un negozio di abbigliamento femminile, Kurt si avvicinò al club bavarese, nel 1901, inizialmente come calciatore, ricoprendo il ruolo di secondo portiereGià nel 1913 assunse il titolo di presidente, incarico, però, interrotto dopo solo un anno, perché con l’esplodere della prima guerra mondiale, fu chiamato al fronte per difendere la patria. Ottenuta la Croce di Ferro al valore e terminata l’esperienza bellica, tornò a rivestire il ruolo di “numero 1” della squadra bavarese fino al 1933: nel suo secondo mandato, Kurt si focalizzò principalmente sull’edificazione di una società capace di vincere, partendo da un’organizzazione solida e controllata.

Riformò il settore giovanile, un’idea al tempo unica e, con un’attenta pianificazione, fece diventare il Bayern una squadra economicamente potente. Fu considerato antisportivo e contro i principi etici tedeschi quando propose di stipendiare i calciatori per il loro tempo speso in campo: un incentivo, pensava, per portare anche giocatori talentuosi nel club.
Lui, inoltre, apprezzava le squadre straniere dalle quali poteva apprendere e imparare: il Bayern giocò regolarmente amichevoli contro avversari svizzeri, ma anche contro i più forti del tempo che venivamo dall’Ungheria e dall’Austria. Un atteggiamento, ancora una volta, osteggiato dalla Federazione calcistica tedesca che voleva un calcio nazionale puro e libero da contaminazioni.

Dopo anni magri, finalmente, nel 1932, il Bayern vinse il suo primo titolo nazionale: il 24 aprile, con le reti di Oskar Rohr e Franz Krumm e guidati dall’allenatore Richard Kohn, il gruppo sconfisse l’Eintracht Francoforte a Norimberga, vincendo il primo campionato che fu festeggiato per le strade di Monaco su una carrozza, mentre tifosi e cittadini accoglievano trionfanti i calciatori.

Un idillio che si ruppe sul più bello: qualche mese più tardi, i nazisti salirono al potere e l’incantesimo si spezzòAdolf Hitler, nella sua perversa visione del mondo, vedeva il calcio professionistico di matrice ebraica, quindi fece in tutti i modi per riportare il calcio tedesco a livello amatoriale. Il Bayern Monaco, in aggiunta, avendo il presidente e qualche altro elemento dello staff di origina ebraica, fu sin da subito etichettato come “Judenklub” (club ebreo) e fu costretto a seppellire i pochi trofei vinti perché i nazisti erano alla continua ricerca di materiale ferroso per produrre le armi: una situazione spinosa che portò l’allenatore Kohn a fuggire in Spagna e alle dimissioni di Landauer.
Dopo la Kristallnacht, la Notte dei cristalli tra il 9 e il 10 novembre 1938, circa 30mila ebrei furono deportati nei campi di concentramento di Dachau, Sachsenhausen e Buchenwald: tra i deportati a Dachau, sempre nel land della Baviera, c’era anche Kurt Landauer, ma, grazie al suo passato di soldato durante il primo conflitto mondiale, fu rilasciato dopo 33 giorni di prigionia. Mentre tutti i suoi fratelli, tranne uno, furono assassinati dai nazisti, lui riuscì a emigrare in Svizzera.

Seppur in esilio, Landauer non fu dimenticato: al paese svizzero è legato, forse uno dei momenti più romantici della storia del club bavarese. Il Bayern Monaco era a Ginevra per un’amichevole e, durante la gara, i calciatori notarono seduto in tribuna il loro ex-presidente. Non curandosi delle possibili sanzioni e dei rischi di quel gesto provocatorio, sotto gli occhi vigili dei generali della Gestapo, i ragazzi si avvicinarono a bordo campo per salutare e applaudire Landauer.
Si dice che nel 1947, una volta terminata la guerra, come molti altri perseguitati, Kurt avesse già in tasca il biglietto per rifarsi una vita a New York, ma passato da Monaco, preso dai ripensamenti e dall’affetto verso la città,  decise di fermarsi e  di trascorrere gli anni successivi. Uno dei pochi ebrei che decise di tornare in Germania, Landauer ottenne, per la terza volta, il mandato di presidente del club bavarese che ha onorato fino al 1951, prima di morire 10 anni più tardi, il 21 dicembre 1961 nell’ospedale Schwabing.

