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Sarà una partita con una cornice di pubblico mozzafiato quella che andrà di scena stasera tra Italia – Portogallo allo stadio san Siro di Milano. Oltre 73mila spettatori per fare il tifo azzurro dopo la sciagurata ultima partita nello stadio milanese contro la Svezia nello spareggio Mondiale.

Sarà sicuramente una partita al quanto speciale per il capitano Giorgio Chiellini. In primis perché torna al Meazza dopo i pianti contro gli scandinavi ma soprattutto perché raggiunge quota 100 gettoni con la maglia della nazionale e stabilmente presente al settimo posto alle spalle di Dino Zoff con 112.

Ora come ora il numero 3 azzurro, con otto reti all’attivo, è anche il miglior marcatore tra i convocati per le due partite in programma, e ciò spiega quanto siamo ancora in difficoltà in fase realizzativa. Servono appunto i gol per cercare di continuare a sognare a una qualificazione alle Final Four.

Partita speciale non solo per il traguardo ma anche perché come oggi, 14 anni fa, Giorgio Chiellini esordiva con la nazionale maggiore nell’amichevole vinta 1-0 contro la Finlandia allo stadio san Filippo di Messina.
A convocarlo il ct Marcello Lippi, aveva 21 anni, giocava nella Fiorentina nel ruolo di terzino sinistro. Quel giorno sostituì Alessandro Parisi poco dopo l’inizio del secondo tempo.

Il primo gol con la maglia azzurra arriva qualche anno più tardi, precisamente il 21 novembre 2007, contro le isole Far Oer in un match di qualificazione a Euro2008 nello stadio Alberto Braglia di Modena. Chiellini realizza il gol del momentaneo 3-0 al 41esimo minuto con un bel sinistro secco da fuori area dopo una bella accelerazione. Un gol non proprio alla Chiellini.

Inizia a giocare con più costanza e si affaccia come uno dei leader del gruppo all’Europeo 2008 in Austria-Svizzera. Tre partite su quattro in campo per Chiellini. Salta la prima per scelta tecnica nel 3-0 perso contro l’Olanda, ma poi resta inchiodato al centro della difesa negli altri match, fornendo anche l’assist a Panucci per il momentaneo vantaggio contro la Romania. Gli azzurri vengono eliminati dalla Spagna solamente ai calci di rigore ai quarti di finale.

Giorgio Chiellini in azione contro la Romania a Euro2008

Sciagurate le due esperienze sudafricane con in panchina il ct Lippi: la Confederations Cup del 2009 e il Mondiale 2010.

Sicuramente meglio l’Europeo 2012 e la Confederations Cup 2013 con Cesare Prandelli alla guida della nazionale. Al torneo continentale, Chiellini guida un gruppo più giovane che vuole cancellare gli incubi sudafricani. Gruppo che riesce ad arrivare fino in finale, persa nettamente contro la Spagna per 4-0 dopo un trionfante cammino. Bene anche al torneo premondiale in Brasile, con l’Italia che chiude al terzo posto.

Altra delusione il Mondiale del 2014. Sempre titolare, durante la negativa esperienza, per Chiellini c’è stato lo storico episodio del morso subito da Luis Suarez nel match decisivo per la qualificazione, perso contro l’Uruguay.

Giorgio Chiellini mostra i segni del morso subito da Luis Suarez ai Mondiali 2014

Nella cavalcata a Euro2016 con Antonio Conte. Giorgio Chiellini segna il gol dell’1-0 contro i campioni in carica della Spagna negli ottavi di finale. In Francia, il numero 3 gioca da titolare quattro partite su cinque, con la squadra azzurra che arriva fino ai quarti di finale poi persi ai rigori contro la Germania.

Dopo la mancata qualificazione al Mondiale russo aveva pensato di lasciare la maglia azzurra:

Un anno fa è stato il punto più basso della mia carriera in Nazionale, una delusione enorme per tutti noi perché fino all’ultimo eravamo convinti di riuscire a strappare la qualificazione per il Mondiale.

Tuttavia la voglia di risollevare la nazionale è forte ed è per questo che ora continua a guidare la difesa in vista del futuro.

Una partita che sa di spareggio quella tra Polonia – Italia che andrà di scena questa sera a Chorzow, città a novanta chilometri a ovest di Cracovia. Una partita tra due squadre che sono appaiate a quota 1 punto dopo due match del girone 3 di Nations League. Le due nazionali si giocano la permanenze in Serie A.