Il saluto dei giocatori al loro ex-presidente. Scena tratta dal film "Landauer – Der Präsident"
La storia di Kurt Landauer è stata per molti decenni dimenticata, ma sono stati soprattutto i tifosi (che all’Allianz Arena hanno più volte dedicato una coreografia) a riportare in vita la memoria di un brillante personaggio della storia del club: nel 2005, sulla spinta del Club Nr. 12, associazione di supporter bavaresi, il consiglio comunale ha approvato la proposta di intitolare la strada, vicino all’Allianz-Arena, “Kurt-Landauer-Weg”. Alcuni sostenitori pensarono anche di rinominare lo stadio “Stadion am Kurt-Landauer-Weg”, ma non ebbe grande riscontro.
Dal 2006, però, promossa dal gruppo ultras Schickeria, si disputa ogni anno la Kurt-Landauer-Pokal, una manifestazione sportiva contro il razzismo. Nel 2009, invece, in occasione dei 125 anni dalla nascita di Landauer, si svolse una commemorazione vicino la Baracca 8 di quello che rimane del campo di concentramento di Dachau. Alla cerimonia erano presenti anche i rappresentanti del TVS Maccabi München, squadra locale ebrea che, nel 2005, ha intitolato il suo campo di gioco a Kurt Landauer. Nel luglio 2014, in Germania è, invece, uscita una fiction televisiva dal titolo “Landauer – Der Präsident”.
Coreografia dei sostenitori bavaresi all'Allianz Arena

Mancano ormai pochi giorni alla fine del 2017 ed è tempo di bilanci. Nel mondo del calcio si fa una stima delle squadre che più di altre sono riuscite ad emergere e ancora una volta il nome del Real Madrid è in testa alla classifica.

Stavolta parliamo della classifica dell’anno del Ranking Uefa, che la incorona la migliore squadra dell’anno 2017.

Sembrano non finire mai le soddisfazioni per la formazione spagnola del neo-eletto Pallone d’oro Cristiano Ronaldo, che continua a festeggiare un altro successo.

Il Real Madrid, vincitore della Champions League per due anni consecutivi e campione dei Mondiali per club conclusi di recente negli Emirati Arabi, con un coefficiente di 148.000 si trova al comando della classifica Uefa, seguito dal Barcellona (126.000) e dal Bayern Monaco (125.000).

L’Italia può comunque ritenersi soddisfatta perché rientra nella top five, subito dopo l’Atletico Madrid che si trova al quarto posto con 122.000. È la Juventus la squadra italiana più forte del 2017 con un coefficiente di 120.000, seguita da Psg, Siviglia, Manchester City, Borussia Dortmund e Benfica.

Per trovare altre squadre italiane bisogna scorrere la classifica fino al sedicesimo posto dove staziona il Napoli e poi al venticinquesimo dove troviamo la Roma.

I bilanci nel panorama calcistico non si chiudono qua ed elaborano una classifica anche per le nazioni, che tiene conto però degli ultimi 5 anni. È ancora la Spagna ad occupare il primo posto del podio con la Liga, mentre al secondo si trova l’Inghilterra con la Premier League e al terzo l’Italia con la Serie A. Subito fuori dal podio troviamo la Germania con la Bundesliga.

Se invece si guarda solo al 2017 le posizioni si invertono sul podio ed è l’Inghilterra a occupare il gradino più alto, superando la Liga spagnola. Per l’Italia non cambia nulla e rimane fissa al terzo posto.

Sfortunatamente la situazione cambia quando si parla di nazionali: gli azzurri, infatti, scendono fino all’ottavo posto, ben lontani dal podio dove troviamo prima la Germania, secondo il Portogallo e terzo il Belgio.

Fatale è stata la sconfitta in trasferta al Parco dei Principi di Parigi. Carlo Ancelotti è stato esonerato dalla panchina tedesca del Bayern Monaco dopo poco più di un anno.

In effetti manca solo l’ufficialità del club, ma oramai la decisione sarebbe più che definitiva.