Sebbene quella di stasera sarà una partita fondamentale per gli azzurri, soprattutto dal punto di vista del risultato, un’altra importante sfida è stata quella di ventisei anni fa, disputata al Camp Nou di Barcellona l’8 luglio 1982. Era la semifinale del Mondiale in Spagna e gli azzurri di Bearzot incontravano la sorprendente Polonia di Boniek. Stessa Polonia che avevamo incontrato anche nella fase a gironi ma a cui riuscimmo a strappare un bruttissimo 0-0.

La cronaca della semifinale però è stata completamente diversa con un’Italia convinta dei mezzi e proiettata verso la finale di Madrid.

I polacchi erano privi della loro stella Zbigniew Boniek, costretto a saltare la semifinale per squalifica dopo il match contro il Belgio in cui aveva realizzato una tripletta.
L’Italia invece era senza Claudio Gentile, colonna importante della difesa azzurra, ma in più aveva un super Paolo Rossi che, dopo la tripletta al Brasile nel turno precedente, rifilò anche una doppietta ai biancorossi. Da quel giorno era sempre più in voga il nome di “Pablito”.

Il futuro Pallone d’oro e capocannoniere del Mundial sfiorò subito il gol in avvio di partita, poi trovò il guizzo vincente al 22esimo minuto, deviando, da buon opportunista d’aera di rigore, una punizione di Antognoni. Intorno al 73esimo minuto Rossi si ripete: Bruno Conti si involò sulla fascia sinistra e servì un delizioso cross proprio sulla testa del numero 20, a cui bastò inginocchiarsi per appoggiare il pallone nuovamente alle spalle del portiere Mylnarczyk.

Qualche anno più tardi proprio Rossi dirà che su quella palla calciata da Conti c’era scritto “Basta spingere”.

Stasera il valore della partita è sicuramente diverso, ma una vittoria darebbe fiducia a un gruppo che dalla mancata qualificazione al Mondiale di Russia 2018 non è riuscita ancora a rialzarsi del tutto.

È stata una vittoria amara per l’Italvolley maschile contro la Polonia nel match di Final Six.

Una vittoria che non ha portato al passaggio del turno. Serviva un risultato ben più largo per gli azzurri al fine di poter raggiungere la semifinale. Ma i sogni di Zaytsev e compagni sono volati via già al termine del primo set perso contro i polacchi con un netto 14-25.

I ragazzi del ct Blengini, però, non si sono scomposti e hanno voluto onorare al meglio la competizione e il pubblico presente al PalaAlpitour di Torino. Match equilibrato, risoltosi solamente al tie-break.

Il tecnico azzurro è deluso per come sia finita e c’è rammarico per la sconfitta subita un po’ a sorpresa contro la Serbia (3-0) qualche giorno fa.

Siamo delusi e non siamo contenti, quando dicevamo di essere ambiziosi non ci riferivamo a questo risultato. Il futuro? Ora non ci penso, non ho riflessioni in merito.

Del Pool tutte le squadre hanno chiuso con una vittoria e una sconfitta ma l’Italia è uscita a causa della differenza punti, a causa della formula dei due gironi da 3 squadre prima delle semifinali. Ciò ha permesso a Serbia e Polonia di giocare (dopo Italia-Serbia) sapendo già quale sarebbe stato il risultato che avrebbe avvantaggiato entrambe: biscotto o non biscotto, è un bel privilegio psicologico.

Tra l’altro dopo il primo set vinto dalla Polonia, e il passaggio automatico del turno, c’è stato comunque un cambio dal punto di vista anche dello spettacolo con i biancorossi che hanno fatto riposare i titolari.

L’Italia dunque si ferma dopo le prime quattro della classe: Brasile, Usa, Serbia e Polonia.

Per un’Italvolley che esce a testa bassa ce n’è un’altra che è partita col piglio giusto al Mondiale in Giappone. Le azzurre hanno battuto nel match d’esordio del Pool B la Bulgaria (25-15, 25-19, 25-22). Top scorer Paola Egonu, che ha concluso con 17 punti complessivi (12 attacchi, 4 muri e 1 ace). Prossima partita contro il Canada domani alle 6.40 italiane.

Potrebbe essere la stagione della svolta per Alex Liddi, il giocatore di baseball italiano emigrato in America.

Nato e cresciuto a Sanremo, a quasi trent’anni la terza base sta vivendo una nuova vita nel baseball che conta negli Stati Uniti, la MLB.

Il baseball è nel dna di Alex il quale proviene da una famiglia legata al mondo della mazza e dei guantoni. Il padre Agostino, infatti, ha militato per anni nel Sanremo, la madre Flavia è, invece, un’allenatrice di softball e baseball, così come il fratello maggiore Thomas, il quale è stato un giocatore arrivato fino alla Serie A2, passando anch’egli per Sanremo durante la sua carriera.

Questa stagione è partita con il piglio giusto nel Kansas City Royals, franchigia della Major League Baseball.

Un ritorno nel campionato a stelle e strisce dopo la parentesi del 2015 proprio con i Royals. Attualmente, con la franchigia campione MLB nel 2015, Liddi si sta confrontando con il resto del vivaio per ottenere un posto da titolare in squadra. Nelle prime apparizioni, la terza base sanremese c’è riuscito tanto da ben figurare nei match con colpi da fuoriclasse.

A Kansas trova un altro italiano di prospettiva l’azzurro Marten Gasparini, prossimo alla sua quinta stagione fra i professionisti.
Il bilancio in MLB del sanremese Liddi è di 61 partite (208 media battuta, 6 fuoricampo, 16 punti battuti a casa, 15 punti segnati, 13 basi su ball, 73 strikeouts subiti e 3 basi rubate), spalmate fra il 2011 e il 2013 con i Seattle Mariners.

Liddi, inoltre, è in pianta stabile all’interno della nazionale italiana di baseball, di cui è sicuramente uno dei pezzi più pregiati.

È stato uno dei ciclisti più amati e apprezzati da tutto il panorama sportivo, uno sprinter devastante che ha avuto modo di vincere tanto, soprattutto nelle gare importanti.

Mario Cipollini, il Re Leone, ne ha fatti di chilometri in sella a una bicicletta. Uno dei trionfi più belli e significativi della sua carriera è stato sicuramente il Mondiale 2002 a Zolder. Un trionfo iridato che gli ha permesso di esser e davanti a tutti.

Quello di Zolder è un ricordo indelebile non solo per l’ex corridore azzurro ma per tutti i tifosi e gli appassionati del ciclismo.

La vittoria di Cipollini nel 2002 è stato un vero e proprio capolavoro della squadra italiana, che allora poteva contare anche di un altro campione come Alessandro Petacchi.

Quella gara fu studiata a tavolino fino alla volata, potente e decisa di Cipollini, che non ha mai lasciato la testa conferendo una sicurezza estrema ai compagni, i quali hanno esultato.

Quella squadra era fortissima ed era riuscita a tenere a bada le pressioni della vigilia. Super Mario Cipollini, sempre in testa al gruppo, fino allo sprint finale fu l’artefice di quel gran lavoro.

Uno sprint devastante che non lasciò scampo agli avversari, perché Cipollini era un leader.

Era il 5 giugno 1986, una calda estate  messicana del Mondiale in cui vide il trionfo di Diego Armando Maradona con la nazionale dell’Argentina.

Proprio una delle vittime del Pibe de Oro fu l’Italia di Bearzot che contro gli azzurri realizzò la rete che permise l’Albiceleste di pareggiare il gol di Altobelli su rigore.

Il gol fu definito da Luca di Montezemolo «fesso». In effetti, allo stadio messicano Cuauhtémoc di Puebla, molte colpe furono attribuite al portiere Giovanni Galli.

Il numero uno azzurro restò come un gatto di sale sul tocco del numero 10 e capitano argentino. Galli rimase inspiegabilmente immobile; anzi, un piccolo movimento il portiere pisani l’accennò verso la palla, ma parve quasi ritirare la mano.

Nello specifico Maradona riuscì a curvare il sinistro, bruciando Gaetano Scirea sullo scatto.

Un tocco da biliardo e palla nell’angolo per l’1-1 che facilitò il passaggio del turno dei sudamericani.

Per quel gesto così strano, si parlò addirittura di “tacito accordo”.

Anche il grande Gigi Rivera caricò molto le parole

Si è fermato a metà strada: non ha neanche allungato il braccio. L’ Italia ha rinunciato troppo, si è impegnata solo nelle marcature di Maradona e delle due punte. Non ha saputo sfruttare il vantaggio!