Gli ingranaggi con la squadra iniziavano ad andare a intermittenza da qualche settimana e ciò lo si era notato anche in campionato. In effetti, i bavaresi, durante le ultime due uscite in Bundesliga, hanno raccolto la miseria di un punto: sconfitta in trasferta contro l’Hoffenheim  e pareggio contro il Wolfsburg all’Allianz Arena per 2-2.

Neymar e compagni, nella seconda gara del girone di Champions, hanno fatto sì che la società bavarese optasse per questa decisione.

Dopo il ko europeo, infatti, la società tedesca, capeggiata dal presidente Rumenigge, ha deciso di riunirsi per un vertice d’emergenza, al fine di trovare la giusta strategia. Mister Ancelotti ha prima pensato alle dimissioni, ma alla fine le parti hanno convenuto per un esonero precoce, prima di Natale, cosa che al Bayern non accadeva dal 1991, quando fu Jupp Heynckes ad essere mandato a casa dopo un pessimo inizio di stagione.

Ad Ancelotti, oltre allo scarso rendimento in campo, è stato difficile reggere i comportamenti all’interno dello spogliatoio, situazioni che il tecnico di Reggiolo è sempre riuscito a gestire nei grandi club in cui allenato. Le frizioni con Robben, infatti, vanno ad aggiungersi a quelle recenti con Ribery, Lewandowski e Muller. I senatori della squadra, non proprio gli ultimi arrivati. Una spaccatura non risanata dentro e fuori dal campo.

Proprio il numero 10 olandese al termine del match aveva espresso il disappunto per la sua assenza tra gli undici titolari e della disfatta bavarese a Parigi:

Meglio non commentare le scelte, ogni parola detta in più sarebbe di troppo!

Dopo la vittoria di un Meisterschale e di due Supercoppa di Germania (l’ultima ottenuta all’inizio di questa stagione ai danni del Borussia Dortmund)l’avventura di Carlo Ancelotti in Baviera è giunta al capolinea.

Intanto è partito già il toto allenatore per sostituire il tecnico emiliano. Per ora la squadra è stata affidata al vice di Carletto, Willy Sagnol, ma la vera candidatura alla successione del tecnico italiano sarebbe Thomas Tuchel, ex allenatore del Dortmund.

Situazione simile a quella di Ancelotti, la sta vivendo Andrea Stramaccioni a Praga. Al quarto posto a dieci punti dal primo, l’allenatore dello Sparta non se la passa benissimo e già i tifosi gli hanno dato il ben servito.

Meglio va sicuramente ad Antonio Conte al Chelsea e a Claudio Ranieri che, dopo una partenza a singhiozzo, è riuscito a trovare i giusti equilibri a Nantes.

In Liga è appena sbarcato Gianni De Biasi che, dopo l’esperienza come ct dell’Albania, ha accettato l’incarico difficile all’Alaves, squadra ferma ancora a 0 punti dopo sei partite. Sarà un vero e proprio miracolo riuscire a salvare la squadra basca.

In Russia, è tornato a dominare lo Zenit San Pietroburgo grazie alla guida tecnica di Roberto Mancini, mentre lo Spartak Mosca di Carrera deve gestire bene il doppio impegno campionatoChampions League.

Fabio Cannavaro in Cina è quarto con il suo Tianjin Quanjian a pochi punti dal terzo posto.

Difficile la vita di un allenatore italiano all’estero.

Dario Sette

Italia – Germania è da sempre una partita di calcio diversa dalle altre. Storicamente la Nazionale azzurra ha dato filo da torcere ai tedeschi che, in rare volte, sono riusciti a batterci.

Tuttavia negli anni la rivalità calcistica si è trasformata, tanto che molti calciatori italiani hanno deciso di trasferirsi in club della Bundesliga. In passato il primo grande trasferimento fu quello di Ruggiero Rizzitelli, che fu acquistato nel 1996 dal Bayern Monaco guidato da Trapattoni. Nella storia più recente, inevce, ci sono stati i passaggi del bomber Toni e Immobile e dei difensori Barzagli, Zaccardo e Oddo.

Nella stagione appena partita, sono diversi gli italiani che stanno prendendo parte a questa Bundesliga 2017/2018.

Simbolo dell’Italia in Germania attualmente è Carlo Ancelotti. L’allenatore italiano è uno dei più vincenti della storia calcistica europea. Il mister è sicuramente l’orgoglio sportivo nostrano in terra tedesca.
Tuttavia, ma come ora il numero degli italiani è aumentato, sia in campo che in panchina. L’ex allenatore di Milan, Chelsea, PSG e Real Madrid è pronto per un’altra stagione esaltante con l’obiettivo di vincere un’altra Champions League (sarebbe la terza personale).

Proseguendo dalla panca, dopo il grande Ancelotti, ha ottenuto il ruolo di mister dello Schalke 04: l’italiano Domenico Tedesco. Figlio di emigrati calabresi, il giovane tecnico è già partito alla grande con i Knappen. Mister Tedesco è alla sua prima esperienza in Bundesliga dopo la breve ma felice parentesi in Zweite Liga con l’Aue Erzgebirge. Salvezza ottenuta in largo anticipo e chiamata dal club di Gelsenkirchen.

Werder Brema e Mainz hanno voluto affidare la propria difesa agli italiani. L’ex capitano della primavera interista, Luca Caldirola, dal 2013 è a Brema, dopo che il club milanese ha deciso di non puntare su di lui. La scorsa stagione è andato in prestito allo Darmstadt, dove ha disputato tutte le gare di campionato. Quest’anno il centrale lombardo proverà ad aiutare la squadra a disputare un campionato migliore rispetto alle ultime stagioni.

Stessa sorte anche per un altro ex interista Primavera. Il terzino destro classe ‘90, Giulio Donati, si è accasato lo scorso anno con la maglia del Magonza, dopo aver trascorso tre stagioni nel Bayer Leverkusen. Terzino di spinta, Donati si è ben messo in mostra in Bundesliga, tanto da essere apprezzato da tifosi e appassionati di calcio. L’obiettivo di giocatore e club è quello di riscattarsi da un’annata così così chiusasi con un insolito 15esimo posto in classifica.

Di spinta e di sostanza è anche un altro italiano che però è cresciuto in Germania. Stiamo parlando di Vincenzo Grifo, ala e mezzala sinistra del Borussia Mönchengladbach, classe 1993. Originario della Sicilia, Grifo è cresciuto a Pforzheim, tira i primi calci al pallone nella sua città natale prima di trasferirsi alle giovanili del Karlsruhe.  Il debutto in Bundes avviene nel 2012 con la maglia dell’Hoffenheim. In questa finestra di mercato estiva è arrivata la chiamata dal Gladbach.

Di talento e di forza è anche Daniel Caligiuri. L’esterno offensivo dello Schalke 04 ha disputato grandi stagioni nel Wolfsburg tanto da far pensare una sua convocazione nella nazionale azzurra. Il ct Ventura sta valutando l’idea, in passato anche Conte l’ha convocato per un stage in vista di Euro 2016. Ala destra dotata di ottimi piedi, pronti a sfornare assist per i compagni.

Discorso a parte bisogna fare per i cosiddetti “oriundi”. In Bundesliga ci sono molti calciatori con origine italiana, magari nonni o bisnonni. Tedeschi con passaporto italiano sono Diego Demme e Marco Terrazzino, mentre Franco Di Santo, David Abraham e Filipe sono sudamericani.

Diego Demme del Lipsia e Marco Terrazzino del Friburgo hanno origine italiane di famiglie che si sono trasferite in Germania nel dopoguerra per trovare fortuna e lavoro. I due calciatori hanno esordito con la maglia della nazionale tedesca e pertanto non possono più prendere parte alla selezione azzurra.

Di Santo (Schalke 04), Abraham (Eintracht Francoforte) e Filipe (Hannover 96) sono sudamericani che hanno passaporto italiano per via di avi remoti.

Dario Sette

La sua carriera in Serie A è iniziata con l’etichettatura di eterno secondo, ma in oltre 20 anni di carriera mister Carlo Ancelotti ha sfatato qualsiasi mito diventando l’allenatore re d’Europa grazie alle conquiste dei titoli nazionali dei maggiori campionati europei: Italia, Francia, Inghilterra e Germania; e la decima Champions League del Real Madrid in Spagna.