Il povero Galli, incerto fin dall’inizio della rassegna continentale, quando tornava negli spogliatoi, nervoso, chiedeva subito ai compagni: “come sono andato?”.

Una medaglia di bronzo inaspettata quanto insperata quella conquistata da Nicola Tumolero alle Olimpiadi Invernali di PyeongChang nella 10km di pattinaggio di pista lunga.

 

Il 23enne, dopo aver piacevolmente sorpreso nei 5000m, ha colto un terzo posto sorprendente. In effetti l’azzurro non partiva certo tra i favoriti, ma con la forza e con la pazienza è riuscito a costruirsi la gara perfetta battendo anche il fenomeno Kramer. E quasi sicuramente, se arriva la medaglia che non ti aspetti, ha ancora più sapore.

Quest’anno è stato l’anno della consacrazione per il giovane veneto. Ai Campionati Europei di Kolomna (in Russia), Nicola riesce a vincere l’oro nei 5000m, di cui è anche detentore del record italiano. Ora la medaglia olimpica, ed è per questo che da questo grande risultato Nicola Tumolero entra di diritto nello sport azzurro.

Quando si pensa al pattinaggio su ghiaccio maschile, il paragone è, ovviamente, con il grande ex campione Enrico Fabris. Tra i due, oltre lo sport, li accomuna la provenienza. Infatti entrambi sono originari di Asiago.

Fabris, durante le Olimpiadi 2006 riuscì a cogliere tre medaglie: 2 ori (1500 m e inseguimento a squadre) e un bronzo (5000 m).

Fabris è un esempio, per me rappresenta un incoraggiamento continuo!

Ovviamente il nostro Tumolero vola basso e intanto si gode questa medaglia in vista anche delle altre uscite olimpiche che l’attendono.

Arianna Fontana è entrata nell’Olimpo del sport italiano, grazie all’oro conquistato nello Short Track dei 500m a PyeongChang 2018.

Con questa vittoria la nostra portabandiera ha ottenuto una serie di record. Trionfo ottenuto in Corea del Sud, Paese in cui lo Short Track è quasi legge.

La pattinatrice di Sondrio, nella storia della specialità dei Giochi Olimpici, ha raggiunto tali medaglie unicamente la cinese Wang Meng. L’azzurra, inoltre, è stata l’unica europea a salire sul gradino più alto del podio e prima donna all time nella sua disciplina.

L’atleta azzurra delle Fiamme Gialle, inoltre, ha già ottenuto altri record come quello di più giovane italiana a vincere una medaglia olimpica per l’Italia quando, appena quindicenne, a Torino 2006 conquistò il bronzo nella staffetta 3000m.

Lei non vuole fermarsi in vista anche dei 1000 e 1500 metri oltre alla staffetta.

Per ora si gode il meritato momento dato che non è molto frequente vedere la portabandiera italiana vincere una medaglia d’oro.

In effetti erano ben 24 anni che un atleta, protagonista della cerimonia inaugurale, non saliva sul podio più alto di una disciplina olimpica invernale.

L’ultima era stata la campionessa Deborah Compagnoni ai Giochi Olimpici di Lillehammer 1994, nello Slalom Gigante sulle nevi norvegesi.

La nostra Arianna è riuscita nell’impresa dove altre eroine dello sport azzurro come Isolde Kostner o Gerda Weisseinsteiner, o addirittura leggendari campioni come Armin Zoeggeler, non sono arrivati. Nessuno, da Deborah ad Arianna, era riuscito a salire sul gradino più alto del podio portando sulle spalle il Tricolore.

Ma facendo un salto nel passato, negli annali dei Giochi, fino alla prima storica edizione di Chamonix 1924, si scopre che soltanto altri due atleti sono riusciti a vincere l’oro da portabandiera: impresa realizzata dal grandissimo Alberto Tomba nel 1992 ad Albertville e, otto anni prima a Sarajevo, da Paul Hildgartner nello slittino (che fu ancora portabandiera nell’88 a Calgary scivolando però lontano dal podio).

Neppure il leggendario Gustav Thoeni, leader della Valanga azzurra, per due volte (Innsbruck ’76 e Lake Placid ’80) ebbe l’onore di guidare la squadra sventolando la bandiera italiana, ma in gara dovette accontentarsi, si fa per dire, di un argento. Niente oro, comunque, come chi l’aveva preceduto, dal 1924 al 1976. Stop. Solo quattro portabandiera su 21, in quasi un secolo e 23 edizioni di Giochi invernali, hanno centrato l’impresa: nessuno dal 1924 al 1980, tre dal 1984 al 1994, una quest’anno a PyeongChang, l’incredibile Arianna Fontana.

Vincere da portabandiera è qualcosa che porterò nel mio cuore gelosamente!

Ventidue centimetri per giungere davanti a tutti. Traguardo tagliato con la grinta di una guerriera che non si è fatta prendere dalla tensione, ma che ha sfruttato la l’emozione in adrenalina agonistica.

È questo ciò che ha realizzato la nostra Arianna Fontana in pista. Al comando dallo scatto sino alla conclusione della gara, ha fatto capire chi è Ary e che avrebbe fatto vendere cara la sua pelle. Un oro atteso 8 lunghi anni.

La squalifica della sudcorena Choi non ha cancellato tutto il buono fatto in pista nei 500m, per conquistare un meritatissimo oro.

Sesta medaglia olimpica per la nostra portabandiera, la prima vinta nel 2006 ai Giochi Invernali di Torino.

Finalmente il mio sogno è diventato realtà. L’ho sognato tante volte ma viverlo è anche meglio!

In effetti non capita spesso vincere un oro olimpico, ma lei è entrata di diritto nella storia dello sport italiano e internazionale.

È stato un lungo viaggio, più bello di come lo avevo immaginato. È un oro che inseguivo da anni, una sensazione stupenda tagliare il traguardo davanti alla coreana in casa sua. Voglio ringraziare Coni, Federazione e famiglia.

Grazie Anthony per essere al mio fianco, assicurandomi di aver fatto tutto ciò che dovevo fare per essere pronta per questo #evento. ? È stato il #viaggio di una #vita , e non è ancora finito ??? Thank you @anthony_lobello for being by my side; making sure I did everything I needed to do in order to be #ready for this #event. It’s been the #ride of a #lifetime. And it’s not finished yet! ?? Fit-Fast-Focused. #FRAG (if you don’t know, you better ask someone) • • • #italiateam #TeamA ?? #DAOAthlete #DAOInTheWorld #FiammeGialle ? #shorttrack #speedskating #шорттрек #쇼트트랙 #短道速滑 #schaatsen ⛸ ‪#i2018평창 #hellopyeongchang #pyeongchang2018 ????❤ ‬#olympics ‪#winterolympics ‬#FuocosulGhiaccio ? #herbalife #TOYOTATEAM #teamyoungitalyunipolsai ?? #valentinesday #sanvalentino ?

Un post condiviso da Arianna Fontana (@aryfonta90) in data:

Con questo trionfo Arianna Fontana è diventata un orgoglio dello sport azzurro e anche il presidente del Coni, Giovanni Malagò, era convinto che la pattinatrice avrebbe regalato gioie al popolo italiano.

Una cosa è certa la nostra Arianna si è emozionata e ha emozionato tutta l’Italia intera

È stato campione del Mondo con la Nazionale italiana nel 2006, ha saputo farsi strada da solo sia in Italia che all’estero. Ora, a 36 anni, è riuscito nuovamente a mettersi in gioco in una piccola squadra maltese dopo il bizzarro tentativo di cercare lavoro sul social network LinkedIn.

Stiamo parlando del difensore Cristian Zaccardo, classe 1981 che attualmente gioca nella massima serie del calcio maltese nell’Hamrun Spartans in cui giocano anche  altri italiani.

Cristian Zaccardo insieme a Davide Succi e Marco Criaco

Ma la sua carriera è stata ricca di soddisfazioni: su tutte, ovviamente, la vittoria del Campionato del Mondo 2006 con l’Italia, la Bundesliga con il Wolfsburg e il debutto in Champions League ed Europa League.

Come sta andando l’avventura nell’Hamrun?

L’avventura sta andando abbastanza bene. Sono arrivato a campionato in corso in una squadra di seconda fascia, ma con l’aspirazione di arrivare nei primi 3 posti entro l’anno prossimo. Per me questi mesi sono di conoscenza del calcio maltese un po’ differente dal nostro con la programmazione di fare una squadra molto più competitiva la prossima stagione.