Ancelotti, con il suo 19esimo titolo in bacheca, è diventato così il re Mida italiano: dove arriva lui, la sua squadra vince. L’ultimo successo in ordine cronologico è stato il Meisterschale in Bundesliga con il Bayern Monaco, avvenuta dopo la delusione per l’uscita dalla Champions League contro il Real Madrid.

Proprio in Spagna quando era allenatore dei blancos, mister Ancelotti non è riuscito a portare a casa la Liga; in compenso però ha avuto modo di ottenere la tanto desiderata quanto storica Décima Coppa dei Campioni.

Nella lista degli allenatori più vincenti della storia del calcio moderno europeo c’è sicuramente il suo nome. Uno sportivo che, dopo i successi con Milan e Roma da calciatore, ha avuto modo di ottenere tantissimi trionfi anche dalla panchina. In effetti, Carlo Magno  (come lo hanno definito alcuni media spagnoli durante la sua esperienza al Real), dopo le due Champions vinte da calciatore, ha avuto modo di alzare altre 3 volte la coppa dalle grandi orecchie: 2 col Milan (2003 e 2007) e una col Real Madrid nel 2014.

In bacheca però ci sono anche e soprattutto i campionati che ha vinto negli ultimi 20 anni.

Dopo un inizio di carriera positivo grazie al raggiungimento di uno inaspettato secondo posto con il Parma nella stagione 1996/97, Carletto subisce un calo dovuto anche alla sfortuna nei primi anni 2000 a Torino, sponda bianconera. Nella Juventus infatti, arriva con l’intento di fare bene e di vincere dopo gli anni trionfanti di Marcello Lippi. Le attese però non vengono ripagate perché nelle due stagioni alla guida della Vecchia Signora  non va oltre due secondi posti (1999/00 Scudetto alla Lazio e 2000/01 Scudetto alla Roma ed etichetta di “perdente di successo”.

In seguito all’esperienza negativa sulla panchina bianconera, nel 2001 Ancelotti si trasferisce al Milan. Nelle otto stagioni trascorse tra i rossoneri, l’allenatore di Reggiolo vince praticamente tutto, diventando anche  il secondo tecnico per numero di presenze della squadra milanese dopo Nereo Rocco. Unica amarezza in rossonero è l’amara sconfitta a Istanbul nella finale di Champions nel 2005 contro il Liverpool, vendicata due anni più tardi ad Atene.

Dal 2009 in poi il tecnico decide di provare esperienze all’estero. La prima avventura fuori dai confini italiani è la Premier League nel Chelsea post Mourinho e Hiddink. A Londra vince campionato, FA Cup e Community Shield. Nel maggio 2011, il presidente dei Blues, Roman Abramovich, in seguito a una stagione inferiore alle aspettative con un secondo posto in campionato e l’eliminazione in Champions League, decide di esonerarlo.

In seguito alla parentesi londinese, mister Ancelotti vola in Ligue 1 nel Paris Saint Germain del presidente Al-Khelaifi. Nella capitale francese riesce a riportare il titolo dopo quasi venti anni di digiuno. La stagione 2012/13 con la vittoria del terzo Hexagonal il Psg non si è più fermato diventando una macchina perfetta in campionato e una realtà concreta anche a livello europeo.

In Spagna nel Real Madrid post Mourinho ha il compito di cambiare totalmente filosofia di calcio rispetto a quella del portoghese e ci riesce. Seppur in Liga non ottiene nessun titolo (3° nel 2013/14 e 2° nel 2014/15) riesce a portare la decima Champions League nella capitale spagnola dopo 12 lunghi anni d’attesa.

L’ultima gioia per Carlo è la Germania. Dopo un anno sabbatico torna a sedere in panchina, nella squadra più titolata in Bundesliga. Con i bavaresi ottiene il suo 19esimo titolo personale e il 27esimo trionfo tedesco della storia del club in Bundes, il quinto di fila (anche questo è un record). La prossima stagione dovrebbe essere ancora a Monaco di Baviera ma chissà se in mente ha ancora altre terre da conquistare. Gli resta poco da esplorare, ma a Carlo Magno sa come e dove vincere.

Dario Sette