Com’è l’ambiente?

Ho trovato un’ambiente diverso dal calcio italiano. Spero che con la mia esperienza e conoscenza possa aiutare la squadra a crescere sotto diversi aspetti. Tuttavia prima di intraprendere quest’avventura mi sentivo ancora adatto per palcoscenici importanti, ma ora non saprei. Penso di aver smesso , ora mi concentro su esperienze estere. Posso comunque consigliare a chiunque di provare un’esperienza all’estero.

La storia dell’annuncio su LinkedIn ha fatto il giro dell’Europa. Come hai avuto quest’idea?

Dopo tanti anni di calcio mi è venuta l’idea di pubblicare l’annuncio su LinkedIn perché vedevo che, nonostante potessi servire a molte squadre, non avevo più l’appeal ed è per questo che ho deciso di fare questa iniziativa. Ho parlato con diverse squadre soprattutto fuori dall’Italia e ciò mi ha permesso di avere molti contatti all’estero, anche per il futuro.

Con la maglia azzurra hai vinto anche l’Europeo Under 21 nel 2004. È stata una grande vittoria?

Si è stata una gran bella vittoria! Peccato che coincida anche con un nostro ultimo trofeo Under 21. Tuttora non riesco a capire perché non riusciamo più a vincere qualcosa con gli azzurrini.

Sei uno dei “superstiti” anche e soprattutto del Mondiale 2006, cosa pensi del recente flop azzurro?

Mi dispiace tanto, così come dispiace a tutta la popolazione italiana. Purtroppo è stata una sconfitta per il nostro sistema calcio. Spero che si possa fare meglio in vista del futuro. La Nazionale deve essere guidata da persone competenti e professionali.

Qual è il ricordo più bello di quella vittoria mondiale?

 Mi è rimasta l’emozione di aver alzato la Coppa più prestigiosa che un calciatore possa vincere. Ahimè vorrei però cancellare l’episodio dell’autogol.

L’aver preso parte alla spedizione azzurra vincente, ti ha dato un cambiamento alla tua carriera?

 Certo! Sicuramente ha aumentato la mia visibilità nel mondo del calcio, ma sul campo nessuno ti regala niente e quindi bisogna sempre dimostrate di valere qualcosa. Soprattutto se vuoi restare ad alti livelli!

L’8 ottobre 2005, nella Palermo in cui giocavi, un tuo gol ha spianato la strada per Germania 2006. Come ti sei sentito? Cos’hai provato? 

È stata una bella gioia personale! Leggere il giorno dopo sui giornali “Zaccardo porta l’Italia ai Mondiali” è stata una bellissima soddisfazione. Con la vittoria contro la Slovenia fu centrato matematicamente l’accesso al Campionato del Mondo 2006 che, poi avremmo vinto.

Palermo è stata una piazza che ti ha dato tanto, vero?

 Certamente! La città di Palermo, così come i tifosi, mi hanno regalato tanto. Anche il club rosanero mi ha dato tanto. Con il Palermo sono riuscito a giocare in Europa League per la prima volta, così come è arrivata la prima convocazione con la Nazionale maggiore.

E la sua prima esperienza “Italians” al Wolfsburg?

Anche l’anno in cui sono stato in Germania è stato positivo. Avevamo un gruppo straordinario e poi siamo riusciti a vincere la Bundesliga al primo colpo. Che volere di più? (ride, ndr).

Tra le altre notizie più “curiose” c’è quella legata al fatto che hai indossato la maglia numero 9 a Vicenza, cosa strana per un difensore. Come mai?

Avrei preso tranquillamente l’81 (mio anno di nascita), ma in Serie B il regolamento non lo ha consentito. Quindi rimanevano il 9, il 17 e l’ultimo numero della lista 30 e qualcosa. Non avevo tantissima scelta.

Al Milan hai trascorso due stagioni e mezzo. Credi che già da quando eri tu in squadra c’era qualcosa che non andava a livello di gruppo?

Quando sono arrivato io, il Milan aveva perso giocatori come Thiago Silva, Ibrahimovic, Nesta, Gattuso, Inzaghi, Zambrotta, Seedorf e Pirlo. È stato normale e fisiologico andare in difficoltà. Ora spero che piano piano torni ad essere il Milan di una volta. Faccio il tifo per loro